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Stati Uniti e Iran tornano a colpirsi nel Golfo Persico

10 June 2026 at 05:59

Nella notte tra martedì e mercoledì Stati Uniti e Iran sono tornati a colpirsi direttamente, dopo che Donald Trump aveva accusato Teheran di aver abbattuto un elicottero militare americano nello Stretto di Hormuz. Le forze armate statunitensi hanno lanciato una serie di attacchi contro installazioni militari iraniane lungo la costa del Golfo Persico. Il Comando Centrale americano (Centcom) ha detto che jet dell’aeronautica e della marina hanno colpito sistemi di difesa aerea, radar di sorveglianza e centri di controllo situati nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz, definendo l’operazione una «risposta proporzionata a un’aggressione iraniana ingiustificata». Le esplosioni sono state segnalate in diverse località della provincia iraniana di Hormozgan, tra cui Sirik, Minab e l’isola di Qeshm. La televisione di Stato iraniana ha confermato l’attivazione delle difese aeree lungo la costa del Golfo.

Poche ore dopo è arrivata la risposta di Teheran. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato di aver lanciato attacchi con droni contro la Quinta Flotta americana in Bahrein e contro numerose basi statunitensi nella regione. Secondo le autorità iraniane sarebbero stati colpiti ventuno obiettivi militari. Washington fornisce però una versione molto diversa: un funzionario americano citato dal New York Times ha detto che quasi tutti i missili e i droni iraniani sono stati intercettati e che, al momento, non risultano né vittime né danni significativi alle installazioni statunitensi.

L’escalation arriva dopo l’incidente che ha coinvolto un elicottero Apache americano precipitato lunedì nelle acque vicine allo Stretto di Hormuz. Martedì infatti Trump aveva sostenuto che il velivolo fosse stato abbattuto dall’Iran, scrivendo su Truth Social che «gli Stati Uniti devono necessariamente rispondere a questo attacco». Secondo un funzionario statunitense citato dal New York Times, l’Apache sarebbe stato colpito da un drone iraniano. Teheran continua tuttavia a negare qualsiasi coinvolgimento e la televisione pubblica iraniana ha sostenuto che nelle ventiquattro ore precedenti non fosse stata condotta alcuna operazione militare nell’area.

Lo scambio di attacchi rappresenta il momento più grave dalla firma del cessate il fuoco di aprile. Nelle ultime settimane Washington e Teheran avevano già alternato minacce, raid limitati e aperture diplomatiche, ma senza arrivare a un confronto diretto di questa portata. Eppure, fino a poche ore prima dei bombardamenti, Trump continuava a sostenere che un accordo fosse vicino. Il presidente americano aveva ripetuto più volte che Stati Uniti e Iran erano prossimi a un’intesa definitiva sul programma nucleare iraniano e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio mondiale di petrolio e gas.

L’ultima escalation rischia ora di allontanare ulteriormente quella prospettiva e di riaprire un conflitto che, almeno formalmente, sembrava congelato da oltre due mesi.

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Vannacci non è un problema per la destra liberale

10 June 2026 at 05:53

In questi giorni si parla molto del generale Roberto Vannacci, per i sondaggi sempre più incoraggianti, per il successo di pubblico delle sue iniziative e per il crescente numero di parlamentari che abbandonano i partiti del centrodestra, specialmente la Lega, per passare con Futuro nazionale. Si dice che il centrodestra si trovi ora in grave difficoltà: tenerlo fuori significherebbe rinunciare a un pacchetto di voti che i sondaggi cominciano valutare piuttosto consistente, e in crescita; riaccoglierlo dentro, potrebbe significare perderne altrettanti al centro, oltre a creare ovvi problemi agli alleati, e anzitutto alla Lega da cui è uscito con una scissione a freddo, poco dopo esservi entrato (ed essere stato eletto parlamentare europeo, e pure vicesegretario del partito). Per non parlare dei problemi relativi alla politica estera, posti dalle sue posizioni smaccatamente filorusse. Tutto perfettamente comprensibile. Al tempo stesso, però, c’è qualcosa che non mi convince nel modo in cui la vicenda viene raccontata e analizzata. In breve, non penso che il generale Vannacci, con le sue posizioni, costituisca un problema per la destra liberale, per la semplice ragione che in Italia la destra liberale non esiste.

Non voglio rivangare vecchie polemiche su Silvio Berlusconi e la natura del berlusconismo che non mi appassionavano nemmeno quando Berlusconi era vivo, figuriamoci adesso. Ricordo solo agli smemorati che alle elezioni del 2006 la coalizione guidata dal Cavaliere comprendeva il Movimento sociale – Fiamma Tricolore, quello fondato da Pino Rauti in contrasto con la svolta di Fiuggi del Msi di Gianfranco Fini, nonché Forza Nuova di Roberto Fiore e Fronte sociale nazionale di Adriano Tilgher, federati con Libertà di azione di Alessandra Mussolini sotto il simbolo, di sicuro richiamo per i rispettivi elettorati, «Alternativa sociale con Musssolini» (e c’era pure una lista «No euro iniquo»).

A conferma del fatto che già vent’anni fa, nel centrodestra guidato da Berlusconi, non costituiva nemmeno motivo di discussione accogliere nella coalizione movimenti e leader neofascisti come quelli summenzionati, personaggi con ruoli non secondari nella storia dell’eversione nera, rispetto ai quali i giochi di parole di Vannacci sulla Decima Mas, francamente, appaiono cose da bambini. Non voglio ripetere quello che qui ho già scritto e declamato, e che vi invito a non rileggere né riascoltare, ammesso lo abbiate mai fatto, affinché io possa rivendervelo come nuovo alla prima occasione (cioè molto presto, visto il tasso di innovazione della politica italiana), ma il punto è sempre quello, c’è poco da fare: la logica centrifuga del bipolarismo maggioritario.

Contrariamente alla favola propalata dai suoi indefessi sostenitori, secondo cui il meccanismo avrebbe portato gradualmente alla costituzionalizzazione delle estreme, quello che è accaduto in questi trent’anni è semplicemente che le posizioni delle frange più estreme sono diventate la bandiera delle maggioranze. Del resto, non c’è una sola parola, iniziativa o slogan lanciato da Vannacci, dalla remigrazione alla propaganda putiniana, che non sia stato già ampiamente sbandierato, a suo tempo, da Lega e Fratelli d’Italia. Dunque, al di là delle questioni personali e di potere, se restiamo sul piano delle idee e dei valori, non si vede proprio perché mai adesso dovrebbero fare tanto i difficili.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Enrico Sangiuliano porta “Journey of Sound” alla Triennale di Milano

10 June 2026 at 03:45

Milano si prepara a entrare nel clima del Kappa FuturFestival con un appuntamento che punta sull’ascolto e sull’immersione sonora più che sul formato classico da club. Sabato 13 giugno, alle 21, Enrico Sangiuliano sarà protagonista di Journey of Sound negli spazi di Voce Triennale, all’interno della Triennale Milano.

L’evento fa parte del calendario di Road to Kappa FuturFestival, la serie di iniziative che anticipano il festival torinese in programma dal 3 al 5 luglio al Parco Dora. Non un semplice warm up, ma un percorso di avvicinamento che mette al centro la cultura elettronica e le sue possibilità espressive fuori dai contesti consueti.

Per l’occasione Sangiuliano proporrà una listening session di tre ore costruita come un viaggio sonoro collettivo. L’idea è superare la dimensione del dancefloor per trasformare il set in un’esperienza di ascolto immersiva, dove spazio, ritmo e progettazione del suono assumono un ruolo centrale. Un formato che riflette l’evoluzione artistica del producer emiliano, da tempo interessato a un rapporto più narrativo e sensoriale con la musica elettronica.

Nato a Reggio Emilia, Enrico Sangiuliano è considerato uno dei nomi più influenti della techno contemporanea. DJ, produttore, performer e sound designer, ha costruito una carriera internazionale grazie a produzioni riconoscibili per struttura cinematica, ricerca timbrica e forte impatto emotivo. Negli ultimi anni ha consolidato la propria posizione ai vertici della scena mondiale, esibendosi nei principali festival e club internazionali.

Il 2026 ha segnato per lui la chiusura del progetto concettuale NINETOZERO, concluso con l’EP finale Absence e con l’ultimo evento SOLO All Night Long. Archiviata quella fase, Sangiuliano ha iniziato a esplorare nuove forme di performance, orientate verso esperienze più immersive e meno legate alla dinamica del party tradizionale. Journey of Sound nasce proprio da questa direzione artistica.

La scelta della Triennale Milano non è casuale. Voce Triennale è uno spazio pensato per progetti di ascolto, ricerca sonora e contaminazione tra musica, arti visive e design. Inserire qui un artista abituato ai grandi palchi internazionali significa spostare l’attenzione dal volume e dall’energia della folla alla qualità dell’ascolto e alla costruzione del paesaggio sonoro.

L’appuntamento milanese rappresenta anche un’anteprima significativa del Kappa FuturFestival 2026. La manifestazione torinese, giunta alla tredicesima edizione, è considerata il più grande festival open air di musica elettronica in Italia e figura stabilmente nella Top 10 mondiale stilata da DJ Mag. Dal 3 al 5 luglio il Parco Dora ospiterà oltre 130 artisti internazionali, con una line up che include, oltre a Sangiuliano, nomi come Peggy Gou, Skrillex, Diplo, Solomun e Charlotte De Witte.

Negli ultimi anni il Kappa FuturFestival ha contribuito in modo decisivo a trasformare Torino in una delle capitali europee dell’elettronica estiva. La combinazione tra archeologia industriale, grandi produzioni e programmazione internazionale ha reso il festival un punto di riferimento non solo per il pubblico italiano, ma anche per migliaia di visitatori provenienti dall’estero.

L’iniziativa milanese si inserisce in questo contesto come un momento di approfondimento culturale e artistico. Più che una semplice anticipazione del festival, Journey of Sound propone un’altra idea di fruizione della techno: meno legata all’intrattenimento immediato, più vicina all’ascolto attivo e alla dimensione immersiva del suono.

L’ingresso alla serata è previsto negli spazi della Triennale Milano, in viale Emilio Alemagna 6, con inizio alle 21. Informazioni e dettagli sono disponibili sui siti ufficiali della Triennale e del Kappa FuturFestival.

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Senza confini, il desiderio non può trovare la sua direzione

10 June 2026 at 03:45

Marcoledì 10 giugno, Andrée Ruth Shammah sarà ospite della Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, dove leggerà il testo seguente come prologo alla serata dedicata a Maurizio Nichetti e Bruno Bozzetto. Il tributo ai due registi comincerà alle 15, presso l’Anteo Palazzo del Cinema, con le proiezioni di due film di Nichetti, “Rataplan” e “Luna e l’altra”. Alle 21, sempre all’Anteo, Nichetti dialogherà quindi con Bruno Bozzetto, con la moderazione di Sara Chiappori, e a seguire riceveranno i che riceveranno il Premio Omaggio al Maestro della Milanesiana, realizzato da Giovanna Fra e Marco Lodola. Durante la serata saranno proiettati i film “S.O.S” di Guido Manuli (con Maurizio Nichetti), “Una vita in scatola” di Bruno Bozzetto e infine “Allegro ma non troppo” di Bruno Bozzetto con Maurizio Nichetti, in occasione dei cinquant’anni del film. Ingresso gratuito con prenotazione.

*

Quando mi è stato proposto questo tema, ho provato una specie di smarrimento.

Nei giorni scorsi ho rivisto “Antigone” a Siracusa e mi sono ritrovata davanti ad interrogativi antichi, che non hanno mai smesso di accompagnare la nostra esistenza: esiste qualcosa che viene prima della legge degli uomini? Esiste una responsabilità che nessun decreto può cancellare?

Sofocle non dà una soluzione semplice e univoca.

Antigone, rivendica il valore di una legge non scritta, che nasce dal legame umano, dalla pietà, dalla coscienza. Creonte è il rappresentante della legge della città, dell’ordine senza il quale la convivenza rischia di sgretolarsi.  Il loro conflitto non oppone banalmente il bene al male, ma due forme diverse di lealtà.

Forse è proprio da questa tensione irrisolta, dal tentativo incessante di tenere insieme l’ordine della città e quella voce interiore che continua a interrogarlo, che nasce la nostra idea di legge.

Per tutta la vita sono stata attratta dalle deviazioni, dalle convenzioni infrante, da ciò che rompeva gli schemi. Da tutto ciò che sembrava sfuggire all’ordine prestabilito. Per questo forse non riuscivo a capire che cosa avessero a che fare l’una con l’altro la legge e il desiderio. Li avevo sempre considerati “avversari”.  Da una parte la legge: il limite, il confine, la misura. Dall’altra il desiderio: il movimento, la ricerca, lo slancio verso ciò che ancora non c’è. Eppure, riflettendoci, mi sono accorta che stavo confondendo il desiderio con qualcos’altro. Con l’impulso. Con l’istinto. Con quella parte infantile di noi che vive ogni limite come una privazione e ogni regola come un’offesa alla libertà personale. Ma il desiderio è unaltra cosa.

 L’etimologia della parola lo racconta meglio di qualsiasi definizione. Desiderare viene da de-sidera: «mancanza delle stelle». Non è il bisogno di possedere, il raggiungimento o la realizzazione di qualcosa. È la nostalgia di un orientamento. È il bisogno di qualcuno che ci guidi, di una destinazione.

Il desiderio è un’espansione dell’essere ed è proprio per questo che ha bisogno di una forma. Ha bisogno della “legge” così come un fiume ha bisogno delle sue rive. Senza rive non è più libero: straripa. Perde forma. Diventa palude.

La vera salvezza consiste nell’assumere la legge come il desiderio della propria vita. Così ci si allontana dal caos, ma implica un’assunzione di responsabilità verso se stessi e il proprio talento.

Perché la libertà non è nell’assenza di confini ma nel modo in cui li abitiamo.

Penso ai grandi artisti: Giotto, Michelangelo, Caravaggio non hanno lavorato nel vuoto di una libertà assoluta. Avevano una parete precisa da affrescare, una committenza, un tema, una misura. Spesso non sceglievano neppure il soggetto. Eppure, dentro quel limite nasceva qualcosa di irripetibile.

Lo stesso accade in teatro. Possiamo innovare, rivoluzionare, tradire le convenzioni. Ma non partiamo mai dal nulla. Esiste una grammatica profonda, una legge segreta della scena. Non è una gabbia. È la cornice che permette all’opera di esistere senza disperdersi. Forse accade così anche nella vita.

Perché ci sono leggi che non servono a comandare ma a custodire.

Da anni mi accompagna una frase di Emmanuel Lévinas: «Non credo in Dio, ma credo nella sua Legge».

Per Lévinas, infatti, Dio non si manifesta nei dogmi, nelle definizioni teologiche o nelle prove metafisiche della sua esistenza. Si manifesta nell’etica. Nella responsabilità verso l’altro. Riconoscere il valore assoluto dell’altro uomo è il modo in cui il divino irrompe nel mondo terreno. La santità si misura attraverso la giustizia e ’amore disinteressato per il prossimo, non attraverso l’adesione formale a credenze religiose. La sua “legge” coincide con quel comando silenzioso che ci raggiunge ogni volta che incontriamo un volto umano, soprattutto il volto fragile, vulnerabile, bisognoso.

L’altro entra nella nostra vita e ci costringe a uscire da noi stessi. Ci ricorda che non siamo soli al mondo e che la nostra libertà non è assoluta.

Ed è questa la Legge che vorrei saper amare, quella che crea  profondità, confini in cui costruire, forma alla nostra umanità.

Le leggi degli uomini sono inevitabilmente imperfette, e proprio per questo devono essere continuamente interrogate, corrette, ampliate, anche infrante. Ma esistono confini che non ci limitano, esistono fedeltà, responsabilità, discipline dell’anima che non restringono la libertà, ma le danno spessore. Sono quelle forme invisibili grazie alle quali non ci disperdiamo.

Per me la legge, nel suo significato più alto, non è il contrario del desiderio. È ciò che gli impedisce di ripiegarsi su sé stesso. È ciò che lo apre all’altro.

Forse è questa la condizione umana: abitare la distanza tra ciò che siamo e ciò che desideriamo diventare. Continuare a guardare l’orizzonte senza perdere di vista chi ci cammina accanto. Il desiderio ci invita a partire, a “inseguire le stelle”, la legge ci aiuta a mantenere la rotta.

Il desiderio può indicare una direzione, ma è la legge – intesa come responsabilità, misura, cura dell’altro – a rendere quel viaggio davvero umano.

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Nessuno sa più fare il proprio lavoro, e pretendiamo che sia normale

10 June 2026 at 03:45

A febbraio ci fu quella storia tremenda del bambino cui avevano trapiantato un cuore che si era rovinato nel trasporto. Mi era sembrato uno di quei casi in cui una non vuole aver ragione – nessuno sa più fare nessun lavoro – e invece finisce per avercela.

Avevo parlato con amici medici ed erano tutti piuttosto perplessi: per fare un trapianto di cuore su un bambino di due anni devi essere l’eccellenza, mica prendono un fattorino delle pizze e lo mettono a trasportare cuori, quindi sembrava inspiegabile.

Adesso la tragedia diventa farsa col caso del dipinto, di cui si può parlare con più allegria non essendoci di mezzo bambini morti ma solo proprietà preziose buttate via per la cialtronaggine degli adulti.

La storia inizia nel 2020, quando si chiede l’esportazione d’un quadro in Svizzera, dove sarà messo all’asta. I tecnici del ministero della Cultura, ricopio da Artribune, danno il 3 luglio «il benestare, con tanto di nota: “Si tratta di un’opera di qualche interesse in rapporto alla devozione locale a questa venerata immagine; dal punto di vista della qualità è un lavoro modesto che può ottenere l’attestato di libera circolazione”. La datazione? Ben leggibile sul retro, grazie a un’iscrizione che menzionava anche (presunto) autore e luogo: “Dipinta da Alfonso Martorelli Fiori, Bologna, anno 1850”» (ti pareva che non ci fosse di mezzo Bologna).

Danno il benestare, dunque, «i tecnici del ministero», qualunque cosa significhi tecnico. Da una prossima edizione della Treccani, tecnico è il tizio che scambia per Martorelli del 1850 un dipinto rispetto cui poi «gli studiosi concordano sulla mano anonima, identificata però con il Maestro del Battistero di Parma (o “Maestro del 1302”) attivo in Emilia nella prima metà del XIV secolo».

Di che tecnica saranno tecnici, questi signori che danno il benestare convinti che un quadro del quattordicesimo secolo sia di cinquecento anni più tardi? Cioè, io non sono del mestiere, ecco, ma cinquecento anni non sono tantini come arrotondamento?

«Era stata presentata, del resto, come un’opera dell’Ottocento di scuola italiana, una tempera su tavola che riprendeva lo stile bizantino, aggiudicata per appena 38.000 euro. Dunque un oggetto moderno, dipinto alla maniera trecentesca, con valore più documentale che artistico, connesso agli usi e le pratiche religiose del territorio di provenienza».

Quelli di Artribune hanno evidentemente più tolleranza di me per il fatto che nessuno sappia fare il proprio lavoro, e quindi riferiscono come fosse normale il modo in cui poi si scopre la datazione effettiva dell’opera: «Le operazioni di pulitura rivelano infatti un dettaglio decisivo: non era affatto “1850” ma “1350”. Un 3 un po’ malmesso, consumato, che a uno sguardo distratto era apparso un 8. Da lì l’ipotesi del dipinto ottocentesco che riprendeva stile e iconografia medievali». Cioè gente che si occupa di restauri non ha altro modo di sapere che un quadro è di cinquecento anni prima e non di cinquecento anni dopo se non la data che l’autore dichiara sul retro della tela? Ma cos’è, la serie che Virzì non ha mai girato sullo scherzo delle teste di Modigliani?

Insomma, pare che i tecnici di Sangiuliano abbiano cercato di invalidare la vendita autorizzata dai tecnici di Franceschini (nella drammaturgia che vorrei, i tecnici sarebbero gli stessi, e nel compilare il ricorso darebbero degli incompetenti ai loro stessi d’un governo precedente), ma il Consiglio di Stato ha dato loro torto: dovevano ricorrere entro un anno.

Non è neanche la prima volta, apprendo dal Corriere. A Verona c’è un architetto che nel 2015 ha venduto per 65mila euro un quadro a un collezionista tedesco. Lì non avevano sbagliato di cinquecento anni l’attribuzione, ma pensavano fosse d’un qualunque pittore sconosciuto del Cinquecento, e invece era un Vasari.

Quando lo scoprono – dagli inglesi, che l’hanno messo in un museo con la sua brava attribuzione – al ministero provano a revocare il nulla osta alla libera circolazione delle opere, concesso perché scambiato per un quadro non di gran valore. Anche lì la richiesta viene bocciata dal Consiglio di Stato, che spiega pure che sono dei ciucci a non aver capito la provenienza del quadro, visto che su una pietra c’è scritto «“diuturnia tolerantia”, vale a dire il motto del vescovo di Arezzo del 1550 che è noto essere il committente delle opere d’arte dedicate alla pazienza da parte di Giorgio Vasari».

Ora, io ho due domande. La prima è: ma solo io vengo da una famiglia di mitomani che facevano valutare qualunque crosta perché vedi mai che questo quadro che abbiamo comprato al mercatino delle pulci è un Tintoretto e non lo sappiamo? Questa gente che ha in casa roba da milioni e non se ne accorge cos’è, una nicchia d’umanità che non passa il tempo a fantasticare su quando erediterà dallo zio d’America?

La seconda domanda è: io non stavo attenta nelle ore di storia dell’arte e non saprei distinguere tra un quadro rinascimentale e uno impressionista, ma voi che di mestiere fate questo e immagino aveste buoni voti a scuola e poi vi siate persino laureati in qualche materia contigua, voi che scusa avete?

Ora scusate, devo concludere questo articolo e andare a prendere un taxi, che non saprà portarmi in stazione senza navigatore, perché sarebbe vessatorio pretendere che i tassisti conoscessero le strade. Prenderò un treno che sarà in ritardo, perché sarebbe classista pretendere che i ferrovieri sapessero far arrivare e partire i treni agli orari giusti. Una volta arrivata, andrò da un parrucchiere che mi sbaglierà la piega, perché sarebbe schiavista esigere che qualcuno che di mestiere fa il parrucchiere compisse senza errori l’audace impresa di asciugare i capelli a una cliente.

Tutto questo lo farò col beato sorriso di chi sa che poteva andar molto peggio, che il tizio che fa il tassista o il tizio che fa il parrucchiere almeno non causeranno danni da milioni: pensa se invece avessero deciso di fare i tecnici del ministero (o i ferrovieri: quelli credo che, pur non avendo a che fare con dei Vasari, possano comunque fare dei bei danni, se si sommano i ritardi di migliaia di passeggeri ognuno dei quali rappresenta una frazione di Pil ferma su un Frecciarossa invece che al lavoro dovunque dovesse essere).

Tutto questo lo farò dopo aver inviato questo articolo, che spero sia pieno di refusi che spero nessuno in redazione corregga, acciocché esso sia più in sintonia con lo spirito del tempo, e con le scarsissime pretese d’un pubblico che, se vede una cosa ben fatta, si complessa e s’innervosisce, mentre invece prova grande sollievo di fronte ai tecnici del ministero della Cultura: lo vedi, se neanche loro sanno di quando siano i quadri, ho ragione io che nei musei mi annoio, ti aspetto al bar così intanto gioco a Candy Crush, poi prima di andar via prendiamo la borsina di tela così lo vedono tutti che abbiamo fatto il turismo culturale.

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Il Cremlino sta trasformando il diritto in strumento di guerra ibrida

10 June 2026 at 03:45

Mosca sta sempre più utilizzando il diritto internazionale come uno strumento di pressione geopolitica. Non si tratta di una semplice strategia difensiva nei contenziosi legali, ma di un vero e proprio impiego del sistema giuridico come arma: la cosiddetta lawfare. È questo il quadro delineato da un recente rapporto del servizio di intelligence lettone Satversmes aizsardzības birojs (Sab), che analizza come la Russia stia integrando strumenti legali, politici e comunicativi nella più ampia architettura della guerra ibrida contro l’Occidente.

Secondo il rapporto, la lawfare russa si manifesta attraverso un uso sistematico di ricorsi, contenziosi e iniziative giuridiche a livello internazionale, spesso con l’obiettivo di rallentare, delegittimare o complicare le decisioni di governi occidentali e organizzazioni sovranazionali. Non si tratta soltanto di vincere una causa, ma di produrre effetti politici: pressione diplomatica, costi reputazionali e frizioni tra alleati. In questa logica, il diritto non è più uno spazio neutrale di risoluzione delle controversie, ma un’estensione del confronto strategico tra Stati.

Per affinare questa strategia, Mosca guarda a Teheran. Secondo il rapporto del Sab, funzionari russi hanno analizzato in dettaglio il ricorso presentato dall’Iran nel 2016 alla Corte Internazionale di Giustizia contro gli Stati Uniti, relativo alle sanzioni e ai beni finanziari congelati. La conclusione degli esperti russi è che le sanzioni possono essere contestate come illegittime nei casi in cui esistano accordi bilaterali tra i Paesi in questione – un precedente che Mosca intende replicare nei propri contenziosi contro i Paesi occidentali. L’obiettivo non è solo ottenere ragione in giudizio, ma costruire una giurisprudenza alternativa in cui le sanzioni occidentali appaiano violazioni del diritto internazionale, non strumenti legittimi di pressione.

Il documento sottolinea come questa strategia si inserisca in un disegno più ampio di indebolimento della coesione euroatlantica. L’uso del contenzioso legale e delle istituzioni internazionali mira a generare attrito tra i Paesi membri dell’Unione europea e della Nato, alimentando divergenze politiche e rallentando i processi decisionali, in particolare su dossier sensibili come le sanzioni, il sostegno all’Ucraina e le politiche di difesa. La lawfare, in questa prospettiva, non agisce mai in isolamento, ma come parte di un ecosistema di strumenti ibridi: disinformazione, operazioni cyber, pressione energetica e campagne di influenza.

Il caso più avanzato riguarda i Paesi baltici. Il Sab rivela che la Russia ha già preparato un ricorso contro Estonia, Lettonia e Lituania da depositare alla Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite, formalmente fondato sull’accusa di discriminazione dei cittadini russi e russofoni in violazione della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. Il ricorso è pronto: Mosca si sta preparando al deposito. L’intelligence lettone nota che, indipendentemente dall’esito giudiziario, la sola presentazione della domanda servirà scopi propagandistici, consentendo alle narrative russe sui Baltici di entrare nell’agenda delle corti internazionali. Il precedente storico è esplicito: anche la guerra in Ucraina fu presentata come protezione dei residenti del Donbas. La lawfare, in questo schema, non è alternativa all’aggressione militare: può esserne il prologo.

Il concetto chiave del rapporto è l’integrazione. Le azioni legali vengono combinate con campagne narrative e mediatiche, creando un effetto moltiplicatore: un ricorso internazionale non è solo un atto giuridico, ma diventa anche un messaggio politico amplificato nei media e nei canali di propaganda. A questo si aggiunge una dimensione più strutturale: secondo il Sab, la Russia starebbe costruendo un registro di giudici internazionali e stranieri considerati favorevoli a Mosca, promuovendo al contempo magistrati russi nelle corti internazionali e intensificando lo scambio di pratiche con giudici ritenuti affidabili. Non si tratta di corruzione in senso stretto, ma di un tentativo sistematico di modellare dall’interno le istituzioni che si intende utilizzare come strumento.

La forza della lawfare risiede nella sua asimmetria. Mentre gli Stati occidentali tendono a considerare il diritto internazionale come un insieme di regole condivise, attori come la Russia lo interpretano anche come uno spazio competitivo, in cui è legittimo utilizzare ogni strumento disponibile per ottenere vantaggi strategici. Questo squilibrio crea una zona grigia: azioni formalmente legali possono produrre effetti sostanzialmente destabilizzanti. Il risultato è un logoramento progressivo dei processi decisionali occidentali, più che uno scontro frontale.

Il segnale più inquietante è arrivato a fine maggio 2026, quando Putin ha firmato una legge che lo autorizza a inviare le forze armate all’estero per proteggere cittadini russi soggetti a procedimenti legali stranieri. L’obiettivo dichiarato è rispondere ai mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale e al Tribunale speciale istituito per i crimini di aggressione contro l’Ucraina. Ma l’effetto pratico è trasformare un atto giuridico – un procedimento penale contro un cittadino russo – in potenziale casus belli. È il momento in cui la lawfare smette di essere solo deterrenza reputazionale e diventa copertura normativa per l’uso della forza.

Il rapporto del servizio di intelligence lettone evidenzia infine una sfida più ampia per le democrazie europee: come difendersi da un uso strumentale delle proprie stesse regole. La risposta non può essere la rinuncia ai principi dello Stato di diritto, ma una maggiore consapevolezza del loro potenziale sfruttamento in chiave strategica. In altre parole, la lawfare obbliga l’Occidente a ripensare il confine tra diritto e sicurezza nazionale. Non più due sfere separate, ma dimensioni sempre più intrecciate.

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Come si costruisce la carta analcolica

10 June 2026 at 03:45

Immaginate la scena. Tavolo da quattro, ristorante blasonato, sommelier che si avvicina con la carta. Due ordinano un Borgogna giovane, la terza prende un calice di Riesling, e poi c’è il quarto commensale che annuncia, con un mezzo sorriso d’imbarazzo, di non bere. Il sommelier accenna un cenno paterno, sparisce, e torna con un succo non ben specificato o un soft drink. Quella scena, ancora oggi, si ripete in centinaia di sale italiane ogni sera, e racconta meglio di qualsiasi report che noi del settore abbiamo smesso di pensare al cliente analcolico nel momento esatto in cui ha smesso di ordinare vino.

Eppure i numeri sono lì, e iniziano a fare rumore. Secondo l’ultimo Bevtrac di IWSR (International Wine and Spirits Record ) pubblicato a dicembre 2025, in Italia la percentuale di Gen Z che pratica astinenza prolungata dall’alcol è scesa dal 26 per cento al 16 per cento nell’arco di un anno (The Spirits Business, dicembre 2025), e una lettura di superficie potrebbe consolare il settore. La realtà è più sottile, perché la stessa ricerca mostra che la moderazione resta strutturale e che la nuova generazione semplicemente alterna, beve meno e meglio quando beve, pretende qualcosa di buono quando decide di non bere. Tradotto per chi gestisce una sala: il cliente che ordina la carta analcolica oggi è lo stesso che ieri ha ordinato il Domaine Tempier, oppure è la futura mamma che continuerà a essere cliente per i prossimi vent’anni. La questione, quindi, è di hospitality pura.

Costruire una carta delle bevande analcoliche nel 2026 vuol dire fare lo stesso lavoro che si fa con i vini, applicato a un mondo che ha regole sue. La prima, e forse la più difficile da accettare per chi viene dalla cultura enologica classica, è smettere di ragionare per sostituzione. Il vino dealcolato non è un vino, è un’altra bevanda, costruita con un altro processo, valutabile con altri parametri. La via del dealcolato totale ha prodotto qualche risultato interessante e parecchi drammi liquidi, perché togliere l’alcol da un vino significa anche togliere struttura e capacità di legare grassi e aromi al palato. Meglio partire dal foglio bianco, come hanno fatto i grandi laboratori del Nord Europa, e il modello da studiare resta quello inaugurato da René Redzepi (sì, lui non va di moda, oggi, ma la moda l’ha dettata, sicuramente in questo senso) al Noma di Copenhagen quasi quindici anni fa con il juice pairing, dove al posto della carta vini si propone una carta di succhi fermentati, infusi e kombucha costruiti dialogando con la cucina piatto per piatto.

L’eredità Noma vive oggi in cucine molto diverse fra loro. Al Geranium di Copenhagen Giulia Caffiero, restaurant manager e juice specialist sarda, lavora solo con estratti freschi senza ricorrere a fermentazioni e produce ogni settimana circa centottanta litri di succhi, e ha pubblicato per Topic Edizioni il primo manuale italiano dedicato al juice pairing dove ogni bevanda nasce dal dialogo fra un frutto, una verdura e un’erba di stagione. A pranzo, racconta, il quaranta per cento degli ospiti sceglie il pairing analcolico. All’Hiša Franko di Ana Roš in Slovenia, secondo SevenFiftyDaily, già nel 2022 il settanta per cento degli ospiti prendeva un pairing e oltre il venti per cento sceglieva il percorso Juicy a cento euro a posto, curato dall’enologa Anja Skrbinek. All’Eleven Madison Park di Daniel Humm il pairing analcolico costa 85 dollari contro i 115 o 195 della selezione vini, e il Vermut zero proof della casa cambia base ogni stagione, dall’albicocca dei mesi caldi agli agrumi invernali. Sono insegne di alta gamma, e da fuori sembra un giochino da fine dining, ma il messaggio per chi sta più in basso nella catena è cristallino: la carta analcolica è un capitolo di drink autonomo, con un suo margine e una sua narrazione, mai un atto di carità verso chi resta a stomaco vuoto di esperienza.

Come si fa, concretamente, in un ristorante italiano di media gamma
Punto uno: definire l’identità della carta prima di acquistare prodotti. La carta segue la cucina, sempre. Se la cucina è di territorio, la carta analcolica nasce dagli stessi orti e dagli stessi alberi del menu, perché il vantaggio competitivo è la coerenza narrativa col piatto, non un prodotto preso al cash and carry. Una trattoria piemontese chiederà infusi di erbe di montagna e kombucha di tarassaco, una cucina del Salento avrà bisogno di fermentazioni agrumate e acque aromatizzate alle erbe spontanee, una cucina di ricerca dialogherà più volentieri con distillati alcohol-free e tepache vegetali.

Punto due: distinguere le famiglie di prodotto, perché la carta non può essere un elenco a caso. Ci sono almeno cinque categorie da padroneggiare, e sono i succhi fermentati in stile Noma, le kombucha e i fermentati SCOBY, i dealcolati di nuova generazione, i distillati zero proof con i Vermut analcolici, le infusioni botaniche e i tonici da abbinamento. Trattarle tutte è impossibile per un locale medio. Meglio sceglierne due o tre da raccontare bene, con qualche referenza importata e qualche produzione interna, perché oggi un cuoco curioso e un sommelier che non si fermino al primo livello hanno tutto quello che serve.

Punto tre: il prezzo, e qui il settore ha fatto e continua a fare disastri. Ho visto carte con tisane a quattro euro accanto a vini al calice da diciotto, come se chi ordina la tisana avesse sottoscritto in cassa un patto di rinuncia anche al diritto di pagare. Il principio sano è opposto, e l’hanno scritto bene oltreoceano: un cocktail analcolico ben fatto costa quasi quanto un cocktail alcolico, perché il lavoro umano e la materia prima fresca pesano uguali, anzi pesano di più, visto che senza la copertura del distillato ogni difetto si sente (Eleven Madison Home, 2024). Mettere a sei euro un bicchiere di succo costruito con una settimana di fermentazione e ingredienti di stagione è autolesionismo aziendale. Far pagare dodici o quattordici euro, allineandosi al vino al calice di fascia media, restituisce dignità al prodotto e margine alla sala.

Punto quattro: il servizio. La bevanda analcolica va servita come si servirebbe un vino, in un calice degno e raccontata al tavolo. Versarla nel tumbler con il ghiaccio è la versione liquida dello sgarbo, e qui torniamo alla scena d’apertura, perché la differenza fra un ristorante grande e uno mediocre, oggi, sta nel modo in cui si accoglie quel quarto commensale. Se gli porti il succo d’arancia industriale gli stai dicendo che la sua serata vale meno. Se gli porti una kombucha di mela cotogna in un calice da Borgogna, con una frase di accompagnamento, gli stai dicendo che è ospite a pieno titolo.

C’è un dato, in tutto questo, che continua a sfuggire al dibattito italiano. La carta analcolica non è un servizio per chi non beve, è un servizio per chi sta al tavolo, e che potrebbe scegliere, una sera, di astenersi e tornare la sera dopo a ordinare un Vouvray del 2005. È flessibilità di palato. È rispetto del momento. Quella scena del tavolo a quattro, fra due o tre anni, sarà rovesciata: due berranno vino, due berranno da una carta di fermentati, e a uno dei due commensali al tavolo verrà naturale chiedere al cameriere se per caso quella sera abbiano un’alternativa decente al calice. È già successo, l’estate scorsa, a un amico produttore della Mosella durante una presentazione dei suoi Riesling. Alcuni dei commensali che accompagnavano i degustatori non volevano bere e quindi avevano richiesto se la carta delle bevande analcoliche fosse altrettanto curata. Risposta no: cliente perso, con il suo seguito di colleghi enotecari. Risposta sì, e il ristorante incassa un fedele per i prossimi dieci anni. Tutto il resto sono dettagli di scena.

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L’evoluzione della gastronomia è iniziata dal mondo della pizza

10 June 2026 at 03:45

La pizza, una delle poche parole che non ha bisogno di traduzione, cibo di successo, popolare, alla portata di tutti. Un cibo che negli ultimi dieci anni ha iniziato a parlare un linguaggio nuovo e, come è emerso dai confronti e dalla discussione dei partecipanti al dibattito del tavolo 8 del Gastronomika Festival, la sua evoluzione è quella che meglio rappresenta la crescita della gastronomia e della consapevolezza alimentare.

Un’evoluzione che, come sottolineato dalla food journalist e moderatrice del tavolo Mariarosaria Bruno, si sta compiendo soprattutto grazie alla curiosità, alla formazione continua e al coraggio dei giovani professionisti del settore.

Il coraggio della scelta di Andrea Danelli e Martina Vitali, coppia nella vita e nel lavoro, di creare e portare avanti con passione il progetto The Heart of Pizza: pizza-chef e consulente lui, marketing e comunicazione lei, nonostante un curriculum lontano da questo mondo a partire dal 2020, mentre vivono a Londra, lanciano il loro format pop-up in collaborazione con diverse realtà della ristorazione inglese. Dai loro successi nasce l’esigenza di viaggiare e di arrivare a proporsi anche in altri Paesi, dove la pizza è amata e le persone vogliono impararne segreti e tecniche.

@Gaia Menchicchi
@Gaia Menchicchi

«Non avete idea di quanto in un Paese come la Thailandia, o come l’India, la pizza sia amata» afferma Martina, seguita dal compagno Andrea che spiega come all’estero «vogliono sapere tutto sulla pizza, sono profondi conoscitori e stimatori e ci chiedono consulenze personalizzate per ottimizzare i processi di produzione e di scelta degli ingredienti».

E a proposito di ingredienti, Petra Molino Quaglia ha scelto sin da subito di interpretare i cambiamenti dell’evoluzione della pizza e le nuove esigenze dei ristoratori. Come ha raccontato Valentina Sumerano, brand ambassador dell’Emilia-Romagna presente all’hackathon, «per generare un confronto costruttivo anche in merito al food cost della pizza abbiamo ideato un simposio sulle pizzerie, Pizza Up, che si tiene ogni anno a Novembre».

@Gaia Menchicchi

Per affiancare i suoi clienti, l’azienda ha anche lanciato da poco un supporto tecnico da remoto, per fornire informazioni di utilizzo della farina Petra inquadrando il QR code direttamente dal sacco della farina: Mente Madre è un’assistente virtuale che risponde a quesiti su tematiche varie e dà consigli sulle ricette o sulla conservabilità del prodotto.

Anche la storia di Filante, progetto che sta rilanciando la cultura della pizza al trancio, parla di evoluzione e di coraggio. Coraggio di ridare lustro ad un’abitudine storica milanese anche se sconosciuta ai più, coraggio di ridarle identità e rivoluzionarne la percezione.

@Gaia Menchicchi

Luca Cuccorese, operation manager, ci racconta di come il lancio nel 2020 in piazzale Susa sia stata una scelta azzeccata, sia per la popolarità del quartiere che per il vuoto commerciale e di mercato della zona. L’idea è quella di «recuperare l’identità locale dando però un ampio spazio alla qualità degli ingredienti, sfidando l’idea della pesantezza e non digeribilità a cui di solito la pizza viene associata». Una sfida che sta portando all’apertura di più punti vendita e che auspica una maggior consapevolezza sul mondo della pizza al trancio.

@GaiaMenchicchi

Il fil rouge che lega questi giovani under 40 appare chiaro: avere il coraggio di osare, ma con i piedi per terra, ben consapevoli e forti del loro know-how, della loro visione, dei loro obiettivi: prima di tutto, portare più in alto il percepito di un cibo semplice ma complesso. Ode alla pizza!

@Gaia Menchicchi

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Macron lascerà in eredità una Francia difficile da governare

10 June 2026 at 03:45

Una sola, drammatica, certezza domina le intensissime mosse in preparazione delle prossime elezioni presidenziali in Francia. Chiunque venga eletto presidente nel maggio 2027 non disporrà di una maggioranza parlamentare in appoggio al proprio governo. È l’ennesimo frutto avvelenato dell’avventuristica decisione di Emmanuel Macron di sciogliere l’Assemblée nationale nel maggio 2024. Allora, dopo il voto, nessuno schieramento ha ottenuto una maggioranza e l’attitudine settaria, soprattutto dei socialisti, ha impedito ogni tentativo di governo di unità nazionale, quindi si sono succeduti quattro governi minoritari in ventidue mesi, con un ritmo degno delle peggiori stagioni della politica italiana. Ovviamente il lavoro parlamentare è stato debole ed è stata praticamente nulla l’attività di esecutivi attenti esclusivamente a non fare passare una mozione di censura.

Il problema, per la Francia, è che questo stesso sarà l’equilibrio, anzi lo squilibrio parlamentare, dopo le elezioni presidenziali della primavera del 2027, a fronte dello stesso Parlamento eletto nel 2024, e quindi il nuovo presidente dovrà varare comunque un governo di minoranza, attendere che non riesca a governare e perdere alcuni mesi prima di poter sciogliere l’Assemblée nationale nella speranza di riuscire a portare a casa una maggioranza parlamentare. Uno scenario certo nel caso che Jordan Bardella vinca la gara per l’Eliseo, con una Marine Le Pen tagliata fuori dalla gara a seguito di una condanna di ineleggibilità.

La scelta di Emmanuel Macron di sciogliere l’Assemblée nationale, presa in assoluta solitudine e senza neanche comunicarla al suo premier Gabriel Attal, ha infatti disgiunto per la prima volta, addirittura per uno spazio di due anni, il voto per il presidente da quello del parlamento, per un sessantennio appaiati e quindi con risultati omogenei e questo, in un equilibrio istituzionale caratterizzato dal forte semipresidenzialismo disegnato da Charles de Gaulle, creerà una drammatica impasse nella stessa possibilità concreta di governare la Francia.

In linea teorica, molto teorica, sarebbe possibile evitare questa ulteriore stagione di instabilità al centro del continente nel caso che l’Eliseo, nel secondo turno, fosse vinto da un candidato centrista dell’attuale alleanza macroniana: Édouard Philippe, Gabriel Attal o Jean Castex. Ma la totale incapacità dell’attuale classe politica francese di praticare l’arte della mediazione e del compromesso, rafforzata da un sessantennio di rigido bipolarismo, non fa presagire come praticabile una lunga stagione di governi di unità nazionale o di Grosse Koalition.

Il quadro è poi aggravato dalla palese crisi non solo programmatica e strategica, ma soprattutto di leadership e addirittura organizzativa che travaglia sia il centro politico francese che la sinistra moderata. La totale incapacità politica di Emmanuel Macron di costruire nell’arco degli ultimi dieci anni, sia un forte gruppo dirigente della sua area, sia un erede e soprattutto un suo partito radicato nel territorio, ha prodotto un risultato disastroso. Oggi, a disputarsi l’Eliseo sono infatti schierati già due alleati di Macron ed ex suoi premier, Édouard Philippe e Gabriel Attal, ma tutti sanno che ce n’è un terzo in panchina che si sta scaldando per sostituirli, l’ex premier Jean Castex, mentre l’area centrista è affollata anche da un candidato neo gollista, Bruno Retailleau. Troppi candidati e per di più troppo simili, strabordare dell’ambizione personale a parte.

A sinistra, invece, consumatasi finalmente la rottura con gli estremisti antisemiti di Jean-Luc Mélenchon, si perde tempo, esattamente come nel Campo Largo italiano, a disquisire di primarie sì o primarie no, ovviamente senza sapere o volere definire un breve programma che sappia attirare l’elettorato.

Di fatto, la scena politica francese è dominata in realtà da un gioco incrociato di grandi ambizioni personali, totalmente slegate da una strategia politica.

Scenario perfetto per l’estrema destra capeggiata senza problemi da un Jordan Bardella che ormai svetta in testa a tutti i sondaggi sul gradimento, sopravanzando anche Marine Le Pen.

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La corsa alle risorse spaziali ridisegnerà la geopolitica terrestre

10 June 2026 at 03:45

Per gran parte della storia dell’esplorazione spaziale – il cui inizio si fa risalire al lancio del primo satellite artificiale, Sputnik 1, da parte dell’Unione Sovietica, il 4 ottobre 1957 – lo spazio è stato percepito soprattutto come un dominio simbolico e politico. La competizione tra le due superpotenze dell’epoca, Unione Sovietica e Stati Uniti, per la conquista dei primati nello spazio – culminata con l’arrivo sulla Luna dei primi esseri umani, gli astronauti americani Neil Armstrong e Buzz Aldrin – fu innanzitutto una sfida tecnologica, ma anche un modo per affermare davanti al mondo la leadership politica e scientifica di una delle due potenze.

Oltre a essere stato il teatro della competizione ideologica durante la Guerra Fredda, lo spazio è stato però anche un laboratorio di cooperazione scientifica internazionale. Le tecnologie, che allora erano appena agli inizi del loro sviluppo, oggi hanno raggiunto un alto grado di maturità – almeno alcune di esse, come le telecomunicazioni satellitari, l’osservazione della Terra e i sistemi di navigazione e geolocalizzazione di precisione. Questo progresso ha reso possibile l’apertura di un vero e proprio mercato, con servizi e applicazioni che possono beneficiare i cittadini di ogni Paese, inclusi quelli emergenti e in via di sviluppo, anche in assenza di asset spaziali propri.

Di conseguenza, sono cambiati – o più precisamente si sono ampliati – gli obiettivi dell’attività spaziale, e con essi anche la narrativa che la accompagna. Lo spazio non è più soltanto un terreno di competizione o di esplorazione scientifica: è diventato un’infrastruttura critica per la Terra. Le nostre economie digitali dipendono sempre più da servizi satellitari: telecomunicazioni, navigazione, Osservazione della Terra, monitoraggio climatico e sicurezza nazionale. In questo contesto emerge una nuova domanda strategica: lo spazio può diventare anche una fonte di risorse materiali?

La prospettiva dello sfruttamento delle risorse extraterrestri – asteroidi ricchi di metalli o ghiaccio lunare utilizzabile come carburante – è spesso presentata come la prossima “corsa all’oro”, interpretazione sulla quale ho i miei personali dubbi. La realtà è che siamo effettivamente all’alba di un’industria mineraria spaziale su larga scala. E quindi, nelle fasi iniziali di cogiuridico. L’esplorazione strutturata o organizzata del sistema solare diviene affare di tutti, e la corsa riprende, per ragioni e motivazioni ancora più complesse di quelle che hanno animato l’avvio dell’era spaziale, perché alla supremazia tecnologica e politica si aggiungono considerazioni geopolitiche, o direi meglio, astropolitiche, con un potenziale impatto sulla governance planetaria dalle conseguenze non sempre prevedibili. Ma vediamo perché.

Quali risorse? Realtà e narrazione strategica
Quando si parla di risorse spaziali, l’immaginario collettivo tende a concentrarsi sugli asteroidi ricchi di metalli preziosi. In realtà, nel medio termine le risorse più rilevanti potrebbero trovarsi su altri corpi celesti, a cominciare dalla Luna. È vicina alla Terra e presenta risorse potenzialmente preziose, come acqua, elio-3 e terre rare. Inoltre, il suo polo sud – situato sulla faccia non visibile dalla Terra – è caratterizzato da aree quasi costantemente illuminate. Non sembrerebbe, dunque, il luogo ideale per installare una base e avviare attività di estrazione mineraria? Peccato che la realtà sia più complessa. Come vedremo, quell’area è costellata di crateri e le possibilità di atterraggio sono limitate quasi esclusivamente ai loro bordi. I siti realmente utilizzabili sono quindi pochissimi. Ed è proprio per questo che una corsa ad arrivare per primi è destinata ad aprirsi.

Gli asteroidi, in particolare quelli metallici, contengono ferro, nichel e metalli del gruppo del platino. Il caso più noto è l’asteroide 16 Psyche, oggetto di studio della missione NASA che prende lo stesso nome: Psyche. L’asteroide 16 Psyche ha un diametro medio di circa 220 km ed è considerato uno dei corpi più ricchi di metalli della fascia principale, ovvero quella zona del sistema solare tra Marte e Giove, affollata di asteroidi. Alcune stime divulgative attribuiscono alle sue risorse metalliche un valore teorico superiore a 10.000 quadrilioni di dollari. Avendo a disposizione le tecnologie e con un quadro normativo internazionalmente condiviso, che cosa succederebbe se anche solo una parte di questi metalli e terre rare fossero riportati a terra? Come cambierebbero i rapporti di forza sul pianeta Terra rispetto alle Terre rare, così importanti per lo sviluppo delle tecnologie di frontiera come l’intelligenza artificiale e la cooperazione digitale? Si comincia ad intravedere come l’economia dello spazio e l’astropolitica giochino un ruolo decisivo, in modo esponenziale, sulla geopolitica terrestre.

Programmi e attori: tra cooperazione e competizione
Gli Stati Uniti hanno rilanciato l’esplorazione lunare con il programma Artemis guidato dalla NASA. A supporto, gli Accordi Artemis rappresentano un tentativo dal basso di definire principi operativi per l’utilizzo delle risorse spaziali, e non solo. Oltre sessanta Paesi hanno aderito agli accordi e vogliono collaborare con la NASA in questo settore. In tale scenario, emergono anche attori privati come SpaceX e Blue Origin che intendono giocare un ruolo primario nel programma di esplorazione Artemis, con anche mire più personalizzate verso Marte ed oltre.

La Cina, attraverso la China National Space Administration (CNSA), promuove la International Lunar Research Station (ILRS). Anche qui, oltre dieci Paesi hanno aderito agli accordi corrispondenti, assieme ad organizzazioni internazionali e settore privato. Nel frattempo, la Cina continua con la sua sequenza di missioni denominate Chang’e’, preparandosi per una presenza più sistematica sulla Luna e ad ogni missione possibile, riportando campioni a terra. L’Europa, tramite l’ESA, mantiene un approccio multilaterale.

Tutti però, come già accennato, puntano al polo sud della Luna. Senza dimenticare l’India, che nell’agosto 2023 ha fatto atterrare la missione Chandrayaan-3 proprio nei giorni di una riunione dei BRICS – il gruppo che riunisce Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – mostrando al mondo le proprie capacità tecnologiche e rivendicando, di fatto, il proprio posto al tavolo dei decisori globali. La storia, in un certo senso, si ripete.

Certo, stiamo parlando di missioni spaziali estremamente complesse. Raggiungere un altro corpo del sistema solare, atterrare, estrarre risorse e trasportarle sulla Terra richiede capacità tecnologiche molto avanzate. Robotica, tecnologie di estrazione, sistemi di trasporto, gestione delle finestre temporali: sono tutti fattori che incidono in modo significativo sui costi e sulla sostenibilità economica di operazioni che, almeno sulla carta, potrebbero avere un enorme impatto.

Resta però anche un’altra prospettiva, quella dello “spazio per lo spazio”: attività di estrazione e utilizzo delle risorse direttamente in loco, senza la necessità di riportarle sulla Terra. Se sulla Luna dovesse sorgere un avamposto umano, per esempio, l’impiego delle risorse disponibili sul posto — come l’acqua — eviterebbe di doverle trasportare dal nostro pianeta, rendendo la permanenza di un manipolo di terrestri molto meno complessa e decisamente più resiliente.

L’economia delle risorse extra-terrestri
Stabilito che esistono piani strutturati di esplorazione del sistema solare da parte, ad oggi, di circa 80 Paesi, che ci sono interessi industriali crescenti nello sfruttamento delle risorse, visto anche i valori economici in gioco, e considerate le difficoltà tecnologiche, in via di risoluzione, quale è però lo scenario che ci si prospetta da qui al 2030, quindi sul breve termine?

La dimensione del mercato del mining dei soli asteroidi ha raggiunto 2,10 miliardi di dollari nel 2024 e probabilmente supererà gli 11 miliardi nel 2032 (vedi il grafico in alto). Si tratta di previsioni, che, come tali, possono portare a conclusioni non completamente centrate, ma ci aiutano comunque a capire il trend. Tra il 2024 e il 2032, il mercato è previsto crescere con un CAGR (tasso annuo di crescita composto) pari a circa il 24 percento, trainato soprattutto dalle prospettive di utilizzo delle risorse estratte e da una crescente concentrazione di capitali privati. Un segnale che indica un interesse commerciale sempre più forte nei confronti di questo comparto emergente.

D’altra parte, anche volendo considerare sovrastimata la valutazione dell’asteroide 16 Psyche, ci troviamo comunque di fronte a una possibile rivoluzione – forse non imminente, ma già in qualche modo strisciante. Se prendiamo come riferimento l’ultimo dato sul PIL mondiale, pari a circa 111 trilioni di dollari, il valore teorico attribuito a questo asteroide metallico – stimato intorno ai 10.000 quadrilioni di dollari – risulterebbe circa 90.000 volte superiore all’intera produzione economica annuale del pianeta.

Si tratta, tuttavia, di una cifra puramente teorica, che non corrisponde a un valore economico effettivamente realizzabile: deriva infatti da una stima della quantità di metalli contenuti nel corpo celeste moltiplicata per gli attuali prezzi terrestri delle materie prime. Anche ammettendo che tale valore non sia pienamente raggiungibile, è difficile non cogliere l’impatto potenziale che una simile prospettiva potrebbe avere sul pianeta, dal punto di vista sociale, politico ed economico.

Il nodo del diritto internazionale
Il tema dell’utilizzo delle risorse extraterrestri è progressivamente emerso come una delle questioni più delicate nella definizione della futura governance dello spazio. Il principale foro multilaterale in cui questo dibattito si sviluppa resta il Committee on the Peaceful Uses of Outer Space (COPUOS) delle Nazioni Unite, supportato dall’United Nations Office for Outer Space Affairs (UNOOSA), che da oltre sessant’anni rappresenta il centro della diplomazia spaziale e dello sviluppo del diritto internazionale dello spazio. Il quadro normativo di riferimento è ancora oggi il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967, che stabilisce il principio fondamentale della non appropriazione e afferma che l’esplorazione e l’utilizzo dello spazio devono avvenire a beneficio dell’intera umanità.

Tuttavia, il trattato fu concepito in un’epoca in cui le attività economiche nello spazio erano ancora lontane dalla realtà tecnologica e industriale attuale. Proprio per colmare questo vuoto interpretativo, nel 2021 il Legal Subcommittee del COPUOS ha istituito un Working Group on Legal Aspects of Space Resource Activities, con un programma di lavoro pluriennale fino al 2027, incaricato di esaminare le implicazioni giuridiche delle attività di sfruttamento delle risorse e di individuare possibili elementi di un futuro quadro normativo condiviso.

Il WG è stato molto stimolato da iniziative dal basso, originate da un insieme di portatori di interessi, come il The Hague International Space Resources Governance Working Group, che tra il 2016 e il 2019 ha elaborato i cosiddetti “Building Blocks for the Development of an International Framework on Space Resource Activities”, una serie di principi e possibili strumenti regolatori destinati a orientare la costruzione di un futuro regime internazionale.

Tra i temi affrontati figurano il ruolo degli Stati nell’autorizzazione delle attività private, la registrazione e la trasparenza delle operazioni, l’istituzione di “safety zones” per evitare interferenze tra operatori, la tutela dell’ambiente spaziale e la condivisione dei benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse. Il risultato di questo WG è stato poi portato all’attenzione del COPUOS, cosi da rientrare nell’alveo corretto. Un altro esempio di questo tipo è rappresentato dagli Accordi Artemis, che riconoscono esplicitamente la possibilità di utilizzare risorse spaziali nel rispetto del diritto internazionale e introducono concetti operativi come le “safety zones”, con l’obiettivo di favorire la cooperazione e la trasparenza nelle attività lunari.

Nel loro insieme, questi due filoni – il processo multilaterale delle Nazioni Unite da un lato, e il lavoro concettuale sviluppato dal gruppo dell’Aia e le iniziative operative come gli Accordi Artemis dall’altro – riflettono l’emergere di una nuova fase nella governance dello spazio, in cui l’evoluzione della space economy richiede un equilibrio sempre più complesso tra innovazione tecnologica, interessi nazionali e responsabilità collettiva verso un dominio che continua a essere considerato patrimonio comune dell’umanità.

Possibili scenari futuri (2025–2045)
Quindi, che cosa succederà? Difficile fare una previsione. Tre sono gli scenari plausibili: cooperazione regolata, competizione frammentata oppure rallentamento economico dell’industria mineraria spaziale. Data la spinta che proviene dal settore privato, non credo che il rallentamento sia possibile. Il COPUOS farà il suo lavoro, gli stati membri dell’ONU troveranno un accordo su un certo numero di linee guida, il settore privato e le agenzie spaziali continueranno a sviluppare tecnologie preparandosi al prossimo futuro, anche nell’ottica di lunghi viaggi interplanetari o installazioni su altri corpi del sistema solare, per poter sopravvivere senza o con meno materiale da portare dalla Terra. Nel medio periodo vedo come probabile una combinazione di cooperazione selettiva e competizione strategica e un mercato potenzialmente in esplosione.

Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.

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Washington alza la pressione su Pechino mettendo al bando le big tech cinesi

10 June 2026 at 03:45

La decisione del Pentagono, annunciata lune, di inserire alcune delle principali aziende tecnologiche cinesi, tra cui Alibaba, Baidu e Byd, nella lista delle “Chinese military companies” rappresenta un ulteriore tassello nella crescente competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Sebbene il provvedimento non equivalga a una sanzione immediata, i suoi effetti politici, finanziari e reputazionali sono tutt’altro che marginali.

La lista, conosciuta come 1260H list, nasce da una disposizione del Congresso e ha l’obiettivo di identificare le imprese che, secondo Washington, intrattengono legami diretti o indiretti con l’apparato militare cinese. L’inclusione non comporta automaticamente il blocco delle attività commerciali negli Stati Uniti, ma introduce una serie di restrizioni progressive e segnali di rischio che possono incidere profondamente sulle prospettive internazionali delle aziende coinvolte.

Nel breve periodo, l’effetto più concreto riguarda il divieto per il Pentagono di stipulare contratti diretti con le società inserite nella lista. A partire dall’anno prossimo, inoltre, le restrizioni si estenderanno anche agli acquisti indiretti attraverso terze parti. Questo significa che le aziende colpite vengono progressivamente escluse dalla supply chain della difesa statunitense, un settore non solo economicamente rilevante ma anche strategicamente centrale per la reputazione globale.

Tuttavia, l’impatto più immediato è di natura finanziaria e reputazionale. L’inclusione nella lista viene infatti interpretata dai mercati come un red flag regolatorio, capace di anticipare possibili sanzioni future o restrizioni più severe. Anche in assenza di un divieto esplicito di investimento, molti fondi istituzionali e investitori internazionali tendono a ridurre l’esposizione verso le società coinvolte, per evitare rischi legali o reputazionali. È in questo senso che la decisione del Pentagono agisce come un moltiplicatore di incertezza.

Dal punto di vista geopolitico, la mossa si inserisce nella logica della competizione sistemica tra Washington e Pechino, in particolare nei settori dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori, della robotica e dei veicoli elettrici. L’inclusione di aziende come Alibaba e Baidu segnala che il perimetro della sicurezza nazionale statunitense non si limita più all’hardware militare tradizionale, ma si estende all’intero ecosistema tecnologico avanzato, considerato dual-use per definizione. Questa impostazione riflette la crescente convinzione, bipartisan negli Stati Uniti, che la cosiddetta fusione civile-militare cinese renda difficile distinguere tra attività commerciali e potenziale supporto strategico allo Stato. Da qui la tendenza a includere grandi campioni industriali e tecnologici in una categoria di rischio sistemico, anche in assenza di prove pubbliche di collaborazione diretta con l’esercito cinese.

La reazione di Pechino è stata prevedibile: il governo cinese ha denunciato la decisione come discriminatoria e contraria ai principi del commercio internazionale, mentre le aziende coinvolte hanno respinto con forza le accuse, sottolineando la natura puramente commerciale delle proprie attività.

Tuttavia, al di là delle dichiarazioni ufficiali, l’effetto reputazionale rimane significativo, soprattutto nei rapporti con partner occidentali e istituzioni accademiche o finanziarie. Un aspetto spesso sottovalutato riguarda infatti l’effetto a cascata su università, fondi sovrani, aziende partner e organizzazioni internazionali. Anche in assenza di obblighi legali diretti, molti attori tendono ad adottare politiche di compliance più restrittive per evitare esposizioni indirette. Questo può tradursi in una progressiva riduzione delle collaborazioni scientifiche, tecnologiche e industriali con le società inserite nella lista.

Per l’Europa la decisione statunitense rappresenta un ulteriore elemento di pressione in un contesto già segnato dal tentativo di definire una propria postura di “de-risking” tecnologico verso la Cina. Pur non essendo direttamente coinvolta nelle designazioni del Pentagono, l’Unione europea e i suoi Stati membri tendono spesso ad allinearsi, almeno parzialmente, alle valutazioni di rischio di Washington, soprattutto nei settori sensibili come semiconduttori, telecomunicazioni, cloud e intelligenza artificiale. Questo può tradursi in un rafforzamento delle cautele su investimenti, partnership industriali e progetti di ricerca con le aziende cinesi coinvolte. Allo stesso tempo, la mossa americana accentua una tensione strutturale già presente in Europa: da un lato la necessità di mantenere accesso al mercato cinese e alle sue catene del valore, dall’altro la crescente spinta a ridurre le dipendenze tecnologiche considerate critiche per la sicurezza. Il risultato è una posizione intermedia e spesso ambivalente, in cui Bruxelles cerca di evitare un allineamento automatico alle strategie statunitensi, pur condividendone in parte le preoccupazioni.

In prospettiva, la decisione americana non va letta come un episodio isolato, ma come parte di una strategia più ampia di “de-risking” tecnologico nei confronti della Cina. L’obiettivo non è necessariamente il disaccoppiamento totale, ma la costruzione di barriere selettive nei settori considerati critici per la sicurezza nazionale. La lista 1260H diventa così uno strumento di pressione preventiva più che punitiva: segnala al mercato e agli alleati quali aziende potrebbero diventare in futuro oggetto di restrizioni più dure, influenzando così investimenti e catene del valore prima ancora dell’adozione di sanzioni formali. Il risultato è un ambiente sempre più frammentato, in cui la tecnologia globale si polarizza lungo linee geopolitiche. Per le aziende coinvolte, questo significa dover navigare tra mercati sempre più separati; per gli Stati Uniti, consolidare un perimetro di sicurezza tecnologica sempre più ampio; per la Cina, accelerare lo sviluppo di ecosistemi alternativi e meno dipendenti dall’Occidente.

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Il campo largo si divide ancora sull’Ucraina, e il governo festeggia

10 June 2026 at 03:45

Ancora una volta è l’Ucraina a dividere Partito democratico e Movimento 5 stelle. Non c’è niente da fare. La tanto agognata sintesi non c’è, perché non ci può essere. Il partito di Elly Schlein, magari senza lo slancio ideale che sarebbe giusto avere, non ha dubbi sull’appoggiare l’imminente avvio delle trattative per l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea. Nella mozione parlamentare del Pd, che verrà presentata domani nell’ambito delle comunicazioni di Giorgia Meloni alla vigilia del Consiglio europeo, si ritiene l’ingresso di Kyjiv in Europa una scelta di fondo, strategica, che non può essere rallentata o rinviata.

Naturalmente Giuseppe Conte ne presenterà una propria che dice il contrario, d’altronde in continuità con la storica posizione del Movimento – contraria agli aiuti militari a Kyjiv e da sempre favorevole invece alla trattativa con Mosca malgrado Vladimir Putin continui a bombardare (ricambiato dalla Resistenza ucraina).

Per l’ennesima volta dunque i partiti del campo largo si presenteranno divisi, e sempre sulla politica estera. Il governo ne trae vantaggio. È un regalo atteso, ma non per questo meno gradito. Per una maggioranza slabbrata e per la prima volta impaurita – dal generalissimo Roberto Vannacci – è una boccata d’aria pura.

Ai maggiorenti del Pd che ripetono a turno che è arrivato il momento di mettersi tutti intorno a un tavolo per cominciare a delineare il mitico programma comune, Meloni e i suoi alleati non hanno difficoltà a far notare che le divisioni in Parlamento sulla politica estera permangono intatte. Quattro anni di opposizione comune non sono bastati a superare le differenze.

Questa permanente difficoltà peraltro si registra dentro un clima che è tornato freddo. Inutile sbracciarsi a sostenere che ai ballottaggi «si è vinto» con una contabilità da dopolavoro: dieci a sei, tre a tre, vittorie sommate come figurine. Ma la politica non è un pallottoliere. E il dato politico è più semplice e più scomodo: non ha vinto davvero nessuno.

Se il Pd aveva immaginato che dopo il referendum la strada fosse tutta in discesa, dovrebbe ora prendere atto che le amministrative hanno segnato una battuta d’arresto e che, sondaggi alla mano, Giorgia Meloni non cede e Schlein non sfonda. A parte le uscite dal partito – ultima, Pina Picierno – c’è nel Partito democratico qualche segnale più nascosto come di fatica dovuta alla presa d’atto che la partita è più difficile di come si pensava.

La Direzione dovrebbe tenersi il 23 giugno: non ci saranno drammi né scontri particolari. Forse però la messa agli atti che grandi passi avanti non si registrano. Un bagno di realismo sarebbe utile, un abbassamento della cresta potrebbe essere la premessa per correggere quello che non va. Ma è un esercizio al quale i dirigenti del Nazareno non sono abituati. E dunque, pacche sulle spalle e tutti al mare.

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In Sicilia l’emergenza idrica è finita, ma l’acqua non lo sa

10 June 2026 at 03:45

«È tutto a posto, è tutto a posto». A sentire il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani, l’estate 2026 non sarà quella torrida e assetata dell’anno precedente. Niente allarmi, niente emergenze, niente razionamenti. Si va verso la bella stagione «con serenità».

La rassicurazione arriva accompagnata dai numeri dell’Autorità di bacino: nelle dighe siciliane ci sono circa 580 milioni di metri cubi d’acqua, il 58 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Le piogge hanno aiutato, alcuni interventi sono stati completati, i dissalatori di Trapani, Porto Empedocle e Gela vengono indicati come parte della soluzione. Insomma, il messaggio è chiaro: la Sicilia ha superato la fase critica.

Eppure, come spesso accade da queste parti, esiste una differenza tra la Sicilia raccontata nelle conferenze stampa e quella che esce dal rubinetto.

Perché mentre a Palermo si celebrano i risultati della cabina di regia regionale, in molte parti dell’isola cittadini, agricoltori e amministratori locali continuano a fare i conti con una situazione che assomiglia molto a un’emergenza. O, se si preferisce, a una normalità talmente degradata da essere diventata invisibile.

Basta fare un viaggio a tappe attraverso la Sicilia per accorgersi che la serenità evocata da Schifani non è ancora arrivata nelle case dei siciliani.

A Siracusa, per esempio, cento metri di strada raccontano meglio di qualsiasi relazione tecnica lo stato dell’emergenza idrica nell’isola.

Siamo alla Borgata, uno dei quartieri più popolari della città. Qui un intervento considerato fondamentale per ridurre le perdite della rete idrica è diventato una piccola odissea burocratica. Il tratto interessato è lungo poco più di cento metri, in via Trapani. Doveva essere il simbolo della lotta alle dispersioni d’acqua. È diventato il simbolo delle difficoltà che accompagnano ogni tentativo di mettere mano alle infrastrutture siciliane.

La storia inizia addirittura nel 2020, quando i tecnici del gestore Siam individuano quel tratto come uno dei più degradati dell’intera rete cittadina. Viene predisposto un progetto che tiene conto anche della presenza di possibili reperti archeologici: si prevede di scavare esattamente sopra la vecchia condotta per evitare sorprese. La Soprintendenza approva rapidamente.

Poi arrivano i fondi, gli aggiornamenti progettuali, le modifiche, le convenzioni tra enti, i cambi di tracciato. Il progetto originario viene modificato. Si decide di scavare in un punto diverso rispetto a quello previsto inizialmente.

E succede esattamente ciò che era stato previsto e che si voleva evitare: emergono reperti archeologici, la Soprintendenza blocca tutto e il cantiere si ferma.

Passano mesi. Circa quarantacinque giorni fa arriva il via libera per riprendere i lavori. Ma il cantiere resta fermo. Si parla di interferenze con la rete del gas. I residenti parlano apertamente di “cantiere fantasma”.

Il cartello all’ingresso dell’area indica una data di conclusione fissata al 27 marzo. Siamo a giugno.

È una vicenda locale, certo. Ma racconta molto bene il problema siciliano. Perché l’emergenza idrica non è soltanto una questione di piogge o di invasi pieni. È anche una questione di opere che non partono, lavori che si fermano, competenze che si sovrappongono e infrastrutture che continuano a invecchiare mentre la burocrazia procede con i suoi tempi.

Da Siracusa ci si può spostare dall’altra parte dell’isola, nella Sicilia occidentale, dove il paradosso assume contorni ancora più evidenti.

Qui il problema, denunciano gli agricoltori, non è soltanto la scarsità d’acqua. È che l’acqua disponibile spesso non riesce ad arrivare nei campi.

Ed è forse il caso più interessante per capire la differenza tra una crisi climatica e una crisi amministrativa. La prima dipende dalla mancanza di piogge. La seconda dipende dagli uomini.

Da mesi il mondo agricolo denuncia una situazione che appare difficilmente conciliabile con la narrazione di un’emergenza ormai superata. Le riserve negli invasi ci sono, sostengono gli operatori del settore, ma la rete di distribuzione continua a mostrare tutte le sue fragilità: condotte vecchie, guasti frequenti, manutenzioni giudicate insufficienti, turnazioni contestate e una programmazione che molti agricoltori definiscono inadeguata.

Il risultato è che l’acqua esiste, ma non sempre arriva dove serve.

È un paradosso che racconta molto della Sicilia. Per anni si è parlato di siccità come se fosse l’unica causa del problema. Ma quando le dighe si riempiono e i campi restano comunque senz’acqua, diventa difficile attribuire ogni responsabilità al clima.

Gli agricoltori della Sicilia occidentale raccontano una quotidianità fatta di prenotazioni per le irrigazioni, guasti improvvisi e rinvii continui. Se nel giorno assegnato la condotta presenta un problema, l’azienda deve rimettersi in coda e attendere una nuova disponibilità. Se il guasto si ripete, ricomincia da capo. Un sistema che molti descrivono come sorprendentemente arretrato per un comparto che dovrebbe rappresentare una delle eccellenze economiche dell’isola.

Le conseguenze non sono teoriche. Gli uliveti giovani rischiano di non ricevere le irrigazioni necessarie nelle fasi più delicate della crescita. Gli agrumeti entrano in stress idrico. Le colture orticole subiscono rallentamenti e perdite produttive. Alcuni produttori lamentano che perfino lo sviluppo di nuove colture ad alto valore aggiunto venga scoraggiato dall’incertezza sulla disponibilità dell’acqua.

Ogni giorno di ritardo nell’irrigazione significa minore produzione, maggiori costi e minori ricavi.

E qui emerge un’altra domanda che meriterebbe una risposta politica più che tecnica.

Se il governo regionale sostiene che l’emergenza è alle spalle, chi sta verificando che le infrastrutture siano effettivamente in grado di distribuire le risorse disponibili? Chi controlla lo stato delle reti? Chi misura l’efficienza degli investimenti effettuati negli ultimi anni?

Perché il vero indicatore della fine di una crisi non è il livello dell’acqua nelle dighe. È la capacità di portarla dove serve.

Da Siracusa alle campagne della Sicilia occidentale, fino ad arrivare all’Agrigentino. Cambiano le latitudini, ma non la sostanza.

A Canicattì, non si discute soltanto di acqua che manca. Si discute di acqua che arriva contaminata.

L’episodio più recente è finito sulle cronache locali e racconta molto del clima che si respira nei territori più colpiti dall’emergenza. Un autotrasportatore è stato denunciato dai carabinieri per commercio di sostanze alimentari nocive dopo essere stato sorpreso mentre scaricava migliaia di litri d’acqua destinati al consumo umano. Le analisi avrebbero riscontrato la presenza di batteri coliformi, escherichia coli ed enterococchi intestinali, rendendo l’acqua non conforme ai parametri previsti per il consumo.

È il punto di incontro tra due crisi che in Sicilia spesso camminano insieme: la scarsità d’acqua e il mercato parallelo che prospera quando il servizio pubblico non riesce a garantire una distribuzione regolare.

Quando l’acqua non arriva nelle case con continuità, infatti, aumenta inevitabilmente il ricorso alle autobotti private. E quando cresce la domanda in condizioni di emergenza, aumentano anche i rischi di irregolarità, controlli insufficienti e circuiti poco trasparenti.

Non è un caso che la stessa Aica, l’azienda che gestisce il servizio idrico nell’Agrigentino, abbia richiamato la necessità di rafforzare i controlli e di intensificare la collaborazione tra istituzioni, forze dell’ordine e amministrazioni locali. Alcuni Comuni della provincia hanno addirittura chiesto di mettere a disposizione autobotti della Protezione civile per garantire approvvigionamenti sicuri alla popolazione.

Anche qui, però, il punto non è il singolo episodio. Il punto è che un sistema idrico efficiente non dovrebbe costringere migliaia di cittadini a dipendere dalle autobotti per soddisfare un bisogno essenziale.

Perché quando l’acqua arriva attraverso mezzi straordinari anziché attraverso una rete ordinaria, significa che qualcosa si è già rotto molto prima.

L’acqua, quando arriva, costa carissima.

A ricordarlo è l’ultimo report di Federconsumatori Sicilia sulle tariffe del servizio idrico integrato nei capoluoghi dell’isola. Una fotografia impietosa che racconta come, in molti territori, i cittadini paghino cifre superiori alla media nazionale per ottenere un servizio che spesso continua a essere discontinuo e inefficiente.

La classifica parla da sola. Per una famiglia tipo che consuma 182 metri cubi d’acqua l’anno, Enna è la città più cara della Sicilia con una spesa annua di oltre 760 euro. Seguono Siracusa con 738 euro e Caltanissetta con 729 euro. Agrigento supera i 630 euro, Palermo i 540. Soltanto Catania e Messina si attestano sotto la media nazionale.

Il paradosso siciliano è tutto qui: si paga molto e si riceve poco. Secondo Federconsumatori, la ragione è strutturale. In Sicilia l’acqua viene pagata due volte. La prima all’ingrosso, attraverso Siciliacque, la società partecipata in larga maggioranza da soggetti privati che vende la risorsa ai gestori locali. La seconda al dettaglio, attraverso le bollette emesse dai singoli gestori del servizio.

Ma il dato più impressionante riguarda le perdite. In alcune aree dell’isola oltre la metà dell’acqua immessa nelle reti non arriva mai ai rubinetti. A Catania, in alcune gestioni, le dispersioni superano addirittura il 75 per cento. A Siracusa si sfiora il 70 per cento. Palermo perde oltre il 54 per cento dell’acqua distribuita, Messina il 54, Agrigento oltre il 50.

In pratica, una parte enorme dell’acqua acquistata, pompata e trasportata si disperde nel sottosuolo attraverso reti vecchie, danneggiate o insufficientemente manutenute.

E qui emerge un altro paradosso tutto siciliano. Mentre il presidente Schifani rivendica l’aumento delle riserve negli invasi, il vero problema continua a essere quello che accade dopo. L’acqua c’è. Il problema è portarla nelle case e nei campi senza perderne metà per strada. È come vantarsi di avere il serbatoio pieno mentre il motore perde carburante da ogni guarnizione.

Federconsumatori parla apertamente di un servizio costoso e di qualità insufficiente. E individua una delle cause anche nei ritardi accumulati nella riorganizzazione del sistema idrico regionale, tra commissariamenti, ricorsi amministrativi, affidamenti bloccati e investimenti rimasti sulla carta.

Così il viaggio attraverso la Sicilia dell’acqua restituisce sempre la stessa immagine. A Siracusa i cantieri si fermano. Nella Sicilia occidentale gli agricoltori aspettano l’acqua che non arriva nonostante gli invasi pieni. A Canicattì si moltiplicano i problemi legati all’approvvigionamento tramite autobotti. E in tutta l’isola i cittadini continuano a pagare bollette tra le più alte d’Italia per reti che disperdono quantità enormi di acqua.

L’emergenza, insomma, potrebbe essere finita nelle statistiche. Molto meno nella vita quotidiana dei siciliani.

A questo punto, dopo aver attraversato una Sicilia fatta di cantieri fermi, condotte che perdono, campagne senz’acqua, autobotti e bollette sempre più pesanti, resta da capire per chi, esattamente, l’emergenza idrica sia davvero finita.

Una risposta, in effetti, c’è.

Per i 918 siciliani che hanno vinto il bonus lavastoviglie.

Sì, esiste davvero. 

Mentre l’isola affrontava la peggiore crisi idrica della sua storia recente, il governo Schifani ha deciso di combatterla anche incentivando l’acquisto di lavastoviglie. Una misura pensata per favorire il risparmio idrico domestico e che oggi ha prodotto una graduatoria ufficiale: 918 cittadini riceveranno fino a 200 euro di contributo per l’acquisto dell’elettrodomestico.

Se c’è una categoria di siciliani che può guardare all’estate 2026 con assoluta serenità, almeno in cucina, è sicuramente la loro.

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L’Italia può essere il ponte tra Europa e India

10 June 2026 at 03:45

Le dimensioni contano. È naturale, allora, che la visita a Roma del primo ministro del Paese più popoloso del mondo conti parecchio. Ricevere Narendra Modi implica un segnale preciso: vogliamo ampliare, e di molto, lo spettro dei nostri partner strategici e facendolo puntiamo ai massimi livelli. Scherzando, si potrebbe dire che quando i capi dei governi italiano e indiano si incontrano rappresentano oltre un miliardo e mezzo di cittadini. Sappiamo che si tratta di una visione distorta, ma il diverso peso demografico dei due Paesi non solo indica un motivo di complementarietà, ma soprattutto nasconde più importanti aspetti di sinergia economica e anche politica (del resto l’intreccio tra le due dimensioni è inestricabile).

Anche per l’India la visita di Modi è significativa. Basti pensare alla straordinaria eco mediatica degli incontri romani dettata certamente dalle dimensioni del Paese, ma che comunque è un dato di fatto che letteralmente pesa, soprattutto in un sistema democratico nel quale i cittadini votano (e sempre di più producono e consumano). Alcuni numeri sono impressionanti: si calcola che circa cinquecento testate abbiano pubblicato l’articolo scritto insieme da Meloni e Modi, che trovate anche all’interno di questo giornale. Questo può significare centinaia di milioni di potenziali lettori. Certamente i post con le foto dei due leader, il duo #Melodi, ottengono milioni di visualizzazioni. C’è un aspetto pop in tutto ciò, ma va considerato con rispetto perché questa è la combinazione tra la “chimica” tra i responsabili dei governi, che continua (per fortuna) a valere anche nell’era del dominio tecnologico, e il ruolo che comunque le democrazie, per quanto imperfette, assegnano ai cittadini.

Quale ruolo, allora, per India e Italia nel grande disordine mondiale? Tutto inizia col salto di qualità del 2023, nel primo anno del governo di Giorgia Meloni, col superamento di un rapporto fino ad allora inadeguato al livello dei due Paesi. Dopo ben sedici anni abbiamo rotto il ghiaccio: nel marzo di quell’anno ho accompagnato la nostra presidente del Consiglio nella prima visita in India di un nostro capo di governo dopo molti, troppi, anni. Nel settembre del 2023 Meloni torna in India per il vertice del G20. In quella occasione Italia e India lanciarono con altri partner la rete di connettività Imec. La parola d’ordine era differenziare: occorre il maggior numero possibile di partner rilevanti come l’India, il paese più popoloso del mondo e, tra i grandi, quello che cresce con i ritmi maggiori.

Da allora molto è cambiato – il 7 ottobre e la guerra di Gaza che a poche settimane dalla firma del memorandum di Imec di fatto ne hanno a lungo (e non a caso) congelato l’attuazione – poi la nuova guerra del Golfo con il blocco dello Stretto di Hormuz che si aggiunge alle minacce Houthi all’imbocco del Mar Rosso. Ma tutto questo non fa che rafforzare gli obiettivi di aprire nuove opzioni, offrire ridondanza. Soprattutto, nel gennaio scorso, l’accordo di libero scambio tra Unione europea e India ha aperto la possibilità di un raddoppio dell’interscambio. Quindi di nuove rotte e infrastrutture tra l’India e l’Europa diventano un’esigenza ineludibile. E Roma può essere il ponte tra Europa e India.

nche per l’India c’è lo stesso obiettivo comune che rende importante il rapporto bilaterale: differenziare. Nell’era dell’incertezza caotica è fondamentale alleggerire i condizionamenti che limitano le opzioni e in definitiva la sovranità dei governi. Occorre rendersi più indipendenti in un mondo che – malgrado il cambiamento profondo della globalizzazione – rimane caratterizzato dalle interdipendenze. Questo si ottiene non con l’isolamento dei dazi, ma attraverso la diversificazione dei partner, partendo dai più rilevanti. Importante quindi la scelta del governo Meloni di puntare sull’India, un gigante giovane e quindi sempre più innovativo che punta a diventare protagonista nelle nuove tecnologie, dallo spazio all’intelligenza artificiale. Le stesse considerazioni sono state presenti a New Delhi nel puntare sull’Europa. Ma proprio perché la parola d’ordine è differenziare occorre evitare un rapporto esclusivo con l’oggetto della nostra differenziazione: occorre allargare l’orizzonte dei rapporti, meglio se insieme. Ed ecco la prospettiva di un impegno comune di Italia e India in Africa che si colloca nel contesto del nostro Piano Mattei.

Le visioni più ampie, possibilmente condivise, devono appunto essere la caratteristica di nazioni con ambizioni strategiche. La visita di Modi rappresenta il consolidamento di una visione comune, quella dell’Indo-Mediterraneo. Questa per me è una soddisfazione personale perché da anni sostengo la necessità di superare la formula del “Mediterraneo allargato”, che probabilmente è stata utile nel contesto interno (ad esempio per la nostra Marina Militare con la legge navale), ma è rimasta poco comprensibile fuori dai nostri confini. Occorre invece passare a formule chiare e per così dire vendibili. Così è il concetto di Indo-Mediterraneo. Una visione ormai ampiamente adottata, che si aggancia a quella di Indo-Pacifico lanciata con successo dall’allora primo ministro giapponese Shinzo Abe.

Anche Meloni e Modi hanno sottolineato questa visione che del resto ha inquadrato la conferenza dedicata a Imec tenutasi a marzo a Trieste. Questa iniziativa, promossa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, è stata la più importante finora organizzata su questo tema anche perché ha coinvolto molte imprese. Il ministro Tajani lo scorso anno ha promosso tre Business Forum ai quali hanno partecipato numerosi imprenditori, e il ministro della Difesa Guido Crosetto è andato recentemente in India perché dal punto di vista della sicurezza New Delhi è ormai protagonista degli equilibri internazionali. Questo vuol dire passare dalla visione all’azione, ed è coerente con le dichiarazioni di Giorgia Meloni, che ha insistito con la parola lavoro. Abbiamo una visione, ora dobbiamo metterla in pratica. È questa la sintesi dell’intervento pubblico di Meloni al vertice, quando ha citato un proverbio indiano: «Parishram safalta ki kunji hai», ovvero «il duro lavoro è la chiave del successo».

Questo è l’articolo di apertura del nuovo Linkiesta Paper – Speciale Imec. Si può comprare adesso, qui sullo store.

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