Sudamerica
Vi briffo sul sudamerica – la mia vignetta per Il Fatto Quotidiano oggi in edicola!
#minetti #uruguay #satira #vignetta #natangelo
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di Giuseppe Chia
È solo un albero ma vederlo da vicino provoca un’emozione profonda. Non so misurare a occhio la circonferenza. Sua maestà mi guarda dal ciglio della strada insonne mentre il traffico scorre veloce. Chi volesse fermarsi a visitarlo, a fargli un saluto, deve stare molto attento…
Tutti sanno che lì cresce un gigante da tempo immemore. Lo chiamano il platano di Napoleone e si trova sulla corsia all’uscita da Alessandria. Ci vorrebbe un’isola verde intorno per portarci i bambini a giocare, in modo che tutti possano venire a vederlo, a toccarlo, a guardarlo da tutti i lati, tanto è bello e possente. Ma nessuno apparentemente ha mai pensato a qualcosa del genere.
La zona intorno ad Alessandria, lungo il Tanaro e il Bormida, è piena di platani, ma questo è davvero speciale. È triste dirlo: la sua condizione, strozzato dal traffico, a respirare polvere di pneumatici, fa pensare alla misera condizione di noi umani, che non diamo importanza alle cose veramente importanti. Qualcuno, leggendo queste righe, dirà: “Ma cosa pretende questo qua, che spostiamo la strada per costruire un’isola pedonale intorno all’albero?”. Ma io sommessamente rispondo: “Sì, sarebbe il segnale che finalmente qualcosa cambia in meglio in questa turpe epoca di nonsenso, soprusi, prepotenze… il segnale che, finalmente, si spendono soldi per una causa seria, umanamente appagante”.
A poca distanza dal platano c’è il Bormida; non lontano da Alessandria si unirà al Tanaro formando una massa d’acqua enorme che confluirà poi nel Po. Chi si fermerà mai a guardare questo fiume con l’acqua di un verde scuro, quasi immobile. Perché non spostare la strada da qualche altra parte? Lo spazio certo non manca. Nel corso degli anni chilometri e chilometri di nuovo asfalto sono apparsi intorno a questa città che sembra vivere con la smania della fretta, dell’andare chissà dove, del risparmiare tempo… per cosa?
Una bella area verde con al centro lui che con la sua sola presenza arricchisce il tuo sguardo, la tua anima, il tuo pensiero. E poi, più in là il fiume. Un’area verde perché chi vuole possa passare del tempo lì intorno, visitarlo di tanto in tanto, ammirarlo, fargli un saluto, un vero simbolo vivente di una città che finalmente riscopre la sua ragion d’essere. Non più città di caserme e soldati, di supermercati e uffici, ma una città di gente che fa qualcosa per il futuro dei suoi cittadini, per il benessere di tutti, anche di quelli che verranno, che non sono ancora nati.
Una città non è solo l’insieme delle sue attività economiche. Negli ultimi decenni siamo stati indotti a pensare questo. Ormai le città dovrebbero re-imparare a vivere a contatto con la natura e la natura significa soprattutto alberi e fiumi. Sono loro che migliorano la qualità della vita, la vivibilità, l’aria, il senso dell’abitare in un luogo piuttosto che in un altro.
Io scommetto che una volta fatto il lavoro, tutti direbbero: “Ma guarda: cosa ci voleva? Non è stato per niente complicato e non abbiamo speso neppure molto. Ma quello che abbiamo guadagnato è davvero incalcolabile”. Adesso si può guardare dal ponte il placido Bormida, seguire il corso delle stagioni e dei colori che cambiano parlando col fiume e col platano, andare in bicicletta o a piedi nei percorsi ecologici che si possono già intuire. La città riscopre a poco a poco il grande padre che non sapeva di avere. Mamme e pensionati con figli e nipoti vi si ritrovano, passano il tempo. A un patrimonio prima completamente inutilizzato, prima abbrutito dal traffico e dalla polvere, è stato dato valore. Non sarà più il platano di Napoleone adesso, ma il platano di Alessandria…
Quando l’ultimo insulto al buonsenso sarà stato consumato, sono sicuro che questa idea del “Parco del Bormida e del Platano”, che ora sa di ingenua utopia, sarà considerata in modo più “terreno” un umile omaggio a ciò che realmente conta: i fiumi e gli alberi senza i quali la vita sarebbe impossibile.
L'articolo Ho un’utopia: che spostino la strada attorno al platano di Napoleone ad Alessandria proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mi trovavo alla presentazione di un libro da parte del suo autore. Nel salone del Centro Banchi, adiacente a Piazza Caricamento di Genova, Roberto Cirelli commentava il suo recente saggio Cronache di un Paese interrotto. Diario di un prof in Palestina. Seguito per l’occasione da un buon numero di presenti, Roberto ha motivato la scelta della parola ‘interrotto’. Questa parola, derivata dalla lingua latina, significa “sospeso, temporaneamente o definitivamente… incompiuto, non condotto a termine, non continuo, spezzato”. Ce n’è abbastanza per coltivare questa parola come metafora di ciò che stiamo esperimentando oggi.
Interruzioni di strade per lavori in corso, di un programma televisivo, della vita di un Paese, del lavoro e di un sentiero. Anzi sono soprattutto i sentieri ad essere, forse malgrado loro, interrotti, spezzati, incompiuti, feriti, abbandonati, proprio come alcuni Paesi. Interrotti in piena crescita della loro storia, civiltà, cultura, passato e futuro. A volte per sempre.
Fin da bambino percorrendo i sentieri nei boschi dell’Appennino ligure e, in altra stagione della vita, quelli di montagna, rimanevo meravigliato del mistero in essi nascosto. Sentieri tracciati dai passi di innumerevoli camminatori che mi avevano preceduto e di cui profittavo la sinuosità. Cammini che si inerpicavano, scendevano, avvicinavano e allontanavano dalla vetta o dalla meta finale. Sentieri con ancora la traccia delle scarpe di chi era già transitato, segni di riconoscimento, bollini colorati a seconda della destinazione e talvolta i tempi di percorrenza. In tutto ciò non era importante solo la meta ma anche il percorso in sé, il sentiero, appunto. Tornando a casa ogni tanto dalle missioni in vari Paesi dell’Africa Occidentale, col correre degli anni, mi accorgevo che alcuni dei sentieri conosciuti e camminati erano nel frattempo spariti. Inghiottiti dal tracciato di nuove strade, da insediamenti di pregevole fattura e, in particolare, dall’incuria. Al posto dei sentieri trovavo rovi con alberi abbattuti.
La parola sentiero deriva dal francese ‘sentier’ che a sua volta si innesta sul latino ‘semita’ che significa sentiero. ‘Via a fondo naturale tracciata in luoghi montani e campestri, in boschi e prati, dal passaggio di persone e di animali’… Che alcuni sentieri si interrompano non è certamente una novità. C’è poco di nuovo sotto il sole, ricorda il saggio del libro dell’Ecclesiaste: “quello che è stato è quel che sarà… c’è forse qualcosa di cui si dica ’Guarda, questo è nuovo’. Quella cosa esisteva già nei secoli che l’hanno preceduta”. Sentieri erranti nella selva (o Sentieri interrotti) è una raccolta di saggi del filosofo di origine tedesca Martin Heidegger nel 1950. Cito: “Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco [Holz] ci sono sentieri [Wege] che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra sovente l’altro: ma sembra soltanto. Legnaioli e guardaboschi li conoscono bene. Essi sanno che cosa significa ‘trovarsi su un sentiero che, interrompendosi, svia”.
Pietre Parlanti è un’associazione che si occupa della valorizzazione e riscoperta del territorio. Ha la sua sede nei pressi di Lavagna, frazione di Santa Giulia in provincia di Genova. Tra le finalità di Pietre Parlanti si nota la mappatura, pulizia e mantenimento dei sentieri, lastricati di ardesia e circondati da muretti a secco. Questi ultimi riemergono spesso da una fitta vegetazione di rovi, dimenticati da anni. L’Associazione contribuisce inoltre a condurre ricerche storico-antropologiche degli usi, costumi e tradizioni del territorio rurale. Pietre Parlanti ricorda che la bellezza del paesaggio è creata da mani che lavorano. Solo se le persone coltivano i terreni, scolpiscono declivi e colline che così diventano armonia di cultura e paesaggio. I sentieri interrotti e che ‘sviano’ nei Paesi, nelle città, nelle relazioni e dunque nella politica sono all’origine dei drammi del nostro come di altri tempi. Le Pietre possono riprendere a parlare a condizione che trovino gente disposta ad ascoltarle.
Casarza Ligure, maggio 2026
L'articolo Una riflessione a partire dal ‘Paese interrotto’ di Roberto Cirelli: una metafora di quel che vediamo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lampedusa è di nuovo lì, come un promemoria che l’Europa si ostina a ignorare. Ogni volta che succede qualcosa sull’isola, Bruxelles scopre di avere una coscienza. E puntualmente la rimette nel cassetto. Ancora sbarchi nell’ultimo mese sul molo Favaloro, che ne seguono diversi altri. Anche se nessuno ne parla, siamo nel pieno della stagione degli sbarchi!
Sbarco è una parola che confonde. È un termine non umanitario, piuttosto è militare. Si sbarca in Normandia, non a Lampedusa.
Cosa c’è di umano nel chiamare sbarco, ad esempio, quello avvenuto a metà maggio caratterizzato dalla storia di una neonata ivoriana di un mese morta di freddo? Vestiti fradici, barca di sette metri, partenza da Sfax-El Amra. I rianimatori hanno provato tutto, ma il suo cuore aveva già deciso che non valeva la pena aspettare l’ennesima riunione dei ministri dell’Interno. La seppelliranno a Cala Pisana, accanto a tombe senza nome: il cimitero più visitato dai vivi solo quando c’è da fare passerelle. Accanto alla morte della bambina, l’ennesimo orrore: diverse donne stuprate durante il viaggio. Lo conferma Francesco D’Arca, responsabile del poliambulatorio dell’isola: “Non è un episodio isolato, ma l’ennesima ferita aperta nel Mediterraneo”.
Ferite sul corpo, certo, ma soprattutto dentro. Solita storia: mentre i migranti provano a ricominciare, medici, psicologi e volontari tengono insieme i pezzi di un’umanità che i governi europei trattano come un fastidio stagionale. Dopo il ciclone Harry, che tra il 19 e il 21 gennaio ha devastato diverse coste di Sicilia e Calabria, il mare è diventato una lavatrice impazzita. Più di 1.800 persone morte. In alcuni giorni si muore più nel Mediterraneo che in un giorno di guerra in Iran.
La rotta tunisina resta una delle più pericolose al mondo, ma tranquilli: c’è sempre qualcuno pronto a spiegare che “la situazione è sotto controllo”. In questo scenario, la visita di Papa Leone il prossimo 4 luglio non è un evento: è un dito nella piaga. Tredici anni dopo Papa Francesco e la sua “globalizzazione dell’indifferenza”, un nuovo pontefice torna nello stesso punto della ferita, perché la ferita è ancora lì. E sanguina.
Papa Prevost arriva mentre il Mediterraneo vive una delle sue stagioni più tragiche. La sua presenza non sarà la solita foto da tg: sarà un appello diretto ai governi europei ad aprire corridoi umanitari, a creare vie legali a superare la logica emergenziale che da anni è diventata la foglia di fico perfetta per non fare nulla. Eppure, anche in mezzo alla distrazione generale, questa visita ricorda che l’umanità concreta esiste: volontari, medici, famiglie, comunità locali che non hanno mai smesso di accogliere. Senza decreti, senza conferenze stampa, senza hashtag.
Di fronte alla morte della neonata, alle donne violentate, ai corpi senza nome, risuonano ad esempio le parole del cardinale Matteo Zuppi, uno che non ha paura di dire le cose come stanno: “Non possiamo permettere che il Mediterraneo diventi un confine di morte. È il luogo dove si misura la nostra umanità, non la nostra paura.” E ancora: “L’Europa deve decidere se vuole essere una comunità solidale o un condominio dove ognuno chiude la porta.” Tradotto: o siamo un continente, o siamo un insieme di citofoni.
Lampedusa pertanto non è un confine periferico ma piuttosto il centro morale dell’Europa. La morte della neonata, le violenze sulle donne, le 1.800 vite inghiottite dopo il ciclone Harry: tutto questo non chiede solo lacrime, ma politica. Non commozione, ma decisioni. La visita di Papa Prevost arriva come un invito — o forse un monito — a non voltarsi dall’altra parte. Perché, come ricordava Papa Francesco nel 2013, “le migrazioni non sono un’emergenza, ma un segno dei tempi”. I tempi e le troppe morti, oggi, ci chiedono coraggio e non comunicati stampa.
L'articolo A ogni arrivo a Lampedusa, Bruxelles scopre di avere una coscienza. Per rimetterla subito nel cassetto proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’11 giugno 2026 prenderà il via la Coppa del Mondo FIFA che per oltre un mese, fino al 19 luglio, monopolizzerà l’attenzione di milioni di persone tra Stati Uniti, Canada e Messico. In Argentina, come sempre accade quando si parla di Mondiali, l’attesa assume contorni quasi religiosi. Il calcio è identità nazionale, memoria collettiva, linguaggio comune.
Eppure, proprio mentre migliaia di tifosi stanno programmando viaggi, acquistando biglietti e sognando di seguire la Selección nella difesa del titolo conquistato in Qatar, una parte di loro rischia di restare fuori dai cancelli degli stadi. Non per problemi di ordine pubblico. Non per precedenti di violenza. Non per motivi di sicurezza internazionale. Ma per non aver versato l’assegno di mantenimento ai propri figli.
La decisione, adottata dalle autorità argentine, rappresenta una delle misure più innovative e discusse degli ultimi anni nel campo della tutela dei diritti dell’infanzia. Attraverso l’integrazione tra il Registro dei Debitori Alimentari Morosi e il programma di sicurezza Tribuna Segura, chi risulta inadempiente nei confronti dei propri figli può essere identificato durante i controlli e vedersi negato l’accesso agli impianti sportivi. Il progetto, inizialmente applicato alle competizioni nazionali, punta ora a estendere il divieto anche alle partite del Mondiale 2026.
A prima vista potrebbe sembrare una misura simbolica. In realtà nasce da un problema sociale enorme, spesso invisibile. Secondo un rapporto dell’Unicef pubblicato nel 2024, il 56% delle madri argentine non riceve regolarmente l’assegno di mantenimento quando il padre non vive più nella stessa casa. Dietro questa percentuale si nascondono milioni di bambini e adolescenti che vedono compromesso l’accesso a beni essenziali, dall’alimentazione alla salute, dall’istruzione alle attività ricreative. Una statistica che racconta molto più di una semplice controversia economica tra ex partner: racconta una forma di disuguaglianza strutturale che colpisce soprattutto donne e minori.
Per comprendere la portata della decisione argentina è necessario ricordare che l’assegno di mantenimento non è un favore né una concessione volontaria. È un obbligo giuridico che deriva dalla responsabilità genitoriale. Significa contribuire alle spese necessarie per garantire ai figli una vita dignitosa, indipendentemente dalla fine di una relazione affettiva. Eppure, in gran parte dell’America Latina, il mancato pagamento degli alimenti continua a essere uno dei principali fattori di impoverimento delle famiglie monoparentali, quasi sempre guidate da donne.
La novità introdotta da Buenos Aires consiste nell’aver spostato la questione dal piano privato a quello pubblico. Per anni i debitori alimentari sono stati perseguiti attraverso procedure giudiziarie spesso lente e inefficaci. Oggi l’Argentina tenta una strada diversa: colpire dove l’impatto sociale e simbolico è maggiore. Nel paese di Maradona e Messi, infatti, essere esclusi da una partita della nazionale equivale a essere esclusi da uno dei principali rituali collettivi della vita pubblica.
La scelta non è casuale. Il calcio rappresenta uno dei pochi spazi in grado di generare una pressione sociale immediata. Una multa può passare inosservata, una causa civile può trascinarsi per anni. Restare fuori dallo stadio durante un Mondiale, invece, è qualcosa che produce conseguenze tangibili e visibili. Il messaggio delle autorità è tanto semplice quanto diretto: chi non rispetta i diritti dei propri figli non può pretendere di godere normalmente dei privilegi della vita sociale.
Naturalmente il provvedimento ha aperto un dibattito. I sostenitori ritengono che si tratti di una misura proporzionata e coerente con il principio del superiore interesse del minore, riconosciuto dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia. I critici sostengono invece che il rischio sia quello di privilegiare la dimensione punitiva rispetto alla risoluzione concreta del problema. Impedire a una persona di entrare allo stadio non garantisce automaticamente che il denaro arrivi nelle tasche dei figli. Tuttavia, anche chi avanza queste obiezioni riconosce che il fenomeno richiede strumenti nuovi, poiché quelli tradizionali hanno dimostrato limiti evidenti.
L’aspetto forse più interessante della vicenda è che essa racconta una trasformazione più ampia nel modo in cui gli Stati affrontano la protezione dei diritti dell’infanzia. Sempre più spesso le amministrazioni pubbliche collegano l’accesso a determinati benefici, servizi o attività al rispetto di obblighi familiari e sociali. In questo caso il calcio diventa uno strumento di politica pubblica. Non per punire il tifoso, ma per ricordare che la responsabilità genitoriale non può essere sospesa nel momento in cui una relazione termina.
Alla vigilia del Mondiale 2026, uno dei più grandi spettacoli sportivi del pianeta, l’Argentina lancia dunque un messaggio che va ben oltre il calcio. In una società che troppo spesso normalizza l’inadempienza paterna e scarica sulle madri il peso economico e affettivo della cura, il paese sceglie di affermare una priorità precisa. Prima della partita, prima del tifo, prima della passione per “La Albiceleste”, vengono i diritti dei figli.
Mentre Messi si prepara all’ultimo Mondiale della sua carriera e milioni di argentini sognano un nuovo trionfo, Buenos Aires lancia un messaggio semplice e difficile da contestare: il primo dovere di un padre non è sostenere la nazionale ma sostenere i propri figli. E questa volta, per entrare allo stadio, potrebbe essere necessario dimostrarlo, pena un cartellino rosso e l’espulsione.
L'articolo Mondiali 2026, chi non paga il mantenimento ai figli resta fuori dagli stadi: la scelta dell’Argentina che fa discutere proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Giuseppe Chia
È solo un albero ma vederlo da vicino provoca un’emozione profonda. Non so misurare a occhio la circonferenza. Sua maestà mi guarda dal ciglio della strada insonne mentre il traffico scorre veloce. Chi volesse fermarsi a visitarlo, a fargli un saluto, deve stare molto attento…
Tutti sanno che lì cresce un gigante da tempo immemore. Lo chiamano il platano di Napoleone e si trova sulla corsia all’uscita da Alessandria. Ci vorrebbe un’isola verde intorno per portarci i bambini a giocare, in modo che tutti possano venire a vederlo, a toccarlo, a guardarlo da tutti i lati, tanto è bello e possente. Ma nessuno apparentemente ha mai pensato a qualcosa del genere.
La zona intorno ad Alessandria, lungo il Tanaro e il Bormida, è piena di platani, ma questo è davvero speciale. È triste dirlo: la sua condizione, strozzato dal traffico, a respirare polvere di pneumatici, fa pensare alla misera condizione di noi umani, che non diamo importanza alle cose veramente importanti. Qualcuno, leggendo queste righe, dirà: “Ma cosa pretende questo qua, che spostiamo la strada per costruire un’isola pedonale intorno all’albero?”. Ma io sommessamente rispondo: “Sì, sarebbe il segnale che finalmente qualcosa cambia in meglio in questa turpe epoca di nonsenso, soprusi, prepotenze… il segnale che, finalmente, si spendono soldi per una causa seria, umanamente appagante”.
A poca distanza dal platano c’è il Bormida; non lontano da Alessandria si unirà al Tanaro formando una massa d’acqua enorme che confluirà poi nel Po. Chi si fermerà mai a guardare questo fiume con l’acqua di un verde scuro, quasi immobile. Perché non spostare la strada da qualche altra parte? Lo spazio certo non manca. Nel corso degli anni chilometri e chilometri di nuovo asfalto sono apparsi intorno a questa città che sembra vivere con la smania della fretta, dell’andare chissà dove, del risparmiare tempo… per cosa?
Una bella area verde con al centro lui che con la sua sola presenza arricchisce il tuo sguardo, la tua anima, il tuo pensiero. E poi, più in là il fiume. Un’area verde perché chi vuole possa passare del tempo lì intorno, visitarlo di tanto in tanto, ammirarlo, fargli un saluto, un vero simbolo vivente di una città che finalmente riscopre la sua ragion d’essere. Non più città di caserme e soldati, di supermercati e uffici, ma una città di gente che fa qualcosa per il futuro dei suoi cittadini, per il benessere di tutti, anche di quelli che verranno, che non sono ancora nati.
Una città non è solo l’insieme delle sue attività economiche. Negli ultimi decenni siamo stati indotti a pensare questo. Ormai le città dovrebbero re-imparare a vivere a contatto con la natura e la natura significa soprattutto alberi e fiumi. Sono loro che migliorano la qualità della vita, la vivibilità, l’aria, il senso dell’abitare in un luogo piuttosto che in un altro.
Io scommetto che una volta fatto il lavoro, tutti direbbero: “Ma guarda: cosa ci voleva? Non è stato per niente complicato e non abbiamo speso neppure molto. Ma quello che abbiamo guadagnato è davvero incalcolabile”. Adesso si può guardare dal ponte il placido Bormida, seguire il corso delle stagioni e dei colori che cambiano parlando col fiume e col platano, andare in bicicletta o a piedi nei percorsi ecologici che si possono già intuire. La città riscopre a poco a poco il grande padre che non sapeva di avere. Mamme e pensionati con figli e nipoti vi si ritrovano, passano il tempo. A un patrimonio prima completamente inutilizzato, prima abbrutito dal traffico e dalla polvere, è stato dato valore. Non sarà più il platano di Napoleone adesso, ma il platano di Alessandria…
Quando l’ultimo insulto al buonsenso sarà stato consumato, sono sicuro che questa idea del “Parco del Bormida e del Platano”, che ora sa di ingenua utopia, sarà considerata in modo più “terreno” un umile omaggio a ciò che realmente conta: i fiumi e gli alberi senza i quali la vita sarebbe impossibile.
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Mauro Ermanno Giovanardi ha 64 anni e nel corso della sua carriera ha raccolto quattro Targhe Tenco, un Premio Ciampi, un Premio De André, un Premio Lunezia e molti altri riconoscimenti che, nel mondo della canzone d’autore, non arrivano per caso. Se lo conosci già, sai di chi sto parlando. Se non lo conosci ancora, questo è un buon posto da cui cominciare.
Nei consueti nove punti di questo blog – che compie 15 anni in questi giorni – provo a ripercorrere una storia che vale la pena conoscere per intero. Cominciamo!
1. Prima dei La Crus
C’erano i Carnival of Fools, band milanese nata nel 1988 che Giovanardi ha raccontato nel documentario Jesus Loves the Fools, uscito nel 2024, la cui regia è affidata a Filippo D’Angelo, Dimitris Statiris e Giovanardi stesso. Non erano l’ennesimo gruppo che guardava all’estero copiandone le pose. C’era già lì qualcosa di riconoscibile: quella voce da crooner cresciuta con il Post-punk, il gusto per l’atmosfera più che per il riff, l’inquietudine trattata come materia prima. Un seme che aveva bisogno di altri anni per diventare quello che sarebbe arrivato dopo.
2. I La Crus
Nascono come duo con Alessandro Cremonesi, coautore dei testi. Cesare Malfatti arriverà qualche tempo dopo nel ruolo di programmatore, e per buona parte degli anni Novanta occupano uno spazio che nessun altro in Italia sembrava voler abitare: elettronica, canzone d’autore, trip hop, sperimentazione e musica industriale che andavano mano nella mano con Piero Ciampi, le notti milanesi e la fascinazione metropolitana. Dopo otto dischi con Warner il progetto implode, e si riuniscono quindici anni dopo con Proteggimi da ciò che voglio, con Carmen Consoli, Colapesce e Di Martino, Vasco Brondi e il filosofo Slavoj Žižek come ospiti. Poi si fermano di nuovo. Giovanardi dice che difficilmente ci sarà un seguito discografico. Non sembra amarezza, sembra realismo.
3. La voce
La voce di Giovanardi è baritonale, controllata, capace di stare dentro una canzone sublimandone le coordinate. Non ha mai avuto bisogno del virtuosismo né dell’urlo. Funziona per quello che trattiene, non per quello che mostra. Alzare la voce per fare arrivare un messaggio non è nelle sue corde. Speak low, cantava Billie Holiday.
4. La dimensione teatrale
Non è un’estetica di superficie. Ogni pausa ha un peso, ogni silenzio è calcolato. È uno dei pochi artisti italiani capaci di fare di una canzone un piccolo monologo esistenziale senza che suoni come un esercizio di stile. Il percorso teatrale è stato centrale nella sua carriera: lo spettacolo Chelsea Hotel, costruito insieme al giornalista e critico musicale Massimo Cotto, arrivò a 54 repliche. Cotto è morto nell’agosto del 2024. Giovanardi lo ha ricordato riportando in scena quello spettacolo all’inizio del 2026.
5. Ciampi
Ci sono artisti che citano Piero Ciampi per darsi un tono. Giovanardi lo ha restituito al presente e fatto conoscere alla generazione alternativa di quella stagione irripetibile degli anni Novanta. Lo ha fatto con rispetto, senza trasformarlo in santino da nicchia: con la versione de Il vino portata nei concerti dei La Crus, migliaia di ragazzi sono andati a comprare i suoi dischi originali. Lui stesso ricorda l’ultimo concerto agli Arcimboldi, con Nada sul palco e 2500 persone che cantavano il ritornello. In Italia la memoria culturale viene spesso lasciata morire in silenzio. Questo è uno dei casi in cui non è successo.
6. Dentro me, Come ogni volta, Nera signora
Canzoni che sembrano arrivare da un luogo fuori dal tempo e che riescono a dare un nome a pensieri che erano già nostri, ma che non avevamo ancora saputo formulare. Le ascolti una seconda volta e ti sembra chiara una cosa: quelle parole ti appartengono. Hai la sensazione che siano sempre state lì, in attesa di essere riconosciute. È una qualità rarissima. Forse la più rara che una canzone possa avere.
7. Sanremo 2011
Porta a Sanremo Io confesso, ricostituendo i La Crus per quella settimana festivaliera. Struttura perfetta, un testo che guarda in faccia la colpa senza retorica, un arrangiamento costruito attorno alla voce. Un uomo solo davanti a ciò che ha fatto, niente di più. È una di quelle canzoni che ogni artista dovrebbe ascoltare prima di salire sul palco dell’Ariston, per capire cosa significhi scrivere davvero per Sanremo. Il Festival la manda a casa sesta e non si accorge che avrebbe dovuto vincere. A distanza di anni è ancora lì, immune al tempo; un diamante che continua a brillare.
8. Andare avanti
Resta una delle figure più importanti della musica italiana degli ultimi quarant’anni. Non si è trasformato nel sacerdote nostalgico degli anni Novanta, non ha inseguito il revival. Ha continuato a muoversi, collaborare, cercare, anche quando sarebbe stato più comodo vivere di rendita su quello che aveva già costruito.
9. E poi scegliere con cura le parole
Il nuovo album è uscito il 20 marzo per Woodworm. Cominciato prima del Covid, messo in pausa per la reunion dei La Crus, ripreso e chiuso nel 2022, pubblicato adesso. Molti testi sono nati a quattro mani con Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi, Cheope, Giuseppe Anastasi in una sorta di collettivo della parola. Dal vivo lo porta in trio con due postazioni di tastiere, un impianto essenziale che richiama la new wave anglosassone. Lui lo descrive come il disco più esistenzialista che abbia mai fatto, attraversato da quella che chiama, citando Calvino e le sue Lezioni americane, una “leggerezza pensosa”. Da ascoltare subito: Anni Zero, Il buio nella pelle, La coscienza della mia generazione.
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Buon ascolto!
9 Canzoni 9 … di Mauro Ermanno Giovanardi
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Mi trovavo alla presentazione di un libro da parte del suo autore. Nel salone del Centro Banchi, adiacente a Piazza Caricamento di Genova, Roberto Cirelli commentava il suo recente saggio Cronache di un Paese interrotto. Diario di un prof in Palestina. Seguito per l’occasione da un buon numero di presenti, Roberto ha motivato la scelta della parola ‘interrotto’. Questa parola, derivata dalla lingua latina, significa “sospeso, temporaneamente o definitivamente… incompiuto, non condotto a termine, non continuo, spezzato”. Ce n’è abbastanza per coltivare questa parola come metafora di ciò che stiamo esperimentando oggi.
Interruzioni di strade per lavori in corso, di un programma televisivo, della vita di un Paese, del lavoro e di un sentiero. Anzi sono soprattutto i sentieri ad essere, forse malgrado loro, interrotti, spezzati, incompiuti, feriti, abbandonati, proprio come alcuni Paesi. Interrotti in piena crescita della loro storia, civiltà, cultura, passato e futuro. A volte per sempre.
Fin da bambino percorrendo i sentieri nei boschi dell’Appennino ligure e, in altra stagione della vita, quelli di montagna, rimanevo meravigliato del mistero in essi nascosto. Sentieri tracciati dai passi di innumerevoli camminatori che mi avevano preceduto e di cui profittavo la sinuosità. Cammini che si inerpicavano, scendevano, avvicinavano e allontanavano dalla vetta o dalla meta finale. Sentieri con ancora la traccia delle scarpe di chi era già transitato, segni di riconoscimento, bollini colorati a seconda della destinazione e talvolta i tempi di percorrenza. In tutto ciò non era importante solo la meta ma anche il percorso in sé, il sentiero, appunto. Tornando a casa ogni tanto dalle missioni in vari Paesi dell’Africa Occidentale, col correre degli anni, mi accorgevo che alcuni dei sentieri conosciuti e camminati erano nel frattempo spariti. Inghiottiti dal tracciato di nuove strade, da insediamenti di pregevole fattura e, in particolare, dall’incuria. Al posto dei sentieri trovavo rovi con alberi abbattuti.
La parola sentiero deriva dal francese ‘sentier’ che a sua volta si innesta sul latino ‘semita’ che significa sentiero. ‘Via a fondo naturale tracciata in luoghi montani e campestri, in boschi e prati, dal passaggio di persone e di animali’… Che alcuni sentieri si interrompano non è certamente una novità. C’è poco di nuovo sotto il sole, ricorda il saggio del libro dell’Ecclesiaste: “quello che è stato è quel che sarà… c’è forse qualcosa di cui si dica ’Guarda, questo è nuovo’. Quella cosa esisteva già nei secoli che l’hanno preceduta”. Sentieri erranti nella selva (o Sentieri interrotti) è una raccolta di saggi del filosofo di origine tedesca Martin Heidegger nel 1950. Cito: “Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco [Holz] ci sono sentieri [Wege] che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra sovente l’altro: ma sembra soltanto. Legnaioli e guardaboschi li conoscono bene. Essi sanno che cosa significa ‘trovarsi su un sentiero che, interrompendosi, svia”.
Pietre Parlanti è un’associazione che si occupa della valorizzazione e riscoperta del territorio. Ha la sua sede nei pressi di Lavagna, frazione di Santa Giulia in provincia di Genova. Tra le finalità di Pietre Parlanti si nota la mappatura, pulizia e mantenimento dei sentieri, lastricati di ardesia e circondati da muretti a secco. Questi ultimi riemergono spesso da una fitta vegetazione di rovi, dimenticati da anni. L’Associazione contribuisce inoltre a condurre ricerche storico-antropologiche degli usi, costumi e tradizioni del territorio rurale. Pietre Parlanti ricorda che la bellezza del paesaggio è creata da mani che lavorano. Solo se le persone coltivano i terreni, scolpiscono declivi e colline che così diventano armonia di cultura e paesaggio. I sentieri interrotti e che ‘sviano’ nei Paesi, nelle città, nelle relazioni e dunque nella politica sono all’origine dei drammi del nostro come di altri tempi. Le Pietre possono riprendere a parlare a condizione che trovino gente disposta ad ascoltarle.
Casarza Ligure, maggio 2026
L'articolo Una riflessione a partire dal ‘Paese interrotto’ di Roberto Cirelli: una metafora di quel che vediamo proviene da Il Fatto Quotidiano.

A guardarlo da dietro l’inferriata, bisogna ammettere che l’asilo costruito in fondo a via Santina Campana, sulle colline di Pescara, è proprio bellino, con i suoi volumi proporzionati, coloratissimi, ben inquadrati dal piccolo giardino. Peccato che a quasi due anni dalla conclusione dei lavori sia ancora completamente spoglio e sbarrato al pubblico, come accade agli altri nidi finanziati dalla Missione 4 del Pnrr nel capoluogo costiero più popoloso d’Abruzzo. Che la misura del Next Generation EU destinata a potenziare i servizi per la prima infanzia presentasse qualche problema lo avevano segnalato in molti: vincolando le risorse all’edificazione materiale degli spazi, senza affrontare il nodo degli arredi e del personale atto a garantirne il funzionamento, non si sarebbe rischiato di disseminare il paese di scatole vuote? Qui a Pescara l’amministrazione giura che i nuovi nidi apriranno a settembre, ma a tre mesi dalla fatidica data non un euro è stato ancora messo a bilancio. Il sospetto, denunciano le opposizioni, è che i nuovi spazi vengano di fatto regalati ai privati: una politica nata per ampliare e rendere più inclusiva l’offerta si tradurrebbe così nel suo opposto, con lo smantellamento del sistema pubblico e il conseguente aumento dei costi.
Nella città adriatica, poi, l’intera vicenda ha assunto una ulteriore sfumatura masochista. In una città cresciuta per trent’anni senza piano regolatore, senza piazze e con pochissimo verde attrezzato, l’amministrazione ha avuto la bella pensata di costruire le strutture di via Santina Campana e di via Fornace Bizzari a scapito di due aree verdi particolarmente utilizzate. “A nulla sono valse le proteste – dice Massimo Palladini, urbanista e presidente della sezione di Italia Nostra – Visto che il comune è indebitato e non ha più la possibilità di programmare spesa propria, sceglie di rincorrere il sistema dei bandi progettando le strutture negli spazi immediatamente disponibili, al fi fuori di una qualsiasi visione complessiva”.
Così, nel caso di via Fornace Bizzarri il nido ha fatto piazza pulita di un giardino attrezzato dagli stessi residenti, mentre in via Santina Campana ha cancellato un sistema di ben quindici orti urbani costati ottantamila euro alla precedente amministrazione. E chi se ne importa se insieme alle zucchine era fiorito anche un nuovo senso di comunità. “Ci si vedeva e ci si prendeva cura insieme dei campi e di tutta l’area verde – racconta Assunta D’Emilio, ex dirigente scolastica, attivista dell’Associazione Radici in Comune. “Poi ci è piombato l’asilo sulla testa, piazzato in una zona abitata prevalentemente da persone anziane e scomodissima da raggiungere. E noi abbiamo perso anche il resto del parchetto, ormai inaccessibile”.
Un vero peccato per una città che non brilla certamente per la dotazione di parchi: con l’eccezione della parte Sud, impreziosita dai 53 ettari dell’ex pineta Davalos (oggi riserva Gabriele d’Annunzio), dappertutto si osserva una penuria di verde attrezzato. A maggior ragione nella famigerata zona Nord Ovest: qui “i metri quadri di verde accessibili si contano sulle dita di un’oca cignoide”, dice Piero Rovigatti, professore di urbanistica all’Università degli Studi di Chieti-Pescara, mentre mi scarrozza nel famigerato quartiere Rancitelli per vedere dal vivo il Parco della Speranza (mai nome fu più azzeccato per un ritaglio di verde chiuso da anni per lavori) e il mezzo ettaro recintato del Parco dell’Infanzia, “l’ultimo intervento di produzione di verde pubblico a Pescara, realizzato venti anni fa dal progetto Urban”. Infaticabile animatore dell’Officina Beni Comuni Urbani, quando l’ho incontrato stava preparando un memorandum per la commissione parlamentare sulla ‘sicurezza e il degrado delle periferie’ in visita a Pescara in quei giorni, dal titolo “cose che la commissione potrebbe osservare”.
Potete leggere la lista a puntate sulla sua pagina facebook: tra i punti portati all’attenzione degli onorevoli c’è anche la vicenda di questo parco oggi teatro di un progetto che coinvolge diverse realtà cittadine: “Nonostante il grande impegno di tanti – dice Rovigatti – il parco dell’Infanzia, affidato in gestione al privato sociale, continua a rimanere spesso chiuso: per garantirne la trasformazione in bene comune almeno nei mesi più caldi, stiamo avviando l’iniziativa ‘E-state al Parco’”. Per la cronaca: il giorno prima della visita della commissione, il servizio giardini aveva finalmente tagliato l’erba.
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Da un racconto apocrifo di Vitaliano Brancati. Tornato a casa anzitempo a metà mattina, il professor Angiolillo ebbe la sgradita sorpresa di scoprire sua moglie a letto con un altro. Avendo sempre visto nella moglie la buona donna di casa, il tradimento non era mai entrato nelle sue congetture. Lì per lì rimase dunque nell’atteggiamento di stupore di chi non sa a qual partito appigliarsi. Poi riaccostò la porta, s’allontanò in punta di piedi e finì per ritrovarsi, senza sapere né come né perché, in strada.
Innanzitutto cercò di mettere un po’ d’ordine nelle sue idee. L’avvenimento non solo era di una certa importanza, ma meritava d’essere esaminato al lume di una critica serena, scevra di ogni preconcetto. Sedette su una panchina solitaria ai giardinetti. “Sono un uomo disonorato?”, propose a se stesso come primo quesito. Domanda ardua per un marito, anche se professore di matematica come lui, vale a dire uso a sottomettere problemi assai più difficili alla sua mente speculativa. L’affrontò con serenità. “Vediamo un po’ “, continuò fra sé, incrociate le braccia. “Atteso che l’uomo, sposandosi, elegge come sede del proprio onore un luogo così poco adatto alla sua vigilanza e al suo controllo, il disonore è un pregiudizio sociale al quale uno spirito indipendente dovrebbe ribellarsi. Ma il pregiudizio non è forse la prima virtù dell’uomo civilizzato? I pregiudizi formano il substrato stesso della vita sociale. Non solo bisogna accettarli come immutabili, ma considerarli anche necessari. E poiché la sede del mio onore di marito è stata violata, debbo logicamente considerarmi, da oggi, un cornuto“.
Il professor Angiolillo non fu per nulla contento del risultato a cui era pervenuto. Gli suonavano ancora nelle orecchie le commosse parole pronunciate quella mattina dal preside del liceo nel rimettergli in un gonfio astuccio di pelle la croce di Cavaliere; e si chiedeva come mai, uomo così onorabile fino alle 10:30, additato all’intera scolaresca come esempio di virtù civili, egli, a solo mezz’ora di distanza, senza averci messo nulla del suo, fosse così irreparabilmente disonorato! Qui il professore ebbe un moto d’orgoglio.
“Disonorato? Calma!” disse fra sé e sé. “Un marito è costretto da un pregiudizio sociale, ma questo pregiudizio, senza l’altrui conoscenza, non ha alcuna possibilità d’esercitarsi. In altre parole, il pregiudizio presuppone lo scandalo. Ora esaminiamo il mio caso. Nessun altro ha visto, nessun altro sa: perché dovrei mettermi alla stregua di certi mariti così soddisfatti del loro infortunio da volerlo vedere esteso in un atto pubblico, accompagnato per giunta dalle firme di coloro che hanno presieduto al sopralluogo? Non sono così imbecille! Tacerò, invece. Tacendo, il pregiudizio non potrà esercitarsi in mio danno. E, ottenuto ciò, potrò onestamente considerarmi ancora un uomo non solo onorabile, ma anche onorato”. Bene. Ma come ricomparirle davanti? Escluso ogni atto di violenza, doveva trovare il modo più adatto a trarsi immediatamente d’impaccio. Un piglio indifferente non poteva bastare. Con quale argomento avviare la conversazione? Un’idea l’illuminò.
Rientrò verso sera e fece un’irruzione delle più sorprendenti, con una mano infilata nella tasca del cappotto, che poteva sembrare minacciosa. La moglie cacciò un grido. Era pronta a cadere in ginocchio lì in corridoio e a chiedergli perdono quando lui cavò di tasca l’astuccio e l’aprì sotto i suoi occhi atterriti. “L’avevi mai vista, una croce di Cavaliere?” Lei prese l’astuccio, forse non lo guardò neppure, e glielo restituì senza dire una parola. Poi andò in cucina ad apprestare il pranzo, biascicando qualcosa. Aveva detto “pagliaccio”? Il professore non udì bene la parola, ma ne intuì il senso.
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