Il padre del neonato e gli spari dell'Idf «Mio figlio di 7 mesi ucciso in macchina. Io mi ero fermato»
Imprevisto per Leone XIV poco prima del rientro a Roma. L’aereo papale, pronto al decollo dalla base aerea di Tenerife, alle Isole Canarie, è stato costretto a interrompere le procedure di partenza a causa di un problema tecnico rilevato poco prima della partenza. A informare i presenti è stato il comandante del volo, che ha annunciato l’inconveniente mentre il velivolo si preparava a lasciare la pista. Il Pontefice ha quindi dovuto interrompere l’imbarco e lasciare l’aereo in attesa che il guasto venisse verificato e risolto.
A colpire è stato anche il gesto di re Felipe VI di Spagna. Il sovrano, che aveva appena salutato il Papa sulla pista, è risalito a bordo del velivolo dopo essere stato informato della situazione. Pochi minuti più tardi, insieme a Leone XIV, è sceso dall’aereo e lo ha accompagnato nella sala vip della base aerea di Tenerife, dove il Pontefice ha atteso gli sviluppi. La scena è stata raccontata dai giornalisti presenti al seguito del viaggio apostolico e confermata dalle agenzie internazionali. Al momento non sono stati diffusi dettagli sulla natura del problema tecnico né sui tempi necessari per la ripartenza del volo diretto a Roma.
L’inconveniente si è verificato al termine della visita di Leone XIV nelle Isole Canarie, dove il Pontefice aveva partecipato agli appuntamenti previsti dal suo programma pastorale. La sicurezza del volo ha imposto lo stop alle operazioni di decollo e il rientro temporaneo del Papa al terminal dell’aeroporto.
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Nei giorni scorsi, le indiscrezioni pubblicate dal Financial Times sulla (profonda) proposta di riforma del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), avanzata da Francia e Germania, meritano una riflessione che va oltre il dibattito sulle competenze dell’Alto Rappresentante o sul ruolo dell’attuale titolare dell’incarico, Kaja Kallas. La discussione – che sembra essere stata avviata anche insieme ad altre capitali europee – rappresenta infatti qualcosa di più profondo: una presa d’atto della realtà geopolitica e istituzionale europea dopo quindici anni di esperienza del sistema introdotto dal Trattato di Lisbona.
Quando il Seae venne creato nel 2010, l’ambizione era quella di conferire all’Unione europea una maggiore coerenza e visibilità internazionale, dando peraltro finalmente attuazione concreta al cosiddetto “secondo pilastro”, quello della Politica Estera e di Sicurezza Comune (Pesc). Si immaginava che una diplomazia comune potesse accompagnare il graduale consolidamento di una politica estera europea. Tuttavia, il processo si è sviluppato in modo inverso: si è costruita una struttura diplomatica senza che esistesse una reale sovranità politica europea in materia di politica estera e di sicurezza.
Dopo quindici anni, il bilancio appare inevitabilmente contrastato. Il Seae dispone oggi di oltre 140 delegazioni nel mondo e di risorse significative, ma le principali decisioni strategiche continuano a essere assunte nelle capitali nazionali. Le grandi crisi degli ultimi anni lo hanno dimostrato con chiarezza: dall’invasione della Crimea alla Brexit, dalla guerra in Ucraina alle relazioni con la Cina, passando per il Medio Oriente, i momenti decisivi hanno visto protagonisti soprattutto i governi nazionali, spesso in stretto coordinamento con Washington e Londra (dopo l’uscita di quest’ultima dalla Ue). L’esempio più recente e lampante è il cosiddetto formato “E3” tra Francia, Germania e Regno Unito per la soluzione della guerra in Ucraina, che ha finito peraltro per scontentare i Paesi esclusi ma comunque rilevanti e in grado di avere voce in capitolo, tra cui la Polonia e anche l’Italia.
Non si tratta di un fallimento personale degli Alti Rappresentanti che si sono succeduti nel tempo, da Catherine Ashton a Federica Mogherini, da Josep Borrell fino a Kaja Kallas (tutte personalità estremamente valide dal punto di vista professionale). Il problema è strutturale. Le diplomazie sono strumenti di una volontà politica; non possono sostituirla. Nella storia europea, le grandi diplomazie nazionali sono sempre state l’espressione di un centro decisionale chiaramente identificabile. L’Unione europea, invece, continua a essere una comunità di Stati che mantengono la sovranità sulle questioni fondamentali della politica estera e della difesa. Senza una corrispettiva cessione di sovranità, dunque, appare evidente che il Seae finisca per essere una specie di ‘arma spuntata’.
La conseguenza, dunque, è che l’Europa continua a presentarsi sulla scena internazionale con una pluralità di voci: l’Alto Rappresentante, la Commissione europea, il Consiglio europeo, i governi nazionali e i singoli commissari. Una complessità che spesso genera sovrapposizioni e riduce l’efficacia dell’azione esterna.
Le ipotesi di riforma oggi sul tavolo sembrano riflettere una crescente consapevolezza: funzionano soprattutto le cooperazioni rafforzate tra gli Stati che condividono interessi e priorità strategiche, mentre l’idea di una vera politica estera e di difesa comune appare sempre più lontana. Non è un caso che le iniziative più incisive degli ultimi anni siano nate da accordi tra gruppi di Paesi o dal protagonismo delle principali capitali europee, piuttosto che da una direzione unitaria delle istituzioni comunitarie. A rendere ancora più evidente questa dinamica contribuisce il mutato contesto internazionale. La competizione tra grandi potenze, la guerra in Ucraina, la sicurezza tecnologica ed energetica e la crescente instabilità regionale richiedono decisioni rapide e politicamente vincolanti. Ma l’Ue continua a non disporre di un vero centro politico capace di definire interessi strategici comuni e di imporne l’attuazione.
A ciò si aggiungono le tensioni sempre più frequenti nei rapporti transatlantici. I danni prodotti dalla guerra dei dazi con gli Usa, così come gli altri temi su cui c’è crescente attrito tra Bruxelles, le capitali europee e Washington, contribuiscono a chiarire ulteriormente il quadro. In assenza di una posizione europea realmente condivisa, gli Stati membri tendono inevitabilmente a difendere interessi nazionali differenti, rendendo ancora più difficile la costruzione di una linea comune.
Per questo la discussione sul futuro del Seae non dovrebbe essere interpretata come un semplice riassetto burocratico. Essa rappresenta piuttosto il riconoscimento di una realtà politica: il deficit europeo non è tanto un deficit di diplomazia quanto un deficit di decisione strategica. Finché non emergerà una vera sovranità politica europea in materia estera e di sicurezza, qualsiasi struttura diplomatica comune rischierà di restare priva del fondamento politico necessario per esercitare un’autentica influenza internazionale. L’auspicio, dunque, è quello di volgere in positivo queste proposte di riforma, non per soffocare l’ambizione europea di voler diventare anche un ‘gigante’ geopolitico, ma per aiutarla a raggiungerla sulla base di un approccio pragmatico, realistico e flessibile.
La Cina ha cancellato senza spiegazioni due dialoghi previsti a giugno con l’Unione Europea: un confronto ministeriale sulle questioni digitali e un incontro con Olof Skoog, vice segretario generale del Servizio europeo per l’azione esterna. Ufficialmente Bruxelles e Pechino continuano a mantenere aperti i canali di comunicazione e la Commissione europea ha precisato che gli incontri saranno riprogrammati. Ma il tempismo della decisione ha attirato l’attenzione delle capitali europee.
La cancellazione arriva infatti in una fase di crescente attrito economico tra il Blocco e la Repubblica popolare. Bruxelles sta preparando una serie di strumenti destinati a limitare alcune forme di accesso delle imprese cinesi al mercato europeo, dal nuovo Industrial Accelerator Act alle restrizioni nel settore delle infrastrutture digitali e delle tecnologie energetiche. Allo stesso tempo la Commissione ha intensificato le indagini commerciali e ha definito “insostenibile” un deficit che ha ormai raggiunto circa un miliardo di euro al giorno.
Dietro la disputa commerciale si intravede però una questione più ampia. Secondo una fonte europea, Pechino “sottovaluta seriamente quanto funzionari e decisori europei siano preoccupati e irritati dalle pratiche commerciali cinesi”. Allo stesso tempo, aggiunge la stessa fonte, la leadership cinese sarebbe convinta che l’Unione abbia ancora difficoltà a trasformare questa crescente inquietudine in una posizione politica realmente unitaria. Ossia, “scommette che la rabbia europea non diventerà azioni di potere contro la Cina”.
È una valutazione che aiuta a leggere sia la pressione diplomatica esercitata da Pechino nelle ultime settimane sia il significato del prossimo Consiglio europeo. Il vertice del 18 e 19 giugno si svolgerà in un contesto particolarmente complesso, segnato dalla guerra in Ucraina, dalle tensioni in Medio Oriente, dalle ricadute sui mercati energetici e dalla crescente competizione economica globale. In questo quadro, il dossier Cina tende a intrecciarsi con temi che fino a poco tempo fa venivano affrontati separatamente: competitività industriale, sicurezza economica, energia, tecnologie strategiche e bilancio europeo. In sostanza, le nuove direttrici dell’autonomia strategica.
La discussione riflette una trasformazione più profonda del dibattito europeo. Per anni Bruxelles ha cercato di bilanciare cooperazione economica e gestione delle divergenze con Pechino. Oggi il confronto ruota sempre più attorno alle dipendenze strategiche create dall’integrazione economica degli ultimi due decenni.
Bart De Wever, primo ministro belga, è stato tra i leader più espliciti nel chiedere un cambio di approccio. A suo giudizio l’Europa continua a moltiplicare iniziative senza dotarsi di una strategia coerente, mentre la Cina opera secondo obiettivi di lungo periodo. Il rischio, sostiene, è che le divisioni interne impediscano all’Unione di rispondere efficacemente a una sfida che coinvolge settori centrali dell’economia europea, dall’automotive alla chimica fino alle tecnologie pulite.
Le preoccupazioni europee sono alimentate anche dalla dimensione del fenomeno. Il surplus commerciale cinese ha raggiunto livelli record e molti osservatori parlano apertamente del rischio di un secondo “China Shock”, con effetti potenzialmente destabilizzanti per alcuni comparti industriali europei. Tuttavia, all’interno dell’Ue continua a mancare il consenso sia sulla natura del problema sia sulla risposta più appropriata.
Una corrente privilegia strumenti di difesa commerciale contro sovracapacità produttiva e sussidi statali. Un’altra continua a puntare sulla reciprocità e sull’accesso al mercato cinese. Altri ancora ritengono che la sfida principale sia rafforzare la competitività europea attraverso investimenti, innovazione e politica industriale. La mancanza di una diagnosi condivisa rende più difficile costruire una linea comune.
Anche per questo il Consiglio europeo potrebbe produrre meno decisioni immediate di quanto alcuni governi auspicano. Le bozze preparatorie evitano riferimenti espliciti alla Cina e parlano piuttosto di “squilibri macroeconomici globali”, segnale delle persistenti sensibilità tra gli Stati membri. Nonostante il linguaggio sulla riduzione delle dipendenze e sul rafforzamento industriale si sia fatto più assertivo, molti governi restano prudenti di fronte all’ipotesi di un confronto economico diretto con Pechino.
La discussione, inoltre, non riguarda soltanto commercio e industria. Come spiega Tefta Kelmendi, Programme Lead for Climate Diplomacy and Geopolitics di E3G, la gestione delle pressioni economiche cinesi è diventata più urgente man mano che si moltiplicano gli shock geopolitici. “Le ultime tensioni con la Cina sull’Industrial Accelerator Act e possibili ulteriori misure di difesa del commercio mostrano che l’UE sta finalmente utilizzando i suoi strumenti in modo più strategico per proteggere i suoi interessi ed evitare di approfondire le dipendenze, anche sulle catene di approvvigionamento di energia pulita e tecnologia che sono cruciali per la transizione energetica”.
È proprio questo allargamento del dibattito a rendere la questione cinese diversa rispetto al passato. Le tensioni commerciali non vengono più percepite come un dossier isolato, ma come parte di una riflessione più ampia sulla resilienza europea. Energia, sicurezza, industria e competitività stanno progressivamente convergendo in una stessa agenda politica.
La cancellazione dei due incontri con Bruxelles appare quindi meno come un incidente diplomatico e più come il riflesso di una relazione entrata in una nuova fase. La domanda che accompagnerà i leader europei al vertice di giugno non è più se la Cina rappresenti una sfida strategica per l’Europa. Su questo il consenso si sta allargando. Il vero test sarà capire se gli Stati membri siano pronti a trasformare questa crescente consapevolezza in una strategia comune. Fino a quando la risposta resterà incerta, Pechino potrà continuare a considerare il malcontento europeo un problema gestibile piuttosto che una minaccia politica concreta.
“Finché sarò primo ministro di Israele, l’Iran non avrà armi nucleari. Il presidente Trump e io siamo in pieno accordo su questo punto. Da oltre 30 anni sono in prima linea nella lotta internazionale contro il programma nucleare iraniano. Se non fosse per questa lotta, l’Iran avrebbe avuto bombe atomiche per distruggere Israele molto tempo fa. L’Iran sta lavorando per distruggere lo Stato ebraico e io dedico la mia vita a impedirglielo e finché sarò premier di Israele, questo non accadrà”. Lo riferisce il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una nota.
“Non avevamo bisogno del loro sostegno. Abbiamo vinto la guerra. Era in qualche modo irrilevante! Devo andare, ho una grande riunione in corso, ma abbiamo vinto la guerra in Iran. Non avevamo bisogno del loro aiuto. Grazie mille”: così il presidente Usa, Donald Trump, al telefono con Daniele Compatangelo, riportata questa mattina a Omnibus di La7, rispondendo a una domanda sul ruolo dei leader europei e del G7 rispetto alla crisi con l’Iran. Trump ha sostenuto inoltre che il sostegno degli alleati europei fosse “irrilevante”, rivendicando che gli Usa hanno raggiunto gli obiettivi senza il loro contributo.
La possibile cerimonia di firma di un “memorandum di intesa” tra Washington e Teheran potrebbe avvenire “nei prossimi giorni” a Ginevra: lo riporta Axios, spiegando che ieri quattro aerei C-17 statunitensi sono decollati per l’Europa nella giornata di iera, trasportando “materiale per un possibile viaggio” del vicepresidente Usa J.D. Vance, che Donald Trump ha indicato come la figura incaricata di firmare l’accordo preliminare, verso la città svizzera.
L’agenzia di stampa iraniana Mehr ha rivelato nuovi dettagli di una bozza di memorandum d’intesa in 14 punti tra Iran e Stati Uniti, citando una fonte vicina al team negoziale iraniano. Secondo l’agenzia, la bozza include la cessazione permanente e immediata delle ostilità su tutti i fronti, Libano compreso; l’impegno degli Stati Uniti a non interferire negli affari interni dell’Iran e a rispettare la sovranità della Repubblica Islamica; Revoca completa del blocco navale entro 30 giorni; Impegno degli Stati Uniti a ritirare le proprie forze dalle zone limitrofe all’Iran; Riapertura dello Stretto di Hormuz entro 30 giorni, secondo gli accordi iraniani; Sospensione delle sanzioni imposte sulle esportazioni di petrolio, prodotti petrolchimici e loro derivati, e garanzia del pieno accesso dell’Iran alle proprie risorse finanziarie; La presentazione da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati di piani di ricostruzione per l’Iran, del valore di almeno 300 miliardi di dollari.
Gli iraniani chiedono anche un periodo di 60 giorni per i negoziati al fine di raggiungere un accordo definitivo sulla questione nucleare e la revoca completa delle sanzioni primarie e secondarie statunitensi, nonché delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei Governatori dell’AIEA. Infine si chiede da part degli Usa il rinnovato impegno dell’Iran a rispettare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e a non produrre armi nucleari. Si assicura anche l’impegno degli Stati Uniti, durante il periodo di negoziazione, a non aumentare la propria presenza militare nella regione e a non imporre nuove sanzioni e lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati durante il periodo di negoziazione finale di 60 giorni, di cui la metà messa a disposizione dell’IRAN prima dell’inizio dei negoziati. Si parla anche dell’istituzione di un meccanismo di monitoraggio per l’attuazione dell’accordo e dell’adozione dell’ACCORDO finale tramite una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Gli iraniani chiedono anche un periodo di 60 giorni per i negoziati al fine di raggiungere un accordo definitivo sulla questione nucleare e la revoca completa delle sanzioni primarie e secondarie statunitensi, nonché delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei Governatori dell’AIEA. Infine si chiede da part degli USA il rinnovato impegno dell’Iran a rispettare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e a non produrre armi nucleari. Si assicura anche l’impegno degli Stati Uniti, durante il periodo di negoziazione, a non aumentare la propria presenza militare nella regione e a non imporre nuove sanzioni e lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati durante il periodo di negoziazione finale di 60 giorni, di cui la metà messa a disposizione dell’Iran prima dell’inizio dei negoziati. Si parla anche dell’istituzione di un meccanismo di monitoraggio per l’attuazione dell’accordo e dell’adozione dell’accordo finale tramite una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
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Pochi giorni fa il Pentagono ha compiuto il suo annuale aggiornamento della “Lista 1260H”, un elenco delle aziende cinesi legate alla People’s Liberation Army che operano direttamente o indirettamente negli Stati Uniti. Oltre a colossi del calibro di Byd, AliBaba, Baidu, Nio et similia, nell’index officinorum prohibitorum del Dipartimento della Difesa Usa è finito anche il gruppo biotech WuXi AppTec. Una mossa che non arriva ex abrupto, ma che si inserisce in un più ampio tentativo da parte di Washington di prevenire un superamento cinese sugli Stati Uniti in un settore estremamente critico come quello delle biotecnologie.
“Nell’aprile 2025, la Nsceb (National Security Commission on Emerging Biotechnology) ha sottolineato la vulnerabilità che la nostra attuale dipendenza dalle aziende biotecnologiche cinesi comporta per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e ha chiesto il divieto di ricorrere a fornitori di biotecnologie ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale. Plaudiamo al Pentagono per aver intrapreso questa settimana misure concrete volte ad aggiornare la lista 1260H con l’aggiunta di aziende biotecnologiche cinesi che hanno legami noti con l’esercito cinese. Dobbiamo inoltre rafforzare l’ecosistema biotecnologico americano, anche investendo in alternative alle aziende biotecnologiche cinesi che destano preoccupazione, in modo che il nostro settore poggi su una base di fornitori e prestatori di servizi affidabili”, hanno affermato in una dichiarazione congiunta relativa alla scelta descritta poche righe sopra il presidente e il vicepresidente della Nsceb, il senatore Todd Young e la dott.ssa Michelle Rozo, evidenziando l’importanza del provvedimento, ma al tempo stesso non nascondendo come nel dominio delle biotecnologie gli Stati Uniti stiano sentendo sempre di più la pressione di Pechino. Come confermato dal vantaggio guadagnato dalla Repubblica Popolare rispetto a specifiche dinamiche.
Come ad esempio sul fronte della strategia nazionale, gli Stati Uniti non dispongono ancora di un documento unitario di indirizzo, con il National Biotechnology Initiative Act introdotto in forma bipartisan ad aprile 2025 che è ancora in fase parlamentare. Pechino, al contrario, ha fatto della biotecnologia una priorità strategica da vent’anni, e il Piano quinquennale 2026 rilancia ulteriormente quella scommessa, indicando biomedicina, biomanifattura, interfacce cervello-computer e farmaceutica come “industrie del futuro” e “settori prioritari”, sullo stesso piano di intelligenza artificiale e informatica quantistica.
Simile distanza anche sul terreno regolatorio. Il sistema americano è ancora percepito come un collo di bottiglia per l’innovazione, tanto che due proposte di legge per accelerarne la riforma sono state introdotte solo nel settembre 2025. La Cina, invece, ha completato una profonda revisione normativa già nel decennio scorso, dotandosi di un sistema a doppio binario che accelera l’accesso al mercato dei farmaci e consente di raccogliere dati preliminari sull’uomo in tempi più rapidi. Il risultato è che nel 2024 la Cina guida la classifica mondiale per numero di trial clinici avviati ogni anno, e molte aziende farmaceutiche americane si rivolgono ormai a Pechino per condurre i primi test sull’essere umano.
Sul versante delle infrastrutture produttive, gli Usa hanno stanziato 400 milioni di dollari in due anni per la rete BioMade di impianti bioindustriali pre-commerciali, ma nessuna struttura è ancora operativa. La Cina ha invece avviato nel 2025 partnership pubblico-private con 43 aziende per costruire impianti pilota di biomanifattura su scala nazionale, dopo aver già incentivato nel 2023 la produzione domestica di 32 molecole ad alto valore strategico.
Quanto agli investimenti, gli Stati Uniti contano ancora sulla forza dei mercati privati, ma riconoscono che il capitale privato da solo non basta per portare a maturità tecnologie critiche per la sicurezza nazionale; per tentare di colmare questo vuoto è stato concepito l’Independence Investment Fund Act, presentato a dicembre dello scorso anno. Pechino si affida ai Government Guidance Fund, fondi pubblico-privati che hanno raggiunto il picco nel 2021 con circa 1.800 veicoli annunciati e obiettivi di raccolta superiori a 1.500 miliardi di dollari. Il Piano quinquennale 2026 rilancia questo strumento, con il National Venture Capital Guidance Fund già attivo in biomedicina e interfacce cervello-computer.
Ma il divario più emblematico riguarda forse i dati biologici. Washington non li tratta ancora come risorsa strategica nazionale, ed alcune proposte legislative per raccogliere, curare e standardizzare dati bio-ready per l’IA sono state introdotte solo nel marzo 2026. Il Piano quinquennale cinese, invece, prevede esplicitamente la costruzione di un sistema nazionale di risorse sui dati (con una sezione dedicata alla salute e un framework per l’uso dei dati di addestramento dell’IA) oltre a una rete interna di dati biologici derivati dalle risorse naturali del paese, sviluppata sistematicamente nell’arco di un decennio.
L’aggiornamento della lista 1260H rappresenta dunque una mossa efficace, ma da sola è tutt’altro che sufficiente a permettere agli Stati Uniti di recuperare tutto il terreno perso a vantaggio di Pechino in un settore così critico come quello del biotech.
Pete Hegseth, segretario alla Difesa degli Stati Uniti, è stato ripreso dalle telecamere mentre eseguiva 44 ripetizioni su una panca alla base navale di Guantánamo Bay a Cuba accompagnato dai militari americani. L’immagine è stata diffusa dall’account ufficiale del Dipartimento della Guerra.
La visita del rappresentante del governo americano arriva in un momento di grande pressione contro il regime cubano per favorire un cambiamento politico ed economico nell’isola.
La più recente visita di Hegseth alla base di Guantanamo c’è stata a febbraio del 2025. La missione in quell’occasione è stata organizzare il piano del presidente Trump per accogliere nella base i detenuti della nuova campagna migratoria.
Secondo il quotidiano americano The New York Times, il piano non si è mai sviluppato e l’ondata di migranti illegali in stato di arresto non è mai arrivata. “È un momento di tranquillità per la base, che conta con 4500 residenti – si legge sul NYT -. La scuola per i figli dei funzionari della marina è chiusa per l’estate e alcune famiglie sono tornate negli Stati Uniti per le ferie. Camp Justice, dove il Pentagono svolge le udienze per alcuni dei 15 detenuti di guerra reclusi lì, sarà chiuso fino agli inizi di agosto”.
Per il Pentagono, la nuova presenza di Hegseth a Guantanamo aveva come principale obiettivo l’interazione con i soldati. Successivamente è arrivato al quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti a Tampa, in Florida. L’importanza di Cuba per l’attuale amministrazione americano si evidenza anche dalla visita di John Ratcliffe, direttore della Cia, anche lui presente a Cuba lo scorso mese.
Due settimane fa, invece, c’è stato il generale Francis Donovan, comandante di operazioni militari in America latina e i Caraibi, che ha incontrato un alto rappresentante del vertice militare cubano nel muro che divide la zona controllata dagli Usa nell’isola. Questo è stato il primo incontro tra le forze americane e cubane nella base in più di un anno.
Questa settimana, il governo di Trump ha stretto ancora il cerchio delle sanzioni contro Cuba, aggiungendo la compagnia petrolifera statale Cupet alla lista delle organizzazioni sanzionate. L’accusa è quella di dirottare le risorse energetiche del Paese per “arricchirsi”. Ad annunciarlo Marco Rubio, segretario di Stato americano: “La compagnia petrolifera e del gas statale cubana Union Cuba-Petroleo (Cupet), ha illecitamente espropriato i propri beni a proprietari americani anni fa”.