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“Pentagono in lockdown, alcuni piani evacuati: soccorritori con maschere anti gas”. Ma era un falso allarme

Un falso allarme ha fatto scattare il lockdown al Pentagono è in lockdown e alcuni piani sono stati evacuati. L’alert è durato oltre mezz’ora, con i soccorritori che erano entrati nell’edificio con maschere antigas e tute di protezione poiché si era parlato di un incidente con materiali pericolosi.

Diversi piani e corridoi all’interno del Pentagono sono stati isolati e altri evacuazione. Il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, aveva confermato che i sistemi di sicurezza della struttura “hanno rilevato un problema di qualità dell’aria che richiede misure precauzionali, in attesa di determinarne la gravità”. Inoltre un messaggio inviato dal team di sicurezza del Pentagono affermava che era stato rilevato un “problema” e che erano necessari ulteriori test.

“Potrebbero richiedere da una a due ore. Le squadre di intervento sono sul posto e pronte a fornire supporto agli occupanti dell’edificio, se necessario. Potreste notare la presenza di personale di diverse agenzie e l’attuazione di misure precauzionali nel cortile centrale. Vi preghiamo di non interpretare queste attività in modo errato”, si legge nel messaggio. Le verifiche, prima di revocare ogni allerta, sono comunque in corso.

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Papa Leone XIV parla ai migranti dal “porto della vergogna” delle Canarie: “La dignità umana non ha un passaporto”

Parla dal molo di Arguineguin, approdo dei migranti della rotta atlantica a Gran Canaria, noto come il ‘molo della vergogna’ e simbolo della crisi migratoria del 2020. Alle spalle, i professionisti del Salvamento Maritimo a bordo di una nave. In prima fila, tra le autorità, c’è il premier Pedro Sanchez. Papa Leone XIV, nella penultima tappa del suo viaggio in Spagna, incontra migranti e volontari, e concentra il suo messaggio sulla dignità della persona. E dopo aver ascoltato le testimonianze dei sopravvissuti, si è avvicinato al bordo del molo per gettare in mare una corona di fiori in segno di commemorazione delle vittime dei naufragi, morte nella rotta atlantica dall’Africa all’Europa, in un gesto che ricorda quello dell’8 luglio 2013 di papa Francesco a Lampedusa.

“Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare – ha esordito il Pontefice nel suo intervento -. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera. La dignità umana – ha continuato – esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra”. “Se esiste il diritto di cercare rifugio”, ha aggiunto, “esiste anche il diritto di non dover migrare: di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri e le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti”.

Prevost ha poi precisato che “non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute”. “Ogni barca che arriva – ha sottolineato interpellando le coscienze – non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita? Da quest’isola, – dice in un passaggio applaudito – vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali – e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà”. Per il Pontefice, “ogni vita umana è una benedizione di Dio. Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e la somiglianza del Creatore”. Parlando appunto della testimonianza di un migrante, Leone osserva: “Ci hai raccontato di aver lasciato il tuo Paese, non perché lo volessi, ma perché non c’era altra scelta. Nelle tue parole sentiamo il dramma di tante persone costrette a partire perché la povertà, la guerra, la minaccia o lo sfruttamento hanno chiuso loro ogni altra strada. Vorrei che questo messaggio arrivasse a te e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile. Se hanno voluto rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro. Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia e sorella, sei una benedizione. La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del male”. Il Papa si è poi rivolto alle istituzioni, perché il dramma dei migranti “deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo, per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali, per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi, per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”.

Perché Arguineguin è chiamato “il porto della vergogna”– Il nome nasce dalla crisi migratoria del 2020 quando, in piena pandemia Covid, in una sola settimana sbarcarono circa tremila migranti partiti dalle coste africane (Mauritania, Senegal e Marocco) a bordo di imbarcazioni di fortuna inadatte all’oceano (chiamate pateras o cayucos). Viste le misure restrittive in vigore e la mancanza di strutture adeguate, le banchine di asfalto del porto si sono trasformate in un campo di accoglienza improvvisato, sovraffollato e inadeguato con migliaia di persone costrette a rimanere accampate all’aperto per giorni, senza ripari adeguati, servizi igienici sufficienti o cibo a sufficienza. Solo la Caritas e i volontari fecero fronte ai bisogni dei migranti. A fronte delle restrizioni imposte dalla pandemia, i migranti sono rimasti a lungo ad Arguineguin, in attesa di un trasferimento in strutture adeguate all’interno dell’isola. Una situazione di stallo che ha generato condizioni di estrema precarietà, attirando le critiche delle organizzazioni umanitarie per la gestione inadeguata e tardiva da parte delle autorità. A seguito di questa grave crisi e dell’attenzione mediatica internazionale, la zona è diventata il simbolo delle tragiche traversate nel tentativo di raggiungere l’Europa. Più recentemente, a causa della forte mobilitazione della società civile e della Caritas per soccorrere i naufraghi, il molo è stato simbolicamente ribattezzato da alcuni come il “porto della speranza” (Muelle de la esperanza)

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Financial Times: “Francia e Germania vogliono smantellare l’Azione Esterna dell’Ue e depotenziare il ruolo di Kallas”

Radicale revisione o, perché no, anche l’eliminazione del Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS), ovvero l’intera struttura diplomatica delle istituzioni Ue. Secondo il Financial Times, che cita funzionari europei, è questo il progetto in fase di valutazione sull’asse franco-tedesco. I colloqui andrebbero avanti tra Parigi, Berlino e altri Stati membri e sul tavolo, sostengono, ci sono anche la revoca dei poteri all’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, e la redistribuzione delle competenze del servizio, per un risparmio totale quantificato in circa 1 miliardo di euro tra Commissione Ue e Stati membri. Una correzione di una struttura che, si apprende, viene considerata “disfunzionale“.

Realizzare un progetto del genere, ovviamente, richiederebbe tempi lunghissimi e l’unanimità dei Paesi membri. In caso di eliminazione servirebbe una revisione dei Trattati, mentre per rivederne, anche radicalmente, le competenze si potrebbe procedere con modifiche all’accordo raggiunto in sede di Consiglio Ue che ne disciplina l’organizzazione. Una decisione, comunque, sottoposta al potere di veto di anche uno solo dei 27 membri.

Detto questo, se confermata l’indiscrezione ha un valore politico che non può essere ignorato. Innanzitutto dimostra come, nonostante si parli di maggiore autonomia strategica, almeno nel campo della diplomazia alcuni Stati membri, tra cui i due più importanti, preferiscano mantenere le discussioni a un livello nazionale e non comunitario. In più emerge anche un sentimento di sfiducia nei confronti della Lady Pesc Kaja Kallas. Scelta da Ursula von der Leyen per uno dei quattro top jobs dell’Ue proprio mentre la guerra tra Russia e Ucraina era nel vivo, l’ex primo ministro estone ha fin da subito mostrato un atteggiamento poco propenso al dialogo con Mosca che, a suo dire, “conosce solo il linguaggio della forza”. Una strategia fuori dagli schemi per chi ricopre il ruolo di vertice della diplomazia Ue. Anche se condivide la responsabilità sulla politica estera con il Consiglio europeo, ossia con i capi di Stato e di governo dell’Ue, è evidente come questi preferiscano depotenziare ulteriormente il suo incarico.

“Il problema è strutturale e richiede una risposta strutturale”, ha detto una fonte al Financial Times spiegando appunto che tra le ipotesi contenute in una valutazione elaborata dal governo francese e condivisa con gli altri Stati membri figura anche una riduzione dell’autonomia di Kallas e un alleggerimento del suo controllo sulla rete di oltre 140 delegazioni diplomatiche gestite dal Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS) nel mondo. “Le capitali sono irritate e vogliono uno strumento più efficace per agire all’unisono sulla scena internazionale”, ha spiegato un altro funzionario avvertendo che “esiste un rischio concreto di smembramento dell’EEAS“. La riforma punterebbe inoltre a ridurre i costi e a eliminare le sovrapposizioni tra il servizio diplomatico europeo, i ministeri degli Esteri nazionali e la stessa Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, che da tempo ormai è andata allo scontro con l’EEAS per la guida della politica estera dell’Ue, trovandosi in disaccordo anche su dossier importanti come, ad esempio, la situazione a Gaza.

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Un’altra notte di scontri a Belfast. Scotland Yard: possibile che Iran e Russia fomentino tensioni via social

Un’altra notte di scontri a Belfast, con 12 agenti rimasti feriti e 16 arresti. I disordini si sono concentrati a Newtownabbey, a circa tredici chilometri a nord dalla capitale, oltre che nelle località di Derry e Coleraine. La polizia antisommossa è stata presa di mira da un gruppo che lanciava mattoni e bottiglie e ha risposto con gli idranti. Nel complesso le violenze sono state meno intense rispetto a quelle della notte precedente quando a Belfast c’era stata una vera e propria caccia allo straniero con diverse case incendiate, alimentata dai gruppi dell’ultradestra dopo l’accoltellamento brutale del quarantenne Stephen Ogilvie da parte del rifugiato sudanese Hadi Alodid. Il ministro per l’Irlanda del Nord, Hilary Benn, ha dichiarato che una “teppaglia razzista” ha diffuso la paura “tra le minoranze etniche dell’Irlanda del Nord”.

A influenzare il clima di tensione, per il comandante di Scotland Yard, Mark Rowley, ci sono i gruppi dell’ultradestra, che hanno alimentato discorsi d’odio e gli appelli a scendere in piazza via social. Ma Rowley ha evocato anche un possibile coinvolgimento di Russia e Iran per fomentare le tensioni nel Regno Unito. In un’intervista a Sky News ha ricordato che account e bot erano stati usati da Paesi stranieri per alimentare gli scontri avvenuti nel 2024 dopo l’insensata strage di bambine perpetrata nella città inglese di Southport da un ragazzo nemmeno 18enne, Axel Rudakubana. Inoltre Rowley ha respinto la definizione di “protesta” per quanto sta accadendo a Belfast e nel resto della nazione del Regno: “La gente dà fuoco alle macchine. Non è una protesta, è violenza, è criminalità”.

Se la situazione a Belfast è stata più calma rispetto alla notte precedente, soprattutto dopo il maggiore dispiegamento di forze di polizia, coi rinforzi in arrivo dal resto del Regno, si sono comunque registrati episodi di razzismo contro i cittadini stranieri, in particolare di origine africana, in altre parti della regione. Come riporta il Belfast Telegraph, un’infermiera “di diverso colore della pelle” è stata inseguita da quattro uomini mascherati fino all’Ulster Hospital, nella contea di Down. Inoltre lavoratori e assistenti domiciliari di origine straniera hanno evitato i turni di notte temendo di essere presi di mira dai gruppi di teppisti segnalati in diverse località dell’Irlanda del Nord, come ha dichiarato Ryan Williams, amministratore delegato di Connected Health, società di assistenza sanitaria privata. Intanto la polizia locale ha diffuso le immagini di due giovani a volto scoperto riprese durante i disordini di Belfast, invitando chi è stato fotografato a “farsi avanti ora” e chiedendo la collaborazione del pubblico per identificarle.

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I fratelli Tate al centro di una rete di sfruttamento e traffico sessuale in Romania: “Decine di donne stuprate”. L’inchiesta del New Yorker

I riflettori non si spengono mai sui fratelli Tate, soprattutto quelli degli scandali e degli abusi. Dopo essere stati tra i pochi occidentali invitati alla Davos russa di Vladimir Putin a San Pietroburgo, ora il New Yorker ha pubblicato un’inchiesta che li pone al centro di una vasta rete di sfruttamento, traffico sessuale e manipolazione coercitiva su scala industriale in Romania. Secondo il periodico statunitense, Andrew e Tristan hanno stuprato decine di donne, molte delle quali adolescenti, tenendole prigioniere per girare video porno nel cosiddetto American Village, un complesso alle porte di Bucarest protetto da guardie armate.

I due fratelli, prima campioni di kickboxing e poi influencer eroi del mondo Maga, di origine romena con cittadinanza britannica e americana, erano scappati dalla Gran Bretagna nel 2015 dopo che Andrew era stato accusato da tre donne di stupro e strangolamento. Per questo si erano rifugiati in Romania, dove godevano di parziale immunità, fino al 2022 quando, dopo la denuncia di una presunta vittima, erano finiti sotto inchiesta a Bucarest per traffico di esseri umani, traffico di minori, pedofilia e riciclaggio. I due erano stati messi agli arresti domiciliari con obbligo di firma e il divieto di lasciare il Paese, ma, con la rielezione di Donald Trump nel 2025 il caso è stato silenziato e le misure alleggerite. Ad aprile un tribunale romeno ha revocato tutte le misure di controllo giudiziario preventivo nei loro confronti. All’epoca i Tate avevano dichiarato al New Yorker di respingere ogni teoria su di loro, frutto di macchinazioni della sinistra liberal. Per questo sono diventati paladini del mondo Maga, venendo difesi dai colleghi influencer della destra Usa, tra cui Tucker Carlson, Candace Owens e il podcaster Joe Rogan, ma perfino da Donald Trump Jr. e Charlie Kirk. Ora però il quotidiano statunitense ha pubblicato numerosi messaggi privati e altrettante testimonianze di oltre una dozzina di presunte vittime, in cui viene descritto un quadro radicalmente diverso da quello presentato dai due ex kickboxer.

La tecnica utilizzata è quella del “loverboy“: uno dei due fratelli si fingeva innamorato delle ragazze per conquistarne la fiducia e adescarle. Una volta isolate le donne venivano costrette a produrre contenuti pornografici e a esibirsi in spettacoli via webcam. Tutti i guadagni rimanevano ai Tate, sottraendo alle vittime ogni autonomia finanziaria e logistica, venendo costantemente monitorate, private di passaporti e poste sotto sorveglianza. I due fratelli e i collaboratori le minacciavano anche di rovinarle economicamente o di farle uccidere dalla mafia romena se avessero tentato di fuggire. Le uniche pagate erano le donne incaricate di gestire e controllare le giovani.

La prima vittima è Bibiana Hruskova, sul cui braccio Andrew Tate aveva fatto tatuare le parole “Tate Property”, di proprietà di Tate, accanto all’immagine di un cobra, il suo simbolo personale. La giovane ha conosciuto il suo carnefice nel Regno Unito quando lei aveva 15 anni e lui 26: da allora ne è diventata succube, venendo usata in video trasmessi online di una violenza inaudita. Hruskova in molte riprese veniva umiliata, picchiata, e insultata mentre centinaia di spettatori osservavano. La donna, almeno pubblicamente, ha sempre difeso Tate, anche se di recente, come spiega il New Yorker, sembra averne preso le distanze.

In Romania invece una delle prime vittime è stata Iasmina Pencov, usata per alcuni video trasmessi su un network online gestito da Tate, la War Room, dove insegnava per 8mila dollari all’anno come “liberare l’uomo moderno dall’incarcerazione prodotta dalla società”. Così Pencov diventava il modello di subordinazione da seguire in un tutorial su come trasformare le donne in “schiave del sesso“. “Devi scopartele, e loro devono amarti. È fondamentale per il business. Devi essere spietato nel tuo fottuto mestiere di magnaccia”, così spiegava l’ex kickboxer in una delle sue costose lezioni, oltre a fregiarsi del fantomatico titolo di “Pimping Hoes Degree”, “Laurea in sfruttamento delle puttane”. Secondo il New Yorker, i due fratelli avrebbero avuto anche “decine” di figli con alcune delle vittime, perché convinti della necessità di massimizzare la loro progenie. L’inchiesta documenta anche molti episodi di stupri e violenza fisica estrema da parte soprattutto di Andrew Tate, ma anche del fratello Tristan. Secondo diverse testimonianze, all’ex kickboxer piaceva assalire le donne da dietro, strozzandole con un braccio per portarle allo svenimento. A quel punto, quando le vittime erano prive di coscienza, le violentava. Dai racconti delle giovani emerge che lo stupro delle volte avvenisse anche dopo aver fatto sesso consensuale con il carnefice.

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“Welfare, non guerra”: il 14 giugno mobilitazione a Bruxelles e in altre città europee contro i piani di riarmo dell’Ue e della Nato

Un unico slogan, “Welfare, non guerra“, unirà il 14 giugno oltre 800 organizzazione della società civile, sindacati e movimenti sociali, che scenderanno in piazza a Bruxelles per marciare contro la politica di riarmo dell’Unione Europea e della Nato. Il presidio è stato organizzato dalla coalizione paneuropea, Stop ReArm Europe, in collaborazione con la piattaforma belga, Stop Militarisation, e coinvolge anche decine di altre città europee. Tutte hanno un unica richiesta: il denaro pubblico deve essere speso per il benessere sociale, non per armarsi.

La mobilitazione si terrà a pochi giorni dall’inizio dei negoziati tra i leader dell’Ue sul prossimo bilancio settennale dell’Unione. Il Consiglio europeo negozierà infatti il 18 e il 19 giugno il Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, che è in fase di riorganizzazione e potrebbe convogliare decine di miliardi di euro all’industria degli armamenti. Contro questa ipotesi, i manifestanti si raduneranno alle 15 alla stazione di Bruxelles Nord, seguirà una marcia pacifica per poi riunirsi alle 18 in un’assemblea pubblica presso la Biblioteca Reale del Belgio dove pianificheranno le fasi della campagna su tutto il continente.

“Bruxelles ha scoperto che non c’è limite a quanto l’Europa può prendere in prestito, purché sia ​​per le armi – ha commentato Amir Kiyaei, coordinatore delle politiche di DiEM25, una delle oltre 40 organizzazioni belghe che sostengono la manifestazione -. Le regole sul deficit che smantellano i nostri ospedali e congelano i nostri salari si dissolvono nel momento in cui l’industria delle armi si siede al tavolo”. Contro questa prospettiva, gli organizzatori hanno pensato un mese intero di mobilitazioni, incontri e azioni coordinate in Belgio, Paesi Bassi, Austria, Spagna, Finlandia, Germania, Italia e altri paesi. Ovunque si chiede ai responsabili politici dell’Ue di investire in sanità, istruzione, lavoro e in una transizione climatica equa, dando priorità al dialogo e alla diplomazia rispetto allo scontro. Per farlo occorre investire nella solidarietà e nella cooperazione internazionale, perseguendo il controllo degli armamenti come unico mezzo per garantire la pace.

“Il riarmo ci viene venduto come garanzia di sicurezza, ma l’unica cosa che garantisce davvero sono i profitti dell’industria bellica – afferma Katerina Anastasiou, portavoce di Stop ReArm Europe -. Una società con ospedali fatiscenti e un clima destabilizzato non è sicura. Spendere miliardi in armi, comprimendo al contempo sanità, istruzione e coesione sociale, rende l’Europa più povera e pericolosa, non più sicura. Chiediamo priorità diverse”.

La coalizione si oppone al piano ReArm Europe dell’Ue, annunciato nel marzo 2025, che prevede lo stanziamento di 800 miliardi di euro per gli armamenti. Tutti fondi, come specificano i manifestanti, sottratti a sanità, istruzione, lotta al cambiamento climatico e protezione sociale. Ma la proposta di bilancio della Commissione per il prossimo anno va persino oltre, prevedendo di stanziare circa 131 miliardi di euro per il settore difesa, sicurezza e spazio del nuovo Fondo europeo per la competitività. Si tratta di una cifra cinque volte superiore rispetto ai circa 26 miliardi di euro previsti per il periodo 2021-2027. Come spiegano gli organizzatori della mobilitazione, è una somma tale da poter finanziare gli stipendi di circa 300.000 infermieri o costruire circa mezzo milione di alloggi sociali.

Inoltre, prosegue la coalizione nel comunicato, in questo modo anche i programmi civili per la ricerca, la mobilità e la coesione verrebbero aperti all’uso militare. Gli attivisti invitano quindi a riflettere su come l’Europa si stia aprendo a un’economia di guerra permanente che non risolve i conflitti ma li acuisce e li alimenta. Tra le conseguenze dirette e più evidenti, i promotori citano il rinnovo della coscrizione, l’ampliamento delle riserve alla sorveglianza e la riduzione dello spazio democratico. Viene anche sottolineata la crescente influenza della lobby delle armi che, secondo Stop ReArm Europe, viene favorita dalla Commissione europea. L’organo esecutivo dell’Unione ha incontrato i rappresentanti dell’industria delle armi 89 volte sul tema del riarmo nel 2025 (fino a ottobre), a fronte di soli 15 incontri con Ong, sindacati o scienziati sugli stessi argomenti. Una scelta anche sconveniente dal punto di vista economico, perché l’industria bellica, dipendendo da capitali e importazioni, crea meno posti di lavoro dell’alternativa civile che invece produce dal 30% al 50% di impieghi in più.

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Il film “The Sea” proiettato all’Europarlamento contro il “silenzio delle istituzioni”. All’evento organizzato da M5S presenti Mantovani, Carotenuto e Innocenzi

Nella serata del 9 giugno, al Parlamento europeo è stato proiettato “The Sea“, il film del regista israeliano Shai Carmeli-Pollack che racconta la quotidianità palestinese attraverso gli occhi di un bambino in Cisgiordania. Alla proiezione erano presenti gli eurodeputati del Movimento 5 stelle e anche organizzatori dell’evento, Danilo Della Valle e Valentina Palmisano. Con loro, oltre alla giornalista Giulia Innocenzi, distributrice della pellicola in Italia, anche il giornalista de Il Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani e il deputato Dario Carotenuto: entrambi hanno partecipato all’ultima missione della Global Sumud Flotilla raccontando gli abusi e le violenze dell’Idf, subite da tutti gli attivisti.

L’obiettivo del film all’Eurocamera era quello di denunciare “il silenzio delle istituzioni europee nei confronti del genocidio israeliano in Cisgiordania”. Un tema sostenuto da Il Fatto Quotidiano che già il 6 maggio ha realizzato in media partnership la proiezione del film in oltre 130 sale in tutta Italia. Nel cinema 4 Fontane di Roma ha presentato il film in sala la vicedirettrice de il Fatto Quotidiano Maddalena Oliva. Un grande successo nonostante l’iniziale timore di ripercussioni che aveva allontanato molti distributori internazionali. Grazie a Innocenzi e alla società di distribuzione “Moscalito Film”, la pellicola ha ottenuto uno straordinario riscontro: 40 mila spettatori in Italia e 30 mila in Israele.

Il lungometraggio racconta la storia di Khaled, bambino di 12 anni della Cisgiordania, a cui viene impedito di vedere il mare per la prima volta da parte dell’occupazione israeliana. Ha avuto enorme riconoscimento internazionale, come la candidatura agli Oscar 2026, nonostante i tentativi di ostacolarlo da parte del primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu. Per questo, sulla locandina del film si legge: “Il film che il governo israeliano non vuole che tu veda”. Anche Mantovani, parlando all’Eurocamera, ha riflettuto sulla deriva autoritaria di Tel Aviv, ricordando che il film prima del 7 ottobre era stato finanziato proprio dal Ministero della Cultura che poi lo ha censurato. “Abbiamo il dovere di dare voce al popolo palestinese a cui vengono negati persino i diritti più semplici”, ha proseguito Valentina Palmisano, a cui ha fatto eco il collega Della Valle. “La Commissione Ue adotta in maniera inequivocabile doppi standard e né Kallas né von der Leyen hanno avuto il coraggio di condannare le violazioni del diritto internazionale commesse da Israele”. Ha poi rincarato la dose Dario Carotenuto che ha parlato di “sudditanza politica” nei confronti di Tel Aviv.

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Epstein Files, Bill Gates ammette di fronte al Congresso: “Non avrei mai dovuto incontrarlo, ma non sono mai stato sulla sua isola”

Bill Gates di fronte ai membri del Congresso. Il fondatore di Microsoft è stato convocato in audizione a porte chiuse per riferire del suo rapporto col finanziere pedofilo Jeffrey Epstein anche dopo la condanna del 2008 per sfruttamento sessuale di minorenni. Nella sua dichiarazione introduttiva, si è augurato che la sua testimonianza possa diventare utile alla commissione di sorveglianza della Camera a fare giustizia per le vittime. E ha poi ammesso: “Non avrei mai dovuto incontrare Epstein“.

Su Gates non sono emersi elementi che possano ricollegarlo ai reati per i quali Epstein è stato condannato. L’imprenditore e filantropo ha già dichiarato di aver tenuto incontri col finanziere per raccogliere fondi per le sue iniziative benefiche, definendolo un uomo inaffidabile e vendicativo, ma di non essere mai stato ospite sull’isola dove si sono consumati gli abusi su vittime anche minorenni. “Alla luce di ciò che so oggi, capisco che se anche avesse procurato i donatori promessi alla Fondazione Gates questo non avrebbe giustificato il fatto di essere associati a lui”, ha dichiarato l’informatico. Ha raccontato che nel 2011 era stato presentato a Epstein che gli promise di potere raccogliere miliardi di dollari per le campagna per la salute globale della Fondazione Gates: “Mi ricordo che ero al corrente del fatto che avesse avuto problemi legali in precedenza, ma non avevo pienamente realizzato il tipo di crimini che aveva commesso e ho accettato che mi venisse presentato senza fare i controlli che avrei dovuto fare”, ha ammesso. Precisando però di “non aver mai assistito a comportamenti criminali di Epstein, né avuto alcun indizio che fosse coinvolto in attività illecite”. Il fondatore di Microsoft ha anche sottolineato di non essere mai stato sulla sua isola, nel suo ranch o nella sua villa in Florida: “Non ho mai vittimizzato nessuno. Sebbene lui abbia cercato di instaurare un rapporto personale, io non ne sono mai stato interessato né ho mai ricambiato tale interesse”.

Gates sostiene di aver avuto pessimi rapporti con Epstein e di essere anche stato vittima dei suoi ricatti: “Era venuto a conoscenza di informazioni sulla mia vita personale, compreso il fatto che ero stato infedele a mia moglie. Queste relazioni non hanno niente a che vedere con le mie interazioni con Epstein, ma sono state dolorose per la mia famiglia. Tentò di usare queste informazioni, insieme a molte bugie aggiunte, per riallacciare le interazioni dopo che si erano interrotte nel 2014″.

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Omer Bartov a La7: “A Gaza è genocidio, chi vede e non agisce ne è complice. Definire antisemitismo il rifiuto del sionismo è una sciocchezza”

“La mancata pubblicazione del mio libro in Israele? La dice lunga sulla mentalità del paese nel quale sono nato e cresciuto, un paese che non è disposto a sentirsi dire la verità su quello che sta accadendo al suo interno, il che ci porta al tema del genocidio a Gaza“. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo, su La7, da Omer Bartov, uno dei massimi storici contemporanei e accademico israelo-americano di fama mondiale per i suoi studi sull’Olocausto. Il suo ultimo libro, “Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele”, appena uscito per Laterza e già tradotto in decine di lingue, resta invisibile nelle librerie di Tel Aviv e Gerusalemme: nessuna casa editrice israeliana ha voluto pubblicarlo.
Bartov non nasconde il rammarico per questo silenzio editoriale, evidenziando come l’impossibilità di veder uscire il volume in ebraico sia sintomatica di una chiusura mentale preoccupante.

Alla conduttrice Lilli Gruber, che gli chiede perché a Gaza c’è un genocidio, Bartov ricorda che non è un’opinione, ma un crimine definito con precisione dalla Convenzione dell’Onu del 1948, firmata da Israele come dall’Italia, dalla Francia, dal Regno Unito e dagli Stati Uniti. Chi riconosce che sta avvenendo ha l’obbligo giuridico di agire; chi tace o nega diventa complice.
Tutti gli Stati firmatari che vedono un genocidio accadere – spiega lo storico – sono obbligati ad agire; se non lo fanno, diventano complici del suo svolgimento. Quando si identifica il genocidio, non si individua soltanto un particolare crimine, cioè il tentativo di distruggere un gruppo in parte o totalmente in quanto tale. Si sta anche dicendo che c’è un impegno da parte della Comunità internazionale, che si è raggiunto dopo i crimini dei nazisti e dopo l’Olocausto per impedire questi tentativi di distruggere gruppi e nazioni, interamente o parzialmente”.

L’analisi di Bartov si spinge oltre la cronaca militare, toccando la carne viva della struttura sociale israeliana. A differenza dei crimini di guerra, che possono essere circoscritti all’operato di un singolo generale o di un’unità, il genocidio è descritto come un vero e proprio “evento sociale” che chiama in causa l’intera popolazione. In un Paese caratterizzato dalla leva obbligatoria, dove i soldati sono i figli e le figlie di quasi ogni famiglia, l’attività bellica diventa un’esperienza collettiva inscindibile dall’identità nazionale.
Tutti fanno parte di questo evento – osserva lo storico – Quelli che lo compiono, quelli che lo negano e quelli che non fanno nulla a riguardo. Israele si trova oggi in una fase forte di profonda negazione“.
Con estrema lucidità, lo storico respinge infine l’accusa che equipara ogni critica al sionismo e a Israele a una forma di antisemitismo: “Francamente questa è una sciocchezza, non ha nulla a che vedere con l’atteggiamento verso gli ebrei, ma con il rifiuto di una specifica ideologia che non è più sostenibile”.

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Accoltellato un uomo a Belfast, accusato un rifugiato sudanese: proteste anti-migranti con bus e bidoni in fiamme

Bidoni della spazzatura in fiamme, così come macchine e autobus. Decine di manifestanti, nella serata del 9 giugno, hanno protestato in centro a Belfast contro i migranti, bloccando anche alcune vie, dopo l’accoltellamento brutale di un quarantenne attribuito a un rifugiato sudanese, ripreso in un video choc che ha fatto il giro dei media e dei social. La polizia dell’Irlanda del Nord (Psni) è intervenuta in forze per fermare le proteste violente alimentate dagli appelli diffusi online da gruppi di cosiddetti “patrioti” legati all’ultradestra: un post dell’estremista Tommy Robinson è stato rilanciato su X da Elon Musk, con tanto di messaggio per infiammare la tensione: “Solo protestando ripetutamente e a gran voce ci potrà essere un cambiamento!”.

Il fatto scatenante è stata l’incriminazione per tentato omicidio dell’aggressore trentenne, che aveva ottenuto l’asilo sotto il precedente governo conservatore dopo essere arrivato a Belfast via Dublino nel febbraio 2023. Si sono quindi rivelati inutili gli appelli alla calma lanciati dall’esecutivo laburista di Keir Starmer e dalle autorità locali.

La vittima è rimasta gravemente ferita con significative lesioni al volto, al collo e alla schiena nell’aggressione avvenuta ieri sera nella zona di Kinnaird Avenue, nel nord di Belfast. Nel filmato circolato online si vede l’assalitore immobilizzare il quarantenne a terra e colpirlo ripetutamente con un coltello, in quello che il Daily Telegraph ha definito come un presunto tentativo di decapitazione, prima che alcuni passanti intervenissero per fermarlo. Uno di questi si vede brandire un bastone da hurling, il tradizionale sport irlandese. La polizia ha dichiarato che nulla fa pensare a un attacco terroristico, mentre ha preso piede l’ipotesi di un raptus per il trentenne, che domani deve comparire davanti alla Belfast Magistrates’ Court. Sul fatto era intervenuto il premier Starmer, che aveva parlato di aggressione “ripugnante”, invocando la tolleranza zero per episodi di violenza come questi nelle strade del Regno Unito. Mentre il ministro per l’Irlanda del Nord, Hilary Benn, alla Camera dei Comuni aveva chiesto di evitare manifestazioni di protesta violente, per scongiurare ulteriori ripercussioni negative sulle comunità locali.

Fin da subito c’è stato uno scontro politico, con Nigel Farage, leader del trumpiano Reform Uk, che aveva alimentato le tensioni invocando di rivelare l’identità e lo status migratorio dell’aggressore, oltre a sostenere che “il pubblico deve conoscere la verità”, col suo partito arrivato a chiedere un bando all’ingresso per tutti i cittadini sudanesi senza distinzioni. Esattamente un anno fa c’erano stati altri disordini anti-migranti in Irlanda del Nord sfociati in una sorta di caccia ai romeni (oltre che in scontri con la polizia) sulla scia dell’arresto di due adolescenti di origine straniera accusati del tentato stupro di una ragazza. E di recente il Regno è stato scosso dalle tensioni e dagli scontri per il caso di Henry Nowak: il 18enne accoltellato a morte il 3 dicembre scorso in una strada di Southampton da un giovane britannico di radici indiane sikh, Vickrum Digwa, e ammanettato poi agonizzante dai primi due agenti intervenuti sul posto, lasciatisi inizialmente convincere dall’assassino che la vittima fosse un aggressore razzista. Cresce così il senso di insicurezza in tutto il Paese, col caso di Talay Riley, cantautore 35enne vincitore di un Grammy e autore di brani per star del calibro di Dua Lipa e Britney Spears, ucciso a coltellate nei giorni scorsi in un giardino di Londra.

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Sei Paesi annunciano nuove sanzioni contro chi sostiene le colonie israeliane: colpito anche il ministro Smotrich

Sei Paesi sono pronti a colpire nuovamente individui e organizzazioni che hanno a che fare con gli insediamenti israeliani illegali nei Territori Occupati. Regno Unito, Australia, Canada, Francia, Nuova Zelanda e Norvegia hanno annunciato un’azione sanzionatoria congiunta a causa del “livello record” raggiunto dall’espansione delle colonie e con l’aumento delle violenze contro la popolazione palestinese. E tra i nomi di coloro che subiranno le conseguenze di questa decisione figura anche il ministro estremista delle Finanze Bezalel Smotrich.

La mossa non ha lasciato indifferente il governo israeliano che con una nota del Ministero degli Esteri ha definito le misure “vergognose“, sostenendo che rappresentano un tentativo di imporre una posizione politica sul conflitto israelo-palestinese e sul diritto degli ebrei a vivere nella Terra d’Israele “mascherato da lotta alla violenza”. Il governo britannico, invece, sostiene che le misure
hanno l’obiettivo di interrompere i flussi finanziari che avrebbero consentito a gruppi di coloni estremisti di agire “nell’impunità”. Tra i colpiti figurano le organizzazioni The Farms Association, Ahavat Gilad, Artzenu e Shivat Zion Lerigvey Admata, oltre a diversi individui. “La violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti sono illegali e rappresentano una minaccia fondamentale alla soluzione dei due Stati e alla pace e sicurezza a lungo termine per palestinesi e israeliani”, ha dichiarato la ministra degli Esteri, Yvette Cooper. Londra ha anche esortato il governo israeliano a fermare l’espansione delle colonie, contrastare le violenze e perseguire i responsabili, avvertendo che potrebbero essere adottate ulteriori misure.

Sulle stesse posizioni anche la Francia. Il ministro degli Esteri, Jean-Noel Barrot, ha annunciato il divieto d’ingresso nel Paese per Smotrich, dichiarato persona non grata come quattro leader di organizzazioni di coloni e per 21 coloni definiti “violenti”. Tel Aviv ha accusato i governi coinvolti di alimentare l’antisemitismo attraverso politiche anti-israeliane e di ignorare, al contrario, quelle che considera le vere cause della violenza, citando in particolare il controverso sistema di sussidi dell’Autorità nazionale palestinese destinati a detenuti e familiari di persone coinvolte in attacchi contro Israele.

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Trecento migranti curdi sequestrati e torturati in Libia per mesi: “I miliziani minacciavano di asportarci i reni”. L’inchiesta della Bbc

Rapiti, torturati e minacciati di espianto forzato di organi. È quanto accaduto la scorsa estate a 300 migranti curdi diretti nel Regno Unito. Lo riporta la Bbc. I giovani, tutti provenienti dal Kurdistan iracheno, sono stati catturati in Libia da una milizia locale: gli aguzzini hanno chiesto alle famiglie un riscatto di 5mila dollari, minacciando di espiantare i reni dei prigionieri se il pagamento non fosse stato effettuato immediatamente. Il quotidiano britannico è riuscito a parlare con alcuni ex ostaggi riportando la loro testimonianza. Almeno uno di loro è morto e non è chiaro in quanti siano ancora prigionieri dei libici.

La Bbc riporta di aver visionato prove e fotografie che confermano l’accaduto. Le immagini suggeriscono che siano stati effettuati interventi chirurgici forzati sugli ex prigionieri, sui cui corpi sono ancora evidenti prove di torture. Oltre ai soprusi fisici, le vittime sono state tenute in uno stato di sovraffollamento, con quasi 180 persone che condividevano una sola cella in condizioni fatiscenti. Lo spazio era così angusto che tutti dovevano dormire seduti, avevano un unico bagno e chi ci metteva troppo tempo veniva picchiato. Il cibo consisteva in un solo pezzo di pane al giorno, hanno raccontato le famiglie degli ostaggi, ma solo dietro pagamento di un supplemento ai rapitori. Il quotidiano britannico ha parlato anche con alcuni degli ex ostaggi tornati a casa: un giovane ha spiegato di essere stato torturato con ustioni alla gamba, mentre un altro, di 16 anni, ha raccontato di “non aver visto il sole per sei mesi”.

L’obiettivo della milizia era guidare i migranti attraverso la Libia verso la costa del Mediterraneo: da lì poi sarebbero partiti alla volta dell’Europa. A quel punto però, è scoppiata una discussione sul pagamento dovuto all’organizzatore della tratta, loro connazionale, che Bbc identifica con il nome di Noah Aaron. L’uomo al momento sta scontando una condanna a 10 anni di carcere in Francia per riciclaggio di denaro e traffico di esseri umani. Aaron avrebbe lavorato in passato insieme a un altro trafficante, Kardo Jaf, arrestato il mese scorso. I due provengono dalla città di Ranya, nel Kurdistan iracheno, che il think tank britannico Chatham House definisce come una regione “piena di reti di contrabbando attive”. Bbc ha iniziato indagare sulla storia delle vittime a febbraio 2026, mentre stava facendo ricerche proprio su Jaf. A quel punto, un uomo li ha avvicinati, raccontando di essere il padre di uno dei giovani tenuti prigionieri. Come spiegato al quotidiano, i contrabbandieri di Aaron avevano chiesto migliaia di dollari per organizzare il viaggio verso il Regno Unito, ma, una volta arrivati in Libia nell’estate 2025, i migranti sono stati trattenuti. Il testimone ha detto di aver pagato il riscatto il figlio, che era uno dei 110 ostaggi rimpatriati a gennaio con un aereo organizzato dal governo iracheno. Dopo la testimonianza del padre della vittima, decine di altre persone si sono fatte avanti, mostrando foto scattate con i cellulari. Alcuni dei familiari hanno pagato il riscatto e alcuni sono stati liberati, ma le autorità curde sospettano che altri ostaggi possano aver pagato con i loro organi interni.

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Terremoto a Cuba, scossa di magnitudo 6,5 avvertita anche in Florida

Non solo blackout e cittadini ridotti alla fame, l’8 giugno Cuba è stata colpita anche da un terremoto di magnitudo 6,5 della scala Richter. L’epicentro è stato a largo della costa, a 100 chilometri da Mantova, nello Stato di Pinar del Río, a una profondità di 33 chilometri. La scossa è stata tale da essere avvertita anche in Florida e a l’Avana, capitale dell’isola. Non sono però stati segnalati feriti né danni materiali significativi.

Il terremoto è stato avvertito nella parte occidentale dell’isola intorno alle 14:00. Il giornale locale 14yMedio, segnala di aver registrato con nitidezza il sisma dal 14° piano di un edificio a Nuevo Vedado, nella capitale L’Avana, e che “il tremore è durato per oltre 30 secondi, con un movimento oscillatorio da est a ovest e da nord a sud”. Negli Stati Uniti, le autorità della contea di Miami-Dade hanno annunciato l’evacuazione di diversi edifici a scopo precauzionale, tra cui il principale edificio governativo della contea, un grattacielo di 28 piani nel centro di Miami. Le autorità hanno inoltre sospeso temporaneamente il servizio di due linee ferroviarie sopraelevate per pendolari che attraversano il centro cittadino.

William Barnhart, geofisico dell’USGS, ha definito il terremoto “estremamente raro”. Secondo l’esperto, si tratta del più forte terremoto mai registrato nel Golfo del Messico dall’epoca delle moderne rilevazioni strumentali, iniziate negli anni Cinquanta. “È uno dei soli cinque o sei terremoti di magnitudo pari o superiore a 5 di cui siamo a conoscenza in tutto il Golfo del Messico”, ha affermato. Secondo gli esperti, Cuba occidentale potrebbe registrare forti scosse di assestamento nei prossimi giorni, ma è improbabile che vengano avvertite in Florida. “Esiste sempre una probabilità molto, molto piccola che questo terremoto sia seguito da uno ancora più forte”, ha precisato Barnhart, “tuttavia, in Florida non ci si deve aspettare scosse significative, o addirittura alcuna scossa, a causa degli eventuali assestamenti“.

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Ben-Gvir indagato, la replica del ministro israeliano: “Non mi faccio intimorire. Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte”

Risponde dicendosi tranquillo e offendendo l’Italia, definita “non più il Paese dello stivale ma delle ciabatte”. Il ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, risponde dopo la pubblicazione dell’indagine a suo carico condotta dalla Procura di Roma dopo la diffusione dei video che lo vedono umiliare i membri della Flotilla fermati in acque internazionali nel tentativo di raggiungere Gaza. “Israele non è un sacco da boxe per una banda di sostenitori del terrorismo che inventano calunnie e menzogne contro i nostri combattenti”, ha affermato il ministro estremista in una nota.

Ben-Gvir ha dichiarato di non essere “intimorito da questo tipo di indagini” e ha assicurato che continuerà a sostenere pubblicamente le forze di sicurezza israeliane: “Continuerò a stare con orgoglio al fianco dei nostri combattenti”, ha precisato. E ha poi rilanciato passando all’attacco dell’Italia sul suo profilo X: “Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte“, ha scritto.

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Il caccia europeo franco-tedesco non verrà mai prodotto: progetto fallito a causa dello scontro tra Airbus e Dassault

Il fallimento era stato in qualche modo anticipato dalle indiscrezioni dei mesi scorsi. Oggi, ad ufficializzarlo ci hanno pensato fonti del governo tedesco: il progetto del caccia europeo costruito in partnership tra Francia e Germania attraverso i loro colossi dell’aviazione Airbus e Dassault è definitivamente fallito. L’aereo da combattimento Fcas (Future Combat Air System), quindi, non vedrà mai la luce. Rivelazioni giornalistiche sostenevano che il “tradimento” fosse opera di Friedrich Merz, più interessato al progetto curato da Italia, Regno Unito e Giappone (Global Combat Air Programme). Ed è proprio da Berlino che arriva l’annuncio della fine del progetto: “Il presidente Macron e il cancelliere federale sono giunti alla valutazione condivisa che le aziende coinvolte non siano riuscite a trovare un’intesa sulla costruzione di un caccia comune – spiegano fonti governative tedesche – Il cancelliere Merz ha quindi suggerito al presidente Macron di non proseguire nella costruzione di un aereo da combattimento comune”.

Il sistema d’armi era stato ideato per sostituire gradualmente i rispettivi caccia nazionali, oltre a quelli spagnoli, e vantava una tecnologia innovativa definita un ‘sistema di sistemi‘, dato che l’aereo pilotato avrebbe dovuto collaborare con sciami di droni e un cloud da combattimento. Un progetto da miliardi di euro che doveva entrare in funzione dagli anni Quaranta del 2000 e avrebbe avuto il merito di unificare i sistemi d’arma di tre fra i principali Paesi dell’Ue, ma che oggi deve essere considerato definitivamente abortito a causa di controversie durate anni su competenze, tecnologie e ripartizione degli appalti. L’unica eredità che questo progetto mai nato potrebbe lasciare è quella di un sistema comune europeo, con la rinuncia allo sviluppo franco-tedesco e la creazione esclusiva di un cloud militare europeo. Le fonti tedesche che hanno dato l’annuncio precisano non a caso che “questo rappresenta in qualche modo il sistema nervoso che mette in rete aerei, droni e altri componenti in un insieme integrato”.

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L’Ue avverte l’Albania sul progetto del maxi-resort di Kushner: “Preoccupante, astenetevi da azioni che impatterebbero sulla vostra adesione”

Gli affari dei Trump in Albania diventano motivo di scontro a distanza tra l’amministrazione americana e la Commissione europea. Il campo di battaglia è la piccola isola di Sazan, di fronte alle coste di Valona, dove il genero del tycoon, Jared Kushner, vuole costruire un mega-resort, con la popolazione albanese che da giorni scende in piazza a Tirana per protestare contro il progetto e chiedere al governo di fermarlo. Così, anche da Palazzo Berlaymont è stata espressa “preoccupazione“. Con un avvertimento esplicito al governo albanese: “Astenersi da azioni” che potrebbero avere un impatto sul percorso di adesione all’Ue.

Un tema sensibilissimo per Tirana quello tirato in ballo dalle istituzioni europee. L’Albania, così come il Montenegro e altri Paesi dei Balcani occidentali, sta cercando di completare le ultime fasi del processo di integrazione europeo che le permetterà di diventare uno Stato membro entro il 2028, come nei progetti di Bruxelles. Un passo falso del genere rischia, se non di compromettere, di ritardare gli ultimi step di un processo che dura da diversi anni. “Abbiamo già espresso al ministro dell’Ambiente le nostre preoccupazioni in merito alle potenziali carenze di questo progetto”, ha dichiarato un portavoce della Commissione, sottolineando l’impegno di Tirana a sospendere i lavori e a condurre “una valutazione di impatto ambientale completa per il progetto, in consultazione con la società civile”. Bruxelles ricorda anche che “il progetto è anche oggetto di indagini da parte della Spak (la procura speciale anti-corruzione, ndr) che, secondo quanto riferito, vanno oltre le preoccupazioni ambientali. Le nostre preoccupazioni non sono nuove. Come già affermato nella nostra ultima relazione sull’allargamento, la ripetuta proroga della legge sugli investimenti strategici continua a sollevare preoccupazioni circa i possibili impatti ambientali, in particolare nelle aree protette”.

L’esecutivo di Edi Rama, quindi, si trova di fronte a un bivio: garantire alla potente famiglia Trump di investire 4 miliardi di dollari nell’ennesima “riviera” fuori dai confini statunitensi o rimanere fedele ai dettami imposti dall’Ue. Il portavoce ha ribadito che Tirana è tenuta ad “allinearsi pienamente alla legislazione dell’Ue nel settore ambientale”, ad “abrogare le disposizioni incompatibili (promulgate tramite emendamenti alla legge sulle aree protette)”, a “porre fine alla legislazione del 2015 sugli investimenti strategici” e a “dimostrare la propria capacità di gestire i futuri siti Natura 2000, comprese le misure di conservazione che impediscono il deterioramento degli habitat e delle specie. L’Albania dovrebbe astenersi da azioni che potrebbero compromettere il raggiungimento dei parametri di riferimento per la chiusura del capitolo e ci si aspetta che le autorità albanesi agiscano senza indugio”.

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