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Futuro Nazionale, ecco le condizioni di Vannacci per votare la legge elettorale. Il testo con gli emendamenti

Futuro Nazionale, ecco il testo con gli emendamenti alla legge elettorale di Meloni

Futuro Nazionale di Roberto Vannacci ha presentato sette emendamenti alla riforma della legge elettorale tutti sottoscritti dai 4 deputati: Pozzolo, Ziello, Ravetto e Sasso. Come annunciato c’è quello che chiede di introdurre le preferenze: “La scheda reca, entro un apposito rettangolo, il contrassegno della lista, accanto al quale sono tracciate tre linee orizzontali bianche destinate all’espressione dei voti di preferenza”. Un’altra proposta come annunciato oggi da Laura Ravetto prevede di abbassare il numero dei posti che devono essere riservati alle donne nelle liste elettorali. L’emendamento in questione recita: “In ogni lista di candidati, a pena di inammissibilità, nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 65 per cento del totale dei candidati della lista medesima, con arrotondamento all’unità superiore in caso di cifra decimale…. Fermo restando il rispetto delle citate disposizioni, la formulazione e l’ordine sussultorio di presentazione delle candidature sono rimesse alla libera determinazione dei partiti e dei gruppi politici organizzati presentatori”.

Un altro prevede “la sottoscrizione delle liste di candidati e delle candidature può essere effettuata, in alternativa alla modalità cartacea, in modalità digitale, attraverso una piattaforma informatica pubblica appositamente predisposta, o mediante analoghe piattaforme private certificate”. Un’altra delle modifiche proposte dal partito del generale Vannacci stabilisce che “nei collegi plurinominali, ciascuna lista è composta da un elenco di candidati presentati in ordine alfabetico secondo il cognome“. E inoltre “a pena di inammissibilità della lista, i candidati non possono essere inseriti in un ordine gerarchico o bloccato, né possono essere apposti contrassegni numerici o di preferenza preventiva da parte del partito o del gruppo politico presentatore”.

ECCO IL TESTO INTEGRALE CON TUTTI GLI EMENDAMENTI

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“Non avrei mai dovuto incontrarlo". Bill Gates rompe il silenzio su Epstein. Ma il caso continua a perseguitarlo

L'ombra di Jeffrey Epstein continua ad allungarsi su alcune delle figure più potenti degli Stati Uniti. L'ultimo a tornare sotto i riflettori è Bill Gates. Il cofondatore di Microsoft, per anni considerato il volto più riconoscibile della filantropia globale, ha ammesso davanti ai membri della Commissione di Vigilanza della Camera dei Rappresentanti che aver frequentato il finanziere morto nel 2019 è stato un "grave errore di giudizio". Allo stesso tempo ha ribadito di non essere mai stato sull'isola privata di Epstein e di non aver mai assistito ad attività illegali.

Dopo la pubblicazione di nuovi documenti legati all'inchiesta Epstein e le audizioni parlamentari che coinvolgono personaggi influenti, il Congresso prova a ricostruire la rete di relazioni costruita dal finanziere condannato nel 2008 per reati sessuali e arrestato nuovamente nel 2019 con accuse federali di traffico sessuale di minori. Gates non è accusato di alcun illecito, ma la sua vicinanza a Epstein dopo la prima condanna di quest'ultimo continua ad alimentare interrogativi politici e reputazionali.

Il mea culpa di Gates davanti al Congresso

Comparendo volontariamente davanti all’House Oversight Committee, Gates ha scelto una linea di piena collaborazione. "Non avrei mai dovuto incontrarlo", ha dichiarato. Ha inoltre sottolineato di non aver mai avuto conoscenza dei crimini commessi dal finanziere né di aver partecipato ad attività inappropriate.

Secondo la ricostruzione fornita dallo stesso tycoon, gli incontri avvenuti tra il 2011 e il 2014 sarebbero stati motivati dall'idea che Epstein potesse facilitare raccolte fondi per iniziative filantropiche legate alla Gates Foundation, in particolare nel settore della salute globale. Gates ha però sostenuto che da quei contatti non nacque alcuna collaborazione concreta e che nessun finanziamento transitò attraverso Epstein. Quando si rese conto che le promesse non si sarebbero tradotte in risultati, interruppe i rapporti.

La smentita sull'isola e il tema del ricatto

Uno degli aspetti più delicati affrontati durante l'audizione riguarda le numerose teorie e indiscrezioni circolate negli anni. Gates ha negato categoricamente di essere mai stato a Little Saint James, l'isola privata nelle Isole Vergini divenuta simbolo degli abusi attribuiti a Epstein.

L'imprenditore ha inoltre raccontato che Epstein avrebbe cercato di sfruttare informazioni relative alle sue relazioni extraconiugali per riallacciare i contatti. Secondo quanto riferito durante la deposizione, il finanziere era venuto a conoscenza di alcune infedeltà matrimoniali e avrebbe tentato di utilizzarle come strumento di pressione. Gates ha però precisato che tali vicende personali "non avevano nulla a che fare con Epstein" e che non cedette a quei tentativi.

Ha anche spiegato ai parlamentari di non aver mai trascorso del tempo con le vittime di Epstein e di non aver assistito a comportamenti riconducibili alle attività criminali per cui il finanziere è stato condannato e successivamente indagato.

Una ferita aperta nell'immagine del filantropo

Per Gates, il caso Epstein rappresenta soprattutto una crisi reputazionale destinata a ridefinire il modo in cui l'opinione pubblica guarda alla sua figura. Negli ultimi anni il fondatore di Microsoft ha cercato di costruire la propria eredità attorno alla filantropia, alla lotta contro le malattie infettive e agli investimenti nell'innovazione sanitaria. Tuttavia, la domanda che continua a emergere negli Stati Uniti è perché uno degli uomini più potenti del mondo abbia scelto di frequentare Epstein dopo che quest'ultimo era già stato condannato per reati sessuali.

La stampa americana sottolinea come non vi siano accuse penali nei confronti di Gates e come nessuna prova lo colleghi ai crimini di Epstein. Ma evidenzia anche come le continue rivelazioni abbiano incrinato l'immagine pubblica costruita in decenni di attività filantropica.

Gates, intanto, è ricorso a Jake Greenberg, l'ex capo consulente investigativo della commissione, per una consulenza a seguito della pubblicazione dei file di affidarsi a Greenberg, sebbene non rara, ha sorpreso gli esperti di etica governativa, poiché potrebbe creare un'apparenza discutibile ai fini della deposizione.

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Donne “scafiste” dei barconi di migranti: la nuova strategia dei trafficanti

Il mondo del business legato ai traffici irregolari di esseri umani è mutevole, fluido, si adatta ai tempi e alle usanze, per continuare a esistere ma anche per continuare ad avere appeal. Perché è innegabile che ne abbia ed è innegabile che eradicarlo è molto complesso. La struttura di queste organizzazioni di migranti è nota, è un triangolo in cui al vertice si trova la vera “testa” rappresentata il più delle volte dalla criminalità organizzata locale, che muove i fili e gestisce i traffici attraverso i suoi galoppini. Questi sono gli “agenti di zona” che a loro volta gestiscono la manodopera che organizza i migranti da imbarcare, sceglie le zone di partenza delle barche, trova le barche e anche le case in cui i migranti vengono raccolti prima della partenza. Sono loro a individuare, tra i migranti, i soggetti adibiti alla conduzione della barca e alla rotta, i bussolieri.

Finora è stato dato quasi per scontato che le barche venissero messe in mano a uomini, perché è sempre stato così ma, soprattutto, perché nelle inchieste condotte da questo quotidiano sono sempre stati individuati “scafisti” uomini. Sono loro a proporsi, anche se non hanno esperienza: viene loro spiegato qualche rudimento base e vengono messi al timone. È un ruolo ambito dai migranti, perché a fronte della responsabilità garantisce il trasporto gratuito. Tuttavia, dal monitoraggio dei traffici, sta cambiando qualcosa e ci sono sempre più “convogli” che vedono al timone una donna. Sono informazioni, queste, che emergono grazie ai video promozionali che i trafficanti condividono sui social per promuovere le proprie tratte e i propri viaggi e dietro questa scelta, che sicuramente non può essere annoverata tra quelle imposte dal pensiero occidentale per la parità dei sessi, potrebbero esserci due scopi, il primo di marketing e il secondo di scopo.

Il primo risponde a una logica ormai ben rodata nei circuiti illegali: differenziarsi per attrarre nuovi “clienti”. L’immagine di una donna al timone rompe uno schema consolidato e diventa uno strumento di propaganda. Serve a trasmettere un’idea di maggiore affidabilità, quasi di normalità, attenuando la percezione del rischio. Nei video diffusi sui social dai trafficanti, la figura femminile viene spesso utilizzata per costruire una narrazione più rassicurante del viaggio, come se questo potesse trasformare una traversata illegale e pericolosa in qualcosa di più accettabile, che trasmette quasi serenità. Il secondo, al contrario, è invece molto più concreto e, per certi versi, più spregiudicato. L’impiego di donne alla guida delle imbarcazioni può rappresentare un tentativo di sfruttare falle operative e approcci meno rigidi nei controlli. In alcuni casi, la presenza femminile può ridurre il livello di sospetto o ritardare interventi più incisivi da parte delle autorità. Non si tratta di una garanzia, ma di un margine che le organizzazioni criminali cercano di utilizzare fino in fondo, deresponsabilizzando, creando varchi. È un fatto che non ci sia nella storia recente una condanna nei confronti di una donna “scafista”. L’identikit dello scafista non è più quello tradizionale e questo rende più difficile individuare le responsabilità.

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“Collegato ai terroristi”. Le accuse all’arbitro somalo espulso dagli Stati Uniti

Chiarezza è stata fatta. Se per quasi due giorni non si erano capiti i reali motivi per l’espulsione dagli Stati Uniti dell’arbitro somalo, Omar Artan, che avrebbe dovuto prendere parte ai Mondiali di Calcio, nelle ultime ore si è saputa la verità: un funzionario americano ha dichiarato che il suo ingresso è stato rifiutato a causa della sua "associazione con presunti membri di organizzazioni terroristiche". Il funzionario ha parlato a condizione di anonimato per discutere di una questione tutelata dalle leggi sulla privacy relative ai visti.

“Ingresso negato per ottimi motivi”

Nelle ultime ore ha parlato all’emittente americana Espn anche Andrew Giuliani, direttore esecutivo della task force della Casa Bianca sulla Fifa, affermando che ad Artan è stato negato l'ingresso per "ottimi motivi", ma rifiutandosi di fornire ulteriori dettagli. Nelle prime ore era infuriata la polemica visto che ad Artan è stato negato l’ingresso all’aeroporto di Miami ufficialmente per "problemi di verifica", scatenando l’indignazione per i metodi di trattamento riservati ad Artan fermato e interrogato per 11 ore.

Le dichiarazioni dell’arbitro

Secondo l'ambasciata somala in Kenya, che ha gestito la pratica, il visto per gli Stati Uniti gli era stato rilasciato la settimana scorsa. Artan ha raccontato al New York Times di essere stato interrogato dagli agenti di frontiera che gli hanno chiesto il motivo del suo viaggio negli Stati Uniti. Da lì, altre domande sulla politica somala e sul gruppo militante al-Shabab, impegnato in una guerriglia contro il governo. Dal canto suo, il fischietto ha spiegato agli inquirenti di essere arbitro della Fifa mostrando foto e documenti della sua carriera arbitrale.

Dopo l'interrogatorio, è stato messo in una cella di detenzione per alcune ore per poi essere espulso dagli Stati Uniti. "Credo che abbiano un problema con il mio Paese", ha dichiarato al quotidiano americano, sottolineando di avere i documenti e il visto in regola. Secondo il Times, Artan non avrebbe ricevuto alcuna spiegazione sul motivo del rifiuto d'ingresso.

“Rivedere politiche d’ingresso”

L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha esortato gli Stati Uniti a riconsiderare le proprie politiche di controllo dell'immigrazione in vista dei Mondiali 2026 dopo che tifosi, un arbitro di alto livello e dirigenti delle squadre si sono visti impedire l'accesso al torneo. "Spero davvero che ci sia una profonda revisione di come le politiche di controllo dell'immigrazione stiano influenzando i diritti umani e la dignità umana, e che soprattutto in vista dei Mondiali si ripensino le politiche che purtroppo abbiamo visto prevalere, specialmente negli Stati Uniti", ha spiegato ai giornalisti.

L’accoglienza di Artan in Somalia

Al suo rientro a Mogadiscio, Artan è stato accolto come un eroe promettendo alla folla che lo aspettava in aeroporto di essere sicuro e deciso nel partecipare al prossimo torneo nel 2030. Oltre 100 tifosi si sono radunati fuori dalla zona Vip dell'aeroporto principale di Mogadiscio, sventolando bandiere nazionali mentre Artan scendeva da un volo della Turkish Airlines tra gli applausi. "Sarò ai prossimi Mondiali e continuerò a rendere orgogliosa la Somalia. Nonostante quello che mi è successo, non mi scoraggio", ha dichiarato Artan ai giornalisti.

Il rifiuto di Artan ha scatenato indignazione in patria. "Gli hanno fatto un torto che ferisce chiunque abbia a cuore l'umanità", ha dichiarato Mohamed Said, un funzionario del governo di Mogadiscio, all'aeroporto. Nominato arbitro dell'anno dalla Confederazione Africana di Calcio (Caf) nel 2025, avrebbe dovuto essere il primo arbitro somalo ai Mondiali di Calcio dopo essere stato inserito nella lista definitiva della Fifa due mesi fa.

Dal canto suo, il massimo organo calcistico mondiale ha dichiarato di non essere stato coinvolto nella procedura di immigrazione e di essere stato informato dalle autorità statunitensi che lo status di Artan "non subirà modifiche al momento".


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Brindisi, ora Futuro Nazionale è il primo partito della maggioranza: consigliere di FdI passa con Vannacci dopo i 3 di FI

In tre arrivano da Forza Italia, un altro da Fratelli d’Italia. Così, in appena 24 ore, Futuro Nazionale entra nel Consiglio comunale di Brindisi e diventa il primo partito nella maggioranza di centrodestra che sostiene il sindaco Giuseppe Marchionna, eletto da indipendente per volere del deputato forzista Mauro D’Attis e con uno storico passato nel Partito Socialista Italiano. A capovolgere definitivamente gli equilibri ci ha pensato Cesare Mevoli, storico esponente della destra brindisina, che ha lasciato il partito di Giorgia Meloni per aderire a quello di Roberto Vannacci. La mossa è arrivata il giorno dopo lo strappo di tre consiglieri berlusconiani – Nicola Di Donna, Luca Tondi e Maria Ciaccia – che avevano dimezzato il gruppo di FI.

Il passaggio dell’ex meloniano ha un peso politico non indifferente. Già assessore, Mevoli era infatti vicesegretario provinciale di FdI e componente dell’assemblea nazionale. Da tempo in rotta con il resto del partito sul territorio, tanto da autosospendersi dal gruppo consiliare a marzo, vanta una storia tutta a destra. Il suo testimone di nozze è stato Gianni Alemanno e il nome del consigliere brindisino compare anche – da non indagato – nelle carte con le quali il Tribunale di Sorveglianza confermò il ritorno in carcere dell’ex sindaco di Roma: era ritenuto uno dei “soggetti compiacenti” che avrebbe aiutato Alemanno nella “artata costituzione di documenti giustificativi” degli spostamenti. Nel 2023 inoltre un suo post contro Elena Cecchettin, sorella della 22enne Giulia uccisa dall’ex fidanzato, provocò le proteste del Partito Democratico.

Al momento né i tre ex Forza Italia né Mevoli hanno rivendicato la necessità di riequilibrare gli assetti della giunta. Tuttavia lo spostamento a destra della maggioranza è destinato ad avere delle ripercussioni sulla coalizione. Al momento, per dire, con tre consiglieri in assise Forza Italia esprime tre assessori nella squadra di Marchionna, che governerà anche grazie al sostegno dei quattro esponenti di Futuro Nazionale nonostante la sua storia politica affondi le radici nel Psi.

Negli Anni Novanta, durante il suo primo mandato, il sindaco divenne famoso per la gestione impeccabile dell’esodo di albanesi che nel marzo 1991 si riversarono in città dopo il crollo del regime comunista. In assenza di supporto da parte del governo, riuscì a mobilitare gli abitanti nell’accoglienza di 25mila profughi arrivati in ventiquattr’ore a bordo delle carrette del mare. Da oggi dovrà anche confrontarsi con le idee sulla gestione dei migranti di ben quattro consiglieri di Futuro Nazionale, partito a favore della remigrazione.

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L’ascesa di Vannacci fa comodo anche ai due partiti di destra

di Giovanni Muraca

Da giorni sento pareri al vetriolo, tutti contro la crescita di Futuro Nazionale e del suo leader, Roberto Vannacci. Un partito che, più ancora che Fratelli d’Italia, sta tallonando il suo partito d’origine, la Lega di Matteo Salvini, ormai in evidente difficoltà. Questa non vuole essere una critica alle opinioni che circolano in questo periodo. Credo però che ci siano alcuni aspetti non presi in considerazione, che potrebbero portare al Generale ulteriore consenso: il frutto di quel cortocircuito tutto italiano per cui il rischio viene sistematicamente sottovalutato.

Riavvolgiamo il nastro a soli tre anni fa, all’uscita del libro Il mondo al contrario. Un libro al cui interno si trova tutto ciò che finora una democrazia ha cercato di combattere: dal razzismo all’omofobia, dal machismo al ritorno dell’uomo solo al potere. Per quanto si tratti di idee discutibili, dal sapore autoritario, c’è ancora chi sposa quei valori e non se n’è mai staccato. Quel libro, insieme ad altri che magari celano le idee che il leader sposa, ha fatto molto di più che scandalizzare: ha ottenuto l’effetto contrario. Non è solo una questione di tiratura — che, in un’epoca in cui il cartaceo sta diventando un ricordo, ha superato le 700.000 copie — ma anche di un processo di normalizzazione di temi che speravamo di non dover più discutere. Ma questa è un po’ l’arroganza dell’Occidente, che ha la memoria corta.

Il punto più caldo del cortocircuito si è consumato proprio all’uscita del testo. L’assist più grande a mio avviso non è arrivato dai lettori, ma da chi sposa idee lontane da quelle dell’ex militare e che, continuandone a parlarne, ha contribuito alla sua ascesa. Nell’estate del 2024 anche una testata LGBTQIA+ è finita accusata di razzismo perché in un articolo si sottolineava la nazionalità romena della moglie dell’ex generale, come se fosse un problema. Insomma, un bell’autogol.

L’altra questione richiama esattamente ciò che accadde a Fratelli d’Italia tra il 2021 e il 2022: il passaggio da un gradimento irrilevante a primo partito del Paese.
Il travaso di voti che Futuro Nazionale sta operando ai danni dei due partiti di destra, sarà pure un fenomeno momentaneo, ma a mio avviso è qualcosa di più: un repulisti interno per entrambi. Un consenso che, almeno davanti alle telecamere, sembra non essere gradito a qualcuno, ma che alla fine tornerà molto utile in un’ ipotetica coalizione futura — che nessuno di loro, c’è da scommetterci, farebbe fatica ad accettare.

Un repulisti che permetterà ai due partiti di governo di liberarsi di quello spettro nero che ancora oggi circola silenzioso, e di cui l’opposizione — in maniera tanto banale quanto inefficace — fa ancora motivo di battaglia, trascurando altre tematiche su cui potrebbero vincere facilmente.

Non mi meraviglierei se alcune associazioni oggi vicine al partito della Premier, viste anche le pressioni che continuano ad arrivare dall’Ue sui diritti civili, un domani decidessero di sponsorizzarlo. Se quest’ipotesi si realizzasse, i due partiti ora al governo dovrebbero cercare altre praterie, ma almeno verrebbero filtrati al loro interno da alcuni personaggi singolari che già ora stanno migrando verso il nuovo partito. Un deflusso (e una “pulizia”) non solo di singoli personaggi, ma anche di elettori che si sentono traditi da partiti che ormai sposano più ciò che pensa il Generale che ciò che avevano promesso in campagna elettorale — che poi erano le stesse cose che dicevano i due leader.

Il ché potrebbe addirittura far sì che l’elettorato moderato possa, con la tesi ipotizzata, avvicinarsi alla premier alimentandone il consenso già alto.

Anche l’Inghilterra, all’inizio, sottovalutò ciò che la Germania aveva in testa. E sappiamo tutti come andò a finire…

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Belfast, scoppia la protesta anti-immigrati

Manifestazioni di protesta anti immigrati, strade bloccate, bidoni e veicoli dati alle fiamme, fra cui anche un autobus. Belfast ha reagito così, ieri, dopo l'episodio di violenza avvenuto nella capitale dell'Irlanda del Nord, con protagonista un sudanese. L'uomo, che aveva il permesso di soggiorno nel Regno Unito, lunedì sera ha aggredito in modo violentissimo una persona attorno ai quarant'anni della quale non sono state rese note le generalità. L'assalto, brutale, è stato ripreso da un video amatoriale che ha fatto il giro del web, suscitando orrore e indignazione. Nelle immagini si vede il sudanese, dell'apparente età di una trentina di anni, a cavalcioni sopra la sua vittima che ferisce ripetutamente con un coltello. «Sta tentando di tagliargli la testa», si sente dire da un testimone inorridito nel video. «Lascialo», invoca un altro. Nel video si vede anche un terzo uomo, che il web ha eletto ad eroe, affrontare l'aggressore con una racchetta di hurling, uno sport gaelico. Poi intervengono anche altri uomini che sembrano riuscire nell'intento di fermare l'africano. Nel frattempo qualcuno aveva avvertito la polizia, che è intervenuta poco dopo arrestando l'aggressore. L'uomo è sotto custodia con l'accusa di tentato omicidio. La polizia nordirlandese (Psni) ha escluso il movente terroristico dietro il gesto e ha precisato che l'aggressore sarebbe arrivato a Belfast nel febbraio 2023 dal Sudan passando per Parigi e Dublino. Una volta arrivato in Irlanda del Nord avrebbe presentato domanda di asilo e, nel settembre del 2023, avrebbe ottenuto il permesso di soggiorno nel Regno Unito. La vittima avrebbe riportato «significative ferite agli occhi, al collo e alla schiena», ma non sarebbe in pericolo di vita.

L'episodio ha scioccato l'isola e l'intero Regno Unito. Ieri in serata le strade di Belfast sono state invase dalle proteste. I manifestanti, molti dei quali a volto coperto, hanno bloccato importanti arterie stradali della città e alcuni di loro hanno dato fuoco a diversi veicoli. Del fumo si è alzato da più punti della città. Ma anche sulle sponde dell'Inghilterra, a Southampton, ci sono stati raduni di protesta: la città è ancora scossa dal caso di Henry Nowak, il 18enne bianco accoltellato il 3 dicembre scorso in strada da un giovane britannico di origini sikh e che, invece di essere soccorso, venne ammanettato dagli agenti intervenuti, convinti dall'aggressore che lui avesse reagito a un attacco a sfondo razzista.

La nuova aggressione a Belfast ha anche provocato le prevedibili reazioni delle varie forze politiche. A cavalcare in particolare la «decapitazione di Belfast» è stato Nigel Farage, leader di Reform Uk, che non ha nemmeno atteso gli esiti delle prime indagini per accusare le autorità britanniche di concedere permessi di soggiorno con eccessiva facilità e chiedere alle autorità di «rivelare immediatamente l'identità e lo status dell'aggressore» tagliando corto: «Il pubblico deve conoscere la verità». Il ministro per l'Irlanda del Nord Hilary Benn, intervenendo alla Camera dei Comuni, ha minacciato la comunità di Belfast di dure ritorsioni in caso di manifestazioni violente mentre lo stesso premier Keis Starmer ha parlato di aggressione «ripugnante», invocando la tolleranza zero. Perfino il miliardario Elon Musk su X ha commentato «enough». Ovvero: abbastanza.

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Chi è il migrante che voleva decapitare un irlandese

È stata una notte di disordini a Belfast dopo la brutale aggressione per strada di un uomo da parte di un richiedente asilo sudanese di 30 anni, Hadi Alodid, in possesso di un permesso di soggiorno illimitato per 5 anni come rifugiato nel Regno Unito, rilasciato il 23 settembre del 2023. Dal video che riprende l’assalto contro Stephen Ogilvie emerge che l’aggressore ha tentato di decapitare la propria vittima con un coltello da cucina, provocandogli ferite gravissime al volto, al collo, alla schiena e alla testa. La vittima versa ancora in gravissime condizioni e non è fuori pericolo: dalle ultime informazioni pare abbia perso l’occhio sinistro. Dell’aggressore non sono state diffuse foto o immagini. Quando è stato fermato dalla polizia ha dichiarato “ho ucciso qualcuno”, frase ripetuta anche in ospedale aggiungendo: “Non so se sia morto”. E mentre lo medicavano in ospedale per una ferita alla mano ha minacciato un medico: “Ti ucciderò”

Dalle informazioni frammentarie che sono emerse in queste ore pare che l’aggressore sia arrivato il 10 febbraio del 2023 da Dublino a Belfast a bordo di un autobus e che abbia viaggiato verso l’Irlanda dalla Francia. Ha attraversato legalmente il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord sfruttando un accordo di lunga data tra i due Paesi che prevede che non vengano effettuati controlli sul passaporto. Appena arrivato a Belfast ha chiesto asilo. Il viaggio dal Sudan al Paese Transalpino resta per il momento un’incognita, non è chiaro come abbia fatto a raggiungere la Francia ma sono numerosi i sudanesi che partono dalle coste del Nord Africa per raggiungere l’Europa passando dall’Italia. Nel 2025 sono stati 4.183 su 66.296 i soggetti che hanno dichiarato di essere sudanesi al momento dello sbarco in Italia. È stata la quinta nazionalità per volume e rappresenta il 6,3% di tutti gli sbarcati. Nel 2023, anno in cui è arrivato in Irlanda da Parigi, i sudanesi sbarcati in Italia furono 5.834 su 157.652, il 3,7% del totale. Le autorità dovranno ora ricostruire tutto il percorso fatto dal Sudan a Belfast per capire i suoi spostamenti, soprattutto prima di arrivare in Irlanda, e le ragioni per le quali gli sia stato concesso il permesso di soggiorno illimitato, anche se a tempo determinato.

L’aggressore è stato incriminato per tentato omicidio, possesso in luogo pubblico di un oggetto con lama o punta e minacce di morte. . Quest’oggi è comparso davanti alla Belfast Magistrates Court per la convalida del fermo, ha rifiutato la rappresentanza legale e non ha risposto alle accuse che gli sono state mosse tramite un interprete. Ci sono state numerose case date alle fiamme nella notte a Belfast, oltre a vetture, autobus e furgoni, e in diverse città dell’Irlanda del Nord si sono avuti violenti disordini. Una furia cieca che è esplosa, alimentata dalla frustrazione di vedere le città sempre meno sicure, che ha colpito anche stranieri regolarmente inseriti nel tessuto sociale. Disordini "scioccanti e del tutto inaccettabili", li ha definiti il premier britannico Keir Starmer, "Non esiste alcuna giustificazione per la violenza e i disordini che abbiamo visto minacciare le nostre comunità, né per chi li ha incoraggiati, online o altrove. È evidente che le persone sono state prese di mira a causa della loro origine" e che "i responsabili sentiranno tutta la forza della legge".

La situazione nel Regno Unito è sfuggita di mano ormai diversi anni fa, gli inglesi e gli irlandesi si sentono braccati nel proprio Paese e la vicinanza dell’aggressione a Ogilvie rispetto alle polemiche per l’uccisione di Henry Nowak ha senz’altro fomentato ulteriormente gli animi.

A nord di Belfast la Bbc ha riferito che diverse decine di uomini hanno calciato porte e finestre dicendo che stavano “portando fuori gli stranieri” e in altre zone della città diversi gruppi di residenti fermavano le auto per verificare che vi fossero immigrati. “Nulla può giustificare la violenza e il disordine a cui abbiamo assistito, che minacciano le nostre comunità, né le azioni di coloro che li hanno incitati, online o altrove. È chiaro che ieri sera le persone sono state prese di mira a causa della loro provenienza, e io non lo tollero", ha dichiarato il primo ministro inglese, Keir Starmer.

La criminalità etnica è un problema grave nel Regno Unito, non meno grave nell’Unione europea, ma al di là della Manica a rendere tutto più complicato ci sono anche le linee guida politiche, che tendono a tutelare le minoranze a scapito degli autoctoni, come emerge allo stesso caso Nowak. Stanotte ci sono stati scontri e manifestazioni anche a Londra, Glasgow e Southampton. Le autorità locali hanno invitato i cittadini alla calma, invitando a non cadere nel razzismo e sostenendo che i protagonisti delle proteste di ieri verranno perseguiti: gli eventi sono stati classificati come teppismo. Dall’altra parte si chiede maggiore attenzione agli ingressi rafforzando le frontiere, più controlli nelle pratiche di concessione dei permessi di soggiorno e rimpatrio di soggetti che si rendono protagonisti di violenze.

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