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Trump sai a meio de uma entrevista na NBC

O presidente norte-americano, Donald Trump, saiu a meio de uma entrevista durante o programa Meet the Press, na NBC, após ter feito alegações falsas de que a eleição presidencial de 2020 foi fraudulenta.

Durante a entrevista, realizada na passada sexta-feira, 5, Trump afirmou que a eleição para governador da Califórnia foi fraudulenta, e fez falsas alegações sobre fraude nas eleições de 2020, segundo o jornal “The Guardian”.

Trump afirmou que passados quatro dias “ainda nem começaram a contar os votos”, algo, que segundo a jornalista, é comum no processo eleitoral da Califórnia. As sondagens preveem uma disputa cerrada entre o candidato democrata e o republicano neste estado norte-americano.

O presidente norte-americano afirmou ainda que todos são corruptos, incluindo a jornalista e a sua estação de televisão.

Quando se tentou defender e fazer outras questões ao presidente, Trump referiu que ou a jornalista era “estúpida ou corrupta. Cai direitinho na armadilha deles com essa palhaçada. Sabe que as eleições são fraudulentas. A sua emissora sabe disso”.

Trump aproveitou ainda para fazer alegações sobre as eleições presidenciais de 2020, e quando a jornalista tentou fazer novas perguntas o presidente deu a entrevista por terminada.

Lagoa | Espetáculo Musical “Boa Esperança em… Revista”

8 June 2026 at 17:06

Preparados para uma noite de rir à gargalhada? Boa Esperança em… Revista. A tradição da Revista à Portuguesa está de volta com um espetáculo vibrante que cruza humor, música e atualidade de forma inteligente e popular.  Com textos e letras originais de Carlos Pacheco, prepare-se para uma crítica política e social bem-humorada, cheia de ritmo, […]

“Israele sta sabotando i negoziati con l’Iran. Netanyahu non vuole fermare la guerra, ma Trump sì”, parla l’analista

8 June 2026 at 17:01

Trump-Netanyahu, cresce la tensione. Morelli: “Israele non vuole fermare la guerra”

Mentre il fragile cessate il fuoco tra Israele e Iran mostra già i primi segnali di cedimento, crescono le tensioni tra Washington e Tel Aviv. Le indiscrezioni sulle dure parole rivolte da Donald Trump a Benjamin Netanyahu dopo i nuovi attacchi israeliani contro obiettivi iraniani alimentano infatti i dubbi sulla tenuta del rapporto tra i due storici alleati e sul futuro dei negoziati che gli Stati Uniti stanno cercando di portare avanti con Teheran.

La posta in gioco, però, va ben oltre il conflitto tra Israele e Iran. Sullo sfondo ci sono il controllo dello Stretto di Hormuz, gli equilibri energetici globali e le priorità strategiche di Washington, sempre più concentrate sul contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico. In questo scenario si moltiplicano gli interrogativi: Israele sta sabotando il dialogo tra Stati Uniti e Iran? La tregua ha ancora possibilità di reggere oppure è destinata a trasformarsi in una lunga guerra di logoramento? E quanto è profonda la distanza che si sta creando tra Trump e Netanyahu?

A fare il punto è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani spiega: “Gli Stati Uniti vorrebbero disimpegnarsi da questo scenario, mentre Israele ritiene che il conflitto debba proseguire fino a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente”.

Trump ha detto a Netanyahu di non attaccare. Poche ore dopo Israele ha colpito l’Iran. È la prova che la tregua è già saltata o che Netanyahu non segue più Washington? Stiamo assistendo alla più grave frattura tra Stati Uniti e Israele degli ultimi anni? Israele sta sabotando il negoziato americano con l’Iran?

“Le dure parole rivolte dal presidente americano Donald Trump al premier Benjamin Netanyahu evidenziano una profonda divergenza tra Washington e Tel Aviv. Gli Stati Uniti si sono ritrovati coinvolti nel conflitto con l’Iran a seguito dell’offensiva israeliana, ma la guerra ha mostrato i limiti dell’asse israelo-statunitense. L’obiettivo di indebolire in modo decisivo Teheran e il suo programma nucleare si è infatti trasformato in una guerra di logoramento con pesanti ripercussioni energetiche e finanziarie a livello globale.

Gli Stati Uniti vorrebbero ora disimpegnarsi da questo scenario, mentre Israele ritiene che il conflitto debba proseguire fino a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente, consolidando la propria supremazia tecnologica e militare nella regione. Nonostante la storica alleanza strategica, l’attuale amministrazione americana considera il Medio Oriente un teatro da cui sganciarsi il prima possibile.

Negli apparati strategici statunitensi è diffusa la percezione che Israele abbia trascinato Washington in una guerra che non rientrava nelle priorità americane. Se i cosiddetti sionisti cristiani presenti nell’orbita trumpiana spingono per proseguire il confronto, il Pentagono è consapevole che un conflitto prolungato rischia di distogliere risorse e attenzione da aree considerate molto più strategiche, come l’Indo-Pacifico e il contenimento dell’ascesa della Cina.

In questo senso resta attuale una celebre frase di Moshe Dayan: ‘I nostri amici americani ci danno sempre molti soldi, armi e consigli. Noi di solito accettiamo i soldi e le armi, ma rifiutiamo i consigli'”.

Se Israele continua a colpire e l’Iran continua a rispondere, il cessate il fuoco è già morto oppure esiste ancora una via d’uscita diplomatica?

“Una via diplomatica continua a esistere soprattutto nel rapporto tra Stati Uniti e Iran. Washington punta a uscire da questa situazione di stallo cercando però di preservare un equilibrio strategico attorno allo Stretto di Hormuz, che rappresenta il vero nodo della contesa.

L’Iran, invece, esce da questa fase con una leadership interna rafforzata. L’offensiva israelo-statunitense ha consolidato le componenti più oltranziste del regime, che oggi si sentono in una posizione di maggiore forza negoziale. Teheran mira a riaffermare la propria influenza sullo Stretto di Hormuz, sfruttando una crisi energetica globale che, paradossalmente, ha finito per aumentare il proprio peso strategico. 

Israele, al contrario, sta cercando di ostacolare qualsiasi percorso negoziale tra Washington e Teheran. Per il governo israeliano questa viene percepita come una guerra decisiva, capace di ridefinire gli assetti regionali. Da qui la volontà di mantenere alta la pressione militare e di impedire un’intesa tra Stati Uniti e Iran.

Per questo motivo ritengo molto difficile arrivare a una tregua complessiva. Potrebbe emergere una forma di distensione tra Washington e Teheran, ma appare assai più complicato immaginare una vera pace tra Iran e Israele. L’antagonismo tra i due Paesi resta infatti uno dei principali motori geopolitici delle tensioni che attraversano il Medio Oriente contemporaneo”.

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Risiko bancario, Rinaldi: “L’Opas su Mps è molto più di un’acquisizione”. Ecco cosa c’è davvero in gioco

8 June 2026 at 16:57

Mps, Rinaldi: “Dietro l’Opas non c’è solo una logica industriale”

Mentre il risiko bancario italiano entra in una nuova fase e le grandi manovre della finanza ridisegnano gli equilibri del settore, l’Opas lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps si candida a diventare una delle operazioni più rilevanti degli ultimi anni. Non si tratta soltanto di una partita tra istituti di credito: sul tavolo ci sono asset strategici, rapporti di forza tra i principali gruppi finanziari del Paese e il futuro assetto del sistema bancario nazionale.

Dopo il lungo percorso di risanamento che ha riportato Monte dei Paschi di Siena al centro dell’interesse del mercato, l’operazione apre interrogativi cruciali. Siamo di fronte a una mossa destinata a rafforzare la competitività del settore o a una partita che va ben oltre la logica industriale? E chi potrebbe trarre i maggiori benefici da un eventuale successo dell’operazione?

A fare il punto è Antonio Maria Rinaldi, economista ed ex europarlamentare della Lega, che ad Affaritaliani analizza le implicazioni economiche, finanziarie e strategiche dell’Opas, tra opportunità, rischi e nuovi equilibri di potere: “Più correttamente, si tratta di una scommessa strategica di grande portata, caratterizzata da potenziali benefici molto elevati ma anche da un grado di complessità non trascurabile”. 

L’Opas di Intesa su Mps è una mossa geniale o un’operazione più complessa e rischiosa di quanto appaia?

“Probabilmente entrambe le cose. L’operazione presenta indubbiamente elementi di notevole sofisticazione strategica. Intesa Sanpaolo non sta semplicemente tentando di acquisire una banca commerciale: sta cercando di incorporare un gruppo che, attraverso Mediobanca e la partecipazione in Generali, occupa una posizione centrale negli equilibri della finanza italiana. Sotto questo profilo, l’operazione appare particolarmente ambiziosa.

Tuttavia, proprio l’ampiezza degli obiettivi rende l’operazione estremamente complessa. Non si tratta infatti di una normale acquisizione bancaria, ma di una manovra che coinvolge molteplici centri di potere economico e richiede il via libera di numerose autorità nazionali ed europee. Più correttamente, si tratta di una scommessa strategica di grande portata, caratterizzata da potenziali benefici molto elevati ma anche da un grado di complessità non trascurabile”.

Dopo anni di salvataggi pubblici, Mps è diventata improvvisamente la preda più ambita del sistema bancario italiano. Che cosa è cambiato davvero?

“È cambiata soprattutto la natura dell’asset. Per lungo tempo Monte dei Paschi di Siena è stata percepita come una criticità del sistema bancario. Oggi il quadro è radicalmente diverso. La banca è stata risanata, ricapitalizzata e riportata a livelli di redditività che la rendono nuovamente contendibile.

Ma il vero cambiamento non riguarda soltanto i conti economici. Ciò che rende oggi Mps particolarmente appetibile è la sua collocazione strategica nel sistema finanziario. Con l’integrazione prevista di Mediobanca, Mps non rappresenta più soltanto una rete bancaria tradizionale. Diventa una piattaforma capace di offrire accesso a segmenti ad elevato valore aggiunto quali l’investment banking, il wealth management e, indirettamente, gli equilibri azionari che ruotano attorno a Generali”.

Dietro questa operazione vede soprattutto una logica industriale o una partita di potere tra i grandi gruppi della finanza italiana?

“La risposta più plausibile è che le due dimensioni siano inseparabili. La logica industriale esiste ed è concreta. Le sinergie dichiarate da Intesa riguardano l’integrazione delle reti distributive, le economie di scala, la razionalizzazione tecnologica, il rafforzamento nel risparmio gestito e l’espansione nelle attività di corporate e investment banking.

Tuttavia sarebbe ingenuo ritenere che l’operazione si esaurisca in una semplice valutazione industriale. Quando una transazione coinvolge soggetti come Mediobanca, Generali, Delfin, Caltagirone, Unipol e lo stesso Ministero dell’Economia, il tema della governance e degli equilibri di potere diventa inevitabilmente centrale”.

Se l’operazione andasse in porto, chi sarebbe il vero vincitore: Intesa, Unipol, il governo o gli azionisti di Mps?

“A oggi il candidato più credibile a rivestire il ruolo di principale vincitore strategico è Intesa Sanpaolo. Se l’operazione dovesse essere completata secondo l’impianto attualmente delineato, Intesa rafforzerebbe ulteriormente la propria posizione nel mercato italiano e aumenterebbe il proprio peso competitivo a livello europeo. Anche Unipol potrebbe emergere tra i principali beneficiari dell’operazione. Il governo potrebbe rivendicare un risultato politico di rilievo.

Quanto agli azionisti di Mps, il giudizio richiede maggiore prudenza. L’offerta incorpora un premio rispetto alle quotazioni precedenti all’annuncio, ma il beneficio effettivo dipenderà dall’evoluzione dell’operazione e dalle condizioni definitive con cui verrà eventualmente realizzata. Per questo motivo non è ancora possibile individuare con certezza il vincitore finale della partita. Attendiamo gli sviluppi prima di formulare valutazioni definitive”.

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Evento Ufc alla Casa Bianca, il video promo pubblicato su canali social della Casa Bianca

8 June 2026 at 15:17

(Agenzia Vista) Washington, 08 giugno 2026
La Casa Bianca ha annunciato un evento UFC in programma tra una settimana sul prato della residenza presidenziale. Nel video promozionale diffuso dall’account ufficiale, il presidente Trump appare tra i tifosi, mentre vengono mostrati preparativi per l’allestimento di un ottagono sul South Lawn, fighter nell’Oval Office e migliaia di spettatori previsti, inclusi militari.
Courtesy: Casa Bianca
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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𝐁𝐨𝐥𝐢𝐪𝐮𝐞𝐢𝐦𝐞 𝐮𝐧𝐞-𝐬𝐞 𝐩𝐨𝐫 𝐮𝐦𝐚 𝐜𝐚𝐮𝐬𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐚́𝐫𝐢𝐚 𝐧𝐨 𝐝𝐢𝐚 𝟗 𝐝𝐞 𝐣𝐮𝐧𝐡𝐨

8 June 2026 at 07:06

A Junta de Freguesia de Boliqueime promove mais uma edição do “SUN7 Mar à Vista” , um evento de cariz solidário que terá lugar no dia 9 de junho, a partir das 19h00, no adro da Igreja de São Faustino.

A iniciativa tem como objetivo a angariação de fundos, sendo que a totalidade do valor arrecadado será destinada aos tratamentos do Martim, uma criança diagnosticada com Paralisia Cerebral – Tetraparésia Distónica. Cada bloco de tratamento intensivo, realizado em clínicas especializadas, representa um custo médio de 7.800,00€, sendo este acompanhamento clínico fundamental para o desenvolvimento da sua autonomia e melhoria da qualidade de vida.

O programa do evento alia a vertente social à dinamização cultural da região, oferecendo aos participantes uma vista panorâmica num ambiente que contará com a atuação do DJ Canhoto, além da colaboração da View Activities. Estará também disponível um serviço de bebidas, cocktails e tapas.

O “SUN7 Mar à Vista” é organizado pela Junta de Freguesia de Boliqueime , contando com o apoio da Câmara Municipal de Loulé e com a colaboração da Paróquia de São Sebastião de Boliqueime.

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IA e Empregabilidade: Por que o poder público no Brasil precisa de visão estratégica urgente para o país

7 June 2026 at 08:00

A chegada da Inteligência Artificial (IA) ao cotidiano das empresas e escolas traz um impacto econômico e social comparável ao advento da internet comercial na década de 1990 — um movimento que o JC pioneiramente desbravou em 1994. Hoje, no entanto, enquanto o mercado privado corre para integrar algoritmos aos seus modelos de negócios, o Brasil esbarra em um obstáculo estrutural e perigoso: o "analfabetismo digital" dentro das esferas de poder.

Assista à entrevista

 

A constatação é do engenheiro, consultor e cofundador do Porto Digital Cláudio Marinho. Em entrevista aos jornalistas Fernando Castilho e Laurindo Ferreira, no primeiro episódio da série especial IA e Empregabilidade, do programa JC Negócios Entrevista (assista ao episódio no canal JC Play, no Youtube), Marinho foi categórico ao afirmar que o futuro do trabalho no país depende diretamente de um choque de gestão pública.

"Há muito pouco letramento nos formuladores de política pública para entender o que é esse danado desse bicho [a IA]", pontuou Marinho. "O grande risco da falta de política é alguém colocar o carro na frente dos bois: começar a fazer a regulamentação da IA no Congresso sem nem saber o que é isso. O risco é engessar a tecnologia e não permitir a liberdade de inovação que é essencial."

O desafio nas escolas: Educação 'COM' a IA

Se o topo da pirâmide governamental carece de clareza, a base do sistema educacional brasileiro já opera no improviso. O especialista cita um dado alarmante que reflete a desconexão entre a realidade dos estudantes e a estrutura pedagógica do Estado: cerca de 70% dos jovens do ensino médio já utilizam alguma ferramenta de Inteligência Artificial, como o ChatGPT, para tirar dúvidas ou fazer trabalhos. No entanto, apenas 30% deles afirmam receber qualquer tipo de orientação de seus professores sobre como usar a tecnologia corretamente.

O gargalo não está na ausência da ferramenta, mas na ausência de diretrizes. Para Marinho, o modelo de ensino atual precisa ser urgentemente revisto. Não se trata apenas de colocar computadores nas salas de aula, mas de implementar o conceito de "Educação COM IA" — capacitando os educadores para que eles possam guiar os alunos a explorar as ferramentas de forma crítica, ética e produtiva.

O Paradoxo de Talentos

A ausência de uma estratégia governamental consolidada cria distorções profundas. Marinho utiliza o próprio Recife como exemplo desse paradoxo tecnológico. Hoje, a capital pernambucana abriga o maior número absoluto de PhDs em informática do país — são mais de 700 profissionais com altíssima qualificação.

Jailton Jr/JC Imagem
JC Negócios Entrevista estreia série IA e Empregabilidade, entrevistando Cláudio Marinho. Com Fernando Castilho e Laurindo Ferreira - Jailton Jr/JC Imagem

Por outro lado, o volume de jovens nas periferias e áreas centrais que têm acesso a cursos presenciais básicos de informática ainda é irrisório se comparado à demanda exigida pela nova economia. "Temos um problema lá embaixo, no uso direto pelo jovem em formação, e um problema lá em cima, na gestão escolar e na estratégia acadêmica para capacitar quem orienta esses jovens", explica.

Um Projeto de Estado (não estatal)

A resposta para que o Brasil — e em especial o Nordeste — não perca o bonde da história passa pela criação de um Projeto de Estado. Marinho faz questão de diferenciar o conceito para evitar equívocos: não se trata de inchar o governo criando "estatais de IA", mas sim de desenhar um plano nacional, de longo prazo, focado em letramento, capacitação e atração de investimentos em infraestrutura (como data centers sustentáveis).

O trabalhador que está entrando no mercado, seja na programação, na consultoria ou no direito, precisa de uma rede de apoio governamental que traduza as novas exigências em capacitação acessível. A IA, por si só, não causará o desemprego em massa daqueles que souberem utilizá-la. Contudo, sem líderes públicos que entendam e orientem essa transição, o Brasil corre o risco de formar uma geração de profissionais obsoletos antes mesmo de entrarem no mercado de trabalho.

*Esse texto foi criado com auxílio de Inteligência Artificial. O conteúdo da entrevista, não

© Jailton Jr/JC Imagem

Fernando Castilho e Laurindo Ferreira entrevistam Cláudio Marinho no auditório Graça Araújo, no SJCC

Da Garlasco a Netflix, come il true crime è diventato un’industria. I dati di Giordano

6 June 2026 at 10:52

È da diversi anni che l’interesse digitale per il true crime ha frantumato la nicchia nella quale per molto tempo è stato relegato – in parte, anche volontariamente per non pagare pegno a quel pregiudizio moralizzante, oggi molto meno diffuso di una volta, che censurava ogni forma di monetizzazione e di spettacolarizzazione della tragedia umana – diventando così molto più di una tendenza passeggera, di una curiosità episodica. Il true crime, in particolare quello italiano, è in una fase di definitiva maturazione, parliamo di un genere che si è strutturato come un vero e proprio mercato. Del resto, se così non fosse non si spiegherebbero neanche l’attenzione crescente da parte dei talk televisivi, alcuni dei quali devono la loro programmazione e fortuna proprio alla notiziabilità del tema, o quella che ha spinto diverse media company a investire nella produzione e distribuzione sulle principali piattaforme di streaming, ma non solo, di mini-serie dedicate ai delitti e ai misteri che hanno catalizzato per intere settimane e mesi ogni secondo della nostra attenzione.

Su Netflix è ancora possibile on demand seguire la docu-serie Vatican girl, che ricostruisce per filo e per segno e in modo avvincente la vicenda di Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma nel 1983. Mentre, qualche anno fa, era il 2023, Sky crime ha raccontato la storia dell’omicidio di Meredith Kercher, la giovanissima studentessa inglese trovata morta nella sua casa di Perugia, dove studiava all’Università per stranieri, la mattina del primo novembre 2007 e il travagliato percorso processuale che portò prima alla condanna e poi all’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Poi non sono mancate le serie sugli omicidi di Sarah Scazzi, di Elisa Claps e Yara Gambirasio, ma ciò che ha contribuito a sdoganare definitivamente il genere e trasformarlo in un prodotto commerciale è stato il lavoro di alcuni podcaster e youtuber. In particolare, tra i primi ci sono Pablo Trincia e Alessia Rafanelli che hanno realizzato Veleno, podcast che ha raggiunto un’audience straordinaria, nel quale i due ricostruivano una vicenda che non tutti ricordavano, quella dei cosiddetti diavoli della bassa modenese.

Mentre, passando a YouTube, a dare il là al successo del genere ci hanno pensato Luca Zanella con il suo canale DarkSide, che conta oggi 123 mila iscritti, Francesca Bugamelli, in arte Bugalalla, nota per il suo canale YouTube Bugalalla crime, che ha una fanbase di 307 mila iscritti. Entrambi hanno pubblicato decine di video sull’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nell’agosto del 2007, in particolare dall’anno scorso con la riapertura delle indagini della Procura di Pavia a carico di Andrea Sempio. Entrambi, nei video che hanno incassato migliaia di visualizzazioni, hanno diffuso gli atti processuali, a volte anche inediti, stralci di intercettazioni e persino presunte registrazioni audio che hanno riacceso il dibattito su uno dei misteri italiani più discussi. YouTuber e podcaster che grazie alla vicenda Garlasco hanno aumentato notevolmente i loro fandom social, sono diventati delle celebrity e grazie a questa popolarità hanno pubblicato libri e vengono invitati nei salotti televisivi o partecipano a convegni e rassegne varie.

Sempre su YouTube, per restare sull’omicidio Poggi è nato, sempre l’anno scorso quando la curiosità e l’interesse degli utenti si è improvvisamente riacceso, un profilo che conta già 18 mila iscritti e che si chiama Garlasco channel, dove è possibile trovare analisi dettagliate, ricostruzioni, interviste, e approfondimenti per comprendere ogni sfumatura di questa vicenda che ha segnato la storia della giustizia italiana. In questi ultimi 14 mesi, cioè da quando a marzo del 2025 il procuratore capo della Repubblica di Pavia, Fabio Napoleone, ha deciso di indagare nuovamente sull’omicidio per il quale è stato condannato a 16 anni di reclusione l’ex fidanzato Alberto Stasi, il termine Garlasco, toponimo della cittadina pavese in questi anni è diventato suo malgrado anche l’etichetta mediatica che sintetizza tutto ciò che riguarda la vicenda, è stata utilizzato in Rete da oltre 29 mila autori unici con un milione e mezzo di menzioni. Ma, qui il dato diventa ancora più straordinario e ci aiuta a comprendere l’esplosione di questo genere, le menzioni su Garlasco hanno generato un volume totale di 26,7 milioni di interazioni. Numeri di per sé già notevoli, ma che crescono ancora di più se alla prima keyword – la parola-chiave del monitoraggio di listening – aggiungiamo un secondo termine di ascolto del parlato digitale, questa volta però nominativo. Infatti aggiungendo il nome Andrea Sempio nell’ultimo mese, da quando si è avuta la conferma di un suo coinvolgimento nell’indagine, le interazioni totali sono arrivate a ben 31 milioni. C’è da scommettere che cresceranno ancor di più con i possibili sviluppi investigativi.

A conti fatti, il driver Garlasco ha avuto questa audience digitale dirompente non tanto perché metteva in discussione una verità processuale acquisita che ha portato, dopo due assoluzioni, alla condanna di Stasi, ma perché la riapertura dell’azione investigativa si è innestata in una bolla già matura, in una community uscita dall’auto-isolamento e che da anni produce contenuti che hanno incassato attenzione e milioni di visualizzazioni e interazioni.

Formiche 225

Cina o Stati Uniti? Vi spiego il valore geopolitico delle elezioni peruviane. L’analisi di Roy (Cfr)

6 June 2026 at 09:21

Dopo un primo turno di votazioni segnato da errori logistici e accuse di brogli, i peruviani tornano alle urne il 7 giugno per eleggere il nono presidente del Paese negli ultimi dieci anni. Il ballottaggio vede contrapposti il progressista Roberto Sánchez, considerato ampiamente anti-establishment, e la conservatrice Keiko Fujimori, con implicazioni che vanno ben oltre i confini del Perù. I due candidati divergono profondamente nelle loro posizioni politiche.

Fujimori, figlia dell’ex presidente autoritario Alberto Fujimori, è un’ex deputata e leader del partito di destra Fuerza popular. La sua campagna politica è fortemente incentrata sul ripristino dell’ordine pubblico, sulla lotta alla criminalità – una delle principali preoccupazioni dei peruviani a causa del recente aumento della criminalità organizzata – sull’espulsione dei migranti irregolari e sulla promozione di politiche pro-mercato, anche attraverso maggiori investimenti stranieri. Al contrario, Sánchez è un attuale deputato candidato per il partito progressista Juntos por el Perú. Ex ministro del Commercio estero e del Turismo sotto la presidenza di Pedro Castillo, Sánchez trae gran parte del suo sostegno dal “Perù profondo”: comunità rurali, indigene e della classe lavoratrice. Propone di legalizzare l’attività mineraria informale, ampliare il controllo statale sulle risorse naturali del Paese e, soprattutto, promuovere modifiche costituzionali per creare uno Stato plurinazionale che rafforzi le popolazioni storicamente emarginate del Perù. Ma la vera questione che incombe sulle elezioni peruviane non riguarda semplicemente chi governerà Lima e in che modo, bensì se il risultato contribuirà all’orientamento sempre più conservatore della politica latino-americana.

Negli ultimi anni la regione ha assistito in gran parte a un’inversione della cosiddetta “marea rosa” dei primi anni Duemila, caratterizzata da una serie di vittorie elettorali della sinistra. Questo spostamento conservatore è alimentato dal diffuso malcontento pubblico per l’aumento della criminalità, dell’inflazione, della stagnazione economica e della corruzione sistemica, tutti problemi che i governi di sinistra avevano promesso di risolvere. Se Sánchez dovesse vincere, il Perù si unirebbe al blocco di governi progressisti della regione che comprende Brasile, Colombia e Messico, tutti sottoposti a diversi livelli di pressione economica e politica da parte dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti. Una vittoria di Fujimori, invece, collocherebbe il Perù nel rinnovato campo conservatore della regione. Con altre importanti elezioni presidenziali ancora in programma in Colombia (dopo le elezioni del 31 maggio e il ballottaggio del 21 giugno) e in Brasile (4 ottobre), il risultato in Perù potrebbe approfondire oppure interrompere la divisione ideologica che sta ridefinendo la politica regionale.

Le elezioni di febbraio in Costa Rica hanno già visto la vittoria della populista conservatrice Laura Fernández. Le elezioni peruviane hanno anche implicazioni geopolitiche più ampie. Negli ultimi due decenni la Cina ha ampliato drasticamente la propria presenza in America Latina, passando da attore economico marginale a importante partner commerciale e investitore. In Perù, la costruzione cinese del porto di Chancay, un mega-porto in acque profonde da 3,5 miliardi di dollari progettato per collegare Asia e Sud America, rappresenta un esempio della portata di questo coinvolgimento. Mentre Sánchez sostiene un rafforzamento dei rapporti con la Cina, Fujimori ha apertamente allineato la propria piattaforma agli Stati Uniti. Il risultato delle elezioni potrebbe quindi determinare un Perù che mantiene forti legami con la Cina oppure uno che cerca un allineamento più stretto con Washington. Il Perù è inoltre uno dei maggiori produttori mondiali di rame – responsabile di circa il 12% della produzione globale nel 2025 – oltre che di altri minerali strategici come argento e zinco, sempre più centrali nelle strategie industriali ed economiche di Stati Uniti e Cina. Il possesso di queste risorse conferisce al Perù un peso geopolitico in un mondo affamato dei materiali necessari alla transizione energetica verde e alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Un’amministrazione Sánchez, con il suo piano di riforma del settore minerario e di espansione del controllo statale sulle risorse naturali, potrebbe scoraggiare gli investimenti stranieri necessari ad aumentare la produzione. Al contrario, un governo guidato da Fujimori probabilmente accoglierebbe con favore la possibilità di rafforzare i legami economici e di sicurezza con gli Stati Uniti, impegnati a costruire catene di approvvigionamento andine per i minerali strategici così da ridurre la dipendenza dalla Cina. Infine, il Perù è una delle principali destinazioni per migranti e rifugiati nell’emisfero occidentale: a febbraio ospitava oltre 1,6 milioni di venezuelani. Fujimori, tuttavia, ha promesso di reprimere l’immigrazione irregolare, puntando a utilizzare le forze armate per riaffermare il controllo alle frontiere. Questo approccio securitario riecheggerebbe quello adottato da altri Paesi guidati da governi conservatori, tra cui Argentina e Cile, ma rischierebbe di mettere sotto pressione le relazioni bilaterali con gli Stati vicini – in particolare la Colombia, che sostiene un approccio più aperto e basato sui diritti e condivide il peso dello sfollamento venezuelano. In definitiva, qualunque candidato ottenga più voti a giugno erediterà un Perù politicamente e socialmente diviso. Ma, soprattutto, contribuirà all’evoluzione delle dinamiche politiche regionali: una presidenza Fujimori probabilmente accelererebbe la svolta a destra già in corso, mentre una vittoria di Sánchez potrebbe interromperla. In ogni caso, la direzione ideologica del futuro del Perù avrà ripercussioni a Bogotá, Brasília, Washington e oltre.

Formiche 225

10.ª edição da Revista Águas do Algarve!

5 June 2026 at 20:27

É com satisfação que partilhamos convosco a 10ª edição da Revista Águas do Algarve. Nesta edição, refletimos sobre a nova relação do Algarve com a água num contexto de crescente imprevisibilidade climática. Ao longo de mais de 70 páginas, reunimos entrevistas, reportagens e artigos que abordam alguns dos temas mais relevantes para o futuro da região: a […]

Flotilla: un filo rosso che collega il mondo alla speranza

 

Intervista di Camilla Costantini ad Alessandro Mantovani, giornalista de “Il Fatto Quotidiano”.

Il 26 aprile è partita la seconda missione della Global Sumud Flotilla, composta da una sessantina di imbarcazioni. Il giorno 19 maggio la barca in cui, tra gli altri, erano a bordo il parlamentare Dario Carotenuto e il giornalista Alessandro Mantovani è stata intercettata dalla Marina israeliana in acque internazionali.

“Noi siamo stati una delle ultime barche abbordate, il 19 maggio, mentre le prime quaranta il 18 maggio” mi ha raccontato Alessandro Mantovani.

“All’inizio ci hanno affiancati, ci hanno chiesto di mettersi al timone e chiedevano chi fosse il comandante. Abbiamo risposto che non c’era il comandante. A quel punto loro hanno sparato tre volte con dei proiettili, forse di gomma ma onestamente non lo so,  sullo scafo della barca. Uno dei marittimi turchi, del nostro equipaggio, ha detto che poteva mettersi lui al timone e gli hanno detto di procedere lentamente verso est. Poi sono saliti a bordo e ci hanno perquisiti, in maniera tutto sommato civile. Ci hanno portati su una prima nave e lì ci hanno immediatamente legato i polsi con delle fascette da elettricista che erano molto strette, facevano male, poi ci hanno sbattuto a terra, ci hanno bendati e ci hanno legati, inginocchiati, a un supporto metallico. Abbiamo navigato così per diverse ora, fino a quando siamo arrivati alla seconda nave. A bordo di questa erano violentissimi: ci hanno sbattuto nuovamente a terra e c’era questo container, dal quale si doveva passare per andare sulla zona prigione dell’imbarcazione, in cui, tanto o poco, hanno picchiato tutti. Il trattamento su questa nave prigione era ai limiti del sadismo: sparavano bombe assordanti tra i piedi della gente e la notte illuminavano l’ingresso dei container con dei fari potentissimi per non far dormire nessuno. Non è successo davanti a me ma hanno anche sparato con dei proiettili di gomma o di altro genere. Mi è stato raccontato da altri dei nostri che è stato ritrovato un proiettile che assomigliava di più a un pallino da caccia, era metallico, rivestito di garza.

Io e l’esponente dei cinque stelle Dario Carotenuto, unico parlamentare dell’unione europea che ha partecipato a questa missione, siamo stati separati dagli altri e ci hanno fatto scendere prima degli altri. Non siamo stati picchiati al porto e non ci hanno portato in carcere. Siamo stati portati all’aeroporto Ben Gurion con le manette ai polsi e le catene alle caviglie. Io, prima che l’aereo partisse per Atene, sono stato in cella per almeno sei o sette ore”.

Perché hai deciso di partire e, secondo te, qual è l’obiettivo di questa Global Sumud Flotilla?

“L’obiettivo era quello di riportare l’attenzione su Gaza, oltre che rompere l’assedio e portare gli aiuti umanitari, come con la prima. Il punto è che di Gaza non si parlava quasi più, soprattutto in Europa. L’obiettivo di riportare attenzione su Gaza e sui metodi delle forze armate israeliane è stato raggiunto, anche se ci tra di noi ci sono stati feriti gravi. Io ho un problema all’articolazione della mandibola che si sentire quando mastico e anche quando faccio altri movimenti, ma c’è anche chi ha avuto fratture, lesioni interne e rotture di legamenti. Non volevano ucciderci, altrimenti lo avrebbero fatto, ma volevano di sicuro farci male”.

Secondo te quali di questi obiettivi sono stati raggiunti?

“Gli aiuti non sono arrivati, salvo, forse, i pannelli solari della barca su cui ero io che è arrivata tre giorni fa. L’assedio non è stato rotto, ma un po’ di attenzione su Gaza è tornata a esserci. La mia impressione è che questa Flotilla ha avuto, rispetto alla prima, un minore impatto dal punto di vista delle mobilitazioni di piazza, ma ha avuto un impatto superiore dal punto di vista politico.

Dove ci porterà tutto questo? Sinceramente non lo so. Secondo me, con una partecipazione più larga e con persone a cui non possono sparare addosso, perché la prossima volta questo rischio c’è, forse a Gaza ci arriviamo”.

Il primo giugno ci è arrivata notizia che i resti della barca Kasr-i Sadabad sono arrivati a Gaza. Si tratta del primo scafo che dopo anni riesce a rompere il blocco navale illegale. La consideri una parziale vittoria?

“Vedere il video dei palestinesi che staccavano i pannelli solari per utilizzarli mi ha fatto ovviamente piacere. È stata si, una parziale vittoria sul piano simbolico, ma, in concreto, l’assedio è ancora lì. Forse parlare di parziale vittoria è un po’ troppo, ma senz’altro è un risultato. La vittoria è un’altra cosa”.

Tu e il parlamentare Carotenuto siete stati gli unici due attivisti a essere rapidamente liberati. Politici e giornalisti a Israele fanno paura?

“I politici che ci hanno provato non sono stati ammessi al valico di Rafah, i giornalisti stranieri non possono entrare a Gaza da due anni e mezzo. Penso proprio di si, facciamo paura. Io non sono un attivista, anche gli attivisti fanno paura, ma politici e giornalisti anche di più”.

É da due anni e mezzo che a Gaza Israele non vuole testimoni. Sappiamo anche che l’IDF ha ucciso deliberatamente tanti colleghi palestinesi e tanti operatori umanitari. Quanto, secondo te, è importante imporre, anche a livello internazionale, la presenza di uno sguardo esterno? E chi dovrebbe sostenere tale richiesta?

“Penso che dovrebbe essere il consiglio di sicurezza dell’ONU a occuparsene. Se non lo fa lui, dovrebbe essere l’Unione Europea e se non lo fa lei, dovrebbero essere i governi europei.

Il board of peace di Trump non sta funzionando: organismo mostruoso, che in realtà era solo uno specchietto per le allodole, perché è Israele che continua a decidere cosa entra e cosa non entra a Gaza. E i giornalisti non entrano. Così come non escono migliaia di malati che hanno bisogno di cure fuori da Gaza. La presenza di uno sguardo esterno è importante: conosciamo la realtà della distruzione e del massacro che è stato fatto a Gaza grazie ai giornalisti palestinesi che hanno pagato un tributo di sangue altissimo. Ci sono stati oltre duecento giornalisti e operatori dell’informazione uccisi, ancora di più sono gli operatori sanitari. è una situazione dove non ci sono due eserciti, ma milizie fortemente indebolite contro uno degli eserciti più forti del mondo e non possiamo far rientrare tutto questo nel concetto di auto-difesa di Israele dopo gli attacchi del 7 ottobre che sono stati senza dubbio atroci e inaccettabili, ma per i palestinesi, allora, potremmo dire che da quel momento è stato il 7 ottobre tutti i giorni. Sappiamo anche che tutt’ora ci sono migliaia di corpi non riconosciuti sotto le macerie. Netanyahu ha detto che vuole il 70%, e in prospettiva il 100%, della Striscia di Gaza. Israele vuole tutto e non vuole testimoni esterni”.

Voglio fare una riflessione con te su due punti, partendo dal video pubblicato dal ministro israeliano della sicurezza nazionale, Ben-Gvir, video in cui abbiamo visto come sono stati trattati gli attivisti della Flotilla.

Il primo punto è: secondo te perché questa violenza ha ricevuto un’attenzione mediatica maggiore rispetto alle violenze che quotidianamente subiscono i detenuti palestinesi?

“Tragico doverlo dire: credo che sia soprattutto perché ci sono dei corpi bianchi che subiscono le violenze. Tutti si identificano negli europei della Flotilla, lo capiscono tutti che sulla Flotilla ci sono delle persone normali, persone che vogliono tornare a casa. Sono persone normali che non hanno nessuna intenzione di sacrificarsi per la causa, persone che vogliono tornare indietro, ma che sono disposte a correre qualche rischio per tentare di dare una mano ai palestinesi”.

Il secondo punto è: il premier Netanyahu ha dichiarato che il modo in cui Ben-Gvir ha trattato gli attivisti non è in linea con i valori e le norme di Israele. Secondo te quali sono questi valori e queste norme a cui Netanyahu si riferisce, considerando che nessuno ha chiesto le dimissioni di Ben Gvir?

“Trovo che l’esibizione della violenza sui volontari della Flotilla sia più grave della violenza stessa. Ci dimostra che una buona parte della società israeliana è caduta in un buco nero, in un abisso. Ben-Gvir ha pubblicato quei video perché ritiene che gli servano a ottenere più voti, in questa competizione a destra a chi è più cattivo con i palestinesi e anche con la Flotilla.

Detto questo, però, penso sia ridicolo ridurre a lui le violenze che abbiamo subito: io sono stato pestato su una nave, forse meno di altri, ma sono stato pestato anche io. Abbiamo subito violenze che sono ben poca cosa rispetto alle violenze che subiscono i palestinesi, ma le abbiamo subite su una nave militare, i cui comandanti non rispondono a Ben-Gvir: rispondono al ministro della difesa Israel Katz. Lui e il premier Netanyahu erano nel quartier generale della difesa della marina durante il primo e durante il secondo abbordaggio, quindi hanno certamente condiviso la scelta di abbordare la Flotilla a grande distanza dalle coste israeliane e dalle coste di Gaza. Non so se hanno condiviso ogni singolo abuso, ma quelli avvenuti sulla nave prigione, dove sono stato io, non possono essere sfuggiti agli ufficiali dell’equipaggio, ufficiali della Marina israeliana, cioè delle forze armate che dipendono dalla difesa e non dalla sicurezza nazionale. Respingo questa storia che il cattivo sia solo Ben-Gvir: o il governo israeliano tira fuori i responsabili di queste violenze e dimostra di averli puniti, oppure è complice di queste violenze, troppo diffuse per essere sfuggite agli ufficiali delle navi in questione”.

Come è possibile, quindi, continuare a definire Israele l’unica democrazia del medio-oriente?

“La questione di Israele è complessa: se noi pensiamo ad alcuni caratteri della sua politica dobbiamo riconoscere che permette il dissenso interno in misura maggiore di altri paesi del medio-oriente. In tanti paesi, dall’Iran alla Tunisia, non potrebbe esistere un giornale libero come Haaretz. Per alcuni aspetti Israele è una società democratica, per altri aspetti non lo è. In una certa misura siamo noi: Israele non potrebbe fare quello che fa senza il sostegno degli Stati Uniti e di gran parte dell’occidente, tra cui l’Italia. È più che giustificato che si chieda a Israele di rispettare determinati standard, cioè il divieto di guerra e di aggressione come quelle che stanno avvenendo in Iran e in Libano o come quella che avviene contro la popolazione di Gaza ed è più che giustificato che si obblighi Israele a trattare i prigionieri in modo decente”.

Evidenziando la possibilità di una matrice comune di tipo suprematista, come mai, secondo te, i governi dei paesi occidentali sono sempre stati complici di Israele? Ha ancora senso giustificare Israele a partire dal senso di colpa europeo nei confronti dell’intero popolo ebraico?

“Parto dalla fine, io sono molto attento agli ebrei e ai loro sentimenti. Quando ho visto gli eccidi del 7 ottobre 2023 comprendevo benissimo i sentimenti degli ebrei romani, il loro smarrimento e la paura. Per loro, se un ebreo non è sicuro in Israele non è sicuro in nessun’altra parte del mondo.

Questo noi dobbiamo rispettarlo: è un popolo che ha subito persecuzioni per secoli, dalla chiesa cattolica prima che dal nazismo del secolo scorso. Detto questo, è un problema dell’Europa: la ragione per cui si sostiene Israele non è questa. Il punto è che l’occidente, in particolare gli Stati Uniti, vuole che Israele sia la principale potenza militare e l’unica potenza nucleare del medio-oriente. Credo che la ragione del sostengo a Israele vada oltre al senso di colpa europeo nei confronti del popolo ebraico”.

Quando ti hanno intervistato al podcast “il mondo” di Internazionale, nella puntata del 5 maggio, hai detto che si, in Italia ci sono state delle mobilitazioni per la reazione israeliana contro la Flotilla, ma hai anche detto non ci sono state manifestazioni partecipate come quelle di settembre e ottobre. Questo calo dell’attenzione lo colleghi solo al piano di pace per il medio-oriente di Trump o c’è qualcos’altro?

“Il silenzio dell’informazione che non è una conseguenza naturale del piano Trump. Bisognerebbe, e credo che Il Fatto Quotidiano lo faccia, occuparsi di più delle condizioni di vita a Gaza. Non può non spaventarci che non siano state neanche rimosse le macerie dell’80% degli edifici di Gaza, distrutti o gravemente danneggiati dalle forze armate israeliane. Credo che ci sia stato un black-out dell’informazione, che non si giustifica con il piano Trump. Ho l’impressione che le manifestazioni abbiano sempre un movimento carsico: ci sono grandi mobilitazioni, ma, soprattutto nelle questioni internazionali, non è così facile tenere alto il livello. Anche contro la prima guerra del Golfo nel 2003 ci furono grandissime manifestazioni, però poi si esaurirono, anche la situazione in Iraq non era migliorata. Un po’ è l’andamento ciclico delle manifestazioni, un po’ è l’emergere di altri conflitti, per esempio la guerra con l’Iran, che hanno distolto l’attenzione. È un insieme di fattori, non saprei dire quale conta di più e quale conta di meno. È chiaro che è passato un messaggio propagandistico per cui sembra che a Gaza sia tutto risolto, ma non è vero”.

Considerata la situazione attuale, credi che ci sarà bisogno di altre Flotille? E tu, quando ripartiranno, ti imbarcheresti di nuovo?

“Penso che la Flotilla abbia dimostrato una sua utilità e sicuramente organizzeranno altre missioni. Io mi imbarcherò di nuovo? Non lo so, dipende. Forse non è nemmeno il caso di mandare lì sempre le stesse persone. Sinceramente non ci ho ancora pensato”.

 

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