Voters are turning out against toxic pesticides. Will the Senate listen?



Mentre nel mondo si susseguono conflitti mortali e si moltiplicano e accrescono i pericoli per la pace mondiale, minacciando lo scatenamento di una catastrofe bellica nucleare che potrebbe travolgerci tutte e tutti, mi trovo a Pechino, oasi di pace, armonia e fraternità, per i lavori del Forum 2026 per la governance globale dei diritti umani in rappresentanza del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (Cred).
È una bellissima giornata, oggi mercoledì 10 giugno. Il cielo su Pechino è sereno e l’aria pulita. Quanta differenza dalla prima volta che venni da queste parti, circa quindici anni fa. Una fondamentale conquista del sistema socialista cinese, dove la mano pubblica ha attuato nei fatti e non a chiacchiere la transizione ecologica che stenta a decollare nelle nostre decadenti nazioni europee ed occidentali, dominate, alla faccia della finta democrazia di facciata, dalle lobby degli armamenti, del fossile e delle “grandi opere” inutili e dannose.
La Cina costituisce oggi il principale soggetto internazionale della trasformazione basata sui principi della pace e dell’armonia. Mentre gli Stati Uniti agitano grottescamente il loro logoro bastone, ricevendo sberle significative dall’indomito e battagliero Iran e minacciando di strangolare e invadere Cuba e altri Paesi, la Cina promuove lo sviluppo equo e sostenibile mediante una cooperazione internazionale basata sui principi del mutuo rispetto e dell’autodeterminazione dei popoli.
La missione di visita di tre giorni a Chengdu che il gruppo cui appartenevo ha compiuto nel Sichuan ci ha consentito di toccare con mano i risultati davvero entusiasmanti raggiunti dalla Cina in molti campi, dalla tutela dell’ambiente e della biodiversità (riserva dei panda) alla gestione delle risorse come l’acqua, dall’attuazione di programmi di produzione alimentare gestita dai contadini al ruolo delle 55 nazioni minoritarie di cui è tutelata l’identità e la partecipazione democratica, a molti altri aspetti ancora.
La favoletta ridicola del ruolo dell’Occidente e dell’Europa come autoproclamati campioni della democrazia e dei diritti umani è rimasta definitivamente sepolta sotto le macerie di Gaza insieme alle oltre 70mila vittime accertate del genocidio che continua, compiuto dal governo Netanyahu col beneplacito e la complicità dei governi occidentali, con l’Italia purtroppo ancora in prima linea.
Alla tribuna si susseguono gli interventi di Paesi vittime del colonialismo e dell’imperialismo, quali Gambia, Iraq, Perù e molti altri, che sottolineano l’importanza del diritto allo sviluppo approvato nel 1986, quarant’anni fa, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e vari rappresentanti cinesi illustrano il nuovo Piano quinquennale per l’attuazione dei diritti umani.
Qui i diritti umani sono una realtà tangibile perché basati sulla salvaguardia dei servizi pubblici e dei diritti collettivi, entrambi fortemente minati dalla scellerata preponderanza delle dottrine neoliberali in Occidente e in molti Paesi ancora dipendenti dallo stesso e ancora più dal ricorso alla guerra e al genocidio come strumenti infami per puntellare il proprio dominio in via di estinzione.
La promozione dei diritti si basa anche sulla partecipazione democratica esercitata da tutto il popolo cinese mediante le decine di milioni di militanti del Partito Comunista ma anche mediante il sistema dei Consigli istituiti localmente a tutti i livelli. Un miracolo dell’armonia che da millenni costituisce il fondamentale principio ispiratore della Cina, ma prevede anche im rovesciamento, con ogni mezzo necessario, dei governi che non siano all’altezza delle aspettative e dei desideri della società reale.
Il rapporto cooperativo con la Cina rappresenta oggi un imperativo categorico per l’Italia e l’Europa tutta, la cui necessaria e urgente applicazione è purtroppo ostacolata da anguste visioni geopolitiche e sciagurati interessi di ristretti gruppi di potere.
Il superamento di tali vincoli appare oggi indispensabile per inserire il nostro Paese, con la sua civiltà millenaria e le sue capacità ancora non del tutto menomate dal malgoverno di Meloni, Draghi, Renzi, Letta e altri personaggi del genere, nella realtà multipolare che si va delineando per dare al nostro pianeta un governo all’altezza delle enormi problematiche attuali e delle altrettanto enormi aspettative dei popoli del mondo.
Oltre che sulle questioni strategiche della pace e del disarmo, il necessario rinnovamento dell’Italia si dovrà caratterizzare in questa prospettiva sull’equità economica e finanziaria basata sulla forte tassazione della finanza, delle imprese multinazionali e dei grandi patrimoni, contrastando la demagogia di infimo livello diffusa da chi definisce le imposte come “pizzo di Stato” e solletica la propensione alla proprietà privata, fantasticata ma non garantita nei fatti, se non ai soggetti antisociali indicati, che se ne avvalgono per frustrare i diritti dell’immensa maggioranza.
Questa Conferenza cui ho l’onore e il piacere di partecipare costituisce senza dubbio un passo fondamentale nella direzione del superamento definitivo della barbarie corrente verso l’affermazione, a livello internazionale e nazionale, del futuro condiviso dell’umanità.
L'articolo Forum sulla governance dei diritti umani a Pechino: un passo nella giusta direzione proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un filo invisibile e insanguinato che lega le brughiere desolate dell’Irlanda ottocentesca ai deserti polverosi del Nuovo Messico. Un filo fatto di fango, miseria nera e di quella violenza strutturale che il capitalismo nascente ha sempre contrabbandato per “civilizzazione” o progresso economico.
La letteratura, quando decide di non piegarsi alle logiche consolatorie dell’intrattenimento da classifica o dei salotti borghesi, ha il dovere politico e morale di scavare lì, tra le costole dei vinti, per restituirci la carne viva della Storia. A compiere questa operazione chirurgica e spietata sono oggi due romanzi straordinari, capaci di smantellare i miti fondativi della modernità occidentale attraverso una lingua che si fa polvere, sangue e poesia.
Il primo è Cielo rosso al mattino di Paul Lynch (traduzione di Riccardo Michelucci; 66thand2nd). Prima di vincere il Booker Prize con il distopico Il canto del profeta, Lynch aveva già marchiato a fuoco la narrativa contemporanea con questo esordio folgorante, ambientato nel 1832. La storia di Coll Coyle, un bracciante irlandese in fuga dopo aver ucciso accidentalmente il figlio del suo spietato padrone terriero, non è semplicemente un thriller storico o una caccia all’uomo. È un’odissea esistenziale sulla condizione umana.
Lynch possiede una scrittura materica, ipnotica, che evoca lo spettro biblico di Cormac McCarthy ma si radica nel ritmo di una ballata celtica cupa e visionaria. La fuga di Coll attraversa l’oceano fino ai cantieri delle ferrovie della Pennsylvania, dove il sogno americano si rivela per quello che è: un immenso mattatoio per immigrati sacrificabili, carne da cannone per i binari dell’industrializzazione selvaggia.
La traduzione di Michelucci restituisce intatta questa lingua arcaica e brutale, dove la natura non è mai sfondo, ma un dio indifferente che osserva l’inevitabile rovina degli uomini.
Se Lynch lavora sul respiro epico e tragico del singolo individuo schiacciato dal destino, Éric Vuillard con Gli orfani. Una storia di Billy the Kid (traduzione di Alberto Bracci Testasecca; Edizioni E/O) compie un’operazione di decostruzione storica radicale, fedele al suo stile unico che oscilla tra il saggio politico e la prosa d’arte. Vuillard prende il mito pop per eccellenza del West, Billy the Kid, e lo spoglia di ogni retorica hollywoodiana o romantica. Il leggendario fuorilegge non è un eroe solitario, ma un ragazzino disperato, un orfano tra i tanti prodotti dalle violente recinzioni dei latifondisti e dalle prime grandi speculazioni finanziarie sulla terra.
Il West di Vuillard non è lo spazio della libertà, ma il laboratorio a cielo aperto del monopolio economico americano, dove lo sceriffo Pat Garrett non rappresenta la giustizia, bensì gli interessi dei baroni del bestiame e delle compagnie ferroviarie. Con una scrittura tagliente, ironica e implacabile, l’autore francese ci mostra come l’epopea della frontiera sia stata in realtà una gigantesca operazione di pulizia di classe, trasformata poi in spettacolo per coprire i crimini dei vincitori.
Leggere questi due libri in diagonale significa fare i conti con le radici marce della nostra contemporaneità. Sia Lynch che Vuillard, pur con strumenti stilistici diversi – il primo attraverso una narrazione densa, terragna e lirica, il secondo con una prosa chirurgica, saggistica e fortemente politica – ci dicono la stessa identica cosa: la Storia la scrivono i padroni, ma è sui corpi degli orfani, dei fuggiaschi e degli sfruttati che è stato edificato il nostro presente. Due letture necessarie, feroci, che non concedono sconti e che ci ricordano perché la grande letteratura ha ancora il dovere civile di esistere.
L'articolo I nuovi romanzi di Lynch e Vuillard fanno i conti con le radici marce della nostra contemporaneità proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sono trascorsi davvero parecchi anni da quando, complice una mia conoscenza, volevo fare un viaggio in Albania, sicuro che, caduto il regime totalitario di Enver Hoxha e il conseguente arrivo di capitali esteri, quella terra avrebbe subito una drastica trasformazione territoriale. Buon profeta, si fa per dire, meglio: facile profeta.
Ed ecco, che, in una terra tradizionalmente dedita ad agricoltura e pastorizia, fa il suo prepotente ingresso l’edilizia, specie nella capitale e sulla costa. Tirana è diventata una nuova Milano, e, guarda caso, l’architetto – anzi l’archistar – di riferimento è quello Stefano Boeri assurto a fama universale grazie al Bosco Verticale.
Un’espansione edilizia senza precedenti quella di Tirana, iniziata quando primo cittadino era quell’Edi Rama (socialista…), sindaco dal 2000 al 2011 e dal 2013 primo ministro. Boeri si è aggiudicato prima il progetto Tirana 2030 (che è il piano regolatore della città) e poi il progetto Tirana Riverside (concepito per i 4000 sfollati del terremoto del 2019). A guardarli sul sito della Stefano Boeri Architetti, colpisce il verde a macchia d’olio che li caratterizza.
Sia come sia, voxeurop.eu riporta che a Tirana oggi si contano 52.000 alloggi vuoti; i prezzi di vendita in un centro gentrificato viaggiano tra i 2.500 e i 4.500 euro/mq, quando il reddito mensile lordo di un albanese è 850 euro. Ed è quasi impossibile trovare un bilocale in affitto a meno di 600 euro/mese. Eppure il piano regolatore è concepito per ospitare 1,6 milioni di abitanti, quando Tirana ne conta appena 590.000. E intanto ovviamente si sta assistendo all’espulsione dalla cinta urbana dei meno abbienti e l’acquisto delle proprietà immobiliari da parte di fondi stranieri.
Converrete, come accennavo, che il paragone con Milano è impressionante. Con in più qui anche il riciclaggio di denaro. Ma l’esplosione dell’edilizia non si limita alla capitale. Se nel 2015 sono stati concessi permessi per la costruzione di nuovi edifici residenziali pari ad una superficie di 50 chilometri quadrati, nel 2022 l’estensione è stata di ben 2.071 chilometri quadrati: oltre 40 volte di più, e il trend è destinato a perdurare.
Questo in un paese che si svuota: tra il 2011 e il 2023 l’Albania ha perso quasi mezzo milione di abitanti. Ma allora dove finisce il cemento? Facile a dirsi: soprattutto nell’industria più impattante al mondo, quella turistica, e specialmente, ça va sans dire, sulla costa. E questo mentre nell’interno il paese è sempre meno verde. Secondo l’istituto di statistica albanese (Instat) dal 2018 al 2023 il paese ha perso 320.000 ettari di fondo forestale e pascoli, nell’indifferenza delle autorità pubbliche e nonostante una teorica moratoria sui tagli. E il maggior importatore di legno è la nostra Italia, con addirittura il 61% delle quote.
Deforestazione nell’interno, con relative piste forestali, e cementificazione sulla costa: un mix micidiale. Ma andiamo nello specifico sulla costa, nel sud del paese, dove in questi giorni è salita alla ribalta internazionale l’isola di Saseno – o Sazan come la chiamano gli albanesi – disabitata, circondata da un mare cristallino, e miracolosamente salvatasi da speculazioni edilizie grazie a servitù militari oggi non più in essere (durante il regime comunista di Enver Hoxha furono costruiti oltre 3.600 bunker e gallerie sotterranee, progettate per resistere a un attacco nucleare).
È qui che il genero di Trump, Jared Kushner, straricco imprenditore ebraico ortodosso, accortosi dell’esistenza dell’isola durante una crociera, vorrebbe realizzare un mega resort investendo 1,4 miliardi di dollari. Una storia vecchia questa dei resort, se pensiamo che ormai quando si parla di investimenti nel mondo del turismo non si parla di camping o di aree attrezzate, ma solo di opere di grave impatto, destinate in buona parte ad élite (“ecco è così che va il mondo”).
E nel 2025 gli è stata concesso un permesso per costruire, facilitato – guarda caso – da una legge che sembra creata ad hoc sugli “investimenti strategici” del 2024. Infatti la norma ha creato una nuova categoria di progetti urbanistici che possono operare anche sul suolo pubblico e in deroga alle regolari procedure di assegnazione di appalto, mentre altri emendamenti hanno allentato i vincoli sulle aree protette.
Ma l’operazione immobiliare (aumentando il proprio valore a circa quattro miliardi di dollari, prevedendo 10.000 posti letto) si estenderebbe anche sulla costa (sempre grazie alla legge speciale di cui sopra), nell’area protetta di Vjosa-Narta (l’area del delta del fiume Vjosa), uno dei siti naturali di maggior pregio in Europa, un intatto paesaggio di lagune, dune, pinete e zone umide che ospita alcune delle più importanti rotte migratorie del Mediterraneo (ben 200 specie di uccelli, tra cui i fenicotteri rosa). Area in cui ad aprile sono state realizzate delle trincee in filo spinato e sono già entrati in opera dei mezzi operativi, distruggendo parte delle dune.
Ambedue gli investimenti in realtà non fanno capo direttamente a Kushner, bensì al fondo di investimento da lui creato, la Affinity Partners, con anche capitali dei paesi arabi, in particolare qatarioti. A margine ma non troppo, consideriamo il fatto che l’Albania ha aderito al Board of Peace di Trump (il socialista Rama è buon amico non solo di Trump, ma anche di Netanyahu), e che (gossip) Ivanka Trump è stata vista pranzare con Edi Rama, che ovviamente considera un’occasione da non perdere il faraonico investimento.
Ma non tutto sembra andare nella direzione auspicata dal governo, visto che: uno, l’Albania vuole aderire all’Ue, e questa le ha intimato di osservare le normative vigenti di tutela ambientale; due, si sono mosse in difesa di questo patrimonio naturale e in particolare per l’area costiera ben 28 associazioni ambientaliste e nel paese vi sono state e sono tuttora in corso vere e proprie sollevazioni popolari (ma anche in altri paesi, Italia compresa). Un movimento di protesta al grido “l’Albania non è in vendita” e già denominato la “Flamingo revolution”, la “Rivoluzione dei fenicotteri“. Movimento liquidato così da Rama: “Se non ci fosse Jared, a nessuno importerebbe niente di quello che sta succedendo in Albania”.
Il fatto che chiami Kushner per nome e il contenuto dell’affermazione la dicono lunga sul personaggio. A margine ma non troppo, conviene ricordare che il fondo Affinity Partners voleva realizzare l’anno scorso una Trump Tower (in omaggio all’illustre cognato) a Belgrado (anche qui grazie ad una normativa speciale ad hoc) e che il progetto non è andato in porto a causa di un procedimento della Procura per abuso d’ufficio e falsificazione di un documento ufficiale.
Guarda caso, per quest’altra operazione immobiliare a carattere turistico invece in corso, la Spak, la procura anti-corruzione albanese indipendente nata nel 2019, ha intanto avviato delle indagini sulle modifiche apportate nel 2024 allo status di protezione dell’area e alla proprietà dei terreni, cambiamenti che hanno aperto la strada allo sviluppo turistico.
Diciamo in conclusione che da queste vicende l’immagine pubblica del governo albanese non ne esce molto bene.
L'articolo Deforestazione, cemento e la rivoluzione dei fenicotteri: dove sta andando l’Albania? proviene da Il Fatto Quotidiano.
La produttività del lavoro per ora lavorata misura una cosa molto semplice: quanto valore economico viene generato da ogni ora di lavoro.
Non dice quante ore si lavora. Non premia chi resta più tempo in azienda, chi arriva prima o chi spegne la luce per ultimo, abitudine che in molte imprese viene ancora scambiata per eroismo produttivo. Dice invece quanta ricchezza viene prodotta in un’ora di lavoro effettivo. È una differenza decisiva.
Due Paesi possono lavorare lo stesso numero di ore, ma ottenere risultati molto diversi. Uno può produrre più valore perché ha imprese meglio organizzate, tecnologie più integrate, personale più formato, processi più efficienti, manager più capaci e capitale investito meglio. L’altro può lavorare molto, anche moltissimo, ma disperdere energia in errori, attese, passaggi inutili, bassa digitalizzazione, scarsa delega e organizzazioni troppo dipendenti dall’improvvisazione.
Il grafico sulla produttività del lavoro per ora lavorata di Bergeaud, Cette e Lecat (che consente di osservare la produttività su un arco storico molto lungo 1990-2024) racconta proprio questo: l’Italia non è ferma perché lavora poco, ma perché da ogni ora lavorata estrae meno valore rispetto agli altri grandi Paesi avanzati.

La particolarità italiana non è soltanto il livello raggiunto nel 2024. È soprattutto la forma della curva. Fino alla metà degli anni Novanta l’Italia cresce, recupera terreno e si avvicina alle economie più produttive. Poi la dinamica rallenta, si appiattisce e perde progressivamente forza. Mentre Stati Uniti, Germania e Francia continuano, pur tra crisi e rallentamenti, ad aumentare il valore generato da ogni ora lavorata, l’Italia resta quasi inchiodata.
Nel 2024 il nostro Paese produce 68,2 dollari di valore per ora lavorata, sotto la media dell’eurozona, pari a 70,2, e lontano dalla Germania, a 83,0, dalla Francia, a 81,6, e dagli Stati Uniti, a 84,6.
Il punto, però, non è costruire l’ennesima classifica deprimente. Il punto è capire che cosa c’è dietro quei numeri.
Qui entra in gioco la produttività totale dei fattori. È un indicatore più sofisticato della produttività del lavoro, perché non misura solo quanto produce ogni ora lavorata, ma quanto valore nasce dalla combinazione tra lavoro, capitale, tecnologia, organizzazione, competenze e qualità delle decisioni. In altre parole, misura l’intelligenza complessiva del sistema produttivo e della imprenditoria nostrana.
Tradotto nel linguaggio delle PMI: non basta lavorare tanto. Non basta comprare un nuovo macchinario. Non basta installare un gestionale se poi viene usato come un quaderno elettronico mal compilato. Non basta introdurre un sistema di controllo di gestione e poi non guardare neppure un dato che non sia il fatturato. La produttività cresce quando l’impresa riesce a combinare meglio persone, strumenti, metodo, responsabilità e decisioni.
Una piccola impresa può avere titolari presenti dodici ore al giorno, dipendenti sotto pressione, clienti da servire, consegne da rispettare e margini da difendere. Ma se ogni decisione passa sempre dalla stessa scrivania, se i ruoli non sono chiari, se la delega è solo una parola elegante, se gli errori si ripetono, se il magazzino non dialoga con la produzione e se il commerciale vende promesse che l’organizzazione non riesce a mantenere, allora l’impresa lavora molto ma produce poco valore aggiunto.
È qui che il dato macroeconomico diventa una faccenda molto concreta. La stagnazione della produttività italiana vive dentro le giornate ordinarie delle aziende: pressioni inutili, processi non scritti, informazioni disperse, software non integrati, competenze non valorizzate, giovani assunti senza percorso, capi intermedi lasciati soli, imprenditori che vorrebbero crescere ma continuano a governare tutto con il controllo diretto del fiuto.
Istat segnala che nel 2024 la produttività del lavoro è diminuita dell’1,9%, dopo il -2,7% del 2023, perché le ore lavorate sono aumentate più del valore aggiunto. Nell’intero periodo 1995-2024, la produttività del lavoro in Italia è cresciuta in media soltanto dello 0,3% annuo. Numeri piccoli, quasi educati. Ma dietro quella cortesia statistica c’è una diagnosi pesante.
Il Rapporto annuale Istat 2026 aggiunge un ulteriore elemento: tra il 2021 e il 2025 la produttività totale dei fattori ha registrato una sostanziale stagnazione, dopo un contributo positivo nel quinquennio precedente la pandemia. Questo significa che il Paese fatica a fare il salto più importante: non lavorare di più, ma lavorare meglio.
E lavorare meglio vuol dire costruire organizzazioni meno dipendenti dall’improvvisazione.
Per le PMI italiane questo è il nodo centrale. Molte imprese hanno competenze artigianali, relazioni commerciali solide, capacità di adattamento, reputazione e conoscenza del prodotto. Ma spesso questi punti di forza restano intrappolati in modelli organizzativi fragili. L’impresa sa fare, ma non sempre sa scalare. Sa risolvere, ma non sempre sa prevenire. Sa vendere, ma non sempre sa misurare. Sa sacrificarsi, ma non sempre sa trasformare il sacrificio in efficienza.
Il risultato è che la bassa produttività diventa una tassa invisibile. Riduce i margini, limita gli aumenti salariali, rende più difficile investire, aumenta la dipendenza dal credito bancario ed espone l’impresa agli shock esterni. Soprattutto crea un clima in cui tutti hanno la sensazione di correre, ma pochi vedono davvero avanzare l’organizzazione.
La domanda vera, allora, non è: “Quanto abbiamo lavorato?”. La domanda vera è: “Quanto valore abbiamo prodotto rispetto alle risorse che abbiamo consumato?”. Dove si perde tempo? Dove si ripetono gli errori? Dove le persone migliori sono sottoutilizzate? Dove il titolare accentra o delega troppo? Dove la tecnologia non produce efficienza? La produttività non è una variabile tecnica tra le altre. È la condizione necessaria di tutto il resto: salari, margini, investimenti, competitività, sostenibilità del debito, capacità di trattenere capitale umano. L’Italia non ha bisogno semplicemente di lavorare di più. Ha bisogno di smettere di sprecare lavoro, capitale e intelligenza.
L'articolo Produttività, il vero ritardo dell’Italia: lavoriamo tanto, ma generiamo troppo poco valore proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ci sono notizie che arrivano come un pugno nello stomaco, che costringono a guardare dritto negli occhi l’abisso della crudeltà umana. La notizia rimbalzata in queste ore è raggelante: la dogana armena, presso il valico di Agarak, ha intercettato e confiscato centinaia di chili di capelli naturali non dichiarati provenienti dall’Iran. Solo nell’ultimo gravissimo episodio, ben 26 chili di ciocche erano meticolosamente occultati nei cuscini della cabina di un camion.
Non si tratta di un caso isolato. I dati ufficiali tracciano un quadro sistematico e inquietante: tra gennaio e giugno si sono registrati 11 sequestri transfrontalieri, per un totale impressionante di 621 ciocche e oltre 135 chilogrammi di capelli umani.
La maschera della povertà e la fame in Iran
La spiegazione ufficiale e più immediata, ripresa dal Jerusalem Post, parla di una disperazione finanziaria assoluta. Ci dicono che l’inflazione alle stelle sta spingendo le donne iraniane a vendere le proprie chiome, e persino i propri organi, per sfamare i figli. Ma noi non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo credere che questa sia l’unica, mostruosa verità. Dietro questo contrabbando si nasconde un’ombra ben più sinistra, un grido d’allarme lanciato con forza dagli attivisti.
L’inferno dei sacchi neri a Kahrizak
A gennaio, l’Iran è stato travolto da una nuova, violentissima ondata di proteste nazionali. La risposta del regime teocratico è stata un massacro di massa: secondo le drammatiche denunce della fondazione del premio Nobel Narges Mohammadi, migliaia di manifestanti sono stati uccisi dalle forze governative. I video agghiaccianti verificati da CNN e AFP mostrano il piazzale dell’obitorio di Kahrizak, a Teheran, trasformato in un inferno a cielo aperto: decine e decine di sacchi neri contenenti corpi umani allineati sul terreno sterrato. Dentro la struttura, i monitor scorrono le foto di almeno 250 giovani corpi in attesa di un nome. Fuori, le urla strazianti delle madri che cercano disperatamente i figli spariti nel nulla. Organizzazioni per i diritti umani come Iran Human Rights parlano apertamente di “crimini di immane gravità”.
A me viene un sospetto a chi appartengono davvero quelle ciocche sequestrate?
I corpi di moltissime di queste ragazze uccise o inghiottite dalle carceri non sono mai stati restituiti. Il regime nega i cadaveri, impone sepolture segrete e, attraverso i media di Stato come Tasnim, mette in scena farse televisive obbligando i parenti a dichiarare falsità.
Vedere camion carichi di quintali di capelli umani varcare clandestinamente i confini, nascosti nei cuscini proprio nei mesi successivi a questo massacro, mi fa sorgere una domanda legittima e spaventosa: e se quei capelli appartenessero a loro? Se quelle ciocche fossero state recise dai corpi senza vita delle ragazze violate, uccise e ammassate nei sacchi neri di Kahrizak e di tutte le altre città in cui ci sono state le manifestazioni? Il popolo iraniano conosce troppo bene la ferocia della Repubblica Islamica per credere a una semplice violazione doganale. In quel carico vede il macabro profanamento di chi ha osato sfidare il potere.
Il simbolo della rivoluzione: Donna, Vita, Libertà
In Iran il capello non è un dettaglio estetico. È il simbolo politico e spirituale di una rivoluzione nata dal sacrificio di Mahsa Amini, uccisa dalla polizia morale perché una ciocca sfuggiva dal velo. Da quel giorno, tagliarsi i capelli in pubblico è diventato il più potente atto di sfida globale contro l’oppressione. Il grido “Donna, Vita, Libertà” ha fatto tremare la teocrazia attraverso la rivendicazione di quel corpo e di quella chioma.
Pensare che oggi il regime, o le reti criminali ad esso collegate, possano lucrare sul mercato nero vendendo i capelli delle stesse giovani che ha perseguitato, gassato nelle scuole, torturato e ucciso in nome dell’hijab obbligatorio, rappresenta un livello di perversione e barbarie intollerabile. Non possiamo girarci dall’altra parte. Non possiamo archiviare l’orrore del massacro di gennaio 2026, come un effetto collaterale della crisi. Dobbiamo continuare a essere la voce di quelle ragazze e di un popolo che non smette di lottare per la propria dignità.
L'articolo Sequestrate ciocche di capelli provenienti dall’Iran. E se fossero delle giovani manifestanti uccise? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Signor Temu, mia moglie mi aveva detto che ero un fesso a pensare che veramente Lei mi avrebbe mandato in regalo più di 300 pennarelli acrilici!
Ma io amo il popolo cinese, da ragazzo vendevo per strada il libretto rosso di Mao e 52 anni fa sono venuto in Cina.
E invece devo dare ragione a mia moglie.
I 300 pennarelli acrilici in regalo non sono arrivati! Mia moglie ieri mi ha detto: “Ma come fai ad aspettarti che il signor Temu ti mandi i pennarelli? Ma sei rincoglionito? In regalo? Ma figurati!!!”
Va beh… In regalo… Cioè io avevo fatto una giochino, con 3 bicchieri, mi sembra, e avevo vinto una confezione, poi due poi 3… E, va beh, poi è venuto fuori che in realtà dovevo comprare 43 euro di prodotti. E allora li ho comprati anche se non mi servivano… Tanto, ho detto tra me e me, più di 300 pennarelli valgono molto più di 300 euro.
Ora, signor Temu, è chiaro che i pennarelli Lei non me li manda più.
Ora non posso dire che lei sia un truffatore che mi ha imbrogliato, sicuramente i suoi avvocati potranno dimostrare che sono uno stupido… Ma lei signor Temu lo sapeva che stava usando un amo per i polli!!!
E anche se è uno degli uomini più ricchi del mondo, anche se ha più avvocati dei denti che ha in bocca, io le voglio dire che non le è convenuto illudermi.
Perché io amo la Cina, fin da ragazzino.
E allora io difenderò l’onore della Cina.
E guardi, non so quanto camperò ancora, ma io continuerò a raccontare che Lei con me non si è comportato bene, anche se magari i suoi avvocati dimostreranno che non ha commesso un reato.
E alla fine i 43 euro che io le ho mandato non saranno per lei un buon affare. Io continuerò a lamentarmi. E, guardi, io ho molti amici che mi vogliono bene, e sono sicuro che condivideranno questo articolo sui loro social. E poi ho 3 figli e 3 nipoti, e gli ho fatto giurare che continueranno a raccontare che il loro padre, il loro nonno, è stato preso in giro dal Signor Temu, uno degli uomini più ricchi del mondo che ha convinto un povero vecchio a spendere 43 euro per avere un regalo.
Diranno: “Forse nostro padre, forse nostro nonno, non era molto furbo e l’emozione di avere più di 300 pennarelli acrilici in regalo aveva offuscato la sua mente. Ma il signor Temu non si è comportato bene.”
Signor Temu, i miei antenati hanno distrutto l’esercito di Federico Barbarossa ad Alessandria e le hanno suonate ai nazisti e ai fascisti.
Siamo gente testarda.
E lei non fa un bel servizio alla Cina.
E ora vorrei dire due parole alla signora Meloni:
Signora Meloni, Lei che difende gli italiani, Le par bello che si permetta che degli anziani vengano presi in giro con delle promesse di regali di più di 300 pennarelli acrilici che poi non arrivano e io ho comprato pure 43 euro di sciocchezze che non mi servivano?
Ma non esiste il reato di circonvenzione di incapace? Io mi dichiaro incapace. Non esiste una legge che vieta di fare promesse da marinaio, di ciurlare per il manico, di dire Roma per toma? La faccia questa legge!!!
Non fate niente per proteggere i cittadini dai furbi di internet. Lo sa quanto poliziotti avete assegnato alla Polizia Postale? Lei dovrebbe saperlo! Io non lo so ma son sicuro che sono pochi perché continuo a sentire di gente che ha subito dei perculamenti e anche dei raggiri e perfino delle truffe.
In internet rubano più soldi di tutte le rapine e i furti nelle case. E non li pigliate mai. E a nessuno in Parlamento gliene frega niente.
Ma lei è per la legge o solo per la pubblicità?
L'articolo Sono 5 mesi che aspetto il regalo del signor Temu: voglio i miei pennarelli!!! proviene da Il Fatto Quotidiano.
Today’s edition of quick hits.
* Stay tuned: “After a week of strikes between Iran and U.S. forces, President Donald Trump said the two countries are finalizing an agreement to end the war and reopen the Strait of Hormuz. He said that a possible deal could be signed ‘maybe over the weekend in Europe.’”
* In related news: “On a background call with reporters, a senior administration official placed their confidence about a deal being reached at ‘80%, 85%’ and added that leaders ‘expect to be signing this agreement over the next few days.’”
* This ruling extends a related court order from two weeks ago: “A federal judge in Virginia on Friday extended her block on the Trump administration’s $1.8 billion compensation fund for individuals who believe they were victims of an alleged ‘weaponized’ federal government.”
* At the Kennedy Center: “A federal judge on Friday struck down a last-ditch attempt by the Kennedy Center’s board to keep President Donald Trump’s name on the building.”
* The White House was no doubt far more satisfied with these proceedings: “A federal judge refused to halt the UFC Freedom 250 cage fights set for this weekend at the White House, despite a lawsuit that called the event a ‘volcano of corruption’ that will mark ‘the first private, for-profit sporting event ever held on White House grounds.’”
* The administration continues to find new ways to make Vladimir Putin happy: “The United States plans to significantly reduce the aircraft and warships that it makes available for NATO operations in Europe, according to two senior European officials, accelerating America’s effort to scale down the protection it has offered to European allies for eight decades.”
* Remember when Trump pretended to express sympathy for Iranian dissidents and activists? “The Trump administration is preparing to deport nearly two dozen people to the Central African Republic on Thursday, including at least two Iranian women who had sought refuge in the United States, according to lawyers and a government official. The flight, which is also expected to include migrants from Afghanistan and Syria, would mark the first such deportation to the Central African Republic, a deeply impoverished country that has been plagued by conflict.”
* On the National Mall: “Federal authorities are investigating the origin of large writings spelling out ‘86 47’ that appeared Thursday on the National Mall lawn. U.S. Park Police responded to a report of vandalism on the west lawn of the Washington Monument, where the numbers ‘86 47’ were marked in the grass.”
* Already? “When renovations of the Reflecting Pool were completed last week, President Donald Trump praised its ‘beautiful, clean water.’ Under his predecessors, Trump said, the pool was ‘Terrible. Disgusting … garbage ridden.’ Now, days after the pool was refilled, clumps of green algae have been spotted throughout the water.”
* This whole endeavor has suffered a series of embarrassments: “The Trump Mobile T1 phone, originally marketed as ‘Made in the USA,’ is nearly identical to the two-year-old HTC U24 Pro, a phone made by the Taiwanese company HTC using Chinese parts, according to a technical analysis the repair-guide and parts company iFixit conducted in partnership with NBC News.”
* I feel this one serves as a compelling metaphor: “President Donald Trump vows to ‘make America healthy again.’ But one of Trump’s golf courses risked making patrons sick, New York state health records indicate. A Dutchess County health inspector flagged the Trump National Golf Club Hudson Valley in Hopewell Junction, New York, for a ‘critical violation’ at its restaurant, according to New York State Department of Health inspection records from April 16.”
Have a safe weekend.
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Welcome back, Deadline: Legal Newsletter readers. The Supreme Court these days is generally in the business of helping executions go forward. But on Thursday night, the court did something notable: It told Alabama no.
Even then, the court wasn’t unanimous. Justices Clarence Thomas, Samuel Alito and Neil Gorsuch dissented from the refusal to let the nitrogen gas execution of Jeffery Lee proceed.
What prompted the rare rejection? In line with the typical shadow docket practice, the court didn’t explain itself. Nor did the dissenters, who merely noted their disagreement.
But a deeper look at the case helps us understand why a majority of the court was unwilling to help the state this time.
A Trump-appointed judge had permanently blocked Alabama from killing Lee using the nitrogen method, due to the Eighth Amendment’s ban on cruel and unusual punishment. In her ruling Tuesday, U.S. District Judge Emily Marks made it clear that she wasn’t stopping officials from executing Lee for the 1998 murders of Jimmy Ellis and Elaine Thompson. Rather, she was only barring the nitrogen method while leaving the state free to use others, such as a firing squad.
Yet the state still pressed to execute Lee with nitrogen on Thursday. The next roadblock it hit was a divided appellate panel, which declined to lift Marks’ injunction. Trump-appointed Judge Robert Luck dissented, stressing the high bar the justices have set for Eighth Amendment claims and accusing Lee of delaying his claim until the last minute. Luck noted that Lee’s victims didn’t get to choose how they died.
The appellate dissent reflects the Supreme Court majority’s view on capital punishment. So, when Alabama filed an emergency application to the justices on Thursday, it felt like the setting of a familiar scene: A lower court halts an execution, only for the high court majority to let it move forward. We have seen this movie before.
Plus, the court previously permitted nitrogen gas executions in Alabama. In the case of Anthony Boyd last year, Justice Sonia Sotomayor lamented the majority’s refusal to extend him what she called “the barest form of mercy,” which she said would have been letting him die by firing squad, which “would kill him in seconds, rather than by a torturous suffocation lasting up to 4 minutes.” She issued a similar dissent the year before in the case of Kenneth Smith, which she concluded “with deep sadness, but commitment to the Eighth Amendment’s protection against cruel and unusual punishment.”
Lee’s case was different, as his lawyers and a key outside advocate explained to the justices. His lawyers said it was “unlike every previous method of execution challenge that this Court has considered.” They said that unlike prior cases where lower courts issued temporary stays for inmates, this one had a permanent injunction that followed “a full three-day bench trial on the merits — the first such trial anywhere on the constitutionality of nitrogen asphyxiation.”
That key outside advocate was Georgetown University law professor Steve Vladeck, a Supreme Court expert who filed an amicus brief. He said Alabama was trying to do something procedurally that it shouldn’t be allowed to do. “After all,” Vladeck wrote, “allowing Alabama to execute Mr. Lee through a grant of emergency relief would necessarily frustrate this Court’s ability to conduct plenary review of the district court’s final, permanent injunction.”
To be clear, the justices can still reverse Marks’ ruling in a future round of litigation. Or, as the judge noted, the state can execute him by other means. The question on Thursday night was whether the court would make the case moot by letting Alabama execute Lee before the state’s appeal could be fully vetted in an orderly fashion. With that in mind, it would almost be unremarkable that the court rejected the state’s emergency application, if it weren’t for the fact that the justices had previously intervened to help governments conduct executions over lower courts’ objections.
Perhaps the most remarkable thing is that three justices voted to let Lee’s execution go forward as planned, its unconstitutionality notwithstanding. Of course, while none of the justices explained their views, we can presume that the three dissenters are prepared to disagree with the lower courts’ constitutional analysis if and when the case comes back to the high court.
Next week, the justices are set to issue another round of opinions from cases argued this term, as we creep toward the end of June, when some of the court’s most contentious decisions have historically come.
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