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Nel 2025 +11% di segnalazioni di operazioni sospette all’Unità di informazione finanziaria. Crescono quelle per frodi informatiche, anche con l’AI

16 June 2026 at 18:34

Criminali e politici o funzionari corrotti utilizzano sempre più le cripto e le innovazioni tecnologiche per riciclare il fiume di denaro delle attività illecite, dei fondi pubblici o per truffare risparmiatori e cittadini. Lo scorso anno la Uif, l’unità di informazione finanziaria istituita presso la Banca d’Italia, ha ricevuto un 11% in più di segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio o finanziamento al terrorismo (in gergo Sos) arrivate da banche, operatori finanziari, professionisti. Per un totale di oltre 162mila, trainate appunto da quelle degli istituti telematici su possibili frodi informatiche, segnala il direttore Enzo Serata: nel 2025 hanno riguardato circa 31.600 Sos. E in quell’ambito “si è osservato l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa per la creazione di documenti impiegati per l’apertura di rapporti a distanza, modalità che presenta rilevanti rischi a carico degli intermediari in presenza di non efficaci meccanismi di controllo interno”.

In parte sono anomalie rilevate in maniera automatica dai sistemi dei segnalanti che poi si rilevano incomplete o errate. E una segnalazione trasmessa alle forze di polizia e alla magistratura non indica automaticamente un reato. Ma si tratta di una parte importante delle indagini ad esempio nei casi di corruzione di politici (le cui operazioni finanziarie sono sottoposte a paletti più stringenti) che, rileva il direttore, ricorrono a “schemi operativi complessi” utilizzando familiari, professionisti compiacenti e conti esteri per occultare l’appropriazione di risorse pubbliche o la corruzione. Per questo la Uif chiede a chi deve segnalare “maggiore attenzione” a banche, operatori e notai “nel cogliere i collegamenti soggettivi con esponenti politici e funzionari, che spesso sfuggono” a chi deve segnalarli specie se si tratta di utilizzo di “risorse pubbliche”.

Ci sono poi altri fronti aperti di preoccupazione: lo sfruttamento sessuale di minori dove per pagare le piattaforme online che diffondono materiale illecito si usano le cripto e il finanziamento del terrorismo jihadista che la guerra in Medio Oriente ha rinfocolato, aumentando la propaganda volta a raccogliere fondi. Alla criminalità organizzata è collegato il 14% delle segnalazioni: allunga la sua ombra su appalti, energie rinnovabili e agevolazioni pubbliche come le garanzie sui prestiti. Non aiuta il contributo risibile della pubblica amministrazione dalla quale arriva solo lo 0,3% delle segnalazioni totale. Serata non la cita ma è recente il caso di Banca Progetto, commissariata dalla magistratura dopo che l’istituto aveva erogato alla criminalità organizzata milioni di finanziamenti garantiti dallo Stato dovendo essere poi salvata da un pool di banche.

Il crimine, scandisce la Uif, “sfrutta in misura crescente piattaforme FinTech, criptoattività, Iban virtuali e circuiti criminali specializzati“, utilizza infrastrutture finanziarie transnazionali “per far perdere le tracce dei fondi ottenuti illegalmente”. A volte poi la truffa avviene in maniera più semplice sfruttando norme pensate per agevolare giovani e fragili come nel caso dei mutui con garanzia pubblica. Uno schema diffuso che prevede negli atti di compravendita “prezzi superiori a quelli effettivamente pattuiti tra le parti” grazie a documenti falsi redatti da soggetti del settore immobiliare e creditizio.

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Chat sessista tra dipendenti Atm, c’è un indagato. Perquisizioni e sequestri di cellulari a cinque persone

16 June 2026 at 18:31

C’è almeno un indagato per accesso abusivo a sistema informatico nel caso della chat con commenti sessisti e immagini di donne rubate dalle videocamere di sorveglianza dei mezzi Atm, l’azienda dei trasporti milanesi. Sono state effettuate cinque perquisizioni nell’inchiesta della Polizia locale, coordinata dalla Procura diretta da Marcello Viola. Ai cinque è stato, inoltre, disposto il sequestro del cellulare. Gli inquirenti devono stabilire quanti fossero i partecipanti, la data di creazione del gruppo e l’effettiva provenienza delle immagini.

L’attività scaturisce dalla denuncia di Atm alla Polizia locale, che l’ha poi trasmessa alla Procura di Milano, relativa all’uso improprio di immagini delle telecamere di bordo da parte di alcuni dipendenti. In parallelo l’azienda ha presentato un esposto al Garante della Privacy. La Polizia locale, secondo quando si apprende, sta procedendo anche al sequestro di cellulari e altro materiale informatico.

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Maxi causa da 250 milioni per il caso Minetti: Fnsi, Stampa Romana e Alg con Il Fatto e Report. “Azioni per imbavagliare il diritto di cronaca”

16 June 2026 at 16:16

Azioni per imbavagliare il diritto di cronaca”. Con queste parole Fnsi, il sindacato nazionale dei giornalisti italiani, e la Stampa Romana, la sigla dei professionisti che operano nella Capitale e nel Lazio, hanno espresso la propria vicinanza a Il Fatto Quotidiano e Report raggiunti da una maxi richiesta di risarcimento da 250 milioni di dollari per le inchieste sulla grazia presidenziale concessa a Nicole Minetti. Anche l’Associazione Lombarda dei Giornalisti (Alg) ha espresso “piena solidarietà e vicinanza ai colleghi delle redazioni”, parlando di “effetto intimidatorio sull’esercizio della libertà di stampa“.

Nella richiesta di risarcimento di 43 pagine si parla di “accuse false e sensazionalistiche” sui rapporti di Cipriani con Jeffrey Epstein, il faccendiere pedofilo, e sulle “feste a sfondo sessuale” organizzate in Uruguay nel ranch “Gin Tonic” dell’imprenditore italiano. Oltre che sulle pratiche per l’adozione e le cure necessarie per il figlio adottivo della coppia Cipriani-Minetti. L’azione legale non è per diffamazione – negli Stati Uniti la tutela della libertà di stampa è molto più ampia che in Europa – ma per “interferenza illecita con rapporti commerciali futuri, falsa rappresentazione dannosa e denigrazione commerciale”.

La solidarietà di Fnsi e Stampa Romana

Nel comunicato congiunto delle due sigle si legge che l’azione legale intestata dalla società di Giuseppe Cipriani, compagno di Minetti, “sottolinea un modo di agire diventato comune nei confronti della stampa. Richieste di risarcimento abnormi, fuori da qualsiasi ragionevole parametro, accompagnate dall’esplicita affermazione di voler far chiudere testate scomode, senza minimamente interessarsi del futuro dei giornalisti e dell’informazione”. Fnsi e Stampa Romana concludono ribadendo “l’importanza del giornalismo d’inchiesta e la protervia di chi cerca di contrastare l’informazione a suon di inaudite richieste milionarie”. Nella nota si fa anche riferimento al fatto che Cipriani si sia rivolto ala magistratura degli Stati Uniti. Una scelta, specificano le due sigle, “per cercare di stringere ulteriormente il cappio” intorno alle due testate. La richiesta di risarcimento è stata infatti sottoposta alla Corte distrettuale di New York, per mano dei legali del ramo Usa del gruppo imprenditoriale di Cipriani.

Il comunicato di Alg

Anche l’Associazione Lombarda dei Giornalisti denuncia come la richiesta di risarcimento di entità straordinaria rischia di assumere i contorni di “una pressione economica sproporzionata” nei confronti dell’attività giornalistica. “Riteniamo che richieste risarcitorie di importi milionari – spiega il presidente ALG, Paolo Perucchini – possano produrre un effetto intimidatorio sull’esercizio della libertà di stampa, soprattutto quando colpiscono attività di giornalismo d’inchiesta svolte nell’interesse pubblico. Il giornalismo investigativo rappresenta uno dei pilastri fondamentali di una società democratica”. Perucchi parla di “cause bavaglio” che “rischiano di generare un clima di autocensura“, danneggiando quindi l’intero sistema dell’informazione. “Anche la scelta di rivolgersi al tribunale federale americano – conclude il presidente dell’ALG – è sintomatica della volontà di intimidire al massimo livello i giornalisti italiani giocando ‘fuori casa’”.

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Roma, sette arresti per terrorismo: “Gruppo anarchico responsabile del sabotaggio all’Alta velocità a febbraio”

16 June 2026 at 12:18

Sette persone sono state arrestate dalla Digos di Roma, su ordine del gip, con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo. Due di loro, si legge nel comunicato della Questura, sono “gravemente indiziati di aver concorso nella realizzazione di attentato a impianti di pubblica utilità, interruzione di pubblico servizio e istigazione per delinquere, aggravati dalla finalità di terrorismo. Si tratta in particolare dell’azione compiuta il 14 febbraio 2026 ai danni della rete ferroviaria dell’Alta velocità Roma-Firenze, con l’uso di esplosivi rudimentali, ma di sicura efficacia, che hanno provocato gravi danni all’infrastruttura per un costo di ripristino pari a 455mila euro”, nonché la paralisi della circolazione con ritardi fino a due ore. Quel sabotaggio, insieme a un altro effettuato lo stesso giorno sulla linea Roma-Napoli, “è stato rivendicato sul sito web ispiraazione.noblogs.org creato appositamente qualche mese prima”, con un comunicato che “faceva riferimento alla concomitanza con le Olimpiadi invernali di Milano–Cortina e agli intenti antimilitaristi e di attacco violento alle infrastrutture.

Cinque degli arrestati sono stati sottoposti a custodia cautelare in carcere, due ai domiciliari. Secondo la Procura di Roma, avevano “costituito e organizzato un gruppo criminale per compiere atti di violenza con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico e strutturato secondo modalità e metodologie note e sperimentate nel movimento anarchico, organizzazione radicata nel territorio capitolino, ma anche in relazione con realtà affini individuabili, tra l’altro, nelle aree di Bologna, Forlì-Cesena, Milano e Napoli. Nelle prospettive del gruppo in questione”, si legge nel comunicato, “anche l’obbiettivo di mantenere attiva la mobilitazione dell’anarco-insurrezionalismo avverso la sottoposizione al regime del 41-bis dell’anarchico Alfredo Cospito, anche attraverso violente azioni dimostrative.”

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Bossi jr, definitiva la condanna per truffa sul Reddito di cittadinanza. Confermata in Appello quella per maltrattamenti

16 June 2026 at 11:30

Diventa definitiva la condanna a due anni e sei mesi a Riccardo Bossi per aver indebitamente percepito il reddito di cittadinanza per oltre tre anni e mezzo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del figlio del fondatore della Lega, condannato per truffa ai danni dello Stato dal Tribunale di Busto Arsizio (Varese) e poi dalla Corte d’Appello di Milano, che aveva anche stabilito un risarcimento danni a favore dell’Inps di 15mila euro. L’accusa era di aver ottenuto 280 euro al mese per 43 mensilità, per un ammontare complessivo di oltre 12mila euro dal 2020 al 2023.

Nella stessa giornata, la Corte d’Appello del capoluogo lombardo ha confermato la condanna di Bossi junior per maltrattamenti nei confronti della madre, Gigliola Guidali. Un anno fa il primogenito del Senatur era stato condannato dal Tribunale di Varese a un anno e quattro mesi di carcere. I fatti oggetto del processo risalgono al 2016: secondo l’accusa, Bossi – che ha sempre negato ogni addebito – faceva continue richieste di soldi alla madre, spesso accompagnate da insulti e percosse, fino a costringerla a fuggire di casa e a sporgere denuncia. In un’occasione la donna era stata spinta dal figlio e aveva sbattuto la testa contro il muro. In seguito la madre aveva ritirato la querela assicurando che i rapporti fossero tornati sereni: un dietrofront che aveva fatto cadere l’accusa di minacce, ma non quella di maltrattamenti, perseguibile d’ufficio. Contro la sentenza d’Appello l’avvocato di Bossi, Federico Magnante, ha preannunciato ricorso in Cassazione.

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Urbanistica a Milano, nella prima sentenza sulla Torre di via Stresa assolti tutti gli 8 imputati: “Assenza di dolo, hanno agito secondo prassi del Comune e le pronunce dell’epoca”

16 June 2026 at 08:59

Il fatto non costituisce reato. Con questa formula sono stati assolti tutti gli 8 imputati nella prima sentenza delle numerose indagini aperte sulla gestione dell’urbanistica nel comune di Milano. Gli otto soggetti erano accusati di abuso edilizio e lottizzazione abusiva. Si tratta del caso riguardante la “Torre Milano“, un grattacielo di 24 piani alto 85 metri edificato in via Stresa al posto di due piccole palazzine a uffici di 2 e 3 piani che un tempo ospitavano una casa editrice. Assolti per “assenza di dolo“, scrive il presidente del Tribunale in una nota. In pratica per il giudice il fatto c’è, ma non costituisce reato per mancanza dell’elemento soggettivo, cioè gli imputati erano in buona fede.

Il dolo e la prassi

Gli otto imputati hanno agito in buona fede: è questa, in sintesi, la nota con cui il presidente del Tribunale Fabio Roia spiega – anticipando le motivazioni che saranno depositate tra 90 giorni – la sentenza che chiude con un’assoluzione piena il primo processo del filone sulla rigenerazione urbana. In particolare il verdetto pronunciato dalla giudice Braggion con la formula “il fatto non costituisce reato” ha fatto cadere l’accusa nei confronti dei costruttori e l’architetto del progetto di aver proceduto a un intervento edilizio, con titolo illegittimo trattandosi di nuova costruzione e non di ristrutturazione e senza previo piano attuativo. Assolti anche i funzionari del Comune di Milano citati per rispondere penalmente per aver concorso (dolosamente) o cooperato (colposamente) a tale realizzazione rilasciando un titolo illegittimo e redigendo una delibera dirigenziale che rendeva possibile tale costruzione in contrasto con norme statali, e senza redigere un piano attuativo. “Per tutti difetta l’elemento soggettivo del reato, sia doloso che colposo, atteso che solo negli ultimi anni la giurisprudenza penale, quella amministrativa e finanche le pronunce della Corte Costituzionale più recenti hanno offerto diverse interpretazioni del concetto di ristrutturazione” si spiega nella nota. Inoltre, “la prassi consolidata del Comune di Milano, discendente dall’applicazione della legge regionale, del Pgt e del Regolamento edilizio, avvallata dall’avvocatura comunale fino dal 2002, ratificata fino al 2023 con la circolare numero 1 del Comune e sostenuta dalla pacifica giurisprudenza amministrativa dei Tar e del Consiglio di Stato, consentiva l’intervento Torre Milano con il titolo effettivamente rilasciato a Opm srl”. L’asseveratore del progetto è stato anche assolto dall’imputazione di falsa attestazione della conformità del progetto ai requisiti del Pgt e della legge “per mancanza di dolo, in quanto nella sua relazione ha attestato ciò che riteneva corretto e non sapeva essere ‘falso’ secondo le interpretazioni della giurisprudenza penale e amministrativa successiva, impostasi dopo oltre 7 anni dalla sua relazione”.

Cosa aveva chiesto la procura

La pm milanese Marina Petruzzella aveva chiesto la condanna a 2 anni e 4 mesi di arresto e 50mila euro di ammenda per Giovanni Oggioni, ex direttore dello Sportello unico edilizia del Comune ed ex vicepresidente della Commissione paesaggio, nel marzo 2025 anche arrestato per un altro filone sulla corruzione e imputato in diversi procedimenti. Stesse richieste di condanne avanzate per gli imprenditori-costruttori Stefano e Carlo Rusconi. La pm aveva chiesto, poi, per quei due reati contravvenzionali le pene più alte di 2 anni e 4 mesi di arresto e 50mila euro di ammenda anche per altri due imputati, ossia Franco Zinna, ex dirigente della Direzione Urbanistica milanese, e Gianni Maria Beretta, architetto e progettista. Infine erano stati chiesti due anni di arresto e 30mila euro di ammenda per Francesco Mario Carrillo e Maria Chiara Femminis e un anno di arresto e 16mila euro di ammenda per Pietro Ghelfi, tre ex funzionari dello Sportello unico edilizia La procura aveva anche chiesto la confisca del grattacielo ritenuto abusivo, perché costruito con la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) invece che con un piano attuativo, come fosse una “ristrutturazione” e non invece una nuova costruzione. Impianto accusatorio che però non ha convinto la giudice Paola Braggion della settima penale che ha assolto tutti gli imputati.

Gli applausi in aula

Durante la lettura della sentenza in aula è partito un applauso. Si tratta della prima sentenza dopo una delle tante indagini aperte, da ormai quasi quattro anni, dalla Procura di Milano sulla gestione urbanistica e su presunti abusi edilizi. Alcune di queste inchieste, in alcuni casi, contestano anche ipotesi di corruzione. Secondo i pm, una nuova costruzione era stata “spacciata” per una ristrutturazione. Ipotesi che riguarda tanti altri procedimenti e che è stata spazzata via da questo primo verdetto. Il Comune, parte offesa per i pm, non si era costituito parte civile contro gli imputati.

Le reazioni

“Non commento le sentenze, le sentenze si rispettano. Beh, sono soddisfatto. Io sono una persona limpida e trasparente e sono sempre stato sereno. Non commento poi le altre indagini”, ha detto ai cronisti l’ex dirigente comunale Giovanni Oggioni, assolto oggi assieme agli altri sette imputati. Oggioni, tra l’altro, è imputato in diversi altri procedimenti su abusi edilizi aperti dai pm e anche indagato per ipotesi di corruzione in un altro filone delle maxi indagini. “Ci siamo tolti un gran peso, il peso della ingiustizia. Ci siamo sentiti molto soli in questo periodo, come soli si sono sentiti gli acquirenti sospesi. È stato un processo molto duro. Era una questione di norme e di valutazioni sbagliate da parte dei pm”, ha sottolineato l’avvocato Federico Papa, che assiste l’imprenditore-costruttore Carlo Rusconi. “Nell’azione della Procura c’è il concetto di ‘colpirne uno per educarne cento‘”, aveva affermato Rusconi in dichiarazioni spontanee davanti al giudice prima che lo stesso magistrato si ritirasse in camera di consiglio per uscire qualche minuto dopo con il verdetto di assoluzione per lui e gli altri sette imputati.

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Blitz antimafia a Palermo: arrestato Raffaele Galatolo, il boss ergastolano con i permessi premio

15 June 2026 at 10:05

Uno, un vecchio boss da tempo ormai in libertà. L’altro, ergastolano ma considerato un detenuto modello tanto da usufruire di diversi permessi premio grazie ai quali tornava a Palermo. Ma la loro vita, sostiene la Dda di Palermo, non era per nulla cambiata e stavano riorganizzando le famiglie dell’Acquasanta e dell’Arenella, due delle più importanti del mandamento di Resuttana. Così oggi Stefano Fidanzati e Raffaele Galatolo sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza insieme ad altre undici persone in un’operazione antimafia che vede indagate 45 persone.

Fidanzati era tornato in libertà da tempo ma, secondo l’accusa, sarebbe ancora a capo della famiglia mafiosa dell’Arenella. Il boss ergastolano Raffaele Galatolo, in carcere a Napoli e considerato un detenuto modello tanto da usufruire di diversi permessi, riorganizzava la famiglia dell’Acquasanta: aveva ottenuto la possibilità di uscire dal carcere e lavorare in un’associazione di volontariato. Agli arrestati – 8 in carcere e cinque ai domiciliari – vengono contestati a vario titolo i reati di associazione mafiosa, bancarotta fraudolenta, favoreggiamento personale, riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, esercizio abusivo di attività di scommesse.

Le investigazioni hanno consentito di acquisire elementi utili a delineare gli assetti interni delle due famiglie. In particolare, è emerso come, anche grazie al supporto di una stabile rete di sodali e alla forza di intimidazione derivante dall’appartenenza all’associazione mafiosa, i capi famiglia avrebbero esercitato la propria influenza sui rispettivi territori di riferimento, mantenendo la capacità di orientare le attività illecite, dirimere controversie interne o con soggetti appartenenti ad altri mandamenti, nonché condizionare l’operatività economica e commerciale. Con riferimento alla famiglia mafiosa dell’Arenella, l’attività d’indagine ha permesso di ricostruire le modalità di imposizione mafiosa sul territorio da parte del capofamiglia, il quale, anche attraverso interazioni con altri esponenti di vertice di Cosa nostra, avrebbe esercitato la propria influenza anche rilevando società, fittiziamente intestate, a incensurati al fine di reimpiegare i capitali illeciti.

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“Alberto Stasi uscirà dal carcere, affidamento in prova ai servizi sociali”, il via libera del Tribunale di Sorveglianza

13 June 2026 at 08:53

Alberto Stasi uscirà dal carcere. La conferma arriva dal Tribunale di Sorveglianza di Milano, che ha depositato il provvedimento con cui dà il via libera formale, scontato anche dopo l’ok della Procura generale, all’affidamento in prova ai servizi sociali. Stasi potrà così lasciare il carcere dopo circa dieci anni e mezzo.

Era entrato a Bollate nel dicembre 2015 e da poco più di un anno era in semilibertà, ossia doveva rientrare nella casa di reclusione la sera. Condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi, potrà scontare gli ultimi circa due anni di pena con la misura alternativa al carcere. L’ordinanza è stata depositata questa mattina. La Procura generale, nell’udienza di ieri, aveva espresso parere positivo per la buona condotta e le relazioni sul detenuto. L’affidamento in prova è l’ultimo passo prima della libertà per Stasi. Si attende ancora che la difesa depositi la richiesta di revisione.

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Nicole Minetti, il tribunale “prende atto” della grazia del Quirinale: sospesa l’esecuzione della pena di 3 anni e 11 mesi

12 June 2026 at 18:06

Il tribunale di sorveglianza di Milano ha revocato l’esecuzione della pena per Nicole Minetti, l’ex consigliera regionale della Lombardia condannata a 3 anni e 11 mesi. La pena era stata accumulata in due diversi processi, quello cosiddetto “Ruby bis” per favoreggiamento della prostituzione e quello sulle “spese allegre” al Pirellone nel quale Minetti era stata condannata per peculato. La revoca decisa dal giudice è una presa d’atto della grazia concessa a febbraio dal presidente della Repubblica. L’atto di clemenza sospende la pena (poi la estingue dopo 5 anni senza reati). Come noto, il provvedimento di grazia è stato confermato dopo che la Procura generale di Milano ha sostenuto di aver eseguito tutte le verifiche necessarie dopo l’inchiesta del Fatto Quotidiano.

La decisione del tribunale è un mero passaggio formale che chiude il caso. I giudici Marcello Bortolato (presidente) e Paola Braggion, in poche righe, prendono atto dell’atto del Quirinale. Tecnicamente hanno decretato “il non luogo a deliberare” sull’istanza di affidamento in prova con cui Minetti voleva scontare la pena, una richiesta avanzata dai legali Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi.

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Appalti Anas, Denis Verdini rinviato a giudizio per corruzione. Il figlio Tommaso patteggia due anni e dieci mesi

12 June 2026 at 14:08

L’ex parlamentare Denis Verdini è stato rinviato a giudizio per corruzione nell’ambito di un filone del procedimento su presunti appalti pilotati dell’Anas. A deciderlo il giudice per l’udienza preliminare di Roma Tiziana Coccoluto, che ha fissato la prima udienza al 16 settembre. La gup ha approvato anche l’accordo complessivo di patteggiamento raggiunto dal figlio di Denis, Tommaso Verdini, con la Procura: Verdini junior, arrestato a dicembre 2023, aveva già patteggiato due anni e nove mesi di reclusione per la maggior parte delle accuse, pena alzata ora a due anni e dieci mesi da scontare ai lavori socialmente utili. Un altro degli imputati, l’ex manager di Anas Domenico Petruzzelli, è stato condannato a un anno e quattro mesi per corruzione con rito abbreviato, venendo invece assolto dall’accusa di turbativa d’asta.

Nei capi d’imputazione si legge che Tommaso Verdini, Denis Verdini e Fabio Pileri, titolari della società di consulenza imprenditoriale Inver, facilitavano le aziende loro clienti a vincere appalti attraverso l’accesso a informazioni riservate, apprese da dipendenti di Anas in cambio di denaro o di favori. In cambio della “messa a disposizione delle loro funzioni”, si legge nei capi d’imputazione, alcuni funzionari pubblici “accettavano la promessa di utilità” da parte dei Verdini e di Pileri, “consistite nei loro interventi e raccomandazioni in sedi politiche e istituzionali per la conferma in posizioni apicali di Anas, o comunque la ricollocazione in ruoli apicali ben remunerati di organismi di diritto pubblico”. Gli imprenditori, invece, a “conoscenza degli appoggi in Anas garantiti dai rapporti personali di Pileri e dei Verdini”, ne rafforzavano “i propositi criminosi sollecitando tali interventi e remunerandoli con somme di denaro, giustificate attraverso fittizi contratti di consulenza”.

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Interdetti dalla professione medica i cardiochirurghi del trapianto di cuore fallito al piccolo Domenico Caliendo

12 June 2026 at 08:40

Dodici e sette mesi di interdizione dalla professione medica. L’ha disposta il giudice per le indagini preliminari di Napoli nei confronti del cardiochirurgo Guido Oppido e della sua vice Emma Bergonzoni, che il 23 dicembre 2025 hanno eseguito il trapianto di cuore fallito al piccolo Domenico Caliendo, morto il 21 febbraio nell’ospedale Monaldi. I due sono stati sospesi con l’accusa di falso materiale e ideologico in concorso in relazione alla compilazione della cartella clinica del bimbo. Accolte, quindi, le richieste del pm Giuseppe Tittaferrante e del procuratore aggiunto Antonio Ricci che hanno coordinato le indagini del Nas dei carabinieri.

Nella qualità di medici avrebbero attestato falsamente circostanze non corrispondenti al vero nel referto operatorio relativo al trapianto di cuore, secondo gli accertamenti di investigatori e inquirenti: avrebbero attestato falsamente, nei giorni successivi all’intervento, di avere eseguito operazioni di cannulazione e circolazione extracorporea quando l’equipe che si era occupata dell’espianto a Bolzano aveva raggiunto l’ospedale Monaldi, dagli accertamenti risultata una circostanza non corrispondente a verità. In sostanza le operazioni erano invece iniziate prima dell’arrivo dell’equipe nell’ospedale a Napoli.

Assistiti dai rispettivi avvocati il dottore Oppido (sospeso in via preventiva dall’Azienda Ospedaliera dei Colli) e la sua vice Bergonzoni hanno sostenuto l’interrogatorio preventivo il 31 marzo e 21 maggio. A entrambi, oltre al reato di falso, è stato contestato anche il reato di omicidio colposo in concorso insieme con altri cinque medici, sempre il relazione alla morte del piccolo Caliendo. Il 10 giugno, intanto, si è concluso l’incidente probatorio disposto dal gip Mariano Sorrentino sui due cuori del bimbo: quello giunto congelato da Bolzano a causa del ghiaccio secco e anche su quello malato.

Il deposito delle relazioni sugli esami eseguiti da parte del pool di esperti nominati dall’autorità giudiziaria, fissato per settembre, potrebbe slittare di 15-20 giorni, quindi a metà ottobre, su richiesta dei periti. Agli accertamenti, che si sono svolti nel Policlinico di Bari, hanno preso parte anche tutti i consulenti nominati dagli indagati e dalla famiglia Caliendo-Mercolino. Al termine delle analisi eseguite sui campioni istologici il medico legale dei Caliendo ha reso noto che gli accertamenti hanno evidenziato i segni di necrosi provocati dalle basse temperature e anche quelli determinati dall’uso prolungato dell’Ecmo, il meccanismo che consente la circolazione extracorporea.

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Ponte sullo Stretto, l’ex magistrato Miele (indagato per corruzione) lascia la presidenza del collegio dei revisori al Csm

11 June 2026 at 11:26

Tommaso Miele, l’ex presidente aggiunto della Corte dei conti indagato per corruzione nell’inchiesta della Procura di Roma sul Ponte sullo Stretto, si è dimesso dall’incarico di presidente del Collegio dei revisori dei conti del Consiglio superiore della magistratura. Come riportato da alcuni quotidiani, Miele aveva assunto l’incarico ad aprile del 2025, prima a titolo gratuito e poi, dopo il pensionamento dello scorso febbraio, dietro un compenso di 27mila euro lordi annui. La presenza di due magistrati contabili nel collegio è prevista dal regolamento interno del Csm.

Secondo l’accusa dei magistrati romani, Miele è stato avvicinato dall’imprenditore Vincenzo Virgiglio e dall’avvocato Francesco Saccomanno al fine – si legge in un comunicato emesso dalla Procura – di “condizionare l’esame di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto definitivo per la realizzazione” del Ponte sullo Stretto. L’ex magistrato, ipotizzano i pm, si è messo a disposizione dei presunti corruttori fornendo continui aggiornamenti e informazioni riservate, “in cambio del loro appoggio per ricoprire cariche in enti di diritto pubblico dopo il suo pensionamento”.

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Ponte sullo Stretto, l’ex magistrato contabile intercettato: “Il mio amico Salvini si aspettava una presa di distanza”

9 June 2026 at 17:13

“I miei amici del governo, a cominciare da Salvini, si sarebbero aspettati una presa di distanza“. Così, intercettato dagli inquirenti, l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele raccontava all’imprenditore Vincenzo Virgiglio di aver evitato di partecipare a una manifestazione, per non trovarsi in difficoltà davanti alle domande dei giornalisti sulla decisione dei giudici contabili di stoppare il progetto del ponte sullo Stretto di Messina. La conversazione è riportata nel decreto di perquisizione emesso dalla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta per corruzione che vede indagati Miele, Virgiglio e l’avvocato Francesco Saccomanno. Il magistrato – in pensione dal febbraio scorso – chiarisce di non essere “assolutamente allineato a questi deficienti dei miei colleghi” che pochi giorni prima avevano negato il visto di legittimità alla grande opera, ma di non poter esprimere il suo pensiero in pubblico “senza creare crisi istituzionali”. Nel provvedimento è citata un’intercettazione del 31 ottobre 2025, due giorni dopo la decisione, in cui Virgiglio riferisce a Saccomanno le confidenze ricevute da Miele sullo svolgimento della camera di consiglio: “Tommaso Miele mi diceva ieri hanno avuto una spaccatura interna pazzesca… e lui se n’è andato per non votare…”.

In un’altra conversazione con Virgiglio, si legge nel decreto, Miele “lascia intendere all’interlocutore di avere visionato la documentazione della istruttoria relativa al progetto Ponte sullo Stretto”, commentandola così: “Eeeh… però è una situazione come dicevo… critica! Ne ho parlato pure con Franco, insomma è una situazione in salita, ora se ci vediamo pure di persona cinque minuti…”. Il magistrato precisa “di non essere preoccupato dall’ultimo provvedimento di rigetto del 17 novembre della Corte, in quanto logica conseguenza del rigetto del 29 ottobre (“però ti dico la verità, era al momento un atto dovuto, nel senso che, essendo per il momento ancora appeso…”). “Il problema da risolvere“, spiega Miele, “è sempre quello… cioè, non cambia una virgola, però se ci scriviamo, ci parliamo, ci vediamo”. L’ex presidente aggiunto fa capire poi di avere predisposto, in via riservata, un report sulla vicenda da consegnare ai privati: “L’importante che tu dai comunque il report… che io sto sul pezzo… noi stiamo sul pezzo”.

Il rapporto di vicinanza tra Miele e Virgiglio, affermano gli inquirenti, è tale che il presidente si rivolge a lui “anche per individuare architetti di sua fiducia al fine di verificare la possibilità di preventivi di importo meno elevato per lavori di progettazione e ristrutturazione delle abitazioni dei figli”. A pochi mesi dal pensionamento, il magistrato manifesta la sua aspirazione ed il suo interesse a rivestire “cariche apicali in organismi di diritto pubblico successivamente al pensionamento, elementi questi su cui fanno leva” Virgiglio e Saccomanno “che gli assicurano, per il tramite delle loro entrature, l’allargamento della platea di soggetti in grado di favorire le aspirazioni professionali”. Parlando ad un amico sindaco di un comune del Veronese, che gli chiedeva spiegazioni sulla decisione sul Ponte, Miele ribadisce di avere fatto la sua parte, “si giustifica dicendo che gli avrebbe raccontato di persona (…) e che ora si sarebbe atteso la nomina a presidente dell’Antitrust o di una società partecipata, chiedendo anche all’amico un ulteriore intervento presso i vertici politici ed istituzionali per favorire la sua nomina: “Quando andrò in pensione ora l’anno nuovo, io dovrei fare il presidente di non so che ancora… però mi hanno chiesto la disponibilità… io ho sparato alto… c’ho l’imbarazzo della scelta e ti dico la verità… se gli arriva un bell’endorsment… certo che va bene”, ricevendo immediata disponibilità dell’interlocutore politico che gli garantisce di accompagnarlo a parlare con esponenti politici in occasione del concerto di Natale del 20 dicembre 2025 a Montecitorio”.

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“Pressioni per revocare una concessione balneare all’ex marito”, indagata per concussione l’assessora regionale pugliese Starace

9 June 2026 at 15:15

L’accusa è di concussione e coinvolge l’assessora al Turismo della Regione Puglia, Graziamaria Starace, iscritta nel registro degli indagati dalla Procura di Foggia insieme al sindaco di Vieste e presidente della Provincia di Foggia, Giuseppe Nobiletti, e a Vincenzo Ragno, dirigente dell’ufficio tecnico del Comune garganico.

L’inchiesta ruota attorno a una vicenda risalente allo scorso anno e legata a una concessione balneare in uso all’ex marito dell’assessora regionale. Secondo quanto emerge, gli investigatori ipotizzano che vi siano state pressioni finalizzate a ottenere la revoca del titolo concessorio. Una contestazione che gli indagati respingono e sulla quale sono tuttora in corso gli accertamenti della magistratura.

La concessione, in un secondo momento, sarebbe tornata nella disponibilità dell’ex coniuge dell’assessora dopo la regolarizzazione della posizione e i controlli effettuati nell’ambito di una più ampia attività di verifica disposta dagli uffici comunali sugli stabilimenti balneari presenti sul territorio. La vicenda giudiziaria si intreccia con le recenti tensioni politiche all’interno dell’amministrazione comunale di Vieste.

A rendere pubblica l’esistenza dell’indagine è stato lo stesso Nobiletti attraverso un post sui social network, nel quale ha spiegato di aver revocato la delega ai Grandi eventi all’assessore Gaetano Paglialonga dopo aver appreso dagli atti notificati dalla Procura che quest’ultimo avrebbe registrato di nascosto alcune conversazioni avute con lui e con altri esponenti della maggioranza.

Sul fronte difensivo, gli indagati rivendicano la correttezza del proprio operato. “Le indagini confermeranno la correttezza e la legittimità dell’operato dei nostri assistiti, svolto nel solo rispetto della legge e nella parità di trattamento di tutti i cittadini e gli operatori”, ha dichiarato all’Ansa l’avvocato Michele Vaira, che assiste Starace, Nobiletti e Ragno insieme al collega Ciliberti. I difensori sostengono di disporre di elementi utili a chiarire la vicenda e annunciano che saranno messi a disposizione degli inquirenti nei tempi previsti dall’indagine.

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Cantiere del Consolato Usa a Milano, la gip: “Lo sfruttamento degli operai era consuetudine aziendale”

9 June 2026 at 11:49

Condizioni di lavoro “degradanti” fatte di “minacce e di negazioni”. Operai che in caso di “infortunio” ricevano “cure e medicinali” nel “cantiere” del Consolato Usa di Milano con “l’intimazione di riprendere immediatamente le proprie mansioni”. Con queste parole la giudice per le indagini di Milano, Angelica Cardi, ha descritto lo “sfruttamento” nel progetto di rigenerazione urbana da 200 milioni di dollari in piazzale Accursio. Nel decreto di controllo giudiziario della società americana che si è detta pronta a collaborare con gli inquirenti, la giudice segnala che lo stipendio ai manovali stranieri è “quasi totalmente esautorato” dal “debito contratto” in India “per dare inizio al rapporto lavorativo”, le 590mila rupie pagate dai lavoratori alla ditta intermediaria di Nuova Dehli, Dynamic House, per dare vita al rapporto di distacco internazionale intra-societario di manodopera.

Le testimonianze agli atti descrivono la “giornata lavorativa” in Italia come in “violazione” delle leggi sull’orario di lavoro, le ferie, i giorni di malattia: “Dodici ore per sei giorni su 7” senza “riposo” oltre alla “domenica” o “malattia” scrive la giudice per le indagini preliminari. Sarebbero “univoche” le dichiarazioni dei manovali anche con riferimento a uno degli indici del caporalato, lo “stato di bisogno”. Gli operai di Caddell Construction hanno detto la verità, sono “attendibili” e le dichiarazioni sulle “difficoltà incontrate anche solo per sopravvivere” sono “equilibrate”, coerenti”, “collimanti” e “mai amplificate”.

L’inchiesta sul meccanismo sulle doppie buste paga (payslip) fra India e Italia, che ha fatto emergere retribuzioni reali fra gli 1-2 euro l’ora e fittizie dichiarate nelle penisola fra i 3-5 euro l’ora. Paghe “difformi” non solo dal contratto collettivo nazionale dell’edilizia ma “radicalmente incompatibili” con il “valore soglia” della “povertà lavorativa”, si legge nelle 38 pagine del provvedimento, e con l’articolo 36 della Costituzione volto a garantire una esistenza “libera e dignitosa”. Lo “scostamento” medio con la soglia di povertà è del 51,01 per cento. Ciò “non sembra frutto di estemporanee iniziative di soggetti inseriti nell’organigramma delle società”, ha scritto la gip motivando le esigenze cautelari al controllo giudiziario, descrivendo il quadro che emerge dagli atti come una “consuetudine aziendale”.

È emerso, sostiene la giudice, “l’utilizzo di veri e propri metodi intimidatori e minacciosi” da parte del manager Ulas Demir, ora in carcere. Nel provvedimento, accogliendo la richiesta di convalida del decreto d’urgenza dei pm Paolo Storari e Mauro Clerici nelle indagini dei carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro, ripercorre gli accertamenti e le contestazioni. Nel frattempo, nei giorni scorsi la Procura ha fermato per pericolo di fuga (provvedimenti convalidati con ordinanze di custodia in carcere) sia Demir che il presunto “caporale operativo”, l’indiano Aji Appukuttan. L’amministratore giudiziario nominato, Francesco Brigatti, dovrà ora, spiega la gip, “affiancare gli imprenditori nella gestione dell’azienda”, riferendo alla giudice ogni tre mesi, o comunque ogni volta che emergeranno eventuali “irregolarità”, per impedire che si verifichino ancora “situazioni di grave sfruttamento lavorativo”.

La gip ricorda che tra marzo e fine maggio gli investigatori hanno ascoltato a verbale oltre trenta lavoratori (poi le audizioni sono andate avanti anche dopo il 29 maggio). In una consulenza, disposta a fine maggio dai pm e affidata a tre esperti, viene messo in luce il “contesto di dipendenza economica iniziale, esposizione debitoria, vulnerabilità linguistica e ridotto potere negoziale” dei manovali, centinaia impiegati nel cantiere. I documenti “firmati dinanzi ad Aji” sarebbero stati modificati “a loro insaputa”. Dovevano versare soldi per vitto e alloggio e, tolta una parte che mandavano alle famiglie, rimaneva loro spesso solo la somma di 150 euro al mese. Nei verbali sono riportati gli “insulti quotidiani” e le “minacce”. Nessuna “tutela e garanza” e “ritmi di lavoro serrati”. In molti hanno raccontato di non avere “altra scelta”. Un lavoratore ha riferito anche di aver fatto “denuncia perché sono stato ingiustamente licenziato”. Il 9 dicembre 2025 un operaio è stato “cacciato” dall’hotel dove soggiornavano e ha dormito “alcune notti fuori al freddo”. In gran parte erano, si legge ancora nell’ordinanza, in una “situazione disperata”.

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Frana di Niscemi, Musumeci non risponde ai pm: indagati anche Schifani, Crocetta e Lombardo

9 June 2026 at 10:32

Ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci, convocato dalla Procura di Gela nell’ambito dell’inchiesta sulla frana che lo scorso gennaio ha colpito Niscemi, provocando il crollo di un costone roccioso e trascinando a valle abitazioni, mezzi e decine di immobili. L’ex presidente della Regione Siciliana, iscritto nel registro degli indagati insieme ad altre dodici persone, ha depositato una memoria difensiva davanti ai magistrati. La stessa scelta era stata compiuta nei giorni scorsi dall’attuale governatore della Sicilia Renato Schifani e dall’ex presidente Rosario Crocetta. Resta invece ancora da sentire l’altro ex governatore coinvolto nell’inchiesta, Raffaele Lombardo.

L’indagine, coordinata dal procuratore di Gela Salvatore Vella e dalla pm Maddalena Guglielmini, punta a ricostruire una catena di presunte omissioni che si sarebbe protratta per oltre vent’anni. Oltre ai quattro presidenti della Regione che si sono succeduti alla guida dell’isola, risultano indagati anche dirigenti e funzionari della Protezione civile regionale e dell’amministrazione siciliana che, a vario titolo, hanno avuto competenze sulla gestione del rischio idrogeologico nell’area.

Secondo gli investigatori, la prima fase dell’inchiesta riguarda la mancata realizzazione delle opere di mitigazione previste dopo il grande evento franoso del 1997. Interventi che, secondo la Procura, avrebbero potuto impedire o quantomeno ridurre gli effetti del nuovo cedimento verificatosi a gennaio. Al centro degli accertamenti c’è una vicenda amministrativa che affonda le radici alla fine degli anni Novanta. Nel 1999 era stato infatti sottoscritto un appalto da circa 12 milioni di euro per realizzare opere di consolidamento e messa in sicurezza dell’area. Tuttavia quei lavori non sarebbero mai stati eseguiti e il contratto con l’associazione temporanea di imprese aggiudicataria si sarebbe poi risolto nel 2010 senza che gli interventi fossero portati a termine.

La Procura contesta inoltre il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio che avrebbero dovuto controllare l’evoluzione del fenomeno franoso noto da decenni e garantire una maggiore tutela per i residenti della zona. Ma l’indagine è destinata ad allargarsi ulteriormente. Una seconda fase riguarderà infatti la gestione delle acque meteoriche e reflue, considerate dagli esperti tra le principali cause che avrebbero contribuito all’innesco e all’avanzamento del fronte di frana. Gli investigatori dovranno verificare se siano stati adottati gli interventi necessari per la raccolta e la corretta regimentazione delle acque bianche e nere.

Un terzo filone di accertamenti interesserà invece la cosiddetta “zona rossa”, sia quella già colpita dal dissesto del 1997 sia le aree individuate negli anni successivi come a rischio molto elevato. In questo caso la Procura intende verificare eventuali responsabilità legate ai mancati sgomberi, alle demolizioni non eseguite, all’eventuale rilascio di autorizzazioni edilizie e alla mancata applicazione dei divieti di costruzione nelle aree considerate pericolose. Per gli inquirenti il crollo verificatosi a gennaio non sarebbe quindi soltanto il risultato di un evento naturale, ma il possibile epilogo di una lunga serie di ritardi, omissioni e interventi mai completati. Un quadro che dovrà ora essere verificato attraverso l’acquisizione di documenti, consulenze tecniche e interrogatori.

La presenza tra gli indagati degli ultimi quattro presidenti della Regione Siciliana conferisce all’inchiesta una rilevanza istituzionale particolare. Al momento, tuttavia, l’iscrizione nel registro degli indagati rappresenta un atto dovuto per consentire agli interessati di partecipare agli accertamenti difensivi e far valere le proprie ragioni nel corso delle indagini.

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Chiuse le indagini sulla tesi di Maria Rosaria Boccia: l’accusa è che contenga una percentuale di plagio del 91%

8 June 2026 at 20:07

Chiuse le indagini sul caso della tesi di Maria Rosaria Boccia. La Procura di Napoli ha aperto l’inchiesta per fare luce sull’autenticità sulla laurea conseguita all’Università telematica Pegaso dall’imprenditrice di Pompei. Secondo gli inquirenti (i sostituti Capasso, Piscitelli e Onorati) la tesi di laurea presentata sarebbe stata in gran parte copiata da quella di un’altra studentessa laureatasi all’università Luiss di Roma nel 2018. La Guardia di Finanza e la Procura di Napoli contestano all’imprenditrice due ipotesi di falso: il primo riguarda la tesi per il diploma di laurea in Economia e Management che, secondo quanto emerso, riporterebbe una percentuale di plagio del 91% di cui il 70% sarebbe riconducibile alla studentessa della Luiss. Il secondo falso contestato riguarda invece la “Dichiarazione di originalità dell’elaborato” inviata alla Pegaso che sarebbe a questo punto anche questa falsa in quanto viene affermata l’originalità della tesi presentata.

Le indagini sono scattate a seguito di una denuncia presentata dall’Università telematica Pegaso che, infatti, si dichiara parte lesa nella vicenda. A specificarlo è lo stesso ateneo: “L’Università Telematica Pegaso tiene a precisare che l’inchiesta è stata avviata a seguito di una denuncia presentata dalla stessa Università, nell’ambito di un’ampia operazione di self cleaning avviata dallo stesso Ateneo. L’Università si costituirà parte civile. Già lo scorso settembre, a seguito di un servizio giornalistico in cui erano stati sollevati alcuni dubbi in merito all’autenticità della tesi di laurea della signora Boccia, l’Università aveva avviato le verifiche sul titolo e sull’elaborato, nel pieno rispetto dei principi di trasparenza, correttezza e riservatezza, adottando le misure più adeguate in conformità con le normative vigenti e gli interessi coinvolti”.

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Omicidio di Willy Monteiro Duarte, Gabriele Bianchi condannato all’ergastolo nel processo di appello ter

8 June 2026 at 19:39

L’appello ter del processo a Gabriele Bianchi, l’uomo che insieme al fratello Marco massacrò di botte, uccidendolo, il 21enne Willy Monteiro Duarte, ha stabilito definitivamente la condanna all’ergastolo. Il lottatore di Mma era stato condannato in primo grado, così come il fratello, al carcere a vita, pena che era scesa a 24 di anni nel primo procedimento di appello grazie alla decisione dei giudici di concedere le attenuanti generiche. Nell’appello bis, invece, Marco Bianchi era stato condannato all’ergastolo, mentre Gabriele a 28 anni di reclusione.

Il nuovo processo di appello si è celebrato dopo il rinvio disposto dalla Cassazione lo scorso novembre per ridiscutere proprio le attenuanti per Gabriele Bianchi, mentre per Marco la condanna all’ergastolo era già definitiva. La Seconda Corte di Assise di Appello di Roma ha deciso di accogliere le richieste del pm Francesco Brando e del pg Carlo Lasperanza che chiedevano l’ergastolo. Inoltre, la Cassazione con la prima pronuncia aveva già riconosciuto la responsabilità penale per tutti gli imputati per omicidio volontario e reso definitive le condanne per gli altri due imputati, 23 anni per Francesco Belleggia e 21 anni per Mario Pincarelli.

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Gianluca Ibarra Silvera “facile bersaglio”, la gip sull’omicidio alla stazione di Milano Certosa: “Gettarono il corpo per disprezzo”

8 June 2026 at 15:42

“Hanno cercato ed individuato la vittima”. Volevano “punirli”, hanno trovato un “facile bersaglio“, hanno agito con “lucida e fredda determinazione” e poi si sono disfatti del cadavere con un “significativo gesto di disprezzo”, “manifestando chiaramente le conseguenze per chi si pone in atteggiamento ostile nei loro confronti”. Sono i passaggi più duri contenuti nell’ordinanza con cui la giudice per le indagini preliminari di Milano Sara Cipolla ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere per Jefferson Smit Echevarria Verano, il diciannovenne peruviano appartenente ai Latin Kings, accusato dell’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera. La misura è stata emessa anche nei confronti di un ventenne nato in Argentina, attualmente irreperibile e destinatario di un mandato di arresto europeo.

Per la giudice, quanto accaduto la notte del 25 maggio nei pressi della stazione Certosa non è stata una lite degenerata improvvisamente. Dopo “un iniziale allontanamento in treno”, si legge nel provvedimento, il gruppo sarebbe tornato “alla ricerca di coloro con i quali poco prima avevano avuto un alterco allo scopo di ‘punirli'”. Una volta rientrati in zona, gli aggressori avrebbero “cercato ed individuato la vittima, il fratello e l’amico”. La ricostruzione della gip, sulla base delle indagini della Squadra mobile coordinata dal pm Elio Ramondini, delinea quindi una vera e propria spedizione punitiva. Quando Gianluca Ibarra Silvera finisce a terra, i “due indagati, insieme al gruppo”, vedono in lui un “facile bersaglio”. È anche per questo che la giudice riconosce l’aggravante della premeditazione nei confronti dei due principali indagati.

Ma è il passaggio finale dell’ordinanza a colpire maggiormente. Dopo l’omicidio, scrive Cipolla, gli aggressori si sarebbero disfatti del corpo con un “significativo gesto di disprezzo”, gettandolo in una “profonda intercapedine”. Non un semplice tentativo di occultamento, secondo la giudice, ma un gesto dal forte valore simbolico, compiuto “manifestando chiaramente le conseguenze per chi si pone in atteggiamento ostile nei loro confronti”. Una sorta di messaggio rivolto all’esterno, capace di esprimere la logica intimidatoria che avrebbe guidato l’azione del gruppo. Le indagini, tuttavia, sono tutt’altro che concluse. La stessa gip evidenzia che gli accertamenti proseguono per “individuare” tutti i partecipanti all’aggressione e per chiarire il “movente” del delitto. L’ipotesi è lo scambio di persona e che il 22enne sia stato aggredito da 17 persona che lo credevano un rivale. Gli indagati sono attualmente otto, ma il gruppo presente quella notte sarebbe stato composto da diciassette giovani.

Nel corso dell’interrogatorio, Jefferson Smit Echevarria Verano ha ammesso di appartenere ai Latin Kings ma ha negato di aver materialmente ucciso il ventiduenne. Come emerge dal verbale, ha però indicato agli investigatori i nomi di quattro componenti del gruppo che, a suo dire, avevano “il coltello”. Ha inoltre spiegato che all’interno della gang vi sarebbero soggetti che occupano “una posizione importante” e che “ci dicono che cosa fare”. Il diciannovenne ha infine riferito di avere ricevuto, dopo i fatti del 26 maggio, “tante minacce” da parte della banda rivale Ms-13 attraverso TikTok. Un elemento che gli investigatori stanno verificando mentre prosegue la caccia ai complici e la ricostruzione completa della catena di comando e delle responsabilità all’interno del gruppo.

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Schede sim introdotte in carcere con un bacio appassionato durante il colloquio: arresti a Bari

8 June 2026 at 14:09

Gli ordini spesso arrivavano dal carcere attraverso telefonate fatte utilizzando schede sim introdotte grazie a un bacio appassionato scambiato tra un detenuto vicino al clan mafioso Strisciuglio e la fidanzata durante un colloquio. Con questo stratagemma, poi venivano veicolati i via libera per minacce e agguati. Uno di questi era stato indirizzato a un imprenditore di Palo del Colle, in provincia di Bari, per costringerlo a consegnare un auto a noleggio senza alcun pagamento. E per chiarire chi comandava, un’auto noleggiata sarebbe stata data alle fiamme.

Complessivamente gli arrestati sono quattro: due già detenuti nelle carceri di Lecce e Paola, uno finito in cella oggi, un altro ai domiciliari. Per un altro indagato. il giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta di arresto del pubblico ministero non ritenendo attuali le esigenze cautelari. Le accuse, contestate a vario titolo, sono tentato omicidio, estorsione, porto illegale di armi, ricettazione, furto e incendio di auto, favoreggiamento personale e introduzione illegale di dispositivi di comunicazione in carcere. Il giudice ha riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso.

Le misure sono state disposte dopo l’inchiesta della Dda di Bari denominata “Re nero” che tra il 2023 e il 2024 ha accertato movente e presunti responsabili di un tentato omicidio avvenuto il 16 novembre di tre anni fa a Palo del Colle. Il delitto sarebbe avvenuto dopo le “ripetute estorsioni subìte da un imprenditore locale” attivo nel noleggio di auto da parte di un presunto affiliato al clan mafioso Strisciuglio di Bari. Inoltre, nel bar di cui la vittima è titolare nella zona 167 di Palo, furono esplosi quindici colpi di pistola calibro 9 contro l’ingresso “con l’intento di colpire i presenti”, annotano gli investigatori.

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