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Il caccia europeo franco-tedesco non verrà mai prodotto: progetto fallito a causa dello scontro tra Airbus e Dassault

8 June 2026 at 17:41

Il fallimento era stato in qualche modo anticipato dalle indiscrezioni dei mesi scorsi. Oggi, ad ufficializzarlo ci hanno pensato fonti del governo tedesco: il progetto del caccia europeo costruito in partnership tra Francia e Germania attraverso i loro colossi dell’aviazione Airbus e Dassault è definitivamente fallito. L’aereo da combattimento Fcas (Future Combat Air System), quindi, non vedrà mai la luce. Rivelazioni giornalistiche sostenevano che il “tradimento” fosse opera di Friedrich Merz, più interessato al progetto curato da Italia, Regno Unito e Giappone (Global Combat Air Programme). Ed è proprio da Berlino che arriva l’annuncio della fine del progetto: “Il presidente Macron e il cancelliere federale sono giunti alla valutazione condivisa che le aziende coinvolte non siano riuscite a trovare un’intesa sulla costruzione di un caccia comune – spiegano fonti governative tedesche – Il cancelliere Merz ha quindi suggerito al presidente Macron di non proseguire nella costruzione di un aereo da combattimento comune”.

Il sistema d’armi era stato ideato per sostituire gradualmente i rispettivi caccia nazionali, oltre a quelli spagnoli, e vantava una tecnologia innovativa definita un ‘sistema di sistemi‘, dato che l’aereo pilotato avrebbe dovuto collaborare con sciami di droni e un cloud da combattimento. Un progetto da miliardi di euro che doveva entrare in funzione dagli anni Quaranta del 2000 e avrebbe avuto il merito di unificare i sistemi d’arma di tre fra i principali Paesi dell’Ue, ma che oggi deve essere considerato definitivamente abortito a causa di controversie durate anni su competenze, tecnologie e ripartizione degli appalti. L’unica eredità che questo progetto mai nato potrebbe lasciare è quella di un sistema comune europeo, con la rinuncia allo sviluppo franco-tedesco e la creazione esclusiva di un cloud militare europeo. Le fonti tedesche che hanno dato l’annuncio precisano non a caso che “questo rappresenta in qualche modo il sistema nervoso che mette in rete aerei, droni e altri componenti in un insieme integrato”.

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Scaf, il caccia franco-tedesco non volerà mai. Ora Berlino guarderà al Gcap?

8 June 2026 at 16:49

Il Système de combat aérien du futur (Scaf) non volerà mai, e adesso è ufficiale. Secondo quanto riporta il settimanale tedesco Der Spiegel, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron avrebbero concordato di bloccare definitivamente lo sviluppo del caccia di sesta generazione franco-tedesco (e spagnolo), mettendo la parola fine a uno dei progetti di difesa più travagliati dell’ultimo decennio. La decisione era nell’aria da mesi (per non dire anni), complice il complesso rapporto tra i soggetti industriali dei due Paesi, ma adesso si apre un’altra partita: cosa faranno Parigi e Berlino? E quanto è probabile che almeno uno dei due guardi adesso concretamente all’opzione Gcap?

Un programma che non s’aveva da fare

Il programma era nato dalla volontà di Macron e dell’allora cancelliera Angela Merkel di dotare l’Armée de l’Air et de l’Espace e la Luftwaffe di un velivolo da combattimento di sesta generazione da immettere in servizio tra il 2035 e il 2040. Al nucleo franco-tedesco si era successivamente aggiunta la Spagna, con Dassault Aviation come appaltatore principale per il caccia di nuova generazione e Airbus come partner industriale per Berlino e Madrid. Il valore complessivo del programma era stimato in oltre cento miliardi di euro. Sin dall’inizio, però, l’Fcas/Scaf non partiva con i migliori auspici. Le problematiche sulla suddivisione del lavoro tra Airbus e Dassault non erano mai state superate, con negoziazioni continue e sempre difficili tra le parti. Il nodo centrale era quello della governance industriale, con Dassault che riteneva indispensabile l’esistenza di un leader unico in grado di decidere sui sotto-appaltatori, sulle forme dell’aereo e di assumersi la responsabilità di portarlo in volo, mentre Airbus spingeva nella direzione opposta. A un certo punto, la Francia avrebbe persino comunicato alla Germania di voler ottenere l’80% del workshare complessivo del programma, una richiesta che avrebbe ulteriormente avvelenato il clima delle trattative. Il ceo di Dassault, Eric Trappier, aveva denunciato che la metodologia di lavoro frammentata era la causa principale dei continui ritardi, lamentando discussioni “inutili e infinite” che impedivano qualsiasi avanzamento concreto. A marzo 2026, lo stesso Trappier aveva dichiarato pubblicamente che il programma era da considerarsi “morto” se lo scontro con Airbus non fosse stato risolto. Non lo è stato.

“Il fallimento del programma Scaf/Fcas dimostra la difficoltà del collaborare con l’industria francese, e più in generale con la Francia, le quali non hanno evidentemente ancora maturato una visione moderna del concetto di collaborazione, inteso come lavorare assieme anziché come partecipazione minoritaria in un programma in tutto e per tutto francese”, ha detto Gregory Alegi, storico e docente presso la Luiss Guido Carli, parlando con Airpress“In questo senso”, prosegue Alegi, “lo scenario del caccia è lo stesso che abbiamo visto nel passato recente con l’idea del carro armato europeo. Riuscire a superare questa mentalità è un elemento fondamentale in una fase storica in cui costruire una difesa europea è una priorità assoluta; anche sotto il profilo industriale, senza il quale non può esserci una vera sovranità”.

Prospettiva condivisa anche da Michele Nones, vice presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), il quale riconduce questa decisione anche alla rinnovata postura tedesca sulla difesa. “È evidente che, con la decisione di Berlino di investire massicciamente nel settore della difesa, l’alleanza franco-tedesca, che era basata sulla supremazia francese, non poteva andare avanti”.

E adesso?

La domanda che si pone tutta l’industria della difesa europea è cosa succederà ai due protagonisti di questo naufragio. I percorsi di Parigi e Berlino sembrano ora destinati a divergere nettamente. Per la Francia, la traiettoria più probabile è quella del ritorno a un programma nazionale. Non sarebbe la prima volta, il Rafale (oggi considerato uno dei caccia di quarta generazione più capaci al mondo) nacque proprio quando Parigi decise sfilarsi dal programma Eurofighter con gli altri partner europei e, in generale, la preferenza francese per soluzioni interamente nazionali è ben nota.

Per la Germania, invece, il discorso è più articolato, e potenzialmente più interessante per l’Italia. Già negli scorsi mesi era emerso che il cancelliere Merz aveva sondato la disponibilità dell’Italia ad accogliere Berlino nel programma Gcap (il Global Combat Air Programme, sviluppato con Regno Unito e Giappone) durante il bilaterale Italia-Germania di gennaio. A dicembre 2025, il ministro Guido Crosetto aveva già dichiarato davanti al Parlamento che la Germania avrebbe potuto probabilmente aderire al progetto in futuro, aggiungendo che anche Australia, Arabia Saudita e Canada avevano manifestato interesse. Il programma Gcap sarebbe peraltro strutturalmente compatibile con la scelta tedesca degli F-35, essendo stato pensato anche per Paesi che già utilizzano o utilizzeranno il caccia americano. Un dettaglio non irrilevante per Berlino, che negli ultimi anni ha investito nella flotta Lockheed Martin. I vantaggi non sarebbero solo per la Germania però. Un ingresso di Berlino nel programma porterebbe infatti investimenti pubblici e capacità tecnologico-industriali private che renderebbero il programma ancora più solido.

“Se la Germania si sgancia”, aggiunge Nones, “Berlino torna a essere un attore estremamente importante per le altre possibili collaborazioni, perché nemmeno con i suoi massicci investimenti può pensare di fare tutto da sola”. Procedendo in autonomia, la Germania “rischierebbe di ritrovarsi con una frammentazione completa del mercato europeo e questo ripropone la possibilità di cercare nuovi accordi con i tedeschi. Non solo sul Gcap, ma ad esempio anche sul progetto di elicottero anti-carro, settore in cui l’Italia ha il programma più avanzato in ambito europeo”.

Restano però degli ostacoli. Innanzitutto, le prime acquisizioni del Gcap sono previste non prima del 2035 (e forse anche dopo il 2040), il che renderà necessaria una pianificazione di bilancio a lungo termine. I tre Paesi fondatori (Italia, Regno Unito e Giappone) dovranno poi trovare un accordo politico su come e quando aprire il programma ai nuovi partecipanti, proprio onde evitare la ripetizione di dinamiche analoghe a quelle dell’Fcas/Scaf. Ma il naufragio definitivo del caccia franco-tedesco, per quanto telefonato, cambia ora le carte in tavola e, per il Gcap (ormai unico programma di sesta generazione in Europa) potrebbe essere la migliore notizia degli ultimi anni.

Al Forum Machiavelli prende forma la nuova equazione della difesa

8 June 2026 at 16:33

La quinta edizione del Forum Machiavelli Difesa, a Roma, ha restituito il quadro di una difesa chiamata a cambiare tempi, strumenti e linguaggio. Il tema scelto per il 2026, “Qualità e quantità: affrontare e vincere le sfide di massa e innovazione”, ha attraversato il confronto tra governo, Forze armate e industria, sullo sfondo di conflitti ibridi, droni, aerospazio, cybersicurezza e nuove forme di pressione sotto soglia.

Sicurezza e sistema Paese

Il punto di partenza è la natura delle minacce. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, le ha descritte come “sempre più pervasive, sempre più difficili da individuare, sempre più capaci di produrre effetti concreti sulla sicurezza dei cittadini e sulla tenuta delle nostre democrazie”. Da qui discende una trasformazione della Difesa che non può limitarsi all’acquisto di nuove tecnologie. La digitalizzazione, ha avvertito il ministro, “deve tradursi in un cambiamento reale, non solo tecnologico, ma soprattutto mentale”.

Il passaggio riguarda lo strumento militare, ma anche ciò che gli sta intorno: industria, università, centri di ricerca, imprese. Isabella Rauti ha ricondotto il tema alla capacità del sistema Paese di sostenere nel tempo lo sforzo richiesto dai nuovi scenari. “La tecnologia è una condizione necessaria, ma non sufficiente”, ha spiegato la sottosegretaria alla Difesa. La qualità serve a garantire vantaggio operativo e superiorità informativa, ma “è la quantità che garantisce durata, resilienza, rigenerazione delle forze e capacità di sostenere lo sforzo nel tempo”.

In questa cornice, gli investimenti diventano anche una questione politica. Il presidente della commissione Difesa del Senato, Maurizio Gasparri, ha ricordato che la spesa per la difesa ha ricadute tecnologiche e industriali, ma soprattutto si lega alla sicurezza collettiva: “Senza investimenti nella difesa non c’è libertà, non c’è vita e non c’è futuro”.

Dati, spazio e droni

La trasformazione passa poi dalla capacità di vedere, decidere e reagire più rapidamente. Per il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, Antonio Conserva, dati, spazio e resilienza cyber sono ormai la base della difesa futura. I sistemi di comando e controllo dovranno raccogliere ed elaborare informazioni da sensori, velivoli, droni e assetti spaziali. “Senza questa infrastruttura, basata su dati certi e digitali prontamente disponibili al decisore, non si va da nessuna parte”, ha osservato il generale.

I conflitti in corso mostrano anche come mezzi a basso costo possano modificare in profondità il campo di battaglia. In Ucraina, ha ricordato Conserva, i droni con visuale in prima persona stanno creando una “kill zone” che rende “quasi impossibile la manovra terrestre per come l’abbiamo intesa fino ad oggi”. La loro diffusione, anche presso attori non statuali, segnala una “democratizzazione dell’uso delle tecnologie” che obbliga a ripensare difesa e deterrenza.

Lo stesso tema si riflette nel dominio marittimo. Giuseppe Berutti Bergotto ha indicato nei mezzi senza pilota una direttrice inevitabile di sviluppo. Le crisi attuali dimostrano che “servono dei mezzi nuovi”, ma la questione non è sostituire le piattaforme tradizionali. Per il capo di Stato maggiore della Marina, la priorità è farle dialogare con i sistemi unmanned: “È la connessione, quello che nel futuro farà la differenza”.

Industria e produzione

La capacità militare dipende infine dalla velocità con cui industria e istituzioni riescono a programmare, produrre e rigenerare scorte. Nel ragionamento di Lorenzo Mariani, amministratore delegato di Leonardo, la risposta passa da una cooperazione europea più concreta, da procedure di acquisto meno rigide e da una maggiore continuità nei programmi comuni. Occorre, ha spiegato, “mettere a fattor comune anche attività di procurement in Europa”, mentre l’aumento progressivo dei finanziamenti resta “mandatorio”.

Ancora più netto il richiamo di Giuseppe Cossiga, presidente di Mbda Italia e di Aiad, alla capacità di adattamento del sistema produttivo. Italia ed Europa, ha osservato, non sono pronte “alla guerra che vediamo combattere oggi” e, allo stesso tempo, “non saremo pronti neanche alla prossima”. Il punto critico resta la lentezza con cui il sistema riesce a reagire: “Siamo diventati lenti nell’aumentare la produzione e lenti nel concepire e fare conto delle nostre idee”.

Dal Forum resta l’immagine di una difesa chiamata a muoversi su più piani nello stesso tempo. Non basta inseguire l’innovazione, se mancano capacità produttiva, continuità negli investimenti e riserve sufficienti a sostenere crisi prolungate. È su questo equilibrio, tra tecnologia, industria e massa, che si misura oggi la credibilità dello strumento militare.

La maxi commessa rumena spinge Rheinmetall e valorizza anche l’Italia

8 June 2026 at 15:09

Rheinmetall consolida la propria posizione nella difesa europea con una commessa da 5,7 miliardi di euro firmata con l’esercito rumeno. Il contratto copre mezzi terrestri, difesa aerea, munizioni e unità navali, confermando la capacità del gruppo tedesco di proporsi come fornitore integrato su più segmenti operativi. L’operazione rafforza il ruolo di Rheinmetall in un mercato della difesa sempre più orientato a programmi ampi, nei quali piattaforme, sistemi di protezione e produzione industriale avanzano insieme.

L’accordo rientra nel programma Safe, lo strumento pensato per sostenere il rafforzamento delle capacità di difesa attraverso investimenti comuni e maggiore cooperazione industriale. Per Rheinmetall, questo passaggio aggiunge rilievo alla commessa, perché lega la crescita del gruppo alla trasformazione della domanda europea di sicurezza. La fornitura risponde alla necessità di rafforzare capacità considerate decisive, in particolare la protezione da minacce aeree ravvicinate, droni, razzi, artiglieria e mortai, e inserisce l’azienda in un percorso di modernizzazione che combina esigenze operative, investimenti locali e costruzione di filiere produttive.

Dai veicoli Lynx alla produzione locale

Il cuore del pacchetto è rappresentato dai veicoli da combattimento Lynx, che saranno forniti in diverse versioni, dai blindati per il trasporto truppe alle configurazioni specialistiche. A questi si affiancano sistemi di difesa aerea, munizioni di medio calibro, componenti per munizioni e unità navali. Le consegne dovrebbero partire nel 2028 e concludersi nel 2030, mentre Rheinmetall continuerà a garantire il mantenimento operativo dei Gepard già in servizio.

La dimensione industriale è parte integrante dell’intesa. Rheinmetall prevede investimenti per diverse centinaia di milioni di euro in Romania, con migliaia di nuovi posti di lavoro e il coinvolgimento di oltre 200 subappaltatori. Più della metà della produzione dovrebbe avvenire nel Paese o insieme ad aziende locali. Questo elemento dà alla commessa un peso ulteriore, perché lega l’acquisizione di capacità militari alla costruzione di competenze produttive e di una filiera più radicata sul territorio.

Il ruolo di Rheinmetall Italia

Nel programma entra anche Rheinmetall Italia, con un contratto da 981,95 milioni di euro per sistemi anti-drone e di difesa aerea a corto raggio. La fornitura comprende Skynex, Skyranger 35 e Millenium, destinati alla protezione di forze, mezzi, navi e infrastrutture. È una componente rilevante della commessa sia per il valore economico sia per il profilo produttivo, perché assegna alla controllata italiana un ruolo diretto in un segmento oggi centrale della difesa europea.

I tre sistemi coprono funzioni complementari nella difesa aerea ravvicinata e nella protezione anti-drone. Skynex è pensato per l’impiego terrestre contro razzi, artiglieria, mortai e sistemi aerei senza pilota. Skyranger 35 porta la stessa logica su una piattaforma mobile a corto raggio, mentre Millenium estende la protezione ravvicinata al dominio navale. I materiali disponibili indicano valore, quantità e finalità della fornitura, ma non dettagliano configurazioni tecniche e passaggi operativi. Per Rheinmetall Italia, il contratto rappresenta un rafforzamento industriale concreto dentro una commessa europea di grande scala.

IA, semiconduttori, droni e spazio. Cosa racconta il budget Difesa Usa per il 2027

8 June 2026 at 12:27

Droni, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, reattori nucleari mobili e manifattura avanzata. È questa, in estrema sintesi, la direzione indicata dalla House Armed Services Committee (Hasc) del Congresso, che nei giorni scorsi ha approvato la propria versione del National Defense Authorization Act (Ndaa) per l’anno fiscale 2027. Il provvedimento autorizza circa 1.150 miliardi di dollari per la Difesa e rappresenta il primo passaggio di un iter legislativo che dovrà ancora attraversare il voto dell’intera Camera, il confronto con il Senato e la successiva riconciliazione tra i due testi, ma offre già adesso degli spunti interessanti per capire quali saranno le priorità della Difesa a stelle e strisce per il prossimo anno. Vale la pena ricordare che le cifre definitive e la distribuzione finale delle risorse potranno cambiare nei prossimi mesi, tuttavia il messaggio è evidente: l’attenzione si sta spostando sempre più verso quelle tecnologie considerate decisive per un eventuale confronto ad alta intensità con la Cina.

Droni ovunque

Se c’è un tema che trova spazio nell’intero documento è quello dei sistemi senza equipaggio. La commissione chiede di pianificare la creazione di una formazione sperimentale per integrare droni destinati a missioni di intelligence, sorveglianza, ricognizione e attacco di precisione. Parallelamente, il Defense Autonomy Working Group dovrà sviluppare anche una vera e propria dottrina per l’impiego operativo di droni e formazioni autonome. Il Congresso vuole inoltre accelerare l’adozione di droni kamikaze a lungo raggio, ottenere una roadmap per il dispiegamento di unità navali senza equipaggio (Usv) e ricevere aggiornamenti sui programmi dedicati ai grandi droni subacquei. Tra gli emendamenti compare anche una richiesta per valutare sistemi di autopilota basati sull’IA e uno stanziamento aggiuntivo destinato a migliorare l’operatività dei droni nelle condizioni estreme dell’Artico.

L’IA è ormai trasversale

L’intelligenza artificiale compare in numerosi passaggi del testo, ma non tanto sotto forma di grandi programmi dedicati quanto come tecnologia abilitante e trasversale da integrare anche nelle strutture già esistenti. Il Congresso chiede al Pentagono una valutazione sull’utilizzo dei modelli open-weight per applicazioni militari, tema particolarmente sensibile in un momento in cui il dibattito sull’IA si concentra sul rapporto tra modelli proprietari e modelli aperti. Parallelamente, l’intelligenza artificiale sarà impiegata anche per sviluppare programmi per raccogliere dati provenienti dai centri addestrativi e utilizzarli per migliorare le attività addestrative e decisionali. 

Sul fronte industriale, un altro emendamento esplora l’impiego dell’IA nei processi di manifattura avanzata per accelerare la produzione di missili e munizioni, come già si sta vedendo nel caso delle cosiddette dark factory. Particolarmente rilevante è poi la disposizione che attribuisce come principio generale al Dipartimento della Difesa i diritti di utilizzo su software, dati e documentazione tecnica sviluppati nell’ambito dei contratti federali. 

Quantum e spazio 

Se l’IA rappresenta una priorità ormai consolidata, anche le tecnologie quantistiche stanno rapidamente guadagnando spazio nelle discussioni del Congresso. Tra le misure approvate figurano il sostegno alla ricerca sul quantum computing a trappole ioniche dell’Air Force, programmi dedicati alle comunicazioni quantistiche, alle attività di sviluppo delle reti di quantum networking e ai progetti della Space Force focalizzati su sistemi di posizionamento, navigazione e sincronizzazione basati su tecnologie quantistiche. Alcuni emendamenti chiedono inoltre di valutare l’impiego di radar quantistici e di comprendere quale contributo queste tecnologie possano offrire in ambienti caratterizzati da comunicazioni disturbate o assenti, i cosiddetti scenari Ddil (Denied, disrupted, intermittent and limited). Nel dominio spaziale, il testo autorizza la Missile Defense Agency a sviluppare e dimostrare un intercettore eso-atmosferico (probabilmente in ottica Golden Dome) e sostiene iniziative per accelerare sul fronte delle capacità ipersoniche off the shelf. Tra le misure più futuristiche compare anche la commissione di uno studio sulla propulsione nucleare nello spazio, una tecnologia potenzialmente decisiva per aumentare autonomia, velocità e capacità di manovra dei veicoli spaziali dei Guardiani della Space Force.

Semiconduttori, terre rare e startup

Un’altra, consistente, parte del documento riguarda la base industriale della difesa. Diversi emendamenti intervengono sulle catene di approvvigionamento di semiconduttori e materiali critici, mentre altri promuovono l’utilizzo di magneti permanenti privi di terre rare provenienti dalla Cina e il recupero di antimonio per applicazioni militari. Particolare attenzione viene dedicata anche alla manifattura avanzata. Il Congresso vuole esplorare l’impiego della produzione additiva per missili e munizioni e valutarne l’impatto sulla cantieristica navale. Un altro filone riguarda la cosiddetta “distributed shipbuilding”, ovvero la possibilità di distribuire parte della produzione navale su una rete più ampia di fornitori e siti produttivi. Parallelamente, diverse disposizioni mirano a semplificare l’accesso delle startup e delle aziende non tradizionali ai contratti del Pentagono, ampliando le attività della Defense Innovation Unit e dei programmi OnRamp. Sul piano delle capacità abilitanti, c’è anche la crescente attenzione verso l’energia. La commissione ha chiesto infatti l’avvio di un programma per dispiegare un piccolo reattore nucleare mobile nell’Indo-Pacifico e ha auspicato la conduzione di attività di ricerca sull’idrogeno, sulla fusione e sulle tecnologie ibride elettriche. 

Gli Usa si preparano alla prossima guerra

Benché l’iter di approvazione per il budget del Pentagono nel 2027 sia ancora agli inizi, la direzione che queste previsioni di spesa tracciano è chiara ed evidenzia come anche il Congresso stia registrando il profondo mutamento che sta interessando gli affari militari. Massa, automazione e resilienza industriale, dall’Ucraina all’Iran, stanno emergendo come gli elementi-chiave dei conflitti odierni, a loro volta connessi alle nuove tecnologie come fattori trasversali, da integrare tanto nelle nuove piattaforme quanto nei protocolli operativi già esistenti. Ed è altresì chiaro come questi focus rappresentino una risposta diretta alla modernizzazione militare portata avanti da Pechino, basata su standard analoghi ma, a onor del vero, in corso di implementazione da più tempo. Per una volta, è Washington a inseguire il Dragone.

Gli Usa spostano gli aerei nel cortile cinese: cosa possono fare i C-130

Gli Stati Uniti rafforzano i rapporti con il Vietnam autorizzando un pacchetto da 100 milioni di dollari destinato al supporto logistico e operativo dei velivoli da trasporto C-130 Hercules. Si tratta di una decisione che potrebbe aprire la strada a una delle più importanti forniture militari statunitensi ad Hanoi degli ultimi anni. Ricordiamo che il Vietnam si trova al centro di una regione sempre più contesa, con il Mar Cinese Meridionale che continua a rappresentare uno dei principali teatri della competizione strategica tra Usa e Cina.

La mossa degli Usa

Secondo quanto riportato da Bloomberg, il Dipartimento di Stato americano ha approvato una possibile vendita militare estera comprendente servizi di manutenzione, eliche, componenti aeronautici, equipaggiamenti di supporto a terra, materiali di consumo, accessori e programmi di addestramento collegati ai C-130 Hercules.

Il principale contraente sarà RTX Corporation, mentre il velivolo è prodotto da Lockheed Martin. L'autorizzazione arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni del deputato statunitense Michael Baumgartner, secondo cui Washington sarebbe prossima a completare la vendita di tre C-130 al Vietnam. Sebbene né gli Stati Uniti né il governo vietnamita abbiano confermato ufficialmente l'accordo sugli aerei, la direzione apparirebbe ormai chiara.

Per Hanoi si tratterebbe di un passaggio significativo nel processo di diversificazione delle proprie forniture militari. Per decenni le forze armate vietnamite hanno fatto affidamento quasi esclusivamente su equipaggiamenti sovietici e russi, ma le difficoltà di approvvigionamento legate alle sanzioni contro Mosca e il deterioramento del contesto geopolitico hanno spinto il Paese a guardare verso nuovi partner. Oltre agli Stati Uniti, il Vietnam ha intensificato i rapporti con India, Corea del Sud e diversi produttori europei. A proposito di India, nelle scorse settimane Nuova Delhi ha confermato la finalizzazione di un accordo per la fornitura dei missili supersonici BrahMos, un altro tassello del programma di modernizzazione militare vietnamita.

Le caratteristiche dei C-130 Hercules

Cosa possono fare concretamente i C-130 Hercules? Entrato in servizio negli anni Cinquanta e continuamente aggiornato, questo velivolo è considerato uno dei più versatili aerei da trasporto militare mai costruiti. Utilizzato da oltre 70 Paesi, può trasportare truppe, veicoli, rifornimenti e materiali pesanti anche su piste corte o semipreparate, una caratteristica particolarmente utile in un'area composta da arcipelaghi, basi avanzate e infrastrutture limitate.

Il C-130 è impiegato anche per missioni umanitarie, evacuazioni mediche, operazioni di soccorso in caso di calamità naturali e trasporto strategico a medio raggio. Secondo l'aeronautica statunitense, la piattaforma può essere riconfigurata rapidamente in funzione delle esigenze operative, passando dal trasporto di personale a quello di merci o attrezzature specialistiche.

Per il Vietnam, disporre di questi velivoli significherebbe aumentare la capacità di proiezione logistica verso le richiamate aree contese del Mar Cinese Meridionale, oltre che garantire collegamenti più efficienti tra le diverse installazioni militari e migliorare la risposta a emergenze civili e disastri naturali.

"I missili Usa possono colpirci": perché i Typhon spaventano la Cina

La decisione degli Stati Uniti di schierare il sistema missilistico Typhon nel sud del Giappone sta provocando una dura reazione da parte della Cina. A preoccupare Pechino troviamo sia la presenza di nuove capacità militari americane nell'area dell'Indo-Pacifico, sia (forse soprattutto) la posizione scelta per il dispiegamento. Secondo le autorità cinesi, infatti, il sistema potrebbe essere utilizzato per colpire obiettivi sul loro territorio, ma anche per ostacolare i movimenti della propria Marina verso l'oceano Pacifico. Ecco che cosa sta succedendo.

I missili della discordia

Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, i lanciatori Typhon dovrebbero essere schierati il prossimo mese presso la base aerea di Kanoya, nella prefettura giapponese di Kagoshima, nell'ambito di esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Giappone.

La posizione è considerata particolarmente sensibile perché si affaccia sul Mar Cinese Orientale e si trova relativamente vicina alla costa cinese. L'analista militare Fu Qianshao, intervistato dal quotidiano di Hong Kong, ha spiegato che i missili da crociera Tomahawk impiegabili dal sistema Typhon hanno una gittata stimata di circa 1.600 chilometri, sufficiente a raggiungere importanti aree urbane e infrastrutturali della Cina orientale, comprese zone vicine a Shanghai e alle province di Fujian e Zhejiang.

Per l'esperto, il rischio non riguarda soltanto eventuali attacchi contro obiettivi terrestri. Il sistema potrebbe infatti essere utilizzato anche contro unità navali, contribuendo a limitare la libertà di movimento della marina cinese in uno dei quadranti strategicamente più importanti della regione.

Le preoccupazioni della Cina

L'altro elemento che alimenta le preoccupazioni di Pechino riguarda lo Stretto di Miyako, il passaggio marittimo tra Okinawa e l'isola di Miyako utilizzato regolarmente dalle navi cinesi per raggiungere il Pacifico occidentale.

Ebbene, secondo Fu, il posizionamento dei Typhon a Kagoshima consentirebbe agli Stati Uniti e ai loro alleati di rafforzare un eventuale blocco di questa rotta cruciale in caso di crisi o conflitto. "Potrebbero usare questo approccio per colpire i nostri obiettivi terrestri da una parte e bloccare i passaggi marittimi vitali dall'altra", ha affermato l'analista.

Non a caso il ministero degli Esteri cinese ha accusato Washington di minacciare la sicurezza strategica regionale, invitando Stati Uniti e Giappone a correggere quella che considera una scelta destabilizzante.

Ricordiamo che il Typhon era già stato dispiegato nelle Filippine nel 2024, suscitando proteste analoghe da parte della Cina. Washington, dal canto suo, continua a rafforzare la propria presenza lungo la cosiddetta "prima catena di isole", l'arco strategico che collega Giappone, Taiwan e Filippine, e che rappresenta uno dei principali fronti della competizione geopolitica tra le due superpotenze.

L'Alleanza schiera nuove truppe nell’Artico: così cambia il fronte contro la Russia

La NATO amplia la propria presenza militare nell’Europa settentrionale con l’attivazione delle Forward Land Forces Finland (FLF Finland), la nuova forza multinazionale creata per rafforzare la sicurezza del fianco nord-orientale dell’Alleanza. Il progetto, approvato dai capi di Stato e di governo durante il vertice di Washington del 2024, entra ora nella fase operativa e segna un ulteriore sviluppo della strategia di deterrenza adottata dopo l’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO.

Le FLF Finland diventano il nono gruppo multinazionale schierato sul fronte orientale dell’Alleanza e assumono un ruolo particolarmente importante in un’area che negli ultimi anni ha acquisito un peso strategico sempre maggiore a causa della competizione tra le grandi potenze e dell’intensificazione delle attività militari nell’Artico.

Cosa sappiamo

A guidare la nuova formazione sarà la Svezia, che assume il ruolo di nazione quadro e fornisce il principale contributo operativo. Il nucleo della forza sarà costituito da un battlegroup a livello battaglione basato a Boden, nel nord del Paese, con capacità di intervento in tutta la regione della Calotta Artica.

L’avvio ufficiale del dispositivo è stato accompagnato da una cerimonia presso il Reggimento Norrbotten di Boden, durante la quale le unità svedesi sono passate formalmente sotto il comando della NATO. Accanto al contingente operativo è stato creato anche un elemento multinazionale di comando a Rovaniemi, nella Finlandia settentrionale, incaricato della pianificazione e del coordinamento delle attività sul terreno.

Nel corso del 2026 la Svezia metterà a disposizione circa 600 militari, ma il contingente potrà essere portato rapidamente a 1.200 effettivi qualora la situazione lo richiedesse. Le unità saranno addestrate e preparate per operare in ambienti caratterizzati da condizioni climatiche estreme e da elevate difficoltà logistiche.

L’Artico nella nuova geografia della sicurezza euro-atlantic

La costituzione delle FLF Finland conferma l’attenzione che la NATO sta dedicando all’Artico e all’Alto Nord. In questa regione convergono interessi militari, economici ed energetici che stanno contribuendo a ridefinire gli equilibri geopolitici internazionali. Lo scioglimento progressivo della calotta polare, l’apertura di nuove rotte marittime e la competizione per l’accesso alle risorse naturali hanno accresciuto l’interesse delle principali potenze verso quest’area.

Per l’Alleanza Atlantica, il Grande Nord rappresenta un settore di primaria importanza anche sotto il profilo militare. Le forze schierate in Finlandia avranno il compito di garantire una presenza credibile in un ambiente operativo particolarmente complesso e di assicurare una rapida capacità di risposta in caso di crisi.

La decisione di rafforzare la presenza militare nella regione è legata soprattutto alle attività delle forze armate russe nell’Artico, ma tiene conto anche dell’attenzione sempre maggiore che la Cina sta riservando a quest’area, considerata strategica per le future rotte commerciali e per l’accesso alle materie prime.

La NATO amplia la propria presenza nel Nord Europa

Con l’entrata in funzione delle Forward Land Forces Finland, la NATO estende ulteriormente la propria rete di forze avanzate lungo il fianco orientale dell’Alleanza. Il nuovo dispositivo si affianca ai gruppi multinazionali già presenti in Bulgaria, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia.

La struttura opererà sotto la responsabilità del Joint Force Command Norfolk, uno dei principali comandi della NATO, incaricato di coordinare le attività alleate nell’Atlantico settentrionale e nelle aree artiche.

L’attivazione delle FLF Finland è avvenuta in meno di due anni dalla decisione adottata dai leader alleati a Washington, a conferma della priorità attribuita alla sicurezza del fronte settentrionale. Per Finlandia e Svezia il progetto rappresenta anche un ulteriore passo nell’integrazione delle rispettive forze armate all’interno delle strutture dell’Alleanza, rafforzando la cooperazione militare tra i due Paesi e consolidando la presenza NATO nel Grande Nord.

Per tornare a contare l’Europa deve costruire nuovi strumenti comuni. L’analisi di Preziosa e Velo

7 June 2026 at 15:12

La politica internazionale è spesso governata da un paradosso. Gli eventi che sembrano dominare il dibattito pubblico finiscono per essere meno importanti delle trasformazioni profonde che essi contribuiscono a rivelare. Negli ultimi anni l’attenzione europea si è concentrata sui nomi dei protagonisti: Donald Trump, Vladimir Putin, Xi Jinping, Ursula von der Leyen, Benjamin Netanyahu. Eppure, al di là delle vicende dei singoli leader, sta emergendo una questione più strutturale: il modello di sicurezza, prosperità e integrazione sul quale l’Europa ha costruito il proprio sviluppo negli ultimi trent’anni mostra segni crescenti di insufficienza. L’ombrello strategico americano non può più essere considerato una costante immutabile. La guerra in Ucraina ha riportato il conflitto convenzionale nel continente europeo. La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina sta ridefinendo catene del valore, investimenti e dipendenze strategiche. Le tensioni commerciali e finanziarie mettono in discussione alcuni presupposti della globalizzazione. La rivoluzione digitale e l’intelligenza artificiale stanno modificando le basi stesse della competitività economica e della sicurezza nazionale. In questo contesto, potrebbe apparire sorprendente che tornino attuali figure come Jean Monnet, Robert Triffin, Carlo Azeglio Ciampi o Jacques Delors. Eppure, è proprio così.

Non perché le loro soluzioni possano essere replicate meccanicamente nel tempo, ma perché essi appartenevano a una generazione che aveva compreso un principio fondamentale: l’Europa avanza quando riesce a trasformare problemi comuni in istituzioni comuni. È una lezione che merita di essere riscoperta. La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio non nacque come un esercizio teorico di federalismo. Nacque per risolvere un problema concreto. Dopo due guerre mondiali combattute nel cuore del continente, occorreva rendere impossibile un nuovo conflitto tra Francia e Germania. Monnet comprese che la pace non poteva essere garantita soltanto da trattati o dichiarazioni politiche. Doveva essere costruita attraverso interessi economici condivisi e istituzioni comuni. Lo stesso metodo caratterizzò le tappe successive dell’integrazione europea. L’Euratom cercò di affrontare il tema dell’energia. La Comunità Economica Europea estese la cooperazione a tutti i principali settori economici. La Banca Europea degli Investimenti divenne uno strumento essenziale per orientare risorse verso lo sviluppo. L’Unione monetaria e la nascita dell’euro furono la risposta europea alla crisi del sistema monetario internazionale dopo la fine degli accordi di Bretton Woods. In tutti questi casi l’Europa non procedette attraverso grandi dichiarazioni costituzionali. Procedette affrontando problemi reali. È probabilmente qui che si trova la differenza rispetto ad alcune delle discussioni contemporanee. Oggi il dibattito europeo appare spesso dominato da formule politiche suggestive ma prive di una concreta architettura istituzionale. Si parla di autonomia strategica, sovranità europea, difesa comune, politica industriale comune. Tutti obiettivi condivisibili. Tuttavia, troppo spesso manca la domanda fondamentale: quale problema concreto stiamo cercando di risolvere e attraverso quali strumenti? La questione della difesa europea rappresenta forse l’esempio più evidente. La guerra in Ucraina ha accelerato le richieste di una maggiore integrazione militare europea. Al tempo stesso, la possibilità di un ridimensionamento dell’impegno americano nel continente alimenta la convinzione che l’Europa debba assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza. Si tratta di una riflessione necessaria. Ma sarebbe un errore ridurre il problema europeo alla sola dimensione militare.

L’Europa non si trova soltanto di fronte a una sfida di sicurezza ma a una sfida di potenza.

Oggi la capacità di influenza di una comunità politica non dipende esclusivamente dalle sue forze armate. Dipende dalla capacità di controllare tecnologie critiche, garantire sicurezza energetica, proteggere infrastrutture strategiche, sviluppare capacità industriali avanzate, finanziare innovazione e ricerca, attrarre investimenti e mantenere coesione sociale. In altre parole, la sicurezza e la competitività stanno diventando sempre più inseparabili. La stessa National security strategy britannica pubblicata recentemente riflette questa evoluzione concettuale. La sicurezza non viene più definita esclusivamente come capacità di difendere il territorio nazionale. Viene interpretata come capacità dello Stato e della società di continuare a svolgere le proprie funzioni essenziali anche in presenza di shock esterni. Questa definizione appare particolarmente significativa per l’Europa. Le vulnerabilità europee non riguardano soltanto il piano militare. Riguardano l’energia, le materie prime critiche, i semiconduttori, le infrastrutture digitali, le reti di comunicazione, i cavi sottomarini, i sistemi finanziari, le catene di approvvigionamento e perfino il dominio cognitivo dell’informazione. Per questo motivo la vera questione europea non è semplicemente quante risorse destinare alla difesa. La vera questione è come costruire una capacità autonoma di investimento strategico. Qui il dibattito sul Mercato europeo dei capitali assume una rilevanza che va ben oltre la tecnica finanziaria. Da anni l’Europa presenta una contraddizione evidente. Il continente dispone di enormi masse di risparmio privato, ma una quota significativa di queste risorse viene investita all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. Parallelamente, le imprese europee innovative spesso incontrano difficoltà nell’accedere a capitali adeguati a sostenere crescita e sviluppo. Ne deriva un paradosso. L’Europa finanzia una parte importante dell’innovazione americana mentre fatica a finanziare la propria. La questione non riguarda soltanto l’efficienza dei mercati finanziari. Riguarda la capacità di trasformare il risparmio europeo in capacità tecnologica, industriale e strategica europea. Per questa ragione il dibattito sul completamento dell’Unione dei mercati dei capitali assume una dimensione geopolitica.

Senza una maggiore integrazione finanziaria sarà difficile sostenere investimenti nelle infrastrutture energetiche, nelle tecnologie digitali avanzate, nell’intelligenza artificiale, nelle reti di telecomunicazione, nella sicurezza informatica e nella difesa. Senza una capacità comune di investimento sarà difficile trasformare l’autonomia strategica da slogan politico a realtà operativa.

È in questo senso che l’eredità di Monnet conserva una straordinaria attualità.

Monnet comprese che l’integrazione europea non può essere imposta dall’alto né costruita attraverso dichiarazioni identitarie. Deve essere alimentata da interessi concreti e vantaggi reciproci. La domanda che oggi si pone all’Europa è se esista una nuova “Ceca”, non necessariamente nel settore dell’acciaio o dell’energia atomica. Potrebbe trattarsi dell’intelligenza artificiale, delle infrastrutture digitali, della produzione energetica avanzata, delle tecnologie quantistiche, delle reti di comunicazione sicure, della cybersicurezza o delle capacità industriali necessarie per sostenere la transizione tecnologica. Qualunque sia la risposta, appare sempre più evidente che l’Europa non potrà affrontare le sfide future affidandosi esclusivamente alla regolazione normativa o alla sommatoria delle politiche nazionali. Serviranno sia progetti comuni, sia investimenti comuni, sia soprattutto istituzioni capaci di orientare risorse verso obiettivi strategici condivisi. La storia dell’integrazione europea insegna che i momenti di maggiore avanzamento sono sempre coincisi con la capacità di trasformare una crisi in un’occasione di costruzione istituzionale. La Ceca nacque dalle macerie della guerra e l’euro dalla crisi del sistema monetario internazionale. Oggi l’Europa si trova nuovamente di fronte a una fase di transizione storica. Il progressivo spostamento dell’attenzione strategica americana verso l’Indo-Pacifico, la competizione tecnologica globale, la frammentazione delle catene del valore e la crescente instabilità internazionale impongono una riflessione analoga. Non si tratta di scegliere tra atlantismo ed europeismo né di sostituire la Nato. Si tratta di comprendere che una maggiore autonomia europea non sarà il prodotto di dichiarazioni politiche, ma della capacità di costruire strumenti comuni in grado di sostenere sicurezza, innovazione e sviluppo. Forse è proprio questa la lezione più attuale di Jean Monnet. L’Europa non avanza quando discute di sé stessa. Avanza quando trova il coraggio di costruire insieme ciò che nessuno Stato europeo può più realizzare da solo.

Spunta un sottomarino cinese misterioso: cosa sappiamo del nuovo jolly di Xi

La Cina continua a rafforzare la propria flotta subacquea a ritmi serrati. L’ultima novità arriva da Shanghai, dove le immagini satellitari hanno mostrato un sottomarino finora rimasto sconosciuto e caratterizzato da una configurazione particolarmente innovativa e da linee che si discostano nettamente dai modelli tradizionali. L’assenza di comunicazioni ufficiali da parte delle autorità del Dragone ha contribuito ad alimentare il mistero attorno a quello che potrebbe rappresentare un nuovo tassello nella strategia navale del presidente Xi Jinping.

Il nuovo sottomarino cinese

Secondo quanto riportato da Naval News, il nuovo mezzo è stato osservato nei giorni scorsi presso un bacino di allestimento collegato ai cantieri JN di Shanghai. Le immagini mostrano un’unità lunga circa 120 metri e larga tra i 10 e gli 11 metri, dimensioni che la collocano tra i più grandi sottomarini cinesi di nuova generazione.

A colpire gli analisti è soprattutto il design: la prua appare particolarmente affusolata, i timoni di coda adottano una configurazione a X e la tradizionale vela, la struttura che emerge sopra lo scafo, è stata ridotta al minimo. Si tratta di una scelta che potrebbe essere stata adottata per diminuire la resistenza idrodinamica e migliorare le prestazioni in immersione.

Non è la prima volta che la Cina sperimenta soluzioni di questo tipo, ma mai prima d’ora erano state osservate su un’unità di queste dimensioni. Nello stesso periodo, inoltre, un altro sottomarino sarebbe stato varato presso il cantiere di Huludao, sul Mare di Bohai, in una struttura nota per la costruzione di unità a propulsione nucleare. C’è chi non esclude che possa trattarsi della stessa classe di sottomarini, un’eventualità che, se confermata, indicherebbe un programma di sviluppo già in fase avanzata e sostenuto da una capacità industriale notevole.

First look at 120m sailless Submarine, the one at Huludao apparently there is one at Jiangnan also. Should have ~ 9000T submerged displacement

So far China has launched 3 SSN/GN this year incl 1x 09V and three shipyards can now make nuclear subs https://t.co/5xmKvrvitm pic.twitter.com/cvlbH3gl7I

— Hûrin (@Hurin92) June 3, 2026

La mossa del Dragone

Restano ovviamente numerosi interrogativi sulla reale natura del nuovo mezzo. Gli analisti ritengono improbabile che si tratti di un sottomarino lanciamissili balistici, categoria che richiederebbe dimensioni ancora maggiori per ospitare gli ultimi missili strategici cinesi JL-3.

Più plausibile l’ipotesi che sia un sottomarino d’attacco di nuova generazione, forse collegato al programma Type-095, considerato da tempo uno dei progetti più attesi della marina cinese. Anche il sistema di propulsione resta oggetto di discussione. Le dimensioni del battello suggeriscono una propulsione nucleare convenzionale, ma non si esclude completamente l’impiego di soluzioni ibride basate sulle quali la Cina starebbe investendo per garantire una maggiore autonomia operativa.

In assenza di annunci ufficiali, la Marina cinese continua a mantenere il massimo riserbo sui propri programmi più avanzati. Una strategia, quella del gigante asiatico, che costringe osservatori e servizi di intelligence a fare affidamento su immagini satellitari e analisi tecniche per decifrare l’evoluzione di una forza subacquea sempre più moderna e temibile. Soprattutto nelle acque dell’Indo-Pacifico.

Faccia a faccia tra navi cinesi e di Taiwan: alta tensione nelle isole contese

Nuovo episodio di tensione nel Mar Cinese Meridionale tra Cina e Taiwan. Secondo quanto riferito dalla Guardia Costiera di Taipei, una nave della Guardia Costiera cinese è entrata nelle acque che Taipei considera soggette alla propria giurisdizione attorno alle isole Pratas, conosciute anche come Dongsha. L’incidente si è verificato nelle prime ore della mattina del 5 giugno e ha dato origine a un confronto ravvicinato tra le unità navali delle due parti.

Il faccia a faccia navale tra Pechino e Taipei

Che cosa è successo? Le autorità taiwanesi hanno dichiarato di aver individuato l’imbarcazione cinese, identificata dal numero di scafo 3501, a circa quattro miglia dalla zona marittima sottoposta a restrizioni. Una motovedetta di Taipei è stata immediatamente inviata nell’area per affiancare il mezzo cinese e ordinargli via radio di allontanarsi.

Secondo la ricostruzione fornita dalla Guardia Costiera di Taiwan e riportata da Newsweek, la nave cinese avrebbe ignorato gli avvertimenti ricevuti e aumentato la velocità, passando da cinque a nove nodi prima di effettuare una brusca virata verso l’interno delle acque rivendicate da Taipei. A quel punto si è sviluppato un vero e proprio stallo tra le due unità, con entrambe le parti impegnate a mantenere la propria posizione.

In una nota ufficiale, l’amministrazione taiwanese ha ribadito che soltanto le sue autorità hanno il diritto di far rispettare la legge nelle acque attorno alle Dongsha, sottolineando che la Repubblica di Cina (Taiwan ndr) e la Repubblica Popolare Cinese “non sono subordinate l’una all’altra”.

Scintille nelle isole contese

Le isole Pratas si trovano circa 400 chilometri a sud-ovest di Taiwan e a poco più di 300 chilometri da Hong Kong. Sebbene siano amministrate da Taipei, vengono rivendicate anche da Pechino e rappresentano uno dei punti più delicati della competizione strategica tra le due sponde dello Stretto. Taiwan mantiene sull’arcipelago una piccola guarnigione di marines, mentre la Cina considera l’isola principale parte integrante del proprio territorio nazionale.

Nelle ultime settimane, tra l’altro, navi da ricerca e pescherecci cinesi sono stati più volte segnalati in prossimità delle coste taiwanesi, costringendo la Guardia Costiera locale a operazioni di monitoraggio e allontanamento.

Per il Taipei Times, gli incidenti registrati attorno alle Dongsha sono aumentati sensibilmente negli ultimi anni, passando da episodi sporadici a oltre trenta casi annuali. Parallelamente, anche le incursioni aeree e navali cinesi nelle zone limitrofe allo Stretto di Taiwan sono diventate quasi quotidiane. Di fronte a questa crescente pressione, il governo taiwanese sta investendo nel rafforzamento delle proprie capacità di sorveglianza marittima.

Non è un caso che il Consiglio per gli Affari Oceanici di Taiwan abbia ottenuto finanziamenti straordinari superiori a 935 milioni di dollari per l’acquisto di quaranta nuove unità della Guardia Costiera e per l’ammodernamento dei sistemi di monitoraggio.

Aerei, navi e blitz elettronico: la Cina sfida la fregata europea nello Stretto di Taiwan

Altissima tensione nello Stretto di Taiwan. La Cina ha fatto sapere di aver dispiegato unità navali e aeree per seguire e monitorare il transito della fregata olandese De Ruyter, impegnata nel passaggio attraverso il braccio di mare che separa Taiwan dalla Cina continentale. Le autorità del Dragone hanno ribadito la volontà di difendere la propria sovranità e di mantenere alta l’attenzione su ogni attività militare straniera nelle aree che ritengono di interesse nazionale.

Alta tensione nello Stretto di Taiwan

Il Comando del Teatro Orientale dell'Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese ha scritto sui social media che, in meno di due settimane, l'elicottero imbarcato sulla fregata olandese De Ruyter aveva "violato illegalmente lo spazio aereo sopra le isole Xisha (nome cinese delle Isole Paracelso) e successivamente la fregata aveva attraversato lo Stretto di Taiwan".

Il colonnello Xu Chenghua, portavoce del comando di teatro operativo, ha dichiarato che le forze armate cinesi "rimarranno in stato di massima allerta in ogni momento per salvaguardare con fermezza la sovranità e la sicurezza della Cina, nonché la pace e la stabilità regionale". Lo stesso Xu ha aggiunto che le forze navali e aeree "hanno gestito la situazione in modo efficace", senza fornire dettagli. Il post includeva due foto della nave da guerra olandese, una delle quali mostrava anche l'elicottero.

Ma che cosa è successo precisamente? Secondo quanto riferito da Reuters, Pechino ha usato aerei militari e navi da guerra per tracciare e controllare la nave occidentale durante l’attraversamento dello Stretto di Taiwan. Dal canto suo, il governo dei Paesi Bassi ha spiegato che la De Ruyter stava operando nella regione per ragioni diplomatiche, di sicurezza ed economiche, sottolineando che la missione si è svolta nel pieno rispetto del diritto internazionale.

Che cosa sta succedendo nel Mar Cinese Meridionale

La vicenda, come detto, è arrivata pochi giorni dopo un altro confronto tra la stessa fregata e le forze armate cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Pechino aveva accusato l’unità olandese di essere entrata illegalmente nell’area delle isole Paracelso e di aver fatto decollare un elicottero in uno spazio aereo rivendicato dalla Cina.

Pechino considera Taiwan parte integrante del proprio territorio e non ha mai escluso il ricorso alla forza per arrivare a una riunificazione con l’isola. Non solo: le autorità cinesi ritengono che lo stretto abbia natura sostanzialmente interna o comunque soggetta alla propria giurisdizione, una posizione contestata da Stati Uniti, Paesi europei e numerosi altri governi, che invece lo considerano una via d’acqua internazionale aperta alla navigazione.

Lo scorso aprile, il ministero della Difesa olandese aveva annunciato che la De Ruyter, una fregata di comando e difesa aerea, avrebbe trascorso cinque mesi nell'Indo-Pacifico per partecipare a operazioni ed esercitazioni internazionali con gli alleati. L'imbarcazione ha un equipaggio di circa 200 persone ed è equipaggiata con un elicottero navale avanzato NH90. Il mese scorso, la nave in questione ha fatto scalo a Manila, dove ha partecipato ad esercitazioni congiunte con la Marina filippina.

A fine maggio, durante il transito nello Stretto di Taiwan dell’imbarcazione olandese, sono scoppiate le tensioni. Secondo quanto riferito dai media cinesi, le forze aeree e navali del Dragone avevano emesso avvertimenti verbali e utilizzato contromisure elettroniche non specificate per allontanare il velivolo alzatosi in volo dalla De Ruyter. È stata la prima volta che l'esercito cinese ha affermato di aver utilizzato questi strumenti contro navi o aerei da guerra stranieri in acque contese.

Starmer accelera sulla difesa britannica davanti alla minaccia russa

6 June 2026 at 10:23

Keir Starmer ha annunciato che la nuova pubblicazione del Defence Investment Plan britannico precederà il vertice Nato del 7 luglio. Lo ha fatto durante una visita a Stark, azienda di tecnologie per la difesa a Swindon, legando il dossier della produzione industriale e militare a quello della nuova postura di sicurezza del Regno Unito.

Il motivo, nelle parole del primo ministro, è la convergenza tra minaccia, capacità militari e base industriale. Secondo quanto riportato dal Guardian, Starmer ha richiamato la valutazione dell’intelligence del Regno Unito e di altri Paesi Nato secondo cui la Russia potrebbe essere in grado di attaccare l’Alleanza “già nel 2030”. Da qui, ha spiegato, l’urgenza di associare l’aumento della spesa per la difesa a programmi concreti, tecnologie disponibili e produzione nazionale.

Il Defence Investment Plan dovrà tradurre in scelte finanziate la Strategic Defence Review pubblicata nel 2025, che aveva già fissato l’obiettivo di spostare la difesa britannica verso una maggiore prontezza operativa, una postura “Nato first” e un uso più esteso di droni, intelligenza artificiale, sistemi autonomi e capacità digitali. Il piano di investimento era atteso inizialmente lo scorso autunno, ma è stato rinviato più volte e ora sembra iniziare a muoversi su due piani. Il primo è militare: Londra vuole aumentare la spesa per la difesa, dopo aver indicato l’obiettivo del 2,6% del Pil e l’ambizione di arrivare al 3% nella prossima legislatura, compatibilmente con le condizioni economiche e fiscali. Il secondo è industriale: il premier ha insistito sul fatto che l’investimento non dovrà produrre soltanto capacità operative, ma anche occupazione qualificata e ben retribuita nel Regno Unito. In soluzione di continuità con l’idea, già contenuta nella Strategic Defence Review, di trasformare la difesa in un motore di crescita, oltre che in uno strumento di deterrenza.

Le dichiarazioni del premier durante la visita a Stark richiedono poi ulteriori spunti di riflessione. L’azienda opera nel settore delle tecnologie per la difesa, più precisamente (anche) nella produzione di droni, ambito che l’Europa e la Nato, governo britannico compreso, considerano sempre più rilevante, in particolar modo alla luce delle lezioni emerse dalla guerra in Ucraina. Il conflitto ha infatti dimostrato quanto velocemente evolvano le esigenze militari e quanto sia decisiva la capacità di sviluppare, produrre e schierare in tempi rapidi sistemi efficaci, flessibili e sostenibili nei costi. Fattori che sottolineano quanto il futuro piano di investimenti dovrà tradurre gli indirizzi generali della revisione in scelte concrete, indicando risorse, programmi e capacità operative da finanziare e sviluppare nel prossimo decennio.

Il governo laburista dovrà ora conciliare le richieste degli alleati, la crescente percezione della minaccia russa, le esigenze delle Forze armate e i limiti imposti dai conti pubblici. Il tutto in vista del vertice Nato di luglio, vero e proprio spartiacque per l’intera componente europea dell’Alleanza, chiamata a dimostrare di poter assumere una quota maggiore delle responsabilità legate alla propria sicurezza. È su questa urgenza che si fonda il messaggio di Starmer, che descrive la Russia come il principale riferimento strategico rispetto al quale valutare la capacità di deterrenza dell’Occidente.

Roma punta su Washington per ridisegnare la sicurezza europea

6 June 2026 at 08:25

Guido Crosetto si prepara a volare a Washington per incontrare il segretario alla Guerra americano, Pete Hegseth, in un momento in cui il dibattito sulla sicurezza europea è tornato al centro delle relazioni transatlantiche, anticipando in forma bilaterale parte dei contenuti che potrebbero caratterizzare il tavolo del confronto al Nato Summit di Ankara in luglio. L’appuntamento di Crosetto è fissato per il 15 giugno, e arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni con cui il ministro della Difesa ha proposto la costruzione di una nuova rete di sicurezza europea, più ampia dell’Unione europea e capace di includere partner come Regno Unito, Norvegia, Turchia e Ucraina.

Le due iniziative si collocano sullo stesso terreno politico: il tentativo di definire quale debba essere il ruolo dell’Europa in una fase in cui gli Stati Uniti chiedono agli alleati di assumere maggiori responsabilità per la propria difesa. Nell’intervista, che anticipa la missione, sul New York Times, Crosetto descrive la sua proposta come una risposta ai cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nel quadro strategico europeo. La guerra in Ucraina, l’evoluzione delle minacce alla sicurezza e la crescente pressione americana sugli alleati europei hanno alimentato una riflessione sul modo in cui il continente organizza la propria difesa.

Il ministro sostiene che una politica di sicurezza credibile non possa essere limitata ai soli membri dell’Unione europea. Da qui l’idea di una struttura capace di coinvolgere Paesi che condividono interessi e responsabilità nella sicurezza del continente pur rimanendo al di fuori delle istituzioni comunitarie.

La proposta assume particolare rilievo perché arriva mentre in diverse capitali europee si discute del rapporto tra il rafforzamento della difesa continentale e il futuro della Nato. Nelle parole di Crosetto, tuttavia, il tema non viene posto in termini di alternativa.

Il ministro respinge esplicitamente l’idea che il progetto possa sostituire l’Alleanza atlantica. Al contrario, sostiene che l’obiettivo sia quello di rafforzare il pilastro europeo della sicurezza occidentale. La distinzione è significativa perché intercetta uno dei principali interrogativi emersi dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca: come aumentare le capacità europee senza indebolire il legame transatlantico.

La visita a Washington offre un banco di prova concreto di questo approccio. Sul tavolo dei colloqui con Hegseth ci saranno la spesa militare, il ruolo delle basi americane presenti in Italia, il futuro della Nato e alcune delle principali crisi regionali – il blocco di Hormuz in primis, perché la guerra americana contro l’Iran, scaricata nel chokepoint del Golfo, ha prodotto enormi complessità nel mercato energetico. Sono tutti temi che riflettono le priorità dell’amministrazione americana, ma che coincidono anche con il dibattito in corso tra gli alleati europei.

Il confronto si sviluppa però su un terreno articolato, dove la cooperazione strategica si incastra con i rispetti interessi nazionali. L’amministrazione americana continua a chiedere agli alleati europei un maggiore impegno finanziario nel settore della difesa e il tema sarà inevitabilmente presente nei colloqui di Washington. Il segretario di Stato, Marco Rubio, lo scorso mese in Italia e successivamente al vertice Nato, era stato molto chiaro nel ribadire la necessità che l’Europa aumenti le risorse dedicate alla difesa

Nelle ultime settimane il dibattito si è concentrato anche sul programma europeo Safe (Security Action for Europe), lo strumento con cui l’Unione europea intende sostenere gli investimenti nel settore della difesa attraverso prestiti comuni, e sulle modalità con cui il governo italiano punta a reperire nuove risorse per la spesa militare – anche pensando a capitoli di spesa complessi, come per esempio quello energetico. Parallelamente, Roma guarda con attenzione al dibattito in corso negli Stati Uniti sulla presenza militare americana nel continente e punta a preservare il ruolo delle basi presenti sul territorio italiano.

Il dossier marca una fase di ridefinizione delle responsabilità all’interno dell’alleanza, nella quale europei e americani stanno cercando un nuovo equilibrio tra contributi, capacità e presenza militare. L’incontro Crosetto-Hegseth diventa un utile introduzione per quello che sarà il tema dei temi nel summit Nato di luglio, dove sarà il presidente Trump a chiedere agli alleati un balzo nell’assunzione di responsabilità e un amento della condivisione degli impegni. E spetterà agli alleati l’onore di trovare una quadra tra queste dinamiche irreversibili del pensiero strategico statunitense e le necessità interne, tra gestione delle spese, mantenimento del rapporto col corpo elettorale, protezione dell’interesse nazionale.

Attacchi oltre l’orizzonte e piattaforme fantasma: la nuova corsa agli abissi di Russia e Cina

La guerra sottomarina sta vivendo una nuova fase di centralità negli equilibri militari internazionali. Dall’Artico all’Indo-Pacifico, le principali potenze navali stanno investendo in piattaforme sempre più sofisticate, capaci di combinare furtività, autonomia operativa e capacità di attacco a lungo raggio. In questo scenario s’inseriscono due sviluppi che stanno attirando l’attenzione delle comunità strategiche occidentali: il successo di un lancio condotto dal nuovo sottomarino nucleare russo Arkhangelsk nel Mare di Barents e l’apparizione di una misteriosa unità cinese caratterizzata da un design radicalmente innovativo. Due episodi distinti che riflettono l’ importanza della dimensione subacquea nella competizione tra grandi potenze.

Cosa sappiamo

Il recente lancio di un missile antinave P-800 Oniks da parte del sottomarino nucleare Arkhangelsk rappresenta una dimostrazione concreta delle capacità raggiunte dalla componente subacquea della Flotta del Nord russa. L’unità, appartenente al Progetto 885M Yasen-M, ha eseguito il tiro in immersione nel Mare di Barents contro un bersaglio navale posto a oltre 200 chilometri di distanza, completando con successo l’intera sequenza d’ingaggio.

L’aspetto più significativo dell’attività non riguarda tanto la distanza percorsa dal vettore, quanto la capacità di effettuare un attacco oltre l’orizzonte mantenendo l’armamento in assetto occultato. In uno scenario operativo reale, questo tipo di missione presuppone l’integrazione di una complessa catena di acquisizione e trasmissione dati, nella quale sensori navali, piattaforme aeree, assetti spaziali e reti di comando e controllo cooperano per fornire una soluzione di tiro aggiornata.

Dall’analisi emerge che l’Arkhangelsk è entrato in servizio alla fine del 2024 ed è considerato una delle piattaforme più avanzate oggi disponibili per la Marina russa. La classe Yasen-M è stata sviluppata per ridurre sensibilmente la segnatura acustica rispetto alle generazioni precedenti, incrementando al contempo la flessibilità operativa. Oltre alle tradizionali missioni antisommergibile e anti-superficie, questi battelli sono progettati per condurre attacchi di precisione a lunga distanza, operazioni di raccolta informativa e missioni di deterrenza in aree strategicamente sensibili.

Il missile P-800 Oniks, conosciuto in ambito NATO come SS-N-26 Strobile, costituisce uno degli strumenti principali della dottrina russa di negazione d’area marittima. Grazie alla velocità supersonica e al profilo terminale a bassa quota, il sistema riduce drasticamente la finestra temporale disponibile alle difese navali avversarie per individuare, tracciare e neutralizzare la minaccia.

Il Mare di Barents e la difesa del bastione strategico russo

La scelta del Mare di Barents come area di esercitazione non è casuale. Questo settore rappresenta il fulcro della strategia navale russa nell’Artico e ospita alcune delle infrastrutture militari più importanti del Paese, comprese le basi dei sottomarini strategici schierati nella Penisola di Kola.

Da decenni Mosca sviluppa il concetto di “bastion defense”, una dottrina finalizzata a proteggere le aree di pattugliamento dei sottomarini lanciamissili balistici attraverso un sistema multilivello composto da forze navali, difese costiere, copertura aerea, guerra elettronica e sensori distribuiti. In questo dispositivo, i battelli Yasen-M svolgono un ruolo essenziale, agendo sia come elemento offensivo sia come componente avanzata della difesa marittima.

Per la NATO il problema strategico non si limita alla minaccia rappresentata dai missili. La vera sfida consiste nell’individuare e tracciare queste piattaforme prima che possano generare una soluzione di tiro. Ciò richiede un costante impiego di assetti ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), pattugliatori marittimi, reti sonar, velivoli antisommergibile e gruppi navali dedicati alla lotta subacquea.

L’allargamento dell’Alleanza Atlantica a Finlandia e Svezia ha ulteriormente accresciuto l’importanza del teatro artico e nordatlantico, rendendo il controllo delle linee di comunicazione marittime e degli accessi al Mare di Norvegia una priorità crescente per entrambe le parti.

Il nuovo sottomarino cinese apre interrogativi sulle future capacità della PLAN

Mentre la Russia continua a perfezionare le proprie capacità, la Cina procede lungo una direttrice differente, puntando sull’innovazione progettuale e sull’espansione quantitativa della propria flotta subacquea. Recenti immagini satellitari provenienti dai cantieri Jiangnan di Shanghai hanno infatti rivelato una nuova unità di grandi dimensioni che non corrisponde ad alcuna classe finora nota.

L’armamento presenta una configurazione esterna particolarmente avanzata, caratterizzata da una prua estremamente affusolata, impennaggi poppieri a X e da una struttura superiore ridotta al minimo. L’assenza della tradizionale torretta rappresenta l’elemento più insolito e potrebbe indicare la ricerca di una minore resistenza idrodinamica e di una riduzione della traccia acustica e radar.

Le dimensioni stimate, circa 120 metri di lunghezza per 10-11 metri di larghezza, suggeriscono una piattaforma destinata a operazioni oceaniche di lunga durata. Gli analisti stanno cercando di stabilire se l’unità sia effettivamente il nuovo Type 095, il sottomarino nucleare d’attacco atteso da anni, oppure il primo esemplare di una classe completamente inedita.

Anche il sistema di propulsione resta oggetto di speculazioni. Le caratteristiche sembrano compatibili con un reattore nucleare convenzionale, ma alcuni osservatori ritengono possibile l’impiego di soluzioni ibride derivate dai programmi cinesi di propulsione indipendente dall’aria di nuova generazione. Qualunque sia la risposta, il progetto conferma l’accelerazione impressa da Pechino alla modernizzazione della People’s Liberation Army Navy.

L’emersione quasi simultanea di nuove piattaforme presso i cantieri di Shanghai e Huludao rafforza inoltre la percezione di una capacità industriale ormai in grado di sostenere programmi multipli in parallelo. Una dinamica che continua ad ampliare il divario produttivo rispetto a gran parte delle marine occidentali e che potrebbe modificare significativamente il bilancio delle forze subacquee nell’Indo-Pacifico nel corso del prossimo decennio.

Droni, missili e robot: così prende forma l'arsenale anti Cina di Taiwan

Taiwan sta rafforzando il proprio arsenale militare seguendo una strategia fondata su tre pilastri. Il primo riguarda un potenziamento dei missili antinave, con l'obiettivo dichiarato di averne a disposizione oltre 1.800 entro l'inizio del 2029. Il secondo chiama in causa i droni. Taipei ha infatti intenzione di acquistare circa 200.000 Uav e 1.320 imbarcazioni di superficie senza pilota tra il 2026 e il 2032, insieme a sistemi collaborativi basati sull'intelligenza artificiale e ad altre tecnologie correlate. L'ultimo pilastro ruota invece attorno all'implementazione di speciali cani robot da impiegare nelle operazioni di pattugliamento nelle isole contese situate nel Mar Cinese Meridionale.

La strategia militare di Taiwan

Secondo quanto riportato da Reuters, Taiwan aumenterà drasticamente il numero dei suoi potenti missili antinave nel tentativo di contenere la crescente minaccia di blocco (o invasione) da parte della Cina. Parliamo del resto di armi che possono essere lanciate da aerei, navi e postazioni terrestri rientranti nella strategia asimmetrica taiwanese volta a compensare l'enorme vantaggio della Cina in termini di potenza di fuoco con un gran numero di armi economiche ma letali.

Citando il caso dell'Ucraina, che proprio così è riuscita a resistere all'offensiva della Russia, Taipei punta a costruire una forza resiliente, progettata per sopravvivere a un bombardamento aereo e missilistico cinese iniziale, e in grado di colpire una fantomatica flotta navale nemica che dovesse bloccare l'isola. Sono inoltre in programma ulteriori missili di precisione con una gittata sufficiente ad attaccare navi cinesi nello Stretto di Taiwan o nei porti di imbarco sulla costa cinese.

La punta di diamante dell'arsenale antinave di Taiwan è costituita dai missili Harpoon forniti dagli Stati Uniti e dai missili Hsiung Feng di produzione nazionale. Un ingente quantitativo di queste armi permetterebbe all'isola di creare una "zona di fuoco" nello Stretto di Taiwan, un'area in cui una potenza di fuoco concentrata infliggerebbe gravi perdite all'invasore. Il ministero della Difesa di Taiwan ha sottolineato in un comunicato che i missili antinave "possono creare una potente capacità di attacco marittimo e ridurre l'efficacia bellica del nemico. I dettagli relativi al loro dispiegamento riguardano la sicurezza militare e non vengono divulgati".

Droni e robot oltre ai missili antinave

Nel frattempo, il principale istituto di sviluppo di armamenti dell'esercito taiwanese, il National Chung Shan Institute of Science and Technology, ha presentato tre diverse versioni di un cane robot. Si tratta di un dispositivo che un giorno potrebbe essere utilizzato per pattugliare le isole di Taiwan nel Mar Cinese Meridionale. L'attuale inventario di droni da combattimento di Taiwan, invece, si attesta a meno di 10.000 unità: il governo guidato da William Lai vorrebbe espanderlo ulteriormente da qui ai prossimi mesi.

Taiwan sta infine anche cercando di trasformare il proprio sistema di difesa aerea in una rete integrata, intelligente e multilivello. Cosa significa? Che satelliti, radar terrestri, aerei senza pilota e sistemi navali dovrebbero arrivare ad alimentare un'unica rete di comando e controllo. Una rete, supportata dall'intelligenza artificiale, che avrebbe il compito di analizzare enormi quantità di dati, distinguere le minacce reali dai falsi allarmi e assegnare automaticamente il miglior sistema di intercettazione disponibile. Una specie di grande "ombrello intelligente", dunque, in grado di reagire in modo rapido e coordinato contro missili balistici, cruise, droni, razzi e caccia.

Uccise il padre per difendere la madre: Makka Sulaev assolta in appello per legittima difesa, ribaltata la condanna a 9 anni

5 June 2026 at 18:45

La Corte d’Assise d’appello di Torino ha assolto per legittima difesa Makka Sulaev, la ventenne processata per aver ucciso il padre con due coltellate a Nizza Monferrato, in provincia di Asti, il 1 marzo 2024, nel corso dell’ennesima lite familiare. “Non volevo ucciderlo, volevo difendere mia madre” dichiarò la ragazza. La decisione ribalta integralmente la sentenza di primo grado, che l’8 marzo 2025 aveva condannato la giovane a nove anni e quattro mesi di reclusione. La Corte ha disposto anche la sua immediata liberazione. Fino alla sentenza d’appello, Sulaev era sottoposta all’obbligo di firma. La giovane era stata arrestata pochi giorni dopo i fatti e successivamente collocata in una comunità protetta, dove ha potuto proseguire il percorso di studi.

La vicenda si inserisce in un contesto familiare segnato, secondo quanto emerso in dibattimento, da episodi di violenza domestica e maltrattamenti ripetuti. Il giorno dell’omicidio, secondo la ricostruzione processuale, l’uomo, Akhyad Sulaev, avrebbe aggredito la moglie durante l’ennesima lite in casa. La figlia sarebbe intervenuta per difenderla, interponendosi tra i genitori. Durante il processo d’appello è stato acquisito anche un audio registrato da uno dei figli minori con un tablet, che ha documentato le fasi della lite e che è stato ascoltato in aula. Elemento che, insieme alle altre risultanze istruttorie, ha contribuito alla rivalutazione complessiva del quadro probatorio.

In primo grado, il tribunale di Alessandria aveva escluso la legittima difesa, ritenendo non sussistenti i presupposti per applicarla e contestando anche profili di eccesso nella reazione della giovane. La sentenza d’appello, invece, ha riconosciuto la sussistenza della scriminante, ricostruendo il gesto della ventenne all’interno di una situazione di aggressione in atto e di vulnerabilità familiare. Nel corso del dibattimento, il procuratore generale aveva chiesto la conferma della condanna, sostenendo che non si potesse invocare la legittima difesa e richiamando il principio del divieto di autotutela. La difesa ha invece insistito sulla condizione di violenza domestica continuativa, sottolineando la posizione di soggetto vulnerabile della giovane e la dinamica dell’aggressione in corso.

“È stata stravolta la sentenza di primo grado”, ha dichiarato il difensore della ragazza, evidenziando come il giudizio d’appello abbia ribaltato l’impostazione accusatoria iniziale. La procura generale potrebbe ora valutare un ricorso in Cassazione, mentre si attendono le motivazioni della decisione. La vicenda giudiziaria si chiude per ora con l’assoluzione della giovane, che al momento della lettura della sentenza era in aula ed è scoppiata in lacrime. Per lei si apre ora una nuova fase personale, anche sul piano degli studi, con l’esame di maturità imminente e il progetto di iscriversi a Medicina.

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Dai sensori al targeting, così Maven cambia il campo di battaglia

5 June 2026 at 10:33

Nei conflitti contemporanei raccogliere informazioni non basta più. Droni, satelliti, radar e sensori generano una massa di dati che può superare la capacità degli analisti di leggerli in tempo utile. Maven smart system, piattaforma militare americana basata su Intelligenza artificiale, integra queste informazioni, le organizza in un quadro operativo comune e aiuta a individuare bersagli e opzioni d’azione. Il sistema nasce per accelerare il passaggio dall’osservazione alla valutazione operativa, fino al targeting.

In un’analisi dedicata al sistema, il Csis ricostruisce l’evoluzione di Maven da progetto di Intelligenza artificiale applicata a immagini e video militari a piattaforma più ampia di integrazione dati, supporto decisionale e comando. La funzione iniziale era individuare oggetti e attività nel materiale raccolto da fonti militari. La traiettoria successiva ne ha ampliato il perimetro, collegando ciò che viene rilevato con ciò che può essere deciso.

Il software che accorcia la decisione

Il valore di Maven sta nella capacità di mettere insieme fonti diverse e presentarle dentro un ambiente comune. Immagini satellitari, video, segnali, mappe operative, dati sulle forze amiche e possibili bersagli entrano così in una stessa architettura, riducendo la frammentazione che rallenta il lavoro militare.

Questa integrazione spiega perché Maven sia diventato rilevante oltre la dimensione tecnica. La piattaforma incide sul modo in cui si costruisce il quadro operativo e su come le informazioni vengono trasformate in opzioni d’azione. La promessa è comprimere i tempi della catena che va dal rilevamento alla decisione.

Palantir emerge in questo processo come attore centrale, nel ruolo di integratore software. Quando un sistema entra nei processi ordinari della difesa, addestramento, dati, aggiornamenti e procedure iniziano a ruotare intorno alla stessa infrastruttura.

Quando l’IA entra nel giudizio operativo

La fase più sensibile riguarda l’uso di modelli linguistici e strumenti generativi. La logica iniziale di Maven era legata soprattutto alla computer vision, quindi al riconoscimento di elementi in immagini e video. Con interfacce in linguaggio naturale e capacità di sintesi, il sistema può invece aiutare gli operatori a interrogare i dati, riassumere rilevamenti e individuare schemi nel tempo.

Questa evoluzione aumenta la potenza dello strumento, rendendo più complessa la verifica. Classificare un veicolo resta un’operazione circoscritta. Suggerire priorità, connessioni o possibili corsi d’azione avvicina invece l’IA al giudizio operativo. Il rischio è che l’output algoritmico, presentato dentro un’interfaccia autorevole e rapida, venga percepito come più solido di quanto sia davvero. Il controllo umano resta quindi decisivo e deve essere reale.

Il vantaggio alleato e il rischio dipendenza

Maven si inserisce nella ricerca di architetture di comando e controllo più connesse tra domini e alleati. La logica è collegare sensori, comandi e mezzi in un flusso più coerente. Per le forze occidentali, l’interoperabilità consente di condividere quadri operativi e coordinare le decisioni con maggiore rapidità.

Lo stesso vantaggio introduce però un vincolo. Se una piattaforma sviluppata da un grande fornitore statunitense diventa parte dell’infrastruttura comune, gli alleati possono guadagnare efficienza ma perdere margini di autonomia. Per l’Europa, la questione riguarda il controllo sui dati, gli standard e le capacità future.

Maven indica una direzione precisa. L’IA militare più rilevante entra nei processi che selezionano, ordinano e rendono azionabile l’informazione. La superiorità operativa dipenderà sempre più dalla capacità di decidere velocemente senza perdere controllo sul modo in cui la decisione viene costruita.

IA negli Emirati, chip Usa e stablecoin. Il patto del Golfo raccontato da Preziosa e Caldarola

5 June 2026 at 09:48

Gli Stati Uniti hanno individuato nell’Intelligenza artificiale una tecnologia decisiva non soltanto per la crescita economica, ma anche per la sicurezza nazionale e per il mantenimento della propria leadership internazionale. La strategia di Washington mira a preservare il vantaggio competitivo americano attraverso lo sviluppo interno delle capacità tecnologiche e mediante l’esportazione selettiva di infrastrutture digitali, servizi cloud, semiconduttori avanzati e standard di sicurezza verso partner considerati affidabili.

Nel maggio 2025 questa strategia ha trovato nel Golfo uno dei suoi passaggi più significativi. Durante la visita di Donald Trump negli Emirati Arabi Uniti, negli accordi annunciati tra Washington e Abu Dhabi è emersa una visione che va ben oltre la semplice cooperazione tecnologica. Al centro dell’intesa vi è la realizzazione di un grande ecosistema dedicato all’intelligenza artificiale, destinato a ospitare infrastrutture computazionali avanzate, data center e servizi digitali di nuova generazione.

A prima vista potrebbe sembrare un normale accordo commerciale. In realtà, esso rappresenta un tassello di una trasformazione più profonda dell’ordine economico e strategico internazionale.

Per oltre mezzo secolo il rapporto tra Stati Uniti e monarchie del Golfo si è fondato su uno scambio relativamente semplice: sicurezza americana in cambio di stabilità energetica. Oggi questo paradigma sembra evolvere verso una nuova formula nella quale energia, capitale finanziario, capacità computazionale e intelligenza artificiale vengono integrate all’interno di un unico ecosistema strategico.

L’intelligenza artificiale richiede infatti enormi quantità di energia elettrica, infrastrutture digitali, capacità di calcolo e investimenti finanziari. Gli Stati Uniti mantengono la leadership nei semiconduttori avanzati, nel software e nei principali modelli di IA. Gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e il Qatar dispongono invece di capitali sovrani, disponibilità energetica e ambizioni crescenti nel settore tecnologico.

La convergenza di questi fattori sta producendo una nuova forma di interdipendenza strategica. Non si tratta più soltanto di controllare giacimenti petroliferi o rotte marittime, ma di costruire le infrastrutture che sosterranno l’economia dell’intelligenza artificiale nel XXI secolo. Questa strategia deve essere letta anche alla luce della crescente competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Negli ultimi anni Pechino ha consolidato la propria presenza nel Golfo attraverso investimenti infrastrutturali, reti 5G, piattaforme digitali e partnership energetiche. L’apertura controllata degli ecosistemi americani dell’intelligenza artificiale verso gli alleati del Golfo può essere interpretata anche come un tentativo di mantenere questi Paesi all’interno della sfera tecnologica occidentale, riducendo il rischio che future infrastrutture critiche vengano integrate in architetture digitali concorrenti.

In questa prospettiva, Abu Dhabi, Riyadh e Doha non aspirano semplicemente a diversificare le proprie economie. Ambiscono a trasformarsi in hub globali dell’economia computazionale, diventando nodi centrali delle future reti digitali e delle catene del valore dell’intelligenza artificiale. La partita, tuttavia, non riguarda soltanto i chip. Parallelamente alla competizione per semiconduttori e data center emerge una dimensione meno visibile ma potenzialmente altrettanto importante: quella monetaria.

Negli ultimi mesi è cresciuta l’attenzione verso le stablecoin ancorate al dollaro e verso nuovi strumenti finanziari digitali che potrebbero svolgere un ruolo rilevante nei futuri flussi economici internazionali. Se nel XX secolo il predominio del dollaro si è fondato sul commercio globale, sui mercati finanziari e sul sistema dei Treasury, nel XXI secolo la valuta americana potrebbe estendere la propria influenza anche alle infrastrutture digitali dei pagamenti e degli scambi transfrontalieri.

In questo contesto, energia, capacità computazionale e moneta tendono progressivamente a convergere. L’energia alimenta i data center. I dati alimentano gli algoritmi. L’intelligenza artificiale genera valore economico e vantaggio competitivo. Le nuove infrastrutture finanziarie digitali consentono la circolazione di tale valore all’interno dell’ecosistema globale.

La competizione geopolitica contemporanea non riguarda quindi soltanto il controllo del territorio o delle risorse naturali. Riguarda sempre più il controllo delle infrastrutture che organizzano l’informazione, la produzione del valore economico, la capacità decisionale e la circolazione della moneta. La geopolitica dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto chi sviluppa gli algoritmi più avanzati. Riguarda chi controlla l’intera filiera che rende possibile l’IA: energia, semiconduttori, capacità computazionale, dati, reti di comunicazione e strumenti finanziari.

Da questa prospettiva il Golfo assume un significato che supera ampiamente la dimensione regionale. Gli accordi tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti possono essere interpretati come parte di un più ampio tentativo americano di ricostruire i pilastri materiali del proprio potere strategico: energia, tecnologia avanzata, infrastrutture digitali e strumenti monetari.

Se nel Novecento il potere si misurava attraverso il controllo del territorio, dell’industria e delle rotte commerciali, nel XXI secolo esso dipenderà sempre più dalla capacità di controllare le infrastrutture che organizzano dati, algoritmi, energia e flussi finanziari.

L’accordo del Golfo appare quindi come qualcosa di più di una partnership tecnologica. Potrebbe rappresentare uno dei primi tasselli di un nuovo modello geopolitico nel quale il potere non deriva soltanto dal possesso delle risorse, ma dalla capacità di integrare energia, capacità computazionale e finanza all’interno di una medesima architettura strategica. Se il Novecento è stato il secolo del petrolio, questo secolo potrebbe essere ricordato come quello dell’integrazione tra energia e intelligenza artificiale. È in questo spazio strategico che si giocherà una parte decisiva della competizione tra le grandi potenze.

Tossine progettate dall’IA, ecco la nuova frontiera della guerra biologica

5 June 2026 at 08:03

La guerra biologica non è una novità, ma con l’avvento dell’IA la sua pericolosità rischia di raggiungere livelli mai visti. È questo l’allarme lanciato dal report “Promote the Antidote: Reducing the Risk from Toxins”, pubblicato dall’Atlantic Council. Un documento che rivolge una domanda scomoda all’intera comunità politica occidentale: siamo pronti a fronteggiare una minaccia che non si replica, non si trasmette, e spesso neanche si vede? La risposta, in oltre venti pagine di rapporto, è chiaramente no.

Cosa sono le tossine e come agiscono

Nel lessico della sicurezza internazionale, la sigla Nbcr (Nucleare, biologico, chimico, radiologico) racchiude le categorie di minaccia considerate più devastanti per la vita umana. Tra queste, la dimensione biologica è quella che ha come protagonisti gli agenti infettivi: virus, batteri e patogeni capaci di diffondersi da persona a persona con effetti potenzialmente pandemici. Le tossine, a differenza dei patogeni classici, sono veleni di origine biologica prodotti da alghe, batteri, cianobatteri, funghi, insetti, piante e animali. Non sono infettive, non si replicano e non si trasmettono da individuo a individuo. Bensì si inalano, si iniettano, si ingeriscono o si assorbono. Molte sono inodori e non penetrano attraverso la pelle, il che le rende più maneggevoli di numerose armi chimiche convenzionali. E alcune di esse sono letali in dosi nell’ordine di pochi microgrammi. La tossina botulinica, ad esempio, prodotta dal batterio Clostridium botulinum, interrompe gli impulsi nervosi e la contrazione muscolare. La ricina, ricavata dai semi di Ricinus communis, blocca la sintesi proteica cellulare, mentre l’epsilon-tossina del Clostridium perfringens provoca danni permamenti ai tessuti cerebrali. Questi tre agenti figurano infatti nella lista dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) tra gli agenti biologici più pericolosi. 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Cina, Germania, Giappone, Russia, Regno Unito e Stati Uniti avevano tutti programmi militari che includevano le tossine. L’Unità 731 giapponese, ad esempio, conduceva esperimenti con la tossina botulinica già negli anni Trenta in Manciuria mentre, nel 1978, una punta di ombrello intrisa di ricina uccise il dissidente bulgaro Georgi Markov a Londra. Lettere contenenti ricina furono inviate a Barack Obama nel 2013 e a Donald Trump nel 2018 e nel 2020. Attori statali, terroristi e lupi solitari hanno tutti, in momenti diversi, scelto le tossine come strumenti di violenza. 

Quando l’IA incontra la biologia 

L’avanzamento della biologia sintetica non è una novità in sé, già da diversi anni gli esperti di biosicurezza ne segnalano i rischi. Ma lo sposalizio tra quella disciplina e i moderni sistemi di intelligenza artificiale, e in particolare con i Large language model, sta aprendo a scenari che fino a poco tempo fa appartenevano alla fantascienza. Se una volta la ricerca su questo tipo di armi biologiche era appannaggio esclusivo delle grandi potenze, con intere divisioni di scienziati e laboratori per condurre i loro esperimenti, adesso, come segnalato dal report, l’impiego dell’IA sta abbassando drasticamente la soglia d’accesso alla progettazione di nuove proteine tossiche, consentendo anche ad attori con risorse limitate di ottimizzare tossine esistenti per renderle più letali, più stabili e più difficili da rilevare con i metodi diagnostici attuali. Ciò significa che un attore ostile potrebbe progettare una tossina inedita, mai classificata, non presente su nessun elenco di controllo internazionale e capace di eludere sia i sistemi di sorveglianza sia le terapie disponibili. Il tutto con risorse talmente modeste da non poter essere facilmente scoperto dalle indagini di intelligence.

La minaccia portata dalle tossine non riguarda solo i teatri bellici o gli scenari di assassinio politico. Le tossine rappresentano un rischio anche per le catene di approvvigionamento alimentare globali. Le micotossine (come le aflatossine prodotte da funghi nel mais e nelle arachidi) causano già ogni anno ingenti perdite economiche e rischi per la salute, e sono una delle principali cause di respingimento delle importazioni alimentari alle frontiere. Ma il vero problema, come sottolinea il rapporto, è la vulnerabilità alle contaminazioni intenzionali. Il volume degli scambi commerciali globali rende i metodi tradizionali di campionamento e analisi del tutto inadeguati per rilevare episodi di contaminazione intenzionale. 

Diagnosi difficili e antidoti che mancano

Sul fronte clinico, il quadro non è più rassicurante. I sintomi precoci di avvelenamento da tossine imitano spesso quelli delle malattie comuni: l’esposizione all’enterotossina B stafilococcica si manifesta ad esempio come una sindrome influenzale, mentre l’avvelenamento da tossina botulinica può essere confuso con un ictus o con la sindrome di Guillain-Barré. Questa ambiguità, combinata con la scarsa formazione dei medici e l’assenza di strumenti diagnostici rapidi nei pronto soccorso, ritarda il riconoscimento dell’agente e la messa in campo di una risposta efficace. Anche la Riserva strategica nazionale americana accusa lacune significative. Se infatti essa possiede antitossine per il botulismo, è però priva di terapie approvate dalla Fda per le altre tossine ad alto rischio, come la ricina e l’enterotossina B. Il report raccomanda infatti di sviluppare piattaforme terapeutiche ad ampio spettro (anticorpi policlonali e inibitori) capaci di neutralizzare varianti diverse di una stessa tossina, anziché puntare su vaccini monovalenti. In altre parole, degli antidoti modulari.

Come difendersi da questa minaccia?

La risposta non è semplice, ma il report dell’Atlantic Council cerca lo stesso di fornire alcune indicazioni. Un primo punto di partenza è il metodo con cui l’intelligence affronta la questione. Innanzitutto, bisognerebbe considerare le tossine non come minaccia residuale, ma come componenti attive dei programmi biologici offensivi di Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. Per ognuno, il report raccomanda di stilare  una stima nazionale dedicata, distinta da quelle sulle armi chimiche e biologiche tradizionali, con una sorveglianza specifica sull’uso dell’IA per progettare i nuovi agenti. Sul piano interno, la strada maestra è investire nella diagnostica rapida nei pronto soccorso, formare i medici a riconoscere le presentazioni cliniche di un attacco con tossine e colmare le lacune presenti nelle riserve nazionali. C’è poi il nodo internazionale, forse il più difficile da sciogliere. Come nel caso delle armi nucleari, le convenzioni internazionali per limitarne produzione e sviluppo esistono, ma tutte le grandi potenze si guardano bene dal ratificarle. 

La pandemia ci ha insegnato duramente quanto possa costare l’impreparazione nell’affrontare minacce sanitarie e biologiche e, come si evince dal report, persino gli Stati Uniti a oggi non sono in grado di dirsi pronti a rispondere adeguatamente a una simile emergenza. Lo stesso concetto di “Biodifesa” è ancora allo stato embrionale e fatica a distaccarsi dalla tradizionale teoria di contrasto alle minacce Nbcr. Le armi biologiche e il loro sviluppo da parte delle principali potenze non sono una novità, ma finora il delicato sistema della deterrenza (che non vale solo per le armi nucleari) ne ha impedito una proliferazione incontrollata. Adesso invece, con la democratizzazione tecnologica portata dall’IA, questo precario equilibrio rischia di saltare.

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