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Israele se ne frega dell’accordo tra Usa e Iran: “Non ci ritiriamo dai territori occupati in Libano”

12 June 2026 at 17:41

Lo stop alla guerra in tutti i Paesi coinvolti non piace a Israele. Nonostante le bozze d’accordo tra Washington e Teheran prevedano l’interruzione delle ostilità anche in Libano, dove invece lo Stato ebraico sta portando avanti una campagna di occupazione militare del Sud, ben oltre i confini stabiliti dalle Nazioni Unite, da Tel Aviv fanno sapere che non c’è alcuna intenzione da parte del governo Netanyahu di interrompere le operazioni militari nel Paese dei Cedri. “Il nostro concetto di sicurezza è chiaro e preciso – ha dichiarato il ministro della difesa, Israel Katz – Stiamo combattendo contro minacce vicine e lontane e puntiamo a soluzioni definitive, non a compromessi o concessioni. Siamo determinati a continuare a perseguire una politica di sicurezza ferma che preservi i risultati raggiunti e non comprometta la nostra capacità di combattere l’asse del male sciita guidato dall’Iran e l’asse del male sunnita guidato dai Fratelli Musulmani”.

La domanda che sorge immediata è cosa può succedere nel caso in cui Israele continui gli attacchi nel Paese, dato che Hezbollah ha invece benedetto lo stop alle ostilità previsto dall’intesa. Se il Partito di Dio, attaccato da Tel Aviv, dovesse rispondere non è chiaro quali altre potenze entrerebbero in gioco. Gli Stati Uniti sembrano volersi sfilare dal pantano mediorientale, mentre l’Iran nei giorni scorsi ha ribadito di essere pronto a difendere il partito armato sciita, suo alleato nell’area, in caso di attacchi da parte di Israele. E questo esporrebbe lo Stato ebraico a uno scontro con Teheran senza il supporto dell’alleato americano.

Ma per Katz non sembrano esserci margini di discussione: “Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza – ha aggiunto – L’Idf continuerà a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon, dalle montagne libanesi, dalla Samaria e dalla maggior parte del territorio di Gaza contro le minacce provenienti da forze e organizzazioni jihadiste, come insegnamento fondamentale tratto dagli eventi del 7 ottobre”. E critica la decisione di Donald Trump di scendere a patti con gli ayatollah: “Il presidente Usa sta attualmente portando avanti un accordo con l’Iran nell’ottica degli interessi americani, compreso l’interesse comune con Israele, ovvero impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Ci aspettiamo che sostenga questo principio e altri principi relativi ai missili e ai gruppi terroristici regionali – ha concluso in riferimento al fatto che nella bozza non viene citato lo smantellamento del programma missilistico iraniano e il disarmo delle milizie filo-Iran in Siria, Iraq e Libano – Israele deve garantire di avere anche la capacità di agire in modo indipendente in futuro per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e il premier Benjamin Netanyahu e io abbiamo ordinato all’esercito di prepararsi di conseguenza”.

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Gwyneth Paltrow scelta come testimonial di un progetto immobiliare di lusso in Israele: scoppia la polemica – VIDEO

12 June 2026 at 13:57

Gwyneth Paltrow è stata ingaggiata come volto di un esclusivo progetto immobiliare nel centro di Israele. La scelta ha suscitato immediata indignazione sui social media, dove numerosi utenti hanno denunciato la stridente contraddizione tra l’immagine patinata della campagna pubblicitaria e le drammatiche condizioni di vita della popolazione civile a Gaza e in Libano, territori devastati dal conflitto in corso che vede contrapposti Israele e Iran. La notizia è stata riportata da diversi organi di stampa israeliani, tra cui il quotidiano Haaretz.

L’attrice premio Oscar è protagonista di uno spot pubblicitario diffuso questa settimana da Aviv Melisron, un gruppo immobiliare israeliano che promuove il progetto 51 Park a Herzliya, a nord di Tel Aviv. Il complesso residenziale di lusso prevede la costruzione di 646 appartamenti distribuiti su due edifici di 51 piani, situati tra due parchi comunali. Lo spot, girato a New York, ha iniziato ad essere trasmesso in Israele.

Nata da padre ebreo, Gwyneth Paltrow ha sempre manifestato apertamente il proprio sostegno a Israele. All’indomani del massacro del 7 ottobre 2023, l’attrice si è unita a decine di altre importanti personalità del mondo di Hollywood nella firma di una lettera aperta indirizzata all’allora presidente degli Stati Uniti Joe Biden, esortandolo a impegnarsi attivamente per ottenere la liberazione dei 251 ostaggi trattenuti nella Striscia di Gaza.

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Helen Mirren: “Israele non può replicare crimini contro l’umanità”. E su Netflix: “Se vuole l’Oscar porti i film al cinema”

12 June 2026 at 12:53

“Zalone? Fa un’ottima pizza”. “Israele? Non può replicare crimini contro l’umanità”. “Netflix? Per vincere l’Oscar dovrà portare un film in sala”. Helen Mirren a ruota libera al 72esimo Taormina Film Festival. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera la 80enne attrice inglese ospite del festival diretto da Tiziana Rocca non si è sottratta a domande e riflessioni scomode o politiche.

Prima di ritirare il premio alla carriera dedicato ad Anna Magnani, Mirren prende subito il toro per le corna commentando un video finito sul web nei giorni scorsi dove un tizio per strada la vede mentre passeggia e le grida “Pu….a Sionista”. “L’episodio risale allo scorso novembre, non so perché sia uscito solo ora, non so come sia finito su Internet. E ignoro chi sia l’uomo che mi ha insultato. Ma ho capito che era mentalmente instabile”, spiega l’attrice che in Israele ha vissuto per sei mesi al tempo della Guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967) e che ha interpretato in un film pure una sua storia leader, Golda Meir.

“Ho grandi amici in quel paese. Da giovane ho avuto due fidanzati ebrei. Sono nata nel 1945, se ripenso alla tragedia immane vissuta in Israele con l’Olocausto, dobbiamo riflettere su ciò che stanno vivendo ora. Questa guerra è distruttiva per la stessa Israele. Come può replicare crimini contro l’umanità?”. Mirren ricorda poi le contraddizioni socio-politiche degli Stati Uniti odierne. Sposata dal 1997 con il regista Taylor Hackford, ha sempre osservato quello strano coacervo antropologico che sono gli Stati Uniti: “Non so se sia mai esistito il sogno americano. Io so cosa vuol dire essere inglese, mi vengono in mente il cottage e la tazza di tè. Gli Stati Uniti…La California è del tutto diversa dall’Alaska o dalla Louisiana (…) sono troppe le contraddizioni in Usa, alcuni Stati vogliono rimettere in discussione il voto delle donne. Assurdo? Certo. Talvolta agiscono forze oscure sotto la superficie”.

L’interprete di The Queen – per il quale vinse un Oscar nel 2007 – ha voluto poi ricordare la sovrana inglese scomparsa di recente. “Elisabetta mi invitò a un tè per pochi intimi. Non mi disse nulla del film, forse era il suo modo per farmi capire che l’aveva visto. Parlò tutto il tempo del suo grande amore: i cavalli”. Mirren si dedica infine all’amico Checco Zalone (“La prima volta l’ho visto in un suo film mentre ero in aereo. Non capivo nulla ma mi faceva ridere per come gesticolava, come si muoveva. Non l’avevo sentito nominare prima d’allora. Sono stata a casa sua, fa un’ottima pizza”) e al futuro del cinema in sala lanciando una freccia avvelenata a Netflix: “Non so se tra 40 anni continueremo a piangere o ridere in sala. So però che se Netflix vuol vincere l’Oscar, deve portare un film in sala”.

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Guerre e crisi energetica, i treni notturni da opportunità a occasione mancata: pesano pedaggi, sussidi insufficienti e troppi aiuti al traffico aereo

12 June 2026 at 07:00

La guerra di Israele e Stati Uniti all’Iran, le tensioni nello Stretto di Hormuz e il caro carburante ricordano quanto il trasporto europeo resti legato a filiere energetiche esposte a crisi e shock di prezzo. I treni notturni e la lunga percorrenza ferroviaria sarebbero una delle risposte già disponibili: meno dipendenza dal trasporto aereo, meno combustibili fossili, partenze dal centro delle città e arrivi al mattino. Il mercato negli ultimi anni è cresciuto, spinto dall’aumento dei costi dei voli, dall’attenzione all’impatto ambientale dei trasporti e dall’ingresso di nuovi operatori. Ma in un sistema ferroviario frammentato le contraddizioni restano.

La nuova mappa europea dei treni notturni, pubblicata a giugno da Back on Track, censisce 205 collegamenti regolari con carrozze letto e cuccette. Nel 2026 compaiono cinque nuove linee, tra cui la Parigi-Berlino rilanciata da European Sleeper dopo lo stop di ÖBB, e nuove tratte polacche verso Praga e Monaco. Ma l’elenco delle linee rimosse o ridotte è più lungo: spariscono o vengono accorciati collegamenti in Bulgaria, Romania, Croazia, Svezia e diverse tratte ÖBB Nightjet, comprese Parigi-Vienna, Monaco-La Spezia e Vienna-La Spezia. “La domanda c’è”, dice Juri Maier, presidente di Back on Track. Il collo di bottiglia, per l’associazione, non sono i passeggeri ma gli investimenti: senza nuove carrozze letto e cuccette, le linee restano annunci, prove stagionali o servizi troppo fragili per competere con l’aereo. Le carrozze letto sono poche, costose e difficili da sostituire. Molti convogli hanno decenni di servizio alle spalle e produrne di nuovi richiede anni. Il principale operatore europeo del settore, ÖBB, ha ridotto l’ordine di nuovi Nightjet da 33 a 24 convogli.

I tagli riguardano anche l’Italia. Nella mappa 2026 non compaiono più i Nightjet Monaco-La Spezia e Vienna-La Spezia, che passavano da Milano e Genova. Dal 9 settembre, invece, European Sleeper collegherà Milano Porta Garibaldi a Bruxelles tre volte alla settimana, con fermate a Como, Colonia, Aquisgrana e Liegi. I collegamenti internazionali continuano però a scontrarsi con uno dei principali ostacoli della ferrovia europea: ogni Paese ha regole, autorizzazioni e operatori diversi. Per questo la trazione dei convogli in Italia sarà affidata ad Arenaways. Da metà dicembre la linea sarà estesa anche ad Anversa, Breda ed Eindhoven. Restano poi gli Intercity Notte di Trenitalia, sostenuti dal contratto di servizio, che collegano il Nord e il Centro con Sicilia, Calabria, Puglia e Alto Adige. Sono tratte usate non solo da turisti, ma anche da lavoratori, studenti fuori sede, famiglie e persone che attraversano l’Italia per necessità.

La geografia dei treni notturni europei non è uniforme

A Est e nell’Europa centrale la lunga percorrenza notturna affonda radici più profonde. Ucraina, Romania, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Austria mantengono diversi collegamenti nazionali e internazionali: tra Budapest e Bucarest, per esempio, il treno resta un mezzo ordinario per coprire grandi distanze. Nonostante gli attacchi russi alla rete ferroviaria, l’Ucraina conserva oggi un’estesa rete interna di lunga percorrenza, essenziale anche per la sospensione del traffico aereo civile. Prima della guerra, una linea diretta collegava Mosca a Kiev in 12 ore. Fuori dalla mappa di Back on Track, la Russia conserva una rete vastissima: dalla Transiberiana alle tratte verso Caucaso e Mar Nero, i viaggi di una o più notti restano mobilità ordinaria.

A Ovest e nel Nord Europa il quadro è più discontinuo. Germania, Austria e Repubblica Ceca restano snodi importanti della rete continentale, ma molte tratte internazionali sono state ricostruite dopo anni di tagli dovuti alla concorrenza di alta velocità ferroviaria e voli low cost. In Scandinavia resistono collegamenti notturni sulle lunghe distanze interne, soprattutto in Svezia, Norvegia e Finlandia, mentre le linee internazionali verso Germania e Danimarca dipendono spesso da stagionalità, sussidi pubblici e disponibilità di convogli. È il caso del Berlino-Amburgo-Malmö-Stoccolma: la Svezia interromperà il sostegno pubblico alla tratta alla fine di agosto e la continuità del collegamento avverrà solo grazie al subentro dell’operatore privato RDC Deutschland.

Un altro ostacolo alla riaffermazione dei treni notturni è rappresentato dai pedaggi ferroviari. Ogni compagnia paga ai gestori delle infrastrutture una tariffa per usare binari, stazioni e altre strutture della rete. Molti pedaggi sono calcolati in base ai chilometri percorsi: un treno da Madrid a Parigi, da Barcellona a Lisbona o da Bruxelles a Milano accumula costi lungo tutta la tratta e in ogni Paese attraversato. Così i collegamenti più lunghi, quelli più utili per sostituire una parte dei voli europei a corto e medio raggio, finiscono penalizzati proprio perché percorrono più chilometri. Il dibattito è particolarmente acceso in Spagna, dove il gestore Adif ha commissionato a Deloitte una revisione dei pedaggi anche in risposta alla pressione dei nuovi operatori. La proposta è distinguere tra servizi diurni e notturni, invece di applicare automaticamente una tariffa al chilometro. Nel 2009 Renfe operava una decina di linee notturne tra Trenhotel nazionali e internazionali. Oggi non ha più servizi notturni regolari. Se i treni notte verranno riconosciuti come segmento specifico, tratte come Madrid-Parigi o Barcellona-Francoforte potranno tornare realisticamente sul tavolo. Altrimenti, nell’Europa occidentale, resteranno soprattutto i collegamenti diurni. Anche il Portogallo ha perso i suoi treni notte: dal 2020 non circolano più il Lusitânia Madrid-Lisbona e il Sud Expresso Lisbona-Hendaye.

La crisi dei carburanti rende lo squilibrio più evidente. L’aereo resta esposto al costo del cherosene, ma continua a beneficiare di esenzioni fiscali che ne proteggono la competitività. I treni internazionali pagano invece tariffe per ogni tratto di rete attraversato. Il conto finisce per penalizzare il mezzo meno dipendente dai combustibili fossili e dalle oscillazioni del mercato energetico. Sul fronte dei sussidi, anche la Francia ha fatto un passo indietro: i collegamenti Parigi-Berlino e Parigi-Vienna sono stati fermati dopo la fine dei sostegni francesi. In Svizzera, il collegamento Basilea-Copenaghen-Malmö previsto per il 2026 è stato cancellato dopo il taglio dei fondi federali. A questo si aggiungono le difficoltà pratiche nella prenotazione. Due anni fa Ursula von der Leyen aveva promesso una biglietteria digitale unica. Il 13 maggio la Commissione ha presentato le proposte legislative su prenotazioni multimodali, biglietti ferroviari e tutele per i passeggeri con biglietto unico. Il punto, però, resta aperto: per chi compra oggi un viaggio internazionale con più operatori, il percorso è ancora spezzato tra piattaforme, condizioni e responsabilità diverse.

Piccoli segnali in controtendenza arrivano dalla Polonia, dove vengono attivate nuove tratte transfrontaliere, e da European Sleeper, società ferroviaria belga-olandese a proprietà diffusa, nata nel 2021 grazie a campagne di crowdfunding e a centinaia di piccoli investitori, senza il sostegno dei grandi operatori ferroviari nazionali. Sono iniziative ancora isolate, ma indicano uno spazio di mercato che le compagnie tradizionali hanno lasciato scoperto. La crisi petrolifera potrebbe spingere l’Europa ad accelerare sulle alternative meno esposte a ricatti energetici e speculazioni. I treni notturni possono sostituire una parte dei voli sulle medie distanze, ma solo se vengono trattati come un servizio regolare, accessibile e affidabile per chi viaggia per lavoro, studio o famiglia. Per ora il sistema sembra andare in direzione contraria: l’aereo resta protetto da esenzioni fiscali, il treno internazionale paga pedaggi al chilometro, i sussidi arrivano a singhiozzo. Manca la scelta politica di trattare i treni notturni come infrastrutture da sviluppare, anziché prodotti di nicchia lasciati alle logiche di mercato.

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Israele, centinaia di milioni di euro per creare nuove colonie illegali: il governo Netanyahu punta sugli estremisti in vista delle elezioni

11 June 2026 at 07:12

Prima di lasciare la guida del Paese, il governo Netanyahu vuole lasciare tutto in ordine secondo i piani prefissati. Soprattutto per quanto riguarda quei dossier che, con l’intensificarsi delle violenze seguite alla strage del 7 ottobre, sono i più invisi alla comunità internazionale. Così, nelle ultime settimane l’esecutivo, spinto dal ministro colono estremista delle Finanze, Bezalel Smotrich, ha approvato nuove leggi e stanziamenti con l’obiettivo di alimentare a suon di centinaia di milioni di euro lo sviluppo degli insediamenti illegali nei Territori Occupati.

Se la Grande Israele è l’obiettivo di questo governo e delle sue anime più estremiste e xenofobe, da adesso alla data del voto, che non andrà oltre il 27 ottobre, ogni iniziativa deve puntare a facilitare la loro espansione, alla faccia degli appelli che arrivano dall’Europa e delle sanzioni imposte da un gruppo, per ora limitato, di Paesi. L’ultima proposta ha il peso specifico maggiore: un’operazione di legalizzazione e finanziamento pubblico degli insediamenti illegali oltre i confini del 1967 riconosciuti dall’Onu, alcuni dei quali situati in enclave delle Aree A e B, cioè quelle ad esclusivo controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese o misto. Per raggiungere questo obiettivo, la settimana scorsa il Parlamento ha approvato d’urgenza lo stanziamento di 100 milioni di shekel, circa 29 milioni di euro, ma adesso è pronto a mettere il timbro su un ulteriore stanziamento da 1 miliardo di shekel, circa 290 milioni, per la creazione e lo sviluppo di avamposti “temporanei” ancor prima della loro completa legalizzazione.

Una corsa contro il tempo per cercare di gettare le fondamenta di un piano espansionistico e coloniale illegale secondo il diritto internazionale, osteggiato, almeno a parole, dalle cancellerie europee, ma che nei fatti, se avviato, Tel Aviv sa bene essere un punto di non ritorno, dato che restituire quei territori alla popolazione palestinese richiederebbe uno sfollamento di massa che nessun esecutivo israeliano vorrà mai intestarsi. Pur non essendo stato pubblicato l’elenco degli insediamenti interessati, il quotidiano TheMarker è riuscito a ricostruire tutte le località che ne beneficeranno. Sono in totale 69, ma la cosa che racconta della necessità del governo di bruciare le tappe è il fatto che molte di esse sono avamposti non ancora istituiti. Nello specifico, si legge, circa 30 località non dispongono del codice speciale assegnato dall’Ufficio Centrale di Statistica una volta approvata la loro istituzione. In totale, più di 50 hanno ricevuto l’ok appena sei mesi fa nelle riunioni di gabinetto del 2025. Per favorire l’insediamento delle nuove comunità, la bozza prevede anche lo stanziamento di milioni di shekel per i “facilitatori comunitari, allo scopo di accompagnare il gruppo iniziale di insediamento in ciascuno dei siti temporanei”.

La spinta all’espansione illegale non si limita a questo già importante stanziamento di fondi. Nelle settimane passate sono stati altri i provvedimenti presi dal governo Netanyahu per favorire la nascita di nuovi insediamenti. Come, ad esempio, la legge approvata dalla Knesset che estende le agevolazioni fiscali ad altri 58 insediamenti, inserendo nell’Ordinanza sull’Imposta sui Redditi nuovi criteri cuciti addosso alle colonie che si spingono oltre i due chilometri a est della Linea Verde. L’agevolazione consiste in uno sconto del 7% sull’imposta sul reddito, per un risparmio che può toccare i 10mila shekel (circa 2.900 euro) a persona all’anno. Costo totale dell’iniziativa: 130 milioni di shekel, circa 38 milioni di euro, all’anno.

Infine, a maggio sempre il ministro Smotrich era riuscito a far approvare lo stanziamento di un ulteriore miliardo di shekel per la costruzione e la pavimentazione delle strade di accesso ai nuovi insediamenti. In sostanza, il governo ha promesso la costruzione di nuove colonie, con annesse vie di comunicazione e garantendo anche sgravi fiscali come incentivo all’occupazione. Un buon modo per compiere un bel balzo in avanti nel processo di annessione totale della Cisgiordania e, soprattutto, un enorme favore a coloni e fanatici dell’occupazione in vista delle prossime elezioni.

X: @GianniRosini

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Omer Bartov a La7: “A Gaza è genocidio, chi vede e non agisce ne è complice. Definire antisemitismo il rifiuto del sionismo è una sciocchezza”

10 June 2026 at 12:48

“La mancata pubblicazione del mio libro in Israele? La dice lunga sulla mentalità del paese nel quale sono nato e cresciuto, un paese che non è disposto a sentirsi dire la verità su quello che sta accadendo al suo interno, il che ci porta al tema del genocidio a Gaza“. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo, su La7, da Omer Bartov, uno dei massimi storici contemporanei e accademico israelo-americano di fama mondiale per i suoi studi sull’Olocausto. Il suo ultimo libro, “Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele”, appena uscito per Laterza e già tradotto in decine di lingue, resta invisibile nelle librerie di Tel Aviv e Gerusalemme: nessuna casa editrice israeliana ha voluto pubblicarlo.
Bartov non nasconde il rammarico per questo silenzio editoriale, evidenziando come l’impossibilità di veder uscire il volume in ebraico sia sintomatica di una chiusura mentale preoccupante.

Alla conduttrice Lilli Gruber, che gli chiede perché a Gaza c’è un genocidio, Bartov ricorda che non è un’opinione, ma un crimine definito con precisione dalla Convenzione dell’Onu del 1948, firmata da Israele come dall’Italia, dalla Francia, dal Regno Unito e dagli Stati Uniti. Chi riconosce che sta avvenendo ha l’obbligo giuridico di agire; chi tace o nega diventa complice.
Tutti gli Stati firmatari che vedono un genocidio accadere – spiega lo storico – sono obbligati ad agire; se non lo fanno, diventano complici del suo svolgimento. Quando si identifica il genocidio, non si individua soltanto un particolare crimine, cioè il tentativo di distruggere un gruppo in parte o totalmente in quanto tale. Si sta anche dicendo che c’è un impegno da parte della Comunità internazionale, che si è raggiunto dopo i crimini dei nazisti e dopo l’Olocausto per impedire questi tentativi di distruggere gruppi e nazioni, interamente o parzialmente”.

L’analisi di Bartov si spinge oltre la cronaca militare, toccando la carne viva della struttura sociale israeliana. A differenza dei crimini di guerra, che possono essere circoscritti all’operato di un singolo generale o di un’unità, il genocidio è descritto come un vero e proprio “evento sociale” che chiama in causa l’intera popolazione. In un Paese caratterizzato dalla leva obbligatoria, dove i soldati sono i figli e le figlie di quasi ogni famiglia, l’attività bellica diventa un’esperienza collettiva inscindibile dall’identità nazionale.
Tutti fanno parte di questo evento – osserva lo storico – Quelli che lo compiono, quelli che lo negano e quelli che non fanno nulla a riguardo. Israele si trova oggi in una fase forte di profonda negazione“.
Con estrema lucidità, lo storico respinge infine l’accusa che equipara ogni critica al sionismo e a Israele a una forma di antisemitismo: “Francamente questa è una sciocchezza, non ha nulla a che vedere con l’atteggiamento verso gli ebrei, ma con il rifiuto di una specifica ideologia che non è più sostenibile”.

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Cisgiordania, nel 2025 record di violenze dei coloni israeliani: +133% di morti. Gaza, Hamas compie esecuzioni e torture

10 June 2026 at 11:00

Stretti in una morsa di violenza le cui ganasce si avvicinano ogni giorno di più. Così vivono i palestinesi tra la Cisgiordania e Gaza. Da un lato la furia dei coloni israeliani che nel West Bank ha raggiunto livelli senza precedenti. Dall’altro la campagna di esecuzioni sommarie, torture e punizioni pubbliche che Hamas porta avanti con intensità crescente nella Striscia. L’ultimo rapporto della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori occupati e Israele, pubblicato ieri, analizza uccisioni e violenze commesse da attori non statali tra il 2024 e il 2026, denunciando gravi violazioni del diritto internazionale da entrambe le parti.

Il 2025 è stato l’anno con il più alto numero di palestinesi uccisi direttamente da coloni israeliani da quando vengono raccolti dati sistematici sul fenomeno: le vittime sono state almeno 7 quando nel 2024 erano state 3, un aumento del 133%. Ancora più netta la crescita dei feriti: da 362 a 832 in un solo anno (+130%). Complessivamente, tra gennaio 2023 e dicembre 2025 almeno 26 residenti nel West Bank sono stati uccisi e 1.570 feriti da aggressioni attribuite ai coloni. Il fenomeno, evidenzia il report, non è nato dopo le stragi compiute da Hamas il 7 ottobre 2023. Nel 2008 i palestinesi uccisi dai coloni erano stati 6 e i feriti 183, ma da allora il trend è stato costantemente crescente fino ad arrivare, tra il 2008 e la fine del 2025, a un totale di 61 morti e 3.778 feriti, tra cui almeno 608 minori e 317 donne.

Dal 2023, tuttavia, gli attacchi contro villaggi e terreni agricoli palestinesi si sono intensificati. Gruppi di aggressori col volto travisato e armati, spesso scortati dalle forze di sicurezza israeliane, hanno dato vita a spedizioni punitive con incendi di abitazioni, distruzione di proprietà, pestaggi e sparatorie. Tra il 7 ottobre 2023 e il 10 marzo 2026 59 comunità pastorali palestinesi sono state costrette ad abbandonare le proprie terre a causa della violenza dei coloni. Una delle maggiori comunità sfollate è stata quella di Khirbet Zanuta, situata sulle colline a sud di Hebron: i raid sarebbero partiti dall’avamposto di Meitarim Farm, con gli assalitori accompagnati da soldati di Tel Aviv.

Tra gli episodi più gravi figura l’attacco dell’11 luglio 2025 nell’area agricola di Al-Batin. Un gruppo di contadini dei villaggi di Sinjil e Al-Mazraa venne assalito mentre lavorava i campi, 2 palestinesi furono uccisi: uno colpito da arma da fuoco e un altro picchiato a morte. Almeno 20 persone rimasero ferite, tra cui 4 bambini. Agghiacciante il caso del villaggio di Beitin, dove il 13 aprile 2024 gruppi di coloni attaccarono il centro abitato come rappresaglia per l’uccisione di un adolescente israeliano: durante l’assalto, un ragazzo di 17 anni venne ucciso da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Tra gli episodi simbolo viene ricordato l’assalto di Huwara del febbraio 2023, che provocò un morto e centinaia di feriti, e l’attacco al villaggio di Burkin nel maggio 2025, conclusosi con una vittima e due persone ferite.

Tra le pratiche usate ci sono anche le violenze sessuali. L’Onu afferma di aver verificato nel 2026 lo stupro di un uomo mediante l’inserimento di un bastone nel suo ano. La Commissione ha inoltre documentato un tentativo di stupro nel 2023 e un’altra aggressione sessuale nel 2025 contro un attivista israeliano. Il 13 marzo 2026, durante un attacco a Khirbeit Humsa, donne e ragazze sarebbero state minacciate di stupro per costringere la famiglia a lasciare la zona; un uomo fu denudato, aggredito sessualmente, legato ai genitali e trascinato davanti agli abitanti mentre veniva picchiato.

Sul fronte opposto, il rapporto documenta anche gli abusi commessi da Hamas e da altre forze armate nella Striscia di Gaza. La Commissione ha identificato 249 casi di esecuzioni sommarie e violenze gravi commesse tra agosto 2024 e gennaio 2026, il cui bilancio è di almeno 108 morti e 384 feriti. Le vittime erano accusate di collaborare con Israele, di saccheggiare gli aiuti umanitari, di furto, traffico di droga o di appartenere a gruppi rivali. Le punizioni comprendono esecuzioni pubbliche, fratture provocate con tubi metallici e blocchi di cemento, torture e pestaggi sistematici. Almeno 60 episodi sono opera di forze paramilitari affiliate ad Hamas. Le Brigate Ezzedin al-Qassam sarebbero responsabili di almeno 6 casi nel 2025, con 9 esecuzioni e 20 feriti, l’unità Sahm di almeno 45 casi tra il 2024 e il 2025, con 14 esecuzioni e 101 feriti, e la forza Rad’a di almeno 6 episodi tra il 2025 e il 2026, con 12 esecuzioni e 3 feriti.

L’orrore era emerso con chiarezza il 21 settembre 2025 quando tre uomini erano stati uccisi in un’esecuzione pubblica davanti all’ospedale Al-Shifa di Gaza City . Bendati e con le mani legate dietro la schiena, i tre furono accusati di collaborazionismo e di appartenere al gruppo armato di Yasser Abu Shabab e dopo la lettura della sentenza di morte furono abbattuti con numerosi colpi alla testa e al torace davanti a una folla di spettatori. Poche settimane dopo, il 13 ottobre 2025, otto membri del clan Doghmosh furono consegnati ad Hamas con la promessa di un’indagine regolare ma meno di due ore dopo vennero portati in uno spazio aperto nel quartiere Sabra di Gaza City e fucilati da militanti delle Brigate Qassam e della Rad’a.

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Sei Paesi annunciano nuove sanzioni contro chi sostiene le colonie israeliane: colpito anche il ministro Smotrich

9 June 2026 at 18:37

Sei Paesi sono pronti a colpire nuovamente individui e organizzazioni che hanno a che fare con gli insediamenti israeliani illegali nei Territori Occupati. Regno Unito, Australia, Canada, Francia, Nuova Zelanda e Norvegia hanno annunciato un’azione sanzionatoria congiunta a causa del “livello record” raggiunto dall’espansione delle colonie e con l’aumento delle violenze contro la popolazione palestinese. E tra i nomi di coloro che subiranno le conseguenze di questa decisione figura anche il ministro estremista delle Finanze Bezalel Smotrich.

La mossa non ha lasciato indifferente il governo israeliano che con una nota del Ministero degli Esteri ha definito le misure “vergognose“, sostenendo che rappresentano un tentativo di imporre una posizione politica sul conflitto israelo-palestinese e sul diritto degli ebrei a vivere nella Terra d’Israele “mascherato da lotta alla violenza”. Il governo britannico, invece, sostiene che le misure
hanno l’obiettivo di interrompere i flussi finanziari che avrebbero consentito a gruppi di coloni estremisti di agire “nell’impunità”. Tra i colpiti figurano le organizzazioni The Farms Association, Ahavat Gilad, Artzenu e Shivat Zion Lerigvey Admata, oltre a diversi individui. “La violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti sono illegali e rappresentano una minaccia fondamentale alla soluzione dei due Stati e alla pace e sicurezza a lungo termine per palestinesi e israeliani”, ha dichiarato la ministra degli Esteri, Yvette Cooper. Londra ha anche esortato il governo israeliano a fermare l’espansione delle colonie, contrastare le violenze e perseguire i responsabili, avvertendo che potrebbero essere adottate ulteriori misure.

Sulle stesse posizioni anche la Francia. Il ministro degli Esteri, Jean-Noel Barrot, ha annunciato il divieto d’ingresso nel Paese per Smotrich, dichiarato persona non grata come quattro leader di organizzazioni di coloni e per 21 coloni definiti “violenti”. Tel Aviv ha accusato i governi coinvolti di alimentare l’antisemitismo attraverso politiche anti-israeliane e di ignorare, al contrario, quelle che considera le vere cause della violenza, citando in particolare il controverso sistema di sussidi dell’Autorità nazionale palestinese destinati a detenuti e familiari di persone coinvolte in attacchi contro Israele.

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Libano, la fuga degli abitanti di Tiro dopo l’ordine di evacuazione israeliano

By: F. Q.
9 June 2026 at 17:23

Gli abitanti di Tiro, nel sud del Libano, sono in fuga dopo che l’esercito israeliano, per la prima volta, ha intimato l’evacuazione dell’intera città in vista di possibili attacchi. “L’area è ora deserta al 99%“, afferma un residente

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Coloni violenti in Cisgiordania, sanzioni da Paesi Ue e non solo. Insorge Israele: “Misure vergognose”

9 June 2026 at 15:20

Coloni violenti in Cisgiordania, arrivano nuove sanzioni

Un nuovo pacchetto coordinato congiuntamente tra Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia è stato adottato per “nuove sanzioni contro i responsabili dell’intensificarsi delle attività di insediamento e della violenza in Cisgiordania”. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri francese Jean Noel Barrot.

Londra: “Le aziende Uk cessino le attività nelle colonie israeliane in Cisgiordania”

Il governo britannico ha invitato le aziende del Paese a cessare ogni attività negli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata. Lo ha annunciato la ministra degli Esteri Yvette Cooper. “Ho rafforzato le nostre linee guida sui rischi aziendali affinché siano chiare e inequivocabili: se siete cittadini britannici o aziende britanniche, non dovete svolgere alcuna attività economica o finanziaria negli insediamenti israeliani illegali”, ha dichiarato la ministra al Parlamento. “Riteniamo che i gruppi di coloni violenti non debbano trarre profitto dalle terre che hanno sottratto ai palestinesi”, ha aggiunto, affermando che le condanne di alcune di queste violenze da parte del governo israeliano “suonano vuote” in assenza di misure concrete per punirle.

Israele: “Vergognose le misure di governi stranieri contro di noi”

“Israele respinge con fermezza le vergognose misure adottate da governi stranieri contro cittadini israeliani, entità israeliane e un ministro del governo”. Lo si legge sull’account X del ministero degli Esteri israeliano in riferimento alle misure adottate da diversi Paesi occidentali nei confronti di coloni e al divieto di ingresso imposto dalla Francia al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. “La vera essenza di questi provvedimenti è il tentativo di imporre una posizione politica riguardo al diritto degli ebrei di vivere nella Terra d’Israele e in merito al conflitto israelo-palestinese, mascherandolo da misura contro la violenza”, scrive il ministero.

“Ciò che questi governi hanno in comune è il loro clamoroso fallimento nel contrastare l’antisemitismo dilagante nei propri Paesi. Politiche anti-israeliane del tipo adottato oggi non fanno altro che alimentare tale antisemitismo”, prosegue il ministero degli Esteri israeliano. “Sorprendentemente, questi governi hanno anche omesso di imporre sanzioni o di adottare misure contro i fenomeni che, secondo Israele, alimentano realmente la violenza: la politica dell’Autorità Palestinese di corrispondere stipendi ai terroristi (“pay-for-slay”, ovvero “pagare per uccidere”) e l’incitamento all’odio”, conclude il post.

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Libano, Tiro è sotto le bombe di Israele: in pericolo il tesoro archeologico Unesco. “Colonne e mosaici danneggiati dai raid”

9 June 2026 at 15:12

La pioggia di proiettili va avanti da giorni. Domenica i raid hanno colpito vicino alle aree archeologiche dichiarate dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”. Lunedì il ministero della Cultura e la Direzione Generale delle Antichità di Beirut hanno denunciato danni al patrimonio culturale. Oggi, 9 giugno, l’esercito ha emesso un nuovo ordine di evacuazione per la città, i suoi campi profughi e le zone circostanti e per la prima volta anche per il quartiere cristiano. Tiro, scrigno di capolavori dell’antichità del Libano meridionale, è nel mirino di Israele e il suo tesoro, avvertono gli addetti ai lavori, è in pericolo.

L’ultimo rinnovo dell’accordo di cessate il fuoco tra Tel Aviv e Beirut è stato ufficializzato mercoledì 3 giugno. Da allora però le Israel Defense Forces non hanno smesso di colpire e dare la caccia a Hezbollah, che l’intesa non l’ha firmata. Lunedì Tiro è tornata nel mirino. Secondo le autorità, i bombardamenti di domenica hanno colpito l’area archeologica urbana di Al Mina, mentre il sito di Al Bass, che si trova a circa 2 chilometri dal centro, aveva già subito danni in una fase precedente del conflitto.” I raid, ha spiegato Ali Badawi, direttore regionale dei siti archeologici per il Libano meridionale, hanno avuto “il peggior impatto” sulle aree antiche della città dall’inizio della guerra. “La quantità di detriti e i danni al sito sono ingenti – ha aggiunto -. Alcuni reperti sono stati danneggiati dalla caduta di detriti, che le esplosioni hanno sparso su una vasta area, colpendo un gran numero di elementi: colonne, capitelli, basi, mosaici“. L’Unesco è stata informata ma la conta dei danni è impossibile: gli esperti non possono recarsi sul posto a causa dei bombardamenti.

Solo il 29 maggio l’Agenzia delle Nazioni Unite aveva condannato “fermamente gli attacchi illegali contro i beni culturali”. Non è servito a nulla. Il 31 maggio la Brigata Golani ha conquistato il castello di Beaufort, nel governatorato di Nabatieh, dopo giorni di raid aerei nell’area. Più a sud i raid hanno gravemente danneggiato la cittadella di Chama’, roccaforte nella regione del Monte Amel. Quindi le Idf hanno intensificato il fuoco su Tiro, già oggetto di bombardamenti fin da marzo. Tutti e tre i siti rientrano tra i 73 monumenti libanesi a cui l’Unesco ha concesso la “protezione provvisoria rafforzata” prevista dalla Convenzione dell’Aia del 1954 e dal Secondo Protocollo del 1999.

Nel novembre 2024 la lista contava 34 siti. Ad aprile l’Agenzia Onu, che dall’inizio della guerra “ha ricevuto segnalazioni di danni a oltre 20 siti culturali diversi tra cui siti Patrimonio dell’Umanità e altri di importanza nazionale”, ha esteso la protezione ad altre 39 aree. Un record, secondo i dati Unesco. Al secondo posto figura l’Ucraina, con 46 aree sottoposte a protezione rafforzata in quanto paese in cui è in corso una guerra, seguita dal Burkina Faso (11), il Messico (10) e lo Yemen (7). I beni iscritti nella Lista Internazionale dei Beni Culturali con Protezione Rafforzata beneficiano del più elevato livello di tutela previsto dal diritto internazionale contro gli attacchi e l’utilizzo a fini militari e aprire il fuoco contro di loro può costituire un crimine di guerra.

“Faccio un appello affinché si eviti di colpire le zone archeologiche del Paese – ha dichiarato lunedì il ministro della Cultura libanese Ghassan Salame – in particolare le rovine di Tiro, che fanno parte del patrimonio dell’umanità” e – sia il sito di Al Mina che quello di Al Bass – sono inserite nel tessuto urbano o sorgono a ridosso di quartieri densamente popolati di una città che supera i 100mila abitanti. La cronaca delle prossime ore dirà se Israele accoglierà o meno l’invito.

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Tajani: “Non ci sono passi avanti sul Board of Peace per Gaza perché concentrati sull’Iran”

9 June 2026 at 15:00

“Dopo gli inaccettabili atti compiuti ai danni degli attivisti della Global Sumud Flotilla, ho chiesto all’Alto rappresentante Kallas di portare al Consiglio Affari Esteri una proposta di sanzioni nei confronti del ministro Ben Gvir, responsabile politico di quel grave atto. Non ho parole per commentare ciò che lui ha detto nei confronti dell’Italia ieri, dopo aver saputo che era indagato dalla Procura della Repubblica. Sono parole inaccettabili che rispediamo al mittente, non sono degne di un ministro”. Così il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, in audizione in Senato davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera.

“L’Italia – ha aggiunto Tajani – è un Paese amico di Israele che ha sempre difeso la libertà, la democrazia, è protagonista della pace e rispediamo al mittente qualsiasi offesa, qualsiasi tentativo di denigrare. Ma le parole pronunciate da Ben Gvir dimostrano qual è il livello politico e morale di questo signore. Molti Paesi hanno accolto con favore la nostra proposta di sanzionarlo, a partire dalla Francia e ad esempio il ministro degli Esteri olandese che ho incontrato ieri a Roma. Vedremo nei prossimi giorni se sarà possibile raggiungere un consenso in Europa ma desidero rassicurare quest’Aula sul fatto che continueremo ad insistere per raggiungere questo obiettivo”.

Poi ad una domanda del senatore 5 Stelle Bruno Marton, Tajani spiega che “sul Board of Peace non sono stati fatti passi in avanti, tutti sono più impegnati sul fronte iraniano”.

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Tajani: “Ben-Gvir e il Paese delle Ciabatte? Parole inaccettabili, incommentabile”

“Dopo gli inaccettabili atti compiuti ai danni degli attivisti della Global Flotilla, ho chiesto all’Alto Rappresentante Borrell di portare al Consiglio Affari Esteri una proposta di sanzioni nei confronti del ministro Ben-Gvir, responsabile politico di quel grave atto. Non ho parole per commentare ciò che lui ha detto nei confronti dell’Italia ieri, dopo aver saputo che era indagato dalla Procura della Repubblica. Sono parole inaccettabili”, così il ministro degli Esteri Antonio Tajani intervenuto alla Commissione Difesa al Senato.

“Non mi lascio scoraggiare da nessuna inchiesta”, aveva detto il ministro israealiano su X attaccando l’Italia: “Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte”. “Israele – aggiunge – non è un sacco da boxe per un branco di bugiardi sostenitori del terrorismo che fabbricano calunnie e menzogne contro i nostri combattenti”. Gvir è il primo indagato nel procedimento dopo i fatti del 29-30 aprile e del 18-19 maggio, i due abbordaggi in acque internazionali lanciati dalla Marina israeliana contro le barche della Flotilla a ovest di Creta e a sud di Cipro, e sui maltrattamenti documentati quando gli oltre 430 attivisti della missione politica e umanitaria per Gaza sono stati detenuti prima su due navi prigione al largo, poi in un hangar militare del porto di Ashdod, gestito dai militari dell’Idf insieme alla polizia di Ben-Gvir, e poi nel carcere di Ketziot prima dell’espulsione da Israele il 21 maggio.

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Libano, il 41% dei raid a nord del fiume Litani: così Israele ha esteso verso Beirut la guerra a Hezbollah

9 June 2026 at 06:43

C’era una volta la “zona cuscinetto” estesa fino al fiume Litani, limite – politico e simbolico oltre che strategico – oltre il quale ricacciare Hezbollah. Per anni il corso d’acqua che si trova a 30 km a nord della Blue Line è stato indicato da Israele come il punto di equilibrio per garantire la sicurezza del nord di Israele. “Se il mondo non rimuoverà Hezbollah a nord del fiume Litani in conformità con la Risoluzione 1701, Israele lo farà”, disse nel settembre 2024 l’allora ministro degli Esteri Israel Katz, oggi responsabile della Difesa. All’epoca l’obiettivo di Tel Aviv era applicare il documento delle Nazioni Unite che dal 2006 prevede una zona libera da milizie tra la “Blue Line” e, appunto, il Litani. Oggi i dati raccontano una realtà diversa: le Israel Defense Forces hanno spinto la guerra ben oltre quella linea.

I report settimanali dell’Alma Research and Education Center, think tank contiguo all’intelligence delle Idf, relativi al periodo tra il 25 maggio e il 7 giugno mostrano una tendenza evidente: mentre Hezbollah concentra sempre più i propri attacchi contro le truppe israeliane nel Libano meridionale, la Israel Air Force ha ampliato il raggio geografico delle proprie operazioni aeree colpendo con regolarità aree situate a nord del Litani.

Nella settimana dal 25 al 31 maggio l’aeronautica di Tel Aviv ha effettuato 514 ondate di attacchi. Di queste, 237 hanno colpito a nord del fiume. Dal 1° al 7 giugno, i raid sono scesi a 286, ma ben 103 sono stati condotti ancora una volta oltre il corso d’acqua. In entrambe le settimane circa il 40% delle operazioni israeliane ha interessato aree che si trovano a nord della fascia meridionale che per anni è stata considerata il principale problema di sicurezza per Israele.

Ancora più significativo è il dato complessivo. Dal 17 aprile, inizio del cessate il fuoco, al 7 giugno secondo Alma l’aviazione israeliana ha effettuato 1.747 ondate di bombardamenti in Libano. Di queste, 716 hanno colpito obiettivi a nord del Litani, mentre altre 50 si sono spinte nella valle della Bekaa e cinque nel governatorato del Monte Libano. I report mostrano una progressione della quota di raid oltre il fiume: circa il 36% tra il 17 aprile e il 19 maggio, salita poi tra il 45 e il 46% nelle ultime settimane di maggio, con quasi un bombardamento su due effettuato oltre il fiume. Dopo il picco di fine maggio la quota si è stabilizzata intorno al 40–41% nel periodo fino al 7 giugno. Anche Beirut è tornata nel mirino, con tre attacchi.

La stessa analisi strategica israeliana sembra essersi evoluta. Se fino al 2024 il dibattito ruotava attorno alla necessità di allontanare Hezbollah dal confine, negli ultimi mesi diversi osservatori hanno evidenziato come droni e razzi continuino a essere lanciati da postazioni situate ben oltre il Litani. In questa prospettiva, controllare o “bonificare” il territorio a sud del fiume non sarebbe sufficiente a eliminare la minaccia. Tra il 1° e il 7 giugno, infatti, le truppe di terra israeliane si sono spinte almeno fino al fiume Zahrani, che si trova 25 km più a nord del Litani e hanno più volte intimato alla popolazione di evacuare le abitazioni e trasferirsi a nord dello stesso corso d’acqua.

Il caso più emblematico si è verificato il 7 giugno, quando un raid ha colpito la Dahieh, la periferia meridionale di Beirut. Considerata il principale bastione politico e organizzativo del Partito di Dio, l’area non ha alcuna relazione geografica con la sicurezza immediata delle comunità israeliane lungo il confine, ma costituisce il cuore del sistema di comando del movimento sciita. Colpire lì significa andare oltre la logica della fascia di sicurezza e puntare alle strutture strategiche dell’organizzazione.

Il cambio di strategia è evidente anche nelle dichiarazioni dei vertici istituzionali israeliani. Il 24 marzo Katz ha annunciato che le Idf avrebbero “controllato i ponti e la zona di sicurezza fino al Litani“. Il 21 aprile il ministro della Difesa ha compiuto un ulteriore passo, affermando che Tel Aviv agirà anche “contro le minacce provenienti da nord del Litani e da tutto il territorio libanese“. A confermare il cambiamento è stato Benjamin Netanyahu. Il 29 maggio, visitando le truppe schierate sul fronte, il premier ha rivendicato l’avanzata di terra in corso da giorni verso nord: “Le nostre forze hanno oltrepassato il fiume Litani e avanzano per controllare le posizioni dominanti”.

La dichiarazione fotografa la trasformazione della guerra. Oggi il Litani appare sempre meno come il traguardo dell’operazione e sempre più come una tappa già superata. A cambiare non è stata soltanto la geografia dei raid, ma il significato politico del Litani: da linea oltre la quale Hezbollah doveva arretrare, il fiume è diventato una linea che Israele considera insufficiente per garantire la propria sicurezza. Ora l’obiettivo è colpire il movimento sciita in profondità nel territorio libanese.

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Flotilla, indagato in Italia Ben Gvir. Lo sfogo: “Non siete più il Paese dello stivale, ma…”

9 June 2026 at 04:35

Itamar Ben Gvir non si “lascia intimidire” dalla decisione della Procura di Roma di indagarlo per l’umiliazione cui ha sottoposto i membro della Flotilla fermati dalla Marina israeliana al largo di Creta. Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale respinge l’annuncio dell’Italia di aver avviato un’indagine nei suoi confronti: “Israele non è un sacco da boxe per una banda di bugiardi sostenitori del terrorismo che inventano calunnie e menzogne ​​contro i nostri combattenti”, dice, secondo quanto riporta il Times of Israel, “Non mi lascio intimidire da questo tipo di indagine e continuerò a stare orgogliosamente al fianco dei nostri combattenti”.

Lo stivale è diventato il Paese delle ciabatte“: Itamar Ben Gvir affida al sarcasmo la risposta all’annuncio dell’apertura di un’indagine a suo carico da parte della Procura di Roma. Il ministro della Sicurezza israeliano ha postato il suo commento su X insieme a un titolo giornalistico che recita: “L’Italia ha annunciato: aperta un’indagine contro il ministro Ben-Gvir per il suo comportamento nei confronti dei detenuti della flottiglia diretta a Gaza”.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani è stato aggiornato sulla situazione dei due cittadini italiani detenuti a Bengasi, nella Libia orientale e ha chiesto di rafforzare le pressioni sulla amministrazione dell’Est per arrivare alla liberazione dei due attivisti della Flotilla e dei loro colleghi. Lo fa sapere una nota della Farnesina.

“I due cittadini italiani, impegnati nella missione umanitaria Global Sumud Convoy, la Flotilla di terra che voleva portare aiuti alla popolazione civile di Gaza, arrestati e detenuti illegalmente in Libia dal 24 maggio scorso devono essere liberati e tornare a casa. Con loro anche il resto degli attivisti della Global Sumud Flotilla detenuti in Libia. Il governo si attivi subito per riportare a casa Domenico Centrone e Dina Alberizia”. Lo afferma il capogruppo dell’Alleanza Verdi e Sinistra Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto di palazzo Madama. “La situazione è ogni giorno più preoccupante, prosegue il capogruppo rossoverde. In Libia, i diritti dei detenuti sono sistematicamente violati e le associazioni umanitarie denunciano abusi, torture, violenze e detenzioni arbitrarie in luoghi di prigionia gestiti sia dalle autorità statali che da milizie contro i migranti, ma anche contro i cittadini stranieri e gli operatori umanitari. Il governo adotti ogni iniziativa diplomatica utile a garantire intanto condizioni di detenzione rispettose dei diritti umani e faccia di tutto affinché sia messa fine a questa detenzione illegittima”, conclude De Cristofaro.

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Israele e Stati Uniti sono sempre meno allineati sulla guerra all’Iran

9 June 2026 at 03:45

La decisione simultanea di Israele e Iran di sospendere le operazioni militari dirette segna una pausa improvvisa in un’escalation che, nelle ultime ore, aveva riportato il Medio Oriente a un confronto aperto tra Stati. Tuttavia, più che un passo verso la de-escalation, lo stop appare come un congelamento tattico imposto dall’esterno e subito riassorbito nelle logiche di conflitto regionale. Ed è proprio in questo passaggio che emerge con chiarezza il vero elemento strutturale della crisi: la crescente divergenza tra Stati Uniti e Israele nella gestione della guerra.

Le forze armate iraniane hanno annunciato la conclusione della prima ondata di attacchi contro Israele successiva al cessate il fuoco di aprile, avvertendo però che la sospensione potrà essere revocata in caso di ulteriori operazioni israeliane contro Hezbollah in Libano. Israele ha interrotto temporaneamente gli attacchi contro l’Iran su richiesta diretta del presidente statunitense Donald Trump, mantenendo però la piena intensità delle operazioni nel sud del Libano e lasciando aperta la possibilità di nuovi raid su Beirut.

Il risultato non è una tregua lineare, ma una riallocazione del conflitto: Israele sospende il fronte iraniano ma intensifica quello libanese; l’Iran congela le operazioni dirette ma lega la propria risposta a ciò che accade a Hezbollah; gli Stati Uniti tentano di trasformare questa pausa selettiva in un cessate il fuoco politico.

Trump ha infatti chiesto pubblicamente a entrambe le parti di interrompere gli scambi di fuoco e ha dichiarato che Israele e Iran stavano «andando verso un immediato cessate il fuoco». Tuttavia, la realtà operativa resta più frammentata: gli attacchi incrociati delle ore precedenti hanno coinvolto infrastrutture militari ed energetiche, con missili iraniani diretti contro Israele e raid israeliani su obiettivi in territorio iraniano, inclusi siti strategici a Teheran e nell’ovest del Paese.

È proprio questo scarto tra narrazione diplomatica e dinamica militare che evidenzia il punto centrale della crisi: Washington non controlla la sequenza dell’escalation, ma tenta di sovrapporre una sequenza politica a una realtà operativa autonoma. Israele, dal canto suo, agisce su una logica di sicurezza regionale che privilegia la continuità della pressione militare su Hezbollah e sull’asse iraniano, mentre gli Stati Uniti cercano di evitare che il conflitto comprometta definitivamente qualsiasi spazio negoziale con Teheran.

La divergenza non è episodica ma strutturale. La decisione israeliana di sospendere gli attacchi contro l’Iran non nasce da una convergenza strategica con Washington, ma da una richiesta politica esplicita della Casa Bianca. Allo stesso tempo, la prosecuzione dichiarata delle operazioni nel sud del Libano mostra che il centro di gravità della strategia israeliana non coincide con quello americano. Per Washington, il rischio principale è l’espansione incontrollata del conflitto e la destabilizzazione dei mercati energetici; per Israele, il problema resta la capacità militare di Hezbollah e la deterrenza iraniana nella regione.

Questa asimmetria si riflette anche nella struttura stessa della tregua emergente. Non esiste un cessate il fuoco unico, ma tre livelli separati e interdipendenti: il fronte diretto Israele–Iran, temporaneamente congelato; il fronte Israele–Hezbollah, in piena intensità; e il livello regionale, dove attori come gli Houthi mantengono attiva la pressione sul Mar Rosso. È proprio questa frammentazione che rende evidente la difficoltà americana nel trasformare un insieme di conflitti collegati in un’unica architettura negoziale.

Sul piano politico, la telefonata tra Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu conferma un rapporto sempre più caratterizzato da coordinamento forzato piuttosto che da piena convergenza strategica. La Casa Bianca tenta di imporre una pausa per consolidare una narrativa di de-escalation, mentre il governo israeliano accetta solo una modulazione temporanea del fronte, senza modificare gli obiettivi operativi di fondo.

In questo contesto si inserisce anche la crescente tensione all’interno dell’apparato statunitense. Il recente leak del Pentagono su presunte attività di spionaggio israeliano, poi smentito poi da entrambe le parti, non è rilevante tanto per il suo contenuto quanto per il segnale politico che riflette: l’esistenza di settori dell’amministrazione americana sempre più critici rispetto al grado di coinvolgimento degli Stati Uniti nella strategia israeliana, con frizioni tra linee America First e apparati di difesa più tradizionalmente allineati con Israele, segnalando una politicizzazione crescente dell’intelligence nel contesto del conflitto.

Il punto decisivo è che la tregua emergente non risolve questa frattura, ma la rende più visibile. La sospensione delle operazioni tra Israele e Iran non è il risultato di una strategia condivisa, ma l’effetto di una pressione esterna che si innesta su due logiche divergenti. Ed è proprio questa divergenza a definire oggi il vero rischio strategico: non tanto il ritorno immediato alla guerra aperta, quanto la progressiva perdita di coerenza dell’asse Stati Uniti-Israele nella gestione del conflitto regionale.

In altre parole, la pausa nei combattimenti non chiude la crisi. La sposta su un altro livello: quello del disallineamento politico tra Washington e il suo principale alleato mediorientale.

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Ben-Gvir indagato, la replica del ministro israeliano: “Non mi faccio intimorire. Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte”

8 June 2026 at 21:04

Risponde dicendosi tranquillo e offendendo l’Italia, definita “non più il Paese dello stivale ma delle ciabatte”. Il ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, risponde dopo la pubblicazione dell’indagine a suo carico condotta dalla Procura di Roma dopo la diffusione dei video che lo vedono umiliare i membri della Flotilla fermati in acque internazionali nel tentativo di raggiungere Gaza. “Israele non è un sacco da boxe per una banda di sostenitori del terrorismo che inventano calunnie e menzogne contro i nostri combattenti”, ha affermato il ministro estremista in una nota.

Ben-Gvir ha dichiarato di non essere “intimorito da questo tipo di indagini” e ha assicurato che continuerà a sostenere pubblicamente le forze di sicurezza israeliane: “Continuerò a stare con orgoglio al fianco dei nostri combattenti”, ha precisato. E ha poi rilanciato passando all’attacco dell’Italia sul suo profilo X: “Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte“, ha scritto.

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Violenze sulla Flotilla: il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir indagato dalla procura di Roma per sequestro e tortura

La procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir per le violenze nei confronti degli attivisti della Global Sumud Flotilla a fine maggio. Il titolare del ministero di Gerusalemme che controlla la polizia e la penitenziaria, ma anche responsabile di aver schernito gli attivisti della Flotilla in arresto al porto di Ashdod, dopo l’abbordaggio in acque internazionali, e di aver colpito una donna al volto, immortalato da un video.

La procura di Roma ha iscritto Ben-Gvir per il reato di sequestro di persona e tortura, le ipotesi su cui si è mossi gli accertamenti dei pm Stefano Opilio e Lucia Lotti, coordinati da Francesco Lo Voi. È il primo indagato nel procedimento aperto dopo i fatti del 29-30 aprile e del 18-19 maggio di quest’anno, i due abbordaggi in acque internazionali lanciati dalla marina israeliana contro le barche della Flotilla a ovest di Creta a sud di Cipro, e sui maltrattamenti documentati successivamente, quando gli oltre 430 attivisti della missione politica e umanitaria per Gaza sono stati detenuti prima su due navi prigione al largo, poi in un hangar militare del porto di Ashdod, gestito dai militari dell’Idf insieme alla polizia di Ben-Gvir, e poi ancora nel carcere di Ketziot prima dell’espulsione da Israele il 21 maggio.

Con ogni probabilità Ben-Gvir non sarà l’unico iscritto. Sono ancora al vaglio le responsabilità di altre figure dell’establishment politico e militare israeliano. Ci sono altri otti dei nove nomi comunicati alla procura dalla fondazione Hind Rajab, che apre casi giudiziari in vari Paesi del mondo contro singoli israeliani che ritiene responsabili di crimini di guerra contro i palestinesi. Ci sono almeno altre sei figure, già rivelate da Haaretz, tra il direttore (passato e presente) del carcere di Ketztiot al comandante il comandante dell’unità Nachson, che ha operato i sequestri in mare.

Il quadro delle iscrizioni degli indagati sarà completato solo dopo che in procura arriveranno, tra martedì e mercoleì, i verbali delle deposizioni raccolte dai carabinieri, incluse quelle dell’inviato del Fatto Alessandro Mantovani e del parlamentare M5S Dario Carotenuto, e le testimonianze dirette degli attivisti raccolte dai legali della Flotilla.

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