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Toyota avverte Bruxelles: il “made in EU” non può escludere gli alleati storici

L’Industrial Accelerator Act finisce nel mirino di Toyota: il colosso giapponese è insoddisfatto dall’attuale impostazione dei requisiti della strategia per salvaguardare l’automotive “Made in EU” messa a punto da Bruxelles. Al congresso della testata specializzata Automotive News Europe, Yoshihiro Nakata, numero uno della filiale europea di Toyota, pur sostenendo gli obiettivi di fondo del nuovo regolamento, ha lanciato un monito chiaro: l’industria europea non può fare a meno dell’apporto dei suoi storici alleati globali.

Secondo l’analisi dettagliata presentata da Toyota, l’attuale formulazione dell’Industrial Accelerator Act rischia infatti di essere troppo restrittiva ed escludente. Nakata ha sottolineato come la forza, la solidità e la competitività del Vecchio Continente siano storicamente rafforzate dal contributo fondamentale di partner internazionali chiave come il Giappone, il Regno Unito e la Turchia.

L’esclusione di questi Paesi dai nuovi criteri di ammissibilità potrebbe innescare un effetto domino pericoloso, compromettendo gli investimenti futuri sul territorio, i livelli occupazionali e il trasferimento tecnologico tra regioni. In un mercato globale caratterizzato da una concorrenza spietata, i ritardi burocratici e i criteri troppo rigidi rischiano di indebolire la posizione dell’Unione Europea, proprio mentre le regioni concorrenti (Cina in primis) continuano a progredire.

“Riteniamo che alcuni partner strategici, come ad esempio Regno Unito, Giappone e Turchia, debbano essere riconosciuti allo stesso modo nel Made in EU”, ha affermato perentorio il manager giapponese: “La resilienza dell’Europa si fonda non solo sulla produzione locale, ma anche sulla collaborazione con i partner per creare economie di scala regionali e un successo condiviso. Lavorando insieme, siamo tutti più forti”.

Il discorso di Yoshihiro Nakata ha toccato anche il delicato tema del pacchetto Automotive e dei regolamenti comunitari per il taglio delle emissioni di gas serra. Toyota ha ribadito la propria visione storica, invocando un approccio alla decarbonizzazione che sia tecnologicamente neutrale. Si tratta di una strategia, secondo la Casa automobilistica, necessaria per rispecchiare la reale domanda dei clienti e, al tempo stesso, tutelare l’ambiente senza forzature ideologiche. La transizione energetica dovrebbe, secondo Toyota, godere di una flessibilità tale da potersi adattare all’incertezza del mercato e alle fluttuazioni della domanda dei consumatori.

Per la multinazionale nipponica la partita non si gioca solo sulla diffusione di veicoli elettrici a batteria o di veicoli a celle di combustibile a idrogeno ma anche sul contributo ambientale che potrebbero dare le vetture ibride plug-in. Dall’altro, è essenziale puntare con decisione sui carburanti rinnovabili. Questi ultimi, per Nakata, rappresentano un fattore chiave per la decarbonizzazione, perché sono in grado di ridurre significativamente le emissioni di carbonio, contribuendo al know-how tecnologico europeo e garantendo la resilienza energetica di fronte alle sfide geopolitiche attuali.

In chiusura del suo intervento, il dirigente di Toyota ha rivolto un appello diretto ai legislatori europei per una rigorosa e tempestiva attuazione del regolamento AFIR, ovvero la normativa sulle infrastrutture per i combustibili alternativi. L’obiettivo deve essere il rispetto stringente degli impegni presi per lo sviluppo delle reti di ricarica e, in particolare, delle infrastrutture di rifornimento di idrogeno, un tassello giudicato fondamentale per la decarbonizzazione del trasporto pesante.

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La crisi di Hormuz ha uno sconfitto non dichiarato: l’Europa

di Roberto Iannuzzi *

L’aggressione israelo-americana all’Iran ha uno sconfitto non dichiarato: l’Europa. Pur non avendo preso direttamente parte al conflitto, il vecchio continente è destinato a subirne i contraccolpi negativi.

Da questo punto di vista, sussiste un singolare parallelismo tra i paesi europei e le monarchie arabe del Golfo. Sia i primi che le seconde sono alleati storici di una superpotenza, gli Stati Uniti, della quale ancora ritengono di non poter fare a meno, ma che si sta dimostrando sempre più fonte di problemi piuttosto che di protezione.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, gli Usa hanno trascinato gli europei in un conflitto per procura con Mosca salvo poi scaricare su questi ultimi i costi della guerra e atteggiarsi a mediatore in uno scontro nel quale sono in realtà cobelligeranti.

Nell’operazione contro l’Iran, Washington ha fatto uso delle basi nel Golfo (oltre che di quelle europee) attirando la dura rappresaglia iraniana sulle petromonarchie che le ospitano. Teheran ha anche minacciato di colpire le basi europee in un eventuale secondo round del conflitto.

Malgrado questi incresciosi risultati, molti paesi europei sono restii a negoziare con Mosca, così come diverse monarchie del Golfo sono riluttanti a scendere a patti con Teheran (Arabia Saudita e Qatar hanno aperto canali negoziali, mentre Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein mantengono una linea intransigente).

A prima vista, l’Europa sembra posizionata meglio di altri per sostenere lo shock energetico ed economico derivante dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Sebbene una porzione rilevante del fabbisogno europeo di fertilizzanti provenga dal Golfo, solo il 6% del greggio e meno del 10% del gas di cui necessita il vecchio continente passavano attraverso lo Stretto.

Ma l’aumento dei prezzi energetici è globalizzato, e la crisi attuale si somma ai danni prodotti da quelle precedenti, dal Covid-19 allo scontro con la Russia. Dal 2023, inoltre, l’insicurezza nel Mar Rosso ha costretto buona parte dei traffici commerciali a circumnavigare il continente africano superando il Capo di Buona Speranza, allungando così i tempi di navigazione e accrescendo i costi di trasporto.

Se lo scontro armato con Teheran dovesse riprendere, Ansarallah, gruppo alleato dell’Iran nello Yemen, ha promesso di chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb che dà accesso al Mar Rosso, accrescendo ulteriormente costi energetici e di navigazione.

La guerra contro l’Iran ha poi ulteriormente dilapidato gli arsenali americani, già messi a dura prova dai conflitti in Ucraina, a Gaza e nello Yemen, assottigliando così le risorse militari (in particolare gli essenziali intercettori per la difesa aerea) che possono essere fornite a Kiev.

Il presidente americano Trump ha inoltre minacciato gli europei che li avrebbe aiutati ancor meno nello scontro con la Russia, poiché essi si sono rifiutati di intervenire direttamente al fianco di Washington contro l’Iran. Ciò acuisce il dilemma europeo tra la volontà di continuare a sostenere l’Ucraina e a rafforzare il fianco orientale, e l’eventualità di schierare risorse militari nel Golfo a difesa delle petromonarchie.

Per il momento, paesi come Francia e Gran Bretagna hanno inviato alcune navi, caccia e sistemi di difesa aerea, che non modificano significativamente gli equilibri nel Golfo ma espongono tali risorse a un possibile coinvolgimento bellico qualora dovesse riesplodere il conflitto.

A ciò si aggiunge il dilemma energetico. Progetti infrastrutturali che bypassino lo Stretto di Hormuz, ad esempio aumentando la capacità dell’oleodotto saudita che dalla costa orientale giunge sul Mar Rosso, e sviluppando corridoi logistici lungo la penisola araba, richiedono investimenti e anni per essere realizzati.

La cooperazione economica tra Europa e monarchie arabe è esposta alla crescente instabilità nella regione, che può scoraggiare gli investitori e rallentare la realizzazione di importanti progetti Per altro verso, l’Europa è a corto di alternative energetiche. Dopo aver rinunciato alle fonti russe a basso costo, si è affidata al gas naturale liquefatto americano, inquinante e costoso da estrarre e trasportare. Gli Usa si avviano a diventare il primo fornitore di gas dell’Unione Europea.

L’Ue ha decretato lo scorso anno che tutti i paesi membri dovranno “derussificare” le proprie importazioni energetiche entro il 2028. Per molti paesi l’unica alternativa sta nel rivolgersi alla Turchia (escludendo il TurkStream che veicola gas russo) e alla regione del Caucaso. Ma anche qui gli Stati Uniti stanno assumendo un ruolo di controllo, stringendo rapporti sia con l’Armenia che con il vicino Azerbaigian, nel cui settore energetico gli Usa sono già presenti con ExxonMobil e Chevron.

Dopo la vittoria elettorale del partito guidato dal premier filo-occidentale Nikol Pashinyan in Armenia, dovrebbe procedere anche la cosiddetta “Trump Route for International Peace and Prosperity” (Tripp), corridoio di 43 km che collegherà l’Azerbaigian alla sua exclave di Nakhchivan attraverso l’Armenia meridionale. Tutti i lavori di sviluppo del corridoio, attraverso cui potrebbero passare anche delle pipeline, dovrebbero essere condotti da una joint venture armeno-americana controllata al 74% da Washington.

Con la Libia che resta uno stato fallito, e l’Algeria ormai al massimo delle sue capacità produttive, l’Europa rimane senza alternative energetiche, e sostanzialmente ostaggio di Washington.

*Autore del libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i punti oscuri della narrazione israeliana” (2024).
Twitter: @riannuzziGPC
https://robertoiannuzzi.substack.com/

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Il Global Gateway europeo, e il legame indissolubile tra Cina e Africa

A più di quattro anni dal lancio del Global Gateway, la strategia con cui Bruxelles puntava a costruire un’alternativa europea alla proiezione economica globale di Pechino, il bilancio appare più complesso delle aspettative iniziali. L’Unione europea ha mobilitato risorse finanziarie considerevoli, ha firmato accordi sulle materie prime critiche e ha costruito un impianto normativo coerente con i propri valori. Eppure, nelle aree più strategiche per la transizione energetica e digitale, l’influenza cinese continua a rimanere predominante. La spiegazione più immediata sarebbe attribuire questo risultato a un deficit di investimenti o a una mancanza di volontà politica europea. Ma i numeri raccontano una storia diversa.

Il Global Gateway è stato concepito per mobilitare fino a 300 miliardi di euro attraverso l’approccio “Team Europe”, coinvolgendo Commissione europea, Stati membri, istituzioni finanziarie e capitale privato. Parallelamente, il Critical Raw Materials Act ha fissato obiettivi ambiziosi per ridurre le dipendenze strategiche dell’Europa entro il 2030. Il problema, quindi, non sembra essere quantitativo. È soprattutto qualitativo. L’errore europeo potrebbe essere stato quello di considerare la competizione con la Cina come una sfida prevalentemente economica, quando in realtà si tratta anche di una competizione relazionale. Bruxelles ha costruito partenariati strutturati attorno a standard di governance, trasparenza, sostenibilità ambientale e criteri ESG. Si tratta di principi condivisibili e coerenti con il modello europeo. Tuttavia, in molti paesi africani questi strumenti vengono percepiti come condizioni da rispettare piuttosto che come elementi di una relazione strategica di lungo periodo.

La Cina ha seguito una strada diversa. Per oltre vent’anni ha investito non soltanto in infrastrutture, miniere e logistica, ma anche nella costruzione di capitale relazionale. Forum permanenti, programmi di formazione, borse di studio, scambi culturali e cooperazione mediatica hanno contribuito a consolidare una presenza che oggi non può essere misurata esclusivamente in termini finanziari. In paesi come la Repubblica Democratica del Congo, dove si concentra gran parte della produzione mondiale di cobalto, le aziende cinesi mantengono una posizione dominante non soltanto perché hanno investito prima degli altri, ma perché sono diventate parte integrante dell’ecosistema economico locale. Lo stesso vale per numerosi progetti minerari in Zambia e in altre economie africane strategiche per la transizione energetica globale. Questo non significa che il modello cinese sia necessariamente superiore. Significa piuttosto che ha compreso prima una dinamica fondamentale: nei mercati emergenti la fiducia politica e la continuità della relazione contano quanto il capitale investito.

Per l’Europa, che fonda la propria politica estera sul diritto, sulle regole e sulla trasparenza, il rischio è quello di apparire come un attore che arriva con soluzioni già confezionate e criteri prestabiliti. In alcuni contesti africani, questa impostazione viene letta come una forma di paternalismo, o addirittura come una versione aggiornata della storica asimmetria tra Nord e Sud del mondo.

La vera novità del 2026, tuttavia, potrebbe cambiare il quadro. In diversi paesi africani sta emergendo una forma crescente di resource nationalism. Governi e classi dirigenti locali non intendono più limitarsi all’esportazione di materie prime grezze, ma chiedono una quota maggiore del valore generato dalle filiere industriali. Lo Zimbabwe ha anticipato il blocco delle esportazioni di litio non lavorato. La Namibia ha adottato restrizioni analoghe per alcuni minerali critici. Anche la Repubblica Democratica del Congo sta cercando di aumentare il proprio potere negoziale nei confronti degli investitori stranieri. Questa evoluzione non rappresenta una rottura con la Cina. Al contrario, dimostra quanto la presenza cinese sia ormai radicata. Ma segnala anche un cambiamento importante: i governi africani stanno cercando di diversificare le proprie partnership per evitare dipendenze eccessive da un singolo attore.

È qui che si apre una finestra di opportunità per l’Unione europea. Se Bruxelles continuerà a considerare l’Africa esclusivamente come una fonte di approvvigionamento per le industrie europee, rischierà di arrivare ancora una volta in ritardo. Se invece saprà interpretare il nuovo contesto come una richiesta di industrializzazione locale, trasferimento tecnologico e creazione di valore nei paesi produttori, il Global Gateway potrebbe finalmente acquisire una dimensione strategica più credibile. La sfida consiste nel passare da una logica estrattiva a una logica di co-sviluppo. Non significa rinunciare agli standard ambientali o alla trasparenza amministrativa. Significa riconoscere che questi obiettivi diventano sostenibili soltanto quando sono accompagnati da opportunità economiche percepite come vantaggiose anche dalle comunità locali.

L’Europa possiede un vantaggio che la Cina fatica ancora a replicare: qualità tecnologica, capacità regolatoria, accesso al mercato unico e una tradizione di cooperazione istituzionale fondata sullo Stato di diritto. Ma questi asset devono essere integrati da una maggiore capacità di ascolto politico e da una presenza più stabile nel tempo. Nel frattempo, Pechino non resta immobile. Il nuovo Piano Quinquennale cinese mostra una crescente attenzione alla sicurezza delle forniture strategiche e alla resilienza delle catene minerarie. In altre parole, la Cina sta trasformando la propria presenza economica in una vera architettura di sicurezza delle risorse. Per questo il tempo gioca un ruolo decisivo. L’opportunità aperta dal resource nationalism africano non resterà disponibile indefinitamente. Se l’Europa vuole costruire una reale autonomia strategica e ridurre le proprie vulnerabilità nelle materie prime critiche, dovrà dimostrare di essere non soltanto un investitore affidabile, ma anche un partner capace di condividere crescita, industrializzazione e sviluppo. La partita non riguarda soltanto il cobalto, il litio o il rame. Riguarda la capacità dell’Unione europea di trasformare la propria potenza normativa in una vera influenza geopolitica. Ed è una sfida che Bruxelles non può permettersi di perdere.

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