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Dimite el interventor general de la Junta de Andalucía tras aparecer en los papeles de Leire Díez

La entrada de Miguel Ángel Figueroa en la dirección Intervención General de la Junta de Andalucía estuvo rodeada de polémica y también lo está su salida. El interventor general, que llegó tras el cese repentino de su predecesora, ha dimitido de su cargo este lunes tras conocerse que su nombre aparecía en los papeles de Leire Díez, la fontanera del PSOE, por su responsabilidad en la SEPI en la etapa de Vicente Fernández.

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La Comunidad de Madrid exigirá desde el lunes el empadronamiento para solicitar el abono transportes

Novedades relevantes en torno al abono transporte en la Comunidad de Madrid. A partir del próximo lunes, la Tarjeta de Transporte Público Personal, el título que, con distintas categorías y tarifas, permite desplazarse en los autobuses urbanos e interurbanos de la región, así como en el Metro y en la red de Cercanías solo se expedirá a personas empadronadas en municipios madrileños o en algunas de las localidades de provincias limítrofes con las que hay convenios para su uso. Así se desprende de una disposición publicada hoy en el Boletín Oficial de la Comunidad de Madrid (BOCM).

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Trump endurece entrada na Copa mirando eleição em novembro, diz cientista político ex-jogador dos EUA

Estudioso da relação entre esporte e política e do impacto de grandes eventos para os países-sede, o cientista político americano Jules Boykoff afirma, em entrevista à Folha, que, ao limitar a entrada de participantes da Copa de 2026 nos Estados Unidos, o governo Donald Trump busca desviar a atenção de problemas internos (como sua baixa popularidade) e reforçar uma cultura de segurança com vistas às eleições de meio de mandato no país, em novembro. Leia mais (06/12/2026 - 09h00)
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Zapatero e quel dossier degli Usa rimasto nel cassetto per 5 anni. La stampa spagnola: “Perché tirare fuori quelle chat proprio adesso?”

Un funzionario dell’ufficio madrileño di Homeland Security Investigations, il braccio investigativo del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti, consegna alla Brigata Anticorruzione della Polizia Nazionale spagnola il contenuto estratto dal telefono di Rodolfo Reyes Rojas, ex principale azionista della compagnia aerea Plus Ultra. Due mesi dopo, il 18 maggio, l’ex presidente del governo José Luis Rodríguez Zapatero viene formalmente imputato dall’Audiencia Nacional. Due mesi. Sessanta giorni tra la consegna del materiale americano e l’imputazione del primo ex premier socialista della storia democratica spagnola. È questo il dato che ha spaccato il dibattito pubblico in Spagna, non tanto su cosa contenesse quel telefono, ma su quando è arrivato e perché proprio adesso.

Il telefono di Reyes non era infatti una scoperta recente. Il 9 maggio 2021, l’imprenditore venezuelano viene fermato all’aeroporto di Miami. Non gli è consentito entrare negli Stati Uniti, viene deportato a Panama. In quelle ore, la polizia doganale americana clona il suo dispositivo. Dentro ci sono le conversazioni tra i dirigenti di Plus Ultra sul salvataggio pubblico da 53 milioni di euro, i messaggi che oggi costituiscono il cuore dell’accusa contro Zapatero. Tra questi, la frase attribuita a Reyes: “Sì fratello. Il nostro amico Zapatero dietro”. Quel materiale resta nei server americani per cinque anni. Poi, il 18 marzo 2026, arriva in Spagna.

Cinque anni in un cassetto, sessanta giorni per l’imputazione, uno scontro diplomatico aperto in mezzo. La stampa spagnola più critica non sostiene che le prove siano false. Sostiene che la loro consegna sia stata una scelta politica — e che quella scelta abbia avuto effetti reali sull’assetto politico spagnolo.

ElDiario.es, nella cronaca firmata da Javier Lillo pubblicata il 9 giugno, mette in evidenza i termini esatti della questione: gli Stati Uniti hanno impiegato cinque anni per trasmettere alla Spagna quelle chat e lo hanno fatto due mesi prima dell’imputazione di Zapatero. Il giudice Calama, nel frattempo, ha aperto una rogatoria internazionale per ottenere l’autorizzazione formale a usare quelle prove in aula, a riprova del fatto che il materiale è reale e documentato, ma il cui percorso giuridico è ancora aperto.

InFoLibre è più diretto: i messaggi chiave sono stati inviati alla polizia spagnola cinque anni dopo la loro acquisizione e “in piena crisi diplomatica” tra Madrid e Washington, pochi giorni dopo che il governo spagnolo aveva rifiutato pubblicamente di dare appoggio agli Usa nel conflitto con l’Iran. Il contesto è cruciale per capire la lettura politica che ne fanno molte redazioni spagnole. Nei mesi precedenti, le tensioni tra il governo Sánchez e l’amministrazione Trump avevano raggiunto un livello senza precedenti per due paesi alleati Nato: Madrid si era rifiutata di autorizzare l’uso delle basi militari di Morón e Rota per le operazioni contro Teheran, aveva mantenuto i contratti con Huawei per il sistema nazionale di intercettazioni, e aveva tenuto una posizione autonoma su Gaza. Trump aveva risposto minacciando di tagliare tutto il commercio con la Spagna, definendo il governo Sánchez “terrible” e arrivando a evocare misure di embargo.

In questo clima sono arrivati i dati di Reyes. El Salto Diario pubblica un’opinione firmata che non esita a esplicitare la tesi: “Non ho prove, ma ho indizi che il presidente Trump e l’amministrazione americana ci stia trattando con lo stesso metro applicato al suo cortile di casa, cioè a diversi paesi latinoamericani. Cosa differenzia questo caso dall’Hondurasgate o dalle ingerenze in Ecuador? Si tratta di un tentativo di far cadere Pedro Sánchez“. Il pezzo identifica anche il perché Zapatero sarebbe un bersaglio utile per Washington: i suoi rapporti con il Venezuela post-chavista, il suo ruolo come mediatore nell’esilio del leader dell’opposizione Edmundo González Urrutia, e i suoi legami storici con Huawei. Per El Salto, la destra spagnola “non ha remore nel sostenere l’operazione”, citando il suo collegamento con María Corina Machado.

L’analisi più sistematica arriva da eldiario.es, nella sezione Canarias Ahora. Il titolo del pezzo firmato da José Manuel Rivero, pubblicato il 28 maggio, è già un programma: “Sovranità sotto assedio: geopolitica dell’ingerenza giudiziaria e diplomatica in Spagna”. La tesi centrale è che “la gestione strategica dei tempi da parte di HSI evidenzia che la prova tecnologica non è stata attivata per ragioni processuali, ma per una precisa opportunità politica globale degli Stati Uniti. Bisognava togliere Zapatero dalle sue relazioni o interazioni diplomatiche o commerciali con il Venezuela e con la Cina. E di passaggio, rimuovere uno dei principali pilastri di sostegno politico del presidente Sánchez”. Rivero non parla di prove fabbricate. Parla di prove reali usate nel momento politicamente più conveniente da un alleato che ha i propri interessi — il che, argomenta, è una forma di ingerenza altrettanto efficace.

A completare il quadro, tre giorni dopo l’imputazione di Zapatero, Santiago Abascal si reca dall’ambasciatore americano in Spagna, Benjamín León Jr. Il leader di Vox gli trasmette la denuncia della “grave situazione di corruzione” del governo Sánchez. Per la stampa progressista spagnola quella visita non è un atto di normale dialogo parlamentare: è la materializzazione di un asse diretto tra la destra populista e Washington in un momento di massima pressione sul governo socialista.

La relazione preferenziale tra Vox e l’amministrazione Trump è un dato documentato. Abascal era stato invitato personalmente da Trump alla cerimonia di insediamento del gennaio 2025, mentre il presidente Sánchez non aveva ricevuto nessun invito. Il portavoce di Vox aveva commentato che quella relazione era “un’opportunità per fare grande la Spagna di nuovo”, citando la Heritage Foundation come canale privilegiato. E mentre Abascal costruiva quel rapporto con Washington, a Madrid lo stesso Abascal sfruttava l’onda del caso Plus Ultra per chiedere, senza numeri parlamentari sufficienti, una mozione di sfiducia contro Sánchez. Il caso Plus Ultra, scriveva L’Opinione, era diventato la leva politica con cui la destra voleva “evidenziare il sostegno garantito all’esecutivo PSOE-Sumar dai partiti della sinistra e dai movimenti baschi e catalani”. Questa lettura, però, ha dei limiti che la stessa stampa progressista non ignora. Il più importante lo ha posto il giurista costituzionalista Joaquín Urías su eldiario.es: la tempistica americana è sospetta, ma le prove materiali nel fascicolo del giudice Calama esistono indipendentemente da essa. Il sumario conta quasi quattromila pagine. Non ci sono messaggi diretti di Zapatero, ma ci sono “molte conversazioni che puntano alla sua leadership nella trama”. Il rapporto della UDEF parla esplicitamente di un “liderazgo invisible, aunque acreditado”.

Il sito di fact-checking Maldita.es ha ricostruito la vicenda con la precisione che gli è propria. Alla domanda se “Trump abbia consegnato prove contro Zapatero”, la risposta è “sì, la collaborazione americana è documentata e il DHS l’ha confermata”. Ma le richieste di chiarimento inviate dalla testata alla Audiencia Nacional, alla Polizia, al Dipartimento di Giustizia americano e all’ufficio HSI di Madrid sono rimaste senza risposta al 25 maggio 2026. Il che vuol dire che i fatti di base sono certi, ma la catena di decisioni interna all’amministrazione americana, chi ha ordinato di trasmettere il materiale, quando e perché, è ancora opaca. Izquierda Unida, riportata da Público, è andata oltre: “Per chi avesse ancora qualche dubbio, è chiaro che l’obiettivo ultimo di alcune agenzie americane non è perseguire casi di corruzione come questo. Nella loro scala di priorità, è punire chi partecipa in operazioni commerciali per aggirare le sanzioni imposte dagli Usa a paesi con cui sono in conflitto, come il Venezuela.”

Due assenze pesano nel dibattito. El País, il quotidiano di riferimento del centrosinistra spagnolo, il più letto del paese, ha coperto abbondantemente la cronaca giudiziaria, ma non ha prodotto editoriali o colonne che sviluppino la tesi dell’ingerenza americana. La linea editoriale sembra preferire la strada della presunzione di innocenza sul piano strettamente giuridico, senza avventurarsi in un terreno che rischierebbe di suonare come una difesa politica di Zapatero. ABC, dal canto suo, è sulla sponda opposta: per il quotidiano conservatore di Vocento, la cooperazione americana è semplicemente buona polizia internazionale che ha prodotto prove di corruzione socialista. La questione del timing non è un problema — è una soluzione. Nessuno dei due giornali, dunque, affronta il nodo centrale del dibattito: non se le prove esistano, ma perché siano arrivate adesso. È una domanda legittima e ancora aperta. L’unica risposta certa, per ora, è che un ex presidente del governo spagnolo deve rispondere davanti a un giudice. E che il materiale che lo ha portato lì ha fatto un viaggio di cinque anni prima di attraversare l’Atlantico.

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East African Crude Oil Pipeline threatens wetlands, wildlife corridors: Report

The East African Crude Oil Pipeline (EACOP), which stretches from oil fields in Uganda’s Lake Albert region to Tanzania’s port town of Tanga, is once again under scrutiny after a new report mapped out the biodiversity areas and wildlife habitats it runs through or passes by. Drawing data from maps and economic value estimates, the report by U.S.-based NGO Earth Insight shows that the 1,443-kilometer (990-mile) pipeline is close to areas that are important for livelihoods and water security for millions of people and serve as migration corridors for animals. The report concludes that the construction of the pipeline has already disturbed communities and the environment and that oil transportation will bring further long-term risks. EACOP is a joint project involving TotalEnergies (62% stake), the governments of Uganda (15%) and Tanzania (15%), and the China National Offshore Oil Corporation (CNOOC, 8%). EACOP will carry oil extracted from two oilfields in the Lake Albert region: Kingfisher, owned by CNOOC, and Tilenga, owned by TotalEnergies. According to Earth Insight, the project is nearing completion. Oil transportation through the pipeline is expected to start as early as October 2026. Construction of the East Africa Crude Oil Pipeline (EACOP) in Uganda. Image courtesy of Thomas Lewton. “It crosses right through endangered species ranges, the most important and critical one being the black rhino habitat range,” Earth Insight’s Katie Boston, the study’s main researcher, told Mongabay on the phone. She added that the pipeline could cause habitat fragmentation in the Kibale/Bukoora River Crossing area, where…This article was originally published on Mongabay

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Trump cancela novos ataques e diz 'entender' que acordo com Irã está finalizado; Teerã nega

O presidente dos Estados Unidos, Donald Trump, disse inicialmente na tarde desta quinta-feira (11) que o Irã havia aprovado um acordo para encerrar a guerra no Oriente Médio, que começou em fevereiro com ataques de Washington e de Israel. Horas mais tarde, entretanto, o republicano recuou e afirmou em tom mais cauteloso entender que o líder supremo iraniano, Mojtaba Khamenei, havia dado aval para o texto. Leia mais (06/11/2026 - 14h39)
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A Encíclica “Magnifica Humanitas”

VTM

É um texto longo, que merece uma leitura paciente e pausada nos próximos tempos, onde o Papa aborda as novas questões sociais que se levantam na atualidade, onde há o sério risco de se degradar ou diluir a pessoa humana, nomeadamente com o uso pouco ético, ponderado e criterioso da ferramenta poderosa e extraordinária que é a inteligência artificial, usada já em vários âmbitos da vida humana.

Alguns já insinuaram que mais uma vez a Igreja parece estar contra o progresso e o desenvolvimento, o que não é verdade, empresa que se revelaria, aliás, inglória e infrutífera, como quando se quer parar o vento com as mãos. O Papa não diaboliza a inteligência artificial, mais do que uma vez elogia o contributo importante que teve o progresso científico e tecnológico ao longo da história, permitindo uma melhoria significativa e assinalável na qualidade de vida do ser humano. A tecnologia é boa, é bem-vinda, contudo é preciso saber usá-la de forma responsável ao serviço da pessoa humana e do bem comum de toda a humanidade. Esta é, aliás, a ideia mestra desta Encíclica: no centro da vida deve estar a pessoa humana, sempre o respeito pelo humano, a humanidade, e não ferramentas que a possam substituir, distorcer ou apagar, como é a inteligência artificial.

São muitos os desafios que a inteligência artificial coloca à humanidade, que exigem uma séria reflexão. Primeiro que tudo, está nas mãos de poucos, que se estão a tornar cada vez mais poderosos, cujo conceito de bem e de mal desconhecemos, assim como intenções e interesses. Muito poder nas mãos de poucos não é bom para a humanidade. Depois, ninguém tem dúvidas de que a inteligência artificial vai tirar muitos empregos. O que fazer com muito trabalhador que não tem emprego? Para onde direcionar a ação humana e que outras formas de sustento haverá para a pessoa humana? No campo da informação, de forma traiçoeira, vemos proliferar muita notícia falsa e a engorda da manipulação. Como salvaguardar a verdade? No âmbito da ética, a inteligência artificial não sabe o que é o bem e o que é o mal. Não pode ter um protagonismo excessivo nas decisões da humanidade. E como usá-la corretamente no contexto da guerra, retirando o ser humano de cena, favorecendo a ideia de guerra justa e a desresponsabilização humana? Eis alguns desafios, que pedem reflexão ética.

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Barcellona molla il bike sharing privato. Bici abbandonate e conflitti con i pedoni: la città si affida solo al servizio pubblico

Quasi 3.500 biciclette in meno per le strade di Barcellona. Il sindaco socialista Jaume Collboni ha annunciato che il Comune non rinnoverà le licenze alle sette aziende private di bike sharing che operano in città tramite app — Lime, Voi, Bird, Ridemovi, Cooltra, Boltest, Smart Cycles — mettendo fine a un esperimento che, nei numeri, si è rivelato un fallimento.
Il modello in questione è il cosiddetto free-floating: si scarica un’app, si localizza la bici più vicina, la si sblocca con lo smartphone e si paga a minuto. Nessuna stazione di partenza, nessuna di arrivo. La bici si lascia dove capita — sul marciapiede, davanti a un portone, di traverso sulla pista ciclabile. Una libertà che sulla carta suona come flessibilità, nella pratica si traduce in biciclette abbandonate ovunque e residenti esasperati.

Dal gennaio 2025, da quando cioè il Comune aveva concesso le licenze imponendo alle aziende l’obbligo esplicito di garantire “civismo e convivenza”, sono state emesse oltre 5.400 sanzioni. Il carro attrezzi ha rimosso più di 2.000 biciclette dalla via pubblica perché ostruivano passi pedonali o posti auto. Le segnalazioni dei residenti hanno sfiorato quota 4.500. Il dato forse più emblematico: ogni singola bici di queste flotte ha ricevuto almeno una multa. “Le aziende hanno tentato di mettere un po’ d’ordine, ma i risultati non ci sono stati”, ha dichiarato Collboni a Catalunya Ràdio. “Ci troviamo biciclette mal parcheggiate dappertutto”.

A rendere la decisione ancora più netta, un dato sociologico: il 90% degli utenti delle app private sono turisti, non residenti. Il bike sharing a gettone, pensato per alleggerire il traffico urbano quotidiano, è di fatto diventato un servizio di svago per i visitatori e il disagio è rimasto tutto sulle spalle di chi in quella città ci vive. Che non si tratti di una crociata contro la bicicletta lo dimostra l’altra faccia della misura: il potenziamento del Bicing, il servizio municipale attivo dal 2007 riservato ai soli residenti — i turisti ne sono esplicitamente esclusi, occorre un documento di residenza per abbonarsi. Oggi conta 8.000 bici, 5.000 delle quali elettriche, distribuite su 593 stazioni in tutta la città, per un totale di 170.000 abbonati. È uno dei sistemi di bike sharing pubblico più grandi d’Europa e la differenza con il free-floating è strutturale: le bici si prendono e si restituiscono in stazioni fisse, nessuno le lascia in mezzo al marciapiede. Il Comune ha annunciato un’ulteriore espansione del servizio nel 2027. Restano escluse dalla stretta le botteghe fisiche di noleggio bici, presenti soprattutto nell’Eixample e nella Città Vecchia. Collboni le ha definite “un’alternativa locale che sostiene l’economia locale”: il cliente riporta il mezzo a fine corsa e il problema dell’abbandono semplicemente non si pone.

Barcellona non è sola. Da Parigi a Madrid, molte città europee stanno faticosamente ricalibrando il rapporto con la micromobilità privata in modalità free-floating. Monopattini e bici elettriche hanno colonizzato i centri storici promettendo una rivoluzione verde, lasciando spesso in eredità marciapiedi intasati e conflitti con i pedoni. La risposta catalana è tra le più radicali fin qui adottate: fuori le app, dentro il pubblico. Una scommessa che potrebbe diventare modello o, a seconda degli esiti, monito per le altre capitali del Vecchio Continente.

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Trump Shrugs Off Surging Inflation, and Why a Groundbreaking Social Media Ban Is Floundering

Plus, the man behind “GOOOOAL!”

© Doug Mills/The New York Times

As inflation outpaces workers’ wages, President Trump and his administration insist that their agenda is working.
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Australia’s Social Media Ban Is Floundering. Can It Still Help Younger Kids?

Six months in, many teens are already back on platforms they were supposed to be blocked from. The ban’s benefits may fall to the next generation.

© Adam Ferguson for The New York Times

The mother of Jimmy, 12, said she tried to build relationships with families that share her concerns about social media and to nurture his interests in activities that don’t involve screens.
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La escalada entre Israel e Irán exhibe la fragilidad de otro alto el fuego precario de Trump con las negociaciones en el aire

La escalada entre Israel e Irán exhibe la fragilidad de otro alto el fuego precario de Trump con las negociaciones en el aire

Netanyahu acepta a regañadientes cesar los ataques sobre Irán "de momento" y el régimen persa insiste en que volverá a atacar si Israel continúa golpeando Líbano

El Ejército iraní anuncia el fin de los ataques contra Israel pero amenaza con más si continúan los bombardeos en Líbano

El presidente de EEUU ha tenido que hacer horas extra en Washington en los últimos dos días para evitar que la temblorosa tregua que mantiene con Irán se vaya a pique. La respuesta iraní en forma de misiles balísticos sobre Israel a los constantes ataques del Ejército israelí en Líbano, que mataron el domingo a dos personas al sur de Beirut, desembocó en que Tel Aviv lanzase nuevos bombardeos sobre Irán. Solo la intervención activa de Donald Trump, quien inició la guerra y ahora no sabe cómo detenerla, ha permitido que la escalada se descontrolase.

“Tienen que parar de 'disparar' inmediatamente”, clamó el mandatario en su red, Truth, cuando en Washington aún no había amanecido, apelando tanto a iraníes como israelíes. Ambos contendientes accedieron a lo largo de la mañana del lunes a cesar las hostilidades sin bajar un ápice la retórica guerrera. El episodio muestra que la situación sigue siendo muy volátil y el inminente fin de la guerra que el Gobierno estadounidense viene anunciando desde hace semanas puede alejarse.

Irán lanzó el domingo varias oleadas de misiles contra Israel como represalia por los ataques contra los suburbios de Beirut, capital del Líbano. Israel replicó con bombardeos sobre varios puntos del país persa, entre ellos Teherán, Isfahán y Tabriz. El Ejército israelí afirmaba al tiempo que estaba preparado para al menos varios días de combates con Irán o para una campaña prolongada como la que dio inicio a la guerra, el 28 de febrero.

La urgencia de Trump por lograr un acuerdo que devuelva la normalidad al mercado del petróleo, en máxima tensión por el cierre del estrecho de Ormuz, choca con su aliado israelí, frustrado porque la guerra que ansiaba no ha conseguido debilitar como esperaba a su gran enemigo regional. Trump dedicó buena parte de la semana pasada a enviar mensajes privados y públicos al primer ministro israelí advirtiéndole de no torpedear el eventual acuerdo con Irán. “No tiene otra opción”, declaró al Financial Times. “Yo tomo las decisiones. Él (Netanyahu) no toma las decisiones”, insistió.

Pero Irán recalca ahora en las negociaciones en que no cabe un acuerdo que excluya la situación de Líbano. Israel volvió a invadir el país vecino el mes pasado con el objetivo de combatir a la milicia chií de Hizbulá, aliada de Irán, y viene ordenando evacuar a la población civil de áreas del sur cada vez más extensas, ante una resistencia más fiera de lo calculado. Los bombardeos de los suburbios de Beirut el domingo acabaron por desencadenar la escalada, detenida in extremis al día siguiente.

Las dudas de Trump con Israel

El experto en relaciones internacionales Trita Parsi, del Quincy Institute for Responsible Statecraft, un think tank estadounidense, señala en un análisis de la situación que, desde la perspectiva de Teherán, “un acuerdo con Washington tiene poco valor si EEUU no puede —o no quiere— frenar las acciones israelíes”. “Un Israel sin restricciones solo aumentaría la probabilidad de un nuevo conflicto y de continuos intentos por volver a involucrar a EEUU en la guerra”, advierte.

Al mismo tiempo, continúa Parsi, “Trump parece reacio a invertir el capital político necesario para controlar a Netanyahu —más allá de llamadas telefónicas airadas y declaraciones públicas contundentes— a menos que tenga la certeza de contar con un acuerdo con Irán [...] Trump está dispuesto a contener a Israel para preservar un acuerdo, pero no para obtenerlo”.

“Los comentaristas israelíes han dejado claro que Israel no podía permitir que Irán estableciera un nuevo equilibrio regional en el que Teherán lograra extender su poder de disuasión sobre el Líbano. Pero al desafiar a Trump, Israel no solo ha puesto en tela de juicio el nuevo equilibrio de Irán, sino que también ha socavado la credibilidad de Trump. Ahora la pelota está de nuevo en el campo de Teherán y de Trump. Si el desafío de Israel no tiene consecuencias, reforzará la opinión en Irán de que Trump no puede o no quiere frenar a Israel”, señala el analista.

Netanyahu cede “de momento”

“Si desea preservar la posibilidad de un acuerdo diplomático con Irán, probablemente necesitará presionar a Israel para que detenga su campaña militar”, escribía, por su parte, el analista del Atlantic Council Danny Citrinowicz. “De lo contrario, Irán, que busca establecer una nueva ecuación de disuasión en la región, se sentirá obligado a responder a cada ataque israelí. Tal respuesta no vendría necesariamente solo de Irán, sino que también podría involucrar a sus socios y terminales regionales”, advertía.

Con este telón de fondo, el presidente estadounidense acabó forzando la mano al primer ministro israelí tras una nueva conversación telefónica. Netanyahu compareció por la tarde para explicar que la campaña contra Irán llegaba a su fin, “de momento”. “Si vuelven a cometer un error y atacan de nuevo, responderemos con dureza”, amenazó, tras insistir en que no podía aceptar que Irán “tratase de imponer una nueva ecuación”.

Irán había dado por completados horas antes sus “ataques de respuesta”. El presidente del Parlamento iraní y uno de los principales negociadores del país, Mohammad Bagher Ghalibaf, afirmó que mientras EEUU e Israel “carezcan de la voluntad genuina de generar confianza”, la respuesta de Teherán sería la misma. También el lunes y en línea con lo que planteaba Citrinowicz, los rebeldes hutíes de Yemen anunciaron un bloqueo a Israel en el mar Rojo, en sincronía con sus aliados en Irán.

El presidente iraní, Masoud Pezeshkian, afirmó, por su parte, que esta estrategia dual seguirá en pie. “La diplomacia y la defensa son las dos alas del poder nacional; no hemos abandonado ni el campo de batalla ni la mesa de negociaciones”, escribió en X.

Treguas que no lo son

El país que encabeza el esfuerzo mediador entre los contendientes, Pakistán, reclamó contención a las partes. “Especialmente cuando el objetivo final está a punto de alcanzarse”, pidió el primer ministro, Shehbaz Sharif. El Soufan Center, en un informe que recapitula los avances en la negociación entre EEUU e Irán, señaló que, respecto de la cuestión de las reservas de uranio enriquecido del régimen persa, Trump parece abrirse ahora a que no sea el propio EEUU quien reciba el material nuclear para inutilizarlo. El Organismo Internacional de Energía Atómica ya había constatado las dificultades técnicas que entrañaría tal operación.

La situación es volátil e ilustra una vez más la escasa capacidad del mandatario estadounidense por imponer treguas efectivas en los frentes que tiene abiertos. En Gaza son ya más de 900 los fallecidos por los continuos bombardeos israelíes que se han venido sucediendo desde la que supuestamente entró en vigor en octubre. Y no hay fecha prevista para el comienzo de la segunda fase del plan de paz entre Hamás e Israel, anunciado con gran boato en una conferencia internacional al margen —aunque con la aquiescencia— de la ONU.

Y en Líbano también se viene produciendo una sucesión de altos el fuego que en realidad no lo son. El último, la semana pasada, entre Israel y el Gobierno de Líbano, que se reveló inmediatamente ineficaz al no incluir en la negociación a Hizbulá, principal antagonista del Gobierno de Netanyahu en el país. Mientras tanto, la sangría de muertos y heridos continúa. El ministro de Defensa libanés, Michel Menassa, señaló el lunes que Israel ha bombardeado el país casi 3.500 veces desde el 16 de abril, fecha del anterior alto el fuego.

Aquella tregua virtual había sido impuesta por Trump ante el escepticismo internacional. Han muerto desde entonces en el país 3.526 personas, según las cifras publicadas el lunes por la oficina del primer ministro, Nawaf Salam.

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L’Ucraina può negoziare da una posizione migliore, ma l’Europa deve fare la sua parte

Domenica, a Londra, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha incontrato i leader di Regno Unito, Francia e Germania – il premier Sir Keir Starmer, il presidente Emmanuel Macron e il cancelliere Friedrich Merz – per definire le condizioni di una pace giusta e duratura in Europa.

La loro dichiarazione congiunta poggia su cinque pilastri. In primo luogo, un cessate il fuoco immediato e complessivo; Mosca è esplicitamente sollecitata ad accettare una piena cessazione delle ostilità. In secondo luogo, l’attuale linea di contatto costituirebbe il punto di partenza per i negoziati, non il loro esito predeterminato: leader sottolineano che i confini internazionali non possono essere modificati con la forza e che il diritto sovrano dell’Ucraina di scegliere i propri meccanismi di sicurezza e le proprie alleanze deve essere pienamente rispettato. In terzo luogo, una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, l’Ucraina dovrà ricevere garanzie di sicurezza solide e giuridicamente vincolanti, basate sugli impegni assunti a Berlino a dicembre e a Parigi a gennaio; ciò comprende il dispiegamento di forze multinazionali sul territorio ucraino. In quarto luogo, i beni russi resteranno congelati finché la Russia non avrà posto fine alla sua guerra di aggressione e non avrà risarcito l’Ucraina per i danni arrecati. In quinto luogo, qualsiasi accordo dovrà tutelare gli interessi europei in materia di sicurezza: gli elementi che coinvolgono l’Unione europea o la Nato richiederanno il consenso formale rispettivamente dell’Unione e dei suoi Stati membri, e degli Alleati. I leader hanno accolto esplicitamente l’appello di Zelensky a porre fine alla guerra attraverso negoziati diplomatici, formulato nella sua lettera del 4 giugno al leader russo Vladimir Putin. Hanno avallato colloqui diretti tra Ucraina e Russia, con la partecipazione attiva di Stati Uniti ed Europa, volti innanzitutto a garantire un cessate il fuoco, e successivamente a facilitare negoziati più ampi.

Sulla carta, non si tratta di una pace a qualsiasi prezzo. Il testo collega la fine dei combattimenti a garanzie vincolanti, al mantenimento della pressione finanziaria su Mosca e alla stessa architettura di sicurezza europea. Mantiene inoltre le scelte sovrane dell’Ucraina – inclusa l’integrazione in Nato e Unione europea – all’ordine del giorno, anziché sacrificarle tacitamente.

Ma questa iniziativa diplomatica non nasce nel vuoto. Arriva in mezzo a intensi attacchi russi e a un equilibrio militare sul terreno in evoluzione.

La dichiarazione di Londra è giunta in un contesto operativo severo che smonta qualsiasi illusione che la guerra stia rallentando. Ieri mattina, infatti, la Russia ha lanciato l’ennesimo attacco con droni contro edifici residenziali a Konotop, nella regione ucraina di Sumy, ferendo civili e intrappolando almeno una persona sotto le macerie mentre le squadre di soccorso erano al lavoro. Il giorno precedente, le forze russe avevano preso di mira infrastrutture legate al nucleare nei pressi di Kyjiv. Gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica si preparano ora a ispezionare l’Impianto centrale di stoccaggio del combustibile nucleare esaurito nella zona di esclusione di Chornobyl, dopo che un attacco con droni del 7 giugno ha danneggiato l’edificio di ricezione del combustibile – distruggendone facciata, finestre e porte e provocando onde d’urto sugli edifici circostanti.

È in questo contesto operativo che i leader europei parlano di linee di cessate il fuoco, garanzie e futuri negoziati. La Russia non si comporta come una potenza di status quo che cerca cautamente la de‑escalation. Proprio per questo, qualsiasi discussione su cessate il fuoco e negoziati deve poggiare sulla reale correlazione di forze, non su un pensiero desiderante.

I cinque punti sono, a primo impatto, molto convincenti. Il nodo centrale, tuttavia, è: come renderli operativi? Soprattutto quando la Federazione Russa non intende accettare alcuna proposta di pace che implichi un ruolo diretto dell’Europa o dei leader europei.

Il presidente finlandese Alexander Stubb ha colto questa logica con una chiarezza insolita. Il suo messaggio è brutale: oggi l’Ucraina è in una posizione migliore sul campo di battaglia rispetto a qualsiasi altro momento dall’inizio dell’invasione su larga scala, come ha spiegato in una recente intervista alla Neue Zürcher Zeitung. Lo sintetizza in cinque fatti: negli ultimi sei mesi, l’Ucraina ha inflitto alla Russia circa 35.000 perdite al mese tra morti e feriti; nello stesso periodo, la Russia è riuscita a reclutare soltanto circa 27.000 uomini al mese; a dicembre, il rapporto delle perdite era approssimativamente di 1:3, ovvero un soldato ucraino per tre russi mentre oggi si avvicina a 1:8; a marzo, per la prima volta, l’Ucraina ha lanciato contro la Russia più missili e droni di quanti la difesa russa sia riuscita ad abbattere, e ora dispone della capacità di produrre circa dieci milioni di droni all’anno; ad aprile, per la prima volta, l’Ucraina ha riconquistato più territorio di quanto ne abbia perso.

Nel loro insieme, queste cifre ci dicono tre cose. Primo, la Russia è sotto pressione sul fronte della leva: un divario costante tra perdite e nuovi arruolamenti non è di per sé immediatamente decisivo – Putin può ancora mobilitare di più – ma è strategicamente corrosivo nel medio periodo. Secondo, l’adattamento qualitativo dell’Ucraina sta funzionando: un approccio intelligente alla difesa è la chiave dei suoi passi asimmetrici; la svolta verso una produzione di droni su larga scala, l’uso di fuochi dispersi e il rafforzamento della difesa aerea stanno modificando il calcolo costi‑benefici per Mosca. Terzo, la tendenza territoriale – per quanto ancora modesta – si è invertita: anche guadagni limitati, dopo anni di guerra logorante, hanno un peso politico e psicologico significativo – a Kyjiv, a Mosca e nelle capitali occidentali.

In altre parole, l’Ucraina dispone oggi di una base molto più solida da cui negoziare. Ma perché il quadro di Londra diventi realtà, l’Europa dovrà sostenere questa posizione di forza, non darla per acquisita.

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As Iran burns, a new age of nuclear proliferation begins

As the Iran war pushes oil prices over $100 a barrel, and ships are attacked and mines are being laid in the Strait of Hormuz, a taboo has been broken and nuclear energy is back in fashion. European Commission president Ursula von der Leyen acknowledged that “the current Middle East crisis is a stark reminder” that it was “a strategic mistake for Europe to turn its back on” nuclear energy. 

She was speaking at an International Atomic Agency summit hosted by France. Just days before the summit, French president Emanuel Macron spoke — a nuclear submarine looming behind him — of the need to increase the country’s stockpile of nuclear warheads for the first time in several decades. “In this dangerous and uncertain world,” Macron said, “you have to be feared if you want to be free.” 

In February, the ‘New START treaty’, a mutual agreement between Russia and the U.S. to reduce and limit their nuclear arsenal, officially expired. The U.S. said China had conducted secret tests and that Beijing had to be part of any future non-proliferation agreement. For its part, the Chinese accused the U.S. government of seeking to mask its own expansionist ambitions. In the wake of the Iran war, started apparently because the Iranian regime was just days away from securing a bomb, other countries have spoken openly of their nuclear ambitions. After the start of the Iran war, North Korean leader Kim Jong Un spoke pointedly about preparing a nuclear-ready navy while inspecting a new destroyer and observing the testing of nuclear-capable cruise missiles. Even Polish prime minister Donald Tusk said Poland “will not want to be passive when it comes to nuclear security in a military context.”

On X, Tusk posted that Poland is in talks with France about joining its nuclear deterrence program. “We are arming together with our friends,” he wrote, “so that our enemies will never dare to attack us.” France is the only nuclear-capable European country, its systems (unlike the UK’s) completely independent of the U.S. and its new deterrence framework will include collaborations with Germany, Poland, Greece, Sweden, Denmark, the Netherlands and Belgium. Macron is calling France’s new strategy “advance deterrence,” a willingness to spread French nuclear armaments across the continent. A senior Pentagon official said the U.S. would “obviously at a minimum strenuously oppose” European countries seeking to acquire nuclear weapons. The U.S., as part of a NATO agreement, already deploys over 100 nuclear weapons in Europe — in Germany, Belgium, Italy, the Netherlands, and Turkey. 

Europe’s anti-nuclear tradition grew out of grassroots movements in the 1970s. In West Germany, protests against a planned nuclear plant in the small wine-growing town of Wyhl began when local farmers feared pollution would destroy their land and crops. By the 1980s, millions of Europeans were protesting nuclear weapons and the deployment of NATO missiles across the continent, bringing nuclear security debates into the public arena and pushing governments toward disarmament efforts. The political impact of those protests were long-lasting. Across Europe, nuclear energy programs were curtailed or abandoned entirely. Denmark banned nuclear power plants in 1985, Germany shut down its last nuclear reactors in 2023, and several countries imposed strict limits on nuclear development. Nuclear technology, whether for energy or weapons, remained politically toxic in much of Europe. But, as Denmark’s Mette Frederiksen said European deterrence “is necessary because the military threat from Russia is expected to increase,” and its reliance on U.S. military support can arguably no longer be taken for granted.

At the Paris summit, China, Brazil, Belgium and Italy all signed up to a pledge to triple global nuclear capacity by 2050. South Africa signed the pledge earlier this month. The war in Iran has once again made clear that the world must wean itself off fossil fuels. The U.S. — which imposed additional tariffs on India for buying Russian oil and thus helping to finance the continuation of the war in Ukraine — has, since the start of the attack on Iran, told India it can continue to buy Russian oil. Delhi promptly bought 30 million barrels of Russian crude oil. But this month India also signed a deal with Canada to receive uranium to expand its nuclear energy program. But in 1974, Canada provided India with nuclear technology for peaceful uses that were promptly put towards the building of nuclear weapons. Nuclear collaborations between the two countries were suspended for decades. It’s not a coincidence that those ties are once again being revived in the current geopolitical context. A growing clamor for nuclear energy has clear proliferation risks.

While France has been talking about greater nuclear deterrence, most European states are speaking about a revival of nuclear energy as an alternative to fossil fuels and as a means to achieve climate goals. The vast energy requirements of AI and data centres is also prompting nations to adopt an “atoms for algorithms” strategy, to be, as Macron said, “at the ​heart ​of ⁠the artificial intelligence challenge.” But to talk about energy alone is to ignore the appeal nuclear deterrence has for nation states trying to navigate dangerous geopolitical straits. Iran was attacked ostensibly because it was on the verge of having a bomb. Favored nations such as Saudi Arabia are able to sign nuclear pacts that remove non-proliferation guardrails, but the actions of the U.S. and Israel in Iran will make the bomb attractive to many more as a national security strategy.

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Israel ignora apelo de Trump, retalia contra Irã e enterra cessar-fogo

Em retaliação a um ataque de mísseis lançado pelo Irã, Israel bombardeou o país persa neste domingo (7), madrugada de segunda-feira (8) no Oriente Médio, ignorando o apelo do presidente dos Estados Unidos, Donald Trump, para que não houvesse resposta israelense a fim de limitar uma nova escalada na guerra. Leia mais (06/07/2026 - 22h39)
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Despite oil spills in Nigeria’s mangrove forests, Shell continued operations, documents show

Global oil giant Shell continued operating a compromised pipeline in Nigeria’s Niger Delta despite knowing it posed a pollution risk in the surrounding coastal wetland environment, newly disclosed internal company communications reveal. The emails and memos, reviewed by Mongabay, show senior leadership knew of the poor conditions of the 97-kilometer (60-mile) Nembe Creek Trunk Line as early as 2008. Despite concerns it was operating outside technical integrity standards and proposals to shut it down, a top executive decided to keep pumping oil through the line. Carrying 150,000 barrels of oil per day to the export terminal at Bonny Island Rivers state, the Nembe Creek Trunk Line is a critical oil artery in Nigeria. Throughout the years, theft from the pipeline using illegal connections caused spills into the vast mangrove ecosystem of true (Rhizophora sp.) and flowering black (Avicennia sp.) tree species. An internal 2013 Shell document coded such tampered lines as “red,” requiring either their immediate shutdown or immediate action to remove all illegal connections. Locals from the nearby riverine Bille community said the oil spills killed about 2,000 hectares (4,900 acres) of mangrove swamps around the village while impacting an area of 13,200 hectares (32,600 acres). The contaminated waterways and degraded ecosystem, they told Mongabay, killed fish and other aquatic life. Satellite imagery surrounding the village shows massive degradation of the mangroves. “The aquatic life is gone. Our people can no longer go to the river and catch reasonable fish — they can’t even find the fish in the…This article was originally published on Mongabay

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China foi o país que mais executou por pena de morte em 2025, segundo Anistia Internacional

A China foi o país que mais executou por pena de morte em 2025, segundo dados da Anistia Internacional. A organização afirma que a nação asiática determinou execuções de milhares de pessoas e utiliza o instrumento como forma de enviar mensagens políticas de que o Estado não tolera ameaças à segurança pública, à estabilidade ou à ordem social. Leia mais (06/05/2026 - 23h00)
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