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Nucleare, il Governo Meloni si gioca la carta dei mini reattori Smr in chiave elettorale. E lancia promesse che non può mantenere

11 June 2026 at 08:03

“Con il nucleare possiamo abbattere del 30-40% la bolletta”. Gilberto Pichetto Fratin, ministro della Sicurezza energetica, marzo 2025. “Vogliamo proseguire speditamente sul ritorno dell’energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative, come i minireattori nucleari” che ci consentano “di avere costi più bassi rispetto a quelli attuali”. La premier Giorgia Meloni, maggio 2026, davanti alla platea di Confindustria. “Il nucleare è l’unico modo per alleggerire e tagliare le bollette delle famiglie e delle imprese”. Matteo Salvini, ministro dei Trasporti, giugno 2026. La questione energetica entrerà di diritto nella campagna per le elezioni politiche del 2027 e il Governo si prepara così. Sparando promesse che non può mantenere, almeno stando a report e organizzazioni internazionali più autorevoli. E raccontando di come il “ritorno al futuro” del nucleare avrà il potere di abbassare le bollette degli italiani. L’Italia potrà anche arrivare a quel momento, si stanno preparando le condizioni, ma i conti non tornano sulle tempistiche “utili” ad aiutare gli italiani e sulla certezza di un reale effetto sulle bollette. Per inciso, si parla di fissione nucleare e non di fusione che, tra le due, è la strada più auspicabile ma anche quella più lontana. Concorda anche il ministro della Sicurezza Energetica, Pichetto Fratin (“La fusione è un qualcosa di molto avanti nel tempo, fra decenni”). Così, in vista delle prossime elezioni, l’Esecutivo si gioca la carta della fissione e, in particolare, degli Smr, Small modular reactor (Leggi l’approfondimento), più piccoli e con una potenza inferiore ai 300 megawatt, contro i circa mille di quelli tradizionali. Quindi apparentemente più “spendibili” in campagna elettorale.

I minireattori Smr diventano lo spot del Governo Meloni

A parte alcuni esponenti particolarmente ottimisti, il Governo Meloni conta di avere in Italia il primo reattore tra il 2034 e il 2035. Anche senza intoppi, che l’Esecutivo evidentemente non prevede, famiglie e imprese hanno bisogno di ridurre i costi già oggi e non tra dieci anni. Secondo molti esperti, però, stando alle tempistiche dei progetti in giro per il mondo e al particolare contesto italiano, sono scarse le probabilità di avere generazione prima del 2040. Uno studio di The European House Ambrosetti, in collaborazione con Edison e Ansaldo Nucleare, prevede però che tra il 2035 e il 2050 l’Italia potrà realizzare circa 15-20 reattori. Di fatto, gli Smr non sono ancora operativi per scopi commerciali su larga scala in Occidente. Le pochissime unità commerciali o semi-commerciali attualmente in funzione sono in Cina e Russia. Tutto è in evoluzione, certamente, ma se si parla di “bollette” e costi ridotti in vista della prossima campagna elettorale, è bene chiarire quali sono i tempi (e i costi) di questa evoluzione. Una certa ‘impazienza’, però, l’ha mostrata negli ultimi mesi anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini che ormai spinge affinché – durante la lunga attesa per il nucleare – si provveda ad accelerare sul fronte delle rinnovabili.

Le dichiarazioni della maggioranza sulle tempistiche

A ridurre i tempi di realizzazione di un Smr, almeno sulla carta, è soprattutto il fatto che vengono prodotti in serie e assemblati in fabbrica, per poi trasportarli al sito di utilizzo. Negli Smr accade ciò che accade in un reattore a fissione di grandi dimensioni: il nucleo di un atomo pesante, come l’Uranio-235, viene diviso in due parti più piccole tramite l’impatto di un neutrone. Si genera così un’immensa quantità di calore, utilizzato per trasformare l’acqua liquida ad alta pressione in vapore. Questo farà azionare le turbine, collegate all’alternatore che produrrà energia elettrica. Alcuni esponenti della maggioranza, tra cui il vicepremier Matteo Salvini, sono molto ottimisti. Ad aprile 2025 auspicava: “Se partiamo oggi come il governo vuole, tra 7 anni accendiamo il primo interruttore e le famiglie pagheranno meno”. Il ministro Pichetto Fratin ha dichiarato che “per poter produrre nella metà del prossimo decennio bisogna approntare gli strumenti oggi”. Quindi bisognerebbe aspettare più o meno il 2035 per l’accensione dei primi mini-reattori commerciali in Italia. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha parlato “di un piano di medio-lungo periodo”. Ma stando alle esperienze maturate nel mondo, per arrivare tra dieci anni ad accendere un reattore, bisognerebbe partire oggi. Anzi, prevedendo qualche intoppo, si sarebbe già dovuti partire.

Ecco come è andata in Cina e Russia

Il tempo medio stimato per la sola costruzione e l’assemblaggio in un sito di un singolo Smr, sulla carta, è di 3-4 anni. Considerando l’intero ciclo di vita del progetto, però, dallo sviluppo alla messa in funzione del primo esemplare di un nuovo design (il cosiddetto First of a kind) si arriva ad almeno 10 anni. Si può anche sorvolare sui fallimenti, a iniziare da quello del progetto NuScale in Idaho, negli Stati Uniti, dopo che la stima dei costi era arrivata da 3 a 9,3 miliardi di dollari per sei reattori modulari da 77 megawatt. Ma c’è un dato che fa riflettere. A livello globale, si contano oltre 120 progetti e concetti di design di Smr e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha censito circa 80 progetti commerciali (la maggior parte in fase embrionale o di studio preliminare), ma se si parla di Smr commerciali attivi, in tutto il pianeta ce ne sono solo tre. In Russia, ci sono due reattori ad acqua pressurizzata da 35 megawatt ciascuno che si trovano nella centrale nucleare galleggiante Akademik Lomonosov, situata nel porto di Pevek e affacciata sul Mare della Siberia Orientale. In Cina, nella centrale di Shidao Bay, nella provincia dello Shandong, è stato realizzato un reattore composto da due moduli che alimentano una singola turbina a vapore, da 210 megawatt complessivi. La costruzione è iniziata nel 2012: dovevano bastare tre anni ma ce ne sono voluti nove, più altri due di prove. Nel 2017 il costo di realizzazione si era già triplicati. Anche in Russia i tre anni si sono trasformati in 11, più un altro anno e mezzo per la connessione alla rete e perché i reattori operassero a fini commerciali. Anche qui, i costi sono triplicati rispetto alle stime iniziali.

I progetti sugli Smr (quelli in fase più avanzata) in giro per il mondo

Tra i progetti ancora in fase di realizzazione ci sono Carem 25, in Argentina e Linglong One (ACP100), anche questo in Cina. Il primo progetto ha subìto enormi ritardi e l’esplosione dei costi al 600 per cento rispetto alle stime iniziali. Terminerà probabilmente mezzo secolo dopo la sua ideazione per una potenza di 32 megawatt, la stessa generata da una quindicina di pale eoliche standard, su terraferma. Quello cinese si trova nelle fasi finali di collaudo e sta completando i test per l’avvio commerciale. Tra i Paesi del G7, il progetto più maturo è quello in Ontario (Canada), nel sito nucleare di Darlington. È considerato molto importante, perché si tratta del primo cantiere già aperto di un Smr commerciale (quindi già in costruzione) in tutto il mondo occidentale. Guidato da Ontario Power Generation in collaborazione con GE Vernova Hitachi, prevede l’installazione di 4 Smr, da 300 megawatt di potenza ciascuno. Il primo Smr dovrebbe entrare in funzione entro il 2030. In Canada, però, i tempi si sono ridotti perché il sito già possedeva l’autorizzazione ambientale per nuovi reattori. Negli Usa, progetti come quello di Kairos Power a Oak Ridge (Hermes 1 e 2), in Tennessee, riguardano impianti dimostrativi finanziati per servire clienti privati, come i data center di Google.

A che punto è l’Europa

Ma per capire come potrebbe andare in Italia e se le promesse del Governo Meloni hanno una base solida, occorre dare un’occhiata a ciò che accade in Europa. La Commissione Europea ha lanciato l’Alleanza Industriale Europea sugli Smr e stima che le prime installazioni saranno operative entro i primi anni del prossimo decennio, con l’obiettivo di arrivare, solo con questi reattori a una capacità che varia da 17 GW a 53 GW entro il 2050. Cosa è stato fatto? In Francia, il paese che su questo fronte è più avanti, il colosso Edf sta sviluppando il progetto Nuward. Solo che bisognerà aspettare tra il 2030 e il 2035 per vedere i primi prototipi. Anche Polonia e Repubblica Ceca, hanno l’obiettivo di installare le prime unità a ridosso del 2030. Secondo il think tank italiano Ecco Climate “le probabilità di avere generazione prima del 2040 sono verosimilmente nulle”. Il network di scienziati indipendenti, Energia per l’Italia, parla di “tecnologie non ancora disponibili, costi incerti e rischi sottovalutati”. Ne fa parte anche Nicola Armaroli, chimico e dirigente di ricerca presso il Cnr, tra i massimi esperti italiani di energia. E, parlando del mondo occidentale, ricorda: “Le tecnologie su cui il governo punta oggi – i piccoli reattori modulari e quelli a fusione – non esistono. Nemmeno negli Stati Uniti”. Per arrivare a essere operativo, in Italia il nucleare dovrà certo superare più di un ostacolo, come d’altronde hanno fatto energie molto meno discusse. E come dimostra quello che sta accadendo con il Deposito Nazionale per le scorie radioattive, per il quale non è stato ancora individuato il sito definitivo (Leggi l’approfondimento). Nel frattempo, il governo italiano ha rinnovato l’accordo con la Francia per estendere fino al 2040 (la scadenza precedenza era fissata per il 2025) il periodo di stoccaggio delle scorie prodotte dalle vecchie centrali italiane dismesse. L’Italia non pagherà penali, ma continuerà a pagare a caro prezzo lo stoccaggio. Secondo un report della Cgil, solo dal 2001 al 2019 sono stati pagati 1,2 miliardi per il trattamento del combustibile radioattivo in Francia e nel Regno Unito. Non facendo menzione alcuna della questione del deposito, Meloni parla degli Smr “sicuri e puliti”, ma Armaroli sottolinea anche la questione dei costi e della sicurezza. “Nessuno sa quanto costeranno. Di certo non abbasseranno le bollette. Per raggiungere gli obiettivi del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima – ha poi aggiunto – servirebbero 120 piccoli reattori sparsi in tutta Italia. Chiedo ai parlamentari: è proponibile, in un Paese con il 95% del territorio a rischio sismico e idrogeologico, installare 120 mini-centrali?”.

Perché gli Smr non taglieranno subito i costi

A proposito di costi, nel report “The Path to a New Era for Nuclear Energy” pubblicato a gennaio 2025, l’Agenzia internazionale dell’Energia (Iea), ha spiegato quanto sia importante ridurre nei prossimi quindi anni i costi di costruzione degli Smr realizzando reattori su larga scala costruiti a budget (dunque con una certa standardizzazione), ma al momento questo obiettivo è molto lontano, anche perché ogni tipologia di reattore fa storia a parte. “Anche il progetto in Ontario, qualora fossero realizzati i quattro reattori identici nei tempi previsti, non direbbe nulla su tempi e costi degli altri progetti sviluppati nel mondo” spiega a ilfattoquotidiano.it Luigi Ventura, ordinario di Economia Politica all’Università La Sapienza di Roma. Per capire quanto costa produrre un megawattora con una certa tecnologia, considerando tutta la vita utile dell’impianto, si utilizza l’Lcoe (Levelized Cost of Electricity, ossia il costo livellato dell’elettricità), che varia molto da reattore a reattore. Le analisi di mercato e i casi reali indicano che il costo del capitale per questi primi modelli si aggira tra i 7mila e i 10mila dollari per kilowatt, con un Lcoe che oscilla tra i 130 e gli oltre 180 dollari (circa 155 euro) per megawattora. Le previsioni indicano che, con modelli successivi (Nth-of-a-Kind, Noah), si potrà scendere anche a 100 o meno. Ma la Iea stima che per penetrare stabilmente nel mercato e raggiungere la competitività economica, gli Smr dovranno raggiungere un intervallo di costo livellato compreso tra 52 €/MWh e 119 €/MWh, in teoria grazie ai processi di standardizzazione e alle economie di scala della produzione modulare. Ma nel report del 2025 ha anche spiegato che ad oggi, per rendere un impianto profittevole, “è necessaria “un’attività governativa – spiega Ventura – volta a regolare il mercato in modo da limitare fortemente la concorrenza da parte di meccanismi di generazione di energia molto più economici come le rinnovabili. Il rischio, insomma, è quello di drogare il mercato e non certo alleggerendo le bollette dei cittadini”.

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Perché la nuova legge delega sul nucleare contrasta coi referendum passati: cos’ha detto la Consulta

11 June 2026 at 06:40

La Camera dei Deputati, in data 4 giugno 2026, ha approvato la proposta di legge delega n. 2669, che dispone in materia di energia nucleare, invero con indubbia ampiezza di vedute, ma senza escludere, e quindi ammettendo, la reintroduzione in Italia anche del nucleare ottenuto con il metodo, rischioso e dannoso, della “fissione”. Si tratta in effetti di una ammissione che non può assolutamente essere condivisa per motivi logici e giuridici.

Dal punto di vista logico, appare evidente che detta reintroduzione non è realizzabile per varie ragioni. Innanzitutto si tratterebbe di una operazione che diverrebbe effettiva e funzionante non prima del 2035 e, considerata la grave crisi economica attuale, non si capisce come possa ritenersi conveniente impiegare le ingenti somme richieste per una finalità che sarebbe attuata non prima di una decina di anni.

In secondo luogo c’è l’insolubile problema delle scorie, i cui effetti inquinanti durano per millenni e millenni, e che, con l’andare del tempo, non si saprebbe più dove e come isolare. Infine c’è il gravissimo problema del rischio che questo tipo di nucleare comporta. E’ ben noto, infatti, anche per le esperienze vissute (si pensi a Chernobyl e a Fukushima), che le centrali nucleari a fissione implicano un rischio di danni gravissimi all’uomo e all’ambiente, producendo, per un tempo indefinibile, un inquinamento irreversibile del suolo, dell’acqua, dell’aria, delle risorse naturali. Peraltro non è da dimenticare che, quando si parla di rischio, per la legge statistica dei grandi numeri, prima o poi l’incidente si verifica.

Inoltre, sul piano strettamente giuridico, è da sottolineare che l’accennata proposta legislativa contrasta palesemente con la deliberazione popolare contraria al nucleare, espressa con i due referendum del 1987 e del 2011, i quali, per costante giurisprudenza costituzionale, non possono essere contraddetti dal Legislatore. La Corte costituzionale, infatti, dopo aver affermato che “la natura del referendum è quella di un atto-fonte dell’ordinamento” (sentenza n. 468 del 1990), ha ripetutamente sancito che resta fermo l’obbligo del legislatore “in ordine all’osservanza dei limiti relativi al divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare” (sentenza n. 9 del 1997; vedi anche sentenza n. 33 del 1993 e sentenza n. 32 del 1993).

Al riguardo, l’accennata giurisprudenza costituzionale si è espressa anche sul significato preciso da dare alla frase “ripristino della normativa abrogata”. Molto chiarificatrice in proposito è stata infatti la sentenza n. 199 del 2012, la quale ha precisato che il “porre nel nulla l’esito della consultazione popolare” è impossibile senza che si sia verificato “alcun mutamento del quadro politico, né delle circostanze di fatto, (che possano giustificare, nda) un simile effetto”.

Non essendovi stato un mutamento del quadro politico, la proposta di legge si è riferita, in più di una occasione, a un mutamento delle circostanze di fatto, facendo riferimento a nuove “tecnologie nucleari”, che avrebbero reso le nuove centrali più sicure e comunque “piccole e nuove”. In realtà, non si può parlare di “piccole centrali”, considerato che esse produrrebbero fino a 300 MW di potenza. Né si può parlare di “nuove centrali”, perché, come si è visto, il nucleare in questione sarebbe sempre ottenuto con il metodo altamente nocivo e rischioso della fissione.

Insomma, non può assolutamente parlarsi di un “mutamento delle situazioni di fatto” e la proposta di legge delega in questione, limitatamente ai casi di “fissione nucleare”, è in pieno contrasto con il divieto giurisprudenziale di ripristino della legge abrogata per volontà popolare, e quindi assolutamente da respingere.

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“Nucleare, si vada subito alla Consulta: aggirati due referendum” – L’analisi

10 June 2026 at 17:12

Incostituzionalità per i due referendum che non vengono rispettati, e scelta di una legge delega. Ossia mancanza di riguardo per la democrazia. E’ anche questo la faccenda dell’ostinazione del governo sul nucleare civile, non solo una questione di scienza, di energia e di economia (di cui abbiamo già scritto diverse volte).

Per il governo, supportato dalla lobby internazionale del nucleare alla ricerca di finanziamenti che si sta rivelando potente, il nucleare che propone non è “tecnologicamente comparabile” con quello oggetto dei referendum, ma gli scienziati ci dicono invece che lo è. Perché medesima è la tecnologia della fissione, ossia la rottura di un atomo mediante bombardamento di elettroni, con conseguente rilascio di calore con cui produrre il vapore da mandare nella turbina (altra cosa è la fusione da cui siamo ancora lontani, data dall’unificazione forzata di 2 atomi). Il governo per sostenere la costituzionalità del suo operato si rifà ad una sentenza della Corte costituzionale relativa ai servizi pubblici locali (n. 199/2012) che parla di “circostanze di fatto” mutate, ma queste se si parla di fissione non possono essere considerate cambiate.

E poi ci si chiede perché abbia voluto scegliere la forzatura di una legge delega che toglie spazio al Parlamento, giacché una volta approvata la legge il voto delle Camere sui successivi decreti attuativi non è vincolante per le decisioni dell’esecutivo? La scelta di non impiegare le buone maniere dell’operare istituzionale su una materia così importante e delicata si è vista nuovamente nelle scorse settimane quando ha deciso di procedere con il cosiddetto “canguro”, cioè il voto in blocco di tutti gli emendamenti per oltrepassare la fase della discussione.

Ma in tal complessivo brutto comportamento è accaduto anche di peggio, a cui purtroppo la stampa non ha dato adeguatamente rilievo: il governo ha svelato di tenere alla possibilità di operare anche sul nucleare militare. Lo ha fatto respingendo l’emendamento Bonelli-Ghira (Avs) che chiedeva di inserire la frase “limitare l’uso del nucleare ai soli scopi civili nella ricerca e nella produzione dell’energia”.

L’interesse per l’atomo militare è una vera novità, poiché l’Italia in entrambe le due fasi della sua storia del nucleare civile (la prima dall’inizio degli anni ’50 alla nazionalizzazione dell’energia elettrica nel 1962, la seconda dallo shock petrolifero del 1973 al referendum del 1987) fu interessata esclusivamente alla produzione di elettricità. Ma spieghiamo meglio in cosa consiste la contiguità dei nucleari civile e militare. L’uranio che si impiega nel nucleo del reattore, dopo essere stato adoperato ripetutamente non è più utilizzabile poiché nella fissione si generano residui che una volta accumulatisi impediscono il corretto svolgersi della reazione a catena; contiene ancora però una quantità di elementi utilizzabili, tra cui e il plutonio che si usa per le armi. E’ per questa ragione che la Francia che è una potenza atomica ha tante centrali nucleari. Non esistono però soltanto la bomba atomica e la bomba H (le cui esplosioni si generano rispettivamente l’una con la fissione e l’altra con la fusione) ma anche le armi all’uranio impoverito che tanto abbiamo sentito nominare nelle guerre della ex Jugoslavia e del Golfo e la cui costruzione è ovviamente più semplice.

Il governo ha dunque in mente di fare dell’Italia un produttore di armamenti nucleari? Che abbia a cuore il settore delle armi è evidente, innanzitutto per la presenza di un suo esponente a capo di un ministero, ma anche per un’altra decisione fortemente fuori luogo perché non vi è alcun elemento a favore, ossia l’allargamento della caccia.

E’ proprio il caso di dire: quanta opacità. Sarà il caso di prepararsi ad interpellare la Corte costituzionale, se la legge sul nucleare dovesse passare, prima ancora che per tutte le ragioni di sicurezza e di convenienza economica, per ribadire il rispetto della volontà dei cittadini e l’inappropriatezza delle forzature che restringono il confronto parlamentare. E poi sicuramente gli italiani non vogliono essere produttori di armi nucleari, per di più nello scenario di guerra attuale.

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Nucleare, Parisi: “Una distrazione rispetto ai problemi che abbiamo in Italia. Abbiamo un’enorme disponibilità di energia solare”

By: F. Q.
9 June 2026 at 17:00

“Abbiamo un’enorme disponibilità di energia basata sul solare, però per usare l’energia solare è necessario anche ammodernare la rete per cui è necessario fare una serie di lavori sulle centrali elettriche per usarle come accumulatori”. Lo dice il premio Nobel, Giorgio Parisi, al seminario di studi sulla IA organizzato dal Pd. “Il nucleare adesso è una distrazione rispetto a dei problemi energetici che abbiamo in Italia e che vanno risolti in altra direzione”, aggiunge. “Gli Small Modular Reactor soluzione per il futuro? Penso di no, perché il problema è che l’installazione del nucleare costa moltissimo e per essere commercialmente utile deve essere utilizzata al 100%. Noi siamo nella situazione in cui andando avanti costerà molto di meno l’energia solare, che sarà disponibile moltissimo quindi il nucleare dovrà essere spento per tanto tempo – aggiunge -. Dal punto di vista commerciale una macchina che è costosa per la costruzione e non costosa per l’utilizzo, visto che bisognerà spegnerla tanto tempo, è commercialmente molto inutile“.

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Investire sul nucleare è una scelta ideologica. E intanto si rallenta la crescita delle rinnovabili

8 June 2026 at 13:19

Nella mia carriera, mi è capitato spesso di fare da consulente aziendale. Era un lavoro dove si tenevano riunioni in cui si discuteva di problemi tecnici e dei modi per risolverli. Non di rado, veniva fuori qualcuno che cercava di farsi bello proponendo qualche nuova e strabiliante tecnologia. Un mio collega aveva sviluppato una strategia efficace per contrastare questi voli di fantasia. Consisteva nel chiedere: “Dove si compra?”. Questo di solito bastava a far rientrare la discussione nell’ambito del mondo reale.

Ora, se il governo italiano avesse assunto il mio collega come consulente per il nuovo programma nucleare, si sarebbero trovati di fronte alla stessa domanda: “Dove si compra?”. I vari aggeggi proposti dal programma – nucleare di quarta generazione, Smr, fusione, e altre cose – sono tutti allo stadio di idee e di progetti. Non si comprano da nessuna parte. Sarebbe il caso di concentrarsi invece sulle cose che funzionano e che si possono comprare oggi, come l’energia rinnovabile.

D’altra parte, è probabile che il governo non avrebbe dato ascolto al mio collega. C’è una fondamentale differenza fra quello che succede in un’azienda e quello che succede in un governo. In un’azienda fare le scelte tecnologiche sbagliate vuol dire spesso trovarsi fuori mercato, andare in bancarotta e alla fine sparire, come succederebbe continuando a produrre regoli calcolatori o macchine da scrivere. Oppure, ai tempi nostri, insistere a produrre motori termici per autoveicoli.

Per un governo, invece, il problema è molto minore dato che gli errori dei politici sono automaticamente pagati dalle tasse dei cittadini, perlomeno finché non crolla tutto. Questo rende possibile impegnarsi su basi ideologiche in scelte sbagliate. Pensate, per esempio, al comunismo. Non c’è mai stata una dimostrazione scientifica che il comunismo fosse una buona idea. Eppure, per decenni intere nazioni si sono impegnate a cercare di farlo funzionare. Finché non sono andate in bancarotta, come è successo all’Unione Sovietica.

Ora, non è che l’energia nucleare sia esattamente la stessa cosa del comunismo. Ma c’è un punto in comune: la scelta si basa su considerazioni ideologiche, non tecniche. Si sa che, in politica, sono i fatti che si devono adeguare alle aspettative, non il contrario. Così, le critiche alle scelte nucleari del governo si infrangono contro una barriera ideologica insormontabile.

Per esempio, Luigi Moccia, ricercatore Cnr, ha scritto un ottimo e ben argomentato articolo tecnico che descrive i problemi dell’energia nucleare. Costa più cara, non c’è sicurezza negli approvvigionamenti di combustibile, c’è la questione delle scorie, problemi strategici, e molte altre cose. Ma l’articolo non ha avuto alcun effetto, come ci si poteva aspettare. Supponiamo che al tempo di Stalin qualcuno in Unione Sovietica avesse scritto un articolo ben argomentato che dimostrava che il comunismo non può funzionare. Vi potete immaginare cosa gli sarebbe successo. Per fortuna, non mi risulta che Moccia sia stato spedito in un gulag in Siberia, almeno per ora.

Così, il nostro governo va avanti con l’idea di affidarsi a delle tecnologie nucleari che, nella migliore delle ipotesi, arriveranno fra dieci anni, se mai arriveranno. Il risultato pratico è che stiamo rallentando la crescita delle rinnovabili e, nel frattempo, rimaniamo legati alle energie fossili. E rimangono tutti i disastrosi problemi del caso: da quello del clima a quello delle forniture.

A furia di scelte sbagliate, finiremo in bancarotta anche noi come l’Unione Sovietica? Speriamo di no, ma di fronte a certe scelte del governo, qualcuno, ogni tanto, dovrebbe domandare: “ma dove si compra questa roba?”.

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Drone russo colpisce il sito di stoccaggio nucleare di Chernobyl: danni e incendio. Ma i livelli di radiazioni sono nei limiti

7 June 2026 at 10:31

Un drone russo ha colpito nella notte un edificio all’interno del sito dell’impianto centralizzato di stoccaggio del combustibile nucleare esaurito nella zona di Chernobyl, provocando un incendio e danni significativi alla struttura. L’episodio, confermato dalla società statale ucraina Energoatom e notificato all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), riporta al centro dell’attenzione i rischi per la sicurezza nucleare legati al conflitto in Ucraina.

Secondo Energoatom, l’attacco è avvenuto intorno alle 2.10, ora di Kiev. Il drone avrebbe colpito l’edificio destinato alla ricezione dei contenitori per il combustibile esaurito, che risulta parzialmente distrutto. La società ucraina ha precisato che nel fabbricato danneggiato non era conservato materiale nucleare. L’Aiea, citando le informazioni ricevute da Kiev, ha riferito che l’attacco ha causato danni rilevanti alla facciata, alle finestre e alle porte dell’edificio, mentre anche strutture vicine sono state interessate dall’onda d’urto. I livelli di radiazione, tuttavia, restano entro i limiti previsti.

L’agenzia dell’Onu ha annunciato che un proprio team effettuerà a breve un’ispezione sul posto per valutare l’entità dei danni. Il direttore generale Rafael Grossi ha definito l’incidente “fonte di profonda preoccupazione”, sottolineando che l’attacco è avvenuto in un impianto che custodisce ingenti quantità di materiale nucleare a poca distanza dall’edificio colpito. Grossi ha inoltre ribadito che gli attacchi contro siti nucleari sono “del tutto inaccettabili” e rappresentano una violazione dei principi fondamentali della sicurezza nucleare durante i conflitti armati.

L’episodio si inserisce in una nuova ondata di attacchi russi che ha interessato diverse regioni ucraine. Nella regione di Zaporizhzhia, le autorità locali hanno denunciato bombardamenti notturni e nuovi raid nelle ore successive, che hanno provocato anche blackout parziali. Un uomo di 56 anni è morto durante un attacco con droni nella stessa regione, mentre un’altra vittima, un uomo di 59 anni, è stata registrata nella regione di Dnipropetrovsk. Almeno una persona è rimasta ferita e sono stati segnalati danni alle infrastrutture.

Sul fronte politico, il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha accusato il presidente russo Vladimir Putin di aver respinto l’opportunità di avviare colloqui diretti con il presidente Volodymyr Zelensky per porre fine al conflitto. In un messaggio pubblicato sui social, Sybiha ha sostenuto che il protrarsi della guerra rischia di aggravare ulteriormente le difficoltà economiche e militari della Russia.

Le nuove tensioni arrivano mentre Zelensky è atteso a un confronto con i leader di Francia, Germania e Regno Unito sulle prossime mosse diplomatiche e militari. Secondo recenti analisi basate sui dati dell’Institute for the Study of War, l’Ucraina avrebbe riconquistato più territorio di quanto ne abbia perso nel mese di maggio per il secondo mese consecutivo, mentre l’economia russa continua a fare i conti con inflazione, aumento della pressione fiscale e carenza di manodopera.

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Chi ha votato per il nucleare in Parlamento sa poco o nulla di energia

5 June 2026 at 13:14

In totale disprezzo dei due referendum contro il nucleare votati dagli italiani, la Camera ha approvato il nucleare civile nella forma dei così detti “mini-reattori di ultima generazione”. Ciò che è accaduto, in sostanza è questo: un piccolo plotone di parlamentari del centrodestra , che – da quanto si è ampiamente visto – nulla sanno di energia, ha deciso che in Italia deve tornare il nucleare. Tutto questo senza avere quasi alcuna contezza di quello che ciò significhi in termini di costi, di scorie, di compatibilità con l’attuale sistema energetico e soprattutto di tempi.

L’operazione, particolarmente avallata anche da giornali progressisti come la Stampa con un apposito sondaggio in cui gli italiani sarebbero favorevoli, pubblicato qualche giorno fa, è stata resa possibile probabilmente dal nome di questo nucleare. Già, perché “mini-reattori di ultima generazione” fa pensare a qualcosa di innocuo, piccolo, trasportabile. Secondo me i deputati se lo immaginano come una sorta di nucleare pret-à-porter, da borsetta insomma, che si attiva magicamente quando vogliamo e produce l’energia necessaria. Gli stessi giornali riportano notizie confuse sulla dimensione, se è vero che il Messaggero scrive oggi venerdì che le dimensioni sarebbero quelle di un tir (l’altra voce che circola è anche quella di un nucleare “galleggiante”), quando lo stesso Pichetto Fratin, nelle tante interviste gongolanti appena rilasciate ammette che, quanto a dimensioni, si parla di almeno tre campi da calcio.

Il problema è che, ripeto, chi ha votato questo nucleare di energia sa poco o nulla. Si vota per il nucleare in nome di una visione “anti-ideologica”, come se le energie rinnovabili fossero qualcosa di ideologico, e non quanto di più concreto esista. Si vota per il nucleare immaginando che già domani entri in funzione, probabilmente quasi nessun deputato sa che non si avrà energia prima di anni, almeno dieci. Di che stiamo parlando? In dieci anni tutto può succedere, soprattutto noi abbiamo bisogno di ridurre le emissioni e decarbonizzare ora, visto che non lo abbiamo fatto abbastanza con il PNRR e ora ci troviamo ad elemosinare soldi alla UE che, speriamo, vengano rigorosamente usati per questo scopo e non per inutili sconti all’energia che non danno nessun beneficio a chi li riceve (figuriamoci a chi non li riceve). Si vota per il nucleare senza sapere dove finiranno le scorie, se i territori accetteranno di averlo, quali saranno i costi. In pratica, è una cambiale in bianco che di fatto, come già avvenuto in passato, servirà solo ad una cosa: rallentare ulteriormente lo sviluppo delle rinnovabili, mettere soldi in progetti che non servono (e che probabilmente non si faranno), dare agli italiani l’illusione di una energia facile e pronta che non esiste, e così confonderli. Insomma, una mezza truffa.

A ciò occorre aggiungere che la fantomatica credenza per cui il nucleare possa servire a compensare le intermittenze delle rinnovabili è falsa per il semplice fatto che il nucleare non lo puoi accendere o spegnere a piacimento, è un’energia continua, appunto, dunque in che senso sarebbe “complementare alle rinnovabili?”. Ma è inutile chiederlo perché questo, con tutta probabilità, i deputati che hanno votato a favore non lo sanno, come il resto.

Resta dunque una operazione questa sì ideologica, sbagliata, preoccupante e anche antidemocratica, visto il “no” degli italiani al nucleare. E i mini-reattori di ultima generazione sono sempre nucleare, punto e basta. Ciò che davvero allarma, su questo fronte come su altri tipi di scelte energetiche, come la dipendenza dal gas, è che a scegliere su questioni molto tecniche e scientifiche sia una politica che non sa nulla né di tecnica né di scienza e che spesso e volentieri è legata mani e piedi alle lobby dell’energia. Assurdo che manchi, come spesso richiesto dai veri esperti, ad esempio Antonello Pasini del Cnr, un comitato di scienziati che dia indicazioni alla politica su questioni che riguardano l’ambiente e il clima, e dunque anche le scelte energetiche. Si tratta davvero di questioni di vita e di morte, perché con l’energia facciamo tutto quello che serve, non potremmo vivere un’ora senza, e al tempo stesso l’energia è anche la causa del collasso del pianeta, perché quella non rinnovabile produce, appunto, emissioni climalteranti che hanno raggiunti livelli insostenibili. Ingannare così gli italiani, facendogli credere magari che le bollette caleranno col nucleare, è una vera impostura.

Sarebbe ora di ribellarsi a tutto questo, a questa ignoranza scientifica, a questa arroganza che addita le rinnovabili come ideologia, a un parlamento che vota un provvedimento che gli italiani non vogliono e che non porterà beneficio all’Italia, né ridurrà la povertà energetica. Perché se mai ci sarà energia nucleare, ripeto, sarà tra tantissimo tempo e certo non a costo zero. Il motivo per cui dobbiamo subire questo non è chiaro. Invece è chiaro perché i giovani se ne vadano all’estero: che un paese con una politica così medioevale, e dove l’antiscienza regna sovrana, è davvero un posto quasi intollerabile in cui vivere.

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Nucleare, la Camera approva la legge delega. Pichetto: “Scelta di concretezza, non ideologica”. Opposizioni di traverso

4 June 2026 at 15:20

La Camera approva la legge delega sul nucleare con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti. Come da cronoprogramma annunciato settimane fa dal ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, il testo passa ora al Senato. Il governo conta nell’approvazione definitiva prima della pausa estiva e sull’emanazione dei decreti delegati entro il 2026. Perché il Governo Meloni portasse l’Italia fino a questo punto, è accaduto di tutto. Fino alla fine, alla vigilia del voto. Mercoledì, infatti, la maggioranza ha deciso di cambiare l’ordine dei lavori della Camera contro il parere delle opposizioni, imponendo la discussione sulla legge delega per il nucleare, invece che quella su una mozione che riguarda il gioco d’azzardo. Poi, l’Aula della Camera ha bocciato con 74 voti favorevoli e 116 contrari le pregiudiziali di costituzionalità di Avs ed M5s sulla legge delega sul nucleare. Anche Azione ha votato contro, insieme alla maggioranza. E così si è arrivati al voto finale della Camera, che non ha svelato nulla di nuovo sul fronte delle posizioni. Tramite la legge le camere conferiranno al governo una delega, da esercitare entro un anno, per disciplinare la produzione di energia da ‘fonte nucleare sostenibile’, la ricerca sulla fusione e la gestione dei rifiuti radioattivi. Il testo definisce i campi d’intervento dei futuri decreti governativi tra cui la disciplina per la costruzione e l’esercizio di impianti nucleari (SMR, AMR e micro-reattori), la produzione di idrogeno tramite energia nucleare, la gestione del combustibile esaurito, la sicurezza nucleare e la riorganizzazione della governance, con il riordino delle funzioni degli enti competenti. Per gli esponenti di maggioranza – in questo caso appoggiati da Azione – la legge è il primo passo verso l’indipendenza energetica, per le altre forze politiche questa legge è una forzatura. E ci sono una serie di perplessità sull’iter seguito, sull’utilità e anche sul nodo del nucleare a scopi militari. Su cui il Governo Meloni si lascia la porta aperta. Anche se il ministro ha precisato che il ddl “riguarda solo il nucleare civile”.

Il ministro Pichetto Fratin: “Una scelta di concretezza, non di ideologia”

“Con l’approvazione compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia. Oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio” ha commentato Pichetto Fratin. E ancora: “Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza. In un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell’intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia sarà più libero, più forte e più sicuro”. Per il ministro il nucleare “non è una bandiera politica o ecologica: è uno strumento da valutare con serietà, fiducia nella ricerca e responsabilità verso le prossime generazioni”. Insomma, si parla di sostenibilità e sicurezza ma, intanto, il testo stabilisce anche i criteri direttivi che l’esecutivo deve seguire nel redigere i decreti: garantire sì i massimi standard di sicurezza e la protezione della salute, oltre a prevedere misure di compensazione e beneficio per i territori ospitanti gli impianti, ma anche semplificare i procedimenti autorizzativi. E, ovviamente, assicurare la partecipazione dell’industria italiana alla filiera tecnologica. “Se mi si dice quando pensi di vedere l’energia da fonte nucleare, da fissione, vi dico 2034-2035 perché poi diventerà molto più veloce. Se noi seguiamo quella che che è l’evoluzione della scienza nella ricerca – ha aggiunto il ministro – e quindi della tecnologia, l’accelerazione è notevole ed è sta avvenendo in tutto il mondo”.

Esultano gli esponenti del Governo. E puntano sulle “bollette delle famiglie”

“Sono assolutamente soddisfatto. L’Italia non può fare a meno dell’energia nucleare. È la cosa più urgente e importante per abbassare in prospettiva le bollette per le famiglie e le imprese, però dobbiamo partire con i progetti entro la fine della legislatura” ha detto il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, a margine del question time alla Camera. Anche se diversi studi indicano che l’energia da fissione nucleare non abbassa e non abbasserà le bollette. Per il viceministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, la leghista Vannia Gava “l’approvazione rappresenta un passo importante per costruire un sistema energetico più sicuro, sostenibile e competitivo. L’Italia sceglie di guardare avanti con pragmatismo, puntando su tutte le tecnologie disponibili per garantire energia stabile a famiglie e imprese, ridurre la dipendenza dall’estero e accompagnare il percorso di decarbonizzazione”. Soddisfatto anche il ministro degli esteri e vicepresidente del Consiglio dei Ministri, Antonio Tajani: “Una scelta fondamentale per la nostra economia, per le politiche energetiche nucleare di ultima generazione, ci permetterà di fare un salto di grande qualità e finalmente garantire la nostra libertà da condizionamenti esterni”. Anche la ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, non manca di mostrare il suo sostegno alla causa: “Una scelta strategica e di visione per il futuro”. Ha votato a favore anche Azione. E Carlo Calenda lo rivendica: “Era nel nostro programma e Azione ha fatto una grande campagna per il nucleare. È l’unica energia che ci consente di essere indipendenti, di pagare poco e di emettere nulla. Un passo avanti importante per l’Italia”.

Per la maggioranza si tratta di un passo storico

Il deputato e responsabile del dipartimento energia di Forza Italia, Luca Squeri, relatore del ddl sul nucleare parla di “una visione lucida e concreta: quella di costruire un vero mix energetico. È in questa integrazione tra fonti che si gioca la sicurezza energetica nazionale – aggiunge – e in questo quadro oggi manca un elemento strategico come il nucleare”. Per Squeri “l’Italia ha già una forte base rinnovabile” (anche se è lontana dagli obiettivi al 2030, ndr), ma resta ancora esposta a una dipendenza significativa dal gas nella produzione elettrica”. “Nessuna fonte, da sola, è in grado di risolvere rapidamente il fabbisogno energetico nazionale. In questo quadro – aggiunge – il ritorno al nucleare rappresenta una scelta di realismo e di prospettiva industriale”. Il deputato di Fratelli d’Italia Massimo Milani, segretario della commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera dei deputati sottolinea la differenza con il nucleare a cui gli italiani hanno detto no con il referendum: “Mettiamo un primo tassello verso una futura indipendenza energetica. Il testo della legge delega è molto chiaro: il nuovo nucleare non è tecnologicamente comparabile con quello a cui l’Italia rinunciò in passato con i due referendum, perché parliamo di nucleare di nuova generazione”. Soddisfatto anche il deputato della Lega e capogruppo in Commissione Ambiente della Camera, Gianpiero Zinzi. “Abbiamo il dovere di mettere cittadini e imprese al riparo da choc energetici come quelli provocati negli ultimi anni dalle crisi internazionali e dalle tensioni geopolitiche. Quando ne parlavamo tempo fa eravamo considerati pazzi visionari” commenta. Anche il senatore del Carroccio, Manfredi Potenti, ribadisce: “Una notizia storica e un passaggio fondamentale per il futuro energetico dell’Italia. La Lega lo dice da sempre, anche quando altri non ci credevano, perché senza nucleare non può esserci vera autonomia energetica, né bollette più leggere per famiglie e imprese”.

Le opposizioni: “Parlamento marginalizzato. Voto su delega in bianco”

Ma il dibattito è tutt’altro che chiuso. Al ministro Pichetto Fratin si rivolge in un post sui social il vicepresidente M5S Stefano Patuanelli: “A parte le grafiche sui social in cui rilancia il nucleare, ci potrebbe dire dove intendete realizzare il deposito nazionale delle scorie radioattive? Grazie”. Molto critica Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera dei Deputati, intervenendo a Rainews: “Ora ci impongono una legge delega sul nucleare spacciando tecnologie inesistenti sul mercato e soluzioni a 15 – 20 anni mentre ogni giorno i cittadini si chiedono quanto ancora aumenterà un litro di benzina. Hanno sempre la solita ricetta: propaganda e vittimismo, l’unica che hanno imparato a praticare bene”. A parlare dell’iter è stato il capogruppo Pd in commissione Attività produttive alla Camera, Alberto Pandolfo, intervenendo in Aula per annunciare il voto contrario del gruppo al Ddl delega sul nucleare. “Il Parlamento è stato marginalizzato su una delle scelte di politica energetica più rilevanti degli ultimi cinquant’anni. Oggi non votiamo su una scelta di politica energetica, ma su una delega in bianco. C’è una differenza netta tra la ricerca e la propaganda che fa il governo, tra una prospettiva scientifica di lungo periodo e la pretesa di presentare ipotesi di lavoro come soluzioni cantierabili, tra una politica energetica e un’illusione da conferenza stampa”. E non si placa neppure la polemica sulla questione degli scopi militari, nonostante le parole di Pichetto Fratin. “In Parlamento è successo un fatto di una gravità inaudita” denunciano Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, deputati Avs. Al centro, ancora una volta, l’emendamento che avrebbe impegnato il governo, all’articolo 2 della legge delega sul nucleare, a prevedere il divieto di utilizzare il nucleare per scopi militari sia nella ricerca che nell’applicazione. Solo che il Governo ha dato parere negativo determinandone la bocciatura. “Una scelta che indica l’ambiguità di Giorgia Meloni su un aspetto così importante. Si tiene aperta la porta all’uso militare del nucleare in Italia? Il voto di ieri, che ha bocciato il nostro emendamento, dice chiaramente che si è aperto un problema serio nel nostro Paese” sottolineano Bonelli e Fratoianni.

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