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Kering fa marcia indietro sui licenziamenti Alexander McQueen: accordo raggiunto al Ministero dopo lo sciopero del 20 maggio. I sindacati: “Merito della determinazione dei lavoratori”

8 June 2026 at 14:18

Il colosso del lusso Kering ha ritirato il piano di licenziamenti unilaterali per i siti produttivi italiani del marchio Alexander McQueen, piegandosi alla pressione sindacale. L’intesa è stata raggiunta il 4 giugno al Ministero del Lavoro tra le segreterie nazionali di Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil e l’azienda ha ribaltato l’impostazione iniziale della società. Il blocco degli esuberi forzati segue il maxi sciopero del 20 maggio scorso a Scandicci, dove quasi mille lavoratori erano scesi in piazza per contestare il piano di riorganizzazione presentato dal Ceo Luca de Meo.

I termini dell’accordo: stop ai licenziamenti e incentivi

L’accordo, votato e approvato all’unanimità dai lavoratori di McQueen in assemblea, ridefinisce le modalità di gestione dell’eccedenza di personale. Il documento stabilisce tre punti formali:

  • Non vi saranno licenziamenti unilaterali da parte dell’azienda.
  • Le eventuali uscite potranno avvenire esclusivamente sulla base della non opposizione al licenziamento e saranno incentivate economicamente.
  • Le scadenze dell’intera procedura di licenziamento vengono rinviate fino a settembre.

Durante le trattative, il numero totale degli esuberi è sceso da 54 a 35, un calo dovuto anche a dimissioni e ricollocazioni già avvenute in itinere. A livello economico, i lavoratori che sceglieranno di aderire all’uscita volontaria entro la prima metà del mese riceveranno un incentivo pari a 20 mensilità (12 mensilità più altre 8). Per le adesioni formalizzate nella seconda metà del mese, gli incentivi decresceranno in base alle tempistiche delle dimissioni.

Le dichiarazioni dei sindacati: “Risultato non scontato”

Le organizzazioni sindacali hanno rivendicato in modo netto l’efficacia della mobilitazione di maggio. In una nota congiunta, le sigle hanno dichiarato: “Grazie alla determinazione delle lavoratrici e dei lavoratori e all’iniziativa sindacale di mobilitazione, che ha visto coinvolto l’intero Gruppo nella giornata del 20 maggio, è stato possibile modificare in modo significativo l’impostazione iniziale dell’azienda, che prevedeva una gestione unilaterale degli esuberi”. I rappresentanti dei lavoratori hanno definito l’intesa “un risultato non scontato che ferma l’impatto immediato dei licenziamenti e restituisce al negoziato un ruolo centrale”.

Il nodo degli ammortizzatori sociali e il piano Reconkering

Nonostante l’accordo, le parti sociali mantengono una riserva specifica sull’assenza degli ammortizzatori sociali, strumento definito come “un grande assente” all’interno dell’intesa. Su questo tema, Filctem, Femca e Uiltec hanno formalizzato la loro linea: “La gestione degli esuberi deve avvenire attraverso strumenti collettivi e non traumatici, a partire proprio dagli ammortizzatori sociali, evitando soluzioni che scarichino sui singoli lavoratori il costo della riorganizzazione”. Le sigle sindacali hanno confermato che, da qui a settembre, monitoreranno attentamente l’andamento delle uscite incentivate e lavoreranno per costruire “le condizioni per una applicazione del piano Reconkering condivisa”.

Il polo di Novara e l’impegno della Regione Piemonte

L’impatto maggiore della vertenza occupazionale si concentra sul sito di Novara, polo produttivo dedicato alla prototipazione di linee di abbigliamento, dove gli esuberi iniziali previsti ammontavano a 38 su un totale di 54. Con il nuovo accordo siglato, le potenziali uscite nella struttura piemontese si fermano a quota 25. Cristian Bertuletti, esponente di Filctem Cgil Novara, ha difeso i lavoratori locali sottolineando che “sono eccellenze e patrimonio della città”, annunciando la volontà di coinvolgere le istituzioni del territorio per favorirne la ricollocazione. I sindacalisti hanno inoltre precisato che terranno sotto stretta osservazione le decisioni del nuovo amministratore delegato di McQueen, Gianfranco D’Attis, subentrato a Luca de Meo: “Monitoreremo i movimenti dell’azienda”. Sulla vertenza è intervenuta anche la Regione Piemonte a livello istituzionale. Il governatore Alberto Cirio, insieme agli assessori Daniela Cameroni e Maurizio Marrone, ha garantito supporto pubblico dichiarando che “la Regione non lascerà soli i lavoratori” e confermando la messa a disposizione dei centri per l’impiego e degli strumenti di politica attiva del lavoro.

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L’arte nascosta nei giardini segreti di Venezia: da Flora Fantastica al Redentore, il filo verde della Biennale 2026

5 June 2026 at 14:23

A Venezia esistono giardini che non si offrono subito allo sguardo. Bisogna arrivarci per sottrazione: lasciarsi alle spalle il passo compatto di Piazza San Marco, il rumore dei trolley, la corrente dei visitatori che si sposta da una riva all’altra, e poi entrare in una zona più quieta, dove il verde appare quasi per scarto, come se la città lo avesse custodito per sé. I Giardini Reali sono così: un cuore verde a pochi metri dal bacino di San Marco, nascosto e centrale insieme, abbastanza vicino alla piazza più fotografata del mondo da sembrarne un controcampo segreto. La serra ottocentesca che oggi ospita Flora Fantastica, la mostra promossa da Swatch per celebrare l’anniversario dello Swatch Art Peace Hotel di Shanghai, sembra il luogo giusto per cominciare un itinerario veneziano diverso, costruito non sulla fretta di vedere tutto, ma su un filo più sottile: l’arte quando incontra i giardini, le serre, gli orti murati, gli spazi verdi sottratti per qualche ora alla pressione della città.

La 61ma Esposizione Internazionale d’Arte, intitolata In Minor Keys, si svolge dal 9 maggio al 22 novembre 2026 e accende la città con una costellazione di mostre, fondazioni e palazzi aperti che funzionano come una sorta di Fuori Biennale. Basta dare uno sguardo ai numeri per avere un’idea della portata dell’evento: la Fondazione prevede un risultato positivo di 4,985 milioni di euro e ricavi da biglietteria, editoria, servizi di ristorazione, sponsorizzazioni ed erogazioni liberali per 36,364 milioni di euro; dentro questa voce, le sole sponsorizzazioni e donazioni private sono stimate in 7,920 milioni, mentre gli altri ricavi legati anche a eventi collaterali, ospitalità, utilizzo di spazi e aree ammontano a 7,279 milioni. Sono numeri che spiegano perché, nei mesi della Biennale, Venezia cambi scala: l’effetto non si misura solo nei biglietti staccati ai Giardini e all’Arsenale, ma negli alberghi, nei ristoranti, nei trasporti, nelle fondazioni private, nelle gallerie, nei palazzi aperti per mostre temporanee e in quel fitto “Fuori Biennale” che trasforma l’intera città in una piattaforma culturale diffusa. Di fronte a questa mappa sterminata, la “fomo” – la paura di perdersi qualcosa – colpisce anche l’arte. Ma l’urgenza è immotivata: le esposizioni durano mesi. La scelta migliore è rinunciare all’ansia del programma totale, individuare un filo conduttore e seguirlo per due giorni, magari lontano dai ponti festivi e dai weekend più affollati. Noi abbiamo scelto il verde.

Dai platani di Shanghai all’orchidea barocca: l’arte mutevole nella serra ottocentesca

La prima tappa ci porta a due passi da Piazza San Marco, ai Giardini Reali. Qui, all’interno della storica serra ottocentesca, va in scena Flora Fantastica, progetto a ingresso gratuito promosso da Swatch per celebrare i quindici anni dello Swatch Art Peace Hotel di Shanghai. Il verde del parco filtra dalle ampie vetrate, l’umidità lagunare altera i riflessi dei materiali e la luce naturale trasforma l’esposizione in un organismo vivo. I cinque artisti invitati, tutti ex residenti dell’hub creativo cinese, utilizzano linguaggi distanti per esplorare la natura come archivio di identità e memoria, senza mai forzare lo spazio che li ospita. Il confine tra dentro e fuori, tra opera e ambiente, resta volutamente instabile: una corteccia fotografata a Shanghai dialoga con gli alberi veneziani, un arancio ricamato riporta al Mediterraneo, una creatura subacquea digitale sembra rispondere alla laguna.

I lavori chiedono uno sguardo lento. L’italiana Stefania Orrù dialoga con la matericità del luogo: usa calce, sabbia e pigmenti naturali su iuta per evocare le ombre dei giardini urbani di Shanghai. “Non c’è una figura che voglio descrivere, ma semmai una vibrazione che voglio far provare”, spiega davanti a tele che paiono superfici erose dal tempo, dalle quali l’immagine sembra emergere anziché essere dipinta. La fotografa cinese Hammer Chen porta dentro la serra le cicatrici della memoria urbana: i frammenti di platani fotografati a Shanghai vengono ricomposti in strutture monumentali su rame e tessuto, trasformando la natura cittadina in una texture metallica e anatomica. Il turco Mustafa Boğa impone uno spazio ancora più intimo. La sua serie Orange Tree intreccia i ricordi d’infanzia del sud della Turchia: quelli che da lontano sembrano dipinti a olio o vecchie stampe, da vicino si rivelano fittissimi ricami realizzati a mano, capaci di trattenere il respiro del tempo. Il ritmo si spezza con l’argentina Elisa Insua, che trasforma i rifiuti e l’accumulo in una gigantesca scultura floreale barocca: un’orchidea composta da bijoux e materiali di recupero scovati nei mercatini, dove ciò che era nato come decorazione effimera si fa struttura monumentale. Chiude l’esposizione la canadese-cinese Catherine Chun Hua Dong con un’installazione in realtà virtuale che reinterpreta il mito di Mulan in un paesaggio sottomarino dai colori intensi, dimostrando come il corpo e l’identità continuino a trasformarsi proprio come il paesaggio naturale. Cinque linguaggi diversi che, nello spazio dei Giardini Reali, non vengono ricondotti a un’unica estetica ma a una stessa domanda: cosa resta della natura quando passa attraverso la memoria, la città, il consumo, la tecnologia, l’identità personale?

È una rivoluzione gentile, quella cercata dal marchio svizzero: “Abbiamo creato qualcosa di speciale all’interno di un luogo magico“, racconta Carlo Giordanetti, Ceo dello Swatch Art Peace Hotel. “Avevamo dato un tema d’ispirazione naturale e ci siamo accorti che, in modo spontaneo, i lavori di molti artisti della residenza si stavano avvicinando a quell’idea. La natura ci piace perché ha un numero di suggestioni quasi infinito”. Il focus, precisa Giordanetti, è totalmente slegato dal prodotto commerciale: “Per noi è importante che l’artista capisca che non viene alla residenza per lavorare su degli orologi, ma per lavorare su se stesso, per la propria carriera, per esprimere al meglio il proprio linguaggio. Il nostro è un inno alla libertà artistica. Ci piace sovvertire le regole, portare avanti questo progetto con i giovani artisti per cercare di dare loro lo spazio che si meritano e offrire una visibilità che altrimenti farebbero più fatica ad avere”.

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Giardini Reali in Venedig im Sommer

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a green arch made of trees in front of the entrance to the house in the Giardini Reali of Venice

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Elisa Insua @ Credit Jake Homovich

Il segreto della Giudecca: l’orto del Palladio svelato al pubblico dopo cinque secoli

Attraversando il bacino di San Marco si approda alla Giudecca, dove si svela un segreto custodito per cinque secoli. Dietro l’imponente facciata palladiana della chiesa del Santissimo Redentore, si apre l’antico Orto Giardino del convento dei frati minori cappuccini. Devastato dall’“acqua granda” del 2019, questo spazio è stato restituito alla città grazie a un meticoloso restauro filologico curato dalla Venice Gardens Foundation con il maestro paesaggista Paolo Pejrone. Camminare oggi sotto i 400 metri del pergolato in castagno, avvolti da rose e glicini, circondati da oltre 2.500 ulivi, cipressi e piante officinali, è un’esperienza estraniante.

“Restaurare un giardino, per noi, significa restituire un luogo alla comunità urbana: uno spazio di incontro, riflessione, meditazione“, sottolinea Adele Re Rebaudengo, presidente della Fondazione. “C’è poi un altro significato, forse il più profondo: il giardino come spazio di armonia tra corpo e anima. In linea con l’antica concezione monastica, per cui l’orto-giardino era un’anticipazione del paradiso, questo luogo induce a un senso di pace interiore. Non genera solo benessere fisico, ma diventa una cura per l’anima”.

In questa cornice si inserisce la mostra Orizzonte. Un giardino a Venezia (aperta fino a ottobre). Ospitata nelle Antiche Officine restaurate, l’esposizione porta la firma della fotografa e regista Sarah Moon. Invitata a trascorrere un periodo di isolamento tra queste mura, Moon ha realizzato un film di quattro minuti accompagnato dalle note di Arvo Pärt, affiancato da una selezione di fotografie che catturano ombre e silenzi. “Entrare in questo luogo significa varcare una soglia, fare un passo all’interno delle profondità del mondo, in un tempo sospeso fuori dal tempo, in un silenzio che non avevo mai sentito prima”, ha confessato l’artista. E Re Rebaudengo chiosa: “La sua arte e l’impegno della Fondazione convergono qui nel proposito di sentire la natura, concorrendo alla sua preservazione”.

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Il giardino segreto a Dorsoduro: l’arte contemporanea sbarca a Casa Sanlorenzo

Il nostro itinerario si conclude nel sestiere di Dorsoduro, a pochi passi da Punta della Dogana, dove l’estetica nautica ha inaugurato il suo nuovo presidio culturale. Casa Sanlorenzo è un polo espositivo di mille metri quadrati ricavato da un edificio degli anni Quaranta abbandonato da tempo. A renderlo unico nel fitto tessuto urbano veneziano è il suo giardino privato di 600 metri quadrati, che si affaccia direttamente sulle maestose cupole della Basilica di Santa Maria della Salute.

Il restauro, firmato dall’architetto Piero Lissoni, rifugge la nostalgia passatista: opta per una crasi tra il recupero delle facciate in mattoni e un minimalismo rigoroso negli interni, con geometrie in vetro e metallo che rimandano alla lezione del maestro veneziano Carlo Scarpa. A sancire questa unione è il nuovo ponte pedonale, con finiture in pietra d’Istria e un corrimano in legno che richiama un remo. Un manufatto che Lissoni definisce “non semplicemente una macchina per trasportare persone, ma un ponte culturale, ideale”. Lo spazio è un incubatore che affianca la collezione permanente del marchio alle mostre contemporanee. Un luogo dove l’industria si spoglia del concetto di lusso per abbracciare l’impegno civico e intellettuale, trovando nel suo giardino antistante la Salute il rifugio perfetto per concludere il viaggio. Gli spazi ospitano fino al 28 giugno 2026 la mostra WAVES, curata da Sergio Risaliti e Cristiano Seganfreddo, un percorso multisensoriale che fonde le opere di artisti come Lucio Fontana, Alexander Calder e Tony Cragg con i paesaggi olfattivi di Xerjoff e quelli sonori di Glauk, declinando il tema dell’onda come metafora di energia e trasformazione per la città d’acqua.

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Thun conquista la Gen Z: perché angioletti, presepi e statuette da credenza sono tornati di moda su TikTok

4 June 2026 at 15:14

Chiudete gli occhi e tornate con la mente ai primi anni Duemila. Visualizzate la pesante credenza in legno massello nel salotto della nonna, le vetrinette “da non toccare” oppure le mensole di quella zia che passava i fine settimana a spolverare la sua collezione infinita. Lì, fieri e inamovibili, troneggiavano gli angioletti dalle guance paffute e dai toni caldi della terra, ma anche animaletti serafici, sposini, campanelle, tazze decorate, statuette da battesimo, da comunione, da Natale, da anniversario. Erano il feticcio assoluto della massaia italiana, il Santo Graal del collezionismo casalingo in cui il presepe in ceramica, pezzo dopo pezzo, assumeva le dimensioni di un plastico urbanistico. Thun è stato il grande lessico della casa italiana: amatissimo, accumulato, regalato, esposto con orgoglio e poi, per una certa stagione, liquidato come troppo tenero, troppo decorativo, troppo “massaia con la passione per le bomboniere”. Oggi, aprite TikTok. Quegli stessi angioletti sono diventati l’oggetto del desiderio dei ventenni.

Ebbene sì: contro ogni pronostico, sono tornati, rivelandosi più di tendenza che mai. Sui social queste celebri ceramiche hanno ripreso a circolare senza sosta, alimentando video nostalgia e unboxing, scatenando frenetiche cacce all’edizione limitata che rimbalzano tra ricordi d’infanzia e piattaforme di reselling come Vinted ed eBay. Non si tratta di un banale revival nostalgico, ma di un vero e proprio fenomeno generazionale capace di spiazzare anche gli esperti di marketing. In un’epoca in cui le nuove tendenze celebrano estetiche come il coquette o il cottagecore — innalzando la casa a rifugio e archivio emotivo — Thun ha innescato il cortocircuito perfetto: quello che fino a ieri veniva talvolta liquidato come “kitsch familiare” è stato oggi sdoganato, elevandosi a simbolo, memoria condivisa e micro-lusso sentimentale. Per capire meglio la portata e la genesi di questo fenomeno, abbiamo interpellato Simon Thun, Ceo di Thun S.p.A., che preferisce parlare di una “nuova consapevolezza” piuttosto che di un semplice ritorno di fiamma. “Abbiamo osservato un cambiamento culturale profondo: oggi le persone, specialmente i più giovani, cercano autenticità e simboli di appartenenza”. La chiave del successo? Aver tradotto un lessico storico e radicato nel passato in una grammatica spiccatamente contemporanea. Insomma, l’azienda non sta diventando interessante per i giovani nonostante la sua storia, ma proprio grazie alla sua storia. In un mercato saturo di prodotti seriali pensati per essere virali, i piccoli angeli decorati a mano sembrano arrivare da un altro tempo. Per i Millennials significano infanzia e domeniche in famiglia; per la Gen Z, che spesso li scopre attraverso lo schermo, sono oggetti già carichi di racconto, facilmente riconoscibili e familiari.

La febbre dei “drop” e i server presi d’assalto

Per inquadrare la portata del fenomeno, bastano i numeri. L’Angelo del Centenario ha generato dinamiche di vendita paragonabili a quelle delle sneaker in edizione limitatissima o di certe collaborazioni come l’ultima tra Swatch e Audemars Piguet. Creato per celebrare i cento anni dalla nascita della fondatrice Lene Thun, è stato prodotto in 3.499 esemplari, che sono andati esauriti in appena 30 minuti online e nel giro di poche ore all’interno degli store fisici. “L’Angelo del Centenario è nato come una creazione speciale per celebrare i cento anni dalla nascita di mia nonna, Lene Thun. Sapevamo che sarebbe stato amato, ma la risposta ci ha sorpresi”, ammette Simon Thun. “Vedere questo entusiasmo ci ha emozionato perché conferma quanto Thun continui a vivere nel cuore delle persone, attraversando generazioni e geografie diverse”.

Un simile livello di hype ha inevitabilmente attivato il mercato secondario: le ceramiche sono approdate a tempo di record su piattaforme di reselling come Vinted ed eBay a prezzi fortemente maggiorati. Una deriva che il Ceo analizza con lucidità: “Quando un oggetto è numerato e carico di significato, il mercato secondario è una conseguenza quasi fisiologica. Tuttavia, la nostra missione non è alimentare la speculazione, ma creare oggetti che entrino nelle case per restarci. Il vero valore di un pezzo Thun è nella storia che rappresenta per chi lo possiede, non nel suo prezzo di rivendita”. Il collezionismo della casa di Bolzano nasce infatti decenni prima dell’hype culture contemporanea e delle file digitali per accaparrarsi blind box e pupazzi Labubu. Le esclusive del Thun Club esistevano già in un’epoca pre-social: “Certamente osserviamo con interesse i nuovi modelli di consumo globale”, spiega il Ceo, “ma la nostra è una scarsità autentica, legata ai tempi della decorazione a mano e alla celebrazione di ricorrenze uniche. Non imitiamo le mode del momento, ma evolviamo i nostri strumenti per dialogare con una sensibilità contemporanea che apprezza l’esclusività”. Al vecchio collezionismo puramente affettivo si affianca oggi la ricerca del pezzo limitato da mostrare: “L’esclusività può accendere la curiosità iniziale, ma è l’emozione a garantire la durata. La dimensione affettiva resta però il nostro pilastro irrinunciabile”.

L’algoritmo di TikTok e il peso della community

Ed è così che arriviamo al punto, ovvero a come l’identikit dell’acquirente tipo si stia frammentando e ringiovanendo: “Stiamo assistendo a un abbassamento costante dell’età media, spinto soprattutto dal digitale“, conferma Simon Thun. “Se il Thun Club rimane il cuore pulsante e fedele, i nuovi acquirenti hanno spesso tra i 25 e i 35 anni. Più che l’età anagrafica, però, è interessante la trasversalità emotiva: oggi Thun viene acquistato sia per celebrare una tradizione familiare, sia come creazione di design iconica da mostrare sui social”. In questo scenario, TikTok ha funzionato da innesco perfetto. “TikTok è stato un amplificatore straordinario di un fenomeno spontaneo”, osserva il manager. “Ci ha colpito vedere giovani content creator raccontare le nostre creazioni attraverso i loro ricordi d’infanzia o nuovi rituali quotidiani. In un certo senso, ha fatto in modo digitale quello che mia nonna Lene faceva leggendo le lettere dei clienti: ha reso visibile un capitale emotivo che esisteva già. Le piattaforme non hanno creato l’interesse, lo hanno reso virale e partecipativo”.

Tuttavia, il motore economico del brand resta solidamente ancorato alla fedeltà a lungo termine, come il programma Thun Lovers che vanta 1,5 milioni di iscritti. “La nostra community è il motore dell’azienda. Più che il dato economico, per noi conta la qualità del dialogo: i Thun Lovers non sono semplici clienti, ma ambasciatori che ci aiutano a co-creare il futuro del brand“. Un capitale umano che si riflette sui bilanci: “Confermo che la componente fidelizzata incide in modo molto rilevante, con punte che raggiungono il 70%. Questo dimostra che Thun non vive di acquisti impulsivi o occasionali, ma di una relazione continua e di una fiducia costruita nel tempo”.

Le conversazioni nascono spesso nei gruppi Facebook, descritti dal Ceo come “veri e propri salotti digitali. C’è chi cerca il pezzo mancante, certo, ma la maggior parte delle interazioni riguarda storie personali: un dono ricevuto in un momento difficile, la gioia di un nuovo arrivo in famiglia”. Ma, mentre gran parte del mercato tenta di trasformare i follower in una comunità, l’azienda percorre la strada inversa: possedeva già una comunità reale, e i social l’hanno resa visibile. “A Caserta ci hanno raggiunto 5.000 amici, a Bari lo stesso. In un mondo che corre verso il virtuale, ritrovarsi fisicamente attorno a valori semplici ma profondi è la nostra vera forza”. Il baricentro di questo universo resta il Thuniversum di Bolzano, definito “il luogo dove gli Angeli imparano a volare. Ogni anno accogliamo oltre 60.000 visitatori, un’esperienza immersiva dove si può toccare con mano la nostra storia”.

Dalle uova di Pasqua a Frida Kahlo: la potenza dell’imperfezione

Dietro ogni disegno c’è ancora l’impronta di Lene Thun, affettuosamente chiamata “Omi Lene”. “Mia nonna è la nostra bussola”, racconta il nipote. “Non è solo la fondatrice; la sua visione della vita — gioiosa, attenta agli altri e capace di vedere il magico nel quotidiano — ispira ogni nostro nuovo disegno”. Soprannominata la “Contessa degli Angeli”, ha regalato a queste figure una forma rassicurante e laica: “L’Angelo è un simbolo universale che supera i confini della religione per diventare un segno di protezione e vicinanza”. Per preservare questa magia, l’azienda bandisce il lessico della produzione seriale: “Prodotto è un termine industriale, Creazione richiama il tocco umano“, puntualizza Simon Thun. “La decorazione a mano rende ogni pezzo unico: quella piccola imperfezione o sfumatura è la firma dell’artigiano e la garanzia che quell’oggetto ha un’anima”. Ed è proprio questa identità forte a permettere al marchio di giocare con icone pop senza snaturarsi. Dai progetti speciali dedicati a Frida Kahlo o ai Minions, fino alla dirompente collaborazione pasquale, che ha spinto i consumatori a pesare letteralmente le uova di cioccolato tra le corsie dei supermercati pur di accaparrarsi la sorpresa in ceramica. Una “caccia al tesoro” che ha stupito la stessa azienda: “Ci ha divertito e lusingato! Quando le persone si impegnano così tanto per trovare una tua creazione, significa che hai creato qualcosa di veramente desiderabile”.

Il futuro del brand è quindi tracciato, e guarda ben oltre l’entusiasmo passeggero dei social: “L’obiettivo è trasformare questo revival in un legame duraturo“, conclude il Ceo. “Non vogliamo inseguire la fiammata del momento, ma consolidare una comunità che si riconosce in valori di autenticità e gentilezza. Il Centenario è stato un nuovo inizio: continueremo a evolvere, parlando a nuove generazioni con la stessa passione con cui mia nonna modellò il suo primo angelo”.

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