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Tra alpinisti sono morti precipitando dalla parete Nord del Gran Paradiso: “Due sono italiani”

Tre alpinisti sono morti dopo essere precipitati dal Gran Paradiso, sul versante della Valle d’Aosta. Secondo quanto si apprende due di loro sono italiani e sarebbero precipitati per quattrocento metri lungo la parete Nord.

Dopo aver dormito al rifugio Federico Chabod, in Valsavarenche, a 2.750 metri di quota, sono partiti venerdì mattina, alle tre circa, in direzione della cima (4.061 metri). La chiamata di soccorso è arrivata alla centrale unica di Aosta poco dopo le 19.30, per il loro mancato rientro. Sono immediatamente partite le operazioni del soccorso alpino valdostano e del soccorso alpino della guardia di finanza di Entreves. Grazie anche a un localizzatore Gps, attivato da uno degli alpinisti, i corpi sono stati individuati a una quota di circa 3.600 metri.

La salita, classificata come “Abbastanza Difficile Superiore” e “Difficile Inferiore”, richiede un’ottima preparazione fisica, tecnica e la conoscenza dell’ambiente d’alta quota. A fine maggio, sempre sulla parete Nord del Gran Paradiso, in un incidente era morto un altro alpinista.

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“Pressioni e auto incendiate per imporre assunzioni nell’indotto dell’Hitachi”: sindacalista arrestato a Reggio Calabria

“Un soggetto che non si limita a svolgere ordinaria interlocuzione sindacale, ma pretende di incidere direttamente sulle scelte organizzative dell’impresa, rivendicando una sorta di prerogativa nella selezione del personale e reagendo con crescente pressione e finanche aggressività alla mancata considerazione dei nominativi segnalati”. Il profilo tracciato dal gip Claudia Colli è quello di Maurizio Chiarolla, sindacalista della Confsal-Fismic. È lui il principale indagato finito in carcere nell’inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio Calabria che ha aperto uno squarcio sulle dinamiche sindacali all’interno dell’ex stabilimento Omeca, oggi gestito dall’Hitachi che, in riva allo Stretto, costruisce i vagoni ferroviari per mezza Europa.

L’arresto ha scosso la politica reggina perché Chiarolla lo scorso maggio è stato candidato (non eletto) del centrosinistra alla presidenza della V circoscrizione Reggio Centro-Sud. L’indagine non riguarda l’attività politica di Chiarolla, ma quella sindacale e in particolare “le pressioni reiterate, anche attraverso l’evocazione strumentale dello sciopero, sugli amministratori o sui referenti delle aziende dell’indotto, con l’obiettivo di far assumere lavoratori vicini alla propria sigla”. Pressioni che, per gli investigatori della polizia, sono arrivate addirittura all’incendio delle auto di altri sindacalisti e dei manager delle aziende che lavorano in subappalto per l’Hitachi.

Su richiesta del procuratore Giuseppe Borrelli, infatti, il gip ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare eseguita dalla Squadra mobile che ha arrestato anche altri due soggetti: Salvatore Aricò e Roberto Puglia. Tutti e tre sono accusati di tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose. Chiarolla e gli altri indagati, – si legge nel capo di imputazione – “compivano atti idonei e diretti in modo non equivoco a costringere i sindacalisti concorrenti, Antonio Hanaman, rappresentante Cisl, e Gabriele Labate, rappresentante Uil, a desistere dall’intraprendere ogni iniziativa sindacale che potesse ostacolare l’assunzione, da parte delle società operanti all’interno dello stabilimento Hitachi Rail spa di Reggio Calabria, di lavoratori sponsorizzati da Maurizio Chiarolla, quale rappresentante del sindacato Confsal-Fismic”.

I metodi andavano oltre la dialettica aziendale e, perciò, nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 2025, le auto dei due sindacalisti sono state incendiate. Stando alla ricostruzione della Squadra mobile, il rogo sarebbe stato innescato da un quarto indagato per il quale il gip ha rigettato l’arresto. Un fatto che, secondo la Dda, risulta “aggravato dall’essere commesso utilizzando il metodo mafioso”. Le modalità, infatti, sono state “oggettivamente evocative dell’intimidazione mafiosa tipica del territorio in cui il reato è stato consumato e per finalità tipiche delle associazioni di stampo mafioso ossia acquisire il controllo ed il dominio su attività economiche, anche connesse all’esecuzione di commesse pubbliche”.

Per il gip non ci sono dubbi sul coinvolgimento di Chiarolla che è stato anche intercettato mentre ai suoi sodali diceva: “Andiamo ora con la tua macchina e vediamo le macchine?… A tipo passeggiata?”. Secondo il magistrato, per tutti gli indagati sussistono “i gravi indizi di colpevolezza” e, con riguardo all’ex candidato del centrosinistra “sussiste in misura particolarmente intensa il pericolo di reiterazione, emergendo il suo ruolo di promotore e diretto interessato al risultato estorsivo”.

L’inchiesta della Dda è partita da un’altra tentata estorsione per la quale Maurizio Chiarolla non è stato arrestato ma è comunque indagato. La vicenda inizia, infatti, il 30 giugno 2024 con l’incendio di un’altra auto, questa volta di Nunzio Blandini, manager della Miri Spa. Pure a quest’ultimo, secondo gli inquirenti, il sindacalista voleva imporre assunzioni di operai e voleva costringerlo a omettere licenziamenti di soggetti iscritti alla Confsal-Fismic. Per convincerlo nei giorni successivi all’incendio dell’auto, il manager aveva ricevuto una busta contenente una lettera minatoria con frasi del tipo: “Ti osserviamo”, “prossimo passaggio è la macchina di tuo figlio”, “toccherà la tua porta di casa con moglie e figlia dentro… farete la fine dei topi”, “non pensare di denunciare… i primi a pagare saranno la tua famiglia”.

“La condotta ricostruita – si legge nelle carte della Dda – si sostanzia in condotte minacciose, culminate negli incendi delle autovetture delle persone offese, poste in essere quale strumento di coercizione per costringere i sindacalisti concorrenti a desistere da iniziative sindacali ostative”. Gli imprenditori dovevano “assecondare le pretese di Maurizio Chiarolla e della sua area sindacale in materia di assunzioni, licenziamenti e gestione delle relazioni sindacali nello stabilimento Hitachi di Reggio Calabria”. Non si tratta di “una mera ritorsione personale, – è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare – bensì l’imposizione di una posizione dominante della sigla sindacale riconducibile a Chiarolla e, tramite essa, l’incidenza sulle assunzioni, sulle scelte di gestione del personale e, in definitiva, sull’assetto dell’appalto e delle commesse connesse allo stabilimento Hitachi”. Il colosso giapponese è completamente estraneo alle indagini della Direzione distrettuale antimafia. Ma all’interno dell’ex Omeca – riferisce una delle parti offese – circolano “voci di richieste di somme di oltre cinque mila euro a lavoratore per favorire assunzioni” nelle ditte che lavorano in subappalto. Questo, però, al momento non è oggetto dell’inchiesta.

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Esercitazioni militari e cani robot: Saxa Rubra sembra un teatro di guerra nella giornata per i bimbi dei dipendenti Rai

C’è un vecchio mantra secondo cui in Rai si percepisce molto prima l’aria che tira nella politica. E ci si adegua subito. Viene da pensare questo nel vedere l’intrattenimento offerto per il Bimbo Day, la giornata di venerdì 12 giugno in cui, come tutti gli anni, sono ammessi i figli dei dipendenti e ai piccoli vengono mostrati gli studi, come si fanno i programmi, i segreti della tv, eccetera. Ebbene, quest’anno il Bimbo Day è in salsa vannacciana, con l’esercito coinvolto nell’intrattenimento dei piccoli. Soprattutto Saxa Rubra, a Roma, sembrava di stare in un teatro di guerra. Gonfiabili, pneumatici a terra, simil-trincee, cani robot, che poi magari avranno anche divertito i piccoli, ma che poco c’entrano con le prerogative della tv pubblica e con quello che avviene ogni giorno davanti e dietro le telecamere. “Rai militarizzata! Manco ai tempi dei balilla! Sembra di stare in un teatro di guerra. Cosa c’è di educativo in tutto questo?”, i commenti raccolti nelle chat dei dipendenti.

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L’iniziativa era stata annunciata all’inizio del mese con tanto di comunicato stampa, in cui si illustrava come quest’anno, all’interno delle varie attività, sarebbero stati coinvolti Esercito e Polizia di Stato, oltre a Croce Rossa, gruppi scout e altri soggetti. In particolare, “visti gli spazi offerti a Saxa, la Polizia di Stato si è resa disponibile a partecipare alla giornata con unità cinofile e a cavallo, operatori specializzati del reparto motociclisti e reparto volanti, e anche l’Esercito è disponibile a partecipare alla giornata con dimostrazioni di interventi di protezione civile”. Insomma, sorride qualcuno, sembra che in Rai si stiano già adeguando all’ascesa del generale Roberto Vannacci che, se continua così, tra qualche tempo potrà far pesare la sua forza politica su nomine e assetti della tv di Stato.

Intanto ci si porta avanti con esercitazioni militari in onore dei più piccoli. “Invece di mostrare studi televisivi, regie e redazioni, si offre spazio alla presenza militare, come se fosse naturale accompagnare i più piccoli dentro la cultura del riarmo. È una scelta che riflette il clima politico e culturale imposto dal governo Meloni, che sta normalizzando la dimensione militare in ogni ambito della vita pubblica”, attacca Angelo Bonelli (Avs). Critica anche l’Usigrai. “A Saxa Rubra i cani robot, le cassette di munizioni, i percorsi di guerra e scene del crimine. Cosa c’entrano queste dimostrazioni con Bimbo Day? Abbiamo la massima considerazione per l’Esercito e le altre realtà che l’azienda ha coinvolto, ma riteniamo totalmente fuori luogo che la loro partecipazione sia legata a questa giornata dedicata ai figli dei dipendenti”, sostiene una nota del sindacato dei giornalisti della tv pubblica. Sarà però contento almeno il generale Vannacci. E forse pure Giorgia Meloni e Guido Crosetto. Avanti marsc’!

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Enorme incendio in un’azienda chimica di Mantova, alta colonna di fumo nera e autopompe in azione: le immagini dal drone

Ecco le immagini dall’alto dell’enorme incendio esploso nella mattinata di venerdì 12 giugno in un’azienda chimica di Mantova. Il grosso rogo ha interessato un magazzino di materiale plastico. Nelle immagini girate col drone si può vedere l’alta colonna di fumo denso e nero e le autopompe dei vigili del fuoco al lavoro.

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Studentessa violentata a Milano, due ragazzi si presentano dalle pm e negano le violenze: “Rapporto solo con uno, era consenziente”

Due ragazzi si sono presentati spontaneamente dai pm che indagano sulla presunta violenza sessuale avvenuta nella notte tra il 22 e il 23 maggio scorso a Milano. La vittima, una studentessa 20enne spagnola in Erasmus, aveva denunciato mezz’ora da incubo con un gruppo di ragazzi. Ora però almeno tre dei quattro presunti aggressori, a indagini ancora in corso, hanno deciso di farsi avanti.

Prima, davanti all’ufficio della pm Letizia Mannella, capo del pool di contrasto ai reati sessuali, che con la collega Rosaria Stagnaro coordina l’inchiesta della Squadra mobile della Polizia, è comparso un 24enne italiano, assistito dall’avvocato Francesco Furnari. Il giovane ha chiesto di essere sentito con testimonianza o interrogatorio ma le pm gli hanno detto di rendere dichiarazioni spontanee, ancora da non indagato, alla polizia giudiziaria. Il 24enne ha negato qualsiasi stupro, parlando invece di rapporti consenzienti non con lui ma con un altro dei quattro giovani. “Mi rendo disponibile a collaborare con l’autorità giudiziaria per ogni ulteriore chiarimento”, ha concluso il ragazzo, dicendo pure di voler “precisare che nel parcheggio dove abbiamo sostato ci sono delle telecamere comunali di cui chiedo l’acquisizione delle immagini”.

Secondo la sua versione la giovane sarebbe uscita volontariamente dal locale con lui e un altro amico e poi, sempre spontaneamente, sarebbe entrata in auto. Lì li avrebbe raggiunti il terzo con cui la studentessa avrebbe avuto “rapporti consenzienti”, mentre il quarto ragazzo “stava male” dopo la serata.

Anche un altro 20enne ha raccontato una versione simile. Difeso dall’avvocato Gianluigi Bonifati, è arrivato in Procura poco dopo e ha reso anche lui dichiarazioni spontanee davanti alla polizia giudiziaria.

In precedenza anche un altro ragazzo, il terzo, si era presentato davanti al commissariato di Milano. Il suo avvocato, Lorenzo Mascherpa, ha raccontato che il suo assistito ha letto notizie di cronaca e ha trovato “somiglianze” con la nottata passata da lui e i tre amici, che “avevano conosciuto” una studentessa spagnola. “Così si è messo a disposizione per spiegare di aver avuto lui un rapporto consenziente quella notte, ammesso poi che stiamo parlando della stessa vicenda, perché noi non abbiamo ricevuto alcun atto con contestazioni”, ha chiarito il difensore.

Intanto, investigatori e inquirenti lavorano da giorni per ricostruire quanto accaduto, sia con le analisi scientifiche che con le immagini di videosorveglianza e i dati delle celle telefoniche.

La studentessa, stando alle indagini scattate dopo la sua denuncia, avrebbe subito violenze definite “brutali”. In due l’avrebbero avvicinata all’interno del locale e l’avrebbero trascinata fuori. Poi, sarebbero arrivati gli altri due e gli abusi sarebbero proseguiti all’interno di un’auto e nel parcheggio. La ragazza, accompagnata da un’amica, è andata in taxi in ospedale, al presidio specialistico Mangiagalli dove le violenze sono state accertate, e poi in Questura a denunciare. Ascoltata a verbale, successivamente è rientrata in Spagna.

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Elicottero precipita sul Lago Maggiore: un morto e tre feriti. Era da poco decollato da una villa

Un elicottero è precipitato vicino al Lago Maggiore, nella zona di Solcio di Lesa, in provincia di Novara. Una persona è morta, altre tre sono rimaste ferite: due sopravvissuti sono stati trasportati in codice giallo all’ospedale di Novara, il terzo all’ospedale di Borgomanero. Il velivolo privato era da poco decollato da una villa della zona, sulla foce dell’Erno, sulla sponda piemontese del Lago.

La vittima, stando alle prime informazioni, è un uomo ultrasettantenne, cittadino svizzero, che abitava nella villa da dove è decollato l’elicottero. Gli agenti ipotizzano che fosse lui ai comandi del velivolo, precipitato a terra in fase di decollo. I tre feriti sono di nazionalità straniera ed erano amici della vittima. Non appena è scattato l’allarme si sono attivati i soccorsi disponibili nell’area: sul posto diverse ambulanze e l’elisoccorso del 118. Le squadre di emergenza stanno ancora operando sul luogo dell’impatto ma non si conoscono al momento le cause e la dinamica dell’incidente. Sul posto si è recato il sindaco di Lesa, Luca Bona, per seguire lo sviluppo delle operazioni.

Articolo in aggiornamento

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Interdetti dalla professione medica i cardiochirurghi del trapianto di cuore fallito al piccolo Domenico Caliendo

Dodici e sette mesi di interdizione dalla professione medica. L’ha disposta il giudice per le indagini preliminari di Napoli nei confronti del cardiochirurgo Guido Oppido e della sua vice Emma Bergonzoni, che il 23 dicembre 2025 hanno eseguito il trapianto di cuore fallito al piccolo Domenico Caliendo, morto il 21 febbraio nell’ospedale Monaldi. I due sono stati sospesi con l’accusa di falso materiale e ideologico in concorso in relazione alla compilazione della cartella clinica del bimbo. Accolte, quindi, le richieste del pm Giuseppe Tittaferrante e del procuratore aggiunto Antonio Ricci che hanno coordinato le indagini del Nas dei carabinieri.

Nella qualità di medici avrebbero attestato falsamente circostanze non corrispondenti al vero nel referto operatorio relativo al trapianto di cuore, secondo gli accertamenti di investigatori e inquirenti: avrebbero attestato falsamente, nei giorni successivi all’intervento, di avere eseguito operazioni di cannulazione e circolazione extracorporea quando l’equipe che si era occupata dell’espianto a Bolzano aveva raggiunto l’ospedale Monaldi, dagli accertamenti risultata una circostanza non corrispondente a verità. In sostanza le operazioni erano invece iniziate prima dell’arrivo dell’equipe nell’ospedale a Napoli.

Assistiti dai rispettivi avvocati il dottore Oppido (sospeso in via preventiva dall’Azienda Ospedaliera dei Colli) e la sua vice Bergonzoni hanno sostenuto l’interrogatorio preventivo il 31 marzo e 21 maggio. A entrambi, oltre al reato di falso, è stato contestato anche il reato di omicidio colposo in concorso insieme con altri cinque medici, sempre il relazione alla morte del piccolo Caliendo. Il 10 giugno, intanto, si è concluso l’incidente probatorio disposto dal gip Mariano Sorrentino sui due cuori del bimbo: quello giunto congelato da Bolzano a causa del ghiaccio secco e anche su quello malato.

Il deposito delle relazioni sugli esami eseguiti da parte del pool di esperti nominati dall’autorità giudiziaria, fissato per settembre, potrebbe slittare di 15-20 giorni, quindi a metà ottobre, su richiesta dei periti. Agli accertamenti, che si sono svolti nel Policlinico di Bari, hanno preso parte anche tutti i consulenti nominati dagli indagati e dalla famiglia Caliendo-Mercolino. Al termine delle analisi eseguite sui campioni istologici il medico legale dei Caliendo ha reso noto che gli accertamenti hanno evidenziato i segni di necrosi provocati dalle basse temperature e anche quelli determinati dall’uso prolungato dell’Ecmo, il meccanismo che consente la circolazione extracorporea.

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Investito mentre tornava a piedi da una festa: morto 17enne nel Foggiano

Un ragazzo di 17 anni è stato investito e ucciso intorno alle quattro del mattino di venerdì a San Nicandro Garganico (Foggia) mentre con alcuni amici rientrava a piedi da una festa di compleanno, percorrendo una strada sul lato della carreggiata. Il gruppo si trovava all’altezza di una curva, a circa un chilometro dal centro del paese, quando la vittima è stata travolta in pieno da un’auto, guidata da un altro giovane partecipante alla festa.

I soccorritori giunti sul posto hanno tentato ogni manovra per tentare di salvare la vita al ragazzo, ma ma non c’è stato nulla da fare. Sono in corso accertamenti da parte delle forze dell’ordine. La famiglia del 17enne è molto conosciuta nella zona. il papà è consulente del lavoro, mentre la mamma è un’insegnante.

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Milano, scontro con un’auto: muore un 18enne “passeggero” di un monopattino elettrico

Un ragazzo di 18 anni, Eros Gagliardi, che viaggiava come “passeggero” su un monopattino elettrico, è morto all’ospedale Niguarda di Milano a causa delle ferite riportate nello scontro con un’automobile, avvenuto poco dopo la mezzanotte di venerdì in via dell’Innovazione, alla periferia del capoluogo lombardo. Ferite lievi per il conducente del monopattino, ventenne, e per la giovane donna di 21 anni alla guida dell’auto, una Kia Picanto. Entrambi sono stati portati in ospedale, ma le loro condizioni non destano preoccupazione.

La dinamica dell’incidente è in via di ricostruzione da parte degli agenti della Polizia locale: da una prima ricostruzione si ipotizza che il mezzo elettrico non abbia rispettato la precedenza. La conducente dell’auto risulta negativa ai test sull’assunzione di alcol e stupefacenti. Sul posto, al momento dell’intervento delle forze dell’ordine, non sono stati trovati caschi eventualmente indossati dai giovani a bordo del monopattino. Il pm ha disposto l’autopsia sul cadavere della vittima e il sequestro di entrambi i veicoli.

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