A equipe de pré-campanha do senador Flávio Bolsonaro (PL) divulgou nesta sexta-feira (5) uma nova peça de comunicação voltada à disputa presidencial de 2026. O material traz a música “Vem com Fé”, apresentada como um dos elementos da estratégia para ampliar a identificação do eleitorado com o parlamentar.
Produzido em ritmo sertanejo, o vídeo reúne imagens de Flávio participando de eventos públicos, encontros com apoiadores e momentos descontraídos, incluindo registros em que aparece dançando. A letra da música aposta em mensagens de esperança e recuperação do país.
Além de destacar a trajetória do senador, o conteúdo também recupera cenas do governo do ex-presidente Jair Bolsonaro. O vídeo exibe imagens de manifestações de apoiadores, eventos políticos e momentos da família Bolsonaro reunida.
Estratégia mira fortalecimento da imagem junto ao eleitorado
O jingle foi desenvolvido pelo marqueteiro Alexandre Oltramari e pelo publicitário Rafael Rizzo, com consultoria de Eduardo Fischer, que atua na área estratégica da pré-campanha. A avaliação da equipe é de que a linguagem musical e os elementos visuais utilizados no vídeo podem ampliar o alcance da mensagem entre apoiadores do campo conservador.
A divulgação ocorre em um momento de movimentação dos possíveis candidatos à corrida presidencial de 2026, mesmo com o calendário eleitoral ainda distante. Nos bastidores, partidos e lideranças políticas já começam a intensificar ações voltadas ao fortalecimento de suas imagens públicas.
Pesquisa aponta Lula à frente em cenário de primeiro turno
Também nesta sexta-feira (5), uma pesquisa do instituto Vox Brasil apresentou um cenário de intenções de voto para a eleição presidencial. De acordo com o levantamento, o presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) aparece na liderança com 42,1% das intenções de voto em um eventual primeiro turno contra Flávio Bolsonaro, que registra 33,6%.
Os números indicam crescimento do petista em relação ao levantamento anterior realizado em maio. Na comparação entre as pesquisas, Lula passou de 34,3% para 42,1%, avanço de 7,8 pontos percentuais.
Já Flávio Bolsonaro apresentou oscilação negativa no período analisado. Segundo o instituto, o senador saiu de 36,5% para 33,6%, uma queda de 2,9 pontos percentuais.
“Io non finisco di sorprendermi. Meloni ha cercato di accettare tutte le richieste di Trump ed è stata mollata da Trump. Poi si è associata alla scommessa sulla vittoria militare dell’Europa e della Nato sulla Russia e ieri hanno fatto il vertice Germania, Regno Unito e Francia e non l’hanno invitata. Adesso l’ultima è che non è riuscita a prendere l’aereo e a raggiungere un vertice Ue-Balcani importantissimo. Mi chiedo, ma l’aereo lo guidava Salvini?”. Così il presidente del M5S GiuseppeConte a margine di un evento elettorale a Molfetta, ha commentato l’assenza della premier al vertice Ue-Balcani. “Ma è possibile che l’Italia sia caduta così in basso. Abbiamo ancora un presidente che parla di ritrovo della centralità, di riconquista dell’autorevolezza e della credibilità. Ma quale credibilità? Manco forse i suoi familiari ci credono più”, ha continuato Conte.
Giorgia Meloni salta un vertice internazionale per partecipare alla presentazione di un francobollo. Venerdì la premier ha dato forfait al summit Ue-Balcani occidentali a Tivat, in Montenegro, dove i capi di Stato e di governo europei si sono incontrati alle 15 per discutere dell’allargamento dell’Unione agli stati balcanici e delle sorti dell’Ucraina. Meloni avrebbe dovuto volare oltre l’Adriatico dopo la festa per l’anniversario dell’Arma dei Carabinieri a Reggio Calabria, terminata verso le 13. Dopo la cerimonia, però, la leader di FdI ha voluto recarsi in Prefettura – insieme ai ministri Guido Crosetto, Matteo Piantedosi, Paolo Zangrillo e Marina Calderone – per l’annullo filatelico di un francobollo celebrativo dell’anniversario, evento non previsto nel programma originario. Così, intorno alle 14, palazzo Chigi ha comunicato che “a causa del protrarsi della cerimonia“, la premier non avrebbe più partecipato al vertice, decollando invece direttamente per Roma. Meloni, informa il suo staff, “ha informato personalmente il presidente montenegrino Milatović e il presidente del Consiglio europeo Costa esprimendo il proprio rammarico per l’impossibilità di raggiungere in tempo la riunione, la cui conclusione è prevista per le 15:30″.
Sulla vicenda si scatenano le opposizioni. “Io non finisco di sorprendermi. Meloni ha cercato di accettare tutte le richieste di Trump ed è stata mollata da Trump. Poi si è associata alla scommessa e sulla vittoria militare dell’Europa e della Nato sulla Russia e ieri hanno fatto il vertice Germania, Regno Unito e Francia e non l’hanno invitata. Adesso l’ultima è che non è riuscita a prendere l’aereo e a raggiungere un vertice Ue-Balcani importantissimo. Mi chiedo, ma l’aereo lo guidava Salvini? Ma è possibile che l’Italia sia caduta così in basso?”, attacca il presidente M5s Giuseppe Conte a margine di un evento elettorale a Molfetta (Bari). Anche il leader di Italia viva Matteo Renzi ironizza sui social: “Tutti i leader europei sono nei Balcani a discutere del futuro dell’Europa e della pace in Ucraina. Unica assente: l’Italia. Giorgia Meloni non è andata, dice che ha fatto tardi con l’aereo a Reggio Calabria”. Per il portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli, il forfait è “Un’immagine plastica dell’irrilevanza in cui questo governo sta trascinando l’Italia. Non è una gaffe di protocollo: è un fatto politico. Meloni parla ogni giorno di patriottismo, ma nei tavoli in cui si decidono gli equilibri europei e il ruolo dell’Italia il governo non c’è”, accusa.
In quanti possono dire di avere una riproduzione di sé stessi sotto forma di statuetta? Può certamente farlo la sindaca di Genova Silvia Salis che a Bari al festival “Women and The City” ha sfoggiato la sua riproduzione in miniatura con tanto di fascia tricolore.
E di tricolori se ne sono visti tanti, negli scorsi giorni, per le celebrazioni della Festa della Repubblica al suo ottantesimo anniversario. Parata ai Fori Imperiali e concerto al Quirinale, con le massime cariche istituzionali e molti protagonisti della politica di maggioranza e opposizione.
Ma c’è chi ha approfittato del ponte per baciare i pony in montagna o per mangiare del formaggio con aceto balsamico e chi ha presentato libri e fatto conferenze stampa.
Queste le avete viste?
Silvia Salis con una statua che la ritrae con la fascia tricolore alla giornata conclusiva del festival “Women and The City” (30/05/2026, Bari, Imagoeconomica)
Stefano Bonaccini mangia Parmigiano e aceto balsamico (01/06/2026, Instagram)
Michaela Biancofiore bacia un pony (01/06/2026, Alpe di Villandro, Instagram)
Guido Crosetto, Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Sergio Mattarella, Lorenzo Fontana, Giovanni Amoroso alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)
Eugenia Roccella e Gilberto Pichetto Fratin alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)
Edmondo Cirielli e Matteo Piantedosi alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)
Giorgia Meloni alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)
Guido Crosetto al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Imagoeconomica)
Elly Schlein con un gruppo di scout al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Imagoeconomica)
Filippo Tortu e Giancarlo Giorgetti al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Imagoeconomica)
Titti Giovannoni e Renato Brunetta al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Instagram)
Romano Prodi a Otto e Mezzo (03/06/2026, Roma, Imagoeconomica)
Massimo D’Alema al convegno “L’Italia e l’Europa nel disordine mondiale” (03/06/2026, Bari, Imagoeconomica)
Francesco Lollobrigida, Milly Carlucci, Gianmarco Mazzi, Fabrizio Zappi alla presentazione di “Campioni del mondo – Italia loves Unesco” (03/06/2026, Roma, Imagoeconomica)
Giovanni Donzelli, Sara Kelany e Galeazzo Bignami alla conferenza stampa “Stop all’immigrazione irregolare: FdI presenta i numeri del governo Meloni su rimpatri e sbarchi” (03/06/2026, Roma, Imagoeconomica)
Matteo Salvini agli Stati Generali dell’Udc (04/06/2026, Roma, Imagoeconomica)
Luca Ciriani al Phygital Sustainability Expo (04/06/2026, Roma, Imagoeconomica)
Giuseppe Valditara a Cinque Minuti (04/06/2026, Roma, Imagoeconomica)
Elly Schlein e Maurizio Landini alla presentazione del libro “L’Italia che non arriva a fine mese” (04/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)
Roberto Vannacci alla conferenza stampa prima dell’evento “La mia Patria è un’idea” (04/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)
DALL’ARCHIVIO
Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri al compleanno di Lino Jannuzzi (2003, Umberto Pizzi)
Le vette di comicità involontaria che ci stanno regalando stampa e commentatori per l’uscita di PinaPicierno dal Pd riconciliano con il mondo. Gli aggettivi che accompagnano i commenti sono da luttonazionale: drammatica uscita, coraggiosa, una lezione di dignità, se ne va per non rinunciare ai propri valori. Il Foglio (quotidiano che le dedica tre pagine di intervista) titola Picierno contesa dopo l’addio al PD. Contesa, certo, da chi spera di imbarcare un portatore sano di voti: vedremo cosa resterà tolto il simbolo del partito.
L’unica costante di questa vicenda è la disperazione degli ambidestri: quelli di destra che scrivono da sinistra e viceversa. Si disperano i fuoriusciti della prima ora, piangono i commentatori della sedicente area riformista. Tutti percossi e attoniti, insomma, tranne gli elettori del Pd che hanno tirato un sospiro di sollievo, salvo quelle due o tre paia di anime democristiane rimaste. E facciamocele due domande, se la disperazione per l’uscita di Picierno viene quasi tutta da destra.
Ma questa vicenda non è un fatto solamente politico: è antropologico. È il fallimento, passatemi il nome e lasciatemi divertire, dello “Schema Porchetta”. Ricordiamo tutti l’eroe contemporaneo che, qualche giorno fa, si è presentato alla festa islamica a Roma con un panino alla porchetta. Il piano era perfetto, nella sua miseria: provocare, scatenare una reazione rabbiosa e poi correre a denunciare l’avanzata dell’estremismo islamico. Risultato? È stato ignorato, spernacchiato e, a festa conclusa, i poveri resti del panino sono stati rinvenuti, con tanto di incarto, a terra dietro un cespuglio.
Pina Picierno si è mossa lungo questo medesimo binario. È andata in ogni modo contro la segreteria del partito, ha fatto propaganda per il sì al Referendum dai microfoni di Atreju per poi fare la vittima quando gli elettori Pd la attaccavano sui social. Ogni giorno esche e provocazioni allo scopo di essere accompagnata alla porta, per potersi rivendere come martire della libertà d’opinione in un Pd trasformato in un covo di bolscevichi. Un piano perfetto, se non fosse che nel quadro italiano cercare la “sinistra” è un’operazione da lente d’ingrandimento.
Abbiamo al governo una destra reazionaria, illiberale e revanscista fino alle viscere, abbiamo la seconda carica dello Stato che la sera a casa spolvera amorevolmente il busto di Mussolini, ma il vero allarme democratico, per Picierno e amici, resta chi prova a spostare il baricentro un millimetro a sinistra.
Di fronte a questo capolavoro del ridicolo, Elly Schlein non ha mai risposto, non ha raccolto l’esca. E la Picierno, con il mandato europeo agli sgoccioli, si è vista costretta ad andarsene da sola, col tempismo perfetto di chi spaccia un riposizionamento salva-poltrona per un coraggioso e drammatico sacrificio in nome degli ideali.
È la triste parabola che tutti i teorici dello “Schema Porchetta” dovrebbero incontrare: finire a battere i piedi da soli perché nessuno se li fila. Anche perché diciamolo: questa della provocazione ormai non è un’eccezione, ma una strategia che sempre più personaggi in cerca d’autore utilizzano per trovare un briciolo di visibilità.
Il meccanismo è ben congegnato: cerco l’incidente per alimentare la narrazione che mi serve. E quelle sbiadite spennellate di vittimismo sono funzionali in ogni caso, perché costoro troveranno sempre certa stampa compiacente disposta a seguirli, non perché sia boccalona, ma perché ancora più in malafede di loro.
Ora attendiamo con struggente impazienza che lo stesso spirito di ‘sacrificio’ illumini anche gli altri scontenti del Pd: un bel treno della dignità verso il centro, così da lasciare finalmente quel che resta della ‘sinistra’ a chi, magari, vorrebbe davvero la sinistra. Nell’attesa suggerisco di conservare l’immagine della porchetta abbandonata e di trattare le provocazioni che verranno come è stato trattato quel panino: raccolto solo per essere buttato nel cestino dell’oblio.
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Uma proposta dos dois vereadores do PSD para a modernização do Mercado Municipal de Portimão foi aprovada por maioria na reunião de Câmara da quarta-feira passada, dia 3 de Junho.
A proposta, apresentada pelos vereadores social-democratas Carlos Gouveia Martins e Alexandra Evangelista, «mereceu o consenso das várias forças políticas, registando apenas o voto contra de dois vereadores do CHEGA», salienta o PSD/Portimão, em nota de imprensa.
A proposta foca-se em duas intervenções prioritárias, na Climatização, através da implementação de «soluções estruturais para garantir o conforto térmico de operadores, funcionários e clientes, salvaguardando a conservação dos frescos», e na Acessibilidade, através da realização de um «estudo de viabilidade técnica para a criação de estacionamento de apoio, facilitando o acesso ao comércio local».
Segundo os social-democratas portimonenses, «a votação foi marcada pela oposição dos vereadores do CHEGA, Pedro Xavier e Ester Coelho, que votaram contra o documento». No entanto, nenhum deles apresentou «qualquer fundamentação técnica ou política para justificar a rejeição destas melhorias no principal mercado da cidade». O terceiro vereador do CH, João Graça, votou a favor da proposta.
Para os vereadores do PSD, «a aprovação do documento vincula o município a avançar com medidas há muito reclamadas pela população e pelos comerciantes locais».
O documento segue agora para o Executivo Municipal para a elaboração dos respetivos procedimentos administrativos e técnicos.
Uma discussão que envolveu o prefeito de Correntina e um vereador do município ganhou destaque nas redes sociais após vídeos mostrarem parte do desentendimento ocorrido na tarde de quarta-feira (03/06), no oeste da Bahia.
As imagens registraram o momento em que o prefeito chegou ao local acompanhado de outro homem. O vereador já estava no ambiente quando o encontro evoluiu para uma troca de acusações e um bate-boca diante de testemunhas.
Segundo informações divulgadas por páginas da região, o prefeito teria atingido o vereador com tapas durante a discussão. A suposta agressão não teve confirmação oficial até o momento.
O vídeo também mostrou o vereador ao se afastar da confusão. Em seguida, ele correu para deixar o local, enquanto o prefeito seguiu em sua direção. As gravações não registraram o que ocorreu após esse momento.
As circunstâncias que provocaram o confronto entre os dois agentes públicos ainda permanecem desconhecidas. Nenhuma versão oficial sobre o episódio foi apresentada até agora.
Até a publicação desta matéria, a Prefeitura de Correntina e a Câmara Municipal não haviam divulgado notas sobre o caso. Também não havia informações sobre possíveis providências administrativas ou judiciais relacionadas ao episódio.
“Con le vecchie identità, anche sul solo piano elettorale, si fa poca strada”, per questo “bisogna allargare e approfondire il discorso”. Quale? Quello che ruota attorno all’identità del Partito democratico, scosso in questi giorni dall’ultima uscita di peso, quella dell’eurodeputata e vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno. Secondo Arturo Parisi, già ministro della Difesa, ideatore e fondatore assieme a Romano Prodi dell’Ulivo, “il vecchio riformismo non basta più. È tempo di nuove riforme e di nuovi riformatori all’altezza della sfida che ci viene dal Mondo. Ma la loro definizione non può che essere l’espressione di una impresa intellettuale autentica aperta e innovativa senza preclusione o esclusione alcuna”.
Professore, Romano Prodi ha firmato un intervento sul Messaggero che si è concluso con un appello: riformisti di tutto il mondo unitevi. Chi sono oggi, secondo lei, i riformisti ai quali si rivolge e quale progetto dovrebbero costruire?
Anche se l’articolo nei titoli e nel testo chiama in causa i cosiddetti partiti riformisti, non possiamo dimenticare l’appello col quale, rivisitando Marx, Prodi chiude la sua analisi. “Riformatori di tutto il mondo unitevi” non esattamente lo stesso di “Riformisti di tutto il mondo unitevi”. In un tempo nel quale il peso delle parole è diventato sempre più leggero “riformisti” e “riformatori” sono diventati sinonimi ormai da troppo tempo. Sarà che Prodi ha scelto “riformatori” in assonanza con i “conservatori” del campo avverso? Sarà che sono io che la faccio difficile, rivisitando una mia fissazione antica? Sarà che questo è solo l’inizio di un discorso condizionato dalla natura effimera della sede in cui scrive, un quotidiano destinato per definizione “a durare un solo giorno”, e quindi Prodi riprenderà altrove e in altri modi la riflessione così aperta? Ma in quella conclusione io leggo molto di più di quello che sta scritto in quelle sei parole. Se lo avessi titolato io, per quel che ho letto, avrei scritto “Il riformismo non basta” , o almeno “non basta più”. Non in risposta ai populisti, come dice il titolo, ma ai riformisti.
Perché?
L’appello finale di Prodi all’unità dei riformatori è preceduto dal riconoscimento della necessità di “una proposta globale” “capace di correggere la rivoluzione in corso” figlia di “una elaborazione intellettuale” che mobiliti “la gran parte dell’umanità oggi emarginata”. Non più quindi come negli anni dell’Ulivo quella azione graduale che cerca il bene possibile all’interno del sistema esistente fondata sulla convinzione che la società, l’economia, la politica, possano essere migliorati un passo alla volta attraverso leggi, accordi, e compromessi che non scardinino l’ordine costituito e si sviluppi attraverso una un’azione pragmatica, basata sulla mediazione e il consenso tra le componenti della rappresentanza parlamentare. Quell’approccio appunto che normalmente viene associato al riformismo. Se Prodi ha scritto “riformatori” penso sia perché ha maturato la convinzione che non basta più quel programma fatto di quelle poche cose concrete delle quali al tempo in cui si cenava assieme la sera in famiglia si parlava alla fine della giornata. Quella ora in corso a livello globale è una vera e propria rivoluzione che ha bisogno di essere fronteggiata da una vera riforma. Rivoluzione globale chiama Riforma globale. Il riformismo appunto non basta più. Un cambiamento profondo nel pensiero della persona che all’interno del campo di centrosinistra ha rappresentato per eccellenza il riformismo nella concretezza dell’azione di governo? Sono sicuro che Prodi svilupperà la riflessione così aperta dando risposta a questa domanda.
Pina Picierno ha motivato il suo addio sostenendo che il Pd abbia perso parte della sua vocazione riformista e di governo, diventando più identitario. Condivide questa lettura o ritiene che sia una valutazione ingenerosa?
Che all’interno del Pd vadano crescendo le voci che non si riconoscono nella vocazione che fu all’origine dell’incontro tra le forze politiche che lo fondarono nel solco dell’Ulivo è purtroppo più che una impressione. Sono infatti ormai troppi quelli che non si riconoscono più nel progetto ancora inscritto nel suo simbolo: quello di un partito nuovo, né continuazione, né somma di vecchi partiti, un partito inclusivo aperto al nuovo e a tutti solo a condizione della condivisione nella fede nella democrazia. Un partito democratico e appunto riformista nell’accezione che ho appena evocato. Quale l’approdo raggiunto o la nuova meta del viaggio intrapreso oramai quasi vent’anni fa è invece più difficile dire. Né quando, né a causa di cosa e di chi vada ricondotta la correzione di rotta. Identitario lei dice? Se identitario sta a significare la ricerca di una identità più nitida di quella indeterminata sintetizzata nell’aggettivo “democratico”. Il peccato è che i più quando dicono identità pensano più che alla apertura di un confronto a uno scontro che decida quali delle identità, parole e definizioni, che la fondazione del partito immaginava di poter superare, debba tornare a prevalere. È vero che commentando l’uscita di Pina Picierno dal partito Elly Schlein ha riproposto ieri l’inclusività come tratto distintivo del partito. Resta che tuttavia da troppo tempo le cronache danno conto di addii motivati proprio dall’abbandono del tratto dell’inclusione. Peggio. La stessa nascita di gruppi, formazioni, liste, pensate, riconosciute e addirittura incoraggiate dal partito per ospitarvi a meri fini elettorali identità “diverse” da quella dominante, variamente definite come cattoliche, centriste, moderate, demo-liberali contraddicono in radice il pluralismo e l’inclusione ribaditi nelle parole. Più che le singole uscite dei dissenzienti e la definizione dei confini con i diversamente consenzienti, a preoccupare maggiormente è tuttavia il boato dei “finalmente” che sulla rete ogni volta saluta gli abbandoni e la crescente ricerca di purezza ed epurazioni guidata dall’illusione che liberati dai cattivi il partito torni ad essere fatto di molti e buoni.
Lei, insieme a Prodi, riuscì a mettere insieme le forze di centro e quelle riformiste creando l’Ulivo dalle cui radici è nato poi il Pd. Come replicare una simile esperienza, guardando anche a forze come il Movimento 5 Stelle?
Un altro millennio. Basta pensare alla legge elettorale che premia l’unità come fu allora il maggioritario fondato sul collegio uninominale appena varato a furor di popolo dal referendum del 1993. L’inversione di marcia imposta la dal Porcellum nel 2005 con la reintroduzione di una logica spartitoria di tipo proporzionale con in più la vergognosa novità di un Parlamento nominato dai vertici di partito dentro un mondo anch’esso connotato da una sregolata frammentazione crescente ha cambiato radicalmente il panorama della competizione politica. Ogni partito è spinto a definire una identità esclusiva ed escludente, e dentro ogni partito chi si trova a conquistare il comando tende ad escludere quanti del gruppo di testa non fanno parte invitando gli altri a farsi un partito tutto loro fondato a sua volta su una identità esclusiva ed escludente. Sono ventun anni che va avanti così con una competizione e competitori che in intensità e quantità crescono ogni giorno di più, e gli elettori mobilitati attorno ad un “contro” piuttosto che attorno ad un “per”, o abbandonati a sé stessi nella indifferenza all’astensione che esplode. Tanto quella che conta è la maggiore percentuale conquistata rispetto ai concorrenti. Che la base di calcolo sia quarantacinque milioni, venticinque , o quindici è affare di tutti cioè di nessuno.
Oggi cosa manca al Pd per tornare a essere il perno di una cultura riformista capace di tenere insieme queste diverse sensibilità politiche?
Tornando alla mia – la mia – lettura della riflessione provocata ieri da Prodi, non solo il riconoscimento che con le vecchie identità anche sul solo piano elettorale, si fa poca strada, ma che bisogna allargare e approfondire il discorso. Il vecchio riformismo non basta più. È tempo di nuove riforme e di nuovi riformatori all’altezza della sfida che ci viene dal Mondo. Ma la loro definizione non può che essere l’espressione di una impresa intellettuale autentica aperta e innovativa senza preclusione o esclusione alcuna.
O arquiteto paisagista Gonçalo Duarte Gomes é o novo diretor de departamento de Conservação da Natureza e Biodiversidade do Instituto de Conservação da Natureza e Florestas (ICNF) no Algarve, tendo assumido essas funções no passado dia 1 de Junho.
Gonçalo Duarte Gomes sucede no cargo ao engenheiro florestal Paulo Silva e à bióloga marinha Ana Margarida Magalhães, que foi a primeira diretora deste departamento, depois da reestruturação do ICNF, em 2019.
Gonçalo Duarte Gomes é licenciado em Arquitetura Paisagista pela Universidade do Algarve (2006), tendo sido aluno de Fernando Santos Pessoa. Tem uma pós-graduação em Direito do Urbanismo e do Turismo pelo Instituto de Ciências Jurídico-Políticas (2020). Foi professor assistente convidado na Universidade do Algarve (2024).
Era, até agora, técnico superior especialista em Coordenação Transversal de Administração e Políticas Públicas na Secretaria-Geral do Governo (Abril 2025 – presente), tendo, antes disso, sido técnico superior na Secretaria-Geral da Presidência do Conselho de Ministros (Dezembro 2023 – Abril 2025) e na Agência Portuguesa do Ambiente (Dezembro 2021 – Dezembro 2023).
Foi ainda Chefe de Projeto na Parque EXPO 98, S.A. (Setembro 2009 – Abril 2016), assumindo depois as mesmas funções na Polis Litoral Ria Formosa, S.A. (Abril 2016 – Dezembro 2021).
Antes tinha sido técnico superior na Câmara Municipal de São Brás de Alportel (Abril 2007 – Abril 2008). Foi também arquiteto paisagista em regime de profissional liberal (2002 – 2021).
É vereador em regime de não-permanência na Câmara Municipal de Faro (Outubro 2025 – presente), eleito como independente nas listas do PSD.
Gonçalo Gomes sempre esteve muito ligado às questões do Património Natural e Cultural, tendo sido vice-presidente da Direção Nacional da Liga para a Protecção da Natureza (LPN) e presidente do Núcleo do Algarve da LPN, bem como presidente da Direção da Al-Portel – Associação de Defesa do Ambiente e do Património Cultural de São Brás de Alportel, secretário da Direção Nacional da Associação Portuguesa dos Arquitetos Paisagistas e ainda membro do CHAIA – Centro de História da Arte e Investigação Artística, da Universidade de Évora.
Veja o currículo completo:
Dados pessoais:
Nome: Gonçalo Manuel Duarte Gomes Data de Nascimento: 22 de Maio de 1980
Formação Académica:
Licenciatura em Arquitectura Paisagista pela Universidade do Algarve (2006) Pós-graduação em Direito do Urbanismo e do Turismo pelo Instituto de Ciências Jurídico-Políticas (2020)
Experiência Profissional mais relevante:
Vereador em regime de não-permanência na Câmara Municipal de Faro (Outubro 2025 – presente) Técnico Superior Especialista em Coordenação Transversal de Administração e Políticas Públicas na Secretaria-Geral do Governo (Abril 2025 – presente) Professor Assistente Convidado na Universidade do Algarve (2024) Técnico Superior na Secretaria-Geral da Presidência do Conselho de Ministros (Dezembro 2023 – Abril 2025) Técnico Superior na Agência Portuguesa do Ambiente (Dezembro 2021 – Dezembro 2023) Chefe de Projecto na Polis Litoral Ria Formosa, S.A. (Abril 2016 – Dezembro 2021) Chefe de Projecto na Parque EXPO 98, S.A. (Setembro 2009 – Abril 2016) Técnico Superior na Câmara Municipal de São Brás de Alportel (Abril 2007 – Abril 2008) Arquitecto Paisagista em regime de profissional liberal (2002 – 2021)
Formação/capacitação profissional mais relevante:
Percurso para Dirigentes e Técnicos da Administração Local, do Programa de Formação em Territórios Inteligentes (2025) Curso Executivo – AI Business School AP (2024) Gestão Florestal Sustentável (2012) Restauração de Rios com recurso à Engenharia Natural (2011) Monitores de Educação Ambiental (2007) Formador Certificado em Igualdade de Oportunidades pela REAPN – Rede Europeia Anti-Pobreza (2007) Formador Certificado pelo IEFP, I. P. – Instituto de Emprego e Formação Profissional I. P. (2007) Concepção e Gestão de Projectos (2006) Liderança, Gestão e Negociação de Conflitos (2006)
Informação complementar:
Membro do CHAIA – Centro de História da Arte e Investigação Artística, da Universidade de Évora Arquitecto Paisagista inscrito na APAP – Associação Portuguesa dos Arquitectos Paisagistas e Delegado (cooptado) do Distrito de Faro Ex-representante cooptado da APAP na Comissão de Acompanhamento da Política Nacional de Arquitectura e Paisagem Ex-secretário da Direcção Nacional da Associação Portuguesa dos Arquitectos Paisagistas Ex-Vice-Presidente da Direcção Nacional e ex-Presidente do Núcleo do Algarve da Liga para a Protecção da Natureza Ex-Conselheiro Regional da Comissão de Coordenação e Desenvolvimento Regional do Algarve Ex-membro do Conselho de Região Hidrográfica do Algarve Ex-Presidente da Direcção da Al-Portel – Associação de Defesa do Ambiente e do Património Cultural de São Brás de Alportel Autor de um livro, de diversos artigos de investigação e divulgação, na comunicação social, e capítulos de livros Orador e moderador convidado em diversos eventos nacionais e internacionais
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“Preoccupato per l’exploit di Vannacci? No”. Da Milano, Matteo Salvini partecipa a un evento della Lega sul “Piano Casa” ma evita le domande sul futuro della Lega. Il vice premier e segretario del Carroccio non commenta “articoli privi di fondamento” che ipotizzano nuovi assetti per il partito. E avverte i cronisti: “Parlo solo di Milan e di casa”.
A Justiça paulista determinou a prisão, em regime aberto, do jornalista Luan Araújo por não pagar R$ 2.216,30 à ex-deputada federal Carla Zambelli (PL-SP). O valor refere-se a uma condenação por difamação movida por Zambelli após Luan publicar um texto afirmando que ela “faz parte de uma extrema direita mesquinha, maldosa e que é mercadora da morte”.
A condenação vem 14 dias depois de Zambelli, condenada pelo Supremo Tribunal Federal (STF) a dez anos de prisão, conseguir a liberdade na Itália, onde possui cidadania, escapando à extradição para o Brasil.
“Causa estranheza, entretanto, que o pedido tenha sido indeferido e que a consequência adotada tenha sido a conversão da sanção em prisão, apesar da comprovada incapacidade econômica do condenado”, afirmou Renan Bohus, advogado de Araújo.
Ao saber da prisão, Luan falou com a Agência Pública. “Nos últimos quatro anos, fui bem menos vocal do que poderia ser sobre a violência que sofri da ex-deputada Carla Zambelli, mas, ao ver minha situação atual e a dela, tenho que desabafar”, disse. “O que eu tenho? Problemas psicológicos, desemprego, falta de oportunidades, uma condenação na justiça por um texto que escrevi, em que a justiça quer que eu pague um dinheiro que eu não tenho para pagar e que eu considero injusta.”
Luan, atualmente desempregado, solicitou o parcelamento da dívida e a comprovação de incapacidade econômica, pedidos indeferidos pelo juiz José Fernando Steinberg. Sua defesa, liderada pelo advogado Renan Bohus, ajuizou habeas corpus, argumentando que “a pobreza não pode ser motivo para encarceramento”.
Luan descreve sua situação como desproporcional à de Zambelli. “Apesar da condenação dela no STF, ela não precisará cumprir [pena] lá na Europa, está solta. Enquanto isso, tô tendo que fazer uma vaquinha para conseguir entrar com um processo por danos morais contra ela. Eu me considero uma pessoa espiritualizada, que confia na justiça divina. Mas há certas coisas que me deixam desesperançoso.”
A perseguição de 2022
Luan contou ter perdido oportunidades profissionais, relacionamentos e a própria sanidade como consequência do episódio ocorrido em 29 de outubro de 2022, na véspera do segundo turno das eleições presidenciais.
Na ocasião, Zambelli perseguiu Luan pelas ruas dos Jardins, bairro nobre de São Paulo, com uma pistola em punho. O jornalista, que usava um boné do MST, foi alvo da deputada durante uma discussão política. Seu segurança, o policial militar Valdecir Silva de Lima Dias, disparou tiros durante a perseguição.
Zambelli alegou ter sido agredida e empurrada, versão desmentida por quatro testemunhas ouvidas à época pela Pública e que negaram que Zambelli tivesse sido agredida. As imagens gravadas por presentes no local circularam amplamente nas redes sociais e na mídia.
Em agosto de 2025, o STF condenou Zambelli a cinco anos e três meses de prisão, em regime semiaberto, pelos crimes de porte ilegal de arma de fogo e constrangimento ilegal com emprego de arma. O voto do relator, ministro Gilmar Mendes, afirmou que a alegação de Zambelli “não encontra respaldo na dinâmica factual”. A ministra Cármen Lúcia classificou a tese da defesa de Zambelli como “delirante”.
Luan relatou que o fator racial influenciou o ataque. “Eu não estava sozinho no dia; eu estava com um amigo ao meu lado. Esse meu amigo é branco e estava discutindo com ela como eu, e ela foi pra cima de mim. Dá pra ter certeza de que tem esse fator racial também”, afirmou.
Zambelli perseguiu armada Luan pelas ruas dos Jardins, bairro nobre de São Paulo
A vaquinha como recurso
Luan move uma ação de indenização por danos morais contra Zambelli no valor de R$ 2 milhões. A Justiça de São Paulo negou-lhe o benefício da gratuidade da justiça. A juíza Luciana Biagio Laquimia, da 17ª Vara Cível de São Paulo, considerou que a renda anterior de Luan, inferior a R$ 3,8 mil, era “significativamente superior à média nacional”, o que o torna apto a custear as despesas do processo. A Defensoria Pública não atende casos de danos morais desse tipo.
Para dar prosseguimento à ação de indenização, Luan recorreu a uma vaquinha online em dezembro de 2025 com meta de R$ 35 mil, valor necessário, segundo ele, para as custas processuais iniciais. “Tô tendo que fazer uma vaquinha para conseguir entrar com um processo por danos morais contra ela”, disse.
O histórico de Zambelli
Zambelli tem duas condenações no Brasil. Em maio de 2025, foi condenada pelo STF a 10 anos de prisão em regime fechado por ter orquestrado a invasão do sistema do Conselho Nacional de Justiça (CNJ) em janeiro de 2023. A operação, realizada pelo hacker Walter Delgatti Neto, resultou na inserção de documentos falsos, incluindo um mandado de prisão falso contra o ministro Alexandre de Moraes. A condenação também determinou multa milionária, perda do mandato e inelegibilidade por oito anos.
Após a condenação pelo STF, Zambelli fugiu do Brasil pela fronteira com a Argentina em maio de 2025, seguindo para os Estados Unidos e, depois, para a Itália, país do qual possui cidadania. Seu nome foi incluído na lista vermelha da Interpol. Em 29 de julho de 2025, foi presa em Roma. Renunciou ao cargo de deputada federal para evitar cassação.
Em 22 de maio de 2026, a Corte de Cassação de Roma, última instância da Justiça na Itália, decidiu não extraditar Zambelli para o Brasil e determinou sua soltura. A decisão surpreendeu a Advocacia-Geral da União (AGU). O advogado de Zambelli no Brasil, Fábio Pagnozzi, celebrou o resultado.
Scontro durissimo a Piazzapulita (La7) tra il conduttore Corrado Formigli e il vicedirettore de La VeritàFrancesco Borgonovo, sull’inchiesta realizzata dall’inviata Emanuela Pala all’interno della rete che fa capo a Martin Sellner e al movimento della Remigrazione.
Il reportage, frutto di oltre un anno di lavoro sotto copertura, porta le telecamere della trasmissione dentro gli ambienti riconducibili a Sellner, attivista austriaco e fondatore del Movimento Identitario, nonché sostenitore della cosiddetta “remigrazione”, ossia il rimpatrio degli immigrati verso i Paesi d’origine.
Nel servizio vengono documentate alcune affermazioni di stampo filo-nazista pronunciate da persone che gravitano nell’orbita del movimento. Un’impostazione che Borgonovo, collegato da remoto, contesta apertamente, sostenendo che quelle posizioni non possano essere estese all’intero universo dei sostenitori della remigrazione.
Il giornalista, autore anche della prefazione all’edizione italiana del manifesto di Sellner, Remigrazione. Una proposta, pubblicato da Passaggio al Bosco, difende strenuamente il concetto politico elaborato dall’attivista austriaco. In studio, oltre a Pala, sono presenti Stefano Cappellini di Repubblica e l’ex magistrato Gianrico Carofiglio.
A innescare l’acceso confronto è una domanda diretta di Formigli: “Tu appoggi quelle teorie espresse da Sellner?”.
Borgonovo respinge immediatamente la premessa: “Intanto, non c’è nessuna teoria, c’è una proposta politica fatta in chiaro, che si potrebbe discutere se non facessimo tutte le volte questa pantomima col bau bau. Io penso che la remigrazione sia un atto umanitario“.
Il vicedirettore de La Verità sostiene che l’immigrazione di massa produca sfruttamento e condizioni di schiavitù, Formigli replica chiamando in causa la recente tragedia dei quattro lavoratori morti carbonizzati in un minivan ad Amendolara, ma Borgonovo respinge con forza l’accostamento e contrattacca: “Se vuoi, rispondi tu alle tue stesse domande. Del resto, ve la siete cantata e suonata tra di voi finora“.
Il giornalista cita Soros, attribuisce lo sfruttamento dei braccianti a un sistema economico fondato sulla libera circolazione della manodopera e accusa anni di politiche favorevoli all’apertura delle frontiere e alla globalizzazione di avere alimentato tensioni sociali e impoverimento. Infine, aggiunge un riferimento ai seguaci filo-nazisti di Sellner, ripresi nel reportage: “Poi vi stupite se c’è qualche imbecille che dice bestialità. Con questa propaganda ne produrrete molti di più e non vi spiegate perché la gente vota a destra”, afferma.
È proprio il riferimento alla “propaganda” a far esplodere definitivamente il confronto. Formigli interrompe Borgonovo e lo incalza: “Ma chi è che fa la propaganda, scusa? Voi chi?”. ”
“Anche qui si fa, si è fatta stasera”, risponde il vicedirettore de La Verità.
A quel punto il conduttore difende con decisione il lavoro della propria inviata e alza i toni: “Quindi, per te questa inchiesta è propaganda? Tu ti devi levare il cappello di fronte a questa inchiesta, se sei un giornalista, hai capito? Non importa da che parte stai: ti levi il cappello di fronte a una giornalista e a una collega che è andata lì a suo rischio e pericolo per raccontare delle cose che tu non puoi smentire. Quindi, levati il cappello e non parlare di propaganda qua”.
Borgonovo prova a replicare, ma Formigli lo interrompe nuovamente: “Tu stai insultando il lavoro giornalistico di una mia inviata”.
“Io non ho insultato nessuno – ribatte il giornalista – Allora parla tu, così dai lezioni di democrazia e di giornalismo”.
La tensione resta altissima fino agli ultimi secondi dello scambio. “No, tu stai insultando un lavoro giornalistico in questa trasmissione e non te lo consento”, insiste Formigli.
Borgonovo nega ancora: “Stiamo facendo un dibattito e non sto assolutamente insultando nessuno”.
Il conduttore ribatte: “Se tu dici che fa propaganda qualche partito, puoi dirlo, ma se tu dici che noi facciamo propaganda attraverso il lavoro giornalistico, non te lo consento, fine”.
“E allora sai che c’è? – chiosa Borgonovo – Parla tu, raccontatevela fra di voi”.
“Non faccio mai di tutta l’erba un fascio, non lancio accuse a caso, porto rispetto alle altre istituzioni, anche alla Procura. Però evidentemente c’è una parte della Procura che fa politica e con la candidatura della Siciliano credo che ci sia una solida dimostrazione di ciò”. Il sindaco di Milano Beppe Sala commenta in modo durissimo la scelta di Tiziana Siciliano, ex procuratrice aggiunta nel capoluogo lombardo, di candidarsi alle elezioni comunali del prossimo anno. Siciliano, in pensione da dicembre 2025, era responsabile del pool specializzato in reati contro la pubblica amministrazione, e in quanto tale ha coordinato le recenti inchieste sull’urbanistica che hanno terremotato la giunta Sala. Ora correrà da vicesindaca nella lista “Milano Libera” dell’imprenditore Massimiliano Lisa, amministratore del museo su Leonardo Da Vinci “Leonardo3” in galleria Vittorio Emanuele, a due passi dal Duomo.
A questo proposito, ad alimentare le polemiche sulla candidatura dell’ex pm è una nuova inchiesta, nata proprio da un esposto di Lisa, con l’ipotesi di turbativa d’asta e corruzione per la concessione degli spazi commerciali in galleria da parte del Comune. La denuncia era arrivata quando Siciliano era ancora in servizio, ed era stata assegnata a un magistrato del suo dipartimento. Ma la pm, interpellata sul tema, ha sottolineato di essere completamente estranea alla gestione dell’indagine, spiegando di aver conosciuto Lisa solo dopo il pensionamento, cioè a gennaio 2026: “Non vorrei sbalordirvi, ma io questo esposto non lo ricordo in alcun modo, ne arrivavano centinaia. L’assegnazione avveniva automaticamente, tramite il sistema informatico. Sono in pensione da cinque mesi e cinque mesi, nel nostro mondo, sono un’infinità”.
Una versione su cui Sala attacca Siciliano, dicendosi poco convinto: “Ogni giorno che passa sono sempre più perplesso. Leggo che Siciliano dice che non ricorda l’esposto di Massimiliano Lisa. Ora, ho qualche dubbio, ma non ho nessuna prova che non si ricordi. Ma che una pm così esperta, che ha avuto un ruolo apicale in procura, si candidi con una persona che conosce poco senza fare alcuna verifica, ecco questo è incomprensibile“, dice il sindaco a margine della festa dei Carabinieri. Trovando la solidarietà del governatore leghista Attilio Fontana: “Sono d’accordo nel dire che in questi ultimi anni la magistratura sta facendo alcune scelte che lasciano un po’ perplessi. Quella che dice il sindaco Sala è una delle ipotesi”, afferma il presidente della Regione.
Nas últimas semanas viralizaram imagens de uma “Times Square” que seria implementada no endereço mais famoso da cidade de São Paulo, o cruzamento entre as avenidas Ipiranga e São João, esquina eternizada por Caetano Veloso na canção “Sampa”.
O projeto, anunciado com entusiasmo pelo governador Tarcísio de Freitas e pelo prefeito Ricardo Nunes, trata de uma parceria entre o governo do estado, a prefeitura e o grupo empresarial Fábrica de Bares, e prevê a instalação de painéis digitais em prédios na região (o que faria referência à Times Square nova iorquina) e a realização de atividades culturais no local, com gestão e curadoria do grupo.
Enquanto megaeventos e grandes ações parecem ser o foco da gestão, que se orgulha de supostamente realizar o maior carnaval de rua do Brasil e promete intensificar a programação cultural, a videorreportagem mostra que concessões e parcerias público-privadas na área da cultura e lazer são alvo de críticas, e grupos artísticos e espaços consagrados são despejados e até alvo de violência por parte da guarda municipal. É esse o caso do Bloco Vai Quem Qué, que desfila desde os anos 1980 e no último carnaval foi alvo de uma “dispersão” de foliões com direito a bombas e gás lacrimogêneo.
Entre os despejos, causou consternação o caso do Teatro de Contêiner, um teatro de arquitetura inovadora, sede da Cia Mungunzá de Teatro. Localizado na região conhecida como “Cracolândia”, no centro da cidade, o espaço foi alvo de disputa judicial entre o grupo e a prefeitura, e acabou por ser demolido no início do ano. Caso semelhante ao do Grêmio Cruz da Esperança, clube de futebol de várzea que abriga o Samba do Cruz, espaço de lazer e cultura negra tradicional na zona norte da cidade, por onde passam centenas de frequentadores todos os finais de semana. Após uma concessão à iniciativa privada para criação de um parque no local, o Cruz foi notificado que não haverá espaço para manutenção do Samba, e agora luta para ser classificado como Patrimônio Cultural Imaterial da cidade, tentando escapar à demolição, prevista para o dia 14 de junho (nota da Prefeitura na íntegra).
Oggi unionista, ieri federalista, ancor prima secessionista. Rosso antico, comunista quasi in gioventù, poi destro radicale, forse di più. Matteo Salvini vaga da un luogo all’altro del campo politico semza trovar pace. Rimbalza, come quegli animali intrappolati nella rete a causa della loro ingordigia, senza una connessione sentimentale. Dal nord verde Pontida alla felpa italiana, ogni città con la sua bandiera e il tricolore su tutto, dall’autonomia differenziata, perdutasi nella nebbia padana, al ponte sullo stretto, l’opera tra Calabria e Sicilia, lontana dalla Lombardia. Salvini è tutto e niente.
Se a Salvini manca il quid, come disse Silvio Berlusconi del suo fedelissimo ministro Angelino Alfano per spiegare le ragioni che impedivano di consegnargli Forza Italia, è forse perchè per troppo tempo quel quid, il senso cioè della Lega di stare in campoo, è andato perduto.
Ed è andato perduto quando Salvini ha fatto salire a bordo della sua nave il generale Roberto Vannacci con l’intento di succhiargli la popolarità e i voti che il militare della Folgore si era conquistato nella più completa solitudine. Vannacci è salito a bordo e poi, come sempre accade in questi casi, ha brigato per fare la festa al suo capitano.
Quel che era parso chiaro al tempo della candidatura di Vannacci con la Lega, cioè che fosse un atto di debolezza di Salvini che si metteva in casa un tizio orientato a far danni pur di arraffare, nell’idea del qui e ora, un po’ di voti, è divenuto chiarissimo col passare del tempo.
Vannacci presidia ora con il suo partito (Futuro Nazionale) la destra estrema dello schieramento e infila nelle costole della Lega e anche di Fratelli d’Itali la sua lama. Mentre Meloni ha la forza per resistergli, Salvini cos’ha?
Niente o quasi. I due uomini forti e d’immagine, Luca Zaia eGiancarlo Giorgetti, fanno di tutto per apparire estranei alla Lega salvinizzata, la sintesi ibrida di un movimento divenuto senza capo nè coda.
Certo, la Lega si fa ancora vedere per le sue prese di distanza in politica estera sull’Ucraina, ma oltre non va, e oltre, purtroppo per Matteo, non c’è null’altro da segnalare. Solo che il partito di Vannacci, il suo ex vice, tra un po’ di settimane, se i sondaggi non cambiano segno, è pronto a fargli la festa.
Mieli, pur riconoscendo la validità dell’inchiesta del Fatto, invita Travaglio a prendere atto delle verifiche istituzionali: “Quando un giornale, a meno che non vada avanti per partito preso, ha di fronte un insieme di persone, cioè giudici, poliziotti, carabinieri, capo dello Stato, che ribadiscono il punto, devi prenderne atto“.
“Ti piacerebbe – replica ironicamente il direttore del Fatto – Quello è l’ipse dixit, noi giornalisti esistiamo per dubitare delle verità ufficiali, non per fotocopiarle“.
Mieli insiste: “Andare avanti per partito preso non è un buon modo, ci deve essere una volta in cui riconosci che il risultato di una decisione del capo dello Stato ti dà torto e fai il signore”.
“Ma neanche per sogno – ribadisce Travaglio, che cita la procuratrice generale Francesca Nanni, autrice della nota che ha smentito le rivelazioni del Fatto – Vorrei vedere te se avessi intervistato una persona con tutti i riscontri fatti prima di pubblicare l’intervista e ti sentissi dire da una che manco l’ha sentita e che ha l’insegna di Procura Generale di Milano che sei un falsario. Vorrei un po’ vedere se faresti pippa o se risponderesti come si merita questa signora”.
Mieli commenta: “No, falsario non me lo prenderei, però lascerei passare un giorno dai, secondo me si fa miglior figura”.
“Ma io non faccio passare un minuto”, replica il direttore del Fatto.
“Ma ti è mai capitato una volta di dire che questa cosa dà torto a una tesi che io sostenevo e ne prendo atto? Punto”, chiede Mieli.
“Se avevo torto, sì – risponde Travaglio – Io ho fatto il mio mestiere: ho pubblicato un’intervista a una persona reale con nome e cognome che la Procura Generale non ha voluto sentire perché contraddiceva quello che aveva deciso”.
Mieli rilancia: “Ma allora perché Mattarella ha fatto riaprire il caso? Bastava che non dicesse niente e basta”.
“Perché ha letto le notizie del Fatto Quotidiano – spiega il direttore – Dato che sa che non siamo dei falsari ma che raccontiamo cose vere, si è preoccupato e si è affidato alla Procura Generale. Il caso però è stato affidato allo stesso magistrato che aveva deciso la prima volta. Abbiamo appena votato addirittura per separare le carriere, ma non potevano almeno affidare il caso a un magistrato diverso da quello che aveva firmato il primo parere? Hanno chiesto a quello che ha firmato il parere se il suo parere era buono”.
“Ma allora, avendo preso Mattarella questa cosa per buona, è ingenuo e sprovveduto?”, chiede provocatoriamente Mieli.
“Secondo me, è un amante del pericolo – risponde Travaglio – è un uomo che nonostante la sua fama di prudenza è uno spericolato, perché il rischio a cui va incontro con un caso così spinoso, con dei peperini come i personaggi di cui stiamo parlando e con le notizie che continuano ad arrivarci dall’Uruguay, dove basta tendere l’orecchio per sapere quello che succedeva, secondo me è un amante del brivido”.
Scontro acceso a Otto e mezzo (La7) tra Italo Bocchino e Marco Travaglio sul caso della grazia concessa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Nicole Minetti.
L’ex parlamentare del Pdl attacca frontalmente il direttore del Fatto Quotidiano: “Penso che Il Fatto dovrebbe chiedere scusa. Io non ho simpatia per Nicole Minetti, però tutti possono redimersi. Intanto, è il fondamento dell’inchiesta che non mi convince. Poi ci sono dei dati che sono falsi”.
Bocchino contesta anche l’attendibilità della principale testimone intervistata dal Fatto, che secondo lui avrebbe parlato per dispetto dopo essere stata licenziata da Cipriani. E aggiunge: “La Procura l’ha sentita perché non era possibile la rogatoria e poi perché lei stessa aveva parlato di una fragilità della sua tesi, si era contraddetta”
Travaglio scoppia a ridere e commenta: “Ma cosa stai dicendo?”.
Il direttore del Secolo d’Italia rincara: “È stato addirittura fatto per credere al lettore che fosse stata uccisa l’avvocatessa che seguiva i genitori che volevano tenere il bambino. Quando si fanno queste inchieste, mandi là un inviato che si affida a un giornalista del posto, e quindi probabilmente qualcuno ha pasticciato. Uno chiede scusa rispetto ai pasticci”.
Tranchant la replica di Travaglio: “Il racconto fantasy di Bocchino è strepitoso almeno quanto la sua pretesa di dare lezioni di giornalismo, non so da quale cattedra. Non c’è nulla di vero in quello che ha raccontato. Noi non ci siamo mai affidati a giornalisti locali. Noi ci affidiamo a giornalisti del Fatto Quotidiano che verificano scrupolosamente quello che scrivono e quindi per smentirli bisogna sentire le stesse persone e fare le indagini”.
E aggiunge una bordata alla Procura Generale di Milano: “Se non fai le indagini perché sostieni di non poterle fare, non dici che quello che Il Fatto Quotidiano ha scritto è falso e che quello che sostengono le indagini difensive è vero, perché io non ho mai visto un magistrato prendere i testimoni della difesa per oro colato. Qui invece manca l’altra parte, questo è il problema. Ma per me possono darle pure la beatificazione, possono dedicarle pure l’aeroporto di Malpensa, visto che l’aeroporto di Linate è già impegnato dal suo ex principale: a me non interessa”.
Il direttore del Fatto ribadisce: “Quello che è offensivo è dire che noi abbiamo scritto cose false, mentre le cose che abbiamo scritto non sono smentibili. E quelle che la Procura smentisce non c’entrano niente con la grazia. Circa la storia dell’avvocata bruciata viva, noi non abbiamo mai detto che sia stata ammazzata da persone di questo caso. Noi abbiamo parlato dei due capisaldi della grazia che sono farlocchi: l’esigenza di fare espatriare la Minetti perché il figlio poteva essere curato soltanto in America e il fatto che, dopo avere mollato Berlusconi ed essersi messa con Cipriani, avesse cambiato vita e mestiere. Abbiamo plurime testimonianze del fatto che non è vero”.
E sottolinea: “Tutto il resto è fuffa per confondere le acque, perché non si possono smentire coloro che sono stati chiamati a smentirsi. Se fosse un procedimento penale normale, non sarebbe lo stesso procuratore generale a decidere se il suo parere primigenio era buono o meno. Qui – conclude – abbiamo una serie di osti che chiedono fra di loro se il vino è buono e tutti si rispondono che il vino è buono. È un complotto? No, è umano, devono salvarsi tutti la faccia e quindi c’è una enorme convergenza di interessi a darsi tutti ragione per non dover smentire una decisione scriteriata che è stata presa “a umma a umma” il 18 febbraio 2026″.
In camicia nera alla Festa della Repubblica. La scelta stilistica del sindaco di Pennabilli, in provincia di Rimini, è apparsa ai critici soprattutto una scelta ideologica: quella di partecipare ai festeggiamenti della Repubblica italiana con un simbolo da sempre associato al regime fascista. “Riteniamo gravissimo che un sindaco della provincia abbia partecipato alla celebrazione indossando una camicia nera, simbolo storicamente e politicamente associato al fascismo“, ha denunciato l’Anpi provinciale ricordando che il tutto è avvenuto “alla presenza del Prefetto, delle autorità civili e militari, delle associazioni combattentistiche e della cittadinanza”. “Non si può festeggiare la Repubblica se non ci si riconosce nei valori dell’antifascismo“, ha poi rincarato il governatore dell’Emilia Romagna Michele de Pascale.
Il sindaco in questione non viene citato direttamente, ma si tratta di Mauro Giannini. Le critiche nei suoi confronti sono arrivate anche perché di uscite infelici sul fascismo il primo cittadino ne aveva già avute, ad esempio quando ha dichiarato di essere nato e di voler morire con la camicia nera addosso. “Se non vado alla festa della Liberazione mi danno del fascista – ha commentato sui social taggando Roberto Vannacci -, se vado alla Festa della Repubblica mi danno del repubblichino. Spero almeno che i patrioti mi diano del futurista”.
L’Anpi, però, non ci sta e definisce quello del sindaco “un gesto incompatibile con il significato della ricorrenza che celebra la nascita della Repubblica democratica e della Costituzione antifascista. La circostanza assume una rilevanza ancora maggiore alla luce delle ripetute dichiarazioni pubbliche con cui lo stesso amministratore ha rivendicato la propria appartenenza all’identità fascista e si è definito orgogliosamente ‘fascista’ e ‘camicia nera’. Una grave offesa alla memoria della Resistenza e ai valori su cui si fonda la Repubblica”.