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Progetto Itaca Roma, il volontariato per la salute mentale: “Così facciamo prevenzione nelle scuole, parlando di ansia e dei fattori di rischio”

10 June 2026 at 17:39

Non di solo pane. Fare i volontari, oggi, può significare anche occuparsi della salute mentale delle persone e lavorare perché lo stigma intorno alla malattia mentale si riduca, attraverso progetti che mettono insieme le persone, malati, famiglie, e persino aziende. È la visione dell’associazione Volontari per la salute mentale, Progetto Itaca Roma. Andrea Garzia, 59 anni, è un ingegnere elettronico ed uno dei volontari. “In realtà sono sempre stato attratto dal volontariato”, racconta, “sono passato infatti per Sant’Egidio, dove ho lavorato con i senza dimora per molto tempo. E forse proprio lì ho cominciato a notare il tema della salute mentale. Da lì sono transitato per Telefono Amico, fino a che ho incontrato, appunto, Itaca Roma e sono rimasto colpito dai loro progetti. Ho fatto un corso di dieci incontri e sono diventato volontario”. L’associazione Progetto Itaca nasce oltre 20 anni fa a Milano, poi nel tempo si è diffusa ed oggi è presente in 18 città. A Roma i progetti sono moltissimi. Andrea li racconta uno dopo l’altro, partendo da quello di cui si occupa di più. “È il progetto ‘Prevenzione nelle scuole’, che ha l’obiettivo di sensibilizzare i ragazzi delle scuole superiori sui temi della salute mentale, spiegando ad esempio la differenza tra una normale emozione e un potenziale disturbo. Come facciamo? Organizziamo degli incontri in cui andiamo nelle scuole con uno psichiatra, che è una figura molto meno conosciuta rispetto allo psicologo, meglio se giovane, che possa entrare subito in contatto con i ragazzi. E si parla di tutto, dall’ansia, ai disturbi ossessivo-compulsivi, al disturbi dell’umore o dell’alimentazione. Si discute di fattori di rischio e dell’importanza di parlare e non isolarsi. Cerchiamo di rendere la presentazione coinvolgente, se possono usare il cellulare utilizziamo anche un’applicazione che consenta di interagire in modo anonimo”.

Un altro progetto importante è la “Club House Itaca”, importata dal mondo anglosassone. Si tratta della possibilità di offrire uno spazio diurno residenziale, dove gli utenti, persone che hanno qualche problema nell’ambito della salute mentale, possono andare in sede a passare la giornata, coordinati e supportati dai volontari che cercano di organizzare la giornata in attività. “Si tratta di un’attività preziosa”, spiega Andrea, “Qui ci sono corsi per imparare a usare il computer, di giardinaggio, cucina, aperti a tutti, con l’obiettivo di favorire il reinserimento sociale”. Abbinato alla Club House, di cui è un prolungamento, c’è il progetto che si chiama Job Station, che mette in contatto gli utenti che vengono alla Club House, quelli interessati ad un inserimento nel mondo del lavoro, con le aziende che offrono lavoro. “Per le persone fragili l’idea di iniziare un lavoro ‘di botto’ può essere difficile, allora cerchiamo di rendere questo passaggio soft affiancando al ragazzo o ragazza all’utente un tutor concordato con l’azienda, a cui chiediamo magari la possibilità di fare una prima fase di lavoro in smart working dalla nostra sede: in questo modo la percentuale di successo nel mantenimento del lavoro cresce sensibilmente”, continua Andrea.

Ma i progetti non finiscono qui: ci sono i gruppi di mutuo aiuto (GAMA): persone con problematiche simili si incontrano una volta a settimana in un posto sicuro e riservato, all’interno della sede, con l’aiuto di un facilitatore che sa gestire i gruppi. “È stato dimostrato”, continua il volontario, “che incontrarsi periodicamente e condividere le proprie esperienze ha un valore terapeutico, è molto efficace e a costo quasi zero, che può ad esempio integrare un percorso psicoterapeutico individuale o farne in parte le veci quando questo non è possibile (ad esempio per problemi economici)”. Ma non basta. C’è una linea di ascolto, un numero a cui i volontari danno informazioni su quello che fa il progetto Itaca, ma anche sui servizi pubblici a cui rivolgersi, dal centro di salute mentale al consultorio. E infine, poiché quando una persona si ammala si ammala anche tutta la famiglia, ecco il progetto “Famiglia a Famiglia”. “Ci rivolgiamo al nucleo familiare attraverso gruppi famiglia, in cui c’è sempre un facilitatore, in questo caso esperto rispetto all’avere in casa un parente con problemi di salute mentale e che quindi può aiutare quei familiari che si trovano ad affrontare questo tema per la prima volta. Organizziamo i gruppi in modo da far incontrare i familiari, che si scambiano esperienze, e si sentono meno soli: non è una cosa che abbiamo inventato noi”, conclude Andrea, “quando le famiglie erano allargate le persone si aiutavano, ma oggi quello che un tempo era spontaneo non c’è più e bisogna ricostruirlo”. Itaca Roma fa soprattutto questo: mettere insieme persone e famiglie con fragilità, attivare una condivisione che, immediatamente, cura, sconfiggendo la solitudine. Solitudine che non può che aggravare disturbi, malesseri e patologie, quando non è direttamente la causa.

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“Live for All”, nasce l’associazione che si batte per eventi dal vivo inclusivi: “Ora una legge di iniziativa popolare”

10 June 2026 at 15:37

Live for All, il primo progetto italiano per rendere gli spettacoli in tempo reale finalmente inclusivi e accessibili anche per le persone con disabilità, diventa una associazione. Il comitato promotore il 10 giugno a Milano ha lanciato la nuova sfida con una conferenza stampa in collaborazione con BASE Milano. Tra i presenti, alcuni promotori dell’iniziativa inclusiva come la consigliera regionale lombarda Italia viva Lisa Noja, oltre ad avvocati, architetti, professionisti della comunicazione, progettisti culturali e attivisti per i diritti delle persone con disabilità come Marina Cuollo, Giorgia Meneghesso, Simone Riflesso, Erica Ercole e Sonia Veres. “Diventiamo una realtà strutturata per incidere con maggiore forza nel dibattito pubblico e far capire quanto sia fondamentale e non più procrastinabile il diritto a veder garantiti l’accessibilità agli eventi dal vivo per le persone con disabilità”, dicono gli ideatori di Live for All. Il messaggio univoco è porre “fine a qualsiasi discriminazione a danno delle persone con disabilità che, come tutti gli altri, vogliono poter partecipare alla vita culturale nel momento dello svago senza impedimenti e ostacoli, tutti elementi che provocano ulteriore solitudine e segregazione”.

Contattata da ilfattoquotidiano.it Noja spiega che “in Parlamento c’è un progetto di legge insufficiente rispetto alle esigenze e ai bisogni delle persone con disabilità per quanto riguarda gli eventi dal vivo accessibili. Abbiamo proposto degli emendamenti in Commissione Cultura alla Camera ma sono stati bocciati”. “Di fronte a questo silenzio”, continua, “vogliamo depositare una proposta di legge di iniziativa popolare per introdurre una normativa quadro sull’accessibilità degli eventi dal vivo e per dire che questo è un tema che interessa ai cittadini, il Parlamento deve occuparsene subito e chiederemo anche interventi a livello comunale e regionale per la promozione di criteri specifici di accessibilità nei bandi e negli investimenti pubblici destinati a eventi, spazi culturali e impianti sportivi”.

Il 3 luglio scorso il Comitato per i concerti accessibili e l’Associazione Al.Di.Qua.Artists (Alternative Disability Quality Artists) avevano presentato il “Manifesto per eventi dal vivo accessibili” in Senato contenente dieci proposte concrete per la partecipazione delle donne e degli uomini con disabilità agli eventi dal vivo. L’iniziativa era partita sulla base di diverse criticità che le persone con disabilità stesse avevano riscontrato in occasione di eventi non fruibili per tutti. Il Comitato formato oltre che da Noja, Tomirotti e Cuollo anche da Riccardo Di Lella e Serena Tummino, aveva anche lanciato una petizione su change.org che attualmente ha superato le 34mila firme.

“Oggi”, denuncia a ilfattoquotidiano.it Noja, “ci sono diversi bandi che stanziano complessivamente milioni di euro per la ristrutturazione degli impianti, dei palazzetti dello sport, delle strutture, ma purtroppo l’accessibilità non è sempre presentata come prerequisito vincolante per partecipare ai progetti dei bandi pubblici”. “Come nascente associazione vogliamo fare da advocacy e porci come interlocutori a livello nazionale con gli enti e i decisori politici. L’organizzazione che andremo a costituire”, continua, “sarà aperta al contributo di tutti coloro che vorranno proseguire con noi, con ancora più forza, la battaglia contro le barriere fisiche, sensoriali, cognitive e culturali che limitano l’esperienza dei live, sia per il pubblico in platea che per i professionisti e gli artisti con disabilità sul palco”. Chiedono la possibilità di “effettuare prenotazioni uguali a tutti gli altri, con un click” senza farraginosi meccanismi di selezione, “numeri significativi di posti dedicati alle persone con disabilità” come ad esempio a donne e uomini che per spostarsi utilizzano una carrozzina, “posti adeguati per una corretta fruibilità e una giusta visibilità”, nel rispetto delle esigenze di sicurezza con personale adeguatamente formato, “basta segregazioni” con aree separate e discriminatorie e “nuovi parametri di progettazione” degli impianti e infrastrutture secondo i principi della progettazione universale. La creazione di un’associazione arriva “dalla necessità di dare al nostro movimento una forma più organizzata e incisiva” spiegano gli ideatori. Sottolineano, tra le varie cose, che seguendo i dettami della “Costituzione italiana e la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, abbiamo tutti la responsabilità di eliminare fattivamente le barriere che impediscono alle persone con disabilità la partecipazione effettiva alla vita culturale”. “Live for All”, concludono, “si batte per un sistema-spettacolo dal vivo che non lasci indietro nessuno e che possa essere realmente inclusivo per tutti. Continuiamo la nostra battaglia sui diritti e per le pari opportunità”.

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WhatsApp deve riaprire le porte agli assistenti AI rivali per evitare danni irreparabili alla concorrenza, lo dice Bruxelles

10 June 2026 at 14:56
La Commissione europea ha imposto a Meta di ripristinare entro cinque giorni l’accesso degli assistenti AI concorrenti a WhatsApp. La misura, adottata mentre l’indagine antitrust è ancora in corso, punta a evitare danni alla concorrenza in un mercato considerato cruciale

“Da Sala e Salvini politiche simili. A Milano alloggi vuoti mentre le famiglie aspettano una casa”: il 13 giugno la mobilitazione per il diritto all’abitare

10 June 2026 at 14:28

“Dal sindaco di Milano Beppe Sala e dal ministro Matteo Salvini vediamo politiche simili. L’idea è sempre la stessa, far cassa sull’edilizia popolare abbandonando a sé stessi i soggetti con maggior disagio”. L’allarme arriva dai movimenti per la casa di Milano che questa mattina hanno presentato la giornata di mobilitazione che si svolgerà il 13 giugno nelle case popolari della città e si concluderà con un corteo da piazza Tricolore a piazza della Scala. “Questa giornata avviene in un momento di gravissima emergenza abitativa. Abbiamo più di 1500 sfratti convalidati nel 2025, 400 domande di emergenza abitativa accettate ma senza alloggi, 17mila famiglie in attesa di casa popolare e quasi 10mila alloggi sfitti” spiega Bruno Cattoli, dell’Unione Inquilini Milano che insieme ad altre 50 realtà del coordinamento 3 luglio ha organizzato la conferenza stampa di lancio del corteo in un luogo simbolo dell’emergenza abitativa. Un caseggiato popolare con un centinaio di alloggi sfitti in zona Prealpi. La proprietà è del Comune che lo ha inserito in un piano di vendita: “Ma per il momento è tutto fermo, viene lasciato nel degrado con la maggior parte degli alloggi sono sfitti – spiega Mattia Gatti, segretario del Sicet Milano – dunque case che potrebbero andare a chi bisogno rimangono vuote senza manutenzione e aumenta il degrado. Noi chiediamo che le case non siano vendute ma che sia dato in assegnazione a chi da anni sta aspettando una casa”.

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Povertà e assenza di reti alimentano i maltrattamenti infantili: Emilia-Romagna la Regione più attenta, criticità al Sud

10 June 2026 at 12:42

Una delle principali cause che alimenta il maltrattamento infantile oggi è la povertà relazionale, cioè la più generale mancanza di adulti di riferimento, legami significativi, comunità e spazi sicuri, che espone bambini e bambine a isolamento, disagio e, appunto, possibili abusi. Ad aumentare i rischi, ci sono l’instabilità economica, la disoccupazione e persino l’inflazione, che mettendo a rischio la salute mentale degli adulti incidono sulla sicurezza dei minorenni. È quanto emerge dalla settima edizione dell’“Indice regionale sul maltrattamento e la cura dell’infanzia in Italia” della Fondazione Cesvi (organizzazione umanitaria laica e indipendente) e presentata oggi a Roma alla presenza, tra gli altri, della presidente e del direttore generale di Cesvi, Ilaria Dallatana e Stefano Piziali e della ministra Eugenia Roccella. L’Indice, che si basa su 65 indicatori, non misura il numero dei casi di maltrattamento, ma la capacità delle regioni di contrastarlo con politiche pubbliche e servizi territoriali. Cura, salute, sicurezza, conoscenza, lavoro e accesso ai servizi sono le sei capacità analizzate.

La crescita degli abusi emotivi

Il messaggio è netto: la povertà non è solo la mancanza di risorse materiali, ma anche la carenza o il deterioramento di relazioni significative e di adulti e comunità capaci di proteggere. Solitudine, assenza di ascolto, fragilità dei legami familiari, mancanza di amici e scarsa presenza di adulti che intercettino il disagio. “Il maltrattamento dell’infanzia non è un fenomeno confinato alle mura domestiche, ma una sfida collettiva che affonda le radici nelle condizioni relazionali e sociali in cui bambini e famiglie vivono”, afferma Stefano Piziali. Se la famiglia è il primo spazio di protezione emotiva, può essere però intaccata da criticità, come conflitti di coppia, tensioni economiche e carichi di lavoro. Fondamentali le relazioni tra pari, anch’esse però potenzialmente segnate da esperienze dolorose come bullismo, razzismo e omofobia.

Secondo l’OMS, gli abusi si distinguono in fisico, sessuale, emotivo e trascuratezza. L’abuso emotivo è la forma più frequente (36,3%), seguito da quello fisico (22,6%) e sessuale (12,7%). Quest’ultimo colpisce più le bambine (18% contro il, 7,6% dei maschi). I reati contro minorenni in Italia hanno raggiunto 7.204 casi nel 2024 (+35% nell’ultimo decennio). Nel 2023 i servizi sociali in Italia seguivano oltre 113.000 minorenni vittime di maltrattamento (+58% rispetto al 2018). “Ma la violenza sui minorenni”, spiegano dal Cesvi, “è ancora fortemente sottostimata, a causa della paura, della vergogna e anche della normalizzazione culturale delle pratiche violente”. Le conseguenze sono gravissime, sia nel breve che nel lungo periodo: oltre a lesioni e infezioni, anche ansia, depressione, aggressività, disturbi del sonno, disturbo post traumatico da stress, compromissioni di sviluppo cognitivo e relazioni sociali, autolesionismo, abbandono scolastico, tentativi di suicidio.

Nord-sud, le differenze che pesano

L’Indice regionale analizza fattori di rischi e servizi delle singole regioni, mettendo in evidenza grandi disparità territoriali. La regione con la migliore capacità complessiva di fronteggiare il tema del maltrattamento all’infanzia è l’Emilia-Romagna, seguita da Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. Le regioni che presentano maggiori criticità sono, invece, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

Le regioni che presentano una situazione negativa sono quelle in cui i fattori di rischio si combinano a servizi sotto la media. E non a caso i servizi a sostegno della genitorialità (pratici e psicologici), in ripresa dopo la pandemia, raggiungono in Italia 144.627 utenti, 495 ogni 100.000 abitanti: ma sono molto più diffusi al nord (741) rispetto al centro e al sud (322,1 e 271 sempre ogni 100.000 abitanti).

In generale, gli utenti dei servizi sociali professionali (bambini e adulti) registrano un aumento dopo la pandemia (da 725.440 del 2018 a 775.220 nel 2022 (+6,9%). L’assistenza domiciliare per famiglie e minorenni cresce ma resta inferiore al 2018: 32.281 utenti (-8,3%). Aumenta anche il numero di utenti dei servizi sociali per dipendenze (da 21.408 a 27.261) e il tasso di dimissioni ospedaliere per disturbi psichici tra minorenni (da 5,5 a 8,1 dimissioni nel 2023 ogni 10.000 abitanti). Scende il numero assoluto dei pediatri, da 7.499 a 6.962.

Rafforzare le ‘antenne sociali’

Sulla base dei dati, Cesvi invita, per contrastare povertà relazionale e maltrattamenti, a rafforzare gli spazi educativi e di aggregazione, sostenere le famiglie, valorizzare il ruolo della scuola e promuovere reti territoriali integrate tra servizi, terzo settore e comunità locali, mettendo il minorenne al centro di una vera ‘comunità di cura’. Anche il quartiere può essere decisivo: centri diurni, biblioteche, campetti sportivi possono diventare fattori protettivi. “Occorre rafforzare quelle che definiamo ‘antenne sociali’, cioè pediatri, insegnanti e operatori sociali che intercettino la vulnerabilità prima che si trasformi in maltrattamento e per questo serve anche più formazione degli operatori”, afferma sempre Piziali. Proprio in quest’ottica, Cesvi ha sviluppato un programma di “Case del Sorriso” in contesti territoriali fragili come i quartieri periferici di Napoli, Bari, Siracusa ma anche Milano, offrendo sostegno psicologico, supporto alla genitorialità, sport, proposte educative. Per rafforzare socialità, protezione e senso di appartenenza.

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Molestie sul lavoro, la lezione della Cassazione: se un fatto non si può provare, non è detto che sia falso

10 June 2026 at 06:20

di Renato Albanese *

Una recente pronuncia della Corte di Cassazione, sentenza n. 4339/2026, richiama un principio di grande rilievo per la gestione delle segnalazioni di molestie nei luoghi di lavoro: la mancata prova di un fatto non equivale alla dimostrazione della sua falsità.

Il caso riguardava una lavoratrice che aveva denunciato molestie sessuali sul lavoro. Il procedimento nei confronti della persona accusata era stato archiviato e, nei successivi giudizi di merito, l’assenza di riscontri e alcune incongruenze nel racconto erano state considerate sufficienti per condannare la denunciante per calunnia. La Cassazione ha però annullato tale decisione, chiarendo che l’archiviazione di un procedimento o l’insufficienza delle prove non consentono automaticamente di affermare che l’accusa fosse falsa o che chi ha denunciato fosse consapevole della sua falsità.

La distinzione è fondamentale non solo sul piano penale, ma anche per le organizzazioni chiamate a gestire segnalazioni interne. Esistono infatti tre piani diversi: un fatto può non essere provato; può non essere accertato; oppure può essere dimostrato che sia stato inventato. Confondere questi livelli porta a errori di valutazione e a decisioni organizzative inappropriate.

Nei contesti lavorativi, le segnalazioni di molestie arrivano spesso in modo frammentario, tardivo o prive di testimoni diretti. Possono emergere in ambienti già caratterizzati da tensioni relazionali, conflitti o squilibri di potere. Tuttavia, nessuno di questi elementi costituisce, di per sé, la prova della falsità della denuncia.

Sono frequenti alcune scorciatoie interpretative: “non ci sono testimoni, quindi il fatto non è avvenuto”; “il racconto è cambiato, quindi è inventato”; “esisteva un conflitto, quindi si tratta di una vendetta”; “il procedimento è stato archiviato, quindi l’accusa era falsa”. Si tratta di conclusioni apparentemente rassicuranti perché semplificano la complessità, ma che non consentono di comprendere realmente quanto accaduto.

Una corretta gestione richiede invece un’attività di ricostruzione accurata. Occorre analizzare la sequenza degli eventi, verificare quando e come la segnalazione è stata formulata, distinguere tra contraddizioni sostanziali e semplici precisazioni successive, valutare la stabilità del nucleo centrale del racconto e considerare il contesto in cui i fatti si sono sviluppati.
Particolare attenzione va dedicata al contesto organizzativo. Un rapporto lavorativo conflittuale può certamente suggerire cautela, ma non rappresenta automaticamente la prova di una strumentalizzazione. Talvolta il conflitto è la conseguenza della condotta denunciata; altre volte costituisce semplicemente l’ambiente nel quale essa si è verificata. Per questo il contesto non deve essere utilizzato come etichetta interpretativa, ma come elemento da esaminare criticamente.

Analoga prudenza deve essere adottata nella valutazione dei riscontri. È necessario distinguere tra prove inesistenti, prove non ricercate, prove non più disponibili e prove che confermano solo aspetti periferici della vicenda. Anche l’assenza di testimoni va letta alla luce della natura della condotta denunciata, che spesso si realizza in situazioni appartate o caratterizzate da asimmetrie di potere.

La sentenza affronta inoltre un tema particolarmente delicato: il giudizio sul comportamento della persona che denuncia. Domande come “perché non ha parlato subito?”, “perché non ha reagito?”, “perché non si è dimessa?” o “perché nessuno se n’è accorto?” vengono spesso utilizzate per mettere in dubbio la credibilità della vittima. Tuttavia, tali interrogativi rischiano di fondarsi su un modello astratto di “vittima ideale” che non trova riscontro nella realtà.

Chi subisce molestie sul lavoro può essere frenato dalla paura di ritorsioni, dalla dipendenza economica, dal timore di non essere creduto, dalla vergogna o dalla necessità di preservare la propria posizione professionale. Per questo una reazione tardiva, incompleta o non conforme alle aspettative sociali non costituisce, di per sé, un indice di falsità. Per le organizzazioni, il messaggio è chiaro: non è richiesto scegliere immediatamente chi abbia ragione, né sostituirsi all’autorità giudiziaria. È invece necessario gestire il rischio organizzativo, raccogliere gli elementi disponibili, adottare misure proporzionate di tutela, monitorare l’evoluzione del contesto e garantire che la segnalazione venga presa in carico con serietà e imparzialità.

La vera sfida consiste nel distinguere tra fatto non provato e fatto falso, tra conflitto e strumentalità, tra contraddizione sostanziale e semplice precisazione. Una gestione efficace delle molestie sul lavoro non parte dalla conclusione, ma dalla ricostruzione dei fatti.

La lezione della Cassazione è quindi netta: “archiviato” non significa necessariamente “falso”; “non provato” non significa “inventato”. Nei casi di molestie sul lavoro, il rischio non è solo arrivare tardi. È anche arrivare troppo presto a una conclusione. Il rigore nella valutazione serve proprio a evitare che l’incertezza venga trasformata, troppo rapidamente, in una conclusione errata.

*Mi occupo di analisi e valutazione del rischio di violenza e molestie sul lavoro, gestione dei casi e prevenzione organizzativa, con un approccio di ingegneria preventiva

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Donare gli organi: il modello Singapore che l’Italia non vuole

10 June 2026 at 05:18

di Laura Ruzzante

A Singapore hanno trovato una soluzione semplice a un problema che in Occidente riusciamo a complicare con la stessa efficienza con cui trasformiamo una buca in una commissione parlamentare. La regola è questa: sei automaticamente donatore di organi, salvo esplicita rinuncia. Nessuno ti obbliga, puoi dire di no. Però, se scegli di non mettere a disposizione i tuoi organi dopo la morte, perdi priorità qualora un giorno fossi tu ad aver bisogno di un trapianto. In sostanza: se non vuoi partecipare alla lotteria, non puoi pretendere di avere il biglietto vincente.

Una logica talmente elementare da apparire rivoluzionaria.

Da noi il dibattito assume subito toni metafisici. C’è chi teme complotti sanitari, chi immagina chirurghi in agguato dietro l’angolo con la chiave inglese e chi considera il proprio fegato una reliquia da preservare per l’eternità. Come se nell’aldilà esistesse un controllo bagagli e San Pietro potesse dirti: “Mi spiace, lei entra solo con entrambi i reni”. Eppure la questione è piuttosto semplice. Quando muori, i tuoi organi hanno tre possibili destini: essere cremati, essere sepolti o continuare a funzionare dentro qualcun altro. Le prime due opzioni soddisfano il senso estetico dei parenti. La terza salva delle vite.

In Italia, negli ultimi anni, si è scelto almeno di affrontare il tema al momento del rilascio della carta d’identità elettronica. L’impiegato ti guarda, ti porge il modulo e ti chiede se vuoi essere donatore. Quando capitò a me, la riflessione durò meno di una pausa pubblicitaria.

“Da morta non mi servono e non li mettono nei canopi come i faraoni.”

Fine del dibattito.

Naturalmente ognuno deve essere libero di scegliere. La libertà consiste proprio nel poter dire sì o no. Ma la libertà non significa pretendere che le conseguenze delle proprie scelte vengano cancellate. Il principio di Singapore è quasi brutale nella sua chiarezza: se vuoi ricevere, devi essere disposto a dare. Non è cattiveria, è reciprocità. È il contratto sociale ridotto all’osso, letteralmente.

Perché il vero paradosso non è donare i propri organi dopo la morte. Il vero paradosso è voler conservare il diritto di ricevere quelli degli altri mentre si tiene ben chiusa la propria cassaforte biologica. Insomma: il morto generoso salva vite. Il morto egoista occupa spazio al cimitero.

E francamente, tra le due eredità, la prima sembra decisamente più elegante.

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Benvenuti al Mondiale, se vi fanno entrare. Gli Stati Uniti ospitano il campionato calcistico, ma respingono chi dovrebbe parteciparvi

9 June 2026 at 15:19
Tra visti concessi con restrizioni, controlli prolungati e respingimenti alle frontiere, gli Stati Uniti di Trump giocano sporco ancor prima del fischio d'inizio. Ecco cosa è successo a cittadini di Iran, Iraq e Somalia (tra gli altri)

Quando una donna denuncia, è spesso sola e vulnerabile. Possibile che certa stampa non lo capisca?

9 June 2026 at 15:13

C’è un elemento che accomuna molte donne che denunciano violenze, molestie sul lavoro o abusi di potere: la solitudine.

Una solitudine che spesso non inizia dopo la denuncia, ma molto prima. È la solitudine di chi sa che dovrà misurarsi con rapporti di forza profondamente diseguali; di chi teme di non essere creduta; di chi sa che il proprio racconto verrà esaminato, sezionato, messo in discussione più della condotta di chi viene accusato. Una solitudine che diventa ancora più pesante quando dall’altra parte ci sono uomini potenti, influenti, dotati di risorse economiche, relazioni e capacità di orientare l’opinione pubblica.

La vicenda che ha coinvolto G., la donna uruguayana, nel caso della Grazia Nicole Minetti, e quella dell’imprenditrice che ha denunciato il senatore Francesco Silvestro, per una violenza sessuale avvenuta, secondo l’accusa, negli uffici del Senato, sono storie lontane, nel tempo e nello spazio. Sono storie che ci pongono, ancora una volta, di fronte alla questione del corpo delle donne e del dominio sessuale degli uomini, al diverso peso attribuito alla credibilità femminile e a quella maschile e al prezzo che si paga sempre, quando si solleva il velo e si mostra il vero volto del potere.

Le donne che subiscono violenza prendono la parola all’interno di una società nella quale i rapporti di forza contano. Contano il denaro, le relazioni, la visibilità pubblica, il prestigio. Conta la possibilità di accedere ai media e di sostenere lunghe battaglie giudiziarie. E conta, dall’altra parte, la paura di non essere credute, di essere esposte al giudizio collettivo, di vedere la propria vita privata passata al setaccio mentre quella degli uomini coinvolti continua a essere raccontata attraverso lo specchio del successo e del prestigio sociale.

Alberto Genovese venne raccontato su Il Sole 24 ore (l’articolo contestato fu poi rimosso) come una meteora che si era spenta prematuramente, quasi fosse vittima di un incidente di percorso. Oggi la stampa lo racconta mentre organizza una festa di lusso per il suo compleanno, insieme alla moglie. Tutto è stato dimenticato tranne la ricchezza di Genovese e la celebrazione del suo tenore di vita. Altri imputati per stupro sono stati raccontati per il ruolo pubblico o privato come “campioni dello sport” o “bravi ragazzi” che sarebbero “presto diventati padri”. Le accuse di stupro pesano meno del ruolo famigliare o sociale degli stupratori.

Nel caso dell’imprenditrice che ha sporto denuncia per violenza sessuale, basterebbe mettere su un piatto della bilancia le domande che un giornalista di Repubblica ha rivolto al senatore e, sull’altro, quelle che ha rivolto all’imprenditrice. Il senatore ha dovuto rispondere a domande ‘ficcanti’ quali: “Possiede una villa?”. Per poi commentare: “Io un bel ragazzo, lei una donna normale. In tribunale ci divertiremo”. Parole gravissime, (di cui poi si è scusato, peccato che non si sia dimesso) che richiamano stereotipi e pregiudizi che per troppo tempo hanno accompagnato i processi per violenza sessuale, nei quali il giudizio si è spesso spostato dalle condotte degli imputati all’aspetto fisico, al comportamento e alla vita delle donne che denunciano.

L’imprenditrice, invece, si è trovata a dover rispondere a domande rivittimizzanti perché sono, di fatto, illazioni: “Senza che vi sia stato nessun gioco o nessun consenso tra voi? E lui dice il vino mi eccita?”, “Scusi se lo chiedo, perché non si è ribellata. Non poteva urlare?”, “Lei fa trascorrere un anno per presentare denuncia. Perché?”, “Il senatore dice che lei aveva promesso di andare a cena”.

Una narrazione che ci fa toccare con mano quanto la vergogna non abbia ancora cambiato lato e non ricade nemmeno su certa stampa che senza pudore, continua a riproporre schemi e narrazioni ormai ampiamente contestati, nonostante l’invito rivolto da Gisele Pelicot.

La vergogna al contrario, resta ancora incollata alle vittime che dopo la denuncia, hanno subito campagne d’odio, insulti, intimidazioni e processi mediatici. Così la presunzione di innocenza dell’uomo rischia spesso di tradursi, nel dibattito pubblico, in una presunzione di calunnia nei confronti delle donne, soprattutto quando in gioco vi è una forte asimmetria di potere.

Dovremmo invece chiederci sempre, quanto le disparità di potere possano rendere insostenibile il peso di una denuncia penale o pubblica, rendendo molte donne vulnerabili prima, durante e dopo aver rilasciato la loro testimonianza. È anche questo che spiega perché tante scelgano il silenzio e perché altre, dopo aver parlato, decidano di fare un passo indietro. Se una donna che mostra il vero volto di uomini celebrati pubblicamente in virtù del loro denaro e del loro potere, viene lasciata sola, perdiamo tutte e tutti. Si perde una battaglia di civiltà e lei perde la propria voce.

Possibile che la stampa italiana non si interroghi mai su cosa significa per una donna sostenere una denuncia pubblica in una situazione di disparità di potere? Possibile che la stampa italiana non sollevi mai il velo su se stessa?

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La corsa agli armamenti nucleari è ufficialmente ripartita, nel 2025 è stato speso il 19% in più del 2024

9 June 2026 at 12:22
Un rapporto dell’International campaign to abolish nuclear weapons (Ican) fissa a 119 miliardi di dollari la spesa per gli armamenti nucleari dei nove paesi dotati di queste armi nel 2025. Gli Stati Uniti spendono più di tutti

Cannabis medica, interrogazioni parlamentari di Avs, M5S e +Europa sui pazienti convocati in caserma per l’indagine sulla consegna a domicilio

9 June 2026 at 11:27

La vicenda dei pazienti in cura con cannabis medica convocati dai carabinieri in tutta Italia, raccontata in anteprima da ilfattoquotidiano.it, è approdata in Parlamento grazie a tre diverse interrogazioni presentate negli scorsi giorni. Marco Grimaldi, Avs, Mario Perantoni del Movimento 5 Stelle, si sono rivolti ai ministri dell’Interno e della Salute, e, il 5 giugno, Riccardo Magi di +Europa ha esteso la richiesta anche al ministro delle Infrastrutture. Tre atti distinti, tre forze politiche diverse, una sola domanda di fondo: cosa sta succedendo e chi ha autorizzato tutto questo?

La storia è tanto surreale quanto concreta. In queste settimane centinaia di persone, malati oncologici, persone con dolore cronico o sclerosi multipla, anziani, perfino proprietari di cani in terapia, sono state convocate presso caserme dei Carabinieri in diverse città italiane: Roma, Milano, Napoli, Bologna, Verona, Rimini. Chiamate in quanto “persone informate sui fatti”, tutte avevano in comune una cosa: hanno ricevuto a domicilio farmaci a base di cannabinoidi regolarmente prescritti dal medico.

Nessun reato contestato, ma domande invasive: quale medico ha firmato la ricetta? Per quale patologia? Da quale farmacia è stato acquistato il medicinale? In alcuni casi, riferiscono diverse associazioni di tutela, sono stati richiesti screenshot di email e conversazioni WhatsApp. Ora i parlamentari Grimaldi e Perantoni chiedono chiarezza: “Le modalità descritte nelle convocazioni rischiano di generare un clima di intimidazione e di sfiducia nei confronti delle istituzioni, incidendo negativamente sulla continuità terapeutica e sulla dignità dei pazienti”. Per Grimaldi è necessario chiarire anche “attraverso quali canali siano stati acquisiti i dati sanitari dei pazienti coinvolti, trattandosi di categorie particolari di dati personali tutelate dalla normativa vigente, inclusi il Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) e il decreto legislativo n. 51 del 2018”.

Il motivo dell’indagine, secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, è tecnicamente fondato: recapitare a domicilio farmaci a base di stupefacenti anche se a scopo terapeutico è vietato dalla legge. Il Consiglio di Stato, con sentenza n. 6877 del 2024, ha confermato che le farmacie non possono spedire direttamente questi farmaci ai pazienti, perché non rientrano tra i soggetti autorizzati a farlo. Magi chiede quindi al Governo di intervenire per risolvere la “farraginosità normativa che si concretizza nella sovrapposizione di disposizioni tra di loro contraddittorie e che creano profondi disagi sia alle farmacie autorizzate alla vendita, sia ai pazienti stessi”. Il risultato pratico per un ammalato in Italia è un cortocircuito kafkiano. La cannabis terapeutica è legale in Italia dal 2006 e regolamentata come farmaco a tutti gli effetti dal decreto ministeriale del novembre 2015. Ma è trattata da un numero esiguo di farmacie: circa mille su 21 mila totali. Chi ha bisogno del medicinale non può riceverlo a casa, non può acquistarlo nella farmacia sotto casa, deve percorrere centinaia di chilometri per trovare un esercizio disponibile.

Però chi assume regolarmente cannabis terapeutica e si mette al volante per raggiungere la farmacia rischia la sospensione della patente in applicazione del nuovo Codice della strada firmato Salvini. Su questo punto specifico insiste l’interrogazione di Magi, che parla di “un cortocircuito interpretativo” nel quale i pazienti vengono esposti “all’ulteriore rischio di revoca o sospensione della patente di guida anche in virtù delle recenti modifiche al Codice della Strada che puniscono la positività al test per le sostanze stupefacenti senza distinzioni tra uso ricreativo e quello regolarmente prescritto e, evidentemente, tracciato”.

Il 70% delle farmacie che potrebbero trattare questi prodotti rifiuta di ricevere spedizioni destinate ai pazienti di altre province, per paura di sanzioni o contestazioni amministrative. Sanzioni reali, concrete: una farmacia che pubblica sul proprio sito informazioni sulla cannabis medica, come fa normalmente per qualsiasi altro farmaco, può incorrere in multe di migliaia di euro, perché il dpr 309/90 vieta la “promozione”, anche indiretta, delle sostanze stupefacenti. Un’odissea normativa che appare ideata per combattere il narcotraffico, non per regolare un farmaco prodotto dallo Stato attraverso lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze “a tacere dell’evidente discriminazione nei confronti degli altri pazienti che assumono altra tipologia di farmaci psicotropi regolarmente prescritti”, come sottolinea il grilllino Perantoni. A denunciare per prima la vicenda sono state l’avvocata Cathy La Torre, fondatrice di WildSide Legal, e Antonella Soldo dell’associazione Meglio Legale che continuano a ricevere segnalazioni da tutta Italia come quella di un paziente bolognese: “Mi sono sentito trattato più come un sospettato che come un paziente che utilizza cannabis medica nel rispetto della legge”.

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Alla Camera convegno degli esponenti delle rete anti-aborto mondiale. Il presidente Fontana autorizza e manda un messaggio

Alcuni dei principali esponenti della rete antiaborto nel mondo si sono incontrati il 28 maggio scorso nella Sala della Regina della Camera dei deputati italiana, su invito dell’associazione Pro Vita e Famiglia e accolti dal saluto del presidente leghista della Camera Lorenzo Fontana. L’evento, intitolato “il grande bavaglio”, è stato organizzato per denunciare una presunta censura nei confronti di chi sostiene opinioni come “l’unica famiglia è quella naturale” e “la vita va difesa dal concepimento fino alla morte naturale” o di chi critica “l’industria abortista”. Tra gli ospiti: l’influencer olandese e una delle rappresentanti Maga in Europa Eva Vlaardingerbroek; l’attivista pro-life Livia Tossici-Bolt, condannata nel Regno Unito per avere violato la zona cuscinetto vicino alle cliniche per l’aborto; Adina Portaru, esponente della rete Alliance Defending Freedom, nota per le campagne contro l’interruzione di gravidanza. Tra gli esponenti politici in sala e relatori, l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Paolo Inselvini. Hanno preso la parola anche la consigliera regionale del Lazio Chiara Iannarelli (Fdi) e l’assessora regionale Simona Baldassarre (Lega).

Questi ospiti internazionali sono entrati a Montecitorio per denunciare la “dittatura del politically correct“. Ad accoglierli, il messaggio del presidente della Camera, letto da Antonio Brandi, presidente di Pro Vita e Famiglia. La terza carica dello Stato ha detto che le istituzioni hanno “il compito di garantire adeguati spazi di libertà che consentano a ogni individuo di esprimere il proprio pensiero senza condizionamenti. Il confronto, soprattutto con opinioni diverse, rappresenta un’opportunità di crescita e arricchimento”. Contattata da ilfattoquotidiano.it, la presidenza della Camera ha dichiarato che è una prassi istituzionale inviare questo tipo di messaggi e che non era a conoscenza di tutti i partecipanti che avrebbero preso la parola nell’evento. Ha aggiunto che lo svolgersi dell’incontro non è stato seguito direttamente. Come è noto, il presidente non invia messaggi a tutti gli eventi che si svolgono a Montecitorio. Inoltre, la stessa Sala della Regina viene concessa solo su autorizzazione dello stesso presidente. Contattata da ilfattoquotidiano.it, Pro Vita e Famiglia ha detto di avere indirizzato la richiesta di prenotazione della sala alla presidenza della Camera dei deputati.

Fontana nel 2019, allora ministro per la Famiglia, era stato tra i principali sponsor del Congresso mondiale delle famiglie di Verona. Quando nel novembre 2022 era stato nominato presidente della Camera, Pro Vita e Famiglia aveva espresso apprezzamento per la decisione definendolo vicino alle sue “battaglie politiche e culturali”. Da tempo, il principio della libertà di parola viene richiamato da realtà pro-life e di destra per promuovere pubblicamente posizioni anti-abortiste e conservatrici su diritti civili, bioetica e immigrazione. Eva Vlaardingerbroek, ad esempio, ha evocato Charlie Kirk, ucciso negli Stati Uniti nel 2025, citandolo come un esempio di libertà di espressione.

Non è nuovo che Pro Vita e Famiglia affermi di essere stata censurata. Questa volta nel mirino è finito il Digital Services Act (DSA), la normativa dell’Unione Europea sui servizi digitali intermediari che ha l’obiettivo di rafforzare le responsabilità delle grandi piattaforme e dei motori di ricerca, istituendo un sistema comune di vigilanza e sanzioni. Il DSA rappresenta “una delle minacce più gravi alla libertà di espressione online nel mondo occidentale contemporaneo”, ha detto Adina Portaru, senior counsel di Alliance Defending Freedom (ADF), filiale di Alliance Defending Freedom International. Organizzazione conservatrice cristiana, ADF si occupa di assistenza legale ed è nota per le sue campagne volte a limitare l’accesso all’aborto. Nel 2022 aveva avuto un ruolo centrale nell’annullamento della sentenza Roe v. Wade che garantiva il diritto costituzionale all’interruzione volontaria di gravidanza negli Stati Uniti. ADF ha difeso la stessa Livia Tossici-Bolt, condannata per avere violato le “buffer zones” (zone cuscinetto) attorno alle cliniche per aborti, sostandovi con un cartello con la scritta “Here to talk, if you want”. Tossici-Bolt fa parte di “40 Days for Life”, una campagna internazionale anti-aborto che tiene veglie di preghiera fuori dagli ospedali e dai consultori.

In sala anche l’eurodeputato Fdi Paolo Inselvini, secondo il quale oggi sono state “dimenticate le basi della vita“, cioè “il rispetto della famiglia come prima cellula fondante della nostra società e della nostra civiltà, la difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale, la libertà d’educazione e la difesa non solo della nostra identità cattolica e cristiana ma della nostra fede”. Inselvini a Bruxelles siede con European Conservatives and Reformists: insieme a Patriots for Europe (in cui rientrano partiti come Lega e Vox), il gruppo era stato promotore del “VII Transatlantic Summit”, tenutosi a febbraio scorso nel Parlamento Europeo a Bruxelles. L’evento era stato organizzato dalla Political Network for Values (PNfV), piattaforma di lobbying che collega attori e organizzazioni di estrema destra a livello globale e promuove un’agenda volta a imporre valori cristiano-conservatori. Il PNfV si oppone ai diritti delle persone LGBTQ+, all’aborto e all’eutanasia, e promuove la teoria complottista della “grande sostituzione“. Inselvini aveva partecipato al summit insieme a Carlo Fidanza, altro europarlamentare di Fratelli d’Italia. Tra i partecipanti c’era anche Lucy Akello, parlamentare ugandese che ha contribuito all’approvazione di una legge che impone l’ergastolo e la pena di morte come pena massima per l’omosessualità in Uganda.

Come esponenti della maggioranza però, non c’era solo Inselvini. Durante il dibattito ha preso la parola anche la consigliera regionale in Lazio Maria Chiara Iannarelli che ha parlato di “ideologia gender” e di “transizioni di genere pericolose e affrettate” che avverrebbero nelle scuole. In suo sostegno è arrivata poi Baldassarre che ha aggiunto che se oggi si affermasse che “i bambini nascono da una mamma e un papà si verrebbe accusati di essere politicamente scorretti”.

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Milano Pride 2026, il corteo e le piazze per i diritti lgbt. E ancora senza il patrocinio della Regione Lombardia: “Silenzio assordante”

9 June 2026 at 06:34

Venticinque anni dopo la prima parata organizzata a Milano nel 2001, il Pride torna a interrogarsi sul significato di scendere in piazza in un momento storico segnato da nuove tensioni sui diritti civili. È questo il messaggio emerso durante la conferenza stampa di presentazione del Milano Pride 2026, in programma l’8 giugno a Palazzo Marino. Alla conferenza sono intervenuti l’assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano Lamberto Bertolé, la presidente di Cig Arcigay Milano Alice Redaelli, Francesco Pintus di Milano Pride, Gianluca Trezzi di Checcoro ed Elisa Ruscio di Acet, in rappresentanza delle realtà che organizzano l’evento. L’edizione di quest’anno coincide con il venticinquesimo anniversario della manifestazione e culminerà il 27 giugno con la tradizionale parata che attraverserà la città fino all’Arco della Pace. Gli organizzatori prevedono oltre 350mila partecipanti e un Pride Month diffuso che coinvolgerà Milano con quasi 200 iniziative tra dibattiti, eventi culturali, spettacoli, momenti sportivi e attività dedicate alla salute e alla prevenzione.

“Il Pride, come dice la stessa parola, porta in piazza l’orgoglio di centinaia di migliaia di persone che con fierezza manifestano una diversità che è da sempre caratteristica intrinseca della nostra società, ma che per lungo tempo è stata costretta a nascondersi”, ha dichiarato Bertolé. “Il 27 giugno questi ‘corpi in rivolta’ sfileranno coraggiosamente per i diritti ancora negati, contro ogni forma di discriminazione e per riaffermare l’importanza dell’autodeterminazione e dell’affermazione di sé, soprattutto in un momento storico in cui tutto questo viene messo in discussione. Il Comune vuole essere parte attiva di questa giornata di festa e rivendicazione, con il patrocinio e con la presenza alla parata e sul palco del Pride, appuntamento irrinunciabile del giugno milanese”. Un concetto che ritorna anche nelle parole di Alice Redaelli. “Questa venticinquesima edizione rappresenta un giro di boa importante”, spiega a ilfattoquotidiano.it. “Ci ha portato a riflettere su quanto sia cresciuta la manifestazione. Nel 2001 ci fu la prima parata senza sapere quale sarebbe stato il riscontro della città. Oggi il Milano Pride è cresciuto tantissimo, è diventato più ampio, più partecipato e più intersezionale. In questi anni ha aggiunto nuovi spazi di condivisione, nuovi eventi e nuove occasioni di confronto”.

Dietro la dimensione celebrativa, però, resta forte quella politica. “Oggi più che mai la partecipazione è fondamentale”, sottolinea Redaelli. “Serve una partecipazione coraggiosa, come fu quella del 2001. Ci troviamo a vedere anniversari importanti, come i dieci anni dalla legge sulle unioni civili e i venticinque anni del Milano Pride. È importante riconoscere che i passi avanti sono stati fatti, ma bisogna anche garantire il pieno riconoscimento di tutte le persone. Ci troviamo in un periodo storico in cui anche i diritti acquisiti non sono diritti scontati per sempre”. Per questo il documento politico che accompagna il Pride rilancia una serie di richieste rivolte alle istituzioni. Tra queste l’introduzione dell’educazione affettiva e relazionale nelle scuole, una riforma del diritto di famiglia che riconosca pienamente tutte le famiglie, il riconoscimento del genitore sociale, l’accesso alle adozioni per le coppie omogenitoriali e il superamento delle unioni civili attraverso l’introduzione del matrimonio egualitario. Particolare attenzione viene dedicata alle persone transgender, considerate tra le più esposte a discriminazioni e violenze. Le associazioni chiedono una semplificazione dei percorsi di affermazione di genere e un sostegno più efficace sia dal punto di vista sanitario sia da quello normativo.

Anche quest’anno tra i patrocini richiesti dagli organizzatori non compare quello della Regione Lombardia. Un’assenza che il coordinamento del Pride sottolinea da anni. “Noi come ogni anno mandiamo diverse richieste di patrocinio”, osserva Redaelli. “Crediamo che una manifestazione che ha raggiunto una rilevanza nazionale meriti che le istituzioni si spendano per la tutela di tutte le persone, senza fare distinzioni. Se il Pride è uno strumento di cambiamento sociale, il silenzio assordante della Regione Lombardia parla da solo”. Un riferimento che arriva mentre il Milano Pride può invece contare sul patrocinio del Comune di Milano, della Città Metropolitana e della Commissione europea. Molti dei problemi denunciati dal movimento, spiegano gli organizzatori, continuano a essere aggravati dall’assenza di adeguate tutele legislative. “Non è una sensazione”, osserva Redaelli. “La nostra helpline Pronto ha registrato un incremento significativo delle richieste di aiuto nell’ultimo triennio. Esiste inoltre un clima di incertezza alimentato dalla retorica di una parte della classe politica che adotta linguaggi capaci di sdoganare atti discriminatori”.

Il Milano Pride rivendica anche la propria dimensione internazionale e intersezionale. “Per noi è sempre stato essenziale che il Pride potesse parlare oltre qualunque confine”, afferma la presidente di Cig Arcigay Milano. “Parliamo delle istanze della comunità LGBTQIA+, ma anche di questioni che sono profondamente interconnesse. Sappiamo che le oppressioni si parlano tra loro e sono sistemiche. Abbiamo l’onore di organizzare un Pride molto visibile e partecipato e sentiamo il dovere di utilizzare quello spazio per dare voce anche a chi vive situazioni drammatiche e a battaglie che riguardano i diritti umani nel loro complesso”. Anche nell’edizione 2026 ci saranno le Pride Square, che dal 24 al 26 giugno ospiteranno quasi cinquanta appuntamenti tra talk, dibattiti, arte e intrattenimento. Il Pride Month, invece, porterà iniziative in tutta la città, dal centro alle periferie. “Ci ha aiutato molto costruire rapporti con associazioni che operano nelle periferie”, spiega Redaelli. “Il Pride è il Pride della città. Non riguarda soltanto Porta Venezia o il centro storico. Vogliamo che possa generare relazioni e partecipazione in tutti i quartieri”.

Gli ultimi mesi si è registrato un progressivo arretramento delle politiche di diversity, equity e inclusion da parte di alcune grandi aziende, soprattutto negli Stati Uniti ma non solo, con possibili ripercussioni sul sostegno economico alle manifestazioni LGBTQIA+. Redaelli invita però alla cautela: “C’è un’offensiva evidente contro le politiche di diversity e inclusion, che ha avuto effetti anche in Italia con il ritiro di alcune grandi aziende. Tuttavia, nonostante la rinuncia di alcuni sponsor anche importanti, altri sono subentrati e il quadro è rimasto stabile. Va inoltre ricordato che nel nostro Paese le aziende hanno budget più limitati rispetto ad altri contesti. Lo scorso anno i risultati si sono mantenuti stabili e anche quest’anno ci aspettiamo numeri simili”. “Il dato più interessante”, prosegue, “è che molte aziende che hanno investito su questi temi hanno ormai strutture e percorsi dedicati alla diversity e inclusion che stanno cercando di preservare. I passi avanti fatti in passato oggi contribuiscono a tutelare quel lavoro nonostante i passi indietro, segno che inclusione e diritti non sono una moda del momento”.

Guardando al futuro, CIG Arcigay Milano lancerà anche il percorso “Milano Queer 2050“, una serie di incontri che coinvolgeranno esponenti politici, amministratori e futuri candidati alla guida della città. “Milano ha fatto tanti passi avanti, ma può fare ancora molto”, conclude Redaelli. “Parleremo di temi che riguardano tutta la cittadinanza: accesso al lavoro, crisi abitativa, welfare. Le persone LGBTQIA+ non sono solo persone LGBTQIA+. Sono lavoratori, studenti, cittadini. Quando parliamo di diritti parliamo del futuro della città nel suo insieme”.

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In Ucraina la guerra minaccia anche la memoria scientifica della natura. Ma c’è chi sta salvando la biodiversità dall’oblio

9 June 2026 at 06:00
Mentre erbari, archivi e collezioni biologiche rischiano di andare distrutti, un gruppo di ricercatori ucraini ha digitalizzato quasi 73mila record storici di specie. Un patrimonio di dati che può aiutare a capire cosa è stato perso e, un giorno, a ricostruire la natura ferita dalla guerra

Flotilla, presidio davanti all’ambasciata libica a Roma per la liberazione di 11 attivisti (tra cui gli italiani Alberizia e Centrone)

8 June 2026 at 09:36

Un presidio domenica 7 giugno a Roma davanti all’ambasciata libica di via Nomentana. Altre manifestazioni, cartelli e striscioni da Atene a Toronto e a Johannesburg. Attivisti in sciopero della fame in tredici Paesi tra cui l’Italia. La Global Sumud Flotilla si mobilita in tutto il mondo per fare pressione sui governi e chiedere il rilascio dei “Sirte 10+1”, come li chiamano sui social, i dieci negoziatori del convoglio umanitario che cercava di raggiungere Gaza via terra, detenuti dal 24 maggio a Bengasi, più l’undicesimo in carcere a Tripoli. Domani, martedì 9 maggio, i dieci saranno davanti al giudice della Cirenaica: se non li scarcera la situazione rischia di complicarsi.

Arrestati a Sirte, dove erano andati per ottenere almeno il passaggio degli aiuti umanitari verso l’Egitto e poi Gaza, sono nelle mani del governo della Libia Orientale, guidato del generale Khalifa Haftar, non riconosciuto a livello internazionale. Tra loro ci sono gli italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone, la prima è un’educatrice in pensione che vive ad Albugnano (Asti) e il secondo è docente a contratto all’Università di Bari. Ci sono poi una polacca, una spagnola, una statunitense, due argentini, un uruguaiano, una portoghese e un tunisino. “Sono medici, educatori, giornalisti e difensori dei diritti umani. Sono genitori, figli, figlie, fratelli, sorelle, partner, amici e membri stimati delle loro comunità che si sono recati in Nord Africa per portare aiuti pacifici e solidarietà alla popolazione assediata di Gaza”, scrive la Global Sumud in un comunicato.

Le accuse, a quanto si è appreso, sono di ingresso illegale nel Paese e manifestazione illegale. La Farnesina assicura tutto il suo impegno, così come le diplomazie di altri Paesi coinvolti, ma i dieci sono detenuti in condizioni dure. Alberizia, 67 anni, ha avuto il permesso di telefonare di nuovo al fratello solo dopo giorni di sciopero della fame e della sete: ha detto che sta “relativamente bene”. Un altro tunisino è stato invece arrestato dalla polizia che risponde al governo riconosciuto di Tripoli.

Il Global Sumud Land Convoy era partito dalla Mauritania a fine aprile, durante la navigazione della Flotilla poi intercettata dalla Marina israeliana tra il 18 e il 19 maggio scorsi. Si era riunito a Tripoli con gli attivisti provenienti dall’Europa. Erano circa 200 a percorrere le strade costiere della Libia su cinque pullman insieme a camion che trasportavano case mobili e alle ambulanze destinate alla popolazione civile di Gaza. Il 24 maggio la carovana si era fermata nell’ultima porzione di territorio controllata da Tripoli e i negoziatori erano andati a Sirte, a 10 chilometri di distanza, per trattare con le autorità locali. Non sono più tornati.

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“Così lavoriamo per portare nelle istituzioni chi resta escluso. La mancanza di rappresentanza non ti fa immaginare un futuro”

8 June 2026 at 07:07

Cinque anni fa Fantapolitica nasceva con un obiettivo preciso: aiutare giovani progressisti a entrare nelle istituzioni locali. Oggi quella missione si è trasformata in qualcosa di più ampio. Perché nel frattempo l’organizzazione si è accorta che il problema della rappresentanza non riguardava soltanto l’età. Le persone che riuscivano ad arrivare alla candidatura avevano spesso caratteristiche simili: percorsi universitari, reti consolidate, disponibilità economiche e capitale sociale. Chi proveniva da comunità marginalizzate, dal Sud o da contesti migratori, invece, restava escluso molto prima del momento del voto. È da questa consapevolezza che Fantapolitica, che il 5 giugno ha celebrato i suoi primi cinque anni di attività, sta ridefinendo il proprio ruolo. Da rete di supporto per candidati under 30 è diventata anche un laboratorio che lavora per allargare l’accesso alla rappresentanza politica, accompagnando movimenti, associazioni e comunità spesso assenti dalle istituzioni.

“Quando è nata l’organizzazione il nostro obiettivo principale era supportare persone under 30 progressiste nell’entrare nelle istituzioni locali”, racconta a ilfattoquotidiano.it Cristiana Cerri Gambarelli, tra le fondatrici di Fantapolitica. “Però già nei primi anni ci siamo rese conto che finivamo per supportare sempre le stesse persone. C’era un identikit ricorrente: persone bianche, con una certa stabilità economica e un forte capitale culturale e relazionale. Ci siamo chieste se non dovessimo fare un passo indietro e lavorare anche con chi non arriva nemmeno a prendere in considerazione la candidatura”. Da qui nasce la svolta. Continuare a sostenere giovani candidati, ma parallelamente sviluppa percorsi rivolti alle organizzazioni territoriali e alle comunità sottorappresentate. L’obiettivo, spiegano, non è soltanto accompagnare chi si candida, ma costruire quella “capacità istituzionale” che permette a movimenti e associazioni di incidere sulle decisioni pubbliche e, quando necessario, esprimere una propria rappresentanza. I numeri raccontano una crescita significativa. Dal 2021 Fantapolitica ha supportato oltre 60 candidature ai consigli comunali italiani. 36 persone siedono oggi nei consigli comunali. Solo nelle amministrative del 2026 l’organizzazione ha accompagnato 27 candidature, con otto eletti già al primo turno, di cui sette donne, e cinque in attesa dei ballottaggi.

Per Hajar Drissi, attivista dell’organizzazione, il tema della rappresentanza va ben oltre le statistiche. “Per gran parte della mia vita non ho visto persone con background migratorio nei luoghi dove si prendono le decisioni. Quando non vedi persone come te in quei luoghi, smetti di immaginare che possano appartenere anche a te. La mancanza di rappresentanza toglie la possibilità di immaginare un futuro”. Negli anni Fantapolitica ha progressivamente spostato l’attenzione su alcuni degli ostacoli strutturali che limitano l’accesso alla politica. Attraverso il progetto TACKLE, sviluppato insieme a “Dalla Parte Giusta della Storia”, l’organizzazione lavora per riportare il tema della riforma della cittadinanza al centro del dibattito pubblico. “Ci siamo resi conto che esistono persone molto attive nei propri territori che non possono nemmeno candidarsi”, spiega Cerri Gambarelli. “Finché non si ha la cittadinanza non si hanno diritti politici. Se vogliamo rendere la partecipazione più democratica dobbiamo abbattere proprio quelle barriere strutturali che impediscono a determinate persone di essere rappresentate”.

Accanto a questo lavoro, c’è quello sui territori. È il caso del Patto per Restare, rete che riunisce sessanta organizzazioni siciliane impegnate sul diritto a costruire il proprio futuro senza essere costretti a lasciare la propria terra. Un progetto che riflette una convinzione maturata negli anni all’interno dell’organizzazione: la politica di prossimità, quella che si costruisce città per città e quartiere per quartiere, rappresenta uno dei terreni decisivi per ricostruire partecipazione e fiducia. “Stiamo facendo una piccola rivoluzione contro la narrativa secondo cui i giovani non hanno voglia di impegnarsi”, sostiene Drissi. “La realtà è che i giovani hanno voglia di fare politica e di sostenersi a vicenda. Quello che spesso manca sono gli strumenti e le possibilità concrete per farlo”. Una convinzione che nasce dall’esperienza accumulata in questi anni. Oggi la rete costruita da Fantapolitica coinvolge decine di amministratori locali, attivisti e organizzazioni sparse in tutto il Paese. Un patrimonio di relazioni che, secondo l’organizzazione, dimostra come la distanza dei giovani dalle istituzioni non coincida necessariamente con una distanza dalla politica.

Resta però un nodo che l’organizzazione considera decisivo: quello economico. Perché la rappresentanza, sostengono, è anche una questione di risorse. “Fare politica costa tantissimo”, osserva Drissi. “Per molte persone il problema non è disinteresse, ma il fatto di non potersi permettere una campagna elettorale o un periodo di aspettativa dal lavoro. Per questo la nostra utopia è arrivare un giorno a sostenere economicamente chi decide di candidarsi. Se vogliamo colmare davvero i divari di rappresentanza dobbiamo affrontare il problema alla radice”. Cinque anni dopo la nascita, la sfida resta la stessa ma con un orizzonte più ampio. Non soltanto aiutare nuove generazioni a entrare nelle istituzioni, ma fare in modo che quelle istituzioni assomigliano sempre di più al Paese reale.

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Roccella: “Primi sulla tutela dei minori online”. Ma il divieto su pornografia e intelligenza artificiale resta inapplicato

8 June 2026 at 07:05

Mentre negli Usa sono citati in tribunale i giganti di Big Tech per i danni ai più giovani, la ministra della famiglia Eugenia Roccella rivendica i risultati del governo sulla tutela dei minori online. Ma le leggi italiane sono (quasi) lettera morta perché inesistenti i controlli sull’età. Oggi i bambini possono accedere ai siti di pornografia, con un dispositivo e una connessione internet, malgrado il decreto Caivano del 2023 ponga il divieto d’ingresso ai minorenni. E sin dalla tenera età si può usare liberamente l’intelligenza artificiale, sebbene ci sia l’obbligo del consenso dei genitori, grazie alla legge n.132 del 25 settembre 2025. C’è un eccezione: dal 5 giugno ChatGPT inaugura funzioni di verifica dell’età disattivando alcune impostazioni per gli adolescenti. Ma il movente potrebbe essere la causa civile mossa dallo Stato della Florida, più che le leggi italiane in vigore da tempo: il consenso dei genitori infatti non è previsto sulla pagina del sito che informa sui controlli. Del resto, il divieto di accesso ai social da parte dei minori è rimasto congelato a lungo per volontà di palazzo Chigi.

Roccella, il 4 giugno in Parlamento per il question time, ha esultato: “L’Italia è stata tra i primi Paesi a porsi il problema della tutela dei minori in ambiente digitale”. Sì, ma con risultati quantomeno discutibili. “Siamo il primo Paese europeo – ha ricordato la ministra – che si è dotato di una disciplina specifica per impedire ai minori di accedere a siti pornografici attraverso sistemi di verifica dell’età”. Peccato che i controlli siano ancora in alto mare e lo abbia ammesso anche Roccella: “Una recente sentenza del Tar del Lazio, nel marzo 2026 pur confermando la validità dell’impianto elaborato dall’Agcom, è intervenuta con ulteriori e complesse richieste procedurali che dovranno essere espletate prima di rendere la verifica dell’età pienamente efficace”. La ministra omette due dettagli, sul decreto Caivano. Il primo: le “complesse richieste procedurali” sono le notifiche ai Paesi e alla Commissione che ospitano le sedi legali delle piattaforme hard, in omaggio alla direttiva europea “e-commerce”. Dunque, probabilmente, bastava avvisare Cipro e Bruxelles per obbligare Pornhub ad escludere i minori dai video pornografici, disinnescando ricorsi al Tar. Roccella, al question time, non ha neppure spiegato il mancato appello al Consiglio di Stato da parte dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) di fronte alla bocciatura del tribunale amministrativo. In questo modo, l’obbligo della verifica dell’età per le piattaforme pornografiche potrebbe restare in vigore, nell’attesa del pronunciamento definitivo. Invece, ad oggi, Onlyfan ha rispettato il divieto e quasi nessun altro. Con un paradosso: i giganti stranieri con sede in Europa proseguono indisturbati senza controlli sull’età, mentre i piccoli siti italiani sono stati oscurati. Dunque porno sì, ma solo d’importazione.

“La situazione italiana è folcloristica, perseveriamo ad approvare leggi sulla tutela dei minori online che non vengono rispettate”, dice Nicola Bernardi a ilfattoquotidiano.it. Il presidente di Federprivacy ricorda il Gdpr europeo approvato nel 2018: “Stabilisce il limite dei 16 anni per l’accesso autonomo alle piattaforme tecnologiche, prima serve il consenso dei genitori”. Da otto anni tuttavia i vincoli di Bruxelles sono ignorati dai colossi. L’Europa ha lasciato facoltà ai Paesi di abbassare la soglia fino ai 13 anni. L’Italia ha fissato l’asticella a 14, con il decreto legislativo n. 101 del 2018, modificando il codice della privacy risalente al 2003. Dunque la legge per tutelare i minori online c’è già. Eppure ne vengono sfornate altre, parimenti destinate a cadere nel vuoto. “Non è una vittoria ma pura propaganda politica, dovremmo far rispettare le leggi già esistenti senza tirarne fuori altre dal cilindro”, ammonisce il presidente di Federprivacy. “Mi chiedo se ci sia la volontà politica di rafforzare la tutela dei minori, oppure se si strizza l’occhio alle multinazionali tecnologiche”. All’origine dei “divieti fantasma” c’è la mancanza di un sistema collaudato per la verifica dell’età, sino ad oggi un vero rebus, tra rischi per la privacy e di sicurezza. Anche se Bernardi e diversi addetti ai lavori coltivano un dubbio: “Come è possibile che i giganti tecnologici, l’avanguardia globale dell’innovazione con più miliardi in cassa degli Stati, non abbiano strumenti per verificare l’età degli utenti?”.

In attesa di un sistema a prova di riservatezza, senza rischi di furto dell’identità, di fatto ogni divieto per i minori sembra un’illusione. Come l’obbligo di accedere ai servizi dell’intelligenza artificiale solo con il consenso dei genitori, fino a 14 anni. Lo stabilisce la legge n. 132 del 25 settembre 2025, nata da un ddl governativo. Ma fino ad ora inapplicata, perché i chatbot sono a disposizione senza vincoli di età, su una miriade di piattaforme e servizi digitali.

Da allora, un cambiamento c’è: il 5 giugno ChatGPT ha avviato nuove procedure per la verifica dell’età. Leggiamo sul sito: “Per aiutare gli adolescenti ad avere un’esperienza adeguata alla loro età, utilizziamo segnali per prevedere se un account possa appartenere a una persona sotto i 18 anni”. Quali segnali? “Ad esempio, argomenti generali di cui parli o i momenti della giornata in cui utilizzi ChatGPT”. Se il sospetto è che l’utente sia minorenne, “alcuni argomenti vengono trattati con maggiore attenzione per ridurre i contenuti sensibili, come la violenza esplicita o scene cruente; sfide virali che potrebbero indurre comportamenti rischiosi o dannosi; giochi che parlano di sesso, amore o violenza, contenuti che spingono a seguire ideali di bellezza impossibili, diete poco sane o a criticare il proprio corpo”. Giova ricordare come OpenIa sia sotto processo penale e civile, contro lo Stato dello Florida negli Usa.

L'articolo Roccella: “Primi sulla tutela dei minori online”. Ma il divieto su pornografia e intelligenza artificiale resta inapplicato proviene da Il Fatto Quotidiano.

Torino festeggia i 20 anni di Pride: “Oltre 160mila persone in corteo”. Luxuria dal palco: “Ora scioperi contro il ddl Valditara”

7 June 2026 at 12:32

Su Torino soffiano “venti di lotte”. Sotto gli eleganti palazzi del centro, un fiume arcobaleno ha attraversato la città tra musica, cori e striscioni. Sono 160mila, secondo gli organizzatori, le persone che sabato 6 giugno hanno preso parte alla ventesima edizione di Torino Pride. Madrine Ambra Angiolini e la figlia Iolanda. Ad parire il corteo, Vladimir Luxuria e il sindaco Pd di Torino Stefano Lo Russo.

Torino ha festeggiato 20 anni di Pride

Partito dal Parco del Valentino, il corteo ha attraversato le principali vie cittadine fino a piazza Vittorio Veneto, trasformando il centro in uno spazio di festa ma anche di rivendicazione politica. “Venti di lotte” è infatti il claim scelto per celebrare il ventennale della manifestazione. Un titolo che richiama non solo il traguardo raggiunto, ma anche l’idea di una comunità che continua a muoversi e a costruire alleanze. Nel documento politico diffuso per l’edizione 2026, il Coordinamento Torino Pride sottolinea come la conquista degli spazi e il sostegno reciproco tra persone e comunità non possano limitarsi a un appuntamento annuale, ma debbano diventare una pratica quotidiana. “La nostra battaglia non è solo nostra: è una lotta intersezionale per una società più giusta e più abitabile” per tutti e tutte, si legge nel testo, che per la prima volta dedica anche una sezione ai diritti digitali e al contrasto dell’hate speech online. Un messaggio che assume un significato particolare alla luce di quanto accaduto pochi giorni prima dell’evento. Il 2 giugno Chiara Tarantello, co-coordinatrice del Torino Pride, ha denunciato di essere stata aggredita verbalmente su un treno mentre partecipava a una videocall dedicata proprio all’organizzazione del Pride. “Un uomo mi ha dato della ridicola, ha detto che il Pride è inutile”, aveva raccontato, riferendo anche i tentativi dell’aggressore di tirarle dei calci. L’episodio ha suscitato solidarietà e indignazione, riportando l’attenzione su quanto il lavoro contro discriminazioni e pregiudizi sia ancora necessario. Tema, questo, emerso più volte anche dagli interventi conclusivi dal palco allestito in piazza Vittorio Veneto, dove il corteo è approdato nel tardo pomeriggio dopo due ore e mezza di marcia.

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Gli interventi dal palco

Jacopo Rosatelli, assessore di Sinistra ecologista al Welfare, Diritti e Pari opportunità del Comune di Torino, ha duramente criticato il via libera del Senato al disegno di legge del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara in materia di consenso informato in ambito scolastico per l’educazione sessuo-affettiva. “Alla prossima aggressione omolesbobitrasfobica risparmiateci le vostre parole retoriche”, ha dichiarato. “Vergognatevi, perché la colpa è anche vostra che avete votato queste leggi che impediscono di cambiare la mentalità, di rompere gli stereotipi e i pregiudizi”. L’assessore ha inoltre richiamato l’attenzione sulla situazione internazionale, lanciando un messaggio di solidarietà verso i membri della comunità LGBTQIA+ che, a diverse latitudini, continuano a essere perseguitati, come accade in Senegal, che di recente ha inasprito le pene per le relazioni omosessuali. Tra gli interventi più applauditi anche quello di Vladimir Luxuria, che tornando sul provvedimento sull’educazione affettiva nelle scuole ha invitato studenti e docenti a farsi sentire durante il prossimo anno scolastico: “Mobilitatevi contro il ddl, fate sciopero”, ha detto, definendo il disegno di legge un attacco non solo ai diritti delle persone LGBTQIA+, ma anche all’autonomia scolastica.

Lo sguardo al futuro con EuroPride

L’edizione numero 20 del Torino Pride arriva in un momento particolarmente significativo per la città piemontese, che guarda già al 2027, quando ospiterà l’EuroPride, la manifestazione itinerante che ogni anno viene affidata a una diversa città europea e che richiama centinaia di migliaia di persone da tutto il continente. Una sfida importante che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrà rappresentare un’occasione per continuare a trasformare la città in uno spazio sempre più inclusivo. “Sarà una rivoluzione”, ha promesso dal palco Alessandro Battaglia, responsabile del progetto EuroPride 2027 e membro del Coordinamento Torino Pride.

Vent’anni dopo la sua prima edizione, il Torino Pride continua così a rivendicare la propria identità. Una manifestazione che non vuole essere soltanto una festa o una celebrazione, ma uno strumento di partecipazione politica. Perché quei “venti di lotte” che hanno attraversato le strade della città non raccontano soltanto la storia della comunità LGBTQIA+, ma quella di tutte le battaglie contro discriminazioni, esclusioni e disuguaglianze.

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