Primeira “vacina universal” concebida por IA testada em humanos


“La Cina affronterebbe meno guerre commerciali con il resto del mondo se i suoi cittadini fossero meno parsimoniosi”. A dirlo è l’Economist, a pensarlo sono in molti. Il motivo è semplice: se la Cina vende più merci di quante ne acquista, guadagna più di quanto spende, per scongiurare duelli a colpi di tariffe basterebbe che i cinesi risparmiassero meno e consumassero di più. L’autorevole settimanale finanziario parte dai numeri: secondo la Banca Mondiale, i consumi delle famiglie cinesi rappresentano appena il 39% del PIL nazionale, rispetto a una media globale del 63-67%. Convincere la popolazione ad aprire il portafoglio figura tra i principali propositi di Pechino già da un bel po’. Soprattutto da quando il COVID-19 e le incertezze internazionali hanno direzionato l’attenzione della leadership sulle potenzialità inespresse del vasto mercato interno.
Con l’approvazione della “Decisione di approfondire ulteriormente e in modo completo la riforma per promuovere la modernizzazione in stile cinese”, nel luglio 2024 il Partito ha posto come priorità la creazione di “un mercato nazionale unificato”, eliminando le barriere alla libera circolazione di capitali e talenti. Un ulteriore passo avanti è stato compiuto il 22 maggio, quando il Consiglio di Stato ha divulgato i “Pareri di attuazione sulla promozione dell’erogazione dei servizi pubblici essenziali presso il luogo di residenza abituale”. In base alle nuove disposizioni, tutti i lavoratori possono ora iscriversi ai programmi di previdenza sociale nelle città in cui sono impiegati, indipendentemente dal luogo di registrazione ufficiale (hukou): istruzione, alloggi pubblici in affitto, assicurazione sanitaria di base, e varie forme di assistenza sociale verranno estesi a tutta la popolazione residente. Parliamo di oltre 357 milioni di persone (statistiche governative di fine 2025) che, dopo aver vissuto nell’”ombra”, potranno finalmente accedere al sistema previdenziale nazionale. Almeno sulla carta.
Il potenziale economico dell’operazione è considerevole. Secondo un documento pubblicato lo scorso anno dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel periodo 2012-2022 il tasso di risparmio delle famiglie di migranti residenti in città con hukou rurale è stato in media superiore di 6,8 punti percentuali rispetto a quello di famiglie simili con hukou urbano. Ecco perché, secondo l’Economist, una riforma radicale del sistema e la liberazione dei consumi – non i dazi doganali – potrebbe costituire la vera soluzione alle guerre commerciali. Letteralmente: “Una maggiore spesa dei migranti lascerebbe alle aziende cinesi meno merci in eccesso da riversare sui mercati globali, riducendo il surplus delle esportazioni cinesi [pari a oltre 1.200 miliardi di dollari lo scorso anno] e allentando le tensioni con il resto del mondo”.
Facile a dirsi tutt’altro che a farsi. Introdotto negli anni Cinquanta da Mao Zedong, l’hukou viene considerato un vero e proprio passaporto interno che vincola i diritti essenziali al luogo in cui si è registrati. Inizialmente serviva soprattutto a impedire migrazioni incontrollate dalle campagne alle città così da garantire una produzione agricola sufficiente e mantenere la stabilità sociale nelle aree urbane con limitate opportunità di lavoro. Ma col tempo le priorità economiche sono cambiate: la mobilità – temuta dal Grande Timoniere – è diventata una condizione imprescindibile per sviluppare le aree ancora arretrate del paese. Così negli ultimi decenni il sistema è stato gradualmente allentato.
Oggi molte città medie consentono ai migranti di ottenere più facilmente lo status locale. Gli effetti economici della liberalizzazione sono già evidenti. Stando al FMI, il divario nei tassi di risparmio tra gli abitanti delle città con e senza hukou urbano si è ridotto da 11,8 punti percentuali nel 2014 a soli 3,2 punti nel 2022. Tuttavia resta ancora molto da fare. Specialmente nelle metropoli più ricche, dove si dirige gran parte dei migranti. Non solo contadini ma anche sempre più spesso neolaureati in cerca di un’occupazione flessibile nel dinamico ecosistema dell’economia digitale.
Grandi centri come Pechino, Shanghai, Guangzhou e Shenzhen, mantengono barriere molto alte per ottenere la residenza completa, indispensabile per usufruire dei benefici più importanti. Nei nuclei urbani più accessibili (con probabilità di insediamento superiori al 50%) ma con meno opportunità professionali solo in pochi ci vogliono andare. Spesso chi sulla carta potrebbe fare domanda desiste sapendo di non possedere i requisiti richiesti, come la capacità di dimostrare di aver versato contributi previdenziali per diversi anni. Un cruccio ricorrente per gli impiegati nella gig-economy, che solo recentemente è stata regolamentata con l’introduzione di tutele minime. Per qualcun altro cambiare hukou semplicemente non conviene, perché implicherebbe la rinuncia ai diritti fondiari nel villaggio di nascita.
Sono problematiche che le nuove misure non sembrano ancora affrontare. Mentre si parla di semplificare le procedure per rendere “più conveniente” l’iscrizione dei bambini migranti nelle scuole pubbliche, estendere gli alloggi pubblici in affitto alle famiglie di residenti permanenti non registrati, e offrire pari copertura in termini di assicurazione sanitaria, rimangono ancora profonde disuguaglianze da appianare. Charles Sun e Christopher Nye in un’analisi per la Jamestown Foundation, citano il sistema pensionistico: chi è inserito nel regime urbano dei lavoratori dipendenti ha diritto a una pensione media circa 17 volte maggiore di chi rientra nel circuito rurale o semi-rurale. Lo stesso vale per l’istruzione: i figli dei migranti potranno frequentare scuole urbane più facilmente, ma l’accesso al gaokao – l’esame nazionale di ammissione all’università – rimane legato al possesso dell’hukou locale nelle grandi città.
Di fatto con le nuove norme si tenta di agevolare la ripartizione dei servizi lasciando intatta la vecchia impalcatura. Per i due esperti, la principale debolezza sta nelle motivazioni dietro la manovra: la riforma nasce da necessità fiscali più che da un obiettivo egualitario. Secondo Rhodium Group, nel 2024 il costo per integrare un migrante si aggirava tra i 50.000 e i 155.900 yuan (6.357 -19.823 euro): ovvero 15-46 mila miliardi di yuan per tutta la “popolazione fluttuante” presente nelle città cinesi. Ma le nuove direttive anziché introdurre fondi aggiuntivi, si limitano a ridistribuire quelli esistenti entro un bilancio statale già sotto pressione. Questo significa che per dare di più a chi riceve i forestieri, qualcosa dovrà essere tolto altrove in un gioco di pesi e contrappesi tra luogo d’origine e città d’adozione. Con queste premesse, difficilmente il sistema evolverà verso la “prosperità comune” auspicata dal presidente Xi Jinping. Piuttosto, i due esperti prevedono un “livellamento verso il basso” dei privilegi urbani. In altre parole, invece di estendere a tutti gli stessi vantaggi, il rischio è che anche le élite locali perdano i vecchi benefici.
Alle difficoltà economiche si sommano gli ostacoli politici. Abbattere i muri invisibili delle città cinesi non solo richiederebbe uno spostamento delle risorse tra aree geografiche. Per Desmond Shum, ex imprenditore di Hong Kong che in Red Roulette (2021) ha raccontato i retroscena del capitalismo clientelare cinese, “significa spostare il potere lontano dagli attori politici: governi locali, imprese legate allo Stato, interessi acquisiti e la macchina statale che ha diretto il modello di crescita della Cina per decenni”. Quella – secondo Shum – è la vera posta in gioco: “In Cina, la politica non si muove perché un argomento economico è corretto. Si muove solo quando il costo politico dell’azione diventa più accettabile del costo politico dell’immobilità”.
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Si chiamava Chutou ed era un Border Collie di otto anni diventato una piccola celebrità online. Con oltre 1,5 milioni di follower su Douyin, la versione cinese di TikTok, non era soltanto un animale domestico, ma un vero e proprio “compagno di viaggio digitale” seguito da una vasta community. Accanto al suo proprietario, conosciuto sui social come Guo, aveva attraversato la Cina raccontando una vita nomade fatta di paesaggi estremi, tende montate ovunque e lunghe giornate in viaggio. Negli ultimi giorni, però, la sua storia ha preso una piega drammatica che ha lasciato sotto shock il pubblico. Mentre Guo si trovava all’estero per un viaggio in solitaria, il cane era rimasto nella casa di famiglia, affidato al padre. È lì che, secondo quanto ricostruito, l’11 maggio Chutou sarebbe stato portato via da due persone riprese dalle telecamere di sicurezza. Le immagini mostrano i sospetti allontanarsi in bicicletta elettrica con il cane.
Dopo giorni di tentativi, Guo riesce a rintracciare un uomo che ritiene coinvolto nel furto e gli propone una somma di denaro per riavere il cane. L’uomo, però, sostiene di averlo trovato e di averlo seguito spontaneamente, una versione che non convince il proprietario, anche perché Chutou indossava collare e dispositivo GPS. Poco dopo arriva la notizia più dura da accettare: il cane sarebbe stato venduto a un ristorante per una cifra irrisoria e successivamente ucciso e consumato.
Il proprietario si è rivolto anche al personale del ristorante nella speranza di recuperare almeno qualche traccia del cane, ma avrebbe scoperto che non era rimasto nulla: anche il pelo sarebbe stato gettato via. A questo punto Guo ha deciso di procedere per vie legali, denunciando il caso alle autorità.
La situazione è complessa anche dal punto di vista giuridico: in Cina il furto è punibile solo oltre una certa soglia di valore economico, e stabilire quello di un animale domestico, soprattutto uno famoso sui social, non è semplice. Inoltre, il riconoscimento del danno emotivo non è sempre previsto in modo diretto.
La vicenda ha riacceso il dibattito sulla tutela degli animali da compagnia nel Paese. Pur essendo stati fatti alcuni passi avanti negli ultimi anni, come l’esclusione dei cani dal catalogo del bestiame in diverse aree urbane e alcuni divieti locali sul consumo di carne di cane e gatto, non esiste ancora una normativa nazionale univoca che protegga pienamente gli animali domestici. Sui social, intanto, migliaia di utenti hanno espresso rabbia e tristezza, ricordando i video di Chutou e la sua vita accanto al proprietario.
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Durante uno spettacolo in una località turistica dello Xinjiang, in Cina, un robot umanoide ha colpito con un calcio un bambino tra il pubblico mentre si stava esibendo in una dimostrazione. L’episodio è stato ripreso in video e ha iniziato rapidamente a circolare online, sollevando nuove domande sulla sicurezza di queste performance in contesti aperti.
Il robot si trovava all’interno di un’area dedicata alle esibizioni e stava eseguendo una sequenza di movimenti ispirati alle arti marziali quando, durante la performance, ha colpito il piccolo spettatore facendolo cadere a terra. Secondo le ricostruzioni, l’automa non operava in autonomia, ma sarebbe stato controllato manualmente da un addetto della struttura. Il bambino non avrebbe riportato ferite. La madre ha comunque criticato la gestione dell’accaduto, sostenendo che il personale sarebbe intervenuto con ritardo dopo l’incidente.
Negli ultimi mesi, i robot umanoidi sono sempre più spesso utilizzati non solo in ambito industriale o sperimentale, ma anche come attrazione in eventi pubblici e turistici. Le dimostrazioni puntano a mostrare agilità, coordinazione e capacità di intrattenimento. Tutto questo, rende queste macchine veri e propri strumenti di spettacolo.
Non è raro che le performance includano movimenti ispirati alle arti marziali, coreografie o sequenze di intrattenimento pensate per il pubblico. In un altro episodio diventato virale, un robot umanoide è stato ripreso mentre eseguiva una danza sulle note di “Billie Jean” di Michael Jackson, simulando una vera performance dal vivo.
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Il mercato europeo dell’auto sta cambiando, con le nuove generazioni di automobilisti meno legate ai marchi “storici” dell’automotive e più attratte dalla tecnologia. Già, ma cosa pensano i giovani italiani delle auto cinesi? Secondo uno studio realizzato da Areté – dal quale emerge che l’auto è posseduta dall’83% degli intervistati e utilizzata quotidianamente da più del 50% del campione – i marchi orientali non sono più considerati semplici alternative low cost.
Addirittura, ben 3 giovani su 4, ovvero il 75% dei rispondenti, si dicono pronti ad acquistare una vettura prodotta in Cina, anche se il 23% esprime dubbi sul servizio post-vendita e il 22% sull’affidabilità generale. Per questo bacino di clienti, il fattore di attrazione principale è il mix tra tecnologia e qualità, indicato dal 53% del campione, seguito dai prezzi competitivi per il 43% degli intervistati, all’interno di una soglia economica massima di spesa fissata a 30.000 euro.
Come sottolineato dal Presidente di Areté Massimo Ghenzer, il “gap reputazionale” fra costruttori occidentali e new comers asiatici è quasi azzerato, e ben 8 italiani su 10 considerano oggi i brand cinesi tecnologicamente più avanzati rispetto ai competitor europei e giapponesi. In merito alle motorizzazioni, quasi il 50% dei giovani sceglierebbe un’auto ibrida, il 34% preferirebbe l’elettrico puro e il 20% rimarrebbe fedele alla benzina. Anche l’informazione vive una transizione digitale: prima dell’acquisto il 41% dei giovani consulta siti specializzati, il 18% si rivolge al concessionario fisico e il 17% utilizza i social media.
Se i giovani italiani promuovono il prodotto asiatico, l’Europa continentale mostra una forte resistenza emotiva verso l’intelligenza artificiale (con cui è generata l’immagine di apertura) applicata alla guida autonoma. Questo quadro è delineato da uno studio commissionato da Xpeng e condotto su un campione europeo rappresentativo di 5.107 persone di sei Paesi (Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, Svezia e Polonia), con una base di circa 800 intervistati per ciascuna nazione, affiancato da un gruppo di riferimento di 1.008 persone residenti nelle principali città cinesi. I risultati evidenziano un paradosso: l’82% degli europei dichiara di comprendere l’IA, ma solo il 13% degli europei salirebbe su un’auto a guida completamente autonoma, un dato in netto contrasto con il 70% registrato in Cina. Complessivamente, poi, il 53% dei cittadini europei esprime poca o nessuna fiducia nell’IA applicata alle vetture.
L’indagine mostra che una percentuale compresa tra il 42% e il 53% degli europei accetta le funzioni di assistenza (come il cruise control adattivo e il mantenimento di corsia), ma la serenità crolla quando l’IA sostituisce il guidatore, portando al già citato 53% di sfiducia globale. In sostanza, in Europa gli utenti accettano l’IA solo se aumenta la capacità di giudizio umana e rimane un sistema trasparente e “interrompibile”. Come sottolineato dal Vice Chairman e President di Xpeng, Brian Gu, le sole capacità ingegneristiche non basteranno a guidare l’adozione di massa dell’AI se non saranno accompagnate dalla costruzione della fiducia in questa tecnologia, nonché da comprovate conferme sui benefici in termini di sicurezza e impatto ambientale.
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La sopravvivenza industriale dell’automotive europeo? È anche una questione di geopolitica. La Commissione Europea ha infatti allo studio una tattica che ricorda da vicino i metodi storicamente utilizzati dalla Cina per regolamentare l’ingresso dei costruttori europei nel sistema produttivo a basso costo della Repubblica Popolare. L’obiettivo dell’UE è imporre alle aziende cinesi rigidi vincoli di investimento, partnership incentivate o forzate e, soprattutto, trasferimenti tecnologici all’interno del Vecchio Continente. Esattamente come facevano i cinesi coi car makers europei desiderosi di accedere al sistema industriale e al mercato del gigante asiatico. Un ingresso vincolato alla creazione di joint venture con le aziende locali pensato per assorbire il know how industriale e tecnologico occidentale.
Si tratterebbe di una vera e propria “strategia a specchio”, concepita per riequilibrare i rapporti di forza in vari comparti industriali strategici, a partire dalla cruciale catena del valore dell’auto elettrica, attualmente in tutto e per tutto in mani cinesi. Sostanzialmente, con questa mossa l’Unione Europea tenta di recuperare (per quanto possibile) il terreno perduto in questi anni, sia in termini di tecnologia sia in termini di competitività industriale. Come accennato, per anni le aziende occidentali sono state costrette ad accettare le severe condizioni imposte dal Dragone pur di accedere alla piazza cinese. L’obbligo di siglare alleanze con partner locali ha rappresentato per lungo tempo il fulcro della strategia di crescita della superpotenza asiatica. Attraverso questo meccanismo, Pechino ha potuto assimilare competenze, segreti industriali e modelli produttivi d’avanguardia, per poi capitalizzarli a proprio vantaggio. Oggi Bruxelles punta a ricalcare quella stessa logica per difendere i propri confini produttivi.
La svolta dimostra che la Commissione non intende limitarsi alla sola arma, per certi versi spuntata, dei dazi doganali sulle auto elettriche. Le barriere tariffarie, infatti, rischiano di essere facilmente aggirate dai colossi asiatici localizzando l’assemblaggio finale dei veicoli in Europa. Il target dei legislatori europei diventa quindi molto più profondo: spingere i giganti cinesi a investire in veri e propri stabilimenti produttivi europei, obbligandoli a condividere parte del proprio prezioso know-how sulle batterie e a creare partnership più equilibrate con la filiera locale. In ballo ci sono la sovranità industriale continentale, la tutela dell’occupazione e la salvaguardia della competitività del settore automobilistico continentale.
L’Europa è divenuta infatti sempre più dipendente dal Paese asiatico in ambiti cruciali che vanno dalle batterie per auto alle terre rare, fino a componenti e beni industriali di ogni tipo. Allo stesso tempo, l’avanzata globale di Pechino in diversi settori, a partire dall’automotive, appare ormai difficilmente contenibile. Quindi, se non puoi batterli, alleati con loro.
Fra le economie europee più esposte a questa transizione c’è senza dubbio quella tedesca, fortemente e storicamente dipendente dall’automotive. Berlino ha finora mantenuto un approccio economico e politico prudente con la Cina, col governo tedesco attento a non compromettere i cruciali rapporti commerciali con il Dragone e a evitare possibili ritorsioni, soprattutto sul delicato fronte delle materie prime critiche.
Tuttavia, nel dibattito politico ed economico interno alla Germania stanno emergendo i primi segnali di ripensamento. Infatti, l’industria tedesca attraversa una fase complessa, segnata da un preoccupante calo dell’occupazione e da pressioni competitive crescenti a livello globale, le stesso che impongono un ripensamento delle relazioni commerciali con Pechino.
Le diplomazie del vecchio continente sono già al lavoro e spingono con forza per ridurre la dipendenza da Pechino. Il governo francese ha parlato apertamente di un “rullo compressore cinese” capace di comprimere l’economia europea e azzerare la concorrenza. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e i principali commissari discuteranno i possibili interventi normativi a fine maggio, con l’obiettivo di definire i dettagli tecnici per poi sottoporli ufficialmente ai leader dell’Unione Europea in occasione del cruciale vertice di Bruxelles in programma a giugno.
L’intento dei vertici comunitari è anche quello di favorire una posizione più coesa all’interno dell’Unione, poiché un eventuale e definitivo cambio di passo della Germania potrebbe avere un effetto trainante decisivo sugli altri Stati membri, anche in virtù dei legami esistenti fra le catene di fornitura dei vari Paesi membri.
Resta da capire quale sarà la reazione della controparte: Pechino osserva con crescente irritazione la possibile svolta protezionistica europea. Secondo quanto riferito da agenzie di stampa internazionali, le ipotesi di vincoli strutturali agli investimenti e di trasferimenti tecnologici forzati vengono lette dalla leadership asiatica come una deriva pericolosa, in aperto contrasto con i principi di apertura commerciale e libero scambio che Bruxelles ha sostenuto e promosso nel mondo.
Il governo cinese continua a rivendicare che la propria straordinaria competitività sui mercati globali sia esclusivamente il risultato di investimenti nell’innovazione, efficienza produttiva e grande scala industriale, respingendo categoricamente le accuse occidentali di pratiche scorrette o sussidi illeciti (pur comprovati). Se l’Unione Europea dovesse davvero imboccare questa strada senza fare passi indietro, si aprirebbe inevitabilmente una nuova e complessa fase nei rapporti euro-cinesi, dai risvolti tutti da definire.
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O Congresso Nacional de Medicina Interna juntou 1500 participantes em Lagoa e voltará a realizar-se no concelho na próxima edição.
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Sentir e crescer juntos através da arte é o desafio para uma oficina na Escola de Artes de Lagoa – Mestre Fernando Rodrigues, onde se pretende, através da partilha em grupo, de atividades de expressão plástica, histórias e jogos, ajudar os jovens a reconhecer, compreender e expressar as suas emoções de forma natural e segura.
Será de 13 junho a 29 agosto, em 12 sessões, aos sábados das 10h00 às 11h30, sendo que esta iniciativa surge como um espaço seguro, acolhedor e promotor do bem-estar, facilitando a livre expressão de emoções, sentimentos e opiniões, bem como a exploração do mundo interior e o relacionamento com o Outro.
Desta forma, pretende-se criar condições facilitadoras do desenvolvimento pessoal que envolve o autoconhecimento, a autorregulação emocional, a autoconfiança e as habilidades sociais. Para isso, o projeto vai canalizar e potencializar o efeito terapêutico da arte, aliado a outras técnicas da psicologia, como veículo de expressão.
Os participantes serão convidados a explorar a sua “paleta interior” através da introdução e discussão de temas que englobam a inteligência emocional, a partilha de experiências e a realização de atividades práticas — como desenho, pintura, moldagem, recorte e colagem — relacionadas com temas centrais (por exemplo: conhecer o meu Eu, o medo, a coragem, comunicar com o Outro, entre outros).
As sessões serão estruturadas por tema, mas sofrendo adaptações conforme as características e necessidades do grupo, mantendo sempre a flexibilidade e o espaço para o que os jovens quiserem expor no dia. No final, se as crianças assim o desejarem, será possível expor as suas obras para os pais e para o público geral.
A atividade será inteiramente orientada por Valeria Gore, psicóloga clínica, o que garante um acompanhamento cuidadoso e personalizado a cada participante. A sua experiência permite identificar necessidades emocionais, apoiar a gestão das emoções e promover a confiança, o bem-estar e relações mais positivas com os outros.
A Escola de Artes de Lagoa – Mestre Fernando Rodrigues Num ambiente seguro, acolhedor e respeitador, os jovens poderão desenvolver competências emocionais, cognitivas e motoras importantes para o seu crescimento saudável.
