Perché l’Italia ha bisogno di una strategia di sicurezza cognitiva nazionale. Scrive Germani
Verso la metà degli anni Duemila Carlo Jean, grande esperto di studi strategici e di geopolitica, osservava che “la rivoluzione nelle tecnologie di informazione e comunicazione sta modificando il modo di utilizzare la forza militare e attribuisce nuove potenzialità a quella che viene denominata la soft war, cioè la guerra dei media, basata sulla propaganda, la manipolazione, la disinformazione, l’impatto diretto e in tempo reale che le opinioni pubbliche esercitano sulle decisioni politiche e militari”. Nei due decenni successivi a questa puntuale affermazione di Jean il “dominio cognitivo” – la mente come campo di battaglia – ha assunto un ruolo sempre più importante e centrale nei conflitti contemporanei.
Negli ultimi cinque anni si è sempre più affermato nella comunità di esperti e nel mondo dell’intelligence il concetto di “guerra cognitiva”, che pur comprendendo i tradizionali concetti novecenteschi di “propaganda” e di “guerra psicologica”, va oltre questi ultimi perché tiene conto di recenti e straordinari sviluppi scientifici e tecnologici riguardanti la mente umana.
La cognitive warfare – una forma di guerra che attacca la mente dell’avversario, puntando a controllarne i pensieri e le decisioni – sta emergendo come una delle maggiori minacce alla sicurezza nazionale italiana ed europea.
La crescente rilevanza di questa minaccia va ricondotta al continuo potenziamento degli strumenti di influenza e manipolazione psicologica di massa reso possibile dalla proliferazione dei social media, dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dagli avanzamenti nelle neuroscienze e nelle neurotecnologie.
Il termine “guerra cognitiva” abbraccia una molteplicità di attività e tecniche praticate da attori statuali e non, sia in tempi di guerra che di pace: operazioni psicologiche, diffusione di narrative destabilizzanti, disinformazione, creazione di un ambiente informativo sovraccarico e caotico in cui è difficile distinguere il vero dal falso, uso di “neuro-armi” in grado di alterare percezioni ed emozioni attaccando il cervello, compimento di atti di violenza simbolica, manipolazione della storia, attacchi cibernetici finalizzati a provocare panico e paralisi decisionale, minacce nucleari e altre metodologie di influenza psicologica tese a generare disorientamento e polarizzazione nelle società prese di mira.
Le democrazie liberali – caratterizzate dalla libertà di espressione, la libera circolazione delle idee, il pluralismo politico – sono particolarmente vulnerabili alle azioni di guerra cognitiva condotte da diversi tipi di attori, e in particolare da:
Stati autoritari anti-occidentali – Cina, Russia, Iran e Corea del Nord – che hanno integrato la cognitive warfare nelle loro strategie militari e geopolitiche. Essi utilizzano la guerra cognitiva – spesso in reciproca sinergia e collaborazione – per tentare di influenzare e destabilizzare le democrazie liberali con l’intento di ridimensionarne sempre di più il potere globale. Questi regimi hanno, inoltre, istituzionalizzato la guerra cognitiva nei confronti delle proprie società come strumento di controllo e stabilità autoritaria. Formazioni terroristiche ed eversive – organizzazioni jihadiste, gruppi terroristici di estrema destra e sinistra – che ricorrono a tecniche di guerra psicologica sui social media per generare paura e confusione, propagare ideologie che predicano l’odio e la violenza, e radicalizzare individui e gruppi. Partiti e movimenti politici illiberali, che operano all’interno dei sistemi liberal-democratici, utilizzando strumenti di guerra cognitiva per accrescere il proprio consenso, erodere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche e diffondere narrazioni autoritarie.
Le azioni di guerra cognitiva mirano a influire sulle percezioni, le emozioni, i pensieri e le decisioni del bersaglio al fine di raggiungere determinati obiettivi tattici o strategici. L’obiettivo di una campagna cognitiva può essere limitato e di breve termine, oppure può avere una finalità strategica e di lungo periodo, tesa a disgregare una società dall’interno, tramite il degrado delle capacità di pensiero razionale e di giudizio autonomo della sua popolazione, il sovvertimento del concetto di “verità” e della distinzione tra il vero e il falso, la delegittimazione delle sue istituzioni, e l’indebolimento progressivo della sua coesione sociale.
Gli attori della cognitive warfare mirano a sfruttare diverse vulnerabilità cognitive e psicologiche diffuse nelle società occidentali post-moderne, spiccatamente individualiste e secolarizzate, oltreché dominate dal web. Tra queste vulnerabilità vanno evidenziate:
- La cultura della “post-verità”, nella quale i fatti oggettivi sono meno influenti nel plasmare l’opinione pubblica rispetto agli appelli alle emozioni e alle convinzioni personali.
- La prevalenza, per dirla con Daniel Kahneman, del “pensiero veloce” (istintivo e basato sulle emozioni), rispetto al “pensiero lento” (razionale e caratterizzato da un’attenta riflessione e considerazione dei fatti).
- La tendenza a ignorare o scartare informazioni che mettono in discussione le proprie opinioni e credenze.
- La frammentazione della società in numerosi echo-chamber di conformismo e groupthink (pensiero di gruppo).
L’Italia, per la sua posizione strategica nel Mediterraneo e la sua appartenenza alla Nato e alla Ue, per i suoi problemi di coesione sociale interna e per la diffusa mancanza di una cultura della sicurezza nazionale e dell’intelligence presso la classe politica italiana, rappresenta un bersaglio ideale per chi vuole destabilizzare la coesione dell’Occidente.
Il nostro paese non è preparato per questo nuovo tipo di guerra. Di fronte alla minaccia della cognitive warfare alla sicurezza nazionale e all’ordine democratico, l’Italia deve dotarsi di una specifica strategia di sicurezza cognitiva e difesa psicologica nazionale. La sicurezza cognitiva può essere definita come la protezione della mente, delle percezioni e dei processi decisionali da manipolazioni esterne.
Come sottolinea Antonio Scala, Direttore di Ricerca presso l’Istituto per i Sistemi Complessi del Cnr, le politiche di sicurezza cognitiva devono essere compatibili con il pluralismo, la libertà di espressione e il controllo pubblico del potere. Esse devono assicurare che l’ambiente cognitivo consenta a individui, gruppi e istituzioni di orientarsi, valutare le informazioni e decidere in modo razionale sulla base di informazioni verificabili. La sicurezza cognitiva non solo non mette in discussione la democrazia liberale, essa è una delle condizioni essenziali della sua sopravvivenza. La sicurezza cognitiva, secondo Scala, presuppone anche la “difesa psicologica” degli individui e della comunità, ossia la loro capacità di resistere e reagire a eventuali azioni di destabilizzazione psicologica intraprese (spesso in tempi di crisi interna o internazionale) da attori ostili tramite la diffusione di narrazioni che generano paura, disorientamento, confusione, sfiducia e senso di impotenza.
Come osserva Massimo Panizzi, esperto di cognitive warfare e autore del libro Difesa è libertà: il coraggio di proteggere la nostra indipendenza, nella guerra cognitiva “un ruolo centrale viene svolto dalle emozioni, che precedono e orientano il pensiero razionale: paura, indignazione e compassione diventano strumenti di influenza”. Secondo Panizzi la vera difesa della democrazia dalla minaccia del cognitive warfare non può che essere culturale, sistemica e basata sull’educazione al pensiero critico, che costituisce una vera e propria “infrastruttura strategica” per la difesa della mente dalla manipolazione delle percezioni e delle emozioni.
La cultura come la strada maestra per contrastare la guerra cognitiva viene richiamata in diversi contributi anche da Lorenza Pigozzi, Executive Vice President e direttore della comunicazione strategica del gruppo Fincantieri, che sottolinea l’enorme importanza di una difesa culturale atta a tutelare le narrazioni fondanti della società democratica da aggressioni cognitive ostili. Lo studio della storia rappresenta uno dei più importanti strumenti di resistenza e resilienza culturale nei confronti della minaccia cognitiva, che spesso mira a manipolare e falsificare la memoria collettiva.
Secondo la Pigozzi, per far fronte a questa minaccia, servono “architetti della resilienza cognitiva”, dotati di competenze in diverse discipline quali storia, psicologia, comunicazione strategica e intelligenza artificiale, capaci di individuare tempestivamente le narrazioni ostili, analizzarne le origini, e sviluppare risposte rapide per proteggere lo spazio pubblico.
Come rileva Federico Oreste Petrozzi – psicologo, psicoterapeuta, e docente di neuro-leadership presso il Master Universitario del Casd – una strategia di sicurezza cognitiva nazionale richiederà consistenti investimenti nella formazione all'”antifragilità cognitiva” dei giovani, che sono il bersaglio privilegiato di questa forma di guerra. L’educazione dei giovani diventa, perciò, una questione di crescente rilevanza strategica per la sicurezza nazionale: un concetto di estrema importanza sottolineato anche da Beniamino Irdi, Ceo di HighGround e Senior Fellow del German Marshall Fund, in un’audizione al Senato della Repubblica: “Proprio come quando si affrontano minacce militari le risorse di emergenza vengono allocate alle armi, o quando si affronta una pandemia ai vaccini, l’istruzione e la preservazione delle capacità cognitive dei nostri giovani vanno trattate come un problema esistenziale”.


