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Ponte sullo Stretto, l’ex magistrato contabile intercettato: “Il mio amico Salvini si aspettava una presa di distanza”

9 June 2026 at 17:13

“I miei amici del governo, a cominciare da Salvini, si sarebbero aspettati una presa di distanza“. Così, intercettato dagli inquirenti, l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele raccontava all’imprenditore Vincenzo Virgiglio di aver evitato di partecipare a una manifestazione, per non trovarsi in difficoltà davanti alle domande dei giornalisti sulla decisione dei giudici contabili di stoppare il progetto del ponte sullo Stretto di Messina. La conversazione è riportata nel decreto di perquisizione emesso dalla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta per corruzione che vede indagati Miele, Virgiglio e l’avvocato Francesco Saccomanno. Il magistrato – in pensione dal febbraio scorso – chiarisce di non essere “assolutamente allineato a questi deficienti dei miei colleghi” che pochi giorni prima avevano negato il visto di legittimità alla grande opera, ma di non poter esprimere il suo pensiero in pubblico “senza creare crisi istituzionali”. Nel provvedimento è citata un’intercettazione del 31 ottobre 2025, due giorni dopo la decisione, in cui Virgiglio riferisce a Saccomanno le confidenze ricevute da Miele sullo svolgimento della camera di consiglio: “Tommaso Miele mi diceva ieri hanno avuto una spaccatura interna pazzesca… e lui se n’è andato per non votare…”.

In un’altra conversazione con Virgiglio, si legge nel decreto, Miele “lascia intendere all’interlocutore di avere visionato la documentazione della istruttoria relativa al progetto Ponte sullo Stretto”, commentandola così: “Eeeh… però è una situazione come dicevo… critica! Ne ho parlato pure con Franco, insomma è una situazione in salita, ora se ci vediamo pure di persona cinque minuti…”. Il magistrato precisa “di non essere preoccupato dall’ultimo provvedimento di rigetto del 17 novembre della Corte, in quanto logica conseguenza del rigetto del 29 ottobre (“però ti dico la verità, era al momento un atto dovuto, nel senso che, essendo per il momento ancora appeso…”). “Il problema da risolvere“, spiega Miele, “è sempre quello… cioè, non cambia una virgola, però se ci scriviamo, ci parliamo, ci vediamo”. L’ex presidente aggiunto fa capire poi di avere predisposto, in via riservata, un report sulla vicenda da consegnare ai privati: “L’importante che tu dai comunque il report… che io sto sul pezzo… noi stiamo sul pezzo”.

Il rapporto di vicinanza tra Miele e Virgiglio, affermano gli inquirenti, è tale che il presidente si rivolge a lui “anche per individuare architetti di sua fiducia al fine di verificare la possibilità di preventivi di importo meno elevato per lavori di progettazione e ristrutturazione delle abitazioni dei figli”. A pochi mesi dal pensionamento, il magistrato manifesta la sua aspirazione ed il suo interesse a rivestire “cariche apicali in organismi di diritto pubblico successivamente al pensionamento, elementi questi su cui fanno leva” Virgiglio e Saccomanno “che gli assicurano, per il tramite delle loro entrature, l’allargamento della platea di soggetti in grado di favorire le aspirazioni professionali”. Parlando ad un amico sindaco di un comune del Veronese, che gli chiedeva spiegazioni sulla decisione sul Ponte, Miele ribadisce di avere fatto la sua parte, “si giustifica dicendo che gli avrebbe raccontato di persona (…) e che ora si sarebbe atteso la nomina a presidente dell’Antitrust o di una società partecipata, chiedendo anche all’amico un ulteriore intervento presso i vertici politici ed istituzionali per favorire la sua nomina: “Quando andrò in pensione ora l’anno nuovo, io dovrei fare il presidente di non so che ancora… però mi hanno chiesto la disponibilità… io ho sparato alto… c’ho l’imbarazzo della scelta e ti dico la verità… se gli arriva un bell’endorsment… certo che va bene”, ricevendo immediata disponibilità dell’interlocutore politico che gli garantisce di accompagnarlo a parlare con esponenti politici in occasione del concerto di Natale del 20 dicembre 2025 a Montecitorio”.

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“Pressioni per revocare una concessione balneare all’ex marito”, indagata per concussione l’assessora regionale pugliese Starace

9 June 2026 at 15:15

L’accusa è di concussione e coinvolge l’assessora al Turismo della Regione Puglia, Graziamaria Starace, iscritta nel registro degli indagati dalla Procura di Foggia insieme al sindaco di Vieste e presidente della Provincia di Foggia, Giuseppe Nobiletti, e a Vincenzo Ragno, dirigente dell’ufficio tecnico del Comune garganico.

L’inchiesta ruota attorno a una vicenda risalente allo scorso anno e legata a una concessione balneare in uso all’ex marito dell’assessora regionale. Secondo quanto emerge, gli investigatori ipotizzano che vi siano state pressioni finalizzate a ottenere la revoca del titolo concessorio. Una contestazione che gli indagati respingono e sulla quale sono tuttora in corso gli accertamenti della magistratura.

La concessione, in un secondo momento, sarebbe tornata nella disponibilità dell’ex coniuge dell’assessora dopo la regolarizzazione della posizione e i controlli effettuati nell’ambito di una più ampia attività di verifica disposta dagli uffici comunali sugli stabilimenti balneari presenti sul territorio. La vicenda giudiziaria si intreccia con le recenti tensioni politiche all’interno dell’amministrazione comunale di Vieste.

A rendere pubblica l’esistenza dell’indagine è stato lo stesso Nobiletti attraverso un post sui social network, nel quale ha spiegato di aver revocato la delega ai Grandi eventi all’assessore Gaetano Paglialonga dopo aver appreso dagli atti notificati dalla Procura che quest’ultimo avrebbe registrato di nascosto alcune conversazioni avute con lui e con altri esponenti della maggioranza.

Sul fronte difensivo, gli indagati rivendicano la correttezza del proprio operato. “Le indagini confermeranno la correttezza e la legittimità dell’operato dei nostri assistiti, svolto nel solo rispetto della legge e nella parità di trattamento di tutti i cittadini e gli operatori”, ha dichiarato all’Ansa l’avvocato Michele Vaira, che assiste Starace, Nobiletti e Ragno insieme al collega Ciliberti. I difensori sostengono di disporre di elementi utili a chiarire la vicenda e annunciano che saranno messi a disposizione degli inquirenti nei tempi previsti dall’indagine.

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Cantiere del Consolato Usa a Milano, la gip: “Lo sfruttamento degli operai era consuetudine aziendale”

9 June 2026 at 11:49

Condizioni di lavoro “degradanti” fatte di “minacce e di negazioni”. Operai che in caso di “infortunio” ricevano “cure e medicinali” nel “cantiere” del Consolato Usa di Milano con “l’intimazione di riprendere immediatamente le proprie mansioni”. Con queste parole la giudice per le indagini di Milano, Angelica Cardi, ha descritto lo “sfruttamento” nel progetto di rigenerazione urbana da 200 milioni di dollari in piazzale Accursio. Nel decreto di controllo giudiziario della società americana che si è detta pronta a collaborare con gli inquirenti, la giudice segnala che lo stipendio ai manovali stranieri è “quasi totalmente esautorato” dal “debito contratto” in India “per dare inizio al rapporto lavorativo”, le 590mila rupie pagate dai lavoratori alla ditta intermediaria di Nuova Dehli, Dynamic House, per dare vita al rapporto di distacco internazionale intra-societario di manodopera.

Le testimonianze agli atti descrivono la “giornata lavorativa” in Italia come in “violazione” delle leggi sull’orario di lavoro, le ferie, i giorni di malattia: “Dodici ore per sei giorni su 7” senza “riposo” oltre alla “domenica” o “malattia” scrive la giudice per le indagini preliminari. Sarebbero “univoche” le dichiarazioni dei manovali anche con riferimento a uno degli indici del caporalato, lo “stato di bisogno”. Gli operai di Caddell Construction hanno detto la verità, sono “attendibili” e le dichiarazioni sulle “difficoltà incontrate anche solo per sopravvivere” sono “equilibrate”, coerenti”, “collimanti” e “mai amplificate”.

L’inchiesta sul meccanismo sulle doppie buste paga (payslip) fra India e Italia, che ha fatto emergere retribuzioni reali fra gli 1-2 euro l’ora e fittizie dichiarate nelle penisola fra i 3-5 euro l’ora. Paghe “difformi” non solo dal contratto collettivo nazionale dell’edilizia ma “radicalmente incompatibili” con il “valore soglia” della “povertà lavorativa”, si legge nelle 38 pagine del provvedimento, e con l’articolo 36 della Costituzione volto a garantire una esistenza “libera e dignitosa”. Lo “scostamento” medio con la soglia di povertà è del 51,01 per cento. Ciò “non sembra frutto di estemporanee iniziative di soggetti inseriti nell’organigramma delle società”, ha scritto la gip motivando le esigenze cautelari al controllo giudiziario, descrivendo il quadro che emerge dagli atti come una “consuetudine aziendale”.

È emerso, sostiene la giudice, “l’utilizzo di veri e propri metodi intimidatori e minacciosi” da parte del manager Ulas Demir, ora in carcere. Nel provvedimento, accogliendo la richiesta di convalida del decreto d’urgenza dei pm Paolo Storari e Mauro Clerici nelle indagini dei carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro, ripercorre gli accertamenti e le contestazioni. Nel frattempo, nei giorni scorsi la Procura ha fermato per pericolo di fuga (provvedimenti convalidati con ordinanze di custodia in carcere) sia Demir che il presunto “caporale operativo”, l’indiano Aji Appukuttan. L’amministratore giudiziario nominato, Francesco Brigatti, dovrà ora, spiega la gip, “affiancare gli imprenditori nella gestione dell’azienda”, riferendo alla giudice ogni tre mesi, o comunque ogni volta che emergeranno eventuali “irregolarità”, per impedire che si verifichino ancora “situazioni di grave sfruttamento lavorativo”.

La gip ricorda che tra marzo e fine maggio gli investigatori hanno ascoltato a verbale oltre trenta lavoratori (poi le audizioni sono andate avanti anche dopo il 29 maggio). In una consulenza, disposta a fine maggio dai pm e affidata a tre esperti, viene messo in luce il “contesto di dipendenza economica iniziale, esposizione debitoria, vulnerabilità linguistica e ridotto potere negoziale” dei manovali, centinaia impiegati nel cantiere. I documenti “firmati dinanzi ad Aji” sarebbero stati modificati “a loro insaputa”. Dovevano versare soldi per vitto e alloggio e, tolta una parte che mandavano alle famiglie, rimaneva loro spesso solo la somma di 150 euro al mese. Nei verbali sono riportati gli “insulti quotidiani” e le “minacce”. Nessuna “tutela e garanza” e “ritmi di lavoro serrati”. In molti hanno raccontato di non avere “altra scelta”. Un lavoratore ha riferito anche di aver fatto “denuncia perché sono stato ingiustamente licenziato”. Il 9 dicembre 2025 un operaio è stato “cacciato” dall’hotel dove soggiornavano e ha dormito “alcune notti fuori al freddo”. In gran parte erano, si legge ancora nell’ordinanza, in una “situazione disperata”.

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Frana di Niscemi, Musumeci non risponde ai pm: indagati anche Schifani, Crocetta e Lombardo

9 June 2026 at 10:32

Ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci, convocato dalla Procura di Gela nell’ambito dell’inchiesta sulla frana che lo scorso gennaio ha colpito Niscemi, provocando il crollo di un costone roccioso e trascinando a valle abitazioni, mezzi e decine di immobili. L’ex presidente della Regione Siciliana, iscritto nel registro degli indagati insieme ad altre dodici persone, ha depositato una memoria difensiva davanti ai magistrati. La stessa scelta era stata compiuta nei giorni scorsi dall’attuale governatore della Sicilia Renato Schifani e dall’ex presidente Rosario Crocetta. Resta invece ancora da sentire l’altro ex governatore coinvolto nell’inchiesta, Raffaele Lombardo.

L’indagine, coordinata dal procuratore di Gela Salvatore Vella e dalla pm Maddalena Guglielmini, punta a ricostruire una catena di presunte omissioni che si sarebbe protratta per oltre vent’anni. Oltre ai quattro presidenti della Regione che si sono succeduti alla guida dell’isola, risultano indagati anche dirigenti e funzionari della Protezione civile regionale e dell’amministrazione siciliana che, a vario titolo, hanno avuto competenze sulla gestione del rischio idrogeologico nell’area.

Secondo gli investigatori, la prima fase dell’inchiesta riguarda la mancata realizzazione delle opere di mitigazione previste dopo il grande evento franoso del 1997. Interventi che, secondo la Procura, avrebbero potuto impedire o quantomeno ridurre gli effetti del nuovo cedimento verificatosi a gennaio. Al centro degli accertamenti c’è una vicenda amministrativa che affonda le radici alla fine degli anni Novanta. Nel 1999 era stato infatti sottoscritto un appalto da circa 12 milioni di euro per realizzare opere di consolidamento e messa in sicurezza dell’area. Tuttavia quei lavori non sarebbero mai stati eseguiti e il contratto con l’associazione temporanea di imprese aggiudicataria si sarebbe poi risolto nel 2010 senza che gli interventi fossero portati a termine.

La Procura contesta inoltre il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio che avrebbero dovuto controllare l’evoluzione del fenomeno franoso noto da decenni e garantire una maggiore tutela per i residenti della zona. Ma l’indagine è destinata ad allargarsi ulteriormente. Una seconda fase riguarderà infatti la gestione delle acque meteoriche e reflue, considerate dagli esperti tra le principali cause che avrebbero contribuito all’innesco e all’avanzamento del fronte di frana. Gli investigatori dovranno verificare se siano stati adottati gli interventi necessari per la raccolta e la corretta regimentazione delle acque bianche e nere.

Un terzo filone di accertamenti interesserà invece la cosiddetta “zona rossa”, sia quella già colpita dal dissesto del 1997 sia le aree individuate negli anni successivi come a rischio molto elevato. In questo caso la Procura intende verificare eventuali responsabilità legate ai mancati sgomberi, alle demolizioni non eseguite, all’eventuale rilascio di autorizzazioni edilizie e alla mancata applicazione dei divieti di costruzione nelle aree considerate pericolose. Per gli inquirenti il crollo verificatosi a gennaio non sarebbe quindi soltanto il risultato di un evento naturale, ma il possibile epilogo di una lunga serie di ritardi, omissioni e interventi mai completati. Un quadro che dovrà ora essere verificato attraverso l’acquisizione di documenti, consulenze tecniche e interrogatori.

La presenza tra gli indagati degli ultimi quattro presidenti della Regione Siciliana conferisce all’inchiesta una rilevanza istituzionale particolare. Al momento, tuttavia, l’iscrizione nel registro degli indagati rappresenta un atto dovuto per consentire agli interessati di partecipare agli accertamenti difensivi e far valere le proprie ragioni nel corso delle indagini.

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Chiuse le indagini sulla tesi di Maria Rosaria Boccia: l’accusa è che contenga una percentuale di plagio del 91%

8 June 2026 at 20:07

Chiuse le indagini sul caso della tesi di Maria Rosaria Boccia. La Procura di Napoli ha aperto l’inchiesta per fare luce sull’autenticità sulla laurea conseguita all’Università telematica Pegaso dall’imprenditrice di Pompei. Secondo gli inquirenti (i sostituti Capasso, Piscitelli e Onorati) la tesi di laurea presentata sarebbe stata in gran parte copiata da quella di un’altra studentessa laureatasi all’università Luiss di Roma nel 2018. La Guardia di Finanza e la Procura di Napoli contestano all’imprenditrice due ipotesi di falso: il primo riguarda la tesi per il diploma di laurea in Economia e Management che, secondo quanto emerso, riporterebbe una percentuale di plagio del 91% di cui il 70% sarebbe riconducibile alla studentessa della Luiss. Il secondo falso contestato riguarda invece la “Dichiarazione di originalità dell’elaborato” inviata alla Pegaso che sarebbe a questo punto anche questa falsa in quanto viene affermata l’originalità della tesi presentata.

Le indagini sono scattate a seguito di una denuncia presentata dall’Università telematica Pegaso che, infatti, si dichiara parte lesa nella vicenda. A specificarlo è lo stesso ateneo: “L’Università Telematica Pegaso tiene a precisare che l’inchiesta è stata avviata a seguito di una denuncia presentata dalla stessa Università, nell’ambito di un’ampia operazione di self cleaning avviata dallo stesso Ateneo. L’Università si costituirà parte civile. Già lo scorso settembre, a seguito di un servizio giornalistico in cui erano stati sollevati alcuni dubbi in merito all’autenticità della tesi di laurea della signora Boccia, l’Università aveva avviato le verifiche sul titolo e sull’elaborato, nel pieno rispetto dei principi di trasparenza, correttezza e riservatezza, adottando le misure più adeguate in conformità con le normative vigenti e gli interessi coinvolti”.

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Omicidio di Willy Monteiro Duarte, Gabriele Bianchi condannato all’ergastolo nel processo di appello ter

8 June 2026 at 19:39

L’appello ter del processo a Gabriele Bianchi, l’uomo che insieme al fratello Marco massacrò di botte, uccidendolo, il 21enne Willy Monteiro Duarte, ha stabilito definitivamente la condanna all’ergastolo. Il lottatore di Mma era stato condannato in primo grado, così come il fratello, al carcere a vita, pena che era scesa a 24 di anni nel primo procedimento di appello grazie alla decisione dei giudici di concedere le attenuanti generiche. Nell’appello bis, invece, Marco Bianchi era stato condannato all’ergastolo, mentre Gabriele a 28 anni di reclusione.

Il nuovo processo di appello si è celebrato dopo il rinvio disposto dalla Cassazione lo scorso novembre per ridiscutere proprio le attenuanti per Gabriele Bianchi, mentre per Marco la condanna all’ergastolo era già definitiva. La Seconda Corte di Assise di Appello di Roma ha deciso di accogliere le richieste del pm Francesco Brando e del pg Carlo Lasperanza che chiedevano l’ergastolo. Inoltre, la Cassazione con la prima pronuncia aveva già riconosciuto la responsabilità penale per tutti gli imputati per omicidio volontario e reso definitive le condanne per gli altri due imputati, 23 anni per Francesco Belleggia e 21 anni per Mario Pincarelli.

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Gianluca Ibarra Silvera “facile bersaglio”, la gip sull’omicidio alla stazione di Milano Certosa: “Gettarono il corpo per disprezzo”

8 June 2026 at 15:42

“Hanno cercato ed individuato la vittima”. Volevano “punirli”, hanno trovato un “facile bersaglio“, hanno agito con “lucida e fredda determinazione” e poi si sono disfatti del cadavere con un “significativo gesto di disprezzo”, “manifestando chiaramente le conseguenze per chi si pone in atteggiamento ostile nei loro confronti”. Sono i passaggi più duri contenuti nell’ordinanza con cui la giudice per le indagini preliminari di Milano Sara Cipolla ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere per Jefferson Smit Echevarria Verano, il diciannovenne peruviano appartenente ai Latin Kings, accusato dell’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera. La misura è stata emessa anche nei confronti di un ventenne nato in Argentina, attualmente irreperibile e destinatario di un mandato di arresto europeo.

Per la giudice, quanto accaduto la notte del 25 maggio nei pressi della stazione Certosa non è stata una lite degenerata improvvisamente. Dopo “un iniziale allontanamento in treno”, si legge nel provvedimento, il gruppo sarebbe tornato “alla ricerca di coloro con i quali poco prima avevano avuto un alterco allo scopo di ‘punirli'”. Una volta rientrati in zona, gli aggressori avrebbero “cercato ed individuato la vittima, il fratello e l’amico”. La ricostruzione della gip, sulla base delle indagini della Squadra mobile coordinata dal pm Elio Ramondini, delinea quindi una vera e propria spedizione punitiva. Quando Gianluca Ibarra Silvera finisce a terra, i “due indagati, insieme al gruppo”, vedono in lui un “facile bersaglio”. È anche per questo che la giudice riconosce l’aggravante della premeditazione nei confronti dei due principali indagati.

Ma è il passaggio finale dell’ordinanza a colpire maggiormente. Dopo l’omicidio, scrive Cipolla, gli aggressori si sarebbero disfatti del corpo con un “significativo gesto di disprezzo”, gettandolo in una “profonda intercapedine”. Non un semplice tentativo di occultamento, secondo la giudice, ma un gesto dal forte valore simbolico, compiuto “manifestando chiaramente le conseguenze per chi si pone in atteggiamento ostile nei loro confronti”. Una sorta di messaggio rivolto all’esterno, capace di esprimere la logica intimidatoria che avrebbe guidato l’azione del gruppo. Le indagini, tuttavia, sono tutt’altro che concluse. La stessa gip evidenzia che gli accertamenti proseguono per “individuare” tutti i partecipanti all’aggressione e per chiarire il “movente” del delitto. L’ipotesi è lo scambio di persona e che il 22enne sia stato aggredito da 17 persona che lo credevano un rivale. Gli indagati sono attualmente otto, ma il gruppo presente quella notte sarebbe stato composto da diciassette giovani.

Nel corso dell’interrogatorio, Jefferson Smit Echevarria Verano ha ammesso di appartenere ai Latin Kings ma ha negato di aver materialmente ucciso il ventiduenne. Come emerge dal verbale, ha però indicato agli investigatori i nomi di quattro componenti del gruppo che, a suo dire, avevano “il coltello”. Ha inoltre spiegato che all’interno della gang vi sarebbero soggetti che occupano “una posizione importante” e che “ci dicono che cosa fare”. Il diciannovenne ha infine riferito di avere ricevuto, dopo i fatti del 26 maggio, “tante minacce” da parte della banda rivale Ms-13 attraverso TikTok. Un elemento che gli investigatori stanno verificando mentre prosegue la caccia ai complici e la ricostruzione completa della catena di comando e delle responsabilità all’interno del gruppo.

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Schede sim introdotte in carcere con un bacio appassionato durante il colloquio: arresti a Bari

8 June 2026 at 14:09

Gli ordini spesso arrivavano dal carcere attraverso telefonate fatte utilizzando schede sim introdotte grazie a un bacio appassionato scambiato tra un detenuto vicino al clan mafioso Strisciuglio e la fidanzata durante un colloquio. Con questo stratagemma, poi venivano veicolati i via libera per minacce e agguati. Uno di questi era stato indirizzato a un imprenditore di Palo del Colle, in provincia di Bari, per costringerlo a consegnare un auto a noleggio senza alcun pagamento. E per chiarire chi comandava, un’auto noleggiata sarebbe stata data alle fiamme.

Complessivamente gli arrestati sono quattro: due già detenuti nelle carceri di Lecce e Paola, uno finito in cella oggi, un altro ai domiciliari. Per un altro indagato. il giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta di arresto del pubblico ministero non ritenendo attuali le esigenze cautelari. Le accuse, contestate a vario titolo, sono tentato omicidio, estorsione, porto illegale di armi, ricettazione, furto e incendio di auto, favoreggiamento personale e introduzione illegale di dispositivi di comunicazione in carcere. Il giudice ha riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso.

Le misure sono state disposte dopo l’inchiesta della Dda di Bari denominata “Re nero” che tra il 2023 e il 2024 ha accertato movente e presunti responsabili di un tentato omicidio avvenuto il 16 novembre di tre anni fa a Palo del Colle. Il delitto sarebbe avvenuto dopo le “ripetute estorsioni subìte da un imprenditore locale” attivo nel noleggio di auto da parte di un presunto affiliato al clan mafioso Strisciuglio di Bari. Inoltre, nel bar di cui la vittima è titolare nella zona 167 di Palo, furono esplosi quindici colpi di pistola calibro 9 contro l’ingresso “con l’intento di colpire i presenti”, annotano gli investigatori.

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“Il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro indagato con l’ipotesi di violenza sessuale”

8 June 2026 at 13:30

La Procura di Roma, secondo quanto riporta La Repubblica, ha aperto un fascicolo che vede indagato il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro con l’ipotesi di violenza sessuale. Nel procedimento risulterebbe iscritto nel registro degli indagati anche un carabiniere, indicato come Antonio P., per tentata violenza privata. Il caso nasce dalla denuncia presentata da una donna di 52 anni, agente di commercio nel settore vinicolo, che ha riferito agli inquirenti un episodio avvenuto all’interno dello studio del parlamentare, nel palazzo di San Luigi de’ Francesi.

La denuncia

Secondo la ricostruzione della presunta vittima, al centro dell’indagine, l’incontro sarebbe avvenuto nel febbraio 2025, quando la donna si era recata nell’ufficio del senatore per discutere di una possibile fornitura di vini. In quel contesto, Silvestro avrebbe pronunciato frasi a contenuto allusivo, tra cui “Il vino mi eccita, perdo i freni”, per poi, sempre secondo la denuncia, costringere la donna a subire un atto sessuale senza consenso. La notizia, anticipata ieri da Repubblica, avrebbe portato nelle scorse ore all’iscrizione nel registro degli indagati sia del senatore sia del carabiniere coinvolto nella vicenda. Un atto, secondo quanto trapela dagli ambienti giudiziari, disposto anche a tutela degli stessi indagati, per garantire la piena partecipazione alle indagini e l’esercizio dei diritti difensivi fin dalle prime fasi del procedimento.

Le “scuse”

Silvestro, che oltre all’incarico parlamentare ricopre anche la presidenza della Commissione bicamerale per le questioni regionali, non è stato ancora ascoltato dai magistrati. Interpellato aveva respinto le accuse definendole “assurde”, confermando l’incontro ma negando qualsiasi violenza e ipotizzando invece una possibile strumentalizzazione della vicenda. “Magari mi vuole estorcere qualcosa”, aveva dichiarato il senatore, aggiungendo: “Denunciasse, poi ci divertiamo”. “Io sono un bel ragazzo, lei è normale” una delle frasi del parlamentare.

Proprio su queste affermazioni è intervenuto lo stesso Silvestro con una successiva nota di chiarimento. “Chiedo scusa per le parole che ho pronunciato nel corso di un colloquio telefonico con una giornalista – ha spiegato il senatore – Sono stato colto di sorpresa da quanto mi veniva attribuito, un episodio e accuse rispetto alle quali ho già dichiarato attraverso il mio legale stupore e totale estraneità”. Il parlamentare ha poi aggiunto: “Mi sono anche dichiarato pronto, da subito, a fornire tutti i chiarimenti necessari. Mi scuso per espressioni che credevo colloquiali, ma che considero comunque sbagliate e che nel contesto di una telefonata possono aver generato fraintendimenti o leso sensibilità”.

Il racconto della donna

“E questa storia mi fa solo stare male. Ma quello che è uscito è la pura verità” ha dichiarato la 52enne in una intervista al quotidiano La Repubblica. Il punto di partenza del racconto della donna, agente di commercio nel settore del vino, che ha deciso di parlare della vicenda dopo aver ottenuto garanzie sull’anonimato. La signora ricostruisce un incontro avvenuto a Roma con il senatore Silvestro, dichiarando di non averlo mai conosciuto prima e di essere stata convocata per motivi professionali legati a possibili forniture: “Mai”. L’incontro, inizialmente formale, sarebbe poi degenerato in un episodio da lei descritto come non consensuale: “Assolutamente no”.

Racconta di essersi sentita bloccata durante i fatti: “Ero come raggelata. Un senatore. Nel suo studio”, e di essere poi uscita “sconvolta” dall’edificio. In seguito afferma di aver ricevuto dal senatore un messaggio con un link a un hotel, senza mai rispondere. Spiega il ritardo nella denuncia con il trauma subito e il percorso psicologico intrapreso: “Non dormo più bene, non sono rilassata. Ma sono serena”. Aggiunge di aver cercato supporto legale pochi mesi dopo i fatti, contattando lo studio dell’avvocata Giulia Bongiorno, senza però proseguire con quell’interlocuzione. Riferisce anche di pressioni e intimidazioni successive attribuite a un intermediario, il carabiniere che sarebbe indagato: “Che mi sarei rovinata la vita, non avrei più lavorato”. Infine, commenta con durezza le frasi attribuite al senatore sul suo aspetto fisico: “Che squallore. […] Che non sono Miss Universo”, ribadendo la decisione di denunciare e la fiducia nella giustizia: “Io ci credo, nelle istituzioni”.

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Nordio e il caso Minetti: “Pd caduto nel tranello. Non ce l’avevano con me, il bersaglio era Mattarella”

6 June 2026 at 16:47

“L’attacco che ha fatto il Fatto, l’avrebbe capito un bambino, non era contro di me, era contro il capo dello Stato”. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ritorna così sul caso Nicole Minetti e la grazia concessa dal Quirinale. Che non verrà revocata dopo che la procura generale di Milano ha valutato di non avviare una rogatoria per approfondire gli elementi emersi dall’inchiesta giornalistica e dopo che il Colle aveva chiesto approfondimenti urgenti. Alla Festa dell’Innovazione organizzata dal Foglio a Venezia il Guardasigilli tenta un affondo che arriva pochi giorni dopo la chiusura dell’istruttoria sull’ex consigliera regionale lombarda, protagonista delle vicende giudiziarie legate al caso Ruby e alle serate di Arcore, e condannata in via definitiva.

“Mentre l’attacco a un ministro da parte dell’opposizione può essere anche comprensibile e prevedibile, quello che ho trovato indecoroso e intollerabile è stato proprio l’attacco al Capo dello Stato”, ha continuato. “Avevo letto tutti gli atti” e “si capiva benissimo che era tutto regolare. Però bene e doverosamente ha fatto il Quirinale a chiedere a noi un supplemento di istruttoria”, ha continuato Nordio ricordando che “le indagini si fanno attraverso la procura generale. Così è stato e, dopo quasi un mese di intensa e molto competente indagine, i risultati sono quelli che avete visto“.

Per Nordio, la vicenda sarebbe ormai archiviata. “A questo punto la questione è risolta, forse ci sarà qualche piccolo seguito di istruttoria ma credo che sia risolta“, ha affermato. E ha riservato parole particolarmente dure al Partito democratico, che aveva chiesto le dimissioni del ministro sulla gestione della pratica anche se solo dopo la richiesta di chiarimenti del Colle: “Rimane il fatto che è stupefacente come un partito serio come il Pd sia caduto nel tranello di queste sconsiderate accuse che si sono rivelate infondate e che ora penso li stiano coprendo di ridicolo”. Le parole del ministro arrivano al termine di una vicenda che, però, ha avuto una genesi più complessa di quanto oggi lasci intendere il governo.

La grazia a Nicole Minetti era stata concessa da Sergio Mattarella nel febbraio scorso per ragioni umanitarie legate alle condizioni di salute del figlio adottivo della ex consigliera regionale. Successivamente un’inchiesta del Fatto Quotidiano aveva sollevato dubbi su alcuni degli elementi contenuti nell’istanza di clemenza, a partire dalla procedura di adozione del minore in Uruguay e da altri aspetti della situazione personale dell’ex collaboratrice di Silvio Berlusconi.

Le rivelazioni avevano provocato la reazione del Quirinale con la richiesta al ministero della Giustizia e agli uffici competenti ulteriori verifiche sulla fondatezza delle informazioni emerse sulla stampa, per accertare che non vi fossero state falsità o omissioni nella pratica che aveva portato alla concessione della grazia.

Da quel momento la Procura generale di Milano ha svolto accolto le indagini difensive e svolto approfondimenti, ritenendo di aver verificando la regolarità dell’adozione, le condizioni sanitarie del bambino (affetto da una patologia curabile in Italia) e l’assenza di procedimenti giudiziari a carico di Minetti all’estero. Al termine degli accertamenti, i magistrati hanno concluso che non erano emersi elementi tali da mettere in discussione il provvedimento di clemenza. Sulla base di queste conclusioni, il Quirinale ha fatto sapere di non ravvisare motivi per una rivalutazione della grazia e ha confermato la fiducia nell’operato della magistratura.

È a questo punto che Nordio ha scelto di trasformare la chiusura dell’istruttoria in una polemica politica. Secondo il ministro, le accuse rivolte alla gestione del dossier si sarebbero rivelate infondate e avrebbero finito per coinvolgere impropriamente il presidente della Repubblica. Senza gli articoli del Fatto Quotidiano e senza i dubbi sollevati dalla stampa, non ci sarebbe stata la richiesta di nuovi accertamenti da parte del Quirinale. Ed è stato proprio Mattarella, non l’opposizione, a ritenere necessario un supplemento di verifiche su una pratica che portava la sua firma. Accertamenti che alla fine avrebbero confermato la correttezza formale della procedura, ma che hanno trasformato una grazia concessa nel più assoluto riserbo in uno dei casi politici più discussi degli ultimi mesi.

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Morto a 38 anni dopo la missione in Kosovo: ex militare riconosciuto vittima del dovere per possibile esposizione a uranio impoverito

6 June 2026 at 14:18

Non fu solo una malattia, ma il possibile esito di anni vissuti in scenari operativi ad alto rischio. La Corte d’Appello di Lecce ha riconosciuto lo status di vittima del dovere a un militare originario di Grottaglie, morto nel 2015 a 38 anni per una grave patologia ematologica insorta dopo la missione in Kosovo. I giudici hanno così ribaltato la decisione del Tribunale di Taranto, che in primo grado aveva respinto la richiesta dei familiari di accesso ai benefici previsti dalla normativa. Con la nuova sentenza, la Corte ha invece riconosciuto il diritto dei parenti alle provvidenze economiche, accogliendo integralmente l’appello.

Il militare aveva prestato servizio nel 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”, prima di entrare nei ruoli della Polizia di Stato. Durante la missione internazionale nei Balcani, avrebbe operato in un contesto caratterizzato da possibile esposizione a uranio impoverito e nanoparticelle, elementi al centro delle valutazioni del collegio giudicante.

Per i giudici, proprio quel contesto operativo avrebbe avuto un ruolo concausale nell’insorgenza della patologia che ha portato al decesso. Una ricostruzione che ha consentito di riconoscere il legame tra servizio e malattia, elemento decisivo per l’applicazione dello status di vittima del dovere.

Dopo la morte del militare, i genitori avevano avviato un lungo contenzioso giudiziario per ottenere il riconoscimento dei diritti previsti dalla legge, sostenendo il nesso tra la missione all’estero e l’aggravarsi delle condizioni di salute del figlio. La vicenda è stata seguita dagli avvocati Massimo Spagnulo, Ciro Santoro e Maria Santoro, che hanno sottolineato come la sentenza confermi un principio rilevante nei casi di patologie multifattoriali: il nesso con il servizio può essere riconosciuto anche in termini di concorso di cause, quando emergano elementi significativi legati all’esposizione operativa e alle condizioni del teatro di impiego. Per la difesa, la decisione non ha solo valore giuridico ma anche umano, perché chiude una lunga battaglia dei familiari e riapre l’attenzione sulle condizioni di rischio affrontate dai militari italiani nelle missioni internazionali.

Foto di archivio

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“Trattava gli operai da schiavi, come nei film”: fermato il caporale del cantiere del Consolato Usa a Milano

6 June 2026 at 10:26

Era pronto alla fuga con un pullman e per questo motivo c’è un secondo uomo fermato per caporalato nell’inchiesta della Procura di Milano sullo sfruttamento dei manovali indiani pagati 1,50 euro l’ora nel cantiere del nuovo Consolato statunitense, realizzato da Caddell Construction, in piazzale Accursio nel capoluogo lombardo. Nella notte fra venerdì e sabato il pubblico ministero Paolo Storari ha disposto il fermo di Aji Appukuttan, il 51enne indiano che nelle testimonianze degli operai migranti raccolte dal Nucleo ispettorato lavoro dei carabinieri viene definito il “cane da guardia” della multinazionale americana delle costruzioni ed è ritenuto dagli inquirenti il “caporale operativo” e l’intermediario del sistema di “sfruttamento” scoperto.

È accusato di aver imposto ad almeno 50 lavoratori l’apertura di un conto corrente in Italia, attraverso la firma su pratiche in una lingua a loro sconosciuta, con cui ogni mese sarebbero stati prelevati automaticamente i 500 euro sottratti alla busta paga per remunerare l’alloggio nei Residence le Groane e Residence Ripamonti destinati agli immigrati giunti in Italia con la formula distacco intra-societario internazionale che invece prevede l’obbligo di garantire vitto e alloggio ai lavoratori impiegati all’estero. Così come è sempre Appukuttan, come viene indicato nei verbali, ad aver imposto il pagamento dei 350 euro mensili in “contanti” per il “pranzo e la cena” da consumare in cantiere durante i lavori edili della maxi struttura diplomatica. Lo avrebbe fatto con “reiterate minacce di licenziamento e rimpatrio” in India, in particolare nei confronti di chi, dopo essersi infortunato, avrebbe chiesto di “potersi assentare” per il “riposo”. Intimidazioni, come quella di “essere rispediti” nella nazione asiatica, che costano al 51enne l’accusa di caporalato aggravato.

“Da quello che ho visto con i miei occhi in tante occasioni, tratta gli operai indiani come schiavi, come si vede nei film che parlano degli schiavi. Io quando vedevo quelle scene in cui trattava male gli operai gridando e mandandoli via chiedevo a qualche operaio che parla inglese cosa avesse detto, mi rispondevano che li aveva minacciati dicendo che li avrebbe licenziati e mandati in India”, ha detto un testimone dell’inchiesta, il cui verbale è riportato nel decreto di fermo di Appukuttan. Ha detto di non conoscere tutti i “nomi” dei lavoratori coinvolti (con picchi di 500 persone in cantiere) ma “tutti quelli con cui ho parlato mi dicevano di avere paura di lui”. Il 51enne avrebbe tenuto i “contatti con la società indiana che li porta in Italia e da quello che mi hanno detto pagano soldi per venire”, circa 500mila rupie (5-6mila euro) per ottenere il permesso di soggiorno per motivi di lavoro. L’uomo in Italia “li spaventa” e “quando è successo che alcuni di loro hanno protestato o per qualsiasi problema tra Caddell e gli operai” lui si sarebbe occupato della risoluzione dei problemi. Il testimone ha fornito agli inquirenti ulteriori informazioni sul sistema di sfruttamento dietro il progetto di rigenerazione urbana dei 40mila metri quadrati dell’ex Tiro a segno che potrebbero portare a sviluppi giudiziari nelle prossime settimane.

Il fermo, che dovrà essere convalidato dal gip, è stato disposto per il pericolo di fuga dell’indagato che inoltre si sarebbe adoperato per tentare di depistare l’inchiesta: a partire dal 29 maggio, quando i carabinieri hanno dato esecuzione al decreto di controllo giudiziario d’urgenza nei confronti della società statunitense indagata per la legge 231, Appukuttan avrebbe “inviato” messaggi “nella chat di gruppo” degli operai “intimando di non parlare e di non riferire all’esterno quanto accadeva in cantiere” e chiedendo di sapere cosa avessero riferito sulla sua figura. Lo stesso giorno avrebbe cambiato il “domicilio” in Italia, allontanandosi dal precedente alloggio di Garbagnate, nel Milanese.

“Voleva scappare dall’Italia – ha messo a verbale un operaio 41enne in una delle testimonianze – solo che ha capito che con l’aereo è pericoloso così si sta organizzando con la Caddell per farlo scappare via”. “Sono a conoscenza – ha aggiunto – del fatto che gli operai indiani hanno parlato di lui da voi. Vogliono fargli prendere un pullman o qualche altro mezzo che non si può controllare, perché sanno che al 100% se prende l’aereo lo scoprite e lo potete arrestare”. Nei giorni scorsi era stato fermato all’aeroporto di Orio al Serio Ulas Demir, il cittadino turco indagato come manager di Caddell Construction nella sede secondaria italiana. Aveva acquistato un volo per Istanbul il giorno dopo il commissariamento d’urgenza dell’azienda. Elemento che, assieme alle intercettazioni telefoniche, ha fatto ipotizzare il pericolo di fuga alla base del provvedimento. Il fermo è già stato convalidato dal gip di Bergamo che ha disposto un’ordinanza di custodia cautelare.

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Uccise il padre per difendere la madre: Makka Sulaev assolta in appello per legittima difesa, ribaltata la condanna a 9 anni

5 June 2026 at 18:45

La Corte d’Assise d’appello di Torino ha assolto per legittima difesa Makka Sulaev, la ventenne processata per aver ucciso il padre con due coltellate a Nizza Monferrato, in provincia di Asti, il 1 marzo 2024, nel corso dell’ennesima lite familiare. “Non volevo ucciderlo, volevo difendere mia madre” dichiarò la ragazza. La decisione ribalta integralmente la sentenza di primo grado, che l’8 marzo 2025 aveva condannato la giovane a nove anni e quattro mesi di reclusione. La Corte ha disposto anche la sua immediata liberazione. Fino alla sentenza d’appello, Sulaev era sottoposta all’obbligo di firma. La giovane era stata arrestata pochi giorni dopo i fatti e successivamente collocata in una comunità protetta, dove ha potuto proseguire il percorso di studi.

La vicenda si inserisce in un contesto familiare segnato, secondo quanto emerso in dibattimento, da episodi di violenza domestica e maltrattamenti ripetuti. Il giorno dell’omicidio, secondo la ricostruzione processuale, l’uomo, Akhyad Sulaev, avrebbe aggredito la moglie durante l’ennesima lite in casa. La figlia sarebbe intervenuta per difenderla, interponendosi tra i genitori. Durante il processo d’appello è stato acquisito anche un audio registrato da uno dei figli minori con un tablet, che ha documentato le fasi della lite e che è stato ascoltato in aula. Elemento che, insieme alle altre risultanze istruttorie, ha contribuito alla rivalutazione complessiva del quadro probatorio.

In primo grado, il tribunale di Alessandria aveva escluso la legittima difesa, ritenendo non sussistenti i presupposti per applicarla e contestando anche profili di eccesso nella reazione della giovane. La sentenza d’appello, invece, ha riconosciuto la sussistenza della scriminante, ricostruendo il gesto della ventenne all’interno di una situazione di aggressione in atto e di vulnerabilità familiare. Nel corso del dibattimento, il procuratore generale aveva chiesto la conferma della condanna, sostenendo che non si potesse invocare la legittima difesa e richiamando il principio del divieto di autotutela. La difesa ha invece insistito sulla condizione di violenza domestica continuativa, sottolineando la posizione di soggetto vulnerabile della giovane e la dinamica dell’aggressione in corso.

“È stata stravolta la sentenza di primo grado”, ha dichiarato il difensore della ragazza, evidenziando come il giudizio d’appello abbia ribaltato l’impostazione accusatoria iniziale. La procura generale potrebbe ora valutare un ricorso in Cassazione, mentre si attendono le motivazioni della decisione. La vicenda giudiziaria si chiude per ora con l’assoluzione della giovane, che al momento della lettura della sentenza era in aula ed è scoppiata in lacrime. Per lei si apre ora una nuova fase personale, anche sul piano degli studi, con l’esame di maturità imminente e il progetto di iscriversi a Medicina.

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Voto di scambio con aggravante mafiosa, rinviato a giudizio l’ex capo di gabinetto di Toti in Regione Liguria

5 June 2026 at 18:15

Matteo Cozzani, ex capo di gabinetto di Giovanni Toti, è stato rinviato a giudizio per corruzione elettorale con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, nell’ambito della maxi-inchiesta della Procura di Genova che nel maggio 2024 portò all’arresto per corruzione dell’allora governatore della Liguria (uscito dal processo con un patteggiamento). L’accusa riguarda presunti pacchetti di voti arrivati dalla comunità originaria di Riesi (Caltanissetta), residente nel quartiere genovese di Certosa, a candidati della lista Toti alle elezioni regionali del 2020, ottenuti secondo l’accusa in cambio di promesse di posti di lavoro da parte di Cozzani (già sindaco di Portovenere, in provincia della Spezia).

Il giudice per l’udienza preliminare di Genova, Giorgio Morando, ha ordinato il processo (che comincerà il 16 settembre) anche per altri 11 imputati: l’aggravante mafiosa è contestata anche ai gemelli Arturo e Italo Testa, rappresentanti della comunità riesina, e all’ex sindacalista della Cgil Venanzio Maurici, ritenuto il referente genovese del clan Cammarata di Cosa Nostra. Il consigliere regionale Stefano Anzalone e l’ex candidato della lista Toti Domenico Cianci dovrannno invece rispondere di corruzione elettorale semplice.

Venerdì l’udienza preliminare è stata rinviata a novembre per la decisione sulla richiesta di messa alla prova di sei imputati. Stralciata la posizione dell’ex segretario generale dei porti di Genova e Savona Paolo Piacenza (oggi presidente dell’autorità di sistema portuale dei mari Tirreno meridionale e Ionio), accusato di omessa denuncia per l’occupazione abusiva di alcune aree portuali da parte dell’imprenditore Aldo Spinelli: gli atti sono stati trasmessi ai pm che dovranno emettere nei suoi confronti un decreto di citazione diretta a giudizio.

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Strage di Crans, spunta una fattura sospetta sulla schiuma che alimentò il rogo: Jessica Moretti indagata anche per falso

5 June 2026 at 15:50

A cinque mesi dalla tragedia del Constellation, l’inchiesta giudiziaria sul devastante incendio che nella notte di Capodanno ha provocato 41 morti e oltre cento feriti si arricchisce di un nuovo capitolo. Jessica Moretti, proprietaria insieme al marito Jacques del locale di Crans-Montana andato distrutto dalle fiamme, è ora indagata anche per falsità in documenti. La nuova contestazione formulata dalla Procura di Sion non riguarda direttamente le cause dell’incendio ma un documento considerato dagli inquirenti di particolare rilevanza: la fattura relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente che, secondo le ricostruzioni investigative, avrebbe preso fuoco provocando il rapidissimo propagarsi delle fiamme all’interno del sotterraneo del locale.

Secondo gli accertamenti effettuati dagli investigatori svizzeri, il documento presenterebbe anomalie tali da far ipotizzare una falsificazione. Gli inquirenti parlano di alterazioni riconoscibili, modifiche macroscopiche e incongruenze che riguarderebbero persino gli elementi fiscali riportati nella fattura. Il documento, che risulterebbe formalmente emesso da una società tedesca, porta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro. Tuttavia, secondo la Procura, la fattura conterrebbe elementi incompatibili con la sua presunta origine. Tra questi, la presenza di un’aliquota Iva corrispondente a quella applicata in Francia e non in Germania, particolare che ha contribuito a far nascere i sospetti degli investigatori.

L’ipotesi investigativa è che il documento possa essere stato modificato per ragioni fiscali. Al momento, secondo quanto emerge dagli ambienti giudiziari, non vi sarebbero elementi che colleghino direttamente la presunta falsificazione alla dinamica dell’incendio. Tuttavia, per gli inquirenti il caso assume particolare rilevanza poiché riguarda proprio il materiale che si trova al centro dell’indagine tecnica sulle cause della tragedia.

La nuova accusa

La nuova accusa è emersa nella giornata in cui, a Sion, si è svolta la prima grande udienza di confronto tra Jacques e Jessica Moretti e le numerose parti civili coinvolte nel procedimento. I due coniugi sono arrivati poco dopo le otto del mattino a bordo di un veicolo della polizia senza contrassegni e hanno raggiunto l’edificio universitario dove si stanno svolgendo le audizioni. Si tratta della prima occasione in cui la coppia compare insieme davanti agli investigatori e agli avvocati delle vittime dopo le audizioni separate tenute nei mesi scorsi. L’attesa era particolarmente alta, non soltanto per il peso emotivo dell’incontro ma anche perché molte famiglie sperano di ottenere finalmente chiarimenti su aspetti che continuano a rimanere oscuri.

Tra i più duri nei confronti degli indagati c’è l’avvocato Romain Jordan, che assiste numerose famiglie delle vittime ed è stato incaricato anche dal Governo italiano di rappresentare gli interessi delle famiglie italiane coinvolte nella tragedia. “È stata indagata per una fattura falsa, non una fattura qualsiasi ma la fattura relativa all’acquisto della schiuma”, ha dichiarato il legale all’ingresso dell’udienza. “Ci chiediamo quando inizieremo a ricevere dichiarazioni sincere senza doverci confrontare con documenti falsi. Dove si trova il rispetto per le vittime? Stiamo perdendo un tempo prezioso e facendo giri inutili. Ora bisogna andare avanti e gli indagati devono collaborare”. Parole che riflettono il crescente malcontento delle famiglie, molte delle quali lamentano un atteggiamento considerato poco trasparente da parte dei proprietari del locale. Anche Alfredo Zampogna, legale dei genitori di Chiara Costanzo, una delle vittime italiane del rogo, ha espresso forti perplessità sulla documentazione esaminata dagli investigatori. Secondo l’avvocato, le modifiche presenti nella fattura apparirebbero evidenti e riconducibili ad alterazioni probabilmente apocrife.

Per Antonio Bana, che assiste la famiglia Barosi, la nuova contestazione rappresenta un elemento che potrebbe incrinare ulteriormente la posizione difensiva dei proprietari del locale. «Si stanno evidenziando delle piccole crepe», ha commentato il legale.

La madre della vittima

L’udienza si è svolta in un clima di forte tensione emotiva. Tra i presenti vi era anche Laetitia Brodard-Sitre (al centro della foto), madre di Arthur, il ragazzo di 16 anni morto nel disastro. La donna si è presentata vestita di bianco, con una fotografia del figlio appuntata sul petto. Le sue parole hanno rappresentato uno dei momenti più toccanti della giornata. “Ho perso mio figlio Arthur. Per questo oggi sono vestita di bianco e porto la sua foto sul cuore”, ha detto visibilmente commossa. “Ci sono stati 41 angeli che se ne sono andati. Ci sono ancora 115 feriti, alcuni ricoverati in terapia intensiva, gravemente ustionati, alcuni ancora in shock settico e in condizioni tali da non essere più riconoscibili”. Arthur era considerato una promessa del calcio giovanile svizzero e militava nell’FC Lutry, società del Canton Vaud.

La madre ha spiegato di essere presente non soltanto per lui ma anche per il fratello Benjamin e per tutte le famiglie che continuano a convivere quotidianamente con le conseguenze della tragedia. “Abbiamo bisogno di risposte – ha affermato – Sono passati cinque mesi. In questo periodo abbiamo scoperto molte cose ma voglio ancora capire quale fosse lo stato d’animo di Jacques e Jessica Moretti”. Le aspettative delle parti civili sono elevate, anche se alcuni legali invitano alla prudenza.

L’avvocato Gilles-Antoine Hofstetter ha sottolineato come la natura stessa dell’udienza possa limitare la spontaneità delle dichiarazioni rese dagli indagati. Secondo il legale, il fatto che Jacques e Jessica Moretti vivano insieme rende inevitabile ipotizzare che abbiano avuto modo di confrontarsi ampiamente sulla strategia difensiva e sulla ricostruzione dei fatti. “Siamo all’Everest della collusione”, ha osservato, precisando comunque che si tratta di una situazione del tutto normale per una coppia sposata. L’inchiesta continua intanto a coinvolgere un numero crescente di persone.

La chat sulle candele

Il corteo pirotecnico, andato in scena tante volte al Constellation, prima di Capodanno, non sarebbe stata un’iniziativa ‘spontanea’ dei giovani dipendenti del locale, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa Jessica Moretti come sarebbe emerso oggi durante l’interrogatorio dei proprietari del locale, a cui sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia. Compresi due audio di questo tenore: “Avrei gradito che si facesse” o “potreste farlo”. Questi documenti, che hanno portato Jessica alle lacrime in ricordo della giovane Cyanne Panine, la ragazza che era stata indicata come colei che aveva inconsapevolmente generato l’incendio ed è poi deceduta, contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francese. “Non abbiamo mai obbligato nessuno”, ha ribadito oggi la donna. “Era una consuetudine, – ha ammesso – ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione”.

Il punto sulle indagini

Attualmente sono quattordici gli indagati nell’ambito del procedimento penale aperto dalla magistratura svizzera per omicidio colposo, lesioni personali per negligenza e incendio colposo. Tra loro figurano non soltanto i proprietari del locale ma anche funzionari pubblici, dipendenti comunali ed ex amministratori che, a vario titolo, avrebbero avuto responsabilità nei controlli e nelle autorizzazioni legate all’attività. Jacques Moretti era stato arrestato il 9 gennaio scorso e successivamente rimesso in libertà il 23 gennaio dopo il pagamento di una cauzione di 200 mila franchi svizzeri. Ora la nuova contestazione per falso documentale apre un ulteriore fronte giudiziario che rischia di complicare ulteriormente una vicenda già estremamente complessa.

Sul piano processuale la presunta falsificazione della fattura potrebbe non avere un impatto diretto sull’accertamento delle responsabilità per l’incendio. Sul piano investigativo e simbolico, però, il documento assume un peso molto diverso. Per le famiglie delle vittime rappresenta infatti un nuovo elemento che alimenta dubbi sulla trasparenza della ricostruzione finora fornita dai proprietari del locale. Ed è proprio questo il punto che emerge con maggiore forza dalla lunga giornata di Sion: mentre la magistratura continua a cercare le responsabilità della tragedia che ha sconvolto la Svizzera e gran parte dell’Europa, le famiglie delle 41 vittime chiedono soprattutto una cosa: la verità.

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Botte e induzione al matrimonio forzato: condannati i genitori di una 22enne pachistana

5 June 2026 at 13:07

Una storia che ricorda quella di Saman Abbas, uccisa nel 2021 a Novellara. Ma che, fortunatamente, porta a un epilogo diverso, perché la vittima è riuscita a confidarsi con i carabinieri per poi aprirsi al magistrato titolare dell’inchiesta e al procuratore. Anche in questo caso viene dalla Bassa reggiana: una ragazza pachistana di 22 anni è stata sottoposta ad anni di vessazioni, percosse e aborto indotto dai genitori, perché considerata colpevole per una relazione sentimentale che non approvavano. Prima è stata privata del cellulare, poi isolata e costretta ad andare in Pakistan contro la sua volontà, minacciata di non farla tornare se non avesse accettato il fidanzamento e poi un matrimonio con un cugino. Il padre e la madre, 54 e 51 anni, sono stati condannati a due anni e 15 giorni per maltrattamenti e tentata induzione al matrimonio forzato. Il processo in primo grado conclude una complessa indagine dei carabinieri di Boretto, con i carabinieri di Guastalla, coordinati dalla Procura reggiana diretta da Calogero Gaetano Paci.

Le vessazioni sono iniziate nel 2017 e si sono protratte fino al 2023. La ragazza è stata picchiata e chiusa a chiave in cantina, di notte. A dicembre 2022, scoperta la gravidanza, la giovane è stata presa a pugni all’addome e alla schiena, costretta poi ad abortire. Dopo le sue dichiarazioni ai carabinieri era arrivato un divieto di avvicinamento, dove il giudice aveva sottolineato come le condotte fossero espressione di una visione “maschilista e dispotica”, incompatibile con i diritti fondamentali garantiti dall’ordinamento italiano. Tra gli episodi più gravi contestati ci sono schiaffi in volto, inginocchiarsi e il padre la percuoteva con pugni alla schiena facendole sbattere il viso contro il pavimento e la madre la chiudeva a chiave in cantina costringendola a trascorrervi la notte. Nel dicembre 2022, scoperta la gravidanza la giovane veniva colpita con pugni all’addome e in precedenza anche alla schiena, costretta poi ad abortire sotto minaccia di farle praticare l’aborto in Pakistan e di non essere più accolta in casa nell’ipotesi di portare a termine la gravidanza. Oltre alle violenze fisiche, i genitori avrebbero tentato ripetutamente di imporle matrimoni combinati con uomini scelti da loro, sottraendole il cellulare per isolarla dai contatti esterni.

Tra gennaio e febbraio 2023, dopo averle prospettato la possibilità di tornare a casa solo se avesse accettato di sposarsi, la avrebbero indotta a scegliere un ragazzo tra quelli che le venivano proposti e facevano a quest’ultimo una concreta proposta di matrimonio ma non riuscivano nell’intento per il rifiuto del ragazzo. Nell’aprile 2023 le comunicavano che avrebbe dovuto sposare un altro ragazzo connazionale organizzando un incontro tra lo stesso e la figlia contro la volontà di quest’ultima. Nonostante la paura, la giovane vittima è riuscita a parlare con gli inquirenti.

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Milano, l’ex procuratrice aggiunta Siciliano si candida vicesindaca. Sala: “La prova che una parte dei pm fa politica”

5 June 2026 at 12:03

“Non faccio mai di tutta l’erba un fascio, non lancio accuse a caso, porto rispetto alle altre istituzioni, anche alla Procura. Però evidentemente c’è una parte della Procura che fa politica e con la candidatura della Siciliano credo che ci sia una solida dimostrazione di ciò”. Il sindaco di Milano Beppe Sala commenta in modo durissimo la scelta di Tiziana Siciliano, ex procuratrice aggiunta nel capoluogo lombardo, di candidarsi alle elezioni comunali del prossimo anno. Siciliano, in pensione da dicembre 2025, era responsabile del pool specializzato in reati contro la pubblica amministrazione, e in quanto tale ha coordinato le recenti inchieste sull’urbanistica che hanno terremotato la giunta Sala. Ora correrà da vicesindaca nella lista “Milano Libera” dell’imprenditore Massimiliano Lisa, amministratore del museo su Leonardo Da Vinci “Leonardo3” in galleria Vittorio Emanuele, a due passi dal Duomo.

A questo proposito, ad alimentare le polemiche sulla candidatura dell’ex pm è una nuova inchiesta, nata proprio da un esposto di Lisa, con l’ipotesi di turbativa d’asta e corruzione per la concessione degli spazi commerciali in galleria da parte del Comune. La denuncia era arrivata quando Siciliano era ancora in servizio, ed era stata assegnata a un magistrato del suo dipartimento. Ma la pm, interpellata sul tema, ha sottolineato di essere completamente estranea alla gestione dell’indagine, spiegando di aver conosciuto Lisa solo dopo il pensionamento, cioè a gennaio 2026: “Non vorrei sbalordirvi, ma io questo esposto non lo ricordo in alcun modo, ne arrivavano centinaia. L’assegnazione avveniva automaticamente, tramite il sistema informatico. Sono in pensione da cinque mesi e cinque mesi, nel nostro mondo, sono un’infinità”.

Una versione su cui Sala attacca Siciliano, dicendosi poco convinto: “Ogni giorno che passa sono sempre più perplesso. Leggo che Siciliano dice che non ricorda l’esposto di Massimiliano Lisa. Ora, ho qualche dubbio, ma non ho nessuna prova che non si ricordi. Ma che una pm così esperta, che ha avuto un ruolo apicale in procura, si candidi con una persona che conosce poco senza fare alcuna verifica, ecco questo è incomprensibile“, dice il sindaco a margine della festa dei Carabinieri. Trovando la solidarietà del governatore leghista Attilio Fontana: “Sono d’accordo nel dire che in questi ultimi anni la magistratura sta facendo alcune scelte che lasciano un po’ perplessi. Quella che dice il sindaco Sala è una delle ipotesi”, afferma il presidente della Regione.

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Famiglia nel bosco, il ministero della Giustizia archivia il caso: nessun illecito disciplinare per i magistrati

4 June 2026 at 14:44

Attaccati da una parte politica, compresa la premier Giorgia Meloni, poco prima del referendum sulla giustizia, minacciati e insultati, ai magistrati che si sono occupati della famiglia nel bosco nulla va e andava rimproverato. Il ministero della Giustizia, che aveva inviato gli ispettori dopo le dichiarazioni della presidente del Consiglio, ha escluso qualsiasi profilo di illecito disciplinare a carico dei magistrati coinvolti. La nota ufficiale di via Arenula è arrivata con la conclusione degli accertamenti disposti nei mesi scorsi su impulso del ministro Carlo Nordio. “All’esito dell’inchiesta sulla ‘famiglia nel bosco’ disposta dal Ministro della giustizia, non sono emersi profili di illeciti disciplinari da parte dei magistrati”, si legge nel documento diffuso dal Ministero. Nella stessa nota viene ribadito un principio centrale dell’ordinamento: “Le decisioni di merito in ossequio all’indipendenza e all’autonomia della magistratura non sono oggetto di valutazione”.

La vicenda era finita al centro dell’attenzione pubblica dopo una serie di provvedimenti giudiziari che avevano riguardato una famiglia e i minori coinvolti, con conseguenti polemiche sull’intervento dell’autorità giudiziaria e sulle modalità di tutela dei diritti dei bambini. Il caso aveva innescato anche un confronto tra governo e magistratura, con richieste di approfondimenti ispettivi e verifiche sull’operato degli uffici giudiziari competenti. La presidente del Tribunale dell’Aquila aveva scritto al Cms per lamentare le “continue richieste di atti” da parte del ministero e anche l’Anm aveva espresso preoccupazione considerando l’ispezione una “interferenza”.

Il caso

La coppia dal 2021 viveva con tre figli piccoli nel casolare. I fratellini non frequentavano la scuola (i genitori sostenevano l’educazione parentale), non avevano assistenza pediatrica, né completato il ciclo di vaccinazioni e non parlavano italiano. Nel settembre 2024 la famiglia si era intossicata con funghi raccolti dal padre ed è stata soccorsa casualmente da un vicino. In ospedale i genitori avevano rifiutato alcune cure per i figli che rifiutavano il sondino nasogastrico, episodio che aveva fatto partire le segnalazioni alle autorità.

L’allontanamento dei bambini è avvenuto nell’ambito di un percorso seguito dai servizi sociali e disposto dal Tribunale per i minorenni, sulla base di valutazioni relative alle condizioni di vita dei minori. La più grande al momento dell’allontanamento aveva una bronchite non curata. Dopo un periodo di permanenza nella casa, la madre è stata allontanata il 7 marzo dalla struttura per l’atteggiamento “ostile” e “squalificante” nei confronti degli operatori. A seguito della decisioni i giudici erano stati attaccati dalla stessa premier, Giorgia Meloni, e hanno subito una ispezione decisa dal ministro della Giustizia che si è conclusa oggi con l’archiviazione. I coniugi erano stati ricevuti dal presidente del Senato e hanno partecipato anche a una conferenza stampa alla Camera. Oggi invece Michela Vittoria Brambilla, presidente della commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, ha incontrato i bambini nella struttura.

L’ispezione

Nei mesi successivi il ministero della Giustizia aveva disposto accertamenti ispettivi, mentre il Consiglio Superiore della Magistratura aveva acquisito documentazione e informazioni sul caso, nell’ambito delle proprie funzioni di vigilanza e garanzia dell’autonomia dei magistrati. La vicenda aveva avuto anche un forte riflesso politico, con esponenti del governo che avevano criticato alcune decisioni dei giudici, alimentando un dibattito sul confine tra tutela dei minori, intervento dello Stato e indipendenza della magistratura. Le tensioni si erano concentrate in particolare sull’interpretazione dei provvedimenti che avevano disposto la separazione del nucleo familiare, poi al centro di contestazioni e interventi istituzionali.

Con la conclusione dell’inchiesta amministrativa, il ministero ha ora escluso qualsiasi responsabilità disciplinare individuale, chiudendo formalmente il procedimento interno e ribadendo la distinzione tra valutazione disciplinare e merito delle decisioni giudiziarie. Resta invece sul piano politico e giuridico il dibattito più ampio che il caso aveva generato, legato ai limiti dell’intervento dello Stato nelle situazioni familiari complesse e al bilanciamento tra protezione dei minori e autonomia della giurisdizione.

L’Anm

“I magistrati del Tribunale per i minorenni di L’Aquila hanno fatto il proprio lavoro con correttezza e trasparenza, rispettando leggi e procedure. Lo certifica anche il ministero della Giustizia con la relazione degli ispettori. Ne prendiamo atto e rinnoviamo la nostra vicinanza ai colleghi che in questi mesi sono stati oggetto di sistematici attacchi per aver semplicemente fatto il proprio dovere su un caso che era al centro dell’attenzione della politica” sottolinea la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati in una nota.

Gli ultimi sviluppi

Il padre dei piccoli nei giorni scorsi ha detto in una intervista che la moglie ” èsempre stata lucida e oggi è pronta a collaborare per il benessere dei nostri figli”. La coppia vive in una nuova abitazione messa a disposizione dal Comune, mentre i tre figli restano in casa-famiglia a Vasto in attesa della decisione del Tribunale per i minorenni. Gli incontri con la madre avvengono solo alla presenza degli assistenti sociali: “Sta passando momenti molto tristi; non avendo i bambini con lei, è triste per non poterli vedere”.

Il padre ha raccontato anche la difficoltà quotidiana della separazione: “Il momento più difficile della giornata è quando ci svegliamo e non c’è il rumore e l’allegria dei bambini”. E guarda al futuro: “Ricominciamo a vivere”. Resta intanto fermo il progetto della nuova abitazione destinata ai bambini: il casolare agricolo non è ancora stato ristrutturato e servono varianti urbanistiche e interventi sui servizi essenziali.

L’abbraccio

Intanto dopo tre mesi di separazione, la donna ha potuto riabbracciare i suoi tre figli in un incontro protetto. Gli incontri in presenza sono ora ripresi sotto la supervisione dei servizi sociali, mentre si attende la decisione dei giudici sul possibile ricongiungimento familiare. Determinanti saranno la relazione finale della consulente tecnica d’ufficio e le osservazioni presentate dai consulenti di parte. I tre bambini, inoltre, a fine giugno sosterranno gli esami per l’ammissione alla seconda e alla quarta elementare.

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“In quella villetta una mattanza”, per la strage di Altavilla chiesto l’ergastolo per la “coppia diabolica” e 30 anni per Barreca

4 June 2026 at 14:03

“La Procura ritiene comprovata la responsabilità dei tre imputati per omicidio plurimo aggravato e distruzione del cadavere”. Con queste parole è iniziata la requisitoria davanti ai giudici della Corte d’Assise di Palermo del pm Manfredi Lanza per il processo sulla strage di Altavilla Milicia, nel Palermitano, in cui vennero torturati e uccisi Antonella Salamone e i figli Kevin, di 5 anni, ed Emmanuel, di 17 anni. I tre imputati per omicidio volontario a cui fa riferimento il giudice sono il padre e marito delle vittime, Giovanni Barreca, e l’ex coppia Massimo Carandente e Sabrina Fina: sono accusati di averli uccisi nella villetta di famiglia durante quello che i periti hanno definito un rito esoterico. In preda a un delirio mistico, gli imputati si sono auto-definiti “fratelli di dio”. Al termine della requisitoria è stato chiesto l’ergastolo per la “coppia diabolica”, ormai separata, e 30 anni di carcere per Giovanni Barreca, a cui è stata riconosciuta la semi infermità mentale.

Insieme a Lanza, in aula anche il neo Procuratore capo di Termini Imerese, Angelo Vittorio Cavallo. Hanno ripercorso nella requisitoria i fatti della notte tra il 10 e l’11 febbraio 2024, quando i cadaveri furono ritrovati. “In quella villetta si è consumata una vera e propria mattanza”, ha commentato il pm. La donna e i due figli erano stati torturati per giorni e poi uccisi: la moglie di Barreca era stata parzialmente carbonizzata, come provato dalle braci trovate in giardino, e poi nascosta in un terreno vicino alla villetta. Le sue ossa, come spiegato dal pm, “sono state trovate in condizioni tali da non riuscire neppure a fare la prova del Dna. Sembrava come se fossero stati in un forno crematorio“. I carabinieri avevano trovato Kevin senza vita sotto una coperta in condizioni che, ha detto il magistrato, “definire terribili non rende l’idea”. Dietro al divano invece “viene trovato il corpo dell’altro figlio, con un bavaglio alla bocca e una catena alle gambe“.

Nella stanza con il corpo del bimbo di cinque anni, oltre al cadavere di Emmanuel, c’era anche Miriam Barreca, la sorella sopravvissuta che ha partecipato alla strage. Anche la giovane è stata coinvolta in un processo parallelo ma, la Corte d’appello di Palermo a marzo l’ha ritenuta temporaneamente incapace di intendere e di volere al momento dei fatti. In primo grado era stata condannata a 12 anni e otto mesi per omicidio plurimo aggravato e occultamento di cadavere: durante il processo aveva dichiarato che avrebbe “rifatto tutto” e che non aveva ceduto neanche di fronte alle suppliche della madre che l’aveva pregata di chiamare i carabinieri.

I giudici per i minorenni hanno accolto le conclusioni dei periti per cui la giovane, che all’epoca non aveva ancora 18 anni, non era imputabile per la a sua capacità solo parziale di comprendere e di autodeterminarsi la settimana della strage. Considerando l’età della ragazza, superiore ai 14 anni ma inferiore ai 18, avevano applicato gli articoli 98 e 530 del codice penale, escludendo la responsabilità penale della giovane imputata. Di lei, Lanza ha tenuto a ricordare che “non è stata assolta per non avere commesso il fatto, bensì per ‘immaturità'”. Miriam Barreca ora si trova in una struttura protetta fuori dalla Sicilia, dove segue un percorso con educatori e specialisti, scandito da test periodici di valutazione del suo stato, fino al ritorno in libertà.

Mia nipote poteva salvare i suoi fratellini e mia sorella – ha detto Calogero Salomone, fratello di Antonella – invece non ha fatto nulla. L’hanno trovata con il telefono cellulare in mano, quindi se avesse voluto avrebbe potuto chiedere aiuto, ma non ha fatto nulla”. Ha poi concluso chiedendo giustizia: “Meritano tutti l’ergastolo. Tutti. A partire da quel mostro di Giovanni Barreca. E anche quella coppia diabolica merita l’ergastolo. Spero non ci siano sconti di pena per presunte infermità. Devono andare tutti all’inferno. E restarci per sempre. Devono essere condannati al carcere a vita. Quello che hanno fatto è stato peggio di un film dell’orrore”.

La requisitoria del magistrato è proseguita con ulteriori dettagli della strage. “Per scacciare i ‘demoni’, come ci ha raccontato la figlia della coppia, Miriam Barreca, veniva preparato il caffè amaro e sia la donna che i ragazzini venivano costretti a berlo – spiega Lanza-. Facevano domande inerenti ad argomenti religiosi spinti, verso il fanatismo estremo. Miriam Barreca ci racconta di questi ‘interrogatori’. La madre è stata picchiata con calci, pugni, fino a cagionare la morte che avverrà poi in cucina. Poco dopo Miriam dice che lo facevano tutti gli adulti. Anche quando i ricordi sembrano confusi Miriam Barreca torna a un certo punto e dice che si decide di dare fuoco al corpo della madre”. Il pm ha anche ricordato del morso trovato sul polpaccio di Sabrina Fina, una degli aguzzini: “Un morso dato da una delle vittime mentre venivano torturati”.

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Ex lagunare ucciso dall’esposizione all’amianto, il Tribunale di Milano condanna il ministero della Difesa a risarcire la figlia

4 June 2026 at 13:52

Il Tribunale di Milano ha condannato il ministero della Difesa a risarcire con oltre 400mila euro la figlia di un ex lagunare dell’Esercito Italiano morto nel 2017 a causa di un mesotelioma pleurico, riconoscendo il nesso causale tra l’esposizione ad amianto durante il servizio militare e l’insorgenza della malattia. Secondo quanto ricostruito in sentenza, come comunica l’Osservatorio Nazionale Amianto, M.R., aveva prestato servizio negli anni Sessanta in ambienti militari nei quali l’amianto era ampiamente utilizzato e presente in modo diffuso, tra caserme, mezzi e materiali di uso quotidiano. Nel corso della sua attività avrebbe inoltre svolto operazioni di manutenzione e movimentazione di componenti contaminati, senza adeguate misure di protezione.

L’ex militare aveva iniziato a manifestare gravi problemi respiratori fino alla diagnosi di mesotelioma pleurico, una delle forme tumorali più aggressive e direttamente collegate all’esposizione alle fibre di amianto. La malattia lo ha portato alla morte il 31 luglio 2017, dopo un periodo di gravi sofferenze fisiche e psicologiche condivise con la figlia. La donna ha successivamente avviato una lunga battaglia giudiziaria per ottenere il riconoscimento della responsabilità del ministero della Difesa. Il Tribunale ha ora stabilito che non furono adottate adeguate misure di prevenzione e protezione, nonostante la pericolosità dell’amianto fosse già conoscibile all’epoca dei fatti.

I giudici hanno riconosciuto non solo il danno subito dal militare durante la malattia e nella fase terminale, ma anche il danno parentale subito dalla figlia, evidenziando il legame particolarmente intenso tra i due. Nelle motivazioni si fa riferimento a una relazione quotidiana fatta di contatti costanti, sostegno reciproco e forte vicinanza affettiva, documentata anche attraverso testimonianze e materiali personali. La sentenza sottolinea come la morte del padre abbia rappresentato per la figlia “uno sconvolgimento radicale della sua vita”, riconoscendo la profondità del trauma subito sia durante la malattia sia dopo il decesso. Il risarcimento complessivo supera i 400 mila euro, ma la decisione assume rilievo anche sul piano giuridico per il riconoscimento della responsabilità dello Stato in relazione all’esposizione all’amianto nelle Forze Armate.

“Dietro questa sentenza non ci sono numeri o semplici risarcimenti, ma la storia di una famiglia distrutta da una morte che poteva e doveva essere evitata”, ha dichiarato l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale della donna. “Per anni questa figlia ha combattuto perché fosse riconosciuta la verità sulla morte del padre, un uomo che aveva servito lo Stato in divisa senza sapere di essere stato esposto a un killer invisibile come l’amianto”. Il legale ha inoltre sottolineato come la decisione rappresenti un riconoscimento più ampio delle responsabilità istituzionali: “È una sentenza importante perché conferma ancora una volta che anche nelle Forze Armate ci sono state esposizioni gravissime e che lo Stato ha il dovere di tutelare chi lo serve”.

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