Absent From the SpaceX and OpenAI I.P.O.s? Chinese Investors.

© Eric Gay/Associated Press

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Twenty people were killed and 120 injured in the attack at the Erawan Shrine, a popular tourist destination
A Thai court has handed out death sentences to two Uyghur men from the north-western Chinese region of Xinjiang for a 2015 bombing in the centre of Bangkok that killed 20 people.
The explosion occurred at the Erawan Shrine in the centre of Bangkok, an area popular with foreign tourists. As well as the 20 people killed, another 120 were injured. Five of the dead were from mainland China and two from Hong Kong.
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© Photograph: Sakchai Lalit/AP

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Se l’Iran fosse costretto a compiere una dimostrazione di forza nucleare sotto gli occhi di tutto il mondo, la Cina ne trarrebbe la prova che la deterrenza statunitense è solo di facciata.
MOSCA e SAN PIETROBURGO – Lunedì 1° giugno, su Power Shift, una nuova piattaforma geopolitica indipendente, Zulfiqar Ali, Larry Johnson ed io abbiamo rivelato quella che è, a tutti gli effetti, un’informazione esplosiva: se le nubi minacciose continuano ad addensarsi, Teheran è pronta a passare dall’ambiguità nucleare alla effettiva detonazione di un ordigno nucleare sul suolo iraniano.
Meno di una settimana dopo, la pagina di Power Shift è stata censurata su YouTube – senza alcuna spiegazione e senza possibilità di ricorso. Eppure ciò che abbiamo rivelato era già stato descritto in dettaglio in diversi podcast e interviste nel corso della scorsa settimana, come qui e qui (con me e Larry); qui; e al forum di San Pietroburgo, qui.
Ho pubblicato un approfondimento dettagliato prima della diffusione dell’informazione, scritto proprio prima che la delegazione iraniana sospendesse lo scambio di tutti (il corsivo è mio) i testi e i messaggi con gli Stati Uniti tramite il mediatore Pakistan.
Per quanto riguarda la stesura di quella che potrebbe essere la versione definitiva di un Memorandum d’intesa (MoU) tra Iran e Stati Uniti, oggetto di infinite discussioni, è diventato improvvisamente chiarissimo che tutto ruota attorno al Libano.
L’Iran ha ripetutamente ribadito di essere pronto a far saltare il “cessate il fuoco” già in stato comatoso se il culto della morte in Asia occidentale avesse dato seguito alla sua minaccia di bombardare Dahiyeh, il sobborgo a maggioranza sciita della zona sud di Beirut.
Di fronte a Trump, il leader del culto della morte è stato costretto a fare marcia indietro. Ma solo per pochi giorni. Trump ha un disperato bisogno di un MoU e di una proroga del cessate il fuoco da presentare come una “Vittoria”. La sua (il corsivo è mio) Vittoria.
Tutto questo stava accadendo, in modo frenetico, sulla scia di una telefonata fatidica ed estremamente delicata, durata 105 minuti, avvenuta giovedì 28 maggio tra il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif.
Islamabad è l’unico canale di comunicazione segreto funzionante e affidabile tra Teheran e Washington. Le nostre fonti hanno rivelato che durante la telefonata, Pezeshkian ha consegnato un ultimatum strutturato formalmente in tre fasi da comunicare alla Casa Bianca con assoluta chiarezza:
Ciò che colpisce in modo particolare è che nulla di quanto sopra riguarda una posizione diplomatica. Ciò che abbiamo è il Presidente dell’Iran che riferisce quella che è essenzialmente una decisione della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, segnalando che se Washington superasse la prossima soglia, Teheran passerebbe istantaneamente dall’ambiguità nucleare a una dimostrazione innegabile.
E ciò implicherebbe una rottura permanente del sistema globale di non proliferazione – con conseguenze imprevedibili.
L’allineamento strategico Cina-Iran-Pakistan
Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha ovviamente valutato l’importanza di tali informazioni. Ha immediatamente incaricato il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar – che si trovava a New York per le sessioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – di trasmettere le informazioni a Washington.
Dar ha aggirato l’intero apparato burocratico, chiamando direttamente a New York il Segretario di Stato americano Marco Rubio. Il messaggio, da Teheran all’amministrazione Trump, era chiaro: la scala dell’escalation presenta ora un ultimo gradino.
Rubio «potrebbe» (e questa è la parola chiave) aver riconosciuto la gravità estrema di quello che è di fatto un ultimatum nucleare formale. Ne ha informato Trump. Il giorno successivo, il 29 maggio, Trump ha bruscamente interrotto ogni ulteriore azione militare. E la sua retorica incendiaria si è immediatamente attenuata.
Ciò non aveva nulla a che fare con un improvviso impeto di moderazione strategica nell’asse War-a-Lago/Ufficio Ovale. È stato il risultato diretto e a valle del canale di comunicazione segreto Sharif-Dar-Rubio.
La mattina del 29 maggio, Dar è arrivato a Washington per una visita ufficiale di un giorno.
Seduto di fronte a Rubio, ha fornito il briefing dettagliato che la telefonata di New York aveva solo anticipato.
Ha sganciato due enormi bombe sul tavolo delle trattative:
È tutta una questione di indipendenza sovrana (due concetti al centro della recente dichiarazione congiunta Russia-Cina firmata a Pechino durante la visita ufficiale di Putin a Xi Jinping).
Quindi Teheran non cederà le proprie scorte, a prescindere dai termini, temporaneamente o in altro modo, solo per conformarsi a un meccanismo volto a salvare la faccia, concepito per un pubblico interno statunitense. Dal punto di vista della leadership iraniana – con Mojtaba al timone – l’HEU va ben oltre una risorsa tecnica; è la fusione definitiva di sovranità, deterrenza, potere contrattuale e sopravvivenza politica.
Conclusione: è ora in vigore un’alleanza strategica pienamente operativa tra Cina, Iran e Pakistan.
È ancora possibile un Accordo di Islamabad?
Allo stato attuale, nessuno di noi – comprese le nostre fonti – sa se un’arma nucleare fatta esplodere sul suolo iraniano sarebbe stata sviluppata esclusivamente dall’Iran [che possiede le capacità scientifiche per farlo]; oppure con la possibile assistenza di Russia, Pakistan o Corea del Nord. Tutte le opzioni sono plausibili.
Secondo il Prof. Ted Postol del MIT, l’Iran potrebbe facilmente convertire 450 kg di esafluoruro di uranio al 65% in materiale per uso militare all’85% circa: tutto ciò che serve per un’arma a basso potenziale, da montare su almeno 10 sistemi di lancio missilistici in grado di raggiungere Israele. Ciò significa, come minimo, 10 bombe nucleari.
Tecnicamente, questo tipo di arma a bassa potenza può essere progettata, spiega Postol, utilizzando un riflettore di neutroni realizzato in uranio impoverito – o berillio/carburo di tungsteno – posizionato immediatamente attorno al nucleo fissile. Esso riflette i neutroni in fuga nuovamente nel materiale nucleare per aumentare l’efficienza di fissione e ridurre la massa critica richiesta. In poche parole: meno materiale e più bombe.
Molto importante: una bozza di questo articolo è stata presentata all’inizio della scorsa settimana a un alto funzionario iraniano, membro della cerchia ristrettissima attorno alla Guida Mojtaba Khamenei. La sua reazione: «Non commenterò la questione».
Al di là di questa mancata risposta, ciò che è apparso immediatamente chiaro è la trasmissione verificata della comunicazione extra-canale più significativa della crisi «né guerra né pace».
Funziona così: Pezeshkian parla con Sharif; Sharif parla con Dar; Dar parla con Rubio; Rubio parla con Trump; Dar parla con Rubio faccia a faccia (durante il suo briefing a Washington).
Tutto ciò getta nuova luce sul cessate il fuoco di 60 giorni – successivamente infranto – e sulla fragile strategia di uscita di cui Trump aveva disperatamente bisogno. Questo quadro è stato organizzato dal Pakistan e sostenuto strutturalmente dalla Cina – come ho confermato a Shanghai.
Teheran ha insistito sull’ordine delle procedure, più e più volte. In primo luogo, tutte le guerre devono cessare, in particolare l’offensiva del culto della morte contro il Libano. Seguono poi gli accordi per ripristinare il traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz. La terza e ultima fase consiste nel riprendere una sorta di dialogo significativo sul nucleare.
In un quadro più ampio, è già in corso un’importante revisione strutturale, indipendentemente dalle brutte sorprese che potrebbero verificarsi in futuro con la violazione del cessate il fuoco.
Allo stato attuale: gli Accordi di Abramo sono, a tutti gli effetti, morti; l’Arabia Saudita ha congelato tutte le discussioni riservate sulla “normalizzazione” con Israele; il Qatar e l’Oman stanno silenziosamente elaborando calendari di transizione militare per eliminare gradualmente gli Stati Uniti dall’Asia occidentale. E, cosa più cruciale, una nuova architettura di sicurezza dell’Asia occidentale si sta rapidamente consolidando al di fuori dell’ombrello “protettivo” americano, guidata dai Quattro Sunniti: Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Giovedì scorso, sempre su Power Shift (la nostra pagina YouTube era ancora attiva), Zulfiqar Ali, Larry Johnson ed io abbiamo individuato un possibile Accordo di Islamabad come quadro emergente per porre fine alla guerra tra Stati Uniti e Iran — molto prima che i media mainstream occidentali lo riconoscessero come l’architettura organizzativa.
Abbiamo anche individuato il meccanismo che lo guida: una diplomazia pendolare pakistana senza sosta, sostenuta silenziosamente ma con decisione dalla Cina.
Abbiamo delineato la tabella di marcia in due fasi: in primo luogo, un cessate il fuoco immediato e la riapertura dello Stretto di Hormuz (l’Iran acconsente a entrambi); in secondo luogo, una breve finestra negoziale per finalizzare l’accordo politico e finanziario più ampio.
Abbiamo riferito che lo sblocco altamente controverso dei beni congelati dell’Iran non era un argomento di discussione speculativo, ma una leva attiva nel processo. Lo sblocco dei beni e il possibile alleggerimento delle sanzioni venivano trattati come misure concrete di rafforzamento della fiducia.
Abbiamo inoltre riferito che una delegazione iraniana di alto livello – comprendente il presidente del Parlamento Ghalibaf, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il governatore della Banca centrale Abdolnaser Hemmati – si sarebbe recata a Doha in relazione alla questione dei fondi congelati.
Ciò è stato successivamente confermato su tutta la linea, compreso il fatto che la componente della banca centrale fosse direttamente legata ai beni congelati.
Abbiamo inoltre suggerito che Islamabad potesse diventare il palcoscenico dell’atto politico finale, compresa una possibile visita di Trump, insieme a Pezeshkian: eppure ora tale possibilità sembra più remota che mai.
La Cina si limita a guardare scorrere il fiume
Questi sono i fatti, allo stato attuale:
L’Iran è ben lungi dall’essere isolato ed è pronto per una guerra prolungata, con un significativo sostegno materiale e strategico da parte di Cina, Pakistan e Corea del Nord, e un appoggio attentamente calcolato da parte della Russia, come ho confermato durante il forum di San Pietroburgo.
Gli Stati Uniti sono paralizzati. L’amministrazione Trump potrebbe sembrare intenzionata a cercare una via d’uscita; ma è totalmente vincolata dalla pressione esercitata dal culto della morte in Asia occidentale – come abbiamo visto questo fine settimana; dai percorsi di escalation ormai esauriti; e dall’assenza di un’opzione militare decisiva in grado di alterare lo scacchiere senza creare una crisi infinitamente più ingestibile.
Le petro-monarchie del Golfo sono terrorizzate da una possibile ripresa della guerra – con la principale eccezione degli Emirati Arabi Uniti.
Ciò lascia Islamabad come unica via d’uscita disponibile, con il feldmaresciallo Asim Munir posizionato come intermediario indispensabile; e Pechino e Mosca che seguono tutto da vicino, in alcuni aspetti plasmando attivamente il contesto più ampio.
Il bombardamento della zona sud di Beirut del 6 giugno è stato effettuato ancora una volta in un momento critico dei negoziati, come sottolineato da Mohammad Mokhber, uno dei principali consiglieri della Guida Mojtaba Khamenei e membro del Consiglio di Discernimento iraniano:
«Bombardando il Libano mentre il mediatore si trovava in Iran [si riferiva ad Asim Munir], il nemico ha dato fuoco al tavolo dei negoziati per la terza volta per mettere in evidenza le ripetute violazioni del cessate il fuoco in tutte le aree. Parliamo ai violatori il linguaggio del “potere”; l’asse della resistenza è un corpo unificato, e pagheranno certamente un prezzo pesante e doloroso per questa aggressione sul campo».
Il bombardamento del sud di Beirut da parte del culto della morte ha portato a uno spettacolo francamente surreale: l’amministrazione Trump che si affannava dietro al mediatore pakistano a Teheran, implorandolo di intercedere presso gli iraniani per un allentamento delle tensioni. L’Imperatore che voleva distruggere la civiltà iraniana ha dovuto chiedere al Pakistan di salvare ciò che poteva ancora essere salvato.
Ciò significa, come abbiamo riferito, che con l’Iran che stabilisce i termini dell’escalation e aumenta il proprio potenziale deterrente, e con Trump rimasto senza alcuna carta da giocare, l’unica soluzione possibile risiede nella diplomazia attraverso Islamabad.
Questa settimana su Power Shift, in tre puntate consecutive da lunedì a mercoledì, approfondiremo l’intelligence e la diplomazia alla base di questi cambiamenti tettonici.
E poi, naturalmente, c’è l’intrigante prospettiva cinese.
I think tank statunitensi rimarranno completamente paralizzati quando finalmente si renderanno conto che, immettendo equipaggiamento militare avanzato nel teatro di guerra iraniano, Pechino sta attivamente mettendo alla prova i limiti della coercizione egemonica americana.
E se si arriverà al dunque, e l’Iran sarà costretto a una dimostrazione nucleare sotto gli occhi di tutto il mondo, la Cina acquisirà la prova inconfutabile che la deterrenza statunitense è vuota.
Non si può che ammirare l’ingegnosità di una mossa strategica di così vasta portata, compiuta senza sparare un solo colpo.
A China planeia avançar com 295 mil milhões de dólares (255,7 mil milhões de euros à taxa de câmbio atual), nos próximos cinco anos, para a construção de centros de dados em todo o país, com o intuito de rivalizar com os Estados Unidos na área da inteligência artificial (IA), como refere a agência noticiosa Bloomberg. País asiático quer apostar em fornecedores locais.
A Comissão Nacional de Desenvolvimento e Reforma, que é uma agência governamental, é uma das entidades envolvidas no desenho desse plano, de acordo com as fontes consultadas pela agência noticiosa.
De acordo com a Bloomberg, a China Mobile e a China Telecom devem operar a maior parte dos centros de dados e assegurar a sua conectividade. O plano prevê uma aposta em fornecedores locais como a Huawei Technologies para pelo menos 80% da tecnologia, como os chips de IA, excluindo as norte-americanas Nvidia e a Advanced Micro Devices (AMD).
As fontes consultadas pela agência noticiosa referiram que este plano nacional de centros de dados ainda está numa fase inicial de discussão e os detalhes podem mudar. Os 295 mil milhões de dólares de investimento previsto para os centros de dados deve ser financiado através de dívida soberana, incluindo obrigações governamentais especiais de longo prazo, geralmente com maturidade superior a 10 anos, e fundos estatais para investimento em setores estratégicos. Os empréstimos bancários e o capital privado iriam complementar o financiamento, salientaram as fontes ouvidas pela Bloomberg.
O investimento anunciado não inclui os gastos de empresas como a Alibaba e a Tencent.
As fontes disseram que a China tem também planos para integrar a rede elétrica no projeto.
Sources say firm is asking for more than £1bn in row that could put pressure on two countries’ relationship
The Chinese owner of British Steel has started a formal process under an international treaty to win compensation from the UK government over its decision to nationalise the Scunthorpe steelworks.
Jingye Steel said it would seek to recover money via China’s bilateral investment treaty with the UK, after more than a year of negotiations over the size of any payout. The dispute could put pressure on the relationship between China and the UK.
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© Photograph: Ryan Jenkinson/Getty Images

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A zona económica especial de Hengqin (ilha da Montanha), no sul da China, anunciou subsídios de até 36 mil yuan (4.604 euros) para a tradução de microdramas para português e espanhol.
A Zona de Cooperação Aprofundada entre Guangdong e Macau em Hengqin anunciou hoje um pacote de apoio financeiro para empresas de produção de microdramas que operam na região.
Os microdramas são produzidos especificamente para serem vistos em telemóveis e em redes sociais, geralmente com episódios com duração entre 60 e 90 segundos, e têm vindo a ganhar popularidade nos últimos anos, tanto na China como no estrangeiro.
“Foram introduzidos subsídios de tradução para ajudar as séries locais a chegar a públicos internacionais, aproveitando a posição única de Macau como ponte para os países de língua portuguesa”, disse a zona económica especial.
De acordo com o plano, as traduções de chinês para português e espanhol são elegíveis para um subsídio máximo de 36 mil yuan por versão. Para traduções para outras línguas, incluindo inglês, japonês e coreano, o subsídio vai até 30 mil yuan (3.836 euros).
Uma produção que envolva atores estrangeiros pode receber um subsídio máximo de 100 mil yuan (12.789 euros).
As empresas sediadas em Hengqin podem obter vistos de 90 dias para estrangeiros envolvidos em filmagens.
Além disso, as autoridades estão a oferecer um subsídio de até 200 mil yuan (25.579 euros) por cada produção concluída, exigível apenas após a exibição da série, “com o objetivo de incentivar a produção em larga escala de conteúdo de alta qualidade”.
Entre outros subsídios, um argumento pode receber até 10 mil yuan (1.279 euros).
Este financiamento faz parte de um orçamento anual de 10 milhões de yuan (1,28 milhões de euros), que abrange também eventos com marca, alojamento, instalação em locais emblemáticos em Hengqin e em Macau.
As candidaturas estarão abertas a partir de 21 de junho e até ao final de 2027.
No ano passado, a empresa chinesa de microdramas COL estabeleceu um estúdio de produção especializado em Hengqin, para acelerar a sua expansão global.
Com 10 mil metros quadrados, este é o primeiro estúdio dedicado a microdramas do setor, contando com 30 estúdios de gravação projetados especificamente para a produção de microdramas em várias línguas, incluindo em português, tendo o Brasil como alvo.
De acordo com o mais recente Relatório de Investigação sobre o Desenvolvimento do Setor Audiovisual na Internet na China, o número de empresas que se dedicam a vídeos curtos e transmissões ao vivo já ultrapassava as 800 mil em 2025.

© Qilai Shen for The New York Times
Beijing, 11 jun (Prensa Latina) China presentó hoy su Plan Nacional de Acción sobre Derechos Humanos 2026-2030, un documento que establece los objetivos y medidas para promover, proteger y garantizar esos derechos durante el próximo quinquenio.
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Beijing, 11 jun (Prensa Latina) Expertos y autoridades chinas subrayaron los vínculos históricos, culturales y estratégicos que impulsan hoy la cooperación entre China y América Latina.
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The US imposed sanctions on 13 individuals and entities from Iran, Belarus, and China for facilitating weapons procurement for the Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC), State Department spokesperson Thomas Pigott announces. The designations aim to implement the UN sanctions regime on Iran, which was reinstated due to Tehran's "significant non-performance" with its nuclear obligations.
Iran has been the primary supplier of Shahed-type drones used by Russia against Ukraine since 2022, with Russian-produced Geran-4 jet variants now reaching speeds of 500 km/h based on Iranian designs.
Belarus has served as a launch territory and signal-relay base for Russian drones targeting Ukraine.
China has been a key supplier of dual-use components, electronics, and materials.
The State Department statement describes the network as supplying conventional arms to the IRGC. This is in violation of the UN Security Council resolution that obligates UN members to prevent the supply, sale, or transfer of conventional weapons to Iran.
The US said the designations are part of its continuing maximum pressure policy on Iran. The policy is designed to deprive the Iranian government and the IRGC of access to resources.
In April 2024, foreign policy scholars Andrea Kendall-Taylor and Richard Fontaine published a Foreign Affairs analysis titled "The Axis of Upheaval: How America's Adversaries Are Uniting to Overturn the Global Order."
The analysis argued that Russia, China, Iran, and North Korea have deepened cooperation across defense industry, intelligence, diplomatic, and financial channels to challenge "the US-based order".
US sanctions targeting the Iran-Belarus-China network supplying the IRGC explicitly address three of the four Axis of Upheaval members.
North Korea has separately supplied Russia with artillery shells, missiles, and troops since 2024.
Beijing, 11 jun (Prensa Latina) China expresó hoy su seria preocupación por la situación actual en Irán y exhortó a las partes involucradas a cesar de inmediato las acciones militares y retomar el camino del diálogo y la negociación.
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Beijing, 11 jun (Prensa Latina) China transmitió hoy su profundo pesar por el fallecimiento del político japonés Yohei Kono y destacó su contribución al desarrollo de las relaciones bilaterales.
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Labour’s goal of 'dynamic alignment' with the EU is bad news for the party's beloved Net Zero, says Ben Pile. Even more than in Britain, the backlash in Europe against ruinous climate policies is gathering steam.
The post The Backlash Against Net Zero is Gathering Steam Across Europe appeared first on The Daily Sceptic.
Managua, 10 jun (Prensa Latina) La planta fotovoltaica Enesolar 1, construida con financiamiento chino aportará el 35 por ciento de la energía utilizada por los sistemas de bombeo de la Empresa Nicaragüense de Acueducto y Alcantarillado (Enacal), destacaron hoy autoridades.
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© Eric Lee/The New York Times

A 2,600-year-old Chinese tomb containing a rare set of ancient bronze bells is shedding new light on how Zhou dynasty elites used ritual objects to connect with their ancestors and assert political power.
A new study published in the Cambridge Archaeological Journal examines the tomb of Lord Qiu of Zeng, a ruler who governed a small state in present-day northern Hubei, China, between roughly 675 and 625 BC.
Chinglong Tse of the UCL Institute of Archaeology, the study’s sole author, argues that the bells were far more than musical instruments. They served as sacred links between the living and the dead, carrying sounds believed to reach ancestral spirits in another realm.
The bell set, known as the Zeng Gong Qiu bianzhong, was cast around 677 BC. Its inscriptions show that Lord Qiu commissioned the bells to honor two powerful ancestors and invoke their spiritual power against the rival Chu state, which was expanding aggressively across southern China at the time.
The inscriptions also show that Qiu presented himself as a humble “little child” who had not yet earned the virtue of his forebears. This was a standard ritual expression in Zhou culture, meant to show devotion to ancestors and demonstrate worthiness to inherit their authority.
When archaeologists excavated the ancient Chinese tomb, they found the bronze bells scattered in a disordered heap. The wooden rack had been deliberately taken apart, its pieces spread across the burial chamber.

This stood in sharp contrast to how Zhou elites typically buried their bell sets, in careful, patterned arrangements designed to sustain their ritual function in the afterlife.
Tse explains that this deliberate disorder likely reflects a major political shift. At some point during Qiu’s reign, Zeng and Chu ended their rivalry. The Chu king gave his sister in marriage to Lord Qiu, turning the two states from adversaries into allies.
The original purpose of the bells, invoking ancestral power against Chu, had become politically inconvenient.
To address this, Qiu’s mourners appear to have intentionally deactivated the bells. They commissioned a new, smaller set of funerary bells, placed in an orderly arrangement and dedicated to the same ancestors, to carry on ancestral rites in the afterlife.
Tse notes that the findings show how ritual objects in the ancient Chinese world were not passive symbols. They held real power to shape relationships between the living, the dead, and their ancestors, and that power could be adjusted when political circumstances demanded it.

