L’antico Egitto incontra la moda contemporanea in un progetto che unisce formazione, ricerca e sperimentazione creativa. Si chiama HIEROGLAM la nuova iniziativa espositiva e formativa promossa da Accademia IUAD e ospitata negli spazi del Museo Egizio di Torino, dove circa trenta creazioni realizzate dagli studenti delle sedi di Napoli e Milano dialogano con alcuni dei più significativi esempi della couture internazionale.
Curato da Pasquale Esposito e Francesco Maffei, il progetto nasce con l’obiettivo di valorizzare i giovani talenti attraverso una rilettura contemporanea dell’immaginario egizio. Gli studenti hanno sviluppato una capsule collection ispirata all’estetica, ai rituali e alla ricca simbologia dell’antica civiltà del Nilo, trasformando elementi iconografici come amuleti, armature, divinità ibride e simboli sacri in capi dal forte impatto visivo e concettuale.
La mostra si sviluppa come un percorso immersivo in cui l’abito supera la sua funzione estetica per diventare esperienza sensoriale e strumento narrativo. Volumi scultorei, superfici luminose e tessuti stratificati danno forma a una visione che oscilla tra memoria archetipica e immaginazione futuristica, restituendo alla moda il ruolo di linguaggio simbolico e rito identitario.
Ad arricchire il percorso espositivo contribuisce una selezione di capi provenienti dall’Archivio di Ricerca Mazzini, realtà riconosciuta a livello internazionale per la conservazione e lo studio della moda storica. In mostra figurano creazioni firmate da maestri del calibro di Issey Miyake, Gianfranco Ferré, Roberto Cavalli e Alexander McQueen, che offrono un ulteriore livello di lettura sul rapporto tra moda e patrimonio culturale.
HIEROGLAM e la lunga storia della fascinazione tra moda ed Egitto
HIEROGLAM si inserisce infatti in una lunga tradizione di fascinazione del sistema moda per l’Egitto. Dalle intuizioni di Elsa Schiaparelli alle interpretazioni di Christian Dior, Karl Lagerfeld, John Galliano, Jean Paul Gaultier e Olivier Rousteing, fino alle iconografie pop rese celebri da artisti come Michael Jackson, Madonna, Beyoncé e Lady Gaga, il simbolismo egizio continua a rappresentare una fonte inesauribile di ispirazione per creativi e performer.
Al centro dell’esposizione restano però i giovani designer IUAD, protagonisti di una ricerca che riflette anche sulle esigenze del presente. In un’epoca dominata da immagini digitali, avatar e identità visive sempre più fluide, la mostra propone una riflessione sul bisogno contemporaneo di appartenenza, significato e ritualità. Il glamour recupera così la sua dimensione più originaria e quasi sacrale, diventando forza capace di sedurre, trasformare e raccontare.
Ogni creazione esposta si confronta con archetipi universali come il sole, il serpente, l’occhio e la piramide. I concetti di ka e ba, rispettivamente forza vitale e anima mobile nella cultura egizia, ispirano silhouette fluide, accessori dal carattere rituale e palette cromatiche che fondono oro solare, blu del Nilo, nero cosmico e rosso desertico.
Più che una semplice esposizione di moda, HIEROGLAM si configura come un’esperienza immersiva che invita il visitatore ad attraversare una soglia simbolica, dove il corpo diventa mito e il tessuto si trasforma in racconto. Un progetto che dimostra come il dialogo tra patrimonio storico e creatività contemporanea possa generare nuove forme di espressione, offrendo ai giovani designer uno spazio privilegiato per sperimentare e immaginare il futuro.
Olimpiadi Milano-Cortina, indagata la dirigente del Mit Elisabetta Pellegrini
Computer e cellulari sequestrati negli uffici del ministero dei Trasporti. L’inchiesta sulle Olimpiadi Milano-Cortina arriva a Porta Pia e tocca Elisabetta Pellegrini, coordinatrice della struttura tecnica di missione del Mit e considerata il braccio destro di Matteo Salvini.
La dirigente risulta indagata nel filone d’indagine relativo all’appalto per la costruzione della cabinovia di Socrepes a Cortina, lo stesso che vede coinvolto, tra gli altri, il commissario straordinario per le opere olimpiche Fabio Massimo Saldini. Il sequestro dei dispositivi della dirigente è scattato ieri.
L’inchiesta sulla cabinovia di Socrepes: cosa sappiamo
Al centro del fascicolo, aperto dalla Procura di Belluno, c’è l’affidamento dei lavori per la cabinovia Apollonio-Socrepes di Cortina d’Ampezzo, inserita tra le opere “imprescindibili” dei Giochi invernali. L’appalto, dal valore di 34,9 milioni di euro, era stato assegnato senza gara con procedure d’urgenza per garantire la consegna prima dell’inizio di Olimpiadi e Paralimpiadi, ma l’impianto non è mai entrato in funzione per il pubblico.
L’ipotesi di reato è turbata libertà di gara: i pm sospettano collusioni per favorire l’azienda bresciana Graffer nell’affidamento diretto deciso da Simico, la Società infrastrutture Milano Cortina controllata dal Mit. L’affidamento era arrivato dopo che i due colossi degli impianti a fune, l’altoatesina Leitner e l’austriaca Doppelmayr, avevano rinunciato a partecipare, ritenendo che i tempi non consentissero di garantire esecuzione e sicurezza dell’opera, costruita su un terreno franoso. Rispetto all’appalto originario, i costi sono lievitati di 14 milioni di euro.
Prima dell’iscrizione di Pellegrini, gli indagati erano tre: Saldini, commissario straordinario di Simico, Angelo Redaelli, rappresentante legale di Graffer, e l’ingegnere Valeria Cepi, responsabile unica del procedimento. Sulla vicenda si muove anche la Corte dei Conti, che ha chiesto a Simico i documenti tecnici e progettuali dell’impianto per accertare un eventuale danno erariale. Saldini, attraverso il suo legale Maurizio Paniz, ha respinto ogni addebito, sostenendo di aver agito in modo ineccepibile in ogni fase della procedura.
Mette nel testamento due milioni di euro per costruire canili ma il tribunale afferma che i soldi devono andare ai nipoti (che nel testamento erano stati volontariamente esclusi). Come riporta il Corriere di Milano la vicenda sarebbe avvenuta a Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, dove una donna, sposata ma senza figli, aveva depositato dal notaio fin dal 2000 il proprio testamento. Sul documento ufficiale, riporta il Corriere, le parole vergate dalla donna erano: “In caso di mio decesso, lascio tutto a mio marito, ad eccezione della somma di otto milioni di lire che sarà versata a mio nipote. È mia ferma volontà escludere dal presente testamento qualsiasi altro parente, sia esso vicino o lontano. Dopo il decesso di mio marito, tutto ciò che resta in mio possesso sarà devoluto: alla costruzione di canili, dove ricoverare i cani randagi, abbandonati, malati, alla cura degli stessi”.
Nel 2020 la signora è deceduta e nel frattempo era morto anche il marito, ma la donna non ha voluto ritoccare il testamento valutando che con quelle frasi poi firmate di suo pugno la sua eredità finisse direttamente per aiutare i cani randagi e non ai (pare non propri amati quanto i cani) nipoti. “Il curatore testamentario, però, aveva giudicato nulle le volontà della donna e aveva indicato come legittimi eredi i tre nipoti – spiega il Corriere di Milano. “A quel punto l’Agenzia del Demanio aveva impugnato le decisioni del curatore, perché a suo dire gli stessi nipoti andavano chiaramente esclusi, insieme a tutti i parenti “vicini o lontani” nel testamento della donna”.
Si tratterebbe secondo l’avvocatura del Demanio di una “eredità vacante”, cioè di un patrimonio privo di eredi che passa quindi nelle mani dello Stato automaticamente dopo 10 anni. Solo che nel 2023, dopo tre anni dalla morte i giudici hanno cercato parenti fino al sesto grado trovando, appunto, i nipoti, dalla signora formalmente esclusi. Solo che, come segnala giustamente segnala il Corriere di Milano, “nessuno, né il curatore fallimentare né i magistrati, si è preoccupato di rappresentare gli interessi dei cani randagi, che pure erano stati al centro dei pensieri della signora quando ha scritto il suo testamento”. Alla fine della fiera, secondo diritto, nel testamento della signora bastava segnalare con precisione anche solo un’associazione animalista che si prende cura degli animali e molto probabilmente le cose sarebbero andate in maniera diversa. Probabile, comunque, che vista la cifra l’Agenzia del Demanio ricorrerà in Appello.
Si è presentato questa mattina in Procura a Milano, accompagnato dal suo legale, uno dei giovani che risulterebbero coinvolti nell’indagine sulla presunta violenza sessuale di gruppo denunciata da una studentessa spagnola di 20 anni, in città nell’ambito di un’esperienza Erasmus. Il ragazzo, 24 anni, assistito dall’avvocato Francesco Furnari, ha chiesto spontaneamente di essere ascoltato a verbale. Secondo quanto si apprende, il giovane intende respingere ogni eventuale accusa e chiarire la propria posizione davanti agli inquirenti, sostenendo che non vi sarebbero stati abusi. I pubblici ministeri hanno disposto che renda spontanee dichiarazioni alla polizia giudiziaria, nell’ambito degli accertamenti ancora in corso.
La denuncia della studentessa
Il caso riguarda la notte tra il 22 e il 23 maggio, quando la studentessa, dopo una serata trascorsa in una discoteca della zona di via Corelli, avrebbe denunciato di essere stata aggredita da un gruppo di giovani prima all’esterno del locale e poi all’interno di un’auto. Dopo l’episodio la ventenne era stata accompagnata alla clinica Mangiagalli e successivamente aveva formalizzato la denuncia in Questura. L’inchiesta, affidata alla Squadra mobile e coordinata dalla Procura di Milano, punta a ricostruire con precisione quanto accaduto e a definire le posizioni dei ragazzi indicati come possibili protagonisti della vicenda. Restano centrali l’analisi delle immagini delle telecamere e le testimonianze raccolte dagli investigatori.
Ha cosparso il padre 73enne di liquido infiammabile, poi gli ha dato fuoco lasciandolo morire tra le fiamme. È successo nelle prime ore del mattino a Cinisello Balsamo, nel Milanese, dove un uomo di 47 anni italiano è stato arrestato dai carabinieri. Gli agenti erano intervenuti nell’abitazione per un incendio in corso, ma una volta arrivati sul luogo hanno scoperto cosa lo avesse provocato.
I carabinieri, con il personale della Sezione Radiomobile di Sesto San Giovanni, hanno cercato di domare le fiamme con gli estintori prima dell’arrivo dei Vigili del Fuoco. Intanto hanno fermato il 47enne che si trovava sul posto: l’uomo, pare affetto da disturbi della personalità, avrebbe prima colpito il padre con un corpo contundente e poi gli avrebbe dato fuoco non lasciandogli scampo. Le indagini sono coordinate dalla Procura di Monza per cercare di ricostruire l’intera dinamica dell’accaduto e accertare possibili moventi.
“Ha iniziato a fare cose che non volevo” poi “ho visto arrivare altri suoi amici“. È il racconto della studentessa spagnola di 20 anni, a Milano per uno stage nell’ambito del programma Erasmus, che ha denunciato di essere stata violentata da un gruppo di ragazzi fuori da un locale la notte tra il 22 e il 23 maggio scorso.
Come riporta il Corriere della Sera, la ragazza ha ricostruito davanti agli investigatori la mezz’ora, definita “brutale” dagli inquirenti, vissuta con quei ragazzi.
Tutto comincia alla discoteca The Beach, in zona Ortica. La giovane è lì con un’amica, una connazionale, per la serata “Fu…ing Beach”. A un certo punto perde di vista l’amica, anche se non ricorda l’ora esatta, e si va a “sedere sui divanetti presenti su una pedana in un angolo del locale”.
Lì viene avvicinata da dei ragazzi, due all’inizio. Sono coetanei, ricostruisce il Corriere, e italiani. “Non ricordo chi si è avvicinato per primo ma abbiamo iniziato a parlare”, racconta. Una situazione normalissima per una serata tra giovani. Poco dopo arriva l’invito di uno dei due ad accompagnarlo fuori. Lì, però, per la 20enne inizia l’incubo. Il coetaneo prima la porta lontano dal locale, tra le auto parcheggiate. Dietro di loro c’è l’altro amico che li sta seguendo. Iniziano così le violenze, “cose che non volevo” fare, racconta ancora la studentessa, descrivendo l’arrivo di altri amici dei due ragazzi. “Ricordo che avevo paura – dice ancora – non so se mi hanno spinto o preso per il braccio”. Il branco la strattona e si sposta in un posto ancora più appartato: l’auto di uno degli aggressori. Lì proseguono gli abusi.
Alla fine la ragazza viene buttata fuori dall’auto. Lei arriva all’ingresso del locale e racconta tutto prima al buttafuori, poi all’amica. Da lì la catena per l‘attivazione del codice rosso, la visita in ospedale, alla Mangiagalli, la denuncia in questura, e poi il rientro in Spagna.
Ora gli investigatori, coordinati dalle pm Letizia Mannella e Rosaria Stagnaro, stanno cercando di incrociare dati dei telefoni e immagini per risalire agli aggressori.
Dopo i rapporti con Israele, la sicurezza in città. Ormai non passa settimana senza che il sindaco di Milano Beppe Sala non perda pezzi in maggioranza, che sia sotto forma di voti sui provvedimenti in aula o di sconfessioni pubbliche. L’ultima grana arriva dalla ricette presentate dal sindaco sulla movida milanese, rispedite indietro da parte del Pd con parole degne dell’opposizione: “Quello del sindaco è pressappochismo, manca una visione e peggiora il problema della sicurezza”.
Non il modo migliore per chiudere la consiliatura, visto che Sala ambisce a una candidatura nazionale e più volte si è detto disponibile a fare la sua parte in una eventuale gamba centrista della coalizione di centrosinistra. La sua immagine però non esce certo bene da questo logoramento. La scorsa settimana parte della maggioranza lo aveva criticato per la mancata sospensione del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv, chiesta a gran voce dalla sinistra dopo le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. Ieri, in Consiglio comunale, l’ultimo inciampo. La giunta ha presentato una delibera con forti limitazioni alla movida, in parte riprendendo le misure dello scorso anno ma integrandole con alcune ulteriori strette. Per esempio, fino a novembre il Comune ha individuato 12 quartieri in cui negozi e distributori automatici non potranno vendere alcolici dalle 22 alle 6 del mattino. I bar dovranno fermare l’asporto a mezzanotte, mentre i dehors si potranno tenere aperti solo fino all’1 (le 2 nel week end), per evitare il troppo chiasso. Visti anche alcune beghe giudiziarie avviate dalle proteste dei cittadini, la zona Lazzaretto-Melzo vedrà invece restrizioni ancora più severe: una su tutte, divieto di asporto dalle 22 in poi di cibi e bevande, siano alcoliche o no, per tutte le attività.
Di fronte a questo provvedimento, le critiche più dure arrivano da Michele Albani, consigliere comunale dem e presidente della commissione Sicurezza, Coesione sociale e Vita notturna. I problemi sono di metodo e di merito. Intanto perché, denuncia Albani, “l’ordinanza entra in vigore in questo fine settimana con zone che non comparivano nell’avvio del procedimento e che quindi non hanno potuto essere oggetto di osservazioni da parte delle categorie interessate”. Un’aggiunta successiva, insomma.
Poi c’è il merito, con diversi punti che, sostiene Albani, non tornano: “Le restrizioni nell’area Lazzaretto-Melzo vanno ben oltre quanto necessario per rispondere alla sentenza del Tribunale. Il divieto di asporto di qualsiasi alimento e bevanda dalle 22, insieme alla chiusura obbligatoria dei plateatici a mezzanotte, colpisce in modo indiscriminato attività che non hanno nulla a che fare coi fenomeni che si intende contrastare”. Critiche anche sui dehors: “Non sono il problema, al contrario, sono strumenti di presidio dello spazio pubblico, capace di mantenere ordinati e abitati contesti frequentati”. Tutto ciò alimenta “una preoccupazione concreta sulla sicurezza”, invece di risolverla: “Se i locali chiudono prima del solito, le strade si svuotano prima. Meno occhi, meno presidio informale del territorio”.
Al di là di questo provvedimento, il giudizio del consigliere dem è complessivo: “Questo non è governo del territorio, è pressappochismo. Si conferma purtroppo l’incapacità di sindaco e giunta di affrontare con serietà la gestione della vita notturna della città: anni di rincorse emergenziali, nessuna visione organica e il conto pagato ogni volta dalle stesse persone, chi lavora di notte e chi ci investe”.
Il Pd sa bene che il tema riguarda anche il consenso. Milano andrà al voto l’anno prossimo e, nonostante in città il centrosinistra parta da una posizione di vantaggio, chiunque sarà il candidato dem (si parla di una sfida tra Pierfrancesco Majorino e Luigi Calabresi) dovrà fare i conti con un’ultima parte di mandato molto contestata, soprattutto su temi sensibili per i giovani: l’ambientalismo, il tema casa, con le inchieste che hanno coinvolto manager del Comune e messo in crisi il “modello Milano”, poi appunto il posizionamento nei confronti di Israele e, adesso, il caso movida e sicurezza.
“Dal sindaco di Milano Beppe Sala e dal ministro Matteo Salvini vediamo politiche simili. L’idea è sempre la stessa, far cassa sull’edilizia popolare abbandonando a sé stessi i soggetti con maggior disagio”. L’allarme arriva dai movimenti per la casa di Milano che questa mattina hanno presentato la giornata di mobilitazione che si svolgerà il 13 giugno nelle case popolari della città e si concluderà con un corteo da piazza Tricolore a piazza della Scala. “Questa giornata avviene in un momento di gravissima emergenza abitativa. Abbiamo più di 1500 sfratti convalidati nel 2025, 400 domande di emergenza abitativa accettate ma senza alloggi, 17mila famiglie in attesa di casa popolare e quasi 10mila alloggi sfitti” spiega Bruno Cattoli, dell’Unione Inquilini Milano che insieme ad altre 50 realtà del coordinamento 3 luglio ha organizzato la conferenza stampa di lancio del corteo in un luogo simbolo dell’emergenza abitativa. Un caseggiato popolare con un centinaio di alloggi sfitti in zona Prealpi. La proprietà è del Comune che lo ha inserito in un piano di vendita: “Ma per il momento è tutto fermo, viene lasciato nel degrado con la maggior parte degli alloggi sono sfitti – spiega Mattia Gatti, segretario del Sicet Milano – dunque case che potrebbero andare a chi bisogno rimangono vuote senza manutenzione e aumenta il degrado. Noi chiediamo che le case non siano vendute ma che sia dato in assegnazione a chi da anni sta aspettando una casa”.
Più premi di risultato, maggiore welfare aziendale, formazione collegata ai fabbisogni produttivi e incentivi per le imprese che creano occupazione stabile. È il percorso indicato dalla mozione presentata dalla consigliera regionale di Fratelli d’ItaliaChiara Valcepina e approvata dal Consiglio regionale della Lombardia. Il provvedimento impegna la Giunta a predisporre un piano regionale per sostenere la contrattazione di secondo livello, da costruire insieme alle parti sociali, alle organizzazioni dei lavoratori e alle associazioni datoriali.
“La Lombardia deve rafforzare la contrattazione di secondo livello come strumento concreto per aumentare l’attrattività del lavoro, sostenere il potere d’acquisto dei salari e aiutare le imprese a reperire competenze qualificate. Per questo chiediamo un piano regionale capace di valorizzare premi di risultato, welfare aziendale e territoriale, formazione continua, stabilità occupazionale e partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese. Un percorso che si inserisce perfettamente in quanto messo in campo dal governo Meloni“, dichiara Valcepina.
Carenza di manodopera e perdita del potere d’acquisto
La mozione parte da due problemi che stanno condizionando ilmercato del lavoro lombardo: la difficoltà delle aziende nel trovare personale qualificato e l’aumento del costo della vita, che ha ridotto il valore reale delle retribuzioni. “La nostra regione affronta due emergenze strettamente collegate: la carenza di manodopera e la riduzione del potere d’acquisto dei salari. Circa il 30% delle imprese lombarde segnala difficoltà nel reperire lavoratori qualificati, con un incremento del 15% rispetto all’anno precedente. A questo si aggiunge l’aumento del costo della vita, che rende meno attrattive molte opportunità lavorative”, precisa la consigliera di Fratelli d’Italia. L’obiettivo dichiarato è rendere più conveniente il lavoro stabile e migliorare le condizioni offerte dalle imprese, intervenendo non soltanto sulla retribuzione ma anche sui servizi e sulle prestazioni collegate alla vita quotidiana dei dipendenti.
Il rapporto tra contratto nazionale e secondo livello
Nell’impostazione della mozione, la contrattazione aziendale o territoriale non dovrebbe sostituire il contratto collettivo nazionale, ma adattarne e rafforzarne le tutele sulla base delle caratteristiche dei singoli settori, delle imprese e dei territori. “Il CCNL pone le fondamenta comuni di tutele, garanzie e retribuzioni. La contrattazione di secondo livello consente di costruire su quelle fondamenta risposte più vicine alla singola impresa e al singolo territorio, intervenendo su ciò che incide davvero nella vita quotidiana di chi lavora”, sottolinea Valcepina. Il piano regionale dovrebbe favorire qualità e regolarità del lavoro, sicurezza, continuità occupazionale, premi collegati ai risultati, formazione continua e strumenti di welfare aziendale e territoriale.
Premi alle imprese che assumono e investono nel welfare
Un capitolo della mozione riguarda le premialità per le imprese che aumentano il numero dei lavoratori a tempo indeterminato e investono in benefit non monetari, deducibili o defiscalizzati. Gli interventi potrebbero riguardare la mobilità, la sanità integrativa, la conciliazione tra vita privata e lavoro e il costo dell’abitazione. Il testo punta inoltre a valorizzare le aziende che partecipano a programmi formativi costruiti su base territoriale e coerenti con le competenze richieste dal sistema produttivo. Particolare attenzione viene riservata alle Zone di innovazione e sviluppo, nelle quali la Regione dovrebbe sperimentare nuovi modelli di contrattazione territoriale e welfare aziendale, anche attraverso incentivi, interventi di sostegno e forme di fiscalità di vantaggio.
Il tavolo con il Governo per maggiori competenze regionali
La mozione impegna inoltre la Giunta e gli assessorati competenti ad avviare un tavolo tecnico-politico con il Governo nazionale. L’obiettivo è ottenere maggiori competenze regionali nella promozione della contrattazione territoriale di secondo livello.Valcepina sottolinea anche il confronto sviluppato in Aula con le forze di opposizione, che ha permesso di raccogliere consensi trasversali su diversi punti del documento.
“È importante sottolineare come in Aula si sia sviluppato un confronto proficuo con la minoranza, che ha consentito di arrivare a una sintesi positiva, tanto che anche gran parte dell’opposizione ha votato favorevolmente diversi punti della mozione. Consegniamo così alla Giunta un testo forte e ampiamente condiviso, dimostrazione che quando si parla di lavoro e welfare è possibile costruire convergenze serie nell’interesse dei cittadini, dei lavoratori e delle imprese”, evidenzia la consigliera regionale.
“Rafforzare i salari, sostenere i consumi interni, migliorare il welfare e rendere più attrattivo il sistema produttivo lombardo: la Lombardia ha sempre saputo anticipare i cambiamenti. Oggi può farlo ancora una volta, costruendo un modello di relazioni industriali fondato su partecipazione, qualità del lavoro e responsabilità, in perfetta sinergia con il governo Meloni”, conclude Valcepina.
La Uil approva: “Ora servono strumenti operativi”
La Uil Lombardia valuta positivamente l’approvazione della mozione, considerandola un primo passo per riportare al centro del dibattito il potere d’acquisto, le retribuzioni e il costo della vita. Per il sindacato, tuttavia, il sostegno regionale dovrà essere accompagnato da condizioni precise. Le risorse pubbliche dovranno favorire le imprese che applicano i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, creano occupazione stabile e investono nella formazione e nella sicurezza. “La contrattazione di secondo livello – sottolinea il segretario confederale Salvatore Mondeduro – deve rafforzare il sistema contrattuale, non indebolirlo. Deve migliorare le condizioni di lavoro, contrastare i contratti pirata e non diventare uno strumento per alimentare il dumping salariale. Il sostegno pubblico, comprese le risorse regionali, europee e gli strumenti collegati alle politiche di sviluppo, deve essere indirizzato a chi investe davvero nel buon lavoro: contratti a tempo indeterminato, applicazione dei CCNL rappresentativi, formazione, welfare, sicurezza, conciliazione vita-lavoro e partecipazione”.
Uil: nelle Zone di sviluppo le risorse non siano un assegno in bianco
Secondo la Uil, i criteri sulla qualità del lavoro dovranno essere applicati con particolare rigore nelle Zone di innovazione e sviluppo. Gli investimenti pubblici non dovranno premiare le imprese che competono riducendo salari e diritti, ma quelle che garantiscono legalità contrattuale, stabilità e relazioni sindacali corrette. “La mozione approvata – conclude Antonio Albrizio, segretario generale UIL Lombardia – è considerata un ottimo primo passo, ma non il punto di arrivo. Ora si apre la fase cruciale: tradurre l’indirizzo politico in strumenti operativi all’interno del Patto per lo Sviluppo. A questo proposito UIL Lombardia ha proposto emendamenti al testo finalizzati a rafforzare il rispetto dei CCNL più rappresentativi, il contrasto ai contratti pirata, la necessità di condizionare l’utilizzo di risorse pubbliche alla qualità del lavoro e la promozione di un Fondo regionale per la contrattazione di qualità. La competitività della Lombardia non si difende comprimendo i costi, ma investendo sul valore e sulla dignità di chi lavora“.
La Cgil: bene il tema, ma no alle scorciatoie fiscali
Più articolato il giudizio della Cgil Lombardia. Il sindacato considera positivo che la Regione voglia favorire una maggiore diffusione della contrattazione di secondo livello, ma esprime contrarietà rispetto ad alcuni strumenti e finalità contenuti nella mozione. Secondo la Cgil, la difficoltà delle imprese nel reperire lavoratori non può essere affrontata attraverso vantaggi fiscali o modificando gli equilibri tra Stato e Regione. Le cause principali sarebbero invece da ricercare nelle basse retribuzioni, nell’aumento del costo della vita e nella difficoltà di sostenere le spese per l’abitazione. Il sindacato contesta in particolare l’apertura di un tavolo con il Governo per ottenere maggiori competenze regionali in materia di contrattazione territoriale e fiscalità. Una strada che, secondo la Cgil, rischierebbe di alterare equilibri istituzionali delicati.
La stessa contrarietà riguarda la previsione di incentivi e fiscalità di vantaggio nelle Zone di innovazione e sviluppo. Per la Cgil, la competitività di queste aree dovrebbe dipendere dalla capacità delle imprese di investire nell’innovazione di processo e di prodotto, non dalla modifica delle regole fiscali.
Il nodo della partecipazione agli utili
Un altro punto contestato riguarda la possibilità di favorire forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese, sulla base della legge numero 76 del 2025. Secondo la Cgil, la partecipazione agli utili rischia di trasformarsi in un’alternativa alla redistribuzione salariale negoziata attraverso la contrattazione. Il problema sarebbe particolarmente evidente nelle piccole e medie imprese, dove spesso non esiste una vera contrattazione aziendale e non sono previsti organi di sorveglianza o gestione nei quali garantire la rappresentanza dei lavoratori. Per il sindacato, le risorse pubbliche possono aiutare a diffondere la contrattazione, ma non devono sostituire la responsabilità delle imprese nella distribuzione della ricchezza prodotta.
Cgil: “Serve salario fresco, non soltanto benefit”
La distanza più evidente riguarda il peso attribuito ai benefit non monetari. Secondo la Cgil, welfare aziendale, agevolazioni e prestazioni defiscalizzate non possono rispondere da soli alle difficoltà economiche delle famiglie. “Per rispondere alla pandemia salariale ancora in corso serve salario fresco nella contrattazione. Benefit non monetari, deducibili o defiscalizzati, non rispondono all’urgenza concreta di lavoratrici, lavoratori e famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese.” La richiesta è quindi che qualsiasi intervento regionale abbia come priorità l’aumento delle retribuzioni e la redistribuzione della produttività e della ricchezza generata dalle imprese. “Non servono scorciatoie fiscali né strumenti che rischiano di sostituire il salario contrattato con benefit o partecipazione agli utili.”
Il centrodestra deve smettere di alimentare il toto-nomi e individuare il prima possibile il candidato con cui tentare la conquista di Palazzo Marino nel 2027. A chiedere un’accelerazione è Ignazio La Russa, che invita la coalizione a chiudere la partita entro l’estate. “È ora di decidere”, afferma il presidente del Senato in un’intervista al Corriere della Sera. “Non possiamo permetterci di perdere altro tempo mettendo o lasciando che si mettano nomi nel frullatore. Entro l’estate un’indicazione dobbiamo darla.” Secondo La Russa, il confronto tra i partiti dovrebbe concentrarsi ormai esclusivamente sul profilo del candidato, perché l’intesa sui contenuti sarebbe già stata raggiunta. “Tenendo conto che siamo già uniti sul programma, basato su quattro temi chiave: sicurezza, urbanistica, innovazione e viabilità. Si tratta di trovare il nome giusto.”
“Non importa se politico o civico, conta la persona”
Il presidente del Senato non ritiene necessario stabilire in anticipo se il candidato debba provenire dai partiti oppure dalla società civile. Il criterio determinante, sostiene, deve essere la capacità di conquistare consenso e amministrare una città complessa come Milano. “Non esiste una categoria, esiste la persona. Se ad esempio civici come Flavio Cattaneo, Tronchetti Provera o Ruth Shammah mi dicessero che sono disponibili, direi ‘benissimo’, noi abbiamo bisogno di una persona capace, che attiri consensi, che sappia governare, che conosca il territorio, magari che abbia anche notorietà.” “Non importa l’appartenenza partitica, importa che sia la persona giusta”, aggiunge La Russa. Il candidato dovrebbe inoltre presentarsi agli elettori insieme a un primo nucleo della futura squadra di governo. “E, secondo me, dovrebbe essere accompagnato da una squadra di quattro possibili assessori già indicati prima del voto: civici (senza dover essere candidati) se sarà un politico, politici se sarà un civico. Si va assieme, in squadra.”
“Lupi? Confermo, è persona capace e nota”
Tra i nomi indicati negli ultimi mesi, La Russa torna a valorizzare quello di Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati ed ex assessore all’Urbanistica del Comune di Milano. “In una occasione ho detto che apprezzo Lupi, e lo confermo, è persona capace, nota, ha le caratteristiche del neo sindaco di Venezia: ha fatto il consigliere, l’assessore all’Urbanistica, in più è stato anche ministro ed è leader di un partito. Certamente lo vedrei come ottimo candidato.” Lupi dispone, nella valutazione del presidente del Senato, di un curriculum che unisce esperienza amministrativa, conoscenza della città e visibilità nazionale. Una combinazione che potrebbe renderlo competitivo nella sfida per la successione a Giuseppe Sala.
Tra i nomi anche Silvia Sardone
La Russa non limita però la rosa al leader di Noi Moderati. Tra i profili politici giudicati adeguati cita anche l’europarlamentare e vicesegretaria della Lega Silvia Sardone. “È valida anche Silvia Sardone, è donna, capace. Come sono validi pure alcuni nomi della società civile”, conclude.
La nuova stretta sulla vita notturna milanese rischia di trasformarsi in un caso politico per Palazzo Marino. Le ordinanze firmate dal Comune per regolamentare asporto, vendita di alcolici e utilizzo dei dehors nelle principali zone della movida entreranno in vigore giovedì 11 giugno, ma le critiche non arrivano soltanto dai partiti di opposizione e dagli esercenti. A contestare duramente il provvedimento è anche Michele Albiani, consigliere comunale del Pd e presidente della commissione Sicurezza, Coesione sociale e Vita notturna.
Una presa di posizione particolarmente significativa perché proveniente da un esponente della stessa maggioranza che sostiene la Giunta Sala. Albiani non si limita a chiedere alcune modifiche, ma mette in discussione l’impostazione complessiva delle ordinanze, il metodo seguito dal Comune e la capacità dell’amministrazione di governare la vita notturna. “Ero già contrario a questo provvedimento nella sua impostazione complessiva, e lo sono ancora di più oggi, dopo averne letto il testo definitivo“, dichiara il consigliere dem.
Albiani: “Divieti indiscriminati, i dehors non sono il problema”
Il punto maggiormente contestato riguarda l’ordinanza specifica per l’area Lazzaretto-Melzo, dove le restrizioni saranno più severe rispetto alle altre zone interessate. Dalle 22 alle 6 sarà vietata la vendita e la somministrazione per asporto di qualsiasi alimento o bevanda, comprese quelle analcoliche. Dalla mezzanotte, inoltre, non potranno più essere utilizzati i plateatici. “Le restrizioni nell’area Lazzaretto-Melzo vanno ben oltre quanto necessario per rispondere alla sentenza del Tribunale: il divieto di asporto di qualsiasi alimento e bevanda, anche analcolica, dalle 22 alle 6, insieme alla chiusura obbligatoria dei plateatici a mezzanotte, colpisce in modo indiscriminato attività che non hanno nulla a che fare con i fenomeni che si intende contrastare”, osserva Albiani.
Il presidente della commissione Sicurezza difende anche la funzione dei dehors, considerati non una causa dei problemi della movida ma una forma di controllo informale degli spazi urbani. “I dehors non sono il problema: al contrario, sono strumenti di presidio dello spazio pubblico, capaci di mantenere i contesti frequentati ordinati e abitati. Eliminarli non risolve nulla, sposta il problema.”
Il consigliere Pd contro sindaco e Giunta: “Questo è pressapochismo”
La contestazione di Albiani riguarda anche il percorso amministrativo seguito da Palazzo Marino. Le ordinanze sono state pubblicate il 9 giugno e diventano operative appena due giorni dopo. Alcune delle aree comprese nel testo definitivo, tra cui parti di Nolo e Bicocca, non erano inoltre indicate nell’avvio del procedimento del 16 maggio e non sarebbero quindi state oggetto di osservazioni da parte delle categorie interessate.
“Ma il vizio più grave è di metodo”, prosegue il consigliere Pd. “L’ordinanza pubblicata oggi entra in vigore dopodomani, con zone — tra cui vie di Nolo e Bicocca — che non comparivano nell’avvio di procedimento del 16 maggio e che quindi non hanno potuto essere oggetto di osservazioni da parte delle categorie interessate.”
Secondo Albiani, esercenti e imprenditori che avevano già programmato l’attività estiva vengono messi nella condizione di rivedere in poche ore turni, forniture e accordi commerciali. “Chi ha firmato contratti stagionali, programmato il personale, stipulato accordi con fornitori sulla base delle regole precedentemente comunicate, si trova oggi a dover ricominciare da capo in quarantotto ore. Questo non è governo del territorio, è pressapochismo.” L’attacco diventa poi direttamente politico: “Si conferma purtroppo l’incapacità di sindaco e giunta di affrontare con serietà e metodo la gestione della vita notturna della città: anni di rincorse emergenziali, nessuna visione organica, e il conto pagato ogni volta dalle stesse persone: chi lavora di notte e chi ci investe.”
Il timore per la sicurezza: “Meno locali aperti significa meno presidio”
Nella lettura di Albiani, la chiusura anticipata dei dehors e le restrizioni imposte agli esercizi commerciali potrebbero produrre un effetto opposto rispetto a quello cercato dal Comune. Con le attività costrette a chiudere prima, le strade potrebbero svuotarsi e diventare meno controllate. “Ho infine una preoccupazione concreta sulla sicurezza: se i locali chiudono prima del solito, le strade si svuotano prima. Meno occhi, meno presenza, meno presidio informale del territorio.” Il rischio riguarderebbe in particolare quartieri che negli ultimi anni hanno costruito parte della propria identità sulla presenza di locali, dehors e attività serali. “In quartieri come Nolo e Lazzaretto, che hanno costruito la propria identità anche sulla vivacità notturna, questo rischia di tradursi in un aumento dell’insicurezza percepita e reale. È un effetto che la giunta non sembra aver considerato”, conclude Albiani.
Palmeri: “La sinistra va in tilt sulla movida”
Le parole del consigliere dem vengono immediatamente rilanciate dall’opposizione. Manfredi Palmeri, capogruppo della Lista Civica in Consiglio comunale, federata con Noi Moderati, parla apertamente di una maggioranza ormai divisa sui provvedimenti fondamentali per la città. “Anche sul principale provvedimento per la gestione della movida, ossia le tanto attese Ordinanze annunciate come la soluzione agli enormi e numerosi problemi che colpiscono la Città sul tema, la Sinistra va in tilt. Ormai sui fondamentali questa maggioranza non c’è più…”, afferma Palmeri.
Il consigliere sottolinea la durezza delle accuse formulate da Albiani contro la stessa amministrazione sostenuta dal Pd: “Le parole del Presidente della Commissione Sicurezza, espressione del PD, sono durissime contro la Giunta, ben al di là di una possibile critica. Parla infatti di ‘incapacità di Sindaco e Giunta di affrontare con serietà e metodo la vita notturna della Città; anni di rincorsa emergenziali, nessuna visione organica’. Questa però è… concorrenza sleale all’opposizione! Nella gara sulla discontinuità a questa Giunta gli iscritti sono sempre di più, segno che Milano può, vuole e deve girare pagina”.
Anche Palmeri condivide alcune delle obiezioni nel merito, sostenendo che i divieti rischiano di colpire attività che rappresentano invece un presidio del territorio. “Ci sono comunque alcune critiche condivisibili, anche perché queste ordinanze colpiscono a caso, con l’effetto di da un lato di penalizzare dei presìdi di sicurezza, vivacità e attività economiche diminuendo la sicurezza e, come è facilmente prevedibile, al contempo non essere in grado di frenare le degenerazioni che rendono invivibili per i milanesi diverse aree della Città.”
“A Milano serve poter coniugare libertà e ordine e invece questi provvedimenti producono l’effetto contrario: restrizioni inutili e disordini consolidati. E in ogni caso, l’efficacia diventa nulla senza un piano completo e concreto di controlli sul loro rispetto”, conclude il capogruppo della Lista Civica.
Fratelli d’Italia: “Il Comune scarica il conto sugli esercenti”
Critiche altrettanto nette arrivano da Fratelli d’Italia. Deborah Dell’Acqua, vice coordinatore cittadino del partito a Milano, definisce l’ordinanza per Lazzaretto-Melzo “l’ennesima dimostrazione del fallimento delle politiche dell’amministrazione Sala nella gestione della movida cittadina”. “Dopo anni in cui residenti ed esercenti hanno segnalato problemi legati a degrado, schiamazzi, abusivismo e carenza di controlli, il Comune sceglie ancora una volta la strada più semplice: introdurre nuovi divieti e limitazioni. Una soluzione che rischia di penalizzare chi lavora e chi vive il quartiere senza affrontare realmente le cause delle criticità.”
Secondo Dell’Acqua, la sicurezza non può essere affidata soltanto alla riduzione degli orari e alla chiusura dei plateatici, ma richiede controlli e una presenza stabile sul territorio.
“La sicurezza e la vivibilità dei quartieri non si garantiscono abbassando le serrande o limitando i plateatici, ma attraverso una presenza costante sul territorio, controlli efficaci e una strategia chiara di prevenzione e presidio urbano. Dopo quasi dieci anni di amministrazione Sala, continuare a intervenire con ordinanze emergenziali significa ammettere che il problema non è mai stato realmente affrontato.”
Nel mirino il divieto di vendere gelati, acqua e bibite dopo le 22
Il passaggio più discusso resta il divieto, previsto nell’area Lazzaretto-Melzo, di vendere per asporto non soltanto alcolici, ma qualsiasi alimento o bevanda dopo le 22. Una misura che coinvolge gelaterie, pasticcerie, bar, attività artigianali, negozi di vicinato e distributori automatici. “Colpisce inoltre la scelta di vietare non soltanto la vendita per asporto di bevande alcoliche, ma anche di alimenti e bevande analcoliche“, afferma Dell’Acqua. “Una misura che finisce per colpire indistintamente attività che nulla hanno a che vedere con gli eccessi della movida, come gelaterie, pasticcerie e pubblici esercizi frequentati da famiglie e cittadini rispettosi delle regole.”
“È difficile comprendere quale beneficio per la sicurezza possa derivare dal vietare la vendita di un gelato, di una bottiglia d’acqua o di una bibita analcolica. Si rischia invece di danneggiare ulteriormente attività economiche che rappresentano un presidio positivo per il quartiere e che contribuiscono alla vitalità della città.” Per l’esponente di Fratelli d’Italia, il provvedimento non sarebbe in grado di distinguere tra le attività responsabili dei disagi e quelle che lavorano rispettando le regole.
“Quando un provvedimento colpisce allo stesso modo chi crea problemi e chi lavora correttamente, significa che manca la capacità di distinguere tra le cause del degrado e chi invece contribuisce ogni giorno alla qualità della vita urbana. Milano merita una movida sana, compatibile con il diritto al riposo dei residenti e con il diritto di lavorare degli esercenti, non l’ennesimo provvedimento che scarica sulle attività economiche le responsabilità dell’amministrazione.” “Prima il Comune ha lasciato crescere il problema. Oggi chiede a residenti ed esercenti di pagarne il conto”, conclude Dell’Acqua.
La protesta della gelateria Viel: “Un gelato dopo le 22 non può essere un reato”
Tra le attività coinvolte c’è anche la gelateria Viel di via Panfilo Castaldi. La titolare Silvia Viel contesta l’equiparazione tra esercizi come gelaterie e pasticcerie e i locali associati alla movida più rumorosa. “Abbiamo aperto la nostra gelateria in via Panfilo Castaldi con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento per il quartiere. Sicuramente non ci aspettavamo di essere equiparati ai locali della “movida” molesta. Comprare un gelato durante una passeggiata dopo le dieci di sera non può essere considerato un reato, così come non si può impedire ai cittadini di camminare tranquillamente senza disturbare nessuno.”
Viel sostiene inoltre che molte delle persone responsabili di schiamazzi e comportamenti molesti non acquistino alcolici nei locali della zona. “Il fatto che ci siano persone moleste – che peraltro di solito non consumano nei bar o nelle gelaterie, ma spesso girano con alcolici propri nello zaino disturbando il sonno dei residenti – non è certo colpa degli esercenti che operano onestamente in queste zone.”
Le nuove regole nelle dodici aree della movida
La prima ordinanza interessa dodici zone: Nolo, Isola, Sarpi, Cesariano, Arco della Pace, Como-Gae Aulenti, Garibaldi, Brera, Ticinese, Darsena e Navigli, Cinque Vie e Bicocca. Il provvedimento resterà in vigore fino al 2 novembre.
Nelle aree coinvolte, la vendita di alcolici nei negozi al dettaglio e attraverso i distributori automatici sarà vietata dalle 22. Per pubblici esercizi e attività artigianali, lo stop alla vendita e alla somministrazione per asporto di bevande alcoliche scatterà invece a mezzanotte. L’utilizzo dei plateatici sarà consentito fino all’una nei giorni feriali e fino alle 2 nelle notti tra venerdì e sabato, tra sabato e domenica e nei giorni festivi. Il commercio itinerante su area pubblica dovrà fermarsi alle 20. Nel testo definitivo sono state inserite la zona Bicocca, le vie Crespi e Termopili nell’area Nolo e il tratto di via Tortona compreso tra via Cerano e via Voghera nella zona Darsena-Navigli.
Lazzaretto-Melzo, la stretta imposta dopo la sentenza del Tribunale
Un secondo provvedimento riguarda esclusivamente Lazzaretto-Melzo ed è stato adottato dopo la sentenza del Tribunale di Milano numero 9566 del 2025, pubblicata l’11 dicembre, che ha condannato il Comune a far cessare le immissioni rumorose superiori alla normale tollerabilità. In quest’area, dalle 22 alle 6 sarà vietata la vendita e la somministrazione per asporto di alimenti e bevande di qualsiasi tipo, alcoliche e analcoliche. Resterà consentita la consegna a domicilio. I plateatici non potranno invece essere utilizzati dalla mezzanotte alle 6, mentre il commercio itinerante e qualsiasi forma itinerante di somministrazione di alimenti e bevande saranno vietati dalle 20 alle 6.
Ulrico Carlo Hoepli è morto martedì a Milano all’età di 91 anni. Era stato ricoverato al Policlinico per una polmonite bilaterale e, nei giorni scorsi, trasferito in un hospice. Con lui scompare una delle figure più rappresentative dell’editoria milanese: non solo il presidente della casa editrice Hoepli, ma anche l’uomo che per anni ha incarnato il legame tra la tradizione familiare, la libreria di via Hoepli e una certa idea di cultura tecnica, scientifica e civile profondamente radicata nella storia della città.
Padre di Giovanni, Matteo e Barbara Hoepli, Ulrico Carlo è stato a lungo il punto di equilibrio di una famiglia segnata negli ultimi anni da tensioni, contenziosi e scelte difficili. La sua morte arriva in un momento particolarmente simbolico: proprio mentre la storica libreria milanese ha già chiuso definitivamente e il palazzo di via Hoepli dovrà essere svuotato entro il 30 giugno.
Una dinastia editoriale nata nel 1870
La storia della famiglia Hoepli affonda le radici nel 7 dicembre 1870, quando Ulrico Hoepli, nato a Tuttwil, in Svizzera, rilevò a Milano una libreria già esistente e diede avvio alla casa editrice destinata a diventare uno dei marchi più riconoscibili del panorama culturale italiano. Il fondatore, morto nel 1935 senza eredi diretti, scelse come successore il nipote Carlo Hoepli. Dopo la Seconda guerra mondiale, Carlo fu affiancato dai figli Ulrico e Gianni. A partire dagli anni Sessanta, dopo la laurea in giurisprudenza, entrò nella direzione dell’impresa anche Ulrico Carlo Hoepli, rappresentante della quarta generazione familiare.
Sotto la sua guida, e poi con l’ingresso dei figli Giovanni, Matteo e Barbara, la casa editrice proseguì nel solco originario: editoria tecnico-scientifica, manualistica, scolastica, dizionari, testi professionali e libri pensati per la formazione. Una specializzazione che Hoepli ha sempre rivendicato come parte della propria identità, lontana dalle mode editoriali e fedele a una vocazione di lungo periodo.
L’artigiano del libro
Ulrico Carlo Hoepli amava definirsi, e veniva spesso raccontato, come un “artigiano del libro”. Per lui l’editoria non era soltanto produzione industriale, ma cura, qualità, equilibrio economico e attenzione alla durata. In una lunga intervista del 2010 aveva spiegato che il compito di chi lavora nei libri è adattarsi al nuovo senza perdere il rapporto con il passato. Era questa, forse, la sua cifra più evidente: la capacità di guardare alla modernità, dai supporti multimediali alla vendita online, senza rinunciare alla tradizione del libraio-editore. La Libreria Internazionale Hoepli, per lui, restava il cuore pulsante dell’azienda: un luogo non soltanto commerciale, ma identitario, capace di tenere insieme catalogo, lettori, librai e città.
La libreria come cuore della casa editrice
Hoepli rivendicava spesso la natura particolare dell’impresa familiare: una casa editrice nata da una libreria e rimasta legata al modello europeo del libraio-editore. Un’impostazione che, nella sua visione, permetteva di mantenere il controllo della filiera culturale, di conoscere direttamente i lettori e di custodire una libreria “di eccellenza” nel centro di Milano.
Via Hoepli, a pochi passi dal Duomo, non era quindi una sede qualsiasi. Era ilsimbolo di una continuità iniziata nell’Ottocento, sopravvissuta ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e ricostruita anche grazie all’impegno delle generazioni successive. Per 156 anni, quella libreria è stata un punto di riferimento per studenti, professionisti, tecnici, ingegneri, giuristi, appassionati di lingue, manuali e dizionari.
I manuali, la scienza e i “bei libri”
Nella storia della casa editrice, Ulrico Carlo Hoepli ha difeso la centralità dei settori tecnico-scientifici e manualistici. Il “Manuale dell’ingegnere”, pubblicato per la prima volta nel 1876 e arrivato a decine di edizioni, rappresentava uno degli esempi più forti di questa continuità. Accanto ai grandi testi professionali, Hoepli conservava anche un legame affettivo con titoli storici come “Pierino Porcospino”, piccolo classico di derivazione tedesca che l’editore amava ricordare come parte dell’eredità culturale della casa.
Per Hoepli, un libro doveva essere solido nei contenuti ma anche bello come oggetto. L’attenzione alla carta, ai caratteri, all’aspetto materiale del volume era parte integrante del mestiere. Non un dettaglio estetico, ma un modo per rispettare il lettore e dare durata al lavoro editoriale.
Il ruolo nell’editoria italiana ed europea
La figura di Ulrico Carlo Hoepli non è stata centrale solo per la storia della sua azienda. Nel corso della sua carriera ha ricoperto incarichi di rilievo nel mondo editoriale italiano e internazionale. È stato consigliere di amministrazione della Siae, consigliere e tesoriere dell’Associazione Italiana Editori, presidente e vicepresidente della Federazione Europea Editori e membro del consiglio esecutivo dell’Unione Internazionale Editori.
In questi ruoli ha rappresentato una generazione di editori abituata a ragionare in termini europei, ma con un forte radicamento nazionale e cittadino. Una visione coerente con le origini della famiglia, svizzere e mitteleuropee, e con la storia stessa di Milano, città di scambi culturali, professionali e linguistici.
La scomparsa nel momento più difficile per la libreria Hoepli
La morte di Ulrico Carlo Hoepli arriva mentre la storica libreria di via Hoepli è ormai entrata nella fase finale della sua chiusura. Il palazzo dovrà essere completamente svuotato entro il 30 giugno: scaffali, uffici, magazzini, volumi e arredi sono destinati a lasciare la sede che per oltre un secolo e mezzo ha identificato il marchio nel cuore della città. La coincidenza ha un forte valore simbolico. Mentre scompare l’uomo che più di altri ha tenuto insieme il filo della memoria familiare, si allontana anche la possibilità di conservare intatto uno dei luoghi culturali più riconoscibili di Milano.
Nelle prossime settimane si capirà se una parte dell’attività potrà essere salvata. Entro il 15 giugno è attesa la proposta della cordata di imprenditori che ha scelto come figura di riferimento Vittorio Graziani, storico libraio della Centofiori. L’obiettivo è rilevare l’attività e tentare di dare continuità alla tradizione della libreria, con una condizione considerata essenziale: mantenere, se possibile, un legame con la sede originaria.
Il contesto, però, è complesso. Il ramo scolastico è stato ceduto a Mondadori insieme al marchio Hoepli, elemento che renderebbe impossibile per un eventuale nuovo progetto utilizzare il nome storico nella forma attuale. Sullo sfondo resta anche la controversia familiare con Giovanni Nava, cugino di Barbara, Giovanni e Matteo Hoepli, oggi titolare del 33% della società e in attesa della decisione della Cassazione sulla richiesta di una diversa attribuzione delle quote.
Il lascito di Ulrico Carlo Hoepli
Nel ricordare il fondatore, Ulrico Carlo Hoepli diceva che il messaggio più importante lasciato alla famiglia era “andare avanti”: continuare a fare libri, mantenere viva la casa editrice, restare a Milano. È lo stesso filo che ha attraversato la sua vita professionale, dalla direzione dell’impresa familiare al lavoro nelle associazioni editoriali, dalla difesa della libreria alla capacità di accompagnare l’azienda verso il digitale. Con la sua scomparsa Milano perde un editore sobrio, colto, legato a un’idea concreta e artigianale del libro. Un uomo che ha vissuto la libreria non come semplice negozio, ma come presidio culturale. E che, fino alla fine, ha rappresentato una delle ultime grandi continuità tra la Milano ottocentesca dei librai-editori e la città contemporanea.
GreenYellow, player internazionale della transizione energetica, annuncia il completamento di un nuovo progetto per Dupol Next, società del Gruppo Sacchital attivo nel settore del packaging flessibile. Il progetto testimonia l’impegno della Società nell’affiancare le imprese italiane nella transizione energetica, mediante soluzioni chiavi in mano che combinano sostenibilità ambientale, ottimizzazione operativa e rafforzamento della competitività industriale.
L’impianto fotovoltaico rooftop da 700 kWp realizzato presso il sito produttivo di Zanica (BG) è stato completato ed è entrato in funzione a marzo, nell’ambito di un contratto della durata di 20 anni dedicato all’autoconsumo. Composto da oltre 1.300 pannelli fotovoltaici, l’impianto sarà in grado di produrre circa 800 MWh di energia all’anno, coprendo circa il 18% del fabbisogno energetico del sito produttivo. Il progetto consentirà inoltre di evitare l’emissione di oltre 335 tonnellate di CO₂ ogni anno, equivalenti al consumo energetico medio di oltre 400 famiglie.
Il progetto è stato completato in meno di 5 mesi dall’avvio dei lavori e a soli 9 mesi dalla firma del contratto, in anticipo rispetto alle tempistiche previste, a conferma della capacità di GreenYellow di garantire efficienza esecutiva, qualità e rispetto dei requisiti HSE lungo tutto il ciclo di sviluppo. GreenYellow ha gestito tutte le fasi di sviluppo del progetto, dalla progettazione alla costruzione dell’impianto, e continuerà a garantirne la gestione operativa e la manutenzione, consentendo a Dupol Next di accedere a energia rinnovabile con benefici immediati in termini di riduzione dei costi energetici e dell’impronta carbonica.
Marouby (GreenYellow Italia): “Un ulteriore passo verso la decarbonizzazione dell’industria italiana”
“Questo progetto rappresenta un ulteriore passo nel percorso di decarbonizzazione dell’industria italiana, a partire dal territorio. Siamo, quindi, orgogliosi di supportare Dupol Next e il Gruppo Sacchital nel loro percorso verso l’indipendenza energetica e la decarbonizzazione attraverso soluzioni su misurai in grado di rispondere alle esigenze operative del cliente”, dichiara Pierre Marouby, General Manager di GreenYellow Italia.
Luppi (Dupol Next): “Benefici tangibili in termini ambientali ed energetici”
“Siamo soddisfatti di aver completato questo progetto nei tempi previsti e di poter avviare la produzione di energia rinnovabile presso il nostro sito di Zanica. Questa iniziativa rappresenta un passo concreto nel percorso di sostenibilità industriale del Gruppo Sacchital, con benefici tangibili in termini ambientali ed energetici”, dichiara Alberto Luppi, Presidente di Dupol Next (Gruppo Sacchital).
GreenYellow continua così a supportare il tessuto industriale italiano con soluzioni energetiche innovative, contribuendo attivamente alla riduzione delle emissioni e alla diffusione di modelli produttivi più sostenibili.
Sarà forse un segno del destino o solo una coincidenza, vedetela come volete, ma Ulrico Carlo Hoepli è morto proprio mentre si abbassavano in via definitiva le serrande della storica libreria di famiglia. Il padre di Giovanni, Matteo e Barbara si è spento martedì a Milano all’età di 91 anni. Era stato ricoverato al Policlinico a causa di una polmonite bilaterale e, la settimana scorsa, era stato trasferito in un hospice. Con lui scompare la figura che per decenni ha rappresentato il punto di equilibrio di una dinastia attraversata da profonde tensioni e contenziosi, esattamente nel momento in cui l’icona culturale milanese è arrivata alla fine della sua corsa.
Sgombero entro il 30 giugno e cessione del marchio
La libreria a pochi passi dal Duomo ha già chiuso definitivamente al pubblico. Entro il 30 giugno l’intero palazzo dovrà essere completamente svuotato: scaffali, uffici e magazzini dovranno essere liberati. Un passaggio materiale che allontana sempre di più la prospettiva di conservare intatto il luogo in cui, per 156 anni, generazioni di milanesi hanno cercato libri, manuali e dizionari. Nel frattempo, la procedura di liquidazione ha progressivamente smontato il gruppo editoriale. Il ramo della scolastica è stato ufficialmente ceduto a Mondadori, e con esso è passato di mano anche il marchio Hoepli. Un dettaglio tecnico fondamentale per il futuro: chi dovesse riuscire a rilanciare la libreria non potrà utilizzare il nome storico nella sua forma attuale e sarà costretto a individuare una soluzione diversa.
L’offerta della cordata Graziani e il piano da 20 milioni respinto
Nelle prossime settimane si capirà se qualcosa potrà ancora essere salvato. Entro il 15 giugno è attesa la proposta formale di una cordata di imprenditori che ha scelto come figura di riferimento Vittorio Graziani, storico libraio della Centofiori. L’obiettivo è rilevare l’attività e provare a dare continuità alla tradizione. La condizione “sine qua non” che apparirà nella proposta di acquisto, tuttavia, è mantenere la libreria nella sede originaria, un’operazione resa difficile dallo svuotamento dell’immobile ormai avviato. In precedenza, sul tavolo della liquidatrice Laura Limido era arrivata un’altra offerta. La società DaB, di Vittoria Loro Piana e Raffaella Redaelli de Zinis, aveva messo a disposizione oltre 20 milioni di euro per conservare l’integrità del gruppo, salvaguardare gran parte dei posti di lavoro e trasformare via Hoepli in un hub dedicato alla cultura e alla formazione. La proposta non è stata presa in considerazione e il percorso della liquidazione è proseguito senza intoppi.
Il nodo giudiziario in Cassazione
Su questa fase conclusiva e sul futuro dell’azienda continua a pesare la lunga faida legale interna alla famiglia. Giovanni Nava, cugino dei tre fratelli Barbara, Giovanni e Matteo Hoepli, detiene attualmente il 33 per cento della società. La disputa societaria non è ancora chiusa: Nava attende proprio entro il mese di giugno la sentenza della Corte di Cassazione in merito alla sua richiesta per una diversa attribuzione delle quote. Una battaglia giudiziaria che da anni accompagna la storia della dinastia e che resta lo scenario di fondo del definitivo smembramento del gruppo.
Condizioni di lavoro “degradanti” fatte di “minacce e di negazioni”. Operai che in caso di “infortunio” ricevano “cure e medicinali” nel “cantiere” del Consolato Usa di Milano con “l’intimazione di riprendere immediatamente le proprie mansioni”. Con queste parole la giudice per le indagini di Milano, Angelica Cardi, ha descritto lo “sfruttamento” nel progetto di rigenerazione urbana da 200 milioni di dollari in piazzale Accursio. Nel decreto di controllo giudiziario della società americana che si è detta pronta a collaborare con gli inquirenti, la giudice segnala che lo stipendio ai manovali stranieri è “quasi totalmente esautorato” dal “debito contratto” in India “per dare inizio al rapporto lavorativo”, le 590mila rupie pagate dai lavoratori alla ditta intermediaria di Nuova Dehli, Dynamic House, per dare vita al rapporto di distacco internazionale intra-societario di manodopera.
Le testimonianze agli atti descrivono la “giornata lavorativa” in Italia come in “violazione” delle leggi sull’orario di lavoro, le ferie, i giorni di malattia: “Dodici ore per sei giorni su 7” senza “riposo” oltre alla “domenica” o “malattia” scrive la giudice per le indagini preliminari. Sarebbero “univoche” le dichiarazioni dei manovali anche con riferimento a uno degli indici del caporalato, lo “stato di bisogno”. Gli operai di Caddell Construction hanno detto la verità, sono “attendibili” e le dichiarazioni sulle “difficoltà incontrate anche solo per sopravvivere” sono “equilibrate”, coerenti”, “collimanti” e “mai amplificate”.
L’inchiesta sul meccanismo sulle doppie buste paga (payslip) fra India e Italia, che ha fatto emergere retribuzioni reali fra gli 1-2 euro l’ora e fittizie dichiarate nelle penisola fra i 3-5 euro l’ora. Paghe “difformi” non solo dal contratto collettivo nazionale dell’edilizia ma “radicalmente incompatibili” con il “valore soglia” della “povertà lavorativa”, si legge nelle 38 pagine del provvedimento, e con l’articolo 36 della Costituzione volto a garantire una esistenza “libera e dignitosa”. Lo “scostamento” medio con la soglia di povertà è del 51,01 per cento. Ciò “non sembra frutto di estemporanee iniziative di soggetti inseriti nell’organigramma delle società”, ha scritto la gip motivando le esigenze cautelari al controllo giudiziario, descrivendo il quadro che emerge dagli atti come una “consuetudine aziendale”.
È emerso, sostiene la giudice, “l’utilizzo di veri e propri metodi intimidatori e minacciosi” da parte del manager Ulas Demir, ora in carcere. Nel provvedimento, accogliendo la richiesta di convalida del decreto d’urgenza dei pm Paolo Storari e Mauro Clerici nelle indagini dei carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro, ripercorre gli accertamenti e le contestazioni. Nel frattempo, nei giorni scorsi la Procura ha fermato per pericolo di fuga (provvedimenti convalidati con ordinanze di custodia in carcere) sia Demir che il presunto “caporale operativo”, l’indiano Aji Appukuttan. L’amministratore giudiziario nominato, Francesco Brigatti, dovrà ora, spiega la gip, “affiancare gli imprenditori nella gestione dell’azienda”, riferendo alla giudice ogni tre mesi, o comunque ogni volta che emergeranno eventuali “irregolarità”, per impedire che si verifichino ancora “situazioni di grave sfruttamento lavorativo”.
La gip ricorda che tra marzo e fine maggio gli investigatori hanno ascoltato a verbale oltre trenta lavoratori (poi le audizioni sono andate avanti anche dopo il 29 maggio). In una consulenza, disposta a fine maggio dai pm e affidata a tre esperti, viene messo in luce il “contesto di dipendenza economica iniziale, esposizione debitoria, vulnerabilità linguistica e ridotto potere negoziale” dei manovali, centinaia impiegati nel cantiere. I documenti “firmati dinanzi ad Aji” sarebbero stati modificati “a loro insaputa”. Dovevano versare soldi per vitto e alloggio e, tolta una parte che mandavano alle famiglie, rimaneva loro spesso solo la somma di 150 euro al mese. Nei verbali sono riportati gli “insulti quotidiani” e le “minacce”. Nessuna “tutela e garanza” e “ritmi di lavoro serrati”. In molti hanno raccontato di non avere “altra scelta”. Un lavoratore ha riferito anche di aver fatto “denuncia perché sono stato ingiustamente licenziato”. Il 9 dicembre 2025 un operaio è stato “cacciato” dall’hotel dove soggiornavano e ha dormito “alcune notti fuori al freddo”. In gran parte erano, si legge ancora nell’ordinanza, in una “situazione disperata”.
Una colazione al bar che costa quanto un pranzo veloce. È quanto accaduto a Milano, dove uno scontrino da 18 euro per due cappuccini e due brioche ha scatenato nuove polemiche sul caro-vita e sui prezzi nel centro della città. La segnalazione, pubblicata dal Corriere della Sera, arriva da un cliente rimasto sorpreso dal conto ricevuto dopo una consumazione in una pasticceria situata tra piazza Duomo e Cordusio, una delle zone più frequentate e prestigiose del capoluogo lombardo. Nel dettaglio, il conto comprendeva due cappuccini e due brioche, tutti venduti a 4,50 euro ciascuno. Il totale finale è stato quindi di 18 euro, una cifra che ha sorpreso il cliente e che ha rapidamente attirato l’attenzione per il suo valore ben al di sopra della media di una tradizionale colazione al bar.
A segnalare il caso è stato Massimo Minoliti, che al Corriere ha espresso il proprio disappunto per il costo della consumazione: “Buongiorno, a proposito di prezzi e costo della vita: quanto costa far colazione in centro a Milano? Invio una foto di uno scontrino relativo alla consumazione di due cappuccini e due brioche in una pasticceria tra Duomo e Cordusio che ritengo una follia di questa città. Un cappuccino 4,50 euro, per due 9,00 euro. Brioche farcita 4,50 euro, per due 9,00 euro. Totale complessivo, 18,00 euro di cui 1,64 Iva. Comprendo che nel centro storico di Milano i prezzi siano generalmente più elevati rispetto ad altre zone della città, ma spendere 18 euro per due cappuccini e due brioche mi sembra davvero eccessivo”, ha dichiarato.
Prezzi giustificati o eccessivi? Il dibattito si accende
Sul caso si è acceso anche un ampio dibattito tra i lettori. Da una parte c’è chi ritiene che prezzi simili siano una conseguenza inevitabile della posizione del locale, e ha evidenziato come nel centro di Milano non si paghi soltanto il prodotto, ma anche il contesto, il servizio e la location. Secondo questa visione, i consumatori hanno sempre la possibilità di consultare il listino prima di ordinare e decidere se effettuare o meno l’acquisto. Dall’altra parte, invece, c’è chi considera cifre di questo tipo sproporzionate per una semplice colazione, e sostiene che il crescente aumento dei prezzi stia rendendo la città sempre meno accessibile anche a chi dispone di redditi medio-alti.
Un passeggero su tre dichiara di aver subito almeno una molestia sui mezzi pubblici. È il dato che colpisce maggiormente nella ricerca “Sentirsi al sicuro sui mezzi pubblici: una priorità per tutti”, realizzata dall’Università Statale di Milano insieme all’Agenzia del trasporto pubblico locale della Città metropolitana di Milano, Monza e Brianza, Lodi e Pavia.
L’indagine, presentata nell’Aula Magna di via Festa del Perdono come ripotano i media milanesi, ha raccolto le risposte di oltre 3.500 persone appartenenti alla comunità universitaria, tra studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo. Un campione numericamente ampio, che consente di individuare tendenze significative, ma che rappresenta una popolazione specifica e non l’insieme degli utenti del trasporto pubblico lombardo. Un elemento metodologico importante per interpretare correttamente i risultati.
Dai contatti fisici ai furti: le tipologie
Il quadro che emerge racconta comunque una percezione di insicurezza diffusa. Oltre l’80% degli intervistati utilizza abitualmente il trasporto pubblico come principale mezzo di spostamento e quasi il 30% riferisce di aver vissuto direttamente episodi di molestie o comportamenti ritenuti intimidatori. Le esperienze riportate variano sensibilmente a seconda del genere. Tra le donne prevalgono gli apprezzamenti verbali indesiderati e i contatti fisici inappropriati. Tra gli uomini, invece, emergono soprattutto minacce, aggressioni e furti. Una differenza che riflette forme diverse di vulnerabilità nello spazio pubblico e che contribuisce a modellare la percezione del rischio.
Più ancora degli episodi denunciati, a colpire è il senso di solitudine raccontato da molte vittime. In una larga maggioranza dei casi, infatti, chi assiste non interviene. Lo studio richiama il cosiddetto “bystander effect“, il fenomeno per cui i testimoni di una situazione problematica tendono a non agire, spesso pensando che lo farà qualcun altro oppure per timore di esporsi personalmente.
I livelli di insicurezza percepita
La ricerca evidenzia inoltre come il timore non sia distribuito in modo uniforme. Donne, anziani, persone con disabilità e appartenenti a minoranze etniche dichiarano livelli di insicurezza più elevati rispetto alla media. Le fasce orarie serali e le zone periferiche sono indicate come i contesti in cui la percezione del rischio aumenta maggiormente.
Un aspetto particolarmente interessante riguarda le conseguenze concrete di questa percezione. Per molti intervistati il problema non si limita al disagio psicologico: la paura modifica le abitudini quotidiane, induce a evitare determinati percorsi o orari e, nei casi più estremi, può limitare la libertà di movimento. È su questo punto che insistono i promotori dello studio, sottolineando come la sicurezza percepita sia una componente essenziale della qualità del servizio, al pari dell’efficienza e della puntualità.
I risultati mostrano anche che la sicurezza non dipende soltanto dalla presenza di reati o comportamenti illeciti. Illuminazione delle fermate, pulizia degli ambienti, affollamento, presenza di personale e qualità degli spazi influenzano in modo significativo il senso di protezione dei passeggeri. In altre parole, la sicurezza percepita nasce dall’insieme delle condizioni che accompagnano l’esperienza di viaggio. Tra le proposte avanzate dagli intervistati figurano il rafforzamento della presenza visibile di personale e forze dell’ordine, l’estensione dei sistemi di videosorveglianza, il miglioramento dell’illuminazione e delle infrastrutture, oltre a campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini per favorire una maggiore responsabilità collettiva.
Lo studio non pretende di misurare in termini assoluti il fenomeno delle molestie sui mezzi pubblici, ma offre una fotografia significativa di una popolazione che utilizza quotidianamente metro, treni, tram e autobus. Un’indicazione che, pur non essendo automaticamente estendibile a tutti gli utenti del trasporto pubblico, evidenzia come il tema della sicurezza percepita sia ormai parte integrante del dibattito sulla mobilità urbana e sull’accessibilità delle città.
Il taser potrebbe entrare stabilmente nella dotazione della Polizia locale di Milano, ma il via libera della maggioranza non è ancora scontato. La delibera che prevede l’introduzione permanente dell’arma a impulsi elettrici è approdata in Consiglio comunale, dove il Partito democratico ha annunciato un orientamento favorevole subordinato, però, all’approvazione di alcuni emendamenti. Sul provvedimento sono state depositate dieci proposte di modifica: sei arrivano dai gruppi di maggioranza e quattro dall’opposizione. La discussione lunedì sera non si è conclusa e il voto è stato rinviato alla prossima seduta dell’aula.
Il sì condizionato del Partito democratico
Il punto centrale della posizione del Pd riguarda la necessità di monitorare gli effetti dell’introduzione del taser e di sottoporre l’utilizzo dello strumento a una nuova valutazione dopo il primo anno. “Abbiamo deciso di dire sì al taser ma è un sì condizionato perché ci sono ancora delle questioni non risolte”, ha spiegato ad Ansa a margine dei lavori il consigliere comunale del Pd e presidente della commissione Sicurezza Michele Albiani. La disponibilità dei democratici si accompagna anche alla richiesta di interventi a sostegno della Polizia locale, dalla formazione degli agenti al rafforzamento del servizio notturno, fino al numero delle volanti presenti sul territorio.
Una relazione completa dopo dodici mesi
Tra gli emendamenti presentati dalla maggioranza, uno viene considerato decisivo per il voto finale. “Ci sarà un emendamento che possiamo definire ‘cardine’ che avrà una scadenza di 12 mesi entro i quali il comandante della Polizia locale dovrà relazionare in maniera completa al sindaco i risultati legati all’introduzione dell’arma a impulsi elettrici. Al termine del primo anno ci sarà una relazione”, ha aggiunto Albiani. La verifica dovrebbe quindi consentire all’amministrazione di valutare modalità di impiego, risultati ottenuti ed eventuali criticità emerse nei primi dodici mesi di utilizzo stabile.
Le perplessità sulla sperimentazione
La precedente fase sperimentale, durata sei mesi e terminata lo scorso gennaio, non avrebbe fornito elementi sufficienti per una valutazione definitiva. Secondo Albiani, la sperimentazione è stata “riconosciuta da tutti come fallimentare”. L’approvazione degli emendamenti potrebbe contribuire a superare le resistenze ancora presenti all’interno della maggioranza e convincere anche i consiglieri che nelle scorse settimane avevano espresso dubbi sull’introduzione permanente del taser. La decisione definitiva resta dunque sospesa: il confronto proseguirà nella prossima riunione del Consiglio comunale, quando gli emendamenti saranno sottoposti al voto insieme alla delibera.
Venticinque anni dopo la prima parata organizzata a Milano nel 2001, il Pride torna a interrogarsi sul significato di scendere in piazza in un momento storico segnato da nuove tensioni sui diritti civili. È questo il messaggio emerso durante la conferenza stampa di presentazione del Milano Pride 2026, in programma l’8 giugno a Palazzo Marino. Alla conferenza sono intervenuti l’assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano Lamberto Bertolé, la presidente di Cig Arcigay Milano Alice Redaelli, Francesco Pintus di Milano Pride, Gianluca Trezzi di Checcoro ed Elisa Ruscio di Acet, in rappresentanza delle realtà che organizzano l’evento. L’edizione di quest’anno coincide con il venticinquesimo anniversario della manifestazione e culminerà il 27 giugno con la tradizionale parata che attraverserà la città fino all’Arco della Pace. Gli organizzatori prevedono oltre 350mila partecipanti e un Pride Month diffuso che coinvolgerà Milano con quasi 200 iniziative tra dibattiti, eventi culturali, spettacoli, momenti sportivi e attività dedicate alla salute e alla prevenzione.
“Il Pride, come dice la stessa parola, porta in piazza l’orgoglio di centinaia di migliaia di persone che con fierezza manifestano una diversità che è da sempre caratteristica intrinseca della nostra società, ma che per lungo tempo è stata costretta a nascondersi”, ha dichiarato Bertolé. “Il 27 giugno questi ‘corpi in rivolta’ sfileranno coraggiosamente per i diritti ancora negati, contro ogni forma di discriminazione e per riaffermare l’importanza dell’autodeterminazione e dell’affermazione di sé, soprattutto in un momento storico in cui tutto questo viene messo in discussione. Il Comune vuole essere parte attiva di questa giornata di festa e rivendicazione, con il patrocinio e con la presenza alla parata e sul palco del Pride, appuntamento irrinunciabile del giugno milanese”. Un concetto che ritorna anche nelle parole di Alice Redaelli. “Questa venticinquesima edizione rappresenta un giro di boa importante”, spiega a ilfattoquotidiano.it. “Ci ha portato a riflettere su quanto sia cresciuta la manifestazione. Nel 2001 ci fu la prima parata senza sapere quale sarebbe stato il riscontro della città. Oggi il Milano Pride è cresciuto tantissimo, è diventato più ampio, più partecipato e più intersezionale. In questi anni ha aggiunto nuovi spazi di condivisione, nuovi eventi e nuove occasioni di confronto”.
Dietro la dimensione celebrativa, però, resta forte quella politica. “Oggi più che mai la partecipazione è fondamentale”, sottolinea Redaelli. “Serve una partecipazione coraggiosa, come fu quella del 2001. Ci troviamo a vedere anniversari importanti, come i dieci anni dalla legge sulle unioni civili e i venticinque anni del Milano Pride. È importante riconoscere che i passi avanti sono stati fatti, ma bisogna anche garantire il pieno riconoscimento di tutte le persone. Ci troviamo in un periodo storico in cui anche i diritti acquisiti non sono diritti scontati per sempre”. Per questo il documento politico che accompagna il Pride rilancia una serie di richieste rivolte alle istituzioni. Tra queste l’introduzione dell’educazione affettiva e relazionale nelle scuole, una riforma del diritto di famiglia che riconosca pienamente tutte le famiglie, il riconoscimento del genitore sociale, l’accesso alle adozioni per le coppie omogenitoriali e il superamento delle unioni civili attraverso l’introduzione del matrimonio egualitario. Particolare attenzione viene dedicata alle persone transgender, considerate tra le più esposte a discriminazioni e violenze. Le associazioni chiedono una semplificazione dei percorsi di affermazione di genere e un sostegno più efficace sia dal punto di vista sanitario sia da quello normativo.
Anche quest’anno tra i patrocini richiesti dagli organizzatori non compare quello della Regione Lombardia. Un’assenza che il coordinamento del Pride sottolinea da anni. “Noi come ogni anno mandiamo diverse richieste di patrocinio”, osserva Redaelli. “Crediamo che una manifestazione che ha raggiunto una rilevanza nazionale meriti che le istituzioni si spendano per la tutela di tutte le persone, senza fare distinzioni. Se il Pride è uno strumento di cambiamento sociale, il silenzio assordante della Regione Lombardia parla da solo”. Un riferimento che arriva mentre il Milano Pride può invece contare sul patrocinio del Comune di Milano, della Città Metropolitana e della Commissione europea. Molti dei problemi denunciati dal movimento, spiegano gli organizzatori, continuano a essere aggravati dall’assenza di adeguate tutele legislative. “Non è una sensazione”, osserva Redaelli. “La nostra helpline Pronto ha registrato un incremento significativo delle richieste di aiuto nell’ultimo triennio. Esiste inoltre un clima di incertezza alimentato dalla retorica di una parte della classe politica che adotta linguaggi capaci di sdoganare atti discriminatori”.
Il Milano Pride rivendica anche la propria dimensione internazionale e intersezionale. “Per noi è sempre stato essenziale che il Pride potesse parlare oltre qualunque confine”, afferma la presidente di Cig Arcigay Milano. “Parliamo delle istanze della comunità LGBTQIA+, ma anche di questioni che sono profondamente interconnesse. Sappiamo che le oppressioni si parlano tra loro e sono sistemiche. Abbiamo l’onore di organizzare un Pride molto visibile e partecipato e sentiamo il dovere di utilizzare quello spazio per dare voce anche a chi vive situazioni drammatiche e a battaglie che riguardano i diritti umani nel loro complesso”. Anche nell’edizione 2026 ci saranno le Pride Square, che dal 24 al 26 giugno ospiteranno quasi cinquanta appuntamenti tra talk, dibattiti, arte e intrattenimento. Il Pride Month, invece, porterà iniziative in tutta la città, dal centro alle periferie. “Ci ha aiutato molto costruire rapporti con associazioni che operano nelle periferie”, spiega Redaelli. “Il Pride è il Pride della città. Non riguarda soltanto Porta Venezia o il centro storico. Vogliamo che possa generare relazioni e partecipazione in tutti i quartieri”.
Gli ultimi mesi si è registrato un progressivo arretramento delle politiche di diversity, equity e inclusion da parte di alcune grandi aziende, soprattutto negli Stati Uniti ma non solo, con possibili ripercussioni sul sostegno economico alle manifestazioni LGBTQIA+. Redaelli invita però alla cautela: “C’è un’offensiva evidente contro le politiche di diversity e inclusion, che ha avuto effetti anche in Italia con il ritiro di alcune grandi aziende. Tuttavia, nonostante la rinuncia di alcuni sponsor anche importanti, altri sono subentrati e il quadro è rimasto stabile. Va inoltre ricordato che nel nostro Paese le aziende hanno budget più limitati rispetto ad altri contesti. Lo scorso anno i risultati si sono mantenuti stabili e anche quest’anno ci aspettiamo numeri simili”. “Il dato più interessante”, prosegue, “è che molte aziende che hanno investito su questi temi hanno ormai strutture e percorsi dedicati alla diversity e inclusion che stanno cercando di preservare. I passi avanti fatti in passato oggi contribuiscono a tutelare quel lavoro nonostante i passi indietro, segno che inclusione e diritti non sono una moda del momento”.
Guardando al futuro, CIG Arcigay Milano lancerà anche il percorso “Milano Queer 2050“, una serie di incontri che coinvolgeranno esponenti politici, amministratori e futuri candidati alla guida della città. “Milano ha fatto tanti passi avanti, ma può fare ancora molto”, conclude Redaelli. “Parleremo di temi che riguardano tutta la cittadinanza: accesso al lavoro, crisi abitativa, welfare. Le persone LGBTQIA+ non sono solo persone LGBTQIA+. Sono lavoratori, studenti, cittadini. Quando parliamo di diritti parliamo del futuro della città nel suo insieme”.
La violenza fuori da un locale, poi la corsa in ospedale, infine in Questura. È l’incubo vissuto da una studentessa universitaria spagnola, di 20 anni, a Milano in Erasmus, vittima – secondo l’Ansa – di una violenza sessuale di gruppo. Il fatto si è verificato nella notte tra il 22 e il 23 maggio scorso alla fine di una serata in discoteca in via Corelli, periferia est del capoluogo lombardo.
La Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, e la Squadra mobile della polizia stanno indagando per arrivare ad identificare gli aggressori, quattro o cinque, che hanno abusato della giovane fuori dal locale e in un’auto. La ragazza, dopo le violenze, accompagnata da un’amica, è andata in ospedale, dove sono stati accertati gli abusi, e poi in Questura a denunciare.
Da quanto si apprende, la giovane, che frequentava col progetto Erasmus una nota università milanese, era andata in discoteca per passare una serata di divertimento con una sua amica. Lì è stata agganciata da alcune persone che, una volta all’esterno, l’hanno prima trascinata in una via appartata e poi dentro una macchina, dove avrebbe subito le violenze. La studentessa in stato di choc è stata portata, poi, da un’amica in taxi in un ospedale per le visite. Gli abusi sono stati accertati dalla clinica Mangiagalli specializzata in casi di questo genere. Nelle ore successive la denuncia alla polizia. È stato subito attivato il “codice rosso” ed è stato aperto un fascicolo, al momento a carico di ignoti, coordinato dal pool di contrasto ai reati sessuali, guidato dalla pm Letizia Mannella. La ragazza è stata anche ascoltata a verbale per ricostruire le terribili violenze subite e ha cercato di fornire dettagli utili sugli stupratori. Successivamente è rientrata in Spagna dalla sua famiglia. Inquirenti e investigatori stanno lavorando da giorni per arrivare ad individuare gli autori.