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Ben-Gvir indagato, la replica del ministro israeliano: “Non mi faccio intimorire. Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte”

8 June 2026 at 21:04

Risponde dicendosi tranquillo e offendendo l’Italia, definita “non più il Paese dello stivale ma delle ciabatte”. Il ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, risponde dopo la pubblicazione dell’indagine a suo carico condotta dalla Procura di Roma dopo la diffusione dei video che lo vedono umiliare i membri della Flotilla fermati in acque internazionali nel tentativo di raggiungere Gaza. “Israele non è un sacco da boxe per una banda di sostenitori del terrorismo che inventano calunnie e menzogne contro i nostri combattenti”, ha affermato il ministro estremista in una nota.

Ben-Gvir ha dichiarato di non essere “intimorito da questo tipo di indagini” e ha assicurato che continuerà a sostenere pubblicamente le forze di sicurezza israeliane: “Continuerò a stare con orgoglio al fianco dei nostri combattenti”, ha precisato. E ha poi rilanciato passando all’attacco dell’Italia sul suo profilo X: “Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte“, ha scritto.

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Violenze sulla Flotilla: il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir indagato dalla procura di Roma per sequestro e tortura

La procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir per le violenze nei confronti degli attivisti della Global Sumud Flotilla a fine maggio. Il titolare del ministero di Gerusalemme che controlla la polizia e la penitenziaria, ma anche responsabile di aver schernito gli attivisti della Flotilla in arresto al porto di Ashdod, dopo l’abbordaggio in acque internazionali, e di aver colpito una donna al volto, immortalato da un video.

La procura di Roma ha iscritto Ben-Gvir per il reato di sequestro di persona e tortura, le ipotesi su cui si è mossi gli accertamenti dei pm Stefano Opilio e Lucia Lotti, coordinati da Francesco Lo Voi. È il primo indagato nel procedimento aperto dopo i fatti del 29-30 aprile e del 18-19 maggio di quest’anno, i due abbordaggi in acque internazionali lanciati dalla marina israeliana contro le barche della Flotilla a ovest di Creta a sud di Cipro, e sui maltrattamenti documentati successivamente, quando gli oltre 430 attivisti della missione politica e umanitaria per Gaza sono stati detenuti prima su due navi prigione al largo, poi in un hangar militare del porto di Ashdod, gestito dai militari dell’Idf insieme alla polizia di Ben-Gvir, e poi ancora nel carcere di Ketziot prima dell’espulsione da Israele il 21 maggio.

Con ogni probabilità Ben-Gvir non sarà l’unico iscritto. Sono ancora al vaglio le responsabilità di altre figure dell’establishment politico e militare israeliano. Ci sono altri otti dei nove nomi comunicati alla procura dalla fondazione Hind Rajab, che apre casi giudiziari in vari Paesi del mondo contro singoli israeliani che ritiene responsabili di crimini di guerra contro i palestinesi. Ci sono almeno altre sei figure, già rivelate da Haaretz, tra il direttore (passato e presente) del carcere di Ketztiot al comandante il comandante dell’unità Nachson, che ha operato i sequestri in mare.

Il quadro delle iscrizioni degli indagati sarà completato solo dopo che in procura arriveranno, tra martedì e mercoleì, i verbali delle deposizioni raccolte dai carabinieri, incluse quelle dell’inviato del Fatto Alessandro Mantovani e del parlamentare M5S Dario Carotenuto, e le testimonianze dirette degli attivisti raccolte dai legali della Flotilla.

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“Israele sta sabotando i negoziati con l’Iran. Netanyahu non vuole fermare la guerra, ma Trump sì”, parla l’analista

8 June 2026 at 17:01

Trump-Netanyahu, cresce la tensione. Morelli: “Israele non vuole fermare la guerra”

Mentre il fragile cessate il fuoco tra Israele e Iran mostra già i primi segnali di cedimento, crescono le tensioni tra Washington e Tel Aviv. Le indiscrezioni sulle dure parole rivolte da Donald Trump a Benjamin Netanyahu dopo i nuovi attacchi israeliani contro obiettivi iraniani alimentano infatti i dubbi sulla tenuta del rapporto tra i due storici alleati e sul futuro dei negoziati che gli Stati Uniti stanno cercando di portare avanti con Teheran.

La posta in gioco, però, va ben oltre il conflitto tra Israele e Iran. Sullo sfondo ci sono il controllo dello Stretto di Hormuz, gli equilibri energetici globali e le priorità strategiche di Washington, sempre più concentrate sul contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico. In questo scenario si moltiplicano gli interrogativi: Israele sta sabotando il dialogo tra Stati Uniti e Iran? La tregua ha ancora possibilità di reggere oppure è destinata a trasformarsi in una lunga guerra di logoramento? E quanto è profonda la distanza che si sta creando tra Trump e Netanyahu?

A fare il punto è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani spiega: “Gli Stati Uniti vorrebbero disimpegnarsi da questo scenario, mentre Israele ritiene che il conflitto debba proseguire fino a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente”.

Trump ha detto a Netanyahu di non attaccare. Poche ore dopo Israele ha colpito l’Iran. È la prova che la tregua è già saltata o che Netanyahu non segue più Washington? Stiamo assistendo alla più grave frattura tra Stati Uniti e Israele degli ultimi anni? Israele sta sabotando il negoziato americano con l’Iran?

“Le dure parole rivolte dal presidente americano Donald Trump al premier Benjamin Netanyahu evidenziano una profonda divergenza tra Washington e Tel Aviv. Gli Stati Uniti si sono ritrovati coinvolti nel conflitto con l’Iran a seguito dell’offensiva israeliana, ma la guerra ha mostrato i limiti dell’asse israelo-statunitense. L’obiettivo di indebolire in modo decisivo Teheran e il suo programma nucleare si è infatti trasformato in una guerra di logoramento con pesanti ripercussioni energetiche e finanziarie a livello globale.

Gli Stati Uniti vorrebbero ora disimpegnarsi da questo scenario, mentre Israele ritiene che il conflitto debba proseguire fino a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente, consolidando la propria supremazia tecnologica e militare nella regione. Nonostante la storica alleanza strategica, l’attuale amministrazione americana considera il Medio Oriente un teatro da cui sganciarsi il prima possibile.

Negli apparati strategici statunitensi è diffusa la percezione che Israele abbia trascinato Washington in una guerra che non rientrava nelle priorità americane. Se i cosiddetti sionisti cristiani presenti nell’orbita trumpiana spingono per proseguire il confronto, il Pentagono è consapevole che un conflitto prolungato rischia di distogliere risorse e attenzione da aree considerate molto più strategiche, come l’Indo-Pacifico e il contenimento dell’ascesa della Cina.

In questo senso resta attuale una celebre frase di Moshe Dayan: ‘I nostri amici americani ci danno sempre molti soldi, armi e consigli. Noi di solito accettiamo i soldi e le armi, ma rifiutiamo i consigli'”.

Se Israele continua a colpire e l’Iran continua a rispondere, il cessate il fuoco è già morto oppure esiste ancora una via d’uscita diplomatica?

“Una via diplomatica continua a esistere soprattutto nel rapporto tra Stati Uniti e Iran. Washington punta a uscire da questa situazione di stallo cercando però di preservare un equilibrio strategico attorno allo Stretto di Hormuz, che rappresenta il vero nodo della contesa.

L’Iran, invece, esce da questa fase con una leadership interna rafforzata. L’offensiva israelo-statunitense ha consolidato le componenti più oltranziste del regime, che oggi si sentono in una posizione di maggiore forza negoziale. Teheran mira a riaffermare la propria influenza sullo Stretto di Hormuz, sfruttando una crisi energetica globale che, paradossalmente, ha finito per aumentare il proprio peso strategico. 

Israele, al contrario, sta cercando di ostacolare qualsiasi percorso negoziale tra Washington e Teheran. Per il governo israeliano questa viene percepita come una guerra decisiva, capace di ridefinire gli assetti regionali. Da qui la volontà di mantenere alta la pressione militare e di impedire un’intesa tra Stati Uniti e Iran.

Per questo motivo ritengo molto difficile arrivare a una tregua complessiva. Potrebbe emergere una forma di distensione tra Washington e Teheran, ma appare assai più complicato immaginare una vera pace tra Iran e Israele. L’antagonismo tra i due Paesi resta infatti uno dei principali motori geopolitici delle tensioni che attraversano il Medio Oriente contemporaneo”.

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Nuovi raid israeliani nel Libano meridionale: colonne di fumo e macerie nella zona di Tiro

8 June 2026 at 15:49

L’esercito israeliano hanno condotto nuovi raid aerei vicino alla città di Tiro, nel Libano meridionale. Alcuni video sui social mostrano le colonne di fumo e la distruzione nei centri di Al-Burj al-Shamali e Al-Maashouk, entrambi a est della città costiera di Tiro. I nuovi attacchi arrivano dopo il colloquio telefonico tra il presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dopo che l’Iran si è detto pronto a interrompere i raid contro Israele se le Idf avessero smesso di attaccare il Libano.

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“L’Occidente è morto a Gaza”: le storie di resistenza dalla Striscia che i media non vogliono più raccontare

8 June 2026 at 14:50

Una manciata di toccanti e risolute storie di resistenza umana da Gaza che i giornali non vogliono più raccontare. “L’Occidente è morto a Gaza” (Solferino), sottotitolo ancor più pregnante Israele e Palestina: il sonno della ragione, scritto dalla giornalista italo-egiziana Randa Ghazy, squarcia ulteriormente il velo sullo sterminio di inermi e innocenti in corso a Gaza (e “a breve in Cisgiordania”, viene suggerito tra le pagine del libro) scolpendo nella pietra della storia le testimonianze dirette, di ogni età e sesso, dell’impossibile quotidianità gazawa. In mezzo alle macerie di uno spazio politico che viene ogni giorno sistematicamente e militarmente annientato, metro dopo metro, casa dopo casa, ci sono, tra gli altri: Yusef, il ragazzino rapper che adorava il Real Madrid, morto con una pallottola a farfalla – “che si frantuma all’impatto polverizzando tessuti, arterie ed ossa” – conficcata nella schiena sparata da un cecchino israeliano; Bushra, una giovane palestinese vissuta sempre in Europa che si innamora via social di Hisham, un giovane gazawi che non potrà mai uscire dalla Striscia; oppure Hani, diventato giornalista suo malgrado, ostaggio sotto gli orrori delle bombe del territorio occupato che non risparmiano nessuno, per testimoniare l’invisibile e volontariamente nascosta (spoiler: non ci fa una bella figura nemmeno il New York Times) distruzione di Gaza.

Per ogni storia, per ogni donna e uomo che incredibilmente resiste, senza mai sconfortarsi, senza retrocedere un centimetro, Ghazy ne dipinge un ritratto a tutto tondo, di sincera e prossima umanità, evidenziando in ogni capitolo, dati alla mano, il genocidio di un popolo e ancor di più le ragioni politico-culturali e le pratiche comunicative dell’occultamento del criminale agire israeliano. “Quante volte ci siamo sentiti dire che Israele è l’avamposto dei nostri valori occidentali o l’unica democrazia del Medio Oriente, così a giustificare nel corso degli anni la repressione del popolo palestinese?”, si è chiesto Peter Gomez, direttore del FattoQuotidiano.it, durante l’ultimo Salone del Libro di Torino presentando il libro di Ghazy. “Noi europei, e gli occidentali in genere, vivono innanzitutto in una sorta di peccato originale: gli ebrei nei campi di concentramento ce li abbiamo messi noi. Un peccato originale in virtù del quale, anche noi italiani, chiudiamo gli occhi su Gaza”.

Gomez ha così analizzato quello che ritiene la grande finzione da cui tutto ha origine: la tesi secondo cui l’Europa abbia radici giudaico cristiane. “E allora perché non Zeus e Giove? Le radici europee e occidentali non sono quelle, ma risiedono nella rivoluzione francese. L’Europa è figlia del secolo dei lumi, dove si consentiva l’ateismo o di credere in un dio o un altro, come del resto cita anche la costituzione americana. Le radici cristiane dell’Europa volevano dire potere temporale della Chiesa, dimenticando che la Chiesa fino al Concilio Vaticano II considerava gli ebrei come “perfidi giudei”. Quando dopo un mese circa dal 7 ottobre 2023 io, e pochi altri, abbiamo detto ‘ma non vedete cosa sta succedendo a Gaza’ e che quella israeliana non è una guerra contro Hamas ma una vendetta, mi sono sentito dare all’antisemita. Ma come? Io sono per gli esseri umani”.

Il tema del “vittimismo collettivo” e dell’ “infallibilità morale” israeliani costruiti socialmente sotto quintali di retorica educativa dell’Holocaust upbringing (“che permette di giustificare ogni male fatto ai palestinesi”) nelle scuole e nella cultura ebraica è centrale nelle analisi dell’autrice del libro. “Una sorta di esclusiva del dolore e del vittimismo, che ha permesso di trasformare lo Stato di Israele in una specie di divinità” – scrive Ghazy citando il collega Peter Beinart-, “un approccio che ha soprattutto reso impossibile essere critici nei confronti dello stato di Israele”. L’autrice, seguendo il ragionamento di Elian Wizman, professore di relazioni internazionali alla London South Bank University, affianca il celebre concetto coniato da Hannah Arendt della “banalità del male” all’agire dei soldati israeliani “che saccheggiano case di palestinesi sfollati, ridono mentre lanciano le bombe e postano su TikTok video in cui deridono le vittime”. Infine rifacendosi al professore Roberto De Vogli, Ghazy scrive: “De Vogli dice, con parole forti che non temono giudizi: “Quando il mondo verserà per Hind Rajab le stesse lacrime che ha pianto per Anna Frank forse inizierà a decolonizzare la propria memoria e la propria empatia”.

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Licenziato dopo una domanda su Israele, il giornalista Gabriele Nunziati fa causa all’Agenzia Nova

8 June 2026 at 12:08

Il giornalista Gabriele Nunziati ha annunciato in un breve video social che farà causa contro la sua ex agenzia di stampa, l’Agenzia Nova. Il cronista era stato licenziato l’autunno scorso, dopo che aveva chiesto alla portavoce della Commissione europea Paula Pinho se Israele dovesse pagare la ricostruzione della Striscia di Gaza. La prima udienza è prevista per domani, 9 giugno, e in quell’occasione ci sarà un sit-in a cui parteciperò Amnesty, Articolo21, Fnsi, Associazione Stampa Romana, Articolo21, UsigRai, che stanno supportando il giornalista nella sua battaglia legale. Durante la manifestazione si discuterà di libertà d’informazione in particolare sulla Palestina e su Israele.

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“Asilo in cambio di informazioni sui miliziani. Così i servizi israeliani ricattano i gay palestinesi che cercano protezione”

8 June 2026 at 07:10

Fino ad aprile 2024, quando si è ritrovato a vivere in un rifugio per persone della comunità LGBTQ+ a Tel aviv, il palestinese Kareem, in 22 anni di esistenza, non aveva mai incontrato un israeliano che non avesse la divisa, e che non stesse imbracciando un fucile all’interno della West Bank occupata, dove è nato e cresciuto.

La sua storia, raccontata da The Intercept, è una di quelle finite tutto sommato meglio, negli ultimi anni. Sospettato di essere gay da un padre ultraconservatore – che per questo lo minaccia di morte -, nel marzo 2024 decide sfruttare la decisione di un tribunale israeliano e di applicare per lo status di richiedente asilo in Israele per motivi di discriminazione di genere, conscio che ciò si sarebbe tradotto nell’abbandono definitivo della sua terra – tornarci avrebbe significato essere accusati di collaborazionismo con Israele.

Ottenuto l’asilo ad aprile 2024, grazie all’aiuto di alcuni avvocati israeliani, passa varie settimane a dormire sulle panchine, fino a trovare rifugio nella citata comunità LGBTQ, chiamata Hagag Havarod (il Tetto rosa). All’interno del checkpoint di Sha’ar Ephraim, da dove era transitato per andare in Israele, le autorità israeliane lo incalzano, chiedendogli informazioni su parenti e conoscenti, con l’implicito ricatto di un più rapido rilascio del permesso d’asilo in cambio di intelligence. “Quando sei in una situazione così fragile, in cui non puoi tornare nella west bank e non hai uno status riconosciuto in Israele, le agenzie di sicurezza usano sistematicamente la tua debolezza (non solo con omosessuali ma anche con consorti infedeli, persone con problemi finanziari o persone che hanno bisogno di cure urgenti, ndr) per ottenere informazioni, promettendo di non deportarti o imprigionarti”, ha spiegato a The Intercept l’avvocato di Kareem, Tamir Blank.

Passano pochi mesi all’interno del “Tetto Rosa” e una mattina Kareem si sveglia leggendo sul telefono un messaggio che lo informa che il suo permesso di permanenza in Israele è stato revocato. La sua stessa famiglia aveva riferito alle autorità israeliane che Kareem sarebbe stato un membro di Hamas, informazione che avrebbe fatto scattare la procedura di invalidazione del suo permesso. “Ero confuso”, ricorda Kareem su The Intercept. “Mi avevano appena dato il permesso, perché adesso lo rivogliono indietro?”

Per quanto inverosimile sia che un ragazzo omosessuale possa essere un membro di Hamas, lo Shin Bet prova a ricattarlo, chiedendogli nuovamente informazioni su membri di gruppi miitanti della sua città, Ramallah. Informazioni che Kareem non possiede, ovviamente, la cui mancanza, tuttavia, rischia seriamente di accelerare il suo processo di rimpatrio. Alla fine, i suoi avvocati riescono a vincere il contenzioso legale e fargli rinnovare a dicembre 2024 il suo permesso d’asilo, con il giudice che certifica la falsità delle dichiarazioni di suo padre. Oggi si trova a Tel aviv, all’interno di un limbo che si rinnova ogni sei mesi: il suo permesso rimane ma non può lavorare, avere la cittadinanza o la residenza, perché titolare di un passaporto dell’Autorità palestinese (ciò creerebbe un precedente rispetto all’invocato diritto al ritorno dei palestinesi).

È salvo, al momento, ma come ricorda il suo avvocato – che ha difeso decine di palestinesi che alla fine sono stati costretti a collaborare con lo Shin bet – i gay palestinesi più che essere accolti in Israele, vengono continuamente ricattati dalle autorità, che chiedono sostanzialmente informazioni in cambio di protezione, trasformando la loro vulnerabilità in uno strumento coercitivo.

“Ogni caso in cui le autorità possono adescare una persona innocente, a cui si può estorcere qualche informazione o che può essere reclutato come collaboratore, è oro per noi”, aveva dichiarato ad aprile 2023 su Haaretz un ex membro anonimo dell’Unità 8200 di Aman (intelligence militare), quella che si occupa di guerra cibernetica e spionaggio di segnali elettromagnetici. “Durante i nostri corsi di formazione ci insegnano ad imparare a memoria le varie parole che in arabo designano una persona omosessuale”, continuava l’ex dell’Unità 8200. “L’obiettivo è scovare online il minimo segnale sulla sessualità di un palestinese e poi usarlo contro di lui, rovinandogli la vita. Ciò ha anche un ulteriore effetto collaterale: in un ambiente in cui l’omofobia è diffusa, le persone LGBTQ nella West bank vengono visti ex ante come dei potenziali collaborazionisti, proprio in virtù del fatto che le pratiche ricattatorie contro di loro da parte delle autorità israeliane sono ormai di dominio pubblico”.

La storia di Kareem ha molto a che fare con la tendenza di Israele non solo a indulgere in pratiche di pinkwashing per nascondere le proprie politiche d’occupazione e i massacri di palestinesi, come quando a novembre 2023, i soldati delle IDF a Gaza postavano foto della bandiera LGBTQ tra le macerie della Striscia, svuotando di senso tanto la stessa bandiera quanto la desolazione dell’ambiente circostante, raso al suolo da Israele (che aveva già ucciso 10 mila palestinesi dopo un mese di offensiva) e ridotto a “sfondo” per una operazione di autopromozione gay-friendly (sulla bandiera capeggiava la scritta “in the name of love”); ma anche con quella, abbastanza fuorviante, a promuoversi come un “rifugio sicuro” per le persone omosessuali, anche palestinesi, specie rispetto ai paesi che lo circondano, ed agli stessi Territori Occupati.

Israele non esita a minacciare sistematicamente i palestinesi della comunità LGBTQ, e questo non è solo un crimine d’odio omofobo ma anche un crimine di guerra, se è vero che la Corte dell’Aja definisce come tale il fatto di “obbligare civili di un paese ostile a prendere parte ad operazioni di guerra dirette contro il loro stesso paese”.

È certamente vero che Israele è 50mo nell’Lgbtq Equality Index, mentre la Palestina è 146ma – sebbene nella West Bank, ma non a Gaza, gli atti omosessuali consenzienti siano legali. È però altrettanto vero che l’uguaglianza di genere, formale o sostanziale, perde di valore quando non è sorretta dall’uguaglianza in genere, come nel caso dello Stato ebraico. Come riferito al Guardian dall’attivista arabo israeliana Rauda Morcos, a proposito del gay pride di Tel aviv, “a chi importa in questo momento che in Israele tu abbia uguali diritti come omosessuale? A me no, perché se non abbiamo uguali diritti come esseri umani, non ha nessun senso”. Una democrazia per soli ebrei non è una democrazia.

Non solo: vendersi come paese empatico e aperto nei confronti della comunità LGBTQ non è compatibile con il sadismo di certe pratiche dello Shin Bet. Anche perché se a Kareem è andata un po’ meglio, in tanti ci hanno rimesso la vita, come ad esempio Zouhair al Ghaleeth, un ventitreenne di Nablus, che nel 2023 era stato adescato su una app di incontri da un membro dei servizi israeliani, che aveva registrato poi un loro incontro sessuale e obbligato a rivelare informazioni su membri della Fossa dei Leoni, che lo avevano quindi scoperto, obbligato a registrare una video confessione di collaborazionismo, e infine ucciso. Come lui, secondo quanto riferisce Bets’elem, centinaia di palestinesi, sin dal 1967, e migliaia ricattati con minacce esistenziali.

Nel 2014, una ventina di membri dell’Intelligence israeliana aveva già pubblicato una lettera significativa, in cui si rifiutavano di completare il loro servizio nell’Unità 8200 a causa delle violazioni dei diritti dei palestinesi della West Bank. “La popolazione palestinese sotto il regime militare è totalmente esposta allo spionaggio e alla sorveglianza dell’intelligence israeliana“, recitava la lettera. “Si tratta di attività usate a fini persecutori, e per creare divisioni all’interno della società palestinese, reclutando collaboratori e così mettendo una parte della società palestinese contro se stessa”.

La risposta a quella stessa lettera, tanto inattesa quanto potente ed emblematica della miriade di difficoltà per i palestinesi, era arrivata da Al Qaws, uno dei principali gruppi palestinesi per la promozione dei diritti LGBTQ, che in una lettera speculare aveva scritto che sebbene il ricatto sistematico dei membri della comunità fosse un “chiarissimo atto di oppressione, non è più o meno oppressivo del ricatto o estorsione nei confronti di altri individui, Magari sulla base della loro incapacità di accedere a cure mediche, Della privazione della loro libertà di movimento o anche dell’esposizione di loro infedeltà coniugali, Problemi finanziari o di abuso di droghe”. Tutti motivi di ricatto da parte di Israele, confermati dagli stessi ex membri dell’Unita 8200.

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I missili iraniani su Israele dimostrano che Trump non riesce a chiudere la guerra

8 June 2026 at 06:47

A cento giorni dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, i missili lanciati da Teheran contro Israele segnano un nuovo passaggio di una crisi che continua a ripetersi sempre uguale a sé stessa. Una decina di ordigni diretti verso la base di Ramat David, nel nord del Paese, tutti intercettati e senza vittime, ma sufficienti a rimettere in moto la spirale di attacchi incrociati tra Iran, Hezbollah e Israele.

La sequenza è ormai riconoscibile. Tutto parte da un nuovo episodio sul fronte libanese: questa volta un attacco di Hezbollah contro il nord di Israele. La risposta israeliana arriva subito, con un raid nei sobborghi meridionali di Beirut, nel cuore della capitale politica del movimento sciita. È a quel punto che entra in scena l’Iran, che rivendica l’azione come risposta ai bombardamenti israeliani e lancia missili contro obiettivi militari israeliani. Israele replica a sua volta colpendo obiettivi in Iran.

Nessuno degli attori sembra però voler superare la soglia che trasformerebbe la guerra regionale in un conflitto aperto e totale. I missili iraniani vengono intercettati, non ci sono vittime, e anche le risposte israeliane restano mirate su obiettivi militari. È una guerra che si muove dentro limiti sempre più precisi, dove la funzione degli attacchi è tanto militare quanto politica: segnalare deterrenza, mostrare capacità, evitare però il punto di non ritorno.

Dentro questo equilibrio instabile, gli Stati Uniti restano il centro politico della crisi e insieme il suo elemento più contraddittorio. Il presidente statunitense Donald Trump continua a sostenere che un accordo con Teheran sia ancora possibile e che il negoziato non sia stato compromesso dagli ultimi attacchi. Ma allo stesso tempo Washington fatica a tenere insieme le due linee della propria strategia: la pressione su Israele per evitare escalation e la necessità di mantenere aperto il canale diplomatico con l’Iran.

Trump avrebbe chiesto direttamente al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di evitare ulteriori attacchi per non far saltare i colloqui con Teheran. Ma la logica israeliana è diversa: per il governo Netanyahu non esistono fronti separati tra Libano e Iran, e la pressione militare su Hezbollah e sulle sue retrovie iraniane è parte della stessa strategia di sicurezza.

L’Iran, dal canto suo, utilizza la guerra come leva negoziale. La risposta missilistica a Israele è calibrata per mostrare capacità di ritorsione senza trascinare gli Stati Uniti in un confronto diretto. Allo stesso tempo Teheran continua a legare qualsiasi possibile accordo con Washington alla situazione regionale, in particolare al ruolo di Hezbollah in Libano, trasformando il fronte libanese in una componente centrale del negoziato.

Il risultato è un conflitto che non si sviluppa in linea retta ma in cerchi concentrici, dove ogni teatro influenza l’altro. Il Libano è il punto di innesco, Israele il bersaglio e il moltiplicatore della risposta, l’Iran il livello strategico della ritorsione. Sopra tutto, gli Stati Uniti cercano di mantenere aperta una trattativa che procede in parallelo alla guerra e che rischia continuamente di esserne travolta.

A cento giorni dall’inizio del conflitto, il paradosso è proprio questo: mentre la diplomazia continua a parlare di accordi “vicini”, sul terreno la guerra non rallenta. Si stabilizza invece in una forma ibrida, fatta di attacchi limitati, risposte calibrate e negoziati che avanzano senza riuscire a produrre effetti reali.

In questo spazio intermedio, la crisi non si chiude e non esplode. Continua. E il punto non è più se la guerra finirà o si allargherà, ma quanto a lungo potrà restare in questo equilibrio instabile senza rompersi del tutto.

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Perché Amnesty International e altre Ong hanno denunciato FedEx Belgio per il transito illegale di armi dirette a Israele

8 June 2026 at 05:51

Amnesty International, Azione per la pace, Lega dei diritti umani e Coordinamento nazionale d’azione per la pace e la democrazia hanno presentato alla procura di Liegi una denuncia contro FedEx Belgio, sussidiaria del gigante statunitense delle spedizioni, riguardante l’asserito transito illegale di armi dirette a Israele, comprese parti degli aerei da combattimento F-35 ampiamente usati dall’aviazione di Tel Aviv durante il genocidio tuttora in corso contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza occupata.

Secondo le leggi in vigore nella Vallonia, regione federale dotata di poteri legislativi, FedEx Belgio era tenuta a ottenere una licenza di transito dalle autorità locali, cosa che non è avvenuta. Per la legge belga, il trasferimento senza licenza di armi come quelle oggetto della spedizione è un reato.

Gli F-35 sono i più avanzati aerei da combattimento in dotazione all’aviazione israeliana. Hanno causato morti e distruzioni massicce, spazzato via intere generazioni di famiglie palestinesi e ridotto la maggior parte della Striscia di Gaza in macerie. Il genocidio israeliano tuttora in corso ha bisogno di costanti nuove forniture di armi.

Secondo informazioni disponibili sul sito di FedEx, nell’ottobre 2024 una spedizione soggetta al Regolamento statunitense sul traffico internazionale di armi è stata trasferita dalla Hill Air Force Base, situata nello stato dell’Utah, alla Base dell’aeronautica israeliana di Nevatim.

Nel giugno 2025 FedEx ha dichiarato che “alcune rotte di volo sono state riconfigurate all’ultimo momento per ragioni operative” a causa della chiusura dello spazio aereo israeliano durante la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” tra Iran e Israele. Conseguentemente, “alcuni prodotti soggetti al Regolamento statunitense sul traffico internazionale di armi possono essere passati involontariamente per Liegi”.

Ciò che era a bordo del velivolo di FedEx è stato scaricato a Liegi, trasportato su strada all’aeroporto di Colonia in Germania e poi fatto proseguire verso Israele.

Fonti giornalistiche hanno riferito di successivi transiti illegali di spedizioni attraverso l’aeroporto di Liegi, evidenziando la mancata applicazione delle leggi locali. Potrebbe emergere, dunque, uno schema secondo il quale le autorità federali belghe e quella della Vallonia non stanno applicando provvedimenti per regolare efficacemente il transito di armi. “Con questa denuncia, speriamo che ulteriori transiti illegali di armi destinate a Israele attraverso il Belgio verranno fermati e che si risponda sul piano giudiziario di quanto avvenuto. Non è accettabile che multinazionali come FedEx possano ignorare le regole quando fa loro comodo. Non sono al di sopra della legge”, ha dichiarato Carine Thibaut, direttrice della sezione francofona di Amnesty International Belgio.

Il diritto internazionale vieta a tutti gli stati di trasferire armi a tutte le parti coinvolte in un conflitto armato, laddove vi sia il chiaro rischio che tali trasferimenti potranno contribuire a gravi violazioni del diritto internazionale umanitario.

Nel suo parere consultivo del 2024, la Corte internazionale di giustizia ha concluso che gli stati hanno l’obbligo di non assistere Israele nel mantenimento della sua occupazione illegale del territorio palestinese. Dunque, gli stati che continuano a trasferire armi a Israele agiscono in violazione dei loro obblighi ai sensi delle Convenzioni di Ginevra e, per quelli che lo hanno ratificato come il Belgio, anche del Trattato sul commercio di armi.

Anche le aziende che producono ed esportano armi hanno la responsabilità di rispettare il diritto internazionale dei diritti umani e il diritto internazionale umanitario, attraverso procedimenti rafforzati di due diligence sui diritti umani lungo tutta la catena di valore, per assicurare che le armi esportate non vengano usate per compiere possibili crimini di diritto internazionale. Amnesty International ha contattato FedEx Belgio per commenti e ha ricevuto la seguente risposta da un portavoce dell’azienda: “FedEx è impegnata a rispettare le leggi e i regolamenti in materia. Non effettuiamo spedizioni internazionali di armi o munizioni e abbiamo in vigore procedure di verifica per impedire tali spedizioni”.

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