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Le zone rosse sono un’illusione: dietro la promessa di maggior sicurezza, si nasconde qualcosa di molto diverso

4 June 2026 at 13:01

Le cosiddette Zone Rosse rappresentano una delle più grandi illusioni prodotte oggi in materia di sicurezza. Dietro un’espressione che richiama rigore e spazi interdetti si nasconde qualcosa di molto diverso da ciò che quel termine ha sempre significato. Nel linguaggio tecnico dell’ordine pubblico, la Zona Rossa indica l’applicazione operativa di una previsione di legge avente carattere eccezionale e temporaneo: la protezione dei luoghi che ospitano vertici internazionali o manifestazioni ad alto rischio, attraverso la materiale delimitazione delle aree sottoposte a controllo con varchi e filtraggi per il tempo strettamente necessario e non oltre.

Oggi le nuove zone rosse, così chiamate da direttive ministeriali esplicative del recente decreto sicurezza, indicano altro: porzioni di città da sottoporre a “vigilanza rafforzata”, con possibilità di adottare ordini di allontanamento e Daspo urbani, asseritamente intrapresi per ripristinare la legalità in quel territorio. Non viene spiegato, tuttavia, in che modo o con quali risorse sarebbe assicurato il potenziamento auspicato, atteso che esso verrebbe di norma garantito con risorse già impiegate in altri contesti.

Il problema nasce proprio qui: chiamare con lo stesso nome due strumenti che non hanno quasi nulla in comune, alimentando l’illusione di una sicurezza che esiste più nella comunicazione che nella realtà. Chi ha fatto davvero polizia sulle strade sa bene quanto queste misure incidano poco o nulla sui fenomeni che dichiarano di voler contrastare. Molti avevano creduto che una politica che aveva fatto della sicurezza la propria bandiera avrebbe finalmente affrontato il problema in modo strutturale. Invece, dietro slogan, decreti e annunci, i risultati sono quelli di molta rappresentazione e poca capacità di incidere sulla vita reale delle città.

Degrado e illegalità non si combattono disegnando perimetri simbolici ma governando ciò che accade dentro e intorno, soprattutto nelle periferie, che non possono più essere considerate semplici dormitori da sottoporre solo a cicliche operazioni di polizia ma diventare invece luoghi vissuti, con scuole aperte, impianti sportivi accessibili, centri culturali, occasioni di incontro e socializzazione. Una piazza piena di vita è il primo e più efficace presidio di sicurezza: dove c’è vita arretrano delinquenza e paura.

Perché i territori non si amministrano con gli evidenziatori sulle mappe ma con la presenza dello Stato, che deve dimostrare di essere in grado di rendere effettive le regole che impone. Ciò accade solo se sicurezza e certezza del diritto sono considerate parti dello stesso sistema, tale da garantire una reale presenza delle forze di polizia e processi rapidi per chi delinque, grazie a strutture giudiziarie efficienti e organici adeguati.

È qui che emerge la contraddizione. Nell’opinione pubblica è alimentata l’idea di una svolta securitaria che, invece, esiste soltanto nella sua rappresentazione. E le zone rosse diventano così il simbolo di una fermezza più proclamata che praticata.

Qualche sera fa, in una via del centro della mia città (che potrebbe essere una qualunque città italiana), tra famiglie, ragazzi e locali affollati, era percepibile un inequivocabile odore di hashish. Non in una periferia dimenticata ma nel cuore della stessa, peraltro già dichiarata zona rossa con tanto di roboante comunicazione, senza che fosse visibile una divisa ma solo una diffusa percezione di precarietà.

È da qui che bisognerebbe partire. La sicurezza nasce quando un cittadino vede lo Stato prima di tutto, quando il degrado viene contrastato prima che diventi normalità, quando si vedono strade pulite e frequentate, negozi aperti, parchi curati, illuminazione funzionante, residenti che non hanno timore di vivere il proprio quartiere e forze di polizia che controllano. È lì che si costruiscono legalità e sicurezza attraverso una strategia politica seria e di lungo periodo.

Invece le cronache raccontano la stessa storia in tutta Italia. Zone rosse, degrado e violenza che non arretrano, nuove aree e continue proroghe di quelle esistenti. Nessun vero miglioramento sostanziale: al massimo lo spostamento dei problemi di qualche centinaio di metri. È evidente, allora, che il problema non è la durata della misura ma la sua efficacia. Ecco perché, non solo per me che ho vissuto la sicurezza sul campo per una vita, le zone rosse appaiono solo un inganno: quello che pretende di costruire sicurezza colorando una cartina e sostituendo la realtà con una rappresentazione artefatta.

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Addio a Carola Frediani, una divulgatrice in un mondo di nerd

3 June 2026 at 18:06

È morta a soli 51 anni Carola Frediani, giornalista e divulgatrice informatica, una tra i maggiori esperti di tecnologia digitale e sicurezza informatica in Italia. Le sue condizioni di salute si erano aggravate rapidamente per un male incurabile. Lascia il marito Luca, e il figlio Leone.

La notizia è stata diffusa dal sito e dai social di Guerre di Rete che Carola aveva creato:

Oggi, 3 Giugno 2026, è venuta a mancare all’affetto della sua famiglia e dei suoi amici Carola Frediani.Carola è stata anima e linfa di Guerre di Rete e lascia un vuoto incolmabile in tutti coloro che l’hanno conosciuta in questi anni.

Laureata in Letteratura all’Università di Genova, aveva iniziato la sua carriera come giornalista sui temi del digitale e della tecnologia nell’agenzia giornalistica e multimediale Totem guidata da Franco Carlini, che tra i primi in Italia ha scritto dell’impatto della Rete sulla società. Dopo la morte di Carlini aveva fondato, insieme a Raffaele Mastrolonardo e Nicola Bruno, l’agenzia giornalistica Effecinque che sviluppava formati innovativi per l’informazione digitale. Negli anni ha scritto per molte testate nazionali e internazionali, tra cui Wired, L’Espresso, Agi, Vice, Corriere della Sera, il Secolo XIX, Il Manifesto, Vice e La Stampa.

Nel 2018 ha fondato la newsletter che poi è diventata un vero progetto indipendente intitolato Guerre di Rete, diventato un punto di riferimento per chi segue cybersicurezza, cybercrime, cyberspionaggio, intelligenza artificiale, sorveglianza e politica della Rete. Il progetto ha raccolto una comunità ampia e fedele di lettori, grazie alla capacità di spiegare fenomeni globali con rigore e chiarezza. Con Guerre di Rete, Carola Frediani ha costruito uno spazio giornalistico autonomo, libero dalle logiche più tradizionali delle redazioni e molto attento all’evoluzione geopolitica del digitale. Il progetto ha avuto anche una forte dimensione civile, perché ha sempre collegato tecnologia e diritti. Infatti una parte importante del suo percorso si è svolta anche fuori dal giornalismo dato che ha lavorato nel team di sicurezza globale di Amnesty International e nel dipartimento di sicurezza informatica di Human Rights Watch, due organizzazioni che si occupano di diritti umani a livello internazionale. Queste esperienze hanno rafforzato la sua visione del digitale come questione politica e sociale, non solo tecnica. Per Frediani, sicurezza informatica, sorveglianza e libertà online erano aspetti strettamente legati alla difesa dei diritti delle persone. Dall’inizio del 2024 curava anche la newsletter Digital Conflicts, bisettimanale e in inglese.

Carola Frediani ha scritto diversi libri che hanno aiutato il pubblico a capire meglio i grandi temi del mondo digitale e della sicurezza informatica. Tra i suoi titoli più noti figurano Dentro Anonymous, Deep Web, La Rete oltre Google, Guerre di Rete, #Cybercrime e L’inganno dell’automa. I suoi libri hanno avuto un ruolo importante nella divulgazione, perché hanno portato nel linguaggio comune concetti spesso riservati agli addetti ai lavori. Anche per questo nel corso della sua attività ha ricevuto premi e riconoscimenti, tra cui il Premio giornalistico Arrigo Benedetti e il Premio Galilei per la divulgazione scientifica.

Carola Frediani era entrata nel mondo del giornalismo legato ai temi della tecnologia, del digitale e della cybersicurezza facendosi da subito notare per le sue doti di analisi, di competenza e di obiettività. Era donna in un mondo di nerd quasi sempre uomini e si muoveva con eleganza fra bit, hacker, movimentismi e etica. Era alta, tosta, competente, sorridente, elegante, gentile, aperta, franca, non aveva paura, sapeva sempre di che cosa scriveva, era autorevole, ma lo faceva con il cuore. Spirito libero, amava rendere semplici i problemi complessi della tecnologia e dell’uomo. Dovendo raccontare la tecnologia, la sicurezza e le guerre, si era dovuta trovare a raccontare l’etica e gli interessi dell’economia.

Lascia un grande vuoto dato che la sua influenza e la sua competenza ha portato alla formazione di una nuova attenzione pubblica verso cybercrime, privacy e intelligence digitale e diritti nell’era digitale. L’ultimo saluto a Carola Frediani si terrà venerdì 5 giugno alle 12 al tempio laico di Staglieno.

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La stretta soft di Trump. Ecco l’ordine esecutivo sui modelli IA

3 June 2026 at 11:44

Era atteso, soprattutto dopo gli ultimi modelli rilasciati dalle aziende. E alla fine è arrivato. Donald Trump mette la sua firma sull’ordine esecutivo che regola l’intelligenza artificiale. Anzi la restringe. “Promuovere l’innovazione e la sicurezza dell’IA”: questo il titolo e l’obiettivo del documento. La pubblicazione è stata ancor più complessa del previsto. Ma il rilascio è uno snodo importante per il progresso tecnologico made in Usa.

Con l’ordine esecutivo la Casa Bianca intende anticipare eventuali rischi derivanti dagli strumenti di IA. Alle aziende viene dunque richiesto di collaborare con le agenzie federali per mettere al sicuro le infrastrutture critiche. Il governo potrà visionare quei modelli chiamati “di frontiera” 30 giorni prima che vengano rilasciati sul mercato. Gli strumenti dovranno rispondere a degli standard, pena la loro non conformità. Per mitigare e risolvere eventuali minacce, viene creato un “centro di coordinamento per la sicurezza informatica”. Come si legge nel testo del decreto presidenziale, “le capacità avanzate dell’intelligenza artificiale rendono la nostra nazione più forte, ma introducono anche nuove considerazioni in materia di sicurezza nazionale che richiedono un’azione coordinata tra i vari dipartimenti e agenzie”.

Tutto è però basato sulla disponibilità e sulla volontà delle aziende, per cui non ci sono obblighi ma raccomandazioni. Questo è un aspetto cruciale dell’intera vicenda. Che un ordine esecutivo di questa portata fosse nell’aria era chiaro. Ancor di più dopo il (non) rilascio di Mythos, il modello più potente di Anthropic, tale da poter creare inconsapevolmente dei problemi enormi per la sicurezza nazionale. Si pensava dunque che l’amministrazione repubblicana potesse stringere le maglie, andando contro il proprio approccio laissez-faire adottato fino a oggi. Invece è stato un cambiamento più graduale. Quando Trump ha ricevuto una prima versione sul suo tavolo, l’ha rifiutata perché troppo stringente. La paura era di soffocare il progresso tecnologico americano. Ritardando così di qualche settimana la firma.

L’ordine esecutivo riflette dunque “l’approccio di Trump, che consiste nel collaborare con l’industria per bilanciare innovazione e sicurezza, consolidando il continuo predominio globale degli Stati Uniti nell’intelligenza artificiale e nella sicurezza informatica”, afferma la portavoce della Casa Bianca, Liz Huston. A pressare il presidente è anche l’ala Maga, che gli chiedeva un passo del genere.

A remare contro sono stati soprattutto David Sacks, ex czar dell’intelligenza artificiale, oggi uomo-ponte tra Washington e la Silicon Valley, e Ryan Baasch, vicedirettore del Consiglio economico nazionale. Entrambi hanno spinto per rendere volontarie le nuove misure, togliendo così il vincolo dell’adesione obbligatoria. Anche Scott Bessent, segretario al Tesoro, e Susie Wiles, capo dello staff della Casa Bianca, spingevano per la volontarietà delle aziende. Sacks era preoccupato che troppe regole avrebbero alla fine favorito la Cina e, secondo Axios, è riuscito a ottenere la riduzione a 30 giorni per la pre-implementazione. Anche il capo del Pentagono Pete Hegseth vede Pechino come un pericolo. Ma al contrario di Sacks avrebbe preferito maggiori limiti per i modelli più problematici, perché altrimenti i cinesi potrebbero metterci le mani e avvantaggiarsene.

Per Chris Lehane, Chief Global Affairs di OpenAI, l’ordine esecutivo “rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza nazionale, le infrastrutture critiche e le comunità in tutto il paese. Man mano che i sistemi di IA diventano più capaci, garantire che vengano sviluppati e distribuiti in sicurezza richiederà una stretta collaborazione tra governo e industria. La cybersecurity – aggiunge – può sembrare astratta, ma i bersagli sono spesso profondamente locali e centrali nella vita quotidiana delle persone: ospedali, scuole, servizi pubblici, istituzioni finanziarie, governi locali e i sistemi su cui le comunità fanno affidamento. Ecco perché è così importante che gli strumenti di IA difensiva più capaci finiscano prima nelle mani di difensori di fiducia”.

Se vuoi fare la spia, non studiare intelligence

3 June 2026 at 03:45

«In realtà un corso universitario in intelligence studies è raramente un percorso verso una carriera nell’intelligence». Nigel Inkster, già capo delle operazioni del Secret Intelligence Service (o MI6, il servizio segreto britannico per l’estero), non è il solo a dirlo, ma lo sostiene con una chiarezza che vale la pena prendere sul serio. Perché dietro questa affermazione apparentemente controintuitiva c’è una delle tensioni più interessanti e meno discusse nell’ecosistema della sicurezza nazionale contemporanea: quella tra chi studia l’intelligence e chi la pratica.

Gli intelligence studies esistono come campo accademico riconoscibile almeno dagli anni Ottanta, con un’accelerazione significativa dopo l’11 settembre 2001. La proliferazione di corsi, master, centri di ricerca dedicati è stata rapida e, per certi versi, inevitabile: la domanda pubblica di comprensione del fenomeno era reale, i fallimenti dell’intelligence americana e occidentale avevano reso il settore improvvisamente visibile, l’apertura progressiva degli archivi storici aveva reso possibile una storiografia più solida. Il problema è che questa crescita ha generato una tensione strutturale che il campo non ha mai davvero risolto. Da un lato, gli studiosi hanno costruito un oggetto disciplinare autonomo: il ciclo dell’intelligence, le teorie del fallimento analitico, la governance comparata dei servizi, il diritto dell’intelligence, l’etica della raccolta. Dall’altro, le agenzie hanno continuato a reclutare secondo una logica sostanzialmente diversa, indifferente, quando non apertamente scettica, verso questi strumenti concettuali.

Il risultato è una doppia incomprensione. Gli accademici tendono a sopravvalutare la rilevanza pratica della loro produzione. Le agenzie tendono a sottovalutare il contributo che una cultura dell’intelligence diffusa potrebbe dare alla qualità del dibattito pubblico sul settore. Nel mezzo, una generazione di studenti che si iscrive a corsi con aspettative spesso mal calibrate rispetto a ciò che troverà sul mercato del lavoro.

Il problema epistemico
C’è una ragione più profonda per cui questo gap è difficile da colmare, ed è di natura epistemica. La letteratura accademica sull’intelligence è costruita prevalentemente su fonti declassificate, memorie di ex funzionari, inchieste parlamentari, documenti resi pubblici attraverso strumenti come lo statunitense Freedom of Information Act. È una letteratura inevitabilmente retrospettiva e parziale: racconta ciò che è già accaduto, su cui è già possibile fare luce, e spesso molti anni dopo. Le agenzie, invece, lavorano su informazioni correnti, lacunose, contraddittorie, in contesti operativi dove l’incertezza è la norma e non l’eccezione.

La distanza tra i due regimi di conoscenza è reale e probabilmente insuperabile. Un analista che ha studiato i fallimenti dell’intelligence americana prima dell’invasione irachena del 2003 ha acquisito strumenti cognitivi preziosi per riconoscere le patologie del processo analitico – il groupthink, il mirror imaging, l’eccessiva dipendenza da singole fonti. Ma non ha necessariamente acquisito la competenza sostantiva – linguistica, tecnica, geografica e settoriale – che le agenzie cercano quando assumono.

Quello che le agenzie vogliono, in sostanza, è qualcuno che sappia qualcosa nel senso più pieno del termine: che conosca davvero il Sahel, o i mercati dell’energia, o la crittografia post-quantistica, o il diritto islamico nelle sue varianti regionali. Il «ragionare come un analista» è una capacità che preferiscono formare internamente, su una base di expertise che considerano difficilmente replicabile in aula.

L’avviso italiano: una cartina di tornasole
Nessun documento rende questa logica più trasparente di un avviso di reclutamento. E quello lanciato a febbraio (oggi chiuso) dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (la campagna «Il tuo talento al servizio dell’Italia») è particolarmente eloquente.

L’intelligence italiana cercava profili eterogenei in settori ben definiti: high performance computing, crittografia, gestione di cluster, automazione di processi di scraping, cyber, economia e finanza, terrorismo interno e internazionale, open-source intelligence. I laureati di area umanistica o internazionalistica erano benvenuti, ma a una condizione esplicita: dovevano portare conoscenze concrete dei fenomeni di terrorismo jihadista, radicalismo religioso, criminalità internazionale, immigrazione e traffico di esseri umani, eversione brigatista o anarchica, estremismo e antagonismo.

Gli intelligence studies non compaiono nemmeno come categoria residuale. L’avviso non cerca chi sa cos’è il ciclo dell’intelligence o chi ha letto Sherman Kent, pioniere dei metodi d’analisi dell’intelligence. Cerca chi sa qualcosa che serve adesso, in domini operativi specifici, con competenze verificabili.

Inoltre, guardare soltanto agli analisti rischia di dare un’immagine incompleta delle agenzie. Un moderno servizio di intelligence assomiglia sempre più a una grande organizzazione complessa: oltre a linguisti, esperti regionali e tecnologi, servono psicologi, giuristi, specialisti delle risorse umane, esperti di logistica e professionisti capaci di sostenere il funzionamento quotidiano dell’organizzazione. Molte delle competenze richieste sono le stesse che permettono a qualsiasi grande istituzione di operare efficacemente.

Questo non è un caso italiano. È la norma nei principali sistemi di intelligence occidentali, che reclutano prevalentemente da percorsi generalisti (come giurisprudenza, scienze politiche, lingue, ingegneria, informatica, Stem, psicologia) e formano internamente le competenze specifiche. I programmi universitari con rapporti istituzionali diretti con le agenzie esistono, ma sono eccezioni legate a network specifici, non la regola del settore.

A questo si aggiunge una trasformazione organizzativa più ampia. Le agenzie occidentali dipendono sempre meno dal trasferimento di personale proveniente da difesa, forze armate e polizia e sempre più dal reclutamento diretto di profili civili specializzati. Anche in Italia, soprattutto dopo la riforma del 2007, il comparto ha progressivamente ampliato il ricorso a competenze provenienti dal mondo accademico, professionale e imprenditoriale.

Allora a cosa servono gli intelligence studies?
Sarebbe sbagliato concludere da tutto questo che i corsi universitari in intelligence siano inutili. Producono analisti per il settore privato, giornalisti specializzati, funzionari di polizia con ruoli analitici, consulenti per organizzazioni internazionali, ricercatori ovviamente. È un’utilità reale, con un mercato in espansione, in parte proprio perché la complessità geopolitica aumenta la domanda di competenze interpretative.

Ma c’è una funzione più importante, e meno frequentemente riconosciuta: quella di costruire una cultura della sicurezza. In democrazie che fanno della supervisione parlamentare e del controllo pubblico sull’intelligence un valore costituzionale, la qualità del dibattito su questi temi dipende dalla capacità della società civile di capire di cosa si parla. Magistrati, parlamentari, giornalisti, funzionari pubblici che hanno una comprensione anche solo elementare di come funzionano i servizi, di quali siano i loro limiti strutturali, di come si costruisce una stima analitica, sono un asset democratico non banale.

In questo senso, gli intelligence studies hanno una legittimazione accademica più solida come campo di riflessione sull’intelligence – sulla sua storia, sulla sua governance, sui suoi fallimenti – che come percorso professionale diretto verso le agenzie.

La spia che non ha studiato per diventarlo
C’è un paradosso finale che vale la pena nominare. Le agenzie non possono dire pubblicamente, con precisione, cosa cercano davvero nei candidati – per ragioni ovvie di sicurezza operativa. Questo mantiene strutturalmente aperto il gap tra offerta formativa e domanda istituzionale. I corsi proliferano in parte perché le agenzie non smentiscono mai esplicitamente la percezione che siano un percorso utile.

Nel frattempo, la spia che le agenzie cercano ha studiato fisica, o arabo, o economia dei mercati emergenti, o sicurezza informatica. Forse ha letto qualcosa sull’intelligence, per curiosità o per caso. Ma non ha scelto quel corso pensando che fosse il modo giusto per arrivarci. E probabilmente, proprio per questo, è il profilo che cercano.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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Anche a Londra lo scontro con il Tesoro frena la Difesa, e ci interessa

2 June 2026 at 03:45

Il ritardo del governo britannico guidato da Sir Keir Starmer nel presentare il Defence Investment Plan non è più una questione amministrativa interna a Whitehall, ma un fattore che sta iniziando a produrre effetti sistemici su alleanze, programmi industriali e credibilità strategica del Regno Unito. Le ultime indicazioni, riportate dalla stampa britannica, parlano di una pubblicazione attesa «nelle prossime settimane» e comunque entro il vertice Nato di inizio luglio ad Ankara, in Turchia. Ma il problema non è più solo la tempistica: è la capacità del sistema politico britannico di trasformare la spesa in programmazione militare coerente.

Lo scontro tra ministero della Difesa e Tesoro sulla traiettoria di bilancio – un fatto sempre più frequenti nelle economie in difficoltà, come testimonia anche recentemente l’Italia – sta infatti rallentando la traduzione operativa della Strategic Defence Review. In altre parole, Londra ha un obiettivo politico, ovvero rafforzare la postura Nato e modernizzare le forze armate, ma non ha ancora un quadro finanziario stabile che consenta di contrattualizzare in modo pluriennale i grandi programmi. Il risultato è una forma di sospensione strutturale che impatta direttamente sulle scelte industriali.

Il caso più evidente è il Global Combat Air Programme (Gcap), il progetto che coinvolge Regno Unito, Italia e Giappone per lo sviluppo del caccia di sesta generazione destinato a sostituire l’attuale Eurofighter entro la metà del prossimo decennio. Il programma formalmente procede – con un dimostratore atteso nei prossimi anni e una struttura industriale già definita attorno a BAE Systems per il Regno Unito, Leonardo per l’Italia e Mitsubishi Heavy Industries il Giappone – ma la sua traiettoria dipende in modo critico dalla stabilità dei flussi di finanziamento britannici.

È qui che il ritardo del piano diventa un problema anche per Roma. Il programma non è un semplice progetto di cooperazione industriale, ma una piattaforma strategica di lungo periodo che si regge su tre condizioni: certezza di bilancio, sincronizzazione dei partner e credibilità della tempistica (oggi fissata politicamente al 2035). Se uno dei tre pilastri – in questo caso il finanziamento britannico – oscilla, l’effetto immediato non è il collasso del programma, ma la sua “slittabilità”: ogni fase successiva tende a spostarsi in avanti per evitare rischi finanziari e industriali.

Il punto più delicato è che questa incertezza si inserisce in un contesto già complesso. Il Giappone, come racconta Nikkei Asia, spinge per rispettare rigidamente la scadenza del 2035, motivato da esigenze operative legate al teatro indo-pacifico. L’Italia, dal canto suo, ha interesse a preservare il carattere paritario del programma e a garantire ritorni industriali stabili nel lungo periodo. Il Regno Unito, invece, si trova intrappolato in una dinamica classica: ambizione strategica elevata e vincoli fiscali stringenti, con il Tesoro che tende a diluire gli impegni per mantenere margini di bilancio.

Il piano diventa, dunque una sorta di test di credibilità più che un documento di programmazione. Non è solo importante cosa conterrà, ma quando verrà pubblicato e quanto sarà vincolante. Le pressioni che arrivano anche dall’interno della Nato – con richiami espliciti alla distanza tra impegni finanziari e capacità effettive da parte dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo del comando militare – rafforzano l’idea che il problema non sia la volontà politica di riarmo, ma la sua esecuzione.

Per l’Italia, la conseguenza principale è duplice. Da un lato, il Gcap resta il principale asse di accesso europeo alla sesta generazione, soprattutto in un contesto in cui il programma concorrente franco-tedesco-spagnolo (Fcas) procede tra difficoltà interne. Dall’altro, però, la dipendenza dalla stabilità britannica introduce un elemento di rischio temporale che Roma non controlla direttamente. È un classico problema di programmi multinazionali ad alta intensità tecnologica: la catena è forte quanto il suo anello fiscale più debole.

Il paradosso è che il Gcap, nato anche per ridurre la dipendenza europea e indo-pacifica dagli Stati Uniti, finisce per essere esposto a una vulnerabilità interna europea: la discontinuità dei cicli di bilancio nazionali. Finché il piano britannico non chiarirà risorse, tempi e priorità, il programma resterà formalmente stabile ma sostanzialmente elastico nei tempi. In questo senso, il nodo londinese non è una questione britannica: è un fattore che incide direttamente sulla traiettoria della difesa aerea europea del prossimo mezzo secolo.

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Un Consiglio di sicurezza europeo per risolvere la crisi di governance strategica

2 June 2026 at 03:45

L’idea di un Consiglio di sicurezza europeo è tornata al centro del dibattito europeo con una rapidità che dice molto più della proposta in sé che della sua fattibilità. Non si tratta infatti di un progetto istituzionale definito, ma del sintomo di una domanda più profonda: chi prende oggi le decisioni strategiche sulla sicurezza dell’Europa? Ne ha scritto nei giorni scorsi il Financial Times, citando anche una serie di contributi paralleli che mostrano un consenso raro sulla diagnosi ma anche una forte divergenza sulle cure. Tutti concordano che l’architettura attuale – un triangolo imperfetto tra Unione europea, Nato e formati ad hoc – non è più adeguata. Nessuno, però, concorda su cosa debba sostituirla.

Il punto di partenza è noto: la governance della sicurezza europea è frammentata. L’Unione europea fatica a superare la regola dell’unanimità in politica estera e di difesa; la Nato resta strutturalmente dipendente dalla leadership e dalle capacità degli Stati Uniti; nel mezzo, proliferano coalizioni informali, gruppi di contatto e formati “volenterosi” che suppliscono all’assenza di una cabina di regia stabile. In questo contesto, la domanda attribuita a Henry Kissinger, «Chi chiamo se voglio parlare con l’Europa?», continua a non avere una risposta convincente. La figura dell’Alto rappresentante, oggi Kaja Kallas, non dispone del peso politico necessario per fungere da vero centro decisionale. E i leader nazionali, pur decisivi, agiscono in modo disallineato e spesso reattivo.

L’invasione russa dell’Ucraina ha accelerato una trasformazione già in corso. Non solo ha riportato la guerra convenzionale nel continente, ma ha anche reso evidente che l’Europa non può più contare su un automatismo transatlantico. La crescente attenzione strategica degli Stati Uniti verso l’Indo-Pacifico e la possibilità di future frizioni politiche con Washington hanno incrinato l’assunto fondamentale dell’ordine post-Guerra fredda. Parallelamente, l’Ucraina è diventata un attore centrale della sicurezza europea, non soltanto un paese candidato all’adesione. Le analisi convergono nel riconoscere che Kyjiv, con la sua esperienza militare e la sua capacità di innovazione bellica, è ormai parte integrante dell’ecosistema di difesa europeo. Non a caso, molte proposte includono la sua partecipazione a un futuro Consiglio di sicurezza europeo come elemento strutturale e non opzionale.

Le proposte oggi sul tavolo non sono uniformi. Al contrario, delineano cinque approcci distinti alla stessa domanda: come creare un livello efficace di leadership strategica europea?

Luigi Scazzieri dell’European Union Institute for Security Studies, think tank dell’Unione europea, immagina il Consiglio come un meccanismo di coordinamento intermedio tra Unione europea e Nato. Un forum strutturato per accelerare la traduzione dell’analisi strategica in decisioni operative. La sua è una visione funzionale, attenta a evitare duplicazioni istituzionali ma consapevole della necessità di superare i limiti procedurali dell’Unione.

Il professor Richard Whitman dell’Università del Kent, nel Regno Unito, invece, insiste sul problema politico di fondo: non esiste oggi uno spazio unico in cui gli Stati europei discutano in modo coerente la propria architettura di sicurezza. Il Consiglio di sicurezza europeo, in questa lettura, non è tanto una soluzione quanto una risposta alla dispersione del dibattito strategico.

Sergey Lagodinsky della Heinrich-Böll-Stiftung, fondazione politica tedesca affiliata ai Verdi, adotta una postura più radicale. La sua critica si concentra sull’inadeguatezza del metodo europeo basato sul consenso e sulla lentezza procedurale. In un contesto di minacce immediate, sostiene, l’Europa deve accettare forme decisionali più ristrette e più rapide, anche a costo di ridurre l’inclusività del processo.

Ionela Ciolan del Martens Centre, dal canto suo, interpreta il Consiglio come uno strumento di autonomia strategica europea. Il punto non è solo migliorare il coordinamento, ma ridurre la dipendenza strutturale dagli Stati Uniti. In questa visione, il Consiglio di sicurezza europeo diventa un passo verso una vera soggettività geopolitica dell’Europa.

Infine, le proposte di Andrius Kubilius, commissario europeo per la Difesa, e di Michel Barnier, ex primo ministro francese e commissario europeo, convergono su un modello più intergovernativo e selettivo, che includa non solo gli Stati membri dell’UE ma anche Regno Unito, Norvegia e Ucraina. Un formato più flessibile, pensato per riflettere la realtà della sicurezza europea oltre i confini istituzionali dell’Unione.

Dietro queste differenze si nasconde un dilemma strutturale che l’Europa non ha ancora risolto: la tensione tra inclusività e capacità decisionale. Un Consiglio di sicurezza europeo realmente efficace richiederebbe probabilmente un nucleo ristretto di attori in grado di condividere una valutazione comune delle minacce e di agire rapidamente. Ma questo implicherebbe inevitabilmente la creazione di gerarchie tra Stati membri, con conseguenze politiche difficili da accettare per molti governi. Al contrario, un modello pienamente inclusivo rischierebbe di replicare le inefficienze già visibili nelle istituzioni esistenti.

In realtà, più che di una proposta nuova, si tratta della formalizzazione di una tendenza già in corso. La sicurezza europea si sta già strutturando attraverso formati variabili, coalizioni temporanee e coordinamenti ristretti tra grandi potenze europee. Il Consiglio di sicurezza europeo, in questo senso, non creerebbe un nuovo sistema, ma renderebbe esplicito quello emergente. Il rischio, però, è evidente: senza una chiara definizione istituzionale, il risultato potrebbe essere l’ennesimo strato aggiuntivo in un sistema già complesso, senza risolvere il problema di fondo della frammentazione.

Il dibattito in corso segnala meno la nascita di una nuova istituzione e più la crisi irreversibile dell’equilibrio precedente. L’Europa si trova in una fase di transizione in cui le vecchie strutture non garantiscono più efficacia, mentre le nuove non sono ancora formalizzate. In questo spazio intermedio, il Consiglio di sicurezza europeo funziona soprattutto come contenitore concettuale: un modo per dare un nome alla necessità crescente di leadership strategica. Ma la domanda decisiva rimane aperta. Non è se l’Europa avrà un Consiglio di sicurezza. È chi, in Europa, sarà disposto ad accettare che la sicurezza non possa più essere gestita come un’architettura pienamente orizzontale.

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