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G7 a Évian, Trump parlerà con gli alleati di sminamento di Hormuz. Poi incontrerà Zelensky e i leader del Medio Oriente

Il Comune francese di Évian-les-Bains si blinda in vista del vertice del G7 in programma da lunedì a mercoledì, così come la vicina città di Ginevra, porta d’ingresso in Svizzera per molte delegazioni internazionali. Il summit dei 7 Grandi arriva in un momento geopolitico ancora molto delicato, mentre viene data per imminente la firma dell’accordo tra Iran e Usa per porre fine alla guerra. Il presidente statunitense Donald Trump ha più volte ribadito la sue critiche agli alleati europei: “Non sono stati d’aiuto adesso”, ma i leader del G7 potrebbero comunque “essere molto d’aiuto in futuro”, ha dichiarato.

Al centro, infatti, ci saranno anche i piani per lo sminamento dello Stretto di Hormuz: Trump ne discuterà con gli alleati durante il summit, ha riferito un alto funzionario dell’amministrazione Usa. Regno Unito e Francia hanno espresso interesse ad assistere nella bonifica dello Stretto una volta che il conflitto sarà sospeso. Anche la premier Giorgia Meloni, nelle scorse settimane, aveva aperto alla possibilità di un contributo italiano per garantire un transito sicuro attraverso lo Stretto ma a condizione che ciò possa avvenire “in una fase post-conflitto“, quindi in un contesto di pace.

Per discutere degli sforzi per risolvere la crisi iraniana, secondo quanto trapela dalla Casa Bianca, il presidente Usa ha in programma – durante la sua permanenza in Francia – anche incontri separati con l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, con il presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi, e con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan.

Sul fronte ucraino, invece, il presidente dUsa parteciperà martedì a una riunione di lavoro del G7 alla presenza anche di Volodymyr Zelensky. Al momento, secondo quanto trapela, non è però previsto un incontro bilaterale formale tra Trump e il suo omologo ucraino. La partenza del tycoon prevista nella notte di domenica. L’ultimo appuntamento sarà mercoledì quando parteciperà a una cena a Versailles insieme al capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron.

Évian-les-Bains e Ginevra si preparano da tempo non soltanto a garantire la sicurezza dei capi di Stato e di governo attesi in Alta Savoia, ma anche in previsione delle manifestazioni dei movimenti anti-G7. Il ricordo è ancora vivo dopo quanto avvenne nel 2003, quando il G8 riunito sempre a Évian fu accompagnato da grandi proteste e scontri. Le misure di controllo delle frontiere e dello spazio aereo sono al massimo livello e da giorni numerose attività commerciali del centro, anche lontane dal percorso del corteo autorizzato per la manifestazione anti-G7 del 14 giugno, hanno blindato vetrine e ingressi con pannelli di legno per prevenire eventuali atti di vandalismo. Venerdì sera, una prima manifestazione è stata rapidamente dispersa grazie a un massiccio schieramento delle forze di polizia, riferiscono i media locali. L’imponente dispositivo di sicurezza predisposto include la mobilitazione di circa 4.000 militari a sostegno delle forze dell’ordine e il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere, con la chiusura di diversi piccoli valichi, con l’obiettivo di concentrare i controlli e limitare eventuali spostamenti di gruppi violenti. Anche il Lago Lemano sarà oggetto di una particolare sorveglianza.

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Usa, declassificati i dossier sui laboratori biologici ucraini: la mappa dei fondi di Washington (e rispunta l’ombra di Biden jr)

Oltre 40 laboratori biologici finanziati dagli Stati Uniti in Ucraina, agenti patogeni come antrace e brucella, contractor americani incaricati di costruire e gestire le strutture e il nome di Hunter Biden che torna ad affacciarsi sullo sfondo. È il contenuto del dossier declassificato da Tulsi Gabbard, direttrice dimissionaria dell’Intelligence nazionale americana, che accusa le passate amministrazioni di aver nascosto per anni informazioni sui programmi biologici finanziati all’estero e riapre una delle questioni più controverse emerse all’inizio della guerra tra Russia e Ucraina.

Il report pubblicato da Gabbard, che rimarrà in carica fino al 30 giugno, parla di “nuove prove del finanziamento di lunga data da parte del governo Usa a oltre 120 laboratori biologici in più di 30 paesi”. Tra questi, recita il comunicato pubblicato sul sito dell’agenzia, “figurano laboratori in Ucraina, che potrebbero essere a rischio di compromissione a causa della guerra in corso”. In particolare, la Dni aveva avvertito che “un laboratorio finanziato che ospitava probabilmente agenti patogeni pericolosi ed era vulnerabile alle minacce di attacchi o danni da parte della Russia”.

Per capire la questione occorre conoscere il contesto. Nella prima pagina del documento, costellato da una lunga serie di omissis e da alcuni errori nella localizzazione delle città ucraine, si parla di “CTR Supported Labs in Ukraine“. Il riferimento è ai laboratori sostenuti dal programma “Cooperative Threat Reduction” lanciato da Washington dopo il crollo dell’Urss per mettere in sicurezza materiali e infrastrutture legate agli arsenali nucleari, chimici e biologici delle ex repubbliche sovietiche. Negli anni ’90, dopo la caduta del regime, gli americani decisero di non smantellare i laboratori ma di modernizzarli, custodire i patogeni in base a standard di sicurezza più elevati e convertire la ricerca da finalità militari a civili. Finanziato dal Pentagono e gestito dalla Defense Threat Reduction Agency, il programma ha sostenuto per decenni la ristrutturazione di questi centri. Ora il dossier pubblicato da Gabbard fornisce nuovi dettagli sul programma.

Secondo il report a svolgere un ruolo centrale nella realizzazione di diversi laboratori è stata Black & Veatch, società statunitense indicata come “integrating contractor” dei progetti. Tra le strutture citate figurano il Kherson Diagnostic Laboratory, costato 1,7 milioni di dollari e realizzato con il supporto delle aziende ucraine Techno Project e Macrochem, e l’Institute of Veterinary Medicine dell’Accademia nazionale delle scienze agrarie, per il quale sono stati investiti oltre 2,1 milioni di dollari con il coinvolgimento di Project Technichniy Center e Mediamax.

Black & Veatch compare anche come principale contraente del Central Reference Laboratory presso lo Ukrainian Research Antiplague Institute di Odessa, il progetto più costoso tra quelli elencati, con una spesa di quasi 3,5 milioni di dollari, e dello Zakarpatska Diagnostic Laboratory, finanziato con circa 1,9 milioni di dollari. In tutti i casi la società americana viene descritta come il soggetto incaricato di coordinare progettazione, costruzione ed equipaggiamento delle strutture attraverso una rete di subappaltatori.

Nel rapporto della Dni non viene mai nominata, ma Black & Veatch ha lavorato con la società Metabiota, che in passato avrebbe ricevuto investimenti per 500mila dollari da Rosemont Seneca Technology Partners, un fondo di investimento tra i cui fondatori figura Hunter Biden, figlio dell’ex presidente Joe Biden. La notizia era emersa il 24 marzo 2022, un mese dopo l’invasione dell’Ucraina, quando Igor Kirillov, capo delle forze di difesa da radiazioni, chimica e biologico dell’esercito russo, aveva dichiarato che “il fondo Rosemont Seneca di Hunter Biden ha finanziato il programma militare biologico del Pentagono in Ucraina”. “Allo stesso tempo – aveva aggiunto il funzionario, ucciso il 17 dicembre 2024 a Mosca in un attentato -, esiste uno stretto legame tra la società e i principali appaltatori del Dipartimento della Difesa Usa, tra cui Metabiota, che, insieme a Black & Veach, è il principale fornitore di attrezzature per i laboratori biologici del Pentagono in tutto il mondo”.

Metabiota era effettivamente stata un subappaltatore di Black & Veatch e i media conservatori americani si erano scatenati contro il figlio dell’allora capo della Casa Bianca. Ora il report potrebbe diventare un’arma nelle mani di Donald Trump in vista delle elezioni di medio termine. Sui laboratori ucraini, attacca Gabbard nel comunicato con cui ha diffuso il dossier, “i cosiddetti professionisti della salute come il dottor Fauci ed entità all’interno del team per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden hanno mentito al popolo americano“.

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Cuba, la “perestrojka” forzata di Díaz-Canel. L’ultimo tentativo di sopravvivere all’offensiva di Trump

Aperture economiche a Cuba. Porte spalancate ai “nuovi attori”, stranieri e privati, pronti all’assalto di alberghi e altri immobili. Meno barriere burocratiche e riduzione del numero dei ministeri, da ventisette a venti. L’apparato statale si prepara a una “ristrutturazione profonda”, annuncia il leader Miguel Díaz-Canel ai media statali – tra cui la testata del Partito comunista Granma – promettendo istituzioni “più dinamiche, con maggiore capacità di adattamento alle esigenze proprie dei tempi attuali”.

L’Avana abbandona i controlli ferrei sul mercato delle valute – un tempo fiore all’occhiello della propria sovranità monetaria – per agevolare investimenti e produttività. Si parla anche di “conti in valuta estera” nelle banche per l’Impresa statale socialista. Al via anche la concessione di terre, come anticipato da ilfattoquotidiano.it, per “coloro che davvero possano farla produrre”, affinché “diminuisca l’indice di terreni oziosi” nell’Isola. È quindi Perestrojka, “ristrutturazione” vera e propria, forzata dallo strangolamento Usa. “Ogni opportunità, in mezzo alla crisi, dev’essere colta al balzo, come un momento di partenza e di crescita”, ha sostenuto Díaz-Canel citando il leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro. “Non possiamo prescindere dalla creatività che, insieme all’unità del nostro popolo e alla volontà, ci potrà far superare le sfide attuali”. L’orgoglio però resta. “Gli Stati Uniti non si perdonano che, a questo punto, con tutta la massima pressione esercitata, la rivoluzione esista ancora e il Paese funzioni lo stesso. Neppure loro credono al racconto dello Stato fallito, che tirano sempre fuori”, ha rivendicato Díaz-Canel.

Fonti de L’Avana riferiscono che la riforma rientra nei negoziati portati avanti dall’Isola con gli Stati Uniti e, al di là delle pressioni illegali della Casa Bianca, prevedono una serie di aperture economiche a Cuba, già richieste dai circuiti finanziari Usa. Tuttavia a Miami c’è scetticismo. “Credo siano cambiamenti minori. Ma il tempo lo dirà”, afferma Daniel Pedreira, professore di Scienze politiche all’Università internazionale della Florida. “È un annuncio inedito, certo, ma ogni volta che il governo cubano fa un’apertura – anche piccola, modesta, concedendo spazi ai cubani – segue un ripensamento, che fa tornare tutto indietro, generando perdite”. Altre fonti sostengono che, attraverso l’annuncio delle riforme, L’Avana potrebbe guadagnare tempo prezioso nella partita con gli Stati Uniti. Ma più che calcolo politica la scelta è dovuta alle urgenze economiche dell’Isola. In particolare dopo il fuggi fuggi delle catene alberghiere estere, soprattutto spagnole, allo scadere dell’ultimatum Usa del 5 giugno, e le sanzioni su Gaesa, Grupo de administración especial sociedad anónima, che gestisce almeno il 40% dei beni dell’Isola.

“Le conseguenze sono a portata di mano. Stiamo rimanendo sempre più soli. Ora tocca scommettere sull’aiuto di chi se n’è andato (gli esuli, ndr), visto perché il vuoto lasciato dalla crisi sembra incolmabile”, dice a ilfattoquotidiano.it Juana Santos, maestra, 46 anni, residente a Manabí. L’offensiva Usa però non si ferma. Ore prima dell’annuncio di Díaz-Canel Washington ha sanzionato la statale petrolifera Unión Cuba-Petróleo (Cupet), facendo saltare un accordo di 250mila barili di diesel che avrebbero dato ossigeno a chi vive nell’Isola. La stretta è stata voluta dal segretario di Stato Usa Marco Rubio che accusa L’Avana di usare “l’energia come arma” volta a “reprimere e nutrire la cleptocrazia del regime”. Nello stesso giro le autorità di Miami-Dade hanno revocato la licenza a VanguardEnergy, tra le tante aziende che operano nell’export di carburante nell’Isola, attraverso il porto di Matanzas e altre località. Certo, di recente L’Avana ha ricevuto cento tonnellate di aiuti umanitari dalla Colombia. Ma non basta. Sono troppe le vite in sospeso. Carilda Peña, viceministra cubana per la Sanità pubblica, parla di 100mila pazienti i cui interventi chirurgici sono bloccati da sanzioni illegali Usa. Tra questi si contano 5.152 pazienti oncologici. Altri 3mila sono in fila per l’emodialisi. “Non siamo a zero perché stiamo facendo sforzi ingenti”, dice la viceministra. “Ci colpiscono i blackout, la mancanza d’acqua e altri elementi importanti per garantire il funzionamento delle unità di emodialisi”, conclude. Aperture forzate di un Paese che sopravvive in assenza del diritto internazionale.

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“Il mio vicino arrogante ha iniziato la ‘guerra dei bidoni’. Continua a buttare la spazzatura da me, sono incaz**to e ora mi vendicherò”: lo sfogo su Reddit

Un uomo, esasperato dal vicino che continuamente buttava la spazzatura nel suo bidone senza alcun consenso, ha deciso di passare alle vie di fatto, condividendo la sua esperienza sulla piattaforma Reddit. Non si tratta di un episodio isolato: anche in passato erano emersi casi analoghi, in cui alcuni residenti si erano ritrovati a fare i conti con vicini che, con noncuranza, occupavano i bidoni condominiali altrui senza richiedere alcun permesso, alimentando tensioni e malumori all’interno delle comunità di quartiere.

“Qualche tempo fa un vicino sconosciuto ha iniziato a buttare la sua spazzatura nel mio bidone – ha detto la presunta ‘vittima’, come riporta il Daily Star – All’inizio si trattava di qualche sacco in più qua e là, poi la situazione è degenerata al punto che si sono impossessati del bidone e lo hanno lasciato in fondo al vicolo. Ero stanco, incazzato dopo mesi di questa situazione.

“A quel punto il bidone era stato occupato nel giardino di qualcuno e io ero lì seduto con un neonato e un mucchio di pannolini di cui non riuscivo a liberarmi (no, non ho fatto quello che state pensando, ma ci ho pensato seriamente). Ho aspettato pazientemente, senza poter usare il mio bidone, fino al giorno della raccolta. La raccolta è verso le 9 del mattino. Alle 6 del mattino recupero il mio amato bidone che avevano lasciato fuori la sera prima”.

E ancora: “Ho rimosso tutti i loro sacchi e li ho svuotati sul marciapiede in fondo al vicolo, dove vengono portati i cassonetti per la raccolta, ho riempito il mio con la mia spazzatura e ho continuato la mia giornata. Tornando a casa nel pomeriggio, con mia grande sorpresa, ho scoperto che i sacchi dei responsabili erano stati tutti riconfezionati dal Comune in sacchi blu brillante con il logo del Comune e una dicitura tipo ‘prove dell’indagine sull’abbandono di rifiuti’. Immagino che il Comune abbia trovato una lettera o qualcosa del genere e che abbiano ricevuto una multa o almeno un avvertimento, perché il mio cassonetto non è stato più toccato, nemmeno una lattina di Coca-Cola”.

La vicenda ha rapidamente acceso il dibattito online, sollevando interrogativi sul rispetto delle proprietà altrui e sui limiti entro cui è lecito farsi giustizia da soli.

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“Il mio vicino lascia che il suo cane faccia pipì e cacca nel mio giardino: devo fare qualcosa per fermarlo”: lo sfogo di un proprietario di casa esasperato

Gli animali che utilizzano il giardino come toilette possono rappresentare un serio problema per i proprietari di casa. Un residente, ormai esasperato dalla situazione, ha deciso di condividere il suo disagio sulla piattaforma Reddit, dove altri utenti gli hanno suggerito una soluzione che potrebbe rivelarsi risolutiva.

Secondo quanto riportato dal Daily Star, il problema sarebbe insorto solo di recente, portando il proprietario dell’abitazione a ipotizzare l’arrivo di un nuovo vicino nella zona o che qualcuno nelle vicinanze avesse acquisito un cane. L’uomo ha riferito di aver già provveduto ad affiggere un avviso in cui si invitavano i proprietari di animali a non consentire ai propri animali domestici di sporcare il prato, arrivando persino a raccogliere gli indesiderati “regalini” in un sacchetto, accompagnandola con un biglietto in cui si sollecitava un corretto smaltimento dei rifiuti.

“Qualcuno ha dei consigli su come fare per convincere il mio (sconosciuto) vicino che lascia che il suo cane faccia i suoi bisogni nel mio giardino e non li raccoglie?”, ha chiesto il protagonista di questa storia sulla piattaforma. I consigli non sono mancati. Il proprietario dell’abitazione ha dichiarato di stare valutando seriamente l’installazione di un sistema di videosorveglianza, con l’obiettivo di identificare il responsabile e raccogliere le prove necessarie.

La proposta ha riscosso ampio consenso tra gli utenti della piattaforma, i quali hanno indicato nell’installazione di una telecamera di sorveglianza o di un videocitofono lo strumento più efficace per individuare il proprietario del cane in flagrante. A supporto di questa tesi, un utente ha condiviso una testimonianza diretta, raccontando di aver risolto una situazione analoga proprio grazie all’ausilio di una telecamera, rivelatasi determinante nell’identificazione del colpevole.

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Anthropic blocca i suoi nuovi modelli Ai su ordine del governo Usa: continua lo scontro tra Trump e Amodei

Dopo la causa contro il Pentagono, continua lo scontro tra il governo degli Stati Uniti e Anthropic, la startup di intelligenza artificiale guidata dall’italoamericano Dario Amodei. La Casa Bianca ha infatti ordinato all’azienda leader del settore di vietare l’accesso ai propri modelli Fable 5 e Mythos 5 a tutti i cittadini e organizzazioni straniere. Anthropic per conformarsi alla direttiva ha così disabilitato d’urgenza i due sistemi per tutti gli utenti a livello globale, avendo difficoltà a filtrare gli utenti in base alla nazionalità. Tutti gli altri modelli Ai invece, come Claude, sono rimasti accessibili senza interruzioni. La società si è scusata con i clienti e ha annunciato di essere in contatto con le autorità per sistemare il “malinteso” e ripristinare i sistemi il prima possibile.

Fable 5 e Mythos 5 sono i modelli più potenti della startup ed erano stati presentati il 9 giugno: hanno dunque avuto, per ora, vita breve. La direttiva, stando a quanto riferito dall’azienda, non fornisce dettagli tecnici approfonditi ma si fonda sulla presunta scoperta da parte di Washington di un metodo per aggirare le protezione dei modelli per ottenere capacità in ambito cyber, il cosiddetto jailbreaking. L’azienda statunitense ha confermato di aver analizzato un report che ritiene essere alla base dell’ordine, non indicato dall’amministrazione Usa, ma ne ha ridimensionato la gravità. “Come detto pubblicamente, riteniamo che il governo debba avere la facoltà di bloccare le applicazioni non sicure, nell’ambito di un processo normativo trasparente, equo, chiaro e basato su dati tecnici concreti”, ha detto in una nota l’azienda, specificando però che “questa azione non rispetta tali principi”.

Anthropic ha ribadito di aver adottato una rigorosa strategia di “difesa di profondità“, tra l’altro testata per migliaia di ore in collaborazione con il governo Usa e anche con quello del Regno Unito. Comunicando la chiusura dei due sistemi, la startup ha ricordato che non esiste una resistenza “perfetta e universale” e che solo immaginarlo è impossibile per ogni azienda. “Dissentiamo dal fatto che la scoperta di un potenziale jailbreak di portata limitata debba essere motivo di richiamo per un modello commerciale distribuito a centinaia di milioni di persone – si legge nella nota -. Se questo standard venisse applicato all’intero settore, riteniamo che paralizzerebbe di fatto il rilascio di nuovi modelli per tutti i fornitori di Ai di frontiera“.

Se la direttiva rimanesse in vigore sarebbe un grave danno per la startup considerando che entrambi i modelli sono considerati all’avanguardia. Fable 5, in particolare, ha segnato la prima volta in cui Anthropic ha reso pubblica un’offerta così avanzata, grazie a nuove misure di sicurezza che bloccano le risposte in specifiche aree ad alto rischio. I modelli si basavano sul rilascio di Claude Mythos Preview, che ad aprile aveva colpito Wall Street e i funzionari governativi grazie alle avanzate capacità di sicurezza informatica. L’azienda, nell’occasione, aveva dichiarato di non voler rendere il modello disponibile al grande pubblico, limitandone il lancio a un primo gruppo selezionato di aziende nell’ambito di un’iniziativa di sicurezza informatica denominata Project Glasswing.

A marzo l’azienda di Amodei aveva fatto causa al Dipartimento della Difesa Usa perché il Pentagono l’aveva etichettata come “rischio per la catena di approvvigionamento” americana, di fatto limitandone l’uso nelle agenzie federali. Il governo ha di fatto ritenuto l’azienda una minaccia per la sicurezza nazionale: una definizione riservata ad avversari stranieri e che impone agli appaltatori della difesa di certificare che non useranno i modelli Claude di Anthropic nelle attività svolte per le forze armate. Un’azione che la società ritiene illegale in quanto violazione della libertà di parola e una punizione per motivi ideologici.

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“Voglio che sembri carnosa e giovane”: la Barbie umana si sottoporrà a un intervento per la vagina con il grasso dei cadaveri. Il costo? 25-30mila dollari

Non più solo i filler dermici per il viso, il peeling per eliminare le cellulare morte e la biorivitalizzazione della cute. La medicina estetica sulla zona genitale, a quanto pare, è richiesta. Marisa Iglesias, la donna autoproclamatosi la “Barbie umana”, ha deciso di portare all’estremo gli interventi sul suo corpo. A luglio, si sottoporrà a un restyling della vagina con l’iniezione di tessuto di donatori deceduti. Un’operazione distante dalla semplice labioplastica, ma che legherà il rimodellamento delle labbra vaginali al trasferimento di grasso e alla riduzione del cappuccio clitoride.

Quest’ultima, suggerita alla cliente dal chirurgo plastico Ariel Ourian, che si occuperà dell’intero processo in una clinica di Beverly Hills. “Gli ho chiesto perché ne avessi bisogno”, ha raccontato Iglesias, come riporta il New York Post. E il medico ha risposto che ne avrebbe guadagnato in “sensazioni”. “Molte donne non mettono nemmeno uno specchio laggiù per vedere le loro zone intime. Perché non costruire la versione migliore di noi stesse?”, ha riflettuto l’influencer argentina.

Lei, tra l’altro, non è nuova a stare in bilico sull’estremità dei confini cosmetici. A 26 anni è volata dalla sua Buenos Aires a Los Angeles perché pensava che in California “tutti somigliassero alla gente di Baywatch”. Nel 2022 il primo intervento per accrescere il seno e ottenere un “look alla Pamela Anderson”. Poi, una lunga serie di trattamenti: lifting ai glutei, terapia con le sanguisughe (usata anche nella medicina estetica) e infusioni di cellule staminali. Oltre che un regime di benessere alternativo che comprende l’uso di bevande di insetti vivi. L’anno scorso ha pure ricevuto una trasfusione con il sangue del figlio per combattere l’invecchiamento.

Ora, attraverso il grasso dei cadaveri, mira a ridisegnare anche uno dei suoi organi genitali. “Allo stesso modo in cui perdiamo volume sul viso con gli anni, succede laggiù sulle labbra vaginali – ha specificato Iglesias –. Volevo sembrassero un po’ più carnose e giovani. Questo è fondamentalmente un lifting per la vagina”. Tutta la procedura, per cui la donna spera in un’anestesia locale, dovrebbe costare tra i 25.000 e i 30.000 dollari e richiedere un recupero di circa due settimane.

Per Iglesias, però, quelle a cui si è sottoposta nel tempo non sono procedure drastiche: “Considero estremo rimuovere le costole o cambiare la struttura ossea. Non è qualcosa che farei. Abbiamo la possibilità di avere un bell’aspetto e sentirci meglio con noi stessi. Allora, perché no?”

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“Non più di 10 milioni di abitanti”: la Svizzera vota la stretta sull’immigrazione

Un referendum per limitare il numero degli abitanti prima che questo raggiunga quota 10 milioni. E’ la proposta di legge avanzata dal Partito Popolare Svizzero, corrente populista detentrice della maggior parte dei seggi parlamentari, su cui la popolazione dei cantoni sarà chiamata ad esprimersi questa domenica. I cittadini voteranno per decidere se limitare a 10 milioni il numero dei residenti permanenti entro il 2050, imponendo una stretta sull’immigrazione e rescindendo l’Accordo sulla libera circolazione delle persone tra Ue e Svizzera entrato in vigore nel 2002. Un possibile punto di svolta che modificherebbe la Costituzione e, secondo il ministro della Giustizia, Beat Jans, potrebbe provocare una sorta di “Brexit svizzera”, isolando la Confederazione da Bruxelles.

Secondo i promotori, che sottolineano come gli stranieri rappresentino oltre un quarto dei cittadini, la priorità è contrastare “gli effetti negativi dell’immigrazione di massa“, tra cui la carenza di alloggi, l’aumento degli affitti, il sovraffollamento dei treni e la congestione del traffico. In caso di approvazione del testo referendario, se la popolazione dovesse superare i 9,5 milioni prima del 2050, il Consiglio federale e il Parlamento sarebbero obbligati ad adottare provvedimenti nel settore dell’asilo e del ricongiungimento familiare, e ad invocare le clausole d’eccezione previste dagli accordi internazionali che contribuiscono alla crescita demografica. L’attuazione di queste misure metterebbe in discussione la partecipazione svizzera agli accordi di Schengen e di Dublino con l’Ue, compromettendo la cooperazione su sicurezza e accoglienza.

Gli oppositori del progetto hanno soprannominato la proposta “iniziativa del caos“, sostenendo che il disegno anti-immigrazione potrebbe avere ricadute economiche gravi. In prima fila il mondo imprenditoriale, preoccupato per l’aggravarsi della carenza di manodopera e per un possibile deterioramento dei legami economici con l’Europa. Sulla stessa linea anche gli operatori sanitari, secondo cui una riduzione del numero di immigrati potrebbe compromettere i servizi, visto che quasi la metà dei medici che operano sul suolo svizzero è di nazionalità straniera. “È davvero questo il momento giusto per rompere con l’Europa?”, recita uno dei manifesti contro il quesito referendario, con il ritratto di Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping.

Stando agli ultimi sondaggi, la Svizzera sembra spaccata tra il fronte del No e quello del Sì. L’ultima rilevazione fatta dall’istituto gsf.bern dava il primo al 52%, preannunciando un testa a testa serrato. Ma le previsioni più recenti sono state effettuate prima del 28 maggio, giorno in cui un uomo turco-svizzero, armato di coltello, ha ferito tre persone in quello che le autorità hanno definito un atto terroristico. Un episodio che potrebbe mobilitare ulteriori sostenitori in favore di un referendum che potrebbe cambiare la storia elvetica.

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Elezioni Perù, il Paese è spaccato: la figlia di Fujimori avanti di meno di un punto percentuale. L’ultima parola alla Giuria speciale

Lotta in Perù, fino all’ultimo voto. Ci è voluta una settimana per passare al setaccio gli ultimi 3mila verbali, provenienti dalle zone rurali e dall’estero. Il Perù resta tuttavia spaccato, anche nella geografia del voto. Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore e candidata ultraconservatrice, risulta eletta con il 50,012% dei voti, mentre il progressista Roberto Sánchez è arrivato secondo, con il 49,988%. La differenza è minima: meno di un punto percentuale, 4.519 voti.

I voti di Fujimori sono quasi tutti a Lima e nel Settentrione del Paese, dove si sogna uno Stato onnipresente – la famigerata “mano dura” – in termini di sicurezza, ma assente in economia. Altra linea di divisione importante riguarda lo scontro Usa-Cina, che si contendono i porti del Paese a suon di investimenti (anche militari, nel caso di Washington). Sánchez ha invece vinto a Sud, nelle regioni più povere del Paese, tra la gente delle Ande, di solito disprezzata nei grandi centri urbani.

Ora tocca alla giuria speciale

Ma per la proclamazione si dovrà ancora attendere, probabilmente metà luglio. I verbali, registrati dall’Onpe, l’autorità elettorale, saranno messi al setaccio dalla Giuria elettorale speciale: entità tenuta a verificare, entro trenta giorni, eventuali impugnazioni e irregolarità. In bilico oltre mille verbali, secondo lo stesso Onpe. “Si tratta di un processo nuovo, introdotto di recente, e consiste nel riconteggio dei voti”, spiega ai media la portavoce della Giuria, Grecia Reintería. L’invenzione è nata a seguito degli scandali e irregolarità che hanno travolto l’Onpe dopo il primo turno, con denunce su presunti favoritismi e contratti milionari. Dieci funzionari sono tuttora sotto inchiesta mentre Piero Corvetto, l’allora presidente dell’Onpe, è stato spinto alle dimissioni. La fiducia sull’ente è ai minimi. A tal punto che, alla chiusura dei seggi, l’Onpe ha voluto subito rassicurare gli elettori: “Niente brogli“. Almeno stavolta.

L’ombra di Fujimori e le ferite mai rimarginate

La frattura è profonda. E va oltre la singola puntata elettorale. Pesa, appunto, l’ombra dell’ex dittatore Alberto Fujimori (1938-2024) che, un po’ alla Kronos, ha divorato una generazione di politici e i tre poteri dello Stato, usando il pretesto dell’autogolpe perpetrato nel 1992. In seguito Fujimori è stato condannato a 25 anni nel 2009, ma la sua figura è stata riabilitata da un’assidua propaganda sostenuta dalle élites del Paese. “C’erano migliaia di persone ai suoi funerali“, ricorda il politologo Gonzalo Banda, ricercatore all’University College London, sottolineando che a Lima e nel Perù settentrionale “c’è un fujimorismo che resiste, con una base sociale e politica molto grande”.

Invece, nelle regioni meridionali – specie ad Apurimac e Ayacucho, dove Sánchez ha preso circa l’80% – brucia ancora la ferita lasciata dalla deposizione del presidente di sinistra Pedro Castillo, previa mozione di censura del Parlamento e scontri sociali che lasciarono decine di morti da quelle parti. Manca però un confronto autentico. “Qui si ricorre a ogni forma di discriminazione al fine di squalificare chi non vota diversamente”, dice l’analista Ana María Torres. Già in passato l’ex candidato ultraconservatore Rafael López Aliaga, chiamò quell’elettorato “gente spazzatura” e, alle elezioni precedenti, la stessa Keiko Fujimori chiese l’annullamento di alcuni verbali provenienti da sud, perché “inattendibili“. Si arrivò anche a dire – parole dell’ex presidente Pablo Kuczynski – che alla gente delle Ande “non arriva l’ossigeno al cervello”. E perciò “vota male“.

Usa e Cina si prendono i porti

Perù resta osservato speciale di Washington e Pechino. Di recente gli Stati Uniti hanno assicurato l’investimento di 7 miliardi nel Porto di Corío, situato nell’Arequipa meridionale. Il doppio di quanto investito dalla Cina nel Porto di Chancay, al centro di una spinosa controversia giudiziaria, che impedisce a Lima di controllare i movimenti di Pechino nell’Infrastruttura. Il Porto di Chancay – costruito da Cosco Shipping Ports e inaugurato nel 2024, durante una visita di Xi Jinping – resta al centro delle preoccupazioni del Dipartimento di Stato Usa, che lo reputa in mano a “proprietari cinesi predatori”.

L’influenza di Pechino sul Paese sudamericano si è palesata durante i governi di Dina Boluarte, caduto nell’ottobre 2025, e quello di José Jerí, che ha sostenuto riunioni segrete con imprenditori cinesi come Zhihua Yang, già noto ai circuiti di potere di Lima. Nel frattempo gli Usa giocano tutte le loro carte, attraverso il rinnovo del Trattato di libero scambio Lima-Washington, la designazione di Perù ad “alleato principale non membro della Nato”, l’investimento di 1,5 miliardi di dollari sulla Base navale de El Callao e alcune mosse coercitive per forzare Lima all’acquisto di una trentina di F-16 targati Lockheed Martin.

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Venezuela, militari nelle miniere gestite dalle gang: 21 morti. “Il governo esegue il volere degli Usa e apre la strada a Big Oil”

Spari a raffica, dall’alto. Provengono dagli elicotteri delle Forze armate bolivariane. Colpiscono minatori, i nuovi schiavi, e non solo. E ne uccidono almeno 21. Le cifre potrebbero essere più alte, ma Caracas tace. Hanno l’ordine di “liberare”, così dicono, Las Claritas e i chilometri 33 e 88, due zone estrattive situate nel meridione dello Stato Bolívar, nel cosiddetto Arco Minero, che detiene le più grandi riserve di oro, coltan e terre rare del Venezuela. Ufficialmente l’operazione, in corso da tre giorni, punta a colpire le mafie coinvolte nel business estrattivo. In particolar modo il Tren de Aragua, designata come “organizzazione terroristica” dagli Stati Uniti. Alcune fonti parlano dell’uccisione di Hector Guerrero Flores, alias Niño Guerrero, su cui il Dipartimento di Stato Usa aveva messo una taglia di 5 milioni di dollari. La sua uccisione è stata confermata e rivendicata questa notte dall’amministrazione Trump, che ha confermato un attacco diretto sul suolo venezuelano. Altro bersaglio: Johan José Romero, Petrica, leader del Sindicato, fazione del Tren de Aragua.

Tuttavia le gang vantano ancora degli appoggi all’interno dello Stato venezuelano, in particolare nella corrente del ministro dell’Interno Diosdado Cabello, che ha filtrato in anticipo la notizia sull’imminente operazione. Sfollate anche centinaia di famiglie, ma Caracas non fornisce stime ufficiali. Nelle ore precedenti i residenti de Las Claritas hanno chiuso i varchi di entrata alla località (Troncal 10) chiedendo la fine delle operazioni e delle violazioni dei diritti umani in corso. Per ragioni di sicurezza erano stati chiusi anche gli accessi al trasporto pubblico nel municipio di Caroní.

Altissime fonti a Ilfattoquotidiano.it sostengono che l’operazione su larga scala sia stata voluta da Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, recatosi a Caracas lo scorso 3 giugno, a cinque mesi dal golpe della Cia che ha portato all’arresto del presidente Nicolas Maduro, su iniziativa di Donald Trump. Durante la sua visita Caine ha incontrato i vertici dell’amministrazione Rodríguez – assente la presidente in carica, che era in India – e ha ribadito il tema sicurezza come “priorità” dell’agenda Caracas-Washington, anche a nome delle Big Oil che chiedono ulteriori garanzie per sbarcare a pieno regime nel Paese.

Ergo: l’arrivo di Trafigura, Chevron e altre big, pronte a impossessarsi dell’Arco dell’Orinoco, non può coesistere con la presenza delle gang che, al momento, si spartiscono il territorio. Di qui l’improvvisa operazione, avvenuta in fretta e furia. Lo conferma il politologo Enderson Sequera: “Nessuna azienda investirebbe nel settore minerario in Venezuela senza garanzie di sicurezza. Gli Usa vogliono l’espulsione dei gruppi armati, tra cui l’Ejército de liberación nacional, e le mafie locali presenti nel territorio”. Per Sequera il tentativo è anche quello di recuperare “il monopolio della forza” nel meridione del Paese, poiché il vecchio equilibrio, garantito da Maduro, è ormai andato in frantumi.

L’operazione, che coinvolge diverse sigle militari, tra cui Guardia nazionale, Conas e le Forze speciali dell’esercito, è in continuità con l’approvazione della Legge organica delle Miniere, lo scorso 9 aprile, a Caracas, previa visita di Doug Burgum, segretario del Dipartimento degli Interni Usa. La normativa, in continuità con la riforma in materia di idrocarburi, elimina i vincoli statali posti durante i governi di Hugo Chávez e apre ai capitali stranieri in assenza di vincoli. “Stiamo parlando di una vernice di legalità per il saccheggio sistematico dell’Amazzonia e dello Scudo guyanese, aggravando danni umani e ambientali”, ha lamentato Cristina Volmer de Burelli, fondatrice dell’ong SosOrinoco. “La zona dello scontro, ricca di oro e rame, già al centro di sanguinose dispute territoriali, suggerisce forti pressioni politiche in atto”, ha aggiunto.

Interpellato da Ilfattoquotidiano.it, il sociologo e attivista Emiliano Terán Mantovani osserva: “Siamo in presenza di un radicale mutamento nella governance mineraria della zona. Si vuole fare spazio agli Stati Uniti”. Però l’esito non è scontato. “Difficile eliminare tutte le strutture criminali radicate anzitempo – sottolinea – Legale o no, l’attività mineraria continuerà a colpire interi ecosistemi e comunità, ignorando le esigenze dell’Amazzonia”. C’è preoccupazione anche per le famiglie, specialmente donne e bambini, che di solito subiscono i danni maggiori dalle dispute minerarie. In pericolo anche i minatori artigianali, alcuni di loro spinti dalla crisi ad abbandonare altri impieghi per aderire al lavoro estrattivo. Tra loro Javier Méndez che racconta a Ilfattoquotidiano.it: “Facevo il maestro, ma guadagnavo 5 dollari al mese. Non sono un criminale. Ho semplicemente abbandonato il gessetto per il piccone. Ora posso arrivare anche a 500 dollari, coprendo quasi il paniere base”.

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Forum sulla governance dei diritti umani a Pechino: un passo nella giusta direzione

Mentre nel mondo si susseguono conflitti mortali e si moltiplicano e accrescono i pericoli per la pace mondiale, minacciando lo scatenamento di una catastrofe bellica nucleare che potrebbe travolgerci tutte e tutti, mi trovo a Pechino, oasi di pace, armonia e fraternità, per i lavori del Forum 2026 per la governance globale dei diritti umani in rappresentanza del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (Cred).

È una bellissima giornata, oggi mercoledì 10 giugno. Il cielo su Pechino è sereno e l’aria pulita. Quanta differenza dalla prima volta che venni da queste parti, circa quindici anni fa. Una fondamentale conquista del sistema socialista cinese, dove la mano pubblica ha attuato nei fatti e non a chiacchiere la transizione ecologica che stenta a decollare nelle nostre decadenti nazioni europee ed occidentali, dominate, alla faccia della finta democrazia di facciata, dalle lobby degli armamenti, del fossile e delle “grandi opere” inutili e dannose.

La Cina costituisce oggi il principale soggetto internazionale della trasformazione basata sui principi della pace e dell’armonia. Mentre gli Stati Uniti agitano grottescamente il loro logoro bastone, ricevendo sberle significative dall’indomito e battagliero Iran e minacciando di strangolare e invadere Cuba e altri Paesi, la Cina promuove lo sviluppo equo e sostenibile mediante una cooperazione internazionale basata sui principi del mutuo rispetto e dell’autodeterminazione dei popoli.

La missione di visita di tre giorni a Chengdu che il gruppo cui appartenevo ha compiuto nel Sichuan ci ha consentito di toccare con mano i risultati davvero entusiasmanti raggiunti dalla Cina in molti campi, dalla tutela dell’ambiente e della biodiversità (riserva dei panda) alla gestione delle risorse come l’acqua, dall’attuazione di programmi di produzione alimentare gestita dai contadini al ruolo delle 55 nazioni minoritarie di cui è tutelata l’identità e la partecipazione democratica, a molti altri aspetti ancora.

La favoletta ridicola del ruolo dell’Occidente e dell’Europa come autoproclamati campioni della democrazia e dei diritti umani è rimasta definitivamente sepolta sotto le macerie di Gaza insieme alle oltre 70mila vittime accertate del genocidio che continua, compiuto dal governo Netanyahu col beneplacito e la complicità dei governi occidentali, con l’Italia purtroppo ancora in prima linea.

Alla tribuna si susseguono gli interventi di Paesi vittime del colonialismo e dell’imperialismo, quali Gambia, Iraq, Perù e molti altri, che sottolineano l’importanza del diritto allo sviluppo approvato nel 1986, quarant’anni fa, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e vari rappresentanti cinesi illustrano il nuovo Piano quinquennale per l’attuazione dei diritti umani.

Qui i diritti umani sono una realtà tangibile perché basati sulla salvaguardia dei servizi pubblici e dei diritti collettivi, entrambi fortemente minati dalla scellerata preponderanza delle dottrine neoliberali in Occidente e in molti Paesi ancora dipendenti dallo stesso e ancora più dal ricorso alla guerra e al genocidio come strumenti infami per puntellare il proprio dominio in via di estinzione.

La promozione dei diritti si basa anche sulla partecipazione democratica esercitata da tutto il popolo cinese mediante le decine di milioni di militanti del Partito Comunista ma anche mediante il sistema dei Consigli istituiti localmente a tutti i livelli. Un miracolo dell’armonia che da millenni costituisce il fondamentale principio ispiratore della Cina, ma prevede anche im rovesciamento, con ogni mezzo necessario, dei governi che non siano all’altezza delle aspettative e dei desideri della società reale.

Il rapporto cooperativo con la Cina rappresenta oggi un imperativo categorico per l’Italia e l’Europa tutta, la cui necessaria e urgente applicazione è purtroppo ostacolata da anguste visioni geopolitiche e sciagurati interessi di ristretti gruppi di potere.

Il superamento di tali vincoli appare oggi indispensabile per inserire il nostro Paese, con la sua civiltà millenaria e le sue capacità ancora non del tutto menomate dal malgoverno di Meloni, Draghi, Renzi, Letta e altri personaggi del genere, nella realtà multipolare che si va delineando per dare al nostro pianeta un governo all’altezza delle enormi problematiche attuali e delle altrettanto enormi aspettative dei popoli del mondo.

Oltre che sulle questioni strategiche della pace e del disarmo, il necessario rinnovamento dell’Italia si dovrà caratterizzare in questa prospettiva sull’equità economica e finanziaria basata sulla forte tassazione della finanza, delle imprese multinazionali e dei grandi patrimoni, contrastando la demagogia di infimo livello diffusa da chi definisce le imposte come “pizzo di Stato” e solletica la propensione alla proprietà privata, fantasticata ma non garantita nei fatti, se non ai soggetti antisociali indicati, che se ne avvalgono per frustrare i diritti dell’immensa maggioranza.

Questa Conferenza cui ho l’onore e il piacere di partecipare costituisce senza dubbio un passo fondamentale nella direzione del superamento definitivo della barbarie corrente verso l’affermazione, a livello internazionale e nazionale, del futuro condiviso dell’umanità.

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Deforestazione, cemento e la rivoluzione dei fenicotteri: dove sta andando l’Albania?

Sono trascorsi davvero parecchi anni da quando, complice una mia conoscenza, volevo fare un viaggio in Albania, sicuro che, caduto il regime totalitario di Enver Hoxha e il conseguente arrivo di capitali esteri, quella terra avrebbe subito una drastica trasformazione territoriale. Buon profeta, si fa per dire, meglio: facile profeta.

Ed ecco, che, in una terra tradizionalmente dedita ad agricoltura e pastorizia, fa il suo prepotente ingresso l’edilizia, specie nella capitale e sulla costa. Tirana è diventata una nuova Milano, e, guarda caso, l’architetto – anzi l’archistar – di riferimento è quello Stefano Boeri assurto a fama universale grazie al Bosco Verticale.

Un’espansione edilizia senza precedenti quella di Tirana, iniziata quando primo cittadino era quell’Edi Rama (socialista…), sindaco dal 2000 al 2011 e dal 2013 primo ministro. Boeri si è aggiudicato prima il progetto Tirana 2030 (che è il piano regolatore della città) e poi il progetto Tirana Riverside (concepito per i 4000 sfollati del terremoto del 2019). A guardarli sul sito della Stefano Boeri Architetti, colpisce il verde a macchia d’olio che li caratterizza.

Sia come sia, voxeurop.eu riporta che a Tirana oggi si contano 52.000 alloggi vuoti; i prezzi di vendita in un centro gentrificato viaggiano tra i 2.500 e i 4.500 euro/mq, quando il reddito mensile lordo di un albanese è 850 euro. Ed è quasi impossibile trovare un bilocale in affitto a meno di 600 euro/mese. Eppure il piano regolatore è concepito per ospitare 1,6 milioni di abitanti, quando Tirana ne conta appena 590.000. E intanto ovviamente si sta assistendo all’espulsione dalla cinta urbana dei meno abbienti e l’acquisto delle proprietà immobiliari da parte di fondi stranieri.

Converrete, come accennavo, che il paragone con Milano è impressionante. Con in più qui anche il riciclaggio di denaro. Ma l’esplosione dell’edilizia non si limita alla capitale. Se nel 2015 sono stati concessi permessi per la costruzione di nuovi edifici residenziali pari ad una superficie di 50 chilometri quadrati, nel 2022 l’estensione è stata di ben 2.071 chilometri quadrati: oltre 40 volte di più, e il trend è destinato a perdurare.

Questo in un paese che si svuota: tra il 2011 e il 2023 l’Albania ha perso quasi mezzo milione di abitanti. Ma allora dove finisce il cemento? Facile a dirsi: soprattutto nell’industria più impattante al mondo, quella turistica, e specialmente, ça va sans dire, sulla costa. E questo mentre nell’interno il paese è sempre meno verde. Secondo l’istituto di statistica albanese (Instat) dal 2018 al 2023 il paese ha perso 320.000 ettari di fondo forestale e pascoli, nell’indifferenza delle autorità pubbliche e nonostante una teorica moratoria sui tagli. E il maggior importatore di legno è la nostra Italia, con addirittura il 61% delle quote.

Deforestazione nell’interno, con relative piste forestali, e cementificazione sulla costa: un mix micidiale. Ma andiamo nello specifico sulla costa, nel sud del paese, dove in questi giorni è salita alla ribalta internazionale l’isola di Saseno – o Sazan come la chiamano gli albanesi – disabitata, circondata da un mare cristallino, e miracolosamente salvatasi da speculazioni edilizie grazie a servitù militari oggi non più in essere (durante il regime comunista di Enver Hoxha furono costruiti oltre 3.600 bunker e gallerie sotterranee, progettate per resistere a un attacco nucleare).

È qui che il genero di Trump, Jared Kushner, straricco imprenditore ebraico ortodosso, accortosi dell’esistenza dell’isola durante una crociera, vorrebbe realizzare un mega resort investendo 1,4 miliardi di dollari. Una storia vecchia questa dei resort, se pensiamo che ormai quando si parla di investimenti nel mondo del turismo non si parla di camping o di aree attrezzate, ma solo di opere di grave impatto, destinate in buona parte ad élite (“ecco è così che va il mondo”).

E nel 2025 gli è stata concesso un permesso per costruire, facilitato – guarda caso – da una legge che sembra creata ad hoc sugli “investimenti strategici” del 2024. Infatti la norma ha creato una nuova categoria di progetti urbanistici che possono operare anche sul suolo pubblico e in deroga alle regolari procedure di assegnazione di appalto, mentre altri emendamenti hanno allentato i vincoli sulle aree protette.

Ma l’operazione immobiliare (aumentando il proprio valore a circa quattro miliardi di dollari, prevedendo 10.000 posti letto) si estenderebbe anche sulla costa (sempre grazie alla legge speciale di cui sopra), nell’area protetta di Vjosa-Narta (l’area del delta del fiume Vjosa), uno dei siti naturali di maggior pregio in Europa, un intatto paesaggio di lagune, dune, pinete e zone umide che ospita alcune delle più importanti rotte migratorie del Mediterraneo (ben 200 specie di uccelli, tra cui i fenicotteri rosa). Area in cui ad aprile sono state realizzate delle trincee in filo spinato e sono già entrati in opera dei mezzi operativi, distruggendo parte delle dune.

Ambedue gli investimenti in realtà non fanno capo direttamente a Kushner, bensì al fondo di investimento da lui creato, la Affinity Partners, con anche capitali dei paesi arabi, in particolare qatarioti. A margine ma non troppo, consideriamo il fatto che l’Albania ha aderito al Board of Peace di Trump (il socialista Rama è buon amico non solo di Trump, ma anche di Netanyahu), e che (gossip) Ivanka Trump è stata vista pranzare con Edi Rama, che ovviamente considera un’occasione da non perdere il faraonico investimento.

Ma non tutto sembra andare nella direzione auspicata dal governo, visto che: uno, l’Albania vuole aderire all’Ue, e questa le ha intimato di osservare le normative vigenti di tutela ambientale; due, si sono mosse in difesa di questo patrimonio naturale e in particolare per l’area costiera ben 28 associazioni ambientaliste e nel paese vi sono state e sono tuttora in corso vere e proprie sollevazioni popolari (ma anche in altri paesi, Italia compresa). Un movimento di protesta al grido “l’Albania non è in vendita” e già denominato la “Flamingo revolution”, la “Rivoluzione dei fenicotteri“. Movimento liquidato così da Rama: “Se non ci fosse Jared, a nessuno importerebbe niente di quello che sta succedendo in Albania”.

Il fatto che chiami Kushner per nome e il contenuto dell’affermazione la dicono lunga sul personaggio. A margine ma non troppo, conviene ricordare che il fondo Affinity Partners voleva realizzare l’anno scorso una Trump Tower (in omaggio all’illustre cognato) a Belgrado (anche qui grazie ad una normativa speciale ad hoc) e che il progetto non è andato in porto a causa di un procedimento della Procura per abuso d’ufficio e falsificazione di un documento ufficiale.

Guarda caso, per quest’altra operazione immobiliare a carattere turistico invece in corso, la Spak, la procura anti-corruzione albanese indipendente nata nel 2019, ha intanto avviato delle indagini sulle modifiche apportate nel 2024 allo status di protezione dell’area e alla proprietà dei terreni, cambiamenti che hanno aperto la strada allo sviluppo turistico.

Diciamo in conclusione che da queste vicende l’immagine pubblica del governo albanese non ne esce molto bene.

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Sequestrate ciocche di capelli provenienti dall’Iran. E se fossero delle giovani manifestanti uccise?

Ci sono notizie che arrivano come un pugno nello stomaco, che costringono a guardare dritto negli occhi l’abisso della crudeltà umana. La notizia rimbalzata in queste ore è raggelante: la dogana armena, presso il valico di Agarak, ha intercettato e confiscato centinaia di chili di capelli naturali non dichiarati provenienti dall’Iran. Solo nell’ultimo gravissimo episodio, ben 26 chili di ciocche erano meticolosamente occultati nei cuscini della cabina di un camion.

Non si tratta di un caso isolato. I dati ufficiali tracciano un quadro sistematico e inquietante: tra gennaio e giugno si sono registrati 11 sequestri transfrontalieri, per un totale impressionante di 621 ciocche e oltre 135 chilogrammi di capelli umani.

La maschera della povertà e la fame in Iran

La spiegazione ufficiale e più immediata, ripresa dal Jerusalem Post, parla di una disperazione finanziaria assoluta. Ci dicono che l’inflazione alle stelle sta spingendo le donne iraniane a vendere le proprie chiome, e persino i propri organi, per sfamare i figli. Ma noi non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo credere che questa sia l’unica, mostruosa verità. Dietro questo contrabbando si nasconde un’ombra ben più sinistra, un grido d’allarme lanciato con forza dagli attivisti.

L’inferno dei sacchi neri a Kahrizak

A gennaio, l’Iran è stato travolto da una nuova, violentissima ondata di proteste nazionali. La risposta del regime teocratico è stata un massacro di massa: secondo le drammatiche denunce della fondazione del premio Nobel Narges Mohammadi, migliaia di manifestanti sono stati uccisi dalle forze governative. I video agghiaccianti verificati da CNN e AFP mostrano il piazzale dell’obitorio di Kahrizak, a Teheran, trasformato in un inferno a cielo aperto: decine e decine di sacchi neri contenenti corpi umani allineati sul terreno sterrato. Dentro la struttura, i monitor scorrono le foto di almeno 250 giovani corpi in attesa di un nome. Fuori, le urla strazianti delle madri che cercano disperatamente i figli spariti nel nulla. Organizzazioni per i diritti umani come Iran Human Rights parlano apertamente di “crimini di immane gravità”.

A me viene un sospetto a chi appartengono davvero quelle ciocche sequestrate?

I corpi di moltissime di queste ragazze uccise o inghiottite dalle carceri non sono mai stati restituiti. Il regime nega i cadaveri, impone sepolture segrete e, attraverso i media di Stato come Tasnim, mette in scena farse televisive obbligando i parenti a dichiarare falsità.

Vedere camion carichi di quintali di capelli umani varcare clandestinamente i confini, nascosti nei cuscini proprio nei mesi successivi a questo massacro, mi fa sorgere una domanda legittima e spaventosa: e se quei capelli appartenessero a loro? Se quelle ciocche fossero state recise dai corpi senza vita delle ragazze violate, uccise e ammassate nei sacchi neri di Kahrizak e di tutte le altre città in cui ci sono state le manifestazioni? Il popolo iraniano conosce troppo bene la ferocia della Repubblica Islamica per credere a una semplice violazione doganale. In quel carico vede il macabro profanamento di chi ha osato sfidare il potere.

Il simbolo della rivoluzione: Donna, Vita, Libertà

In Iran il capello non è un dettaglio estetico. È il simbolo politico e spirituale di una rivoluzione nata dal sacrificio di Mahsa Amini, uccisa dalla polizia morale perché una ciocca sfuggiva dal velo. Da quel giorno, tagliarsi i capelli in pubblico è diventato il più potente atto di sfida globale contro l’oppressione. Il grido “Donna, Vita, Libertà” ha fatto tremare la teocrazia attraverso la rivendicazione di quel corpo e di quella chioma.

Pensare che oggi il regime, o le reti criminali ad esso collegate, possano lucrare sul mercato nero vendendo i capelli delle stesse giovani che ha perseguitato, gassato nelle scuole, torturato e ucciso in nome dell’hijab obbligatorio, rappresenta un livello di perversione e barbarie intollerabile. Non possiamo girarci dall’altra parte. Non possiamo archiviare l’orrore del massacro di gennaio 2026, come un effetto collaterale della crisi. Dobbiamo continuare a essere la voce di quelle ragazze e di un popolo che non smette di lottare per la propria dignità.

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