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Vannacci vs Gruber, l’aperitivo milanese per tifare il generale in tv: applausi agli attacchi a Salvini e difesa della famiglia “naturale”

Vannacci vs Gruber, come un match sul ring. “Ma non è stato uno scontro pari, erano in due contro uno” dice un sostenitore di Futuro nazionale. A incalzare il generale, in studio, c’è la nota conduttrice del programma di La7, ma anche la collega Lina Palmerini. “Hanno fatto una figura pessima” è il commento dei presenti, “Vannacci ha vinto”. Difficile aspettarsi una sentenza diversa.

A scaldare gli animi sono soprattutto due momenti. Il primo è quando Gruber accusa Vannacci, più o meno velatamente, di aver approfittato del “taxi” della Lega per avere visibilità – le elezioni europee del 2024, la nomina a vicesegretario del partito – e da lì, poi, aver fondato il proprio partito. Quando il generale fa notare che è vero il contrario, vale a dire che è stato Matteo Salvini ad aver beneficiato della sua candidatura (Vannacci portò a casa oltre 550mila preferenze), è scattato l’applauso.

Insulti alla giornalista, invece, quando lei fa notare, dopo lo scontro col generale sulla comunità Lgbtq+, che “la famiglia naturale non esiste più da un po’ di tempo”. E qui tanto i delegati di Futuro nazionale quanto i sostenitori la pensano come il generale. Cioè “le coppie gay rappresentano una piccola percentuale della popolazione, per questo, come dice Vannacci, non sono normali, perché non sono la normalità”. Qui il racconto della serata.

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“Vannacci fascista? È un complimento”: all’aperitivo per il generale c’è il “Barone nero” Jonghi Lavarini. I sostenitori di Futuro nazionale: “Meloni e Salvini hanno fallito”

“Il mio cuore era per il Capitone. Sì, Matteo Salvini, proprio lui. Ma dopo l’esperienza Draghi mi sono sentito tradito. Da lui e da tutta la destra. Io, per esempio, non mi sono mai vaccinato“. Amedeo ha 26 anni, polo nera, eloquio rapido. È uno dei pochi sostenitori di Roberto Vannacci che si presenta alla serata organizzata al parco Verga, periferia Nord di Milano: è l’aperi-Vannacci, cioè ritrovo, visione comune di Otto e mezzo, col generale ospite di Lilli Gruber, poi dibattito. Quasi tutti gli altri, infatti, sono delegati che sabato e domenica saranno a Roma per la nascita ufficiale di Futuro nazionale. Vale a dire: persone che politica l’hanno già fatta. Amedeo, si capisce, viene dall’estrema destra – nonostante una piccola parentesi in Forza Italia ma “solo per costituire le liste elettorali per un amico”, spiega – e vorrebbe vedere “dissanguati” da Fn “gli attuali partiti che sostengono il governo”. Giorgia Meloni e quello che lui chiama “Capitone” non li può più vedere.

Deluso è anche Emanuele Ajello, 36 anni. Lui sì totalmente a digiuno di politica, eppure dice chiaro e tondo che “la presidente del Consiglio ha fallito”. Perciò ha fondato un comitato di Fn a Milano – uno dei 13 per ora presenti – e sabato sarà a Roma per l’assemblea costituente. L’uomo di punta – e di riferimento per Vannacci nel capoluogo lombardo – è Massimiliano Bastoni, ex consigliere regionale della Lega, ora eletto nel “parlamentino” composto da cento persone che contribuirà a redigere le linee guida per la nascita di Futuro nazionale. Il suo nome è stato indicato come possibile candidato di Fn alle amministrative di Milano del prossimo anno. Ma è lui, in prima persona, a smentire: “Se il centrodestra continua a mantenere certe posizioni, andremo da soli con un nostro candidato, ma non sarò io. Si stanno valutando diversi profili”. Lo stesso ragionamento vale per il nazionale. Continua Bastoni: “Un entusiasmo così è forse paragonabile a quando Silvio Berlusconi aprì i circoli di Forza Italia. Nell’arco di pochi mesi siamo arrivati a 100mila iscritti, è un risultato incredibile. Nel nostro comitato ci sono persone provenienti da tutti i partiti, dalla Lega a Fratelli d’Italia, ma anche dal Movimento 5 stelle. Ci sono poi tante persone che si erano astenute, non è vero che Vannacci attira solo elettorato di estrema destra. La definizione è sbagliata, il nostro partito è trasversale“.

A movimentare la serata ci pensa Roberto Jonghi Lavarini, detto il “Barone nero“, volto noto nella galassia nera di Milano (con una condanna, nel 2020, per apologia di fascismo). “Vannacci fascista? Ma è un complimento, a me lo dicono sempre e li ringrazio” ci dice. Poi aggiunge: “Ma il fascismo purtroppo non esiste più. Noi di estrema destra? Se vuol dire che siamo estremamente coerenti, estremamente chiari ed estremamente patriottici, allora sì, siamo di estrema destra”. Jonghi Lavarini, peraltro, non ha dubbi: “Vannacci è destinato a diventare presidente del Consiglio. Non l’anno prossimo, ma al giro successivo sì”. Ma quando arriva Sylvie Lubamba, showgirl ed ex modella di origini congolesi dal passato giudiziario turbolento, si defila (rivolgendole, non sentito, un epiteto non proprio da gentiluomo). “Sono qui per dimostrare che Vannacci non è razzista” dice lei, che qualche anno fa tentò di entrare nelle grazie di Salvini. Intanto Renato Maturo, altro delegato di Fn, mostra i messaggi sul telefono: “Guardi, mi contattano ogni giorno sconosciuti per entrare nel partito”.

Il refrain tra i tavoli, prima che inizi il dibattito televisivo, è lo stesso: “Meloni e Salvini hanno fallito, ora serve una destra più pura, più capace”. E perché dovrebbe riuscire Vannacci dove gli altri hanno fallito? Curiosamente rispondono tutti la stessa cosa. Lo fa Sergio Flores, bossiano della prima ora, poi salviniano, ora fondatore di un comitato e delegato a Roma: “Vannacci dice le cose che pensiamo tutti noi. Ha un passato da militare, da generale, è abituato a mantenere la parola data”. E lo fa Luigi Stracuzzi, ex Forza Italia, delegato di Bergamo: “È un generale, ogni tanto ci vogliono i generali”. Lo pensa anche Ajello: “Il generale è l’unico leader che può farcela. Ma non solo in Italia, ha la caratura per essere un leader internazionale”. Intanto i numeri del partito corrono: 100mila iscritti, 11mila solo in Lombardia. L’obiettivo, nemmeno troppo celato, è la doppia cifra alle elezioni politiche del 2027.

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Laura Ravetto (Futuro Nazionale) contro Meloni: “Questo governo ha tradito la fiducia degli elettori, smentite voi stessi”

“Noi non votiamo la fiducia al governo, non per fare un favore alla sinistra, ma perché questo governo ha tradito la fiducia degli elettori ed è chi tradisce il programma del centrodestra con cui è stato votato che fa un favore alla sinistra”. Così in Aula Laura Ravetto, deputata di Futuro Nazionale ex deputata leghista, ha attaccato Giorgia Meloni rispondendo alle parole della premier contro i vannacciani che aiuterebbero la sinistra non votando la fiducia al governo. “Il monito lo rivolga ai partiti alleati”, ha aggiunto Ravetto. “Pur di non darci ragione – ha sottolineato – e di non dare ragione a Vannacci state smentendo anche voi stessi”.

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Vannacci che giustifica tutto col consenso? Anche Hitler aveva vinto le elezioni

di Massimo Santantonio

Ho assistito alla partecipazione di Roberto Vannacci al programma della Gruber. Due cose in particolare mi hanno colpito.
La prima è la sua bizzarra e pericolosa definizione di “estrema destra”. Il generale sostiene che non si possa definire come tale un partito, un gruppo, che abbia consenso ampio. Cita in proposito la tedesca AFD, accreditata dai sondaggi al 30% se non vado errato. Secondo questo ragionamento, il consenso giustifica tutto: come se Hitler non fosse andato al potere vincendo le elezioni. E giustifica il fatto che, se accompagnato dal consenso, un leader possa ispirarsi apertamente al nazismo, o da noi al fascismo, del quale Vannacci è un dichiarato sostenitore. E, in caso di successo elettorale, possa conseguentemente cercare di metterne in atto i principi, pur cambiandone un secolo dopo le forme esteriori (avete mai visto La Russa indossare la camicia nera e brandire un manganello?).

È il famoso, nefasto, concetto secondo il quale Berlusconi giustificava tutti i suoi osceni tentativi di piegare la Giustizia ai suoi interessi col fatto di avere il consenso del “popolo” e di averne la certificazione attraverso la sua elezione. Stessa cosa con Salvini, che in costume da bagno invocava “pieni poteri”.

L’altro argomento che mi ha disgustato è quello riguardante i diritti delle persone con orientamento sessuale che lui giudica “anormale”. Il generale, nell’affermare che non toglierebbe alcun diritto civile quale il voto a questi suoi connazionali – bontà sua – dimentica un fatto fondamentale. La sua dichiarata omofobia, suffragata da espressioni quali “anormali” e da battute idiote come quando disse beffardo “ma che in caso di guerra ci mandiamo quelli del Gay Pride?”, è quella che definisce l’ambiente tossico nel quale spesso si trovano queste minoranze. Ambiente in cui può prosperare impunito il bullismo a scuola, la discriminazione anche all’interno della stessa famiglia, la vergogna. Con situazioni che possono anche indurre le persone più fragili a gesti estremi.

Essere fascisti vuole anche dire perpetuare queste discriminazioni, in nome del maschio virile e guerriero.

Che pena, e che disgusto per quanti – e in Italia sappiamo essere numerosissimi – stanno entusiasticamente arruolandosi nel miserabile esercito di Vannacci.

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Bergamini la trottola: dalla Lega a Forza Italia a Vannacci. “Non sono un rifiuto parlamentare”. Candiani (Lega): “Futuro nazional-personale”

Tecnicamente un voltagabbana o un trasfugo. Un cambio di casacca, tra i tanti, ma più clamoroso di altri. E’ la storia di Davide Bergamini. Sul finire dello scorso gennaio l’annuncio del passaggio del deputato dalla Lega a Forza Italia. Virgolettati mai smentiti e riportati da varie testate erano eloquenti sulle regioni del passaggio dal partito guidato da Matteo Salvini a quello capitanato da Antonio Tajani. “Passo dalla Lega a Forza Italia per non farmi trascinare a destra da Vannacci“. Oggi spiega con altre parole: “Uscii dalla Lega per contraddizioni interne”. Contraddizioni che lo portarono nel partito più moderato della coalizione. Deputato e sindaco di un piccolo centro nel Ferrarese annunciava fiero: “La posizione estremista nelle nostre terre ora incontra un muro”. Superato il muro, Bergamini cinque mesi dopo è in Futuro Nazionale. Dunque nel partito più a destra del panorama di centrodestra all’interno del Parlamento.

Ieri sera, ospite di Ottoemezzo Roberto Vannacci, ha parlato della sua truppa parlamentare come di una “sporca dozzina” e di “rifiuti degli altri partiti“. “Io non mi sento un rifiuto parlamentare – afferma Bergamini – facente parte della sporca dozzina sì, ma un rifiuto parlamentare direi di no. E’ stato probabilmente interpretato non nel modo giusto che voleva essere trasmesso. Il ‘generale’ con la sporca dozzina porterà a casa sicuramente risultati importanti per gli italiani”. Stefano Candiani, leghista di ferro, commenta tra l’ironia e l’amarezza: “Forse si tratta di futuro nazional-personale”.

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Vannacci esce vincitore dallo studio di Lilli Gruber perché il calcio di rigore gliel’ha servito lei

Diciamocela tutta: se la puntata di Otto e Mezzo di ieri sera fosse stata una partita di calcio (e per alcuni lo è stata), il tabellone segnerebbe 0-1. Non una goleada. Un gol su calcio di rigore, perché il rigore lo ha fischiato la Gruber da sola, da sé, con le sue mani e Vannacci ha segnato.

Vannacci esce meglio di come è entrato. Ma non grazie a chissà quale performance straordinaria, era teso, si vedeva: dice bene Patrick Facciolo nella sua analisi sulla prossemica del generale, è la sua prima nel teatro (televisivo), non è Matteo Renzi, non è un animale politico, dà il meglio in birreria o davanti ai commilitoni, non sotto i riflettori di La7.

Esce meglio perché Lilli Gruber gli ha servito sul piatto, uno dopo l’altro, i temi su cui lui è forte. L’emigrazione, i diritti Lgbtq+, la normalità (su cui lui gioca con il significato, a un certo punto dice “datemi uno Zingaretti” riferendosi erroneamente al dizionario Zingarelli probabilmente).

Persino la questione delle quote di genere. Ogni domanda era un campo aperto, e lui, con il suo stile schietto, asciutto, da militare ultra decorato che non sembra curarsi di piacere a tutti, ci ha messo il piede dentro con naturalezza. Non ha vinto il confronto. Ha vinto il campo.

Salvatore Merlo, su Il Foglio, ha parlato di “effetto Gruber”. Io di effetto Streisand avevo già scritto quando il libro scalava le classifiche Amazon prima ancora di scalare i sondaggi. Effetto Gruber però tutto da dimostrare, comunque. Vannacci è già in ascesa per conto suo, non nasce da una puntata televisiva e non muore per una brutta intervista. Semmai, la domanda è: quanto ha accelerato?

Lo vedremo nelle prossime settimane. Vediamo se qualche clip dell’intervista di ieri diventi virale (che è la vera cifra del successo e della popolarità dell’intervista). Facciamo attenzione a questo, perché è ovvio che non tutti hanno guardato la puntata in tv ieri sera.

Sul vestire – altra cosa che molti hanno notato – il generale non bada e in studio si presenta con una camicia a righe verticali sbottonata, e fa bene perché resta nel personaggio. Lui è un militare ultra decorato: se interpreta i pensieri della destra, lo fa con una credibilità che un politico di professione non avrà mai. Non recita una parte, la parte ce l’ha cucita addosso da decenni. È il Gladiatore: quella postura l’ha studiata, quei gesti, quel modo di stare nello spazio che sembra Russell Crowe nel film. L’arena, la folla, il condottiero.

Che piaccia o no, funziona, perché è archetipico. E funziona anche con chi non voterebbe mai FdI o Lega. Lo spiegava Pagliaro in trasmissione commentando i dati Demopolis: Vannacci attrae elettori che vanno oltre il bacino tradizionale della destra identitaria. Vota di pancia, la gente, sospende il giudizio razionale. E il discorso di Vannacci, che lo si voglia ammettere o no, fila.

È lakoffiano (George Lakoff fu l’autore del concetto di frame) senza saperlo: padre di famiglia premuroso, ordine, semplicità, identità. Arriva dritto, senza mediazioni, parla un buon italiano frutto di buone scuole (maturità scientifica e Accademia di Modena), senza il carico di linguaggio codificato che la sinistra si porta dietro come un guscio di una lumaca.

La sinistra (rappresentata in studio dalla Gruber) ha perso la scena non perché Vannacci fosse brillante, ma perché si è presentata con gli strumenti sbagliati. In studio c’era anche la giornalista del Sole 24 Ore Lina Palmerini, e a un certo punto sembrava quasi “donne contro uomini”, femminismo contro patriarcato. E lì Gruber ha perso definitivamente il filo. Perché certi temi, le quote rosa, l’alternanza di genere alle elezioni, tutta la grammatica woke, stonano persino a sinistra, figurati per la maggioranza degli italiani tradizionalisti.

Ricordiamoci che il primo presidente del Consiglio donna in Italia lo ha espresso la destra. Se hai costruito per anni meccanismi di alternanza, quote, parità di genere e poi la prima donna a Palazzo Chigi arriva da Fratelli d’Italia ex Msi, il discorso viene meno.

Vi ripeto: ieri non è stata una grande partita, alle elezioni manca ancora molto e sicuramente riapparirà in tivù dalla stessa Gruber o in un’altra importante trasmissione. Il suo discorso è pericoloso ma funziona, perché non è un populismo qualsiasi: è turbo-populismo, c’è il concreto rischio che il suo partito diventi l’AfD italiana. C’è un condottiero, c’è una narrativa, c’è un nemico riconoscibile (lo straniero, l’altro, il diverso). E la sinistra purtroppo non ha ancora un antidoto.

Non ce l’ho io la ricetta, per carità. Ma so che se continui ad appiattire il tuo discorso sui diritti civili, perdi. Se rimani sul tema immigrazione con il linguaggio che hai usato finora, perdi. Non perché quei temi non contino, contano eccome, ma perché stai giocando in casa sua, con le sue regole, sul suo campo con i suoi frame.

I sondaggi adesso lo danno intorno al 5%. Io non ci credo. Ha già superato il 10, nella testa della gente. Poi si vedrà se si fermerà sotto il 20 o andrà oltre, è ovvio che peseranno i sondaggi per fare decidere il generale per un’alleanza con la destra o meno.

Lo 0-1 di ieri sera è però recuperabile. La goleada, per ora, non c’è stata. Ma la sinistra deve smettere di regalargli i rigori.

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Gruber non ha puntato sulla questione sociale: così Vannacci è destinato al trionfo

Esattamente come accadde negli anni Trenta del Novecento, c’è soltanto uno scenario che può favorire l’esplosione vittoriosa di un personaggio ambiguo, reazionario, ideologicamente aggressivo e centrato sull’individuazione di categorie umane da colpire o comunque discriminare (immigrati, omosessuali, individui che non si riconoscono nella sessualità binaria, etc.), nonché nazionalista spinto, quale è Roberto Vannacci.

È bene sapere che quell’unico scenario che può vederlo trionfare è esattamente lo stesso in cui ci troviamo oggi: possiamo definirlo lo scenario del degrado che lo circonda. Un degrado politico, culturale, socio-economico. Lo si è potuto osservare in forma icastica durante la trasmissione condotta da Lilli Gruber su La7, cioè Otto e mezzo.

La conduttrice pensava di avere gioco facile nell’evidenziare le posizioni quantomeno discutibili del Generale, incalzandolo – peraltro in maniera sguaiata – fondamentalmente sui diritti civili: gay, quote rosa e questione femminile in genere, immigrazione etc. Fino alla domanda clou: “Ma se una delle sue figlie le rivelasse di essere gay?”.

Siamo dalle parti dell’avanspettacolo e poco più. Buono per l’audience della trasmissione su La7 – di cui infatti non si discute l’efficacia – ma rovinoso sul piano politico.

Sì, rovinoso. Innanzitutto perché Vannacci – al di là delle sue posizioni discutibili (ma quali non lo sono?!) – è persona educata e cortese, doti con cui ha gioco fin troppo facile nel replicare con buon senso, mettendo in evidenza quelli che sono i deliri ideologici di una élite radical chic piuttosto lontana dal sentimento e dalle problematiche quotidiane della gente comune (sull’immigrazione, ma anche su questioni rispetto alle quali è lecito nutrire dubbi e consentirsi dei limiti logici, come sulle quote rosa o sui diritti da accordare a ognuna delle categorie della coloratissima galassia Lgbtq+).

Ma soprattutto rovinoso – l’avanspettacolo televisivo – perché totalmente incurante della questione sociale. Sì, i diritti sociali fatti a brandelli nel nostro tempo sciagurato sono quelli che davvero colpiscono il benessere, le possibilità e la dignità delle persone (alcune delle quali rientrano nelle stesse categorie fatte oggetto di contesa dalla Gruber).

Similmente a quanto accadeva negli anni Trenta, infatti, ci troviamo di fronte a uno scenario sociale in cui una élite privilegiata di tecnoliberisti incamera profitti esorbitanti e moralmente vergognosi, tantopiù perché ottenuti facendo carne da macello dei lavoratori e in generale dei diritti delle classi sociali subalterne. Tutto ciò nella totale incapacità manifestata dalle forze progressiste di profilare scenari alternativi, credibili e percorribili al fine di realizzare un modello sociale alternativo a quello vigente.

Sempre tutto ciò, anche in mezzo al degrado culturale di mass media perlopiù genuflessi e acritici rispetto a un potere governativo o privato che li tiene in vita aspettandosi un tornaconto. Potere politico, fra le altre cose, sul cui degrado etico e culturale si sono raggiunti livelli imbarazzanti e distruttivi, ma del resto servono proprio così al vero potere del nostro tempo, quello tecno-finanziario.

Ma anche in mezzo al degrado di una classe intellettuale largamente ripiegata su se stessa, chiusa nelle torri eburnee di accademie in cui si fa carriera fra concorsi truccati e prestabiliti, cooptazioni all’insegna della mediocrità tramandata, disimpegno pubblico anche per mancanza di connessione reale coi problemi effettivi delle persone.

Poi accendi la televisione, e vieni catapultato in una sorta di teatrino dell’assurdo, in cui la presentatrice finto progressista di turno incalza il bruto reazionario sulle quote rosa, sull’apocalisse omosessuale, su come farebbe (poverino!) se scoprisse che una figlia è gay, sul razzismo contro gli immigrati, salvo sorvolare sul fatto che, nel frattempo, gli immigrati che lavorano vengono sfruttati brutalmente a livello economico, da un sistema sociale abbrutito, con la complicità indiretta di una Sinistra troppo impegnata a godere dei colori dell’arcobaleno per considerare che lo stesso è visibile proprio perché in realtà sta piovendo.

Vannacci, come ha fatto la Destra attualmente al governo prima di lui, strumentalizza le vittime del sistema (gli immigrati, in questo caso) per fomentare un popolo in larga parte impoverito, spaventato e in una condizione di profondo disagio esistenziale. Ma non è cosa molto diversa da quanto fa la Sinistra, difendendoli solo formalmente ma lasciando sussistere un sistema che li sfrutta e, quindi, facendo loro un danno, oltre a esacerbare l’esasperazione dei cittadini italiani.

In un contesto siffatto – con la Destra al governo che ormai ha mostrato tutta la sua accondiscendenza verso i poteri forti, pari soltanto alla sua incompetenza o comunque non volontà di occuparsi del popolo e della giustizia sociale – sarebbe un errore imperdonabile quello di sottovalutare il partitino ancora in embrione del prode Generale.

Accadde in questa maniera negli anni Trenta del Novecento, ed è davvero un attimo che lo scenario si ripeta sotto agli occhi dei contemporanei. Cioè che i tantissimi insoddisfatti della politica (tra cui il 50% di elettori non votanti) ricerchi per disperazione la soluzione nel generale Vannacci. Una figura politicamente riprovevole, a mio avviso, destinata a trionfare in uno scenario ancora più riprovevole.

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Scontro tra Vannacci e Gruber sulla remigrazione. “A lei piacciono i clandestini”. “Non dica sciocchezze”

Scontro incandescente aOtto e mezzo(La7) tra Lilli Gruber e Roberto Vannacci sulla remigrazione, uno dei cavalli di battaglia della proposta politica del fondatore di Futuro Nazionale.
A una domanda diretta della conduttrice, l’europarlamentare spiega che andrebbero rimpatriati i clandestini, includendo anche coloro ai quali è scaduto il permesso di soggiorno.
Gruber insiste sul piano pratico: “Ma come facciamo a remigrarli? Per rimpatriarli ci vogliono gli accordi bilaterali con i Paesi”.
Vannacci replica che gli accordi esistono già “con quasi tutti i Paesi” di provenienza degli immigrati, ma che non vengono applicati. Quindi, chiama in causa Forza Italia, più volte evocata polemicamente dal politico nel corso della trasmissione: “Il problema è che poi in Europa c’è qualcuno che fa parte di questa alleanza di centrodestra che quando c’è da votare l’implementazione degli accordi di rimpatrio, vota contro“.
Il leader di Futuro Nazionale entra poi nel merito della sua proposta, sostenendo la necessità di realizzare “tantissimi” Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri) destinati a chi, dopo ripetuti decreti di espulsione, continua a permanere sul territorio nazionale.

“Quindi li mettiamo in galere a cielo aperto – osserva Gruber – Ma se non abbiamo accordi bilaterali con i Paesi d’origine come facciamo?”.
Vannacci richiama allora il decreto europeo sui Paesi sicuri: “Possiamo portare queste persone in un Paese terzo, considerato sicuro, e da lì potranno essere accompagnate nel Paese di origine. L’importante è che non stiano da noi. Le piace come soluzione?“.
La conduttrice non nasconde il proprio dissenso: “No, guardi, io sono per una soluzione molto rigorosa. Sono per il governo del fenomeno dell’immigrazione, non per gli slogan vuoti con promesse irrealizzabili, come anche la sua remigrazione“.
“Lo dice lei che sono proposte irrealizzabili – ribatte Vannacci – Noi invece così governiamo il fenomeno dell’immigrazione. Il presidente Trump ha remigrato due milioni di persone in due anni, di cui un milione e mezzo volontariamente. Quindi è possibile e fattibile”.
Gruber accoglie con scetticismo i numeri citati dal politico: “Veramente quelli sono dati forniti dall’ex ministra di Trump”. Il riferimento è all’ex segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, silurata dal presidente degli Stati Uniti nel marzo scorso.
Sono dati ufficiali – replica Vannacci – Lei ha altri dati? Clandestini?”.
“Non ho altri dati perché non sto in America”, risponde la giornalista.
Ma le piacciono i clandestini, quindi magari anche i dati clandestini“, rilancia il politico con tono provocatorio.
La conduttrice reagisce immediatamente: “No, guardi, a me non piacciono i clandestini. Lei non dica delle sciocchezze, per favore, perché io ho sempre detto che il fenomeno dell’immigrazione va governato, non va strumentalizzato, come fa lei e come fanno tanti altri“.
“Governare il problema vuol dire anche riportare nel Paese di origine gli immigrati clandestini”, insiste Vannacci.

Il confronto prosegue per diversi minuti in un crescendo di tensione. Gruber torna sul nodo centrale della discussione: “Mi risponda: con i Paesi con i quali non abbiamo un accordo bilaterale, come facciamo la remigrazione?”.
Vannacci ribadisce la soluzione del trasferimento nei Paesi terzi considerati sicuri.
“Quindi queste persone vanno deportate”, osserva la conduttrice.
“Certo”, replica l’europarlamentare. “Ma lei cosa intende per deportazioni? Movimentazione coatta al di là della loro volontà?”.
“La chiami come vuole”, taglia corto Gruber.

Negli ultimi minuti della trasmissione il confronto si sposta sul terreno dell’identità e dell’appartenenza. In un acceso scambio con la giornalista del Sole 24 Ore Lina Palmerini, che ricordava la presenza in Futuro Nazionale di numerosi esponenti provenienti da altre forze del centrodestra, Vannacci definisce orgogliosamente “rifiuti degli altri” e “sporca dozzina” i suoi nuovi compagni di viaggio, annunciando che vuole fare “solo gli interessi degli italiani”.
Gruber commenta sarcasticamente: “Io ho un passaporto italiano, sono sudtirolese di madrelingua tedesca, mi sento una cittadina del mondo e europea. Quindi pensi un po’ come siamo variegati noi italiani”.
Io no invece, non mi sento europeo ma italiano – ribatte Vannacci – Ho giurato fedeltà alla Repubblica italiana e non alla ‘rinsecchita’ di Bruxelles“.
La conduttrice gli ricorda: “Lei ha giurato sulla Costituzione italiana da generale. E c’è anche l’articolo 3 della Costituzione“.
Visibilmente irritato, l’europarlamentare replica: “Ho giurato sulla Costituzione da militare di leva e poi da ufficiale, non da generale”.
“Sembra che lei lo abbia dimenticato”, osserva Gruber.
“E chi è che ha violato l’articolo 3? Me lo dica lei invece di insinuare“, incalza Vannacci.
La risposta della conduttrice arriva con il punto di Pagliaro ormai imminente: “Per parlare di politica internazionale dovrò invitarla un’altra volta”.

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Non chiamatela destra: quella di Vannacci è una pericolosa regressione culturale

L’Italia ha conosciuto stagioni di odio ideologico, di slogan disumanizzanti, di semplificazioni feroci: non dovrebbe averne nostalgia. Il commento

C’è una differenza enorme tra avere idee di destra e scivolare nella barbarie del linguaggio politico. Una differenza che andrebbe difesa proprio da chi si riconosce nei valori del conservatorismo democratico. Si può essere favorevoli a politiche migratorie più severe. Si può chiedere maggiore sicurezza. Si può sostenere che l’integrazione abbia regole e limiti. Si può persino contestare alcune battaglie del movimento LGBTQ+, purché lo si faccia nel rispetto della dignità delle persone. È il sale della democrazia. È il pluralismo. È la politica.

Ma quando, nel salotto televisivo di Lilli Gruber, Roberto Vannacci arriva a evocare la deportazione dei migranti o a parlare dei diritti degli omosessuali come se fossero una sorta di favore concesso da una maggioranza magnanima, il piano cambia radicalmente.

Perché le parole hanno un peso. E alcune parole hanno una storia. “Deportazione” non è un termine neutro. Non è sinonimo di rimpatrio. Non è una formula tecnica da inserire in un programma elettorale. È una parola che richiama pagine oscure dell’Europa, l’idea che esseri umani possano essere spostati come merci indesiderate. Usarla con leggerezza significa banalizzare ciò che la nostra storia dovrebbe averci insegnato.

Allo stesso modo, sostenere che i gay abbiano “anche il diritto di guidare” non è una provocazione brillante. È la riduzione dell’uguaglianza a una caricatura. I diritti non sono una gentile concessione della maggioranza di turno. Sono il fondamento dello Stato di diritto. E valgono per tutti, anche per chi vota diversamente da noi.

LEGGI ANCHE: Futuro Nazionale, ecco le condizioni di Vannacci per votare la legge elettorale. Il testo con gli emendamenti

Il problema, allora, non è la destra. Anzi. Una destra liberale, europea, moderna dovrebbe essere la prima a prendere le distanze da questo tipo di retorica. Perché se tutto diventa ammissibile in nome della libertà di espressione, allora il confine tra il confronto politico e l’imbarbarimento del dibattito finisce per dissolversi.

L’Italia ha conosciuto stagioni di odio ideologico, di slogan disumanizzanti, di semplificazioni feroci. Non dovrebbe averne nostalgia. Non dovrebbe nemmeno flirtare con certi fantasmi. La politica dovrebbe elevare il livello della discussione, non abbassarlo. Dovrebbe indicare soluzioni, non bersagli. Dovrebbe parlare alla parte migliore del Paese, non a quella più rabbiosa.

Si può essere di destra, di sinistra o di centro. Si può sostenere il governo o combatterlo ogni giorno. Ma ci sono principi che dovrebbero restare fuori dalla contesa elettorale: il rispetto della dignità umana, il rifiuto di ogni disumanizzazione, la consapevolezza che la democrazia vive di limiti oltre che di consenso. Il punto non è censurare Vannacci. Il punto è non abituarsi. Perché la storia insegna che le idee pericolose raramente si presentano come tali. Spesso entrano nel dibattito travestite da buon senso, da provocazione, da “si dice quello che la gente pensa”. E invece no. Ci sono cose che una società matura deve avere il coraggio di respingere. Non perché siano impopolari. Ma perché sono sbagliate. E su questo non dovrebbero esistere né destra né sinistra. Solo il confine, sottilissimo ma decisivo, tra civiltà e regressione.

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