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Così Irini diventa il volto della nuova assertività europea in mare
Il 7 giugno una nave dell’operazione europea Irini ha effettuato un flag verification boarding della MV Sandhya in alto mare nell’ambito delle attività europee di contrasto alla cosiddetta shadow fleet russa. L’ispezione è arrivata pochi giorni dopo un’analoga operazione condotta il 1° giugno sulla MV Oneiroi e a meno di un mese da un precedente intervento sulla MV Nelsa, effettuato l’11 maggio. Le attività dell’operazione europea nel Mediterraneo raccontano qualcosa che va oltre la verifica di singole imbarcazioni sospettate di utilizzare una falsa registrazione di bandiera. Queste attività rappresentano uno dei segnali più evidenti dell’evoluzione in corso all’interno di IRINI e, più in generale, della crescente attenzione dell’Unione Europea verso la sicurezza marittima nel Mediterraneo.
Le operazioni sono state condotte sulla base dell’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), che consente alle navi militari di esercitare il diritto di visita in presenza di fondati sospetti relativi alla nazionalità di una nave. L’obiettivo è verificare l’autenticità della bandiera dichiarata quando emergono incongruenze documentali o comportamentali, condividendo poi le informazioni raccolte con gli Stati membri e le autorità competenti.
Dal punto di vista operativo si tratta di procedure previste dal diritto internazionale. Dal punto di vista politico, però, il loro significato è più ampio. Nata nel 2020 per contribuire all’attuazione dell’embargo sulle armi verso la Libia, Irini ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione. L’evoluzione del quadro di sicurezza regionale e il rafforzamento delle attività legate alla Maritime Situational Awareness hanno portato l’operazione ad assumere compiti che vanno oltre il dossier libico, pur mantenendo con esso il legame diretto.
La crescente attenzione verso le reti marittime utilizzate per aggirare i regimi sanzionatori europei si inserisce in questo percorso. Le attività di flag verification boarding vengono considerate a Bruxelles uno strumento utile per aumentare la trasparenza del traffico marittimo e ridurre le aree di opacità che caratterizzano una parte delle attività commerciali nel Mediterraneo.
D’altronde, la proliferazione di navi che operano con registrazioni sospette o con identità poco chiare rappresenta un problema che va oltre il singolo caso. Il rischio percepito è quello di una progressiva erosione delle regole che governano gli spazi marittimi, con la creazione di zone grigie suscettibili di essere sfruttate da attori statali e non statali.
Da qui la convinzione, sempre più diffusa nelle istituzioni europee, che l’Unione non possa limitarsi a monitorare tali fenomeni ma debba dimostrare la capacità di intervenire utilizzando gli strumenti previsti dal diritto internazionale.
La traiettoria di Irini si inserisce dunque in una riflessione più ampia sul ruolo dell’Europa come attore di sicurezza. Negli ultimi mesi il Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas) ha più volte richiamato la necessità di rafforzare la presenza europea negli spazi marittimi strategici, mentre l’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha insistito sulla necessità che l’Europa sia in grado di proteggere in modo più efficace i propri interessi e il proprio vicinato.
In questo quadro, l’operazione nel Mediterraneo viene sempre più spesso considerata come uno dei pochi strumenti europei capaci di produrre effetti tangibili sul terreno. Non soltanto monitoraggio e raccolta di informazioni, ma anche attività in grado di esercitare una forma di pressione concreta sul traffico marittimo ritenuto sospetto.
All’interno dell’operazione questa maggiore assertività viene interpretata come un test della credibilità europea. La questione non riguarda soltanto la shadow fleet o l’applicazione delle sanzioni: il piano si sposta sulla capacità dell’Unione di agire come security provider in un’area che considera strategica come il Mediterraneo.
La percezione è che Bruxelles stia cercando di evitare che il bacino di raccordo geostrategico tra Europa e Asia diventi uno spazio caratterizzato da una crescente competizione incontrollata tra potenze esterne. In questo senso, le attività di Irini assumono anche una valenza di deterrenza e di presenza politica.
I boarding effettuati nelle ultime settimane non modificano da soli gli equilibri del Mediterraneo. Segnalano però una tendenza più ampia: la volontà dell’Unione Europea di utilizzare in modo più sistematico gli strumenti marittimi a propria disposizione per difendere regole, interessi e credibilità strategica. È una trasformazione ancora in corso. Ma i casi Sandhya, Oneiroi e Nelsa suggeriscono che il cambiamento sia già visibile sul mare. D’altronde, ad aprile, era stato il comandante dell’operazione, il contrammiraglio Marco Casapieri, a parlare con Decode39 di questa “nuova fase” dell’operazione, necessaria davanti l’evoluzione delle minacce.
Portugal continental enfrenta temperaturas elevadas entre quarta-feira e sábado
Portugal continental vai registar temperaturas elevadas entre 10 e 13 de junho, com a temperatura máxima a variar na sexta-feira entre os 35 e os 40 graus Celsius, adiantou hoje o Instituto Português do Mar e da Atmosfera (IPMA). Na quarta-feira (dia 10), a temperatura máxima irá variar entre os 25 e os 35ºC, com “exceção de alguns locais da faixa costeira, onde serão ligeiramente inferiores”…
- Il Fatto Quotidiano
- Castello delle Cerimonie, il Consiglio di Stato respinge il ricorso. Revocate le licenze all’hotel “La Sonrisa”: “Doccia gelata per i Polese”
Castello delle Cerimonie, il Consiglio di Stato respinge il ricorso. Revocate le licenze all’hotel “La Sonrisa”: “Doccia gelata per i Polese”
“Il Castello delle Cerimonie” è appeso a un filo. Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso che la famiglia Polese, proprietaria della struttura a Sant’Antonio Abate, in provincia di Napoli, aveva presentato nella speranza di ribaltare l’ordinanza del Tar Campania, il quale aveva confermato la revoca delle licenze da parte del Comune.
L’ultimo colpo di scena
Come riporta Il Mattino, la sentenza delle scorse ore – una “doccia gelata” per i Polese come si legge sulla testata locale Metropolis – “dispone l’udienza pubblica per il prossimo 24 novembre per la decisione definitiva nel merito”. Nel frattempo, però, valgono gli atti del comune guidato dalla prima cittadina Ilaria Abagnale. Tra le ragioni che hanno spinto i giudici a pronunciarsi in questo senso c’è la sentenza definitiva del febbraio 2024 secondo cui i locali dell’hotel “La Sonrisa” sono abusivi e senza la destinazione turistica-ricettiva. Il provvedimento è stato firmato dai magistrati della Settima Sezione del Consiglio di Stato: il presidente Massimiliano Noccelli e i consiglieri Daniela Di Carlo, Raffaello Sestini, Pietro De Berardinis e Laura Marzano. “Resta da discutere il 9 luglio – aggiunge Repubblica – l’ultimo tentativo fatto dal pool di avvocati dei Polese”. La Cassazione dovrà pronunciarsi a proposito dei ricorsi avanzati dall’avvocato Dario Vannetiello per Imma Polese, figlia del “Boss” Antonio deceduto nel 2016, e dai legali Veronica Paturzo ed Andrea Castaldo per Agostino Polese, “finalizzati a ottenere l’annullamento della dichiarazione di inammissibilità della prima richiesta di revisione con la quale la difesa affermava che il reato di lottizzazione abusiva dovesse ritenersi insussistente”.
Quale destino per “La Sonrisa”?
Nelle scorse settimane i lavoratori della struttura ricettiva avevano scritto una lettera indirizzata alle istituzioni. Un accorato appello affinché non venissero ignorati e dimenticati: “Centinaia di lavoratori vivono sospesi tra paura e speranza. Le vicende giudiziarie devono seguire il loro corso. Nessuno chiede di ignorare la legge. Ma uno Stato giusto non può dimenticare le persone innocenti che rischiano di pagare il prezzo più alto”, erano state le loro parole. Intanto sul sito dell’hotel divenuto noto grazie al programma di Real Time sembra non sia più possibile effettuare prenotazioni. Segno che la storia de “La Sonrisa” con i suoi banchetti luculliani, i festeggiamenti fino a notte fonda e le sfilate degli ospiti in abiti spesso improbabili, potrebbe davvero essere vicina alla fine.
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Maria Martins conquista Omnium no 9.º Grand Prix Presov
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Trump rivendica il controllo su Israele, ma la tregua con l’Iran vacilla
La tregua tra Israele e Iran ha superato nelle ultime ore il test più duro dalla sua entrata in vigore ad aprile. Nella notte tra domenica e lunedì, l’esercito israeliano ha colpito obiettivi militari nell’Iran occidentale e centrale, compreso un impianto petrolchimico a Mahshahr, dopo che Teheran, nella serata di domenica, aveva lanciato una serie di missili contro il territorio israeliano. L’Iran ha presentato l’attacco come una risposta ai blitz israeliani in Libano, dove da qualche giorni è in corso una nuova offensiva e anche domenica erano stati colpiti obiettivi nell’area meridionale di Beirut: tutti target legati a Hezbollah, sostiene Israele, che rivendica il diritto di colpire l’organizzazione sciita legati ai Pasdaran come protezione dell’interesse nazionale.
Che il Libano fosse l’ago della bilancia della tregua in corso, che ovviamene coinvolge anche gli Stati Uniti, lo aveva spiegato già Orna Mizrahi, senior researcher dell’Institute for National Security Studies (Inss) di Tel Aviv; di come tutte le crisi mediorientali fossero indissolubilmente concatenante ne aveva parlato Giuseppe Dentice, responsabile dell’Osservatorio Mediterraneo (OsMed) dell’Istituto Studi Strategici San Pio V. Non stupisce dunque che le dinamiche in Libano vadano a toccare il fragilissimo equilibrio con Teheran, attorno a cui si cercando di costruire un quadro pragmatico per ricostruire l’equilibrio nella regione; tanto meno stupisce che, come conseguenza diretta dell’attacco iraniano, il COGAT (la divisione delle forze armate israeliane che regola gli accessi alla Striscia di Gaza) abbia annunciato domenica la chiusura dei valichi da e per Gaza fino a nuovo ordine, inclusi Rafah e Kerem Shalom, confermando come ogni escalation regionale si rifletta anche sul dossier palestinese.
Il rischio di una nuova escalation regionale c’è, per questo dietro la cronaca militare emerge una partita politica più ampia che coinvolge direttamente Washington. Tanto che in un’intervista telefonica al Financial Times, Donald Trump ha minimizzato l’impatto degli attacchi iraniani sul negoziato in corso con Teheran e ha ribadito la propria intenzione di perseguire un accordo più ampio. Ancora più significativo è stato il messaggio rivolto indirettamente a Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha sostenuto che il premier israeliano non avrebbe altra scelta che accettare un eventuale accordo negoziato dagli Stati Uniti con l’Iran. ”Sono io a decidere”, ha affermato Trump, rivendicando apertamente la leadership del dossier.
La dichiarazione arriva in un momento delicato che precede gli attacchi di queste ultime ore, e forse ne è in qualche modo matrice. Da settimane l’amministrazione americana lavora per trasformare la tregua raggiunta con Teheran in primavera in un’intesa più strutturata che affronti due questioni centrali: il futuro dello Stretto di Hormuz e il programma nucleare iraniano. Gli attacchi delle ultime ore avrebbero potuto interrompere questo percorso. Trump, invece, ha scelto di separare il negoziato dalla nuova mini-crisi militare, insistendo sul fatto che i due binari debbano restare distinti.
Il problema è che la credibilità di questa strategia non dipende soltanto dalle intenzioni della Casa Bianca. A Teheran cresce infatti la convinzione che il nodo principale non sia raggiungere un accordo, ma potersi fidare della sua durata. L’esperienza del ritiro americano dall’intesa nucleare del 2015 – voluto propio da Donald Trump durante il suo primo mandato – continua a pesare sui calcoli della leadership iraniana. In questo quadro, la diplomazia viene osservata con sospetto. Una parte dell’establishment iraniano teme che eventuali concessioni sul nucleare o sulla sicurezza possano ridurre gli strumenti di deterrenza del paese senza offrire garanzie sufficienti contro future pressioni militari.
Da qui deriva l’importanza attribuita da Teheran a tre leve considerate essenziali: la capacità di influenzare il traffico nello Stretto di Hormuz, il mantenimento di un’opzione nucleare reversibile e la possibilità di imporre costi ai propri avversari attraverso una rete regionale che comprende alleati e gruppi armati attivi in diversi teatri del Medio Oriente.
Gli eventi delle ultime ore riflettono questa logica. L’Iran ha reagito al nuovo blitz israeliano in Libano cercando di dimostrare di poter colpire direttamente Israele. Israele ha risposto colpendo il territorio iraniano per riaffermare la propria capacità di deterrenza. Entrambe le parti stanno cercando di modificare il calcolo strategico dell’avversario, aumentando il prezzo di eventuali future iniziative militari.
In questo contesto, Trump sta tentando di svolgere un ruolo che va oltre quello tradizionale di un’America che detta le regole. Le sue dichiarazioni suggeriscono la volontà di convincere Teheran che Washington sia in grado di controllare il comportamento israeliano e quindi di garantire la sostenibilità di un accordo. È un messaggio rivolto tanto agli iraniani quanto agli alleati regionali degli Stati Uniti.
Resta da capire quanto questa pretesa corrisponda alla realtà. Proprio gli sviluppi che hanno portato alla crisi attuale mostrano i limiti dell’influenza americana. Nonostante i ripetuti tentativi di Washington di contenere le tensioni sul fronte libanese, Israele ha continuato a condurre operazioni contro Hezbollah. Il bombardamento nei pressi di Beirut che ha preceduto la risposta iraniana dimostra quanto sia difficile separare i diversi fronti del conflitto. Libano, Iran, Yemen (da cui, fronte Houthi, sarebbe partito almeno uno dei missili diretti verso Israele nelle ultime ore), Iraq e Gaza appaiono sempre più come elementi di un’unica architettura regionale.
Anche il contesto politico israeliano restringe i margini di manovra. Netanyahu si trova sotto la pressione di una coalizione che chiede una risposta dura a ogni attacco proveniente dall’Iran o dai suoi alleati. Allo stesso tempo, l’opposizione lo accusa di indebolire la deterrenza israeliana qualora non reagisse con sufficiente fermezza. In queste condizioni, la possibilità che Washington possa imporre unilateralmente una linea di moderazione resta tutt’altro che scontata.
La tenuta della tregua dipenderà quindi da fattori che vanno ben oltre il numero di missili intercettati o la portata dei danni provocati dagli ultimi attacchi. La questione centrale riguarda la capacità degli Stati Uniti di costruire un accordo percepito come credibile da entrambe le parti.
Trump sostiene che il negoziato possa proseguire indipendentemente dall’escalation. Ma la crisi degli ultimi giorni mostra quanto sia difficile separare diplomazia e deterrenza in una regione dove ogni cessate il fuoco viene costantemente messo alla prova da dinamiche locali, pressioni politiche interne e rivalità strategiche che nessun accordo, da solo, può cancellare.
Caso Bosnia, fra Usa e Ue. A che gioco gioca l’Italia? Messaggio per Meloni (e Schlein)
La partita non è chiusa, ed è forse questo il dato politico più importante. Antonio Zanardi Landi non è stato nominato nuovo Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina nella sessione di tre giorni fa del Comitato Direttivo del Peace Implementation Council (Pic), ma non è stato nemmeno escluso dalla corsa. Il Pic non è riuscito a trovare un accordo e la decisione dovrebbe slittare alle prossime settimane. Ma sono queste le ore decisive.
Gli Stati Uniti hanno insistito fino all’ultimo per una nomina immediata del diplomatico italiano. Dall’altra parte, un blocco di Paesi guidato da Francia e Germania, e altri partner europei hanno spinto il sostegno attorno al francese René Troccaz.
È uno scontro che racconta molto più del dossier “Bosnia”. Da una parte c’è Washington, che ha individuato in Zanardi Landi il profilo più adatto per gestire una fase delicata degli equilibri balcanici. Non a caso il segretario di Stato americano Marco Rubio ha sottolineato pubblicamente il sostegno degli Stati Uniti alla candidatura dell’ex ambasciatore italiano, definendolo una figura di grande esperienza e ribadendo la necessità di una leadership forte per garantire stabilità e attuazione degli accordi di pace in Bosnia Erzegovina. Dall’altra parte c’è un’aliquota di Europa che ha scelto una strada diversa.
Il risultato è uno stallo che ha spinto gli stessi americani a parlare apertamente di incapacità europea di raggiungere un consenso. In una nota diffusa dall’ambasciata statunitense a Sarajevo, Washington ha sottolineato che “l’incapacità del Pic Steering Board di raggiungere un consenso dimostra ancora una volta le difficoltà dell’Europa nel parlare con una sola voce su questioni fondamentali per il futuro della Bosnia Erzegovina” e ha avvertito che questa situazione potrebbe portare gli Stati Uniti a riconsiderare il proprio ruolo nell’attuale presenza internazionale nel Paese.
Il dato più rilevante, sul piano diplomatico, è che la candidatura di Zanardi Landi è stata promossa dagli Stati Uniti e sostenuta anche da Giappone e Turchia, mentre una parte significativa dei Paesi europei lavora per Troccaz. Non si tratta quindi di una semplice competizione tra due profili, ma di una divergenza emersa all’interno del gruppo dei principali attori transatlantici e like-minded coinvolti nella governance internazionale della Bosnia Erzegovina.
Antonio Zanardi Landi è un diplomatico con una conoscenza diretta dei Balcani, della Russia e delle dinamiche che attraversano l’Europa sud-orientale. Ambasciatore a Belgrado, alla Santa Sede e a Mosca, poi consigliere diplomatico del presidente della Repubblica, rappresentava una candidatura difficilmente contestabile sul piano professionale. Indiscutibile la qualità della scelta, quindi.
E dunque, il dato politico è chiaro: mentre Washington ha puntato su un candidato italiano, una parte rilevante dell’Europa ne ha sostenuto un altro. Un paradosso che solleva una domanda semplice: chi ha difeso, in questa partita, quella candidatura? Il rinvio della decisione conferma inoltre l’assenza di un consenso tra gli alleati occidentali anche su un dossier strategico come quello balcanico.
E tutto questo merita ovviamente attenzione anche dal punto di vista italiano. Roma si trova infatti in una posizione particolare: da un lato è uno dei Paesi europei più direttamente interessati alla stabilità dei Balcani occidentali; dall’altro vede un proprio diplomatico sostenuto da Washington in una partita nella quale alcuni partner dell’Unione europea hanno scelto una linea diversa.
La questione, per l’Italia, non riguarda quindi soltanto l’esito della candidatura, ma anche la capacità di far valere il proprio peso in un processo decisionale che investe una regione strategica per la sua politica estera e di sicurezza.
Qui entra in gioco la politica italiana. La questione riguarda Giorgia Meloni, che guida il governo, ma riguarda anche Elly Schlein come leader dell’opposizione. Quando emerge una candidatura autorevole, sostenuta da partner strategici e collocata in un quadrante di interesse diretto per il Paese, il riflesso dovrebbe essere quello della tutela dell’interesse nazionale. Esistono dossier sui quali la competizione politica lascia spazio a una convergenza di fondo. I Balcani dovrebbero essere uno di questi. Per posizione geografica, interessi economici, sicurezza ed energia, ciò che accade tra Sarajevo, Belgrado e Podgorica riguarda direttamente l’Italia.
L’Italia ha già mostrato recentemente difficoltà nel fare sistema quando si è aperto lo spazio attorno alla candidatura di Maurizio Martina alla guida della Fao. Il rischio è che ogni dossier venga immediatamente assorbito dalla dinamica della politica interna, indebolendo la capacità del Paese di sostenere le proprie posizioni.
La domanda, in queste ore che potrebbero essere decisive per il dossier balcanico, non è semplicemente se Zanardi Landi riuscirà a ottenere l’incarico. La realtà è se l’Italia riuscirà a comportarsi come un Paese capace di difendere una propria candidatura quando questa coincide con un interesse nazionale, europeo e transatlantico. La risposta che arriverà dal dossier ”Bosnia” parlerà della capacità della politica italiana, delle scelte europee e della cooperazione transatlantica (a poche settimane dal Nato Summit di Ankara).
- Il Fatto Quotidiano

- Torino festeggia i 20 anni di Pride: “Oltre 160mila persone in corteo”. Luxuria dal palco: “Ora scioperi contro il ddl Valditara”
Torino festeggia i 20 anni di Pride: “Oltre 160mila persone in corteo”. Luxuria dal palco: “Ora scioperi contro il ddl Valditara”
Su Torino soffiano “venti di lotte”. Sotto gli eleganti palazzi del centro, un fiume arcobaleno ha attraversato la città tra musica, cori e striscioni. Sono 160mila, secondo gli organizzatori, le persone che sabato 6 giugno hanno preso parte alla ventesima edizione di Torino Pride. Madrine Ambra Angiolini e la figlia Iolanda. Ad parire il corteo, Vladimir Luxuria e il sindaco Pd di Torino Stefano Lo Russo.
Torino ha festeggiato 20 anni di Pride
Partito dal Parco del Valentino, il corteo ha attraversato le principali vie cittadine fino a piazza Vittorio Veneto, trasformando il centro in uno spazio di festa ma anche di rivendicazione politica. “Venti di lotte” è infatti il claim scelto per celebrare il ventennale della manifestazione. Un titolo che richiama non solo il traguardo raggiunto, ma anche l’idea di una comunità che continua a muoversi e a costruire alleanze. Nel documento politico diffuso per l’edizione 2026, il Coordinamento Torino Pride sottolinea come la conquista degli spazi e il sostegno reciproco tra persone e comunità non possano limitarsi a un appuntamento annuale, ma debbano diventare una pratica quotidiana. “La nostra battaglia non è solo nostra: è una lotta intersezionale per una società più giusta e più abitabile” per tutti e tutte, si legge nel testo, che per la prima volta dedica anche una sezione ai diritti digitali e al contrasto dell’hate speech online. Un messaggio che assume un significato particolare alla luce di quanto accaduto pochi giorni prima dell’evento. Il 2 giugno Chiara Tarantello, co-coordinatrice del Torino Pride, ha denunciato di essere stata aggredita verbalmente su un treno mentre partecipava a una videocall dedicata proprio all’organizzazione del Pride. “Un uomo mi ha dato della ridicola, ha detto che il Pride è inutile”, aveva raccontato, riferendo anche i tentativi dell’aggressore di tirarle dei calci. L’episodio ha suscitato solidarietà e indignazione, riportando l’attenzione su quanto il lavoro contro discriminazioni e pregiudizi sia ancora necessario. Tema, questo, emerso più volte anche dagli interventi conclusivi dal palco allestito in piazza Vittorio Veneto, dove il corteo è approdato nel tardo pomeriggio dopo due ore e mezza di marcia.
Gli interventi dal palco
Jacopo Rosatelli, assessore di Sinistra ecologista al Welfare, Diritti e Pari opportunità del Comune di Torino, ha duramente criticato il via libera del Senato al disegno di legge del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara in materia di consenso informato in ambito scolastico per l’educazione sessuo-affettiva. “Alla prossima aggressione omolesbobitrasfobica risparmiateci le vostre parole retoriche”, ha dichiarato. “Vergognatevi, perché la colpa è anche vostra che avete votato queste leggi che impediscono di cambiare la mentalità, di rompere gli stereotipi e i pregiudizi”. L’assessore ha inoltre richiamato l’attenzione sulla situazione internazionale, lanciando un messaggio di solidarietà verso i membri della comunità LGBTQIA+ che, a diverse latitudini, continuano a essere perseguitati, come accade in Senegal, che di recente ha inasprito le pene per le relazioni omosessuali. Tra gli interventi più applauditi anche quello di Vladimir Luxuria, che tornando sul provvedimento sull’educazione affettiva nelle scuole ha invitato studenti e docenti a farsi sentire durante il prossimo anno scolastico: “Mobilitatevi contro il ddl, fate sciopero”, ha detto, definendo il disegno di legge un attacco non solo ai diritti delle persone LGBTQIA+, ma anche all’autonomia scolastica.
Lo sguardo al futuro con EuroPride
L’edizione numero 20 del Torino Pride arriva in un momento particolarmente significativo per la città piemontese, che guarda già al 2027, quando ospiterà l’EuroPride, la manifestazione itinerante che ogni anno viene affidata a una diversa città europea e che richiama centinaia di migliaia di persone da tutto il continente. Una sfida importante che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrà rappresentare un’occasione per continuare a trasformare la città in uno spazio sempre più inclusivo. “Sarà una rivoluzione”, ha promesso dal palco Alessandro Battaglia, responsabile del progetto EuroPride 2027 e membro del Coordinamento Torino Pride.
Vent’anni dopo la sua prima edizione, il Torino Pride continua così a rivendicare la propria identità. Una manifestazione che non vuole essere soltanto una festa o una celebrazione, ma uno strumento di partecipazione politica. Perché quei “venti di lotte” che hanno attraversato le strade della città non raccontano soltanto la storia della comunità LGBTQIA+, ma quella di tutte le battaglie contro discriminazioni, esclusioni e disuguaglianze.
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- Correio do Ribatejo
- “A agricultura portuguesa está forte e pujante, apesar dos problemas que tem enfrentado”
“A agricultura portuguesa está forte e pujante, apesar dos problemas que tem enfrentado”
A Feira Nacional de Agricultura / Feira do Ribatejo regressa ao CNEMA, em Santarém, até 14 de Junho, com os pequenos frutos como tema central, naves cheias e expositores recusados por falta de espaço. Para Luís Mira, administrador do CNEMA e secretário-geral da CAP, este sinal mostra a vitalidade do certame e a capacidade de resistência da agricultura portuguesa, mas não esconde os problemas que o…