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Mondiali, quando Infantino chiedeva di avere fiducia in Trump: “Tutti saranno i benvenuti negli Usa”. Ecco le sue promesse tradite

Adesso che i problemi sono esplosi, la FIFA alza le mani. Dopo il caso dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, respinto all’ingresso negli Stati Uniti nonostante fosse stato designato per il Mondiale, e dopo le difficoltà denunciate da giornalisti e tifosi provenienti da diversi Paesi, la linea ufficiale è diventata improvvisamente prudente: “La FIFA non è coinvolta nelle procedure di immigrazione del Paese ospitante”, ha dichiarato un portavoce della federazione internazionale. Una posizione che però smentisce seccamente anni di promesse e rassicurazioni firmate Gianni Infantino.

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La figuraccia di Infantino è stata smascherata da un durissimo articolo firmato da Adam Crafton su The Athletic. Il presidente della FIFA ha trascorso gli ultimi anni garantendo pubblicamente che i Mondiali del 2026 sarebbero stati aperti a tutti, minimizzando le preoccupazioni sui visti e sui possibili effetti delle politiche migratorie dell’amministrazione Trump. Già il 10 marzo 2025, in un’intervista al quotidiano spagnolo As, Infantino definiva il torneo una “festa” e lasciava intendere che le questioni legate ai visti sarebbero state risolte. Pochi mesi dopo, il 24 giugno 2025, di fronte alle crescenti preoccupazioni per il caso Iran, inserito tra i Paesi colpiti dalle restrizioni statunitensi, Infantino minimizzava il tutto, silenziando anche i timori emersi all’interno della FIFA.

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Il messaggio pubblico di Infantino non è mai cambiato. Il 31 agosto 2025, durante un incontro con i media africani a Nairobi, dichiarava: “Tutti saranno i benvenuti in Canada, Messico e Stati Uniti per la Coppa del Mondo FIFA del prossimo anno”. Nello stesso intervento assicurava che “questo processo sarà agevole e garantirà che coloro che si qualificheranno potranno venire con i loro tifosi”. Parole ribadite più volte. Sempre il 31 agosto, il numero uno della FIFA sosteneva che esistesse “l’impegno del governo degli Stati Uniti a garantire che il processo sia agevole, in modo che i tifosi di tutto il mondo siano i benvenuti”.

Anche il 17 novembre 2025, alla Casa Bianca, durante la presentazione del sistema FIFA PASS insieme a Donald Trump e al segretario di Stato Marco Rubio, Infantino parlava degli Stati Uniti come di un Paese pronto ad accogliere il mondo: “L’America dà il benvenuto al mondo. Abbiamo sempre detto che questa sarà la Coppa del Mondo più grande e inclusiva della storia”.

Eppure oggi la FIFA sostiene di non avere alcun ruolo nelle decisioni prese dalle autorità americane. La contraddizione appare ancora più evidente se si osserva il rapporto costruito da Infantino con Trump negli ultimi anni. The Athletic ricorda come il presidente della FIFA sia stato uno degli ospiti più assidui della Casa Bianca, abbia partecipato a eventi politici vicini al movimento MAGA, abbia aperto un ufficio FIFA nella Trump Tower di New York e abbia spesso esibito pubblicamente la propria vicinanza al presidente americano.

Una strategia che sembrava garantire alla FIFA un canale privilegiato con Washington. Oggi, però, quel rapporto speciale non sembra aver prodotto i risultati promessi. I problemi sui visti restano, le restrizioni colpiscono cittadini di Paesi qualificati ai Mondiali e perfino un arbitro FIFA è stato respinto alla frontiera.

Per anni Infantino ha chiesto al mondo di fidarsi delle sue rassicurazioni. Ora che emergono le conseguenze delle politiche migratorie statunitensi, la FIFA sostiene di non poter fare nulla. Ma sono proprio le dichiarazioni del suo presidente, pronunciate negli ultimi due anni, a dimostrare il suo fallimento.

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Mondiali al via, la Fifa si ritrova con oltre 180mila posti vuoti negli stadi: tra prezzi folli, polemiche e disinteresse

Tutti i timori relativi ai Mondiali americani si stanno trasformando tristemente in realtà. I visti negati per l’ingresso negli Stati Uniti, ai tifosi ma perfino a un arbitro. Le tensioni diplomatiche a livello mondiale. Gli scontri e la violenza in Messico. Ora anche lo spauracchio degli stadi semi-vuoti, a causa del folle prezzo dei biglietti che viene denunciato da mesi. Il calcio di inizio della Coppa del Mondo è ormai dietro l’angolo e la Fifa si ritrova a dover gestire migliaia di posti vuoti sugli spalti. Sono infatti oltre 180mila i biglietti finiti sul mercato della rivendita. I prezzi – riporta il Financial Times – si mantengono ancora elevati, anche se nell’ultimo mese sono scesi del 20%.

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Sul portale di rivendita della Fifa sono a disposizione 176mila biglietti per la fase a gironi iniziale della competizione. A questi si aggiungono 16mila biglietti per le partite dell’Iran che risultano invenduti, nonostante i prezzi ridotti. Teheran ha denunciato in tal senso che è stati privata della possibilità di gestire il proprio pacchetto di biglietti. Ma perfino gli Stati Uniti faticano a vendere i biglietti: sul portale di rivendita sono ancora disponibili 4.400 biglietti per la partita d’esordio della squadra contro il Paraguay. Nonostante i forti sconti, il prezzo medio dei biglietti offerti supera ancora gli 800 dollari. Il posto standard più economico disponibile sul mercato, invece, ha un prezzo di 138 dollari.

Oltre a quelli destinati alla rivendita, la Fifa continua a offrire circa 15.000 biglietti per le partite della fase a gironi. I biglietti popolari a 60 dollari, promessi da Gianni Infantino, non si sono praticamente mai visti, andati esauriti subito nella prima lotteria, al punto che qualcuno ha cominciato a dubitare che siano mai esistiti, o comunque su quanti ne siano stati messi realmente in vendita. La Fifa ha sbandierato oltre 500 milioni richieste di biglietti su quasi 7 milioni di posti disponibili, ma al momento rischi dei buchi enormi in molti stadi: evidente che la domanda spropositata ha interessato soprattutto le partite delle nazionali più attese e quelle ad eliminazione diretta, molto meno i match dei gironi con nazionali di secondo piano.

C’è anche la grana dei biglietti quindi a rovinare questa vigilia dei Mondiali, una delle più tristi di sempre. Allo Stadio Azteca domani si terrà la cerimonia di apertura con la partita MessicoSudafrica, preceduta da una cerimonia musicale, il tutto trasmesso in mondovisione. In Messico intanto ieri migliaia di manifestanti, che chiedevano aumenti salariali e l’abrogazione di una legge sulle pensioni, hanno bloccato brevemente l’ingresso principale dell’iconico stadio, che ospiterà la partita inaugurale per la terza volta dopo il 1970 e il 1986.

Da lunedì, le tensioni sono aumentate a causa della rigida politica statunitense in materia di immigrazione, mettendo in imbarazzo la Fifa e Infantino. L’episodio più eclatante riguarda l’arbitro somalo Omar Artan, respinto sabato dalla polizia di frontiera statunitense al suo arrivo a Miami, in Florida, da Istanbul. Non solo: nel contesto instabile della guerra scoppiata in Medio Oriente in seguito all’offensiva israelo-americana contro l’Iran del 28 febbraio, la nazionale iraniana continua la sua preparazione, seppur con difficoltà, nel suo campo base messicano a Tijuana. Tuttavia, a diverse persone che li accompagnano la Nazionale è stato negato il visto per gli Usa, tra cui il presidente della Federazione calcistica iraniana, Mehdi Taj. Inoltre, i tifosi potrebbero subire le conseguenze delle continue tensioni geopolitiche, poiché la Federazione calcistica iraniana ha accusato gli Stati Uniti di aver revocato l’assegnazione dei biglietti per i Mondiali, in violazione dei regolamenti Fifa che assegnano i biglietti a ciascuna nazione per le proprie partite.

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“Mi hanno interrogato per tutta la notte e poi messo in cella. I Mondiali erano il mio sogno”: il racconto dell’arbitro somalo Artan, sbattuto fuori dagli Usa

“Avevo i documenti giusti”. Omar Abdulkadir Artan racconta così, al telefono con il New York Times, la notte che ha cancellato il suo sogno mondiale. L’arbitro somalo, scelto per partecipare ai Mondiali di calcio di quest’estate, non potrà prendere parte al torneo dopo che gli è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti al suo arrivo a Miami, su un volo proveniente da Istanbul. La sua vicenda è diventata il simbolo dell’intolleranza che sta caratterizzando questi Mondiali, tra visti negati e perquisizioni alle Nazionali.

Artan ha spiegato di essere arrivato negli Usa convinto di avere tutto in ordine: “Avevo i documenti e tutto il resto in regola”. Secondo il suo racconto, una volta sbarcato è stato portato in una piccola stanza dell’aeroporto, dove gli agenti lo hanno interrogato per tutta la notte. Undici ore di domande, durante le quali gli sarebbe stato chiesto il motivo del viaggio negli Stati Uniti e anche della politica somala. L’arbitro ha detto di aver mostrato i documenti della Fifa e alcune foto della sua carriera da direttore di gara.

Il passaggio successivo è stato ancora più duro. Dopo l’interrogatorio, Artan ha riferito di essere stato trasferito in una cella di detenzione, dove è rimasto per altre ore, prima di essere imbarcato su un volo di ritorno verso Istanbul e poi rientrare a Mogadiscio. “Sono molto, molto deluso. Sono semplicemente un arbitro che cerca di vivere il suo sogno, il più grande sogno della mia vita, venire ai Mondiali”, ha detto al New York Times.

Artan sarebbe potuto diventare il primo arbitro somalo a dirigere una partita dei Mondiali. Nel 2025 era stato nominato miglior arbitro maschile dell’Africa ed era stato scelto dalla Confederazione Africana di Calcio per partecipare al torneo. Ma dopo il respingimento negli Stati Uniti, la Fifa se n’è lavata le mani e ha confermato che non prenderà parte alla competizione.

Il direttore di gara ha dichiarato di non essere stato informato del motivo preciso per cui gli è stato negato l’ingresso nel Paese. La spiegazione ufficiale fornita dalle autorità statunitensi resta generica. Un portavoce della dogana e della protezione delle frontiere aveva dichiarato alla CNN che Artan era stato sottoposto a un controllo aggiuntivo, una procedura definita di routine per verificare le informazioni o stabilire l’ammissibilità del viaggiatore. Al termine dell’ispezione, era stato ritenuto inammissibile “a causa di problemi di verifica”.

“Penso che abbiano un problema con il mio paese”, ha aggiunto Artan. La Somalia rientra infatti tra i Paesi colpiti dalle restrizioni di viaggio introdotte nell’ambito della stretta sull’immigrazione dell’amministrazione Trump. Il caso ha provocato la protesta del governo somalo, che ha chiesto spiegazioni agli Stati Uniti e alla Fifa. Che, da parte sua, ha dichiarato di non avere competenza diretta sulle procedure migratorie del Paese ospitante. “La FIFA non è coinvolta nei processi di immigrazione del Paese ospitante, comprese le procedure di rilascio dei visti, ed è stata informata dalle autorità che lo status del signor Artan non subirà modifiche al momento”, ha dichiarato un portavoce.

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Mondiali 2026, tutti i convocati e le formazioni tipo delle 48 Nazionali

Il conto alla rovescia verso il Mondiale 2026 è già iniziato. La rassegna iridata, che prende il via l’11 giugno con la sfida inaugurale tra Messico e Sudafrica, è la prima della storia a coinvolgere 48 squadre e a svilupparsi attraverso un format ampliato: dodici gironi da quattro formazioni, 104 partite complessive e una fase a eliminazione diretta che scatterà dai sedicesimi di finale. Un torneo senza precedenti, destinato a coinvolgere Usa, Canada e Messico per oltre un mese e a culminare con la finale in programma al MetLife Stadium di New York.

Tra conferme attese e decisioni sorprendenti, le convocazioni hanno acceso il dibattito in tutto il pianeta. L’Argentina campione del mondo riparte ancora dalla leadership del 39enne Lionel Messi, mentre il Portogallo punta sul talento e ancora sull’esperienza di Cristiano Ronaldo. Il Brasile si affida alla guida di Carlo Ancelotti e attende il ritorno di Neymar, la Francia presenta una rosa ricchissima di qualità e profondità, mentre la Spagna continua a puntare sulla nuova generazione guidata da Lamine Yamal. Non mancano, però, esclusioni eccellenti, giovani emergenti alla prima esperienza iridata e numerosi protagonisti provenienti dai principali campionati europei, compresa una nutrita rappresentanza della Serie A, con 66 convocati.

Di seguito l’elenco completo delle rose ufficiali delle 48 nazionali partecipanti, suddivise girone per girone, con tutti i convocati scelti dai commissari tecnici e le probabili formazioni che dovrebbero rappresentare il punto di partenza delle rispettive squadre nel torneo. Una guida utile per conoscere protagonisti, gerarchie e possibili schieramenti del Mondiale 2026.

Girone A – Rep. Ceca, Corea del Sud, Messico, Sudafrica
Girone B – Bosnia Erzegovina, Canada, Qatar, Svizzera
Girone C – Brasile, Haiti, Marocco, Scozia
Girone D – Australia, Paraguay, Stati Uniti, Turchia
Girone E – Costa D’Avorio, Curaçao, Ecuador, Germania
Girone F – Giappone, Olanda, Svezia, Tunisia
Girone G – Belgio, Egitto, Iran, Nuova Zelanda
Girone H – Arabia Saudita, Capo Verde, Spagna, Uruguay
Girone I – Francia, Iraq, Norvegia, Senegal
Girone J -Algeria, Argentina, Austria, Giordania
Girone K – Colombia, Portogallo, Congo, Uzbekistan
Girone L – Croazia, Ghana, Inghilterra, Panama

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“Tu avevi detto che non ci sarei mai riuscito”: la rivincita di Zverev, il primo dei perdenti ora è campione Slam. L’infortunio, il diabete e il tabù spezzato

Alexander Zverev ha aspettato una vita sportiva per questo momento. Domenica 7 giugno, sul Philippe Chatrier, il tedesco ha battuto Flavio Cobolli e conquistato il Roland Garros, il primo Slam della sua carriera. Un trionfo inseguito per anni, sfuggito più volte quando sembrava ormai a portata di mano e diventato un’ossessione. Per questo, appena alzata la Coppa dei Moschettieri, il numero 3 del mondo si è concesso una piccola rivincita pubblica nei confronti dell’ex tennista Sam Querrey, che in passato aveva dubitato della sua capacità di vincere uno Slam. “Prima di tutto sono molto felice di stringere questo trofeo tra le mani, perché tu avevi detto che non ci sarei mai riuscito. Quindi grazie mille per la fiducia”, ha detto il tedesco in collegamento con TNT Sports.

Poi il racconto dell’istante decisivo: “Ho guardato il mio angolo e ho visto tutti con le braccia alzate al cielo. E in quel momento ho capito: ‘È finita. Ho vinto. Sono un campione Slam‘. Sì, ho provato un enorme sollievo. È stato un insieme di emozioni che mi hanno travolto tutte nello stesso istante”. Dietro quel sollievo ci sono finali perse, un grave infortunio, una malattia cronica affrontata fin dall’infanzia, le aspettative di un’intera generazione e le ombre che negli ultimi anni hanno accompagnato la sua carriera. Troppo forte per essere considerato un fallimento, troppo incompleto per essere considerato un dominatore. Fino a ieri era questa la definizione di Alexander Zverev. Oggi non più. Dopo anni di sconfitte, rimpianti e occasioni mancate, il primo dei perdenti è finalmente diventato un campione Slam.

Il suo tabù Slam rotto

Per anni Zverev è stato il simbolo del talento incompiuto. Considerato l’erede naturale dei Big Three, aveva conquistato Atp Finals, Masters 1000 e l’oro olimpico di Tokyo, ma negli Slam si fermava sempre sul più bello. Le ferite più profonde portano i nomi di Dominic Thiem agli Us Open 2020, Carlos Alcaraz al Roland Garros 2024 e Jannik Sinner agli Australian Open 2025. Tre finali, tre sconfitte. Fino a Parigi 2026, dove ha finalmente spezzato il tabù che lo inseguiva da una carriera.

L’infortunio alla caviglia

Il Roland Garros è stato anche il luogo della sua caduta. Il 3 giugno 2022, nella semifinale contro Rafael Nadal, Zverev si procurò una gravissima lesione alla caviglia dopo oltre tre ore di battaglia. Tre legamenti compromessi, stagione finita e un lungo percorso di ricostruzione fisica e mentale. Per anni quel campo è rimasto il simbolo di ciò che il destino gli aveva tolto. Vincere proprio a Parigi ha dato al successo un significato ancora più profondo: chiudere un conto rimasto aperto per quattro anni.

La lotta contro il diabete

C’è poi una battaglia che Zverev combatte da quando aveva appena quattro anni. Convive infatti con il diabete di tipo 1, la forma più severa della malattia. Durante la finale contro Cobolli le telecamere lo hanno ripreso mentre si somministrava un’iniezione di insulina nel cambio di campo, un gesto che accompagna da sempre la sua quotidianità. Per oltre vent’anni ha tenuto nascosta questa condizione, temendo che diventasse un’etichetta. Solo nel 2022 ha deciso di parlarne pubblicamente e di fondare la Alexander Zverev Foundation. “Voglio incoraggiare i bambini con il diabete a non rinunciare mai ai loro sogni, qualunque cosa gli altri dicano. Voglio dimostrare che con questa malattia si può arrivare molto lontano“.

La rivincita della “generazione perduta”

La vittoria di Parigi è anche quella di una generazione intera. Zverev è diventato il portabandiera dei tennisti nati negli anni Novanta, schiacciati prima dal dominio di Federer, Nadal e Djokovic e poi dall’esplosione di Sinner e Alcaraz. Una generazione ribattezzata “perduta”, capace di raccogliere appena due Slam prima di questo Roland Garros, grazie a Medvedev e Thiem. Per anni Sascha è stato il migliore tra quelli rimasti a guardare. Adesso è riuscito a sfondare definitivamente quel muro.

La famiglia

Accanto a lui, in ogni passaggio della carriera, c’è sempre stata la famiglia. I genitori Alexander Senior e Irina, ex tennisti professionisti emigrati dalla Russia alla Germania dopo la caduta dell’Urss, e il fratello maggiore Misha. Molti allenatori di prestigio hanno provato a entrare nel suo entourage, da Ivan Lendl a Juan Carlos Ferrero, passando per David Ferrer. Nessuno è rimasto a lungo. Alla fine il centro del progetto è sempre tornato a essere quel nucleo familiare che ha accompagnato Zverev fin dai primi colpi dati a una racchetta.

L’ombra delle violenze

Il trionfo di Parigi non cancella però le zone grigie della sua storia. Negli ultimi anni Zverev è stato accusato di violenza domestica da due ex compagne. L’Atp ha condotto un’indagine indipendente senza trovare elementi sufficienti per procedere. In Germania, invece, una delle vicende si è conclusa attraverso un accordo stragiudiziale. Il tedesco ha sempre respinto ogni accusa. Una questione che continua a seguirlo e che resta parte integrante del racconto della sua carriera.

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F1 a Monaco, MotoGP in Ungheria: tutti gli orari del weekend dei motori | Dove vedere qualifiche e gare in tv

Un fine settimana da non perdere per gli appassionati dei motori. Nel weekend del 6 e 7 giugno si accendono contemporaneamente i riflettori su Formula 1 e MotoGP, con due appuntamenti molto diversi ma ugualmente attesi. Da una parte il fascino senza tempo del Gran Premio di Monaco, tra le strade del Principato, uno degli eventi più iconici del calendario iridato di F1. Dall’altra il Motomondiale che fa tappa sul circuito di Balaton Park per il Gran Premio d’Ungheria.

Il minimo comun denominatore è l’attesa per i piloti italiani. Andrea Kimi Antonelli, leader della classifica di F1, deve respingere l’assalto dei rivali. Tra cui potrebbe inserirsi Charles Leclerc, che dopo il prolungamento con Ferrari sogna l’impresa nel Gp di casa. In testa alla MotoGp c’è invece Marco Bezzecchi, trionfatore al Mugello e pronto a cercare un altro trionfo in Ungheria in sella alla sua amata Aprilia. Ma le Ducati sono in crescita, con Fabio Di Giannantonio e anche con Pecco Bagnaia.

F1 GP Monaco, dove vederlo in tv e streaming

Il Gran Premio di Monaco, in programma sul circuito cittadino di Montecarlo domenica 7 giugno, verrà trasmesso in diretta da Sky su Sky Sport F1 (canale 207, anche in mobilità su SkyGo) e in streaming su Now. Motori accesi nel weekend pure sul canale del digitale terrestre TV8, con le qualifiche di sabato e la gara di domenica (quest’ultima alle ore 18:30) che andranno in onda in chiaro in differita, sempre al tasto 8 del telecomando.

F1 GP Monaco: la programmazione tv

Di seguito gli orari tv del Gran Premio di Monaco 2026 da Montecarlo, con la programmazione televisiva completa.

Sky Sport F1, canale 207 (in mobilità con SkyGo) e in streaming su NOW – Diretta

Sabato 6 giugno 2026

  • 12:30-13:30 – F1 Prove Libere 3
  • 16:00-17:00 – F1 Qualifiche

Domenica 7 giugno 2026

  • 15:00 – F1 Gara (78 giri)

TV8 (in chiaro e in differita)

Sabato 6 giugno 2026

  • 19:00 – F1 Qualifiche (differita)

Domenica 7 giugno 2026

  • 18:30 – F1 Gara (78 giri, differita)

MotoGP GP Ungheria, dove vederlo in tv e streaming

Il Grand Prix d’Ungheria, in programma da venerdì 5 a domenica 7 giugno 2026 sul circuito di Balaton Park, verrà trasmesso in diretta integrale da Sky su Sky Sport MotoGP (canale 208, anche in mobilità su SkyGo) e in streaming su Now. Su TV8 live in chiaro a partire da sabato mattina, con le qualifiche e la gara Sprint delle ore 15. Al tasto 8 del telecomando la programmazione proseguirà nella giornata di domenica, con la trasmissione in differita delle gare di Moto3, Moto2 e MotoGP.

MotoGP GP Ungheria: la programmazione tv

Di seguito gli orari del Gran Premio d’Ungheria da Balaton Park, con la programmazione televisiva completa.

Sky Sport MotoGP (canale 208), Now e SkyGo – Diretta

Sabato 6 giugno 2026

  • 08:40-09:10 – Moto3 Prove Libere 2
  • 09:25-09:55 – Moto2 Prove Libere 2
  • 10:10-10:40 – MotoGP Prove Libere 2
  • 10:50-11:05 – MotoGP Qualifiche Q1
  • 11:15-11:30 – MotoGP Qualifiche Q2
  • 12:45-13:00 – Moto3 Qualifiche Q1
  • 13:10-13:25 – Moto3 Qualifiche Q2
  • 13:40-13:55 – Moto2 Qualifiche Q1
  • 14:05-14:20 – Moto2 Qualifiche Q2
  • 15:00 – MotoGP Sprint (13 giri)

Domenica 7 giugno 2026

  • 09:40-09:50 – MotoGP Warm Up
  • 11:00 – Moto3 Gara (20 giri)
  • 12:15 – Moto2 Gara (22 giri)
  • 14:00 – MotoGP Gara (26 giri)

TV8 (in chiaro, tra diretta e differita)

Sabato 6 giugno 2026

  • 10:50-11:05 – MotoGP Qualifiche Q1 (diretta)
  • 11:15-11:30 – MotoGP Qualifiche Q2 (diretta)
  • 12:45-13:00 – Moto3 Qualifiche Q1 (diretta)
  • 13:10-13:25 – Moto3 Qualifiche Q2 (diretta)
  • 13:40-13:55 – Moto2 Qualifiche Q1 (diretta)
  • 14:05-14:20 – Moto2 Qualifiche Q2 (diretta)
  • 15:00 – MotoGP Sprint (13 giri, diretta)

Domenica 7 giugno 2026

  • 13:00 – Moto3 Gara (differita)
  • 14:15 – Moto2 Gara (differita)
  • 16:00 – MotoGP Gara (differita)

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Cobolli e Arnaldi, nemiciamici fin da bambini: “Lui era un anno più piccolo, la prima partita l’ho vinta io”. I due papà: “Sono dei bravi ragazzi, godiamoceli”

Oggi sul Philippe Chatrier non andrà in scena soltanto una semifinale del Roland Garros. Sarà soprattutto una storia fatta di amicizia, sacrifici e sogni condivisi. Flavio Cobolli e Matteo Arnaldi si conoscono da quando erano bambini, si allenano insieme, si frequentano fuori dal campo e da anni si affrontano in tornei giovanili, Challenger e poi circuito maggiore. Per raccontare la prima semifinale tutta italiana della storia in uno Slam, forse bisogna partire da una storia che molti hanno visto proprio da piccoli. Quella di Red e Toby, amici destinati però a diventare rivali in un celebre film Disney. Così diversi, eppure legati, eppure destinati a scontrarsi: Cobolli e Arnaldi non sono una volpe e un cane da caccia, naturalmente, ma adesso si ritrovano uno di fronte all’altro per un posto nella finale di Parigi. Pronti a darsi battaglia, perché nessuno vuole rinunciare a quel sogno.

Da avversari Under 13 al palcoscenico più grande

Arnaldi ricorda perfettamente l’inizio di tutto. “Giochiamo uno contro l’altro da quando avevamo undici o dodici anni. Ci conosciamo molto bene”. La prima sfida, racconta il ligure, arrivò ai Campionati Italiani Under 13 o Under 14: “Lui era un anno più piccolo di me e quella partita l’ho vinta io. È stata una delle prime volte che ci siamo conosciuti davvero bene”. Da allora le loro strade hanno continuato a incrociarsi. “Abbiamo una bella rivalità in campo. Fin da quando eravamo piccoli abbiamo giocato tante battaglie, spesso molto combattute. Fuori dal campo invece siamo amici. Ci alleniamo spesso insieme e passiamo molto tempo insieme”. Un rapporto speciale che oggi si trasferisce sul campo più importante del mondo della terra battuta. “Spero che venga fuori una bella battaglia, ma allo stesso tempo una bella partita da vedere e da godersi anche per noi che saremo in campo”.

Due caratteri diversi, lo stesso sogno

Alla vigilia entrambi hanno cercato di vivere una giornata normale. Allenamento, palestra, fisioterapia e cena con le persone più vicine. Un modo per allontanare la pressione di un appuntamento storico. Cobolli ha scelto la filosofia che lo accompagna fin da bambino: “Giocherò la mia prima semifinale in uno Slam. È un sogno che si realizza, ma penso di non essermi mai messo pressione da solo. Mi piace vivere il momento come quando ero bambino, con grande passione e con un grande sorriso“. Poi un pensiero che va oltre il risultato: “Dobbiamo essere felici per il tennis italiano e goderci il momento”. Anche Arnaldi fatica ancora a rendersi conto di ciò che sta accadendo: “Ancora non ho realizzato bene che io e Flavio siamo in semifinale, però sono contento. Non vedo l’ora di scendere in campo“.

L’orgoglio dei padri: “Due bravi ragazzi”

Dietro questa semifinale ci sono anni di viaggi, sacrifici e sostegno familiare. Storie raccolte oggi da Repubblica. Fabrizio Arnaldi ricorda il figlio adolescente, “più piccolo e magrolino dei coetanei”, ma già dotato di una grinta speciale. E spiega: “Io sono sempre stato un grande agonista. La testardaggine invece l’ha presa da sua madre, Silvia”. Poi ricorda l’amicizia del suo Matteo con Flavio: “Erano sempre allegri, più o meno tutti della stessa età: chi avrebbe mai potuto immaginare che sarebbero diventati i padroni di questo sport?”. Stefano Cobolli conferma : “Mi colpisce la loro fratellanza: stanno insieme, scherzano. Sono davvero amici“, racconta il padre del romano. E aggiunge: “Sono più contento dell’uomo che del giocatore. La sua generosità, il suo sorriso mi rendono orgoglioso. Lo stesso vale per Matteo. Due bravi ragazzi. Godiamoceli”.

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Tutti gli infortuni di Matteo Berrettini: vittorie e drammi, le tappe di una carriera tormentata

Qualche anno prima dei trionfi di Jannik Sinner e dell’esplosione definitiva del tennis italiano, c’era il sogno di Matteo Berrettini. La sua finale a Wimbledon nel 2021 resterà per sempre il primo capitolo dell’epoca d’oro della racchetta azzurra. Quel tennista romano, esploso un po’ tardivamente (nel 2021 aveva “già” 25 anni) era così diverso dal prototipo del tennista italiano: alto, potente, forte soprattutto sull’erba. Capace di soffrire, di rimontare e gioire. È entrato così subito nel cuore di tutti gli appassionati. Che oggi si chiedono cosa sarebbe stato Berrettini senza tutti gli infortuni che hanno martoriato la sua carriera. Da quel Wimbledon ad oggi sono arrivati tanti altri trionfi: dai successi al Queen’s fino alle due Coppa Davis vinte nel 2024 e nel 2025, sempre da protagonista prima con Sinner e poi con l’amico Flavio Cobolli. Ma sono arrivati anche tantissimi traumi: stop dolorosi e faticose risalite. Il vero tallone d’Achille del fisico di Berrettini è la fragilità della catena addominale-obliqua, già emersa nel 2021 e poi tornata più volte negli anni successivi. A questa si sono aggiunti due stop strutturali pesanti: l’operazione alla mano destra nel 2022 e la rottura del legamento della caviglia destra allo US Open 2023. Fino all’ultimo exploit in questo Roland Garros, interrotto nuovamente da un problema fisico, questa volta all’anca. Ecco tutti gli infortuni che hanno tormentato la carriera del campione romano.

Luglio 2019 – La caviglia

Nei primi anni di carriera ad alto livello di Berrettini emergono spesso dei problemi alla caviglia. Il più grave nel luglio 2019, quando dopo Wimbledon rinuncia a Gstaad, dove era campione in carica, e poi anche a Montréal. Rientra a Cincinnati ad agosto dopo circa 3 settimane. Poco dopo raggiunge la sua prima semifinale Slam agli Us Open.

Febbraio 2021 – Il primo problema agli addominali

Durante il terzo turno degli Australian Open vinto con Karen Khachanov, Berrettini accusa uno stiramento addominale. Due giorni dopo deve dare forfait prima degli ottavi contro Stefanos Tsitsipas. Rientra a Montecarlo ad aprile: purtroppo quel primo infortunio sarà l’inizio di un dramma sportivo che lo perseguiterà negli anni a venire. Per fortuna non in quell’estate del 2021, quando Berrettini arriva fino alla finale a Wimbledon, persa contro Novak Djokovic.

Novembre 2021 – Le lacrime alle Atp Finals

ATP Finals, Torino: per la prima volta c’è in campo un italiano, è Matteo Berrettini. Contro Alexander Zverev si ferma in lacrime per un nuovo problema addominale nella zona sinistra. È costretto a rinunciare al torneo, sostituito da Jannik Sinner. Torna ad allenarsi a dicembre e punta all’Australian Open: ci mette circa due mesi per tornare in forma, ma a Melbourne raggiunge subito la semifinale, sconfitto da Rafa Nadal.

Marzo 2022 – L’infortunio alla mano destra

Neanche il tempo di riprendersi dal secondo infortunio agli addominali che arriva un’altra brutta notizia: Berrettini rinuncia a Miami per un problema alla mano destra, deve sottoporsi a un intervento. Salta Montecarlo, Madrid, Roma e Roland Garros. Rientra a Stoccarda l’8 giugno 2022 e vince il torneo, dopo quasi tre mesi di stop.

Giugno 2022 – La beffa del Covid

Per Berrettini arriva subito dopo un’altra botta psicologica durissima. È appena rientrato, ha vinto Stoccarda e il Queen’s: è già uno dei favoriti per Wimbledon. Ma è costretto a rinunciare al torneo sull’erba londinese perché prima dell’esordio risulta positivo al Covid. Una beffa enorme.

Marzo 2023 – Polpaccio destro

È un periodo difficile. Berrettini si ritira contro Holger Rune nei quarti ad Acapulco, dopo aver mostrato un evidente problema al polpaccio destro. Rientra a Indian Wells pochi giorni dopo: circa una settimana.

Aprile 2023 – Di nuovo gli addominali

Dopo aver battuto Francisco Cerundolo a Montecarlo, Berrettini rinuncia al match successivo con Holger Rune. Ha subito una lesione muscolare di secondo grado all’obliquo interno della fascia addominale. Salta di nuovo Madrid, Roma e Roland Garros. Rientra di nuovo sull’erba, a Stoccarda, dopo due mesi di stop.

Settembre 2023 – Il crac alla caviglia

Berrettini sta provando faticosamente a risalire in classifica, a ritrovare fiducia e condizione. Comincia gli Us Open molto carico, ma arriva un altro trauma: cade durante il match di secondo turno contro Arthur Rinderknech e si ritira. Il verdetto è durissimo: rottura di un legamento della caviglia destra. Chiude il 2023 in anticipo e non gioca più per diversi mesi,

Gennaio 2024 – Ci si mette anche il piede

Il rientro effettivo avviene a Phoenix nel marzo 2024, anche perché nel frattempo subentra un problema al piede alla vigilia degli Australian Open: Berrettini si ritira prima dell’esordio con Stefanos Tsitsipas. Rientra a Phoenix a marzo, raggiungendo la finale. Salterà comunque gran parte della stagione sulla terra rossa per una tonsillite e per una condizione ancora precaria.

Settembre 2024 – Il solito problema

A Tokyo Berrettini accusa il solito problema agli addominali: contro Arthur Fils vince il primo set, chiede il medical time-out e si ritira all’inizio del secondo. Torna nel circuito europeo indoor a ottobre, dopo circa un mese di stop. In tempo per ritrovare la condizioni e guadagnarsi la convocazione in Coppa Davis: vince l’Insalatiera a Malaga in coppia con Jannik Sinner.

Aprile-maggio 2025 – L’incubo addominali

L’incubo addominali torna nella primavera del 2025. A Madrid Berrettini si ferma contro Jack Draper per un fastidio, a Roma si ritira contro Casper Ruud per un problema all’obliquo destro. Poi rinuncia al Roland Garros. Rientra a Wimbledon, ma dopo il primo turno non gioca più fino all’autunno e salta anche lo US Open. Rientra a Hangzhou a settembre 2025. Si prepara di nuovo per la Coppa Davis, vinta ancora da protagonista insieme a Cobolli nella bolgia di Bologna.

Gennaio 2026 – Il déjà vu

Australian Open, Berrettini dà forfait prima del primo turno con Alex de Minaur per un nuovo fastidio agli obliqui, spiegando di non sentirsi in grado di reggere un match al meglio dei cinque set. Questa volta si ferma prima che la situazione possa costringerlo a fermarsi per diversi mesi.

Giugno 2026 – L’ultimo dramma

Berrettini sembra rinascere al Roland Garros: vince anche un match al quinto set (contro Comesana) e torna ai quarti di uno Slam, come non gli capitava dagli Us Open 2022. Poi il nuovo dramma: è costretto al ritiro nel secondo set contro Arnaldi. In conferenza indicato l’anca come zona del problema, dicendo di non sapere ancora l’esatta diagnosi e di attendere gli esami. I tempi di recupero non sono ancora noti: la grande speranza è che possa esserci a Wimbledon. Soprattutto, che i suoi tormenti possano dargli finalmente una tregua.

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“Questa volta è l’anca. Il dolore è forte e non so quanto starò fermo. Sono stanco di ritirarmi”: Berrettini spiega il suo infortunio

“È l’anca, spero che le radiografie mi diranno cosa è stato”. Un nuovo dolore, l’ennesimo infortunio. Questa volta è l’anca a distruggere i sogni di gloria di Matteo Berrettini. Il 30enne romano si è dovuto fermare ancora una volta, durante il secondo set dei quarti di finale del Roland Garros. Niente possibilità di sfidare Flavio Cobolli: a giocarsi la possibilità di accedere alla finale di Parigi sarà Matteo Arnaldi. Il sanremese aveva vinto il primo set, stava giocando bene, ma per Berrettini il rammarico più grande è non aver avuto la chance di lottare, di provarci. È successo di nuovo. E questo stop lo costringe a dover provare a ripartire di nuovo, sperando di essere pronto per giocare a Wimbledon tra meno di un mese.

Le parole di Berrettini dopo il ritiro sono un manifesto della sua tristezza: “Sono stanco di ritirarmi, non volevo finire così”. È una sensazione che ormai lo sta perseguitando: “Perdere o vincere ovviamente era importante, ma è una sensazione diversa quando vai a casa e pensi solo a cosa avresti potuto fare meglio se hai perso la partita in questo modo. Mi sono sentito e mi sento come se mi fosse stata tolta la possibilità di esprimermi fino all’ultimo punto, di provarci, ed è un po’ quello che è successo negli ultimi anni“, spiega il tennista romano.

Come si è fatto male: “Nel primo set ho iniziato a sentire qualcosa”

Il dolore non è arrivato all’improvviso, ma è diventato troppo forte per continuare a giocare: “A metà del primo set ho iniziato a sentire qualcosa mentre servivo, ma non ci ho dato molto peso. Sono solo andato avanti e ho cercato di fare del mio meglio. Poi più giocavo, più servivo, più colpivo di dritto e peggio mi sentivo e ho chiamato in campo il team medico e mi hanno detto che l’area era molto infiammata e molto dolorante“. Berrettini ha provato comunque a giocare, poi ha capito che sarebbe stato un errore: “Il dolore era troppo e spero di non aver fatto nessun danno serio. Vedremo cosa è stato, spero nulla di brutto. Sono deluso, ma giocando avrei potuto fare peggio e recuperare sarebbe stato più lungo”.

I dubbi: “Il dolore è forte e non so quanto starò fermo”

Oltre alla delusione per come è finita la sua avventura a Parigi, c’è anche il timore che l’infortunio possa essere grave: “È l’anca, spero che le radiografie mi diranno cosa è stato. Non ho mai sofferto qui, avevo sofferto un dolore diverso all’anca destra. Non avrei voluto ritirarmi, non vorrei mai, è la peggior sensazione possibile. Ma non è l’ultimo torneo che gioco, devo pensare al mio futuro e alla mia ripresa”. Berrettini sa di essere in un terreno inesplorato: “Questa zona non la conosco, il dolore è forte e non so quanto starò fermo, farò decidere ai dottori. Nella mia testa c’era il pensiero di non star fermo tre mesi. Speriamo di rivederci a Wimbledon”.

Il futuro: “Questa è la mentalità che devo avere”

Perché Berrettini vuole comunque andare avanti, superare anche questa nuova sfida. Le sue prestazioni a Parigi hanno dimostrato il suo reale valore e lo hanno riportato in top 50: da lunedì sarà alla posizione 48 del ranking Atp, prima di iniziare il Roland Garros era fuori dalla top 100: “Devo prendere le cose buone che ho fatto in questo torneo perché poche settimane fa e pochi giorni fa sarebbe stato pazzesco pensare a me nei quarti di finale e quindi cercherò di tornare a casa con il sorriso sulle labbra. Sarà dura, ma questa è la mentalità che mi piace avere, è così che mi piace affrontare queste due settimane. E ovviamente, sono deluso. Sono triste, ma sono anche orgoglioso del modo in cui ho lottato in questo torneo”.

Il finale è anche un esempio di grande sportività nei confronti di Arnaldi: “Dobbiamo dare a Matteo il rispetto che merita perché per batterlo stasera dovevo essere al 100%“.

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“Sono andato in bagno a riflettere e ho capito che era la chance della mia vita”: Cobolli racconta la sua impresa

Flavio Cobolli non si ferma più. Il tennista romano conquista la semifinale del Roland Garros battendo Felix Auger-Aliassime in quattro set, 4-6, 6-4, 6-4, 6-4, al termine di una prova di maturità che conferma la sua crescita vertiginosa. Per la prima volta in carriera approda tra i migliori quattro di uno Slam e lo fa dopo aver ribaltato una partita complicata, iniziata in condizioni difficili per il vento e contro un avversario che, almeno sulla carta, partiva favorito. Al termine dell’incontro Cobolli ha raccontato le sue sensazioni, già proiettato verso una semifinale che sarà certamente a tinte azzurre.

Cobolli: “Ho pensato che era la chance della mia vita”

Dopo la vittoria, l’azzurro ha spiegato il momento chiave della sua partita: “Oggi sono state due partite diverse. Nel primo set c’era tanto vento ed era difficile giocare. Sono andato in bagno a riflettere, per provare a cambiare qualcosa. Dovevo lottare, ho pensato che era la chance della mia vita“. Una riflessione che ha prodotto l’effetto sperato. Dopo un primo set condizionato dal nervosismo e dalle difficili condizioni atmosferiche, Cobolli ha cambiato marcia, trovando progressivamente il suo miglior tennis. “Ce l’ho fatta, sono felice. Il vento? Non ho cambiato la tensione delle racchette, da due settimane è la stessa. Sono superstizioso“, ha aggiunto sorridendo.

Il capolavoro di Parigi

La vittoria contro Auger-Aliassime è stata probabilmente la migliore dimostrazione della maturazione raggiunta dal romano. Cobolli ha interpretato il match come un veterano, adattandosi alle diverse situazioni tattiche e gestendo con lucidità i momenti decisivi. Dopo aver sofferto nel primo set, soprattutto dal punto di vista emotivo, ha reagito quando si è trovato sotto anche nel secondo parziale. Da lì in poi ha alzato il livello, vincendo gran parte dei punti pesanti e mostrando una capacità sempre più evidente di scegliere quando forzare e quando invece conservare energie e concentrazione. È stato cinico, paziente e spietato. Qualità che stanno accompagnando la sua costante ascesa. Da lunedì entrerà tra i primi dieci giocatori del mondo, salvo un’eventuale vittoria finale di Jakub Mensik. Un altro traguardo in una stagione che continua a regalargli soddisfazioni.

Ora la semifinale: ci sarà un altro italiano

In semifinale Cobolli troverà sicuramente un connazionale, visto che dall’altra parte del suo lato di tabellone si affrontano Matteo Berrettini e Matteo Arnaldi. Un dettaglio che rende ancora più speciale il momento del tennis italiano. “Cosa farò stasera? La solita routine. Andrò a cena con i miei amici, poi a letto. So che ci sarà un Matteo in semifinale con me. Sono due ottimi amici, faccio un grande in bocca al lupo a entrambi. È la migliore settimana della mia vita. Manca qualcosa, dovrò lottare ancora“, ha concluso Cobolli. E in effetti qualcosa manca ancora. Ma a Parigi, dopo questo ennesimo capolavoro, qualcuno dovrà trovare il modo di fermarlo. Finora sono riusciti giusto a rubargli due set.

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