18h. Donald Trump diz que acordo com o Irão está "próximo"


Per oltre un decennio l'Europa ha rappresentato per l'Iran il principale interlocutore occidentale. Nonostante le tensioni cicliche sul programma nucleare, Bruxelles ha cercato di mantenere aperti i canali diplomatici, convinta che il dialogo fosse preferibile all'isolamento. Oggi, però, quello stesso continente rischia di trasformarsi nel teatro di una diversa forma di confronto: non una guerra convenzionale, ma una campagna fatta di intimidazioni, operazioni coperte e azioni difficili da attribuire.
L'allarme arriva da un numero crescente di governi europei, ma anche da analisti e osservatori internazionali. In un editoriale del Washington Post, Colin Clarke e Adrian Shtuni sostengono che la Repubblica islamica stia adottando metodi simili a quelli già utilizzati dalla Russia: attacchi indiretti, intermediari sacrificabili e un'elevata plausibile negazione delle responsabilità. L'obiettivo non sarebbe tanto provocare una guerra aperta, quanto diffondere insicurezza e dimostrare la capacità di colpire ben oltre i confini mediorientali.
L'Unione europea ha investito molto nel dialogo con Teheran, soprattutto dopo l'accordo sul nucleare del 2015. Anche dopo il ritiro degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action, molte capitali europee hanno tentato di salvare un canale negoziale.
Negli ultimi anni, tuttavia, il quadro è cambiato radicalmente. Le espulsioni di diplomatici iraniani accusati di attività incompatibili con il loro status, i procedimenti giudiziari legati a presunti piani di attentato e le crescenti denunce di sorveglianza nei confronti di dissidenti hanno alimentato la convinzione che la minaccia non sia più soltanto teorica.
A rendere ancora più delicata la situazione è stata la recrudescenza del conflitto mediorientale. Le autorità tedesche hanno recentemente avvertito che l'Iran potrebbe ampliare le proprie operazioni clandestine in Europa, soprattutto in risposta all'inasprimento dello scontro regionale. Allo stesso tempo, anche le istituzioni europee hanno riconosciuto la necessità di monitorare attentamente le possibili ricadute del conflitto sul territorio dell'Unione.
Ciò che più preoccupa le intelligence occidentali è il metodo.
Secondo diverse ricostruzioni, Teheran non farebbe ricorso esclusivamente ai propri apparati ufficiali, ma si affiderebbe a una rete di soggetti terzi: criminalità organizzata, piccoli gruppi radicalizzati o individui reclutati per singole operazioni. Una modalità che consente di mantenere un elevato livello di ambiguità e rende molto più difficile una risposta politica o militare immediata.
Basti pensare alla denuncia resa pubblica dal Dipartimento di Giustizia contro Mohammad Baqer Saad Dawood Al-Saadi. Il governo americano sostiene che Al-Saadi, un comandante trentaduenne di Kata'ib Hezbollah, sia responsabile di diversi complotti e attacchi in Europa e Nord America rivendicati da Harakat Ashab al-Yamin al-Islamiya (HAYI), un'organizzazione prestanome che opera per conto del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. È stato arrestato in Turchia mentre, secondo quanto riferito, era in viaggio verso Mosca e la scorsa settimana si è dichiarato non colpevole.
Il gruppo ha rivendicato oltre una dozzina di atti intimidatori, tra cui incendi dolosi, atti vandalici e aggressioni, concentrati principalmente nel Regno Unito (in particolare a Londra) e in altri Paesi europei. Oltre l'80% degli attacchi ha colpito la comunità ebraica, prendendo di mira sinagoghe, scuole, ambulanze di enti di beneficenza e individui ebraici. Sono stati presi di mira anche interessi americani e gruppi di opposizione iraniani. Le indagini suggeriscono che il network operi attraverso brevi catene di comando, arruolando o pagando giovani e criminali locali per eseguire gli atti, per poi rivendicarli quasi istantaneamente su canali Telegram legati all'IRGC.
In Svezia, inoltre, il processo a cinque minorenni accusati di aver preso parte a un presunto complotto contro un dissidente iraniano ha evidenziato quanto il ricorso a soggetti giovanissimi possa complicare ulteriormente il lavoro investigativo e favorire il ricorso a manovalanza difficilmente riconducibile ai mandanti.
La crescente preoccupazione ha prodotto una reazione coordinata senza precedenti.
Nelle ultime ore Stati Uniti, Regno Unito, Australia e numerosi alleati europei hanno diffuso una dichiarazione congiunta nella quale accusano apertamente l'Iran di essere coinvolto in attività ostili contro dissidenti, giornalisti, cittadini e comunità ebraiche presenti nei Paesi occidentali. I firmatari attribuiscono tali operazioni a strutture come il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, la Forza Quds e il Ministero dell'Intelligence iraniano.
Londra ha inoltre annunciato nuove misure legislative contro le organizzazioni che operano come proxy di Stati ostili, con pene severe per chi collabora con esse. Secondo l'MI5, le indagini relative a minacce provenienti da attori statali sono aumentate significativamente nell'ultimo anno e circa una ventina di complotti sarebbero riconducibili all'Iran.
Resta però aperta la questione più difficile: come rispondere a una minaccia che vive nella zona grigia tra terrorismo, intelligence e criminalità comune.
Per anni l'Europa ha considerato la Repubblica islamica soprattutto attraverso la lente del dossier nucleare. Oggi, invece, il problema riguarda anche la sicurezza interna del continente. Se le accuse dei servizi occidentali dovessero trovare ulteriori conferme, Bruxelles sarebbe costretta a ripensare profondamente il proprio rapporto con Teheran: non più soltanto interlocutore problematico in Medio Oriente, ma possibile protagonista di una guerra ombra combattuta nelle strade europee.

È stato un drone navale a recuperare l’equipaggio dell'elicottero d'attacco AH-64 Apache americano, precipitato lunedì notte nelle vicinanze dello stretto di Hormuz.
L’informazione è stata diffusa dal Comando Centrale degli Stati Uniti, che ha confermato l’impiego di un drone Corsair Saronic, un’imbarcazione di superficie autonoma (ASV), che ha soccorso l’equipaggio, composto da pilota e copilota/mitragliere, recuperandolo dalle acque potenzialmente ostili, dove i due sono rimasti per quasi due ore, e trasportandolo in acque più sicure, dove sono stati poi issati su un elicottero.
Stando a quanto affermato separatamente dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, l’elicottero statunitense, che era impegnato in una missione di pattugliamento e sorveglianza dello stretto di Hormuz, è stato abbattuto da forze iraniane al largo delle coste dell’Oman.
Il Centcom ha comunicato che: "Il drone di superficie che ha assistito al salvataggio dell'equipaggio dell'Apache al largo delle coste dell'Oman la scorsa notte era un drone Corsair della Marina statunitense, operato dalla Task Force 59 della 5ª Flotta statunitense". Si tratta di un'imbarcazione dronizzata lunga circa 7,3 metri con un design simile a quello di un motoscafo, che può essere configurata per diversi tipi di missione, può raggiungere una velocità di 35 nodi, ha un'autonomia di circa 1.600 km e una capacità di carico utile di circa 450 kg.
Si tratta del primo caso noto in cui un drone viene utilizzato per il recupero di personale nell'ambito di una missione di ricerca e soccorso; ciò denota importanti implicazioni per queste operazioni in futuro, dato il rischio corso dai mezzi con equipaggio che vengono abitualmente impiegati nelle operazioni di ricerca e soccorso, che presentano complessità e rischi intrinseci quando vengono condotte in territorio ostile. Il recente esempio di recupero dell’equipaggio dell’F-15E abbattuto dall'Iran ha messo nuovamente in luce i rischi che si assumono le forze di ricerca e soccorso in combattimento (CSAR). Un aereo d’attacco A-10 impiegato come “Sandy” era stato abbattuto e un elicottero di soccorso danneggiato proprio nelle prime fasi del soccorso. Lo stesso vale per operazioni di recupero in acque ostili o in alto mare, dato che esiste sempre la possibilità di perdere ulteriori mezzi e uomini nel corso della missione di salvataggio.
Questo è il primo elicottero AH-64 Apache perso in Medio Oriente dall'inizio delle ostilità con l'Iran. In particolare, l'incidente è avvenuto appena un giorno dopo che Israele e l'Iran hanno fermato una nuova ondata di attacchi a seguito di una nuova escalation.
La scorsa settimana, il presidente Trump aveva detto ai giornalisti che avrebbe preso in considerazione la ripresa della guerra se l'Iran avesse causato la morte di truppe statunitensi. Ciò minerebbe le basi del cessate il fuoco accordato ad aprile e riporterebbe il Medio Oriente in guerra. Va ricordato come l’ammaraggio di un elicottero che compie un atterraggio d'emergenza controllato in autorotazione e l’abbandono dell’abitacolo mentre l’elicottero non è una passeggiata priva di tale rischio.
Un funzionario degli Stati Uniti ha detto ad Axios che un'indagine “ha determinato che un drone iraniano ha colpito l'elicottero, causandone lo schianto”. Un funzionario degli Stati Uniti ha detto che l'indagine non ha potuto determinare se l’abbattimento fosse intenzionale. Ma è noto che le piccole imbarcazioni iraniane della Mosquito Fleet armate con sistemi di difesa aerea portatili e i droni impiegati come munizioni circuitanti rappresentano una minaccia consistente per elicotteri americani schierati a sorveglianza dello stretto.
Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato il completamento degli attacchi di autodifesa contro l'Iran, eseguiti su ordine del Comandante in Capo, il presidente Donald Trump, in risposta all’abbattimento dell’elicottero Apache. I raid aerei americani hanno colpito il porto di Sirik, Bandar Abbas e l'isola di Qeshm. Funzionari statunitensi affermano che gli attacchi americani sono diretti contro "difese aeree" e "stazioni radar" intorno allo Stretto di Hormuz.
Non si è fatta attendere la risposta del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e della loro componente navale, che hanno dichiarato di aver condotto una rappresaglia contro 21 obiettivi situati in basi aeree e navali americane in tutto il Medio Oriente, tra cui il quartier generale della 5ª Flotta della Marina degli Stati Uniti in Bahrain e la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania. Il timore che l’escalation possa compromettere gran parte dei progressi fatti sul piano negoziale si sta diffondendo rapidamente.
Prosegue senza esclusione di colpi la guerra tra Russia e Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022 dopo l'invasione russa. Il presidente Volodymyr Zelensky in un post sui social fa sapere che "la scorsa notte i missili FP-5 Flamingo ucraini hanno colpito uno stabilimento militare a Cheboksary che rifornisce l’esercito dell’occupante di componenti per droni e missili. Anche la raffineria di petrolio di Kuibyshev, nella regione di Samara, è stata colpita la scorsa notte", aggiunge, "la distanza dalla linea del fronte è di oltre 900 chilometri".

© CHRISTOPHE PETIT TESSON/EPA
In Asia ci sono tre fronti caldissimi che ruotano attorno al Pakistan e che rischiano di minare l’equilibrio regionale. Il primo chiama in causa l’escalation con l’Afghanistan. Nelle ultime ore, infatti, l’esercito pakistano ha condotto una serie di raid aerei nelle province afghane di Kunar, Khost e Paktika, provocando almeno tredici vittime civili. Mentre Kabul condanna il blitz, Islamabad sostiene di aver colpito basi operative del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), il gruppo jihadista responsabile di numerosi attentati transfrontalieri. Gli altri due fronti di fuoco del Pakistan comprendono le tensioni nel conteso Kashmir e gli attentati nella regione separatista del Balochistan, entrambi tornati sotto i riflettori dopo settimane di apparente calma.
Sul versante afghano-pakistano, la situazione è tornata a deteriorarsi. In merito all’ultimo attacco di Islamabad, i talebani hanno spiegato che questo avrebbe provocato almeno 13 vittime civili. Tra i morti figurerebbero numerosi bambini, oltre a una donna e un anziano, mentre diversi altri civili sarebbero rimasti feriti.
Le autorità talebane hanno condannato duramente l’operazione, definendola una grave violazione della sovranità nazionale. Islamabad non ha rilasciato commenti immediati, ma in passato ha giustificato interventi analoghi sostenendo di voler colpire basi e combattenti del TTP
Pakistan Airforce has carried out Cross-Border Airstrikes, Targeting 4x Terrorist Hideouts in Paktika, Kunar and Khost, Afghanistan.
— Armed Forces Update (@ArmedUpdat1947) June 10, 2026
These Airstrikes were conducted in Response to a Recent Terrorist attack at FC Post in Peshawar, Martyring 6x Soldiers.
As usual, Afghan Taliban… pic.twitter.com/Em6IvSTyx7
L’escalation non è casuale. Al contrario, è arrivata dopo l’assalto a un posto di sicurezza nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, dove miliziani sospettati del TTP hanno ucciso diversi membri delle forze paramilitari. Il fragile cessate il fuoco raggiunto tra i due Paesi nei mesi scorsi appare ormai compromesso. Le Nazioni Unite hanno già segnalato centinaia di vittime civili causate dagli scontri transfrontalieri nei primi mesi del 2026, confermando come il confine tra Afghanistan e Pakistan sia tornato a essere uno dei punti più critici dell’intera regione.
Non c’è solo l’Afghanistan a turbare i problemi del Pakistan. Il Kashmir amministrato dal Pakistan è stato teatro di violenti disordini che hanno provocato almeno sette morti, tra cui quattro membri delle forze di sicurezza. Secondo quanto riportato dall’Associated Press, gli scontri sono scoppiati dopo una storica sentenza della Corte Suprema locale che ha confermato la legittimità costituzionale di dodici seggi parlamentari riservati ai rifugiati provenienti dal Kashmir controllato dall’India.
La decisione ha riacceso le proteste del Joint Awami Action Committee (JAAC), movimento dichiarato illegale dalle autorità regionali e favorevole all’abolizione di tali seggi, considerati espressione di un’influenza politica sproporzionata. Le manifestazioni sono rapidamente degenerate in episodi di violenza armata, con accuse reciproche tra dimostranti e forze dell’ordine.
Il terzo focolaio di instabilità interessa infine il Balochistan, la vasta provincia sud-occidentale del Pakistan dove gruppi separatisti intensificano da mesi attacchi contro obiettivi governativi, infrastrutture e forze di sicurezza. Il risultato? La combinazione tra ribellione baloch, tensioni nel Kashmir e conflitto lungo il confine afghano sta creando una pressione senza precedenti sulle autorità pakistane, costrette a fronteggiare contemporaneamente tre crisi interne ed esterne.

Karim Khan, il procuratore capo della Corte penale internazionale, è stato sospeso in attesa che una sessione speciale degli Stati membri del Tribunale valuti eventuali provvedimenti disciplinari nei suoi confronti. L'organo è competente a pronunciarsi in via definitiva. La vicenda ha gettato l'istituzione nello scompiglio negli ultimi due anni. L'accusa a carico di Khan, 56 anni, avvocato britannico (di padre pakistano), è di abusi sessuali.
Il procuratore è noto, tra l'altro, per aver spiccato i mandati d'arresto internazionale per crimini di guerra nei confronti di Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu. La Corte penale internazionale è stata istituita nel 2002 per indagare e perseguire le persone accusate dei crimini più gravi al mondo, come il genocidio e i crimini di guerra. Il comitato, composto da 21 Stati membri della Corte, ha votato a maggioranza qualificata per stabilire che Khan si è reso responsabile di gravi illeciti. La decisione è stata presa sulla base di un rapporto di un organo di controllo delle Nazioni Unite e del parere di un gruppo di esperti giuridici, nonché di memorie scritte, presentate da Khan e dalla presunta vittima. Khan si era già dimesso nel maggio 2025, prendendosi un periodo di congedo per difendersi dalle accuse, che egli nega. La decisione rappresenta un passo importante nel processo, ma resta da vedere se Khan verrà rimosso dal suo incarico.
Le accuse di molestie sessuali sono emerse per la prima volta nel maggio 2024. Un team delle Nazioni Unite ha indagato su richiesta della Corte e i risultati sono stati poi esaminati da un collegio di giudici, che ha valutato le prove. Gli investigatori hanno affermato di aver trovato prove che Khan avesse avuto "contatti sessuali non consensuali" con una dipendente di grado inferiore e che si fosse vendicato contro altre due che avevano denunciato le sue accuse al tribunale dopo che lei si era confidata con loro. La donna protagonista della vicenda lavorava come assistente speciale all'epoca dei fatti e Khan era il suo superiore. Le avances iniziali si sono trasformate in rapporti sessuali, nel suo ufficio e in seguito durante i viaggi di lavoro. "La dinamica di potere tra loro faceva sì che lei non potesse dire di no al signor Khan", afferma il rapporto. Le presunte condotte illecite si sarebbero verificate in camere d'albergo durante viaggi di lavoro, nell'ufficio di Khan e nella sua abitazione.
Khan nel 2023 ha spiccato mandati d'arresto internazionali per Putin e nel 2024 contro Netanyahu e il suo allora ministro della Difesa Yoav Gallant, così come per i principali leader di Hamas. Aveva chiesto anche alle autorità libiche di consegnare il generale Almasri ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l'umanità. L'ultima indagine ha sollevato dubbi sulla sua capacità di svolgere efficacemente il suo incarico qualora tornasse a ricoprire la posizione. "Un procuratore capo deve essere noto per la sua onestà", ha affermato Kenneth Roth, ex direttore esecutivo di Human Rights Watch. "Se l'ufficio ha respinto le smentite di Khan, la sua credibilità ne risente gravemente e sorgono importanti interrogativi sull'opportunità che continui a contestare le accuse, anziché dimettersi per il bene della corte".
L'Europa stringe il cappio delle sanzioni, Mosca intensifica i bombardamenti, Kiev rilancia sul terreno diplomatico e su quello militare. La guerra prosegue su due piani paralleli: sul campo con attacchi e sfollamenti, nelle capitali occidentali attraverso pressioni economiche e alleanze, nel tentativo di creare le condizioni per una possibile via negoziale. In questo scenario Bruxelles ha annunciato il 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia. "La nostra costanza sta pagando", sostiene la presidente von der Leyen, rivendicando l'efficacia di una strategia che punta a erodere la capacità del Cremlino di sostenere lo sforzo bellico. Nel mirino finiscono energia, finanza, settore ittico e persino i veterani di guerra, ai quali viene vietato l'ingresso nell'Ue. Secondo von der Leyen, Mosca sta pagando un prezzo crescente, tra inflazione e un drastico calo delle entrate energetiche, diminuite del 40% nel 2026. L'Ue ha adottato una linea pragmatica, sospendendo fino a gennaio l'adeguamento del tetto al prezzo del petrolio russo, per evitare instabilità nei mercati energetici dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz.
Sul piano diplomatico, il Cremlino continua a respingere la mediazione europea, mentre dal vertice di Tallinn, alla presenza di Zelensky, i Paesi nordici e baltici hanno ribadito un forte sostegno all'Ucraina, definendo Mosca la principale minaccia alla sicurezza euro-atlantica, e chiedendo un cessate il fuoco immediato e negoziati per la pace.
In un'intervista al Guardian, Zelensky afferma che la Russia non sta perdendo la guerra, ma progressivamente l'iniziativa. Kiev sostiene che Mosca subisca oltre 30mila perdite al mese, dati non verificabili in modo indipendente. Il presidente ucraino ha inoltre ribadito l'importanza dell'unità occidentale e auspicato una maggiore autonomia europea nella difesa, anche attraverso la creazione di un sistema antimissilistico continentale. Zelensky ha indicato un possibile spiraglio diplomatico dopo l'incontro a Chisinau con Steve Witkoff e Jared Kushner, definito "molto positivo" e finalizzato a rilanciare il dialogo con Washington. Il presidente ucraino ha però ribadito che la pace resta distante: il primo passo dovrebbe essere un cessate il fuoco totale e incondizionato, seguito da un vertice tra Ucraina, Russia, Europa e Stati Uniti. Da Tallin ha anche rivelato che la lettera inviata a Putin ha prodotto risultati: "Non posso condividere i dettagli, ma l'obiettivo che avevo in mente è andato a buon fine". Il commissario europeo alla Difesa Kubilius, preme nel frattempo per trasformare il gruppo E5, di cui fa parte l'Italia, in un Consiglio informale di sicurezza europea.
Il conflitto continua a provocare vittime: raid russi hanno causato 4 morti nel Kharkiv, 2 nel Kherson, oltre a feriti a Zaporizhzhia. Secondo l'Onu dall'inizio dell'invasione sono stati uccisi 15.850 civili e oltre 44.800 feriti. Nel Donbass proseguono le evacuazioni a Sloviansk e Kramatorsk, Kiev accelera il rafforzamento missilistico, ma non avrà più il sostegno bulgaro sulle armi (anche Varsavia tentenna). A Balashikha, vicino a Mosca, un'autobomba ha ucciso il colonnello Damir Davydov. Ci sarebbe lo zampino degli 007 di Kiev.
Un continuo stop-and-go. Una estenuante alternanza fra il rischio di escalation e le speranze di pace. Un Apache abbattuto dagli iraniani e nuovi attacchi israeliani sul Libano tornano a minacciare la fragile tregua fra Stati Uniti e Iran, ma soprattutto la pace di lungo termine che Washington e Teheran cercano ancora, a fatica. A distanza di meno ventiquattr'ore di fuoco, in cui il Medioriente ha rischiato nuovamente la guerra regionale, e dopo l'intervento decisivo del presidente americano per fermare l'escalation fra Teheran e Tel Aviv, Donald Trump promette una risposta, "necessaria" all'attacco che nella notte fra lunedì e martedì ha abbattuto un elicottero Apache dell'esercito statunitense, colpito da un drone Shahed iraniano mentre era alle prese con il pattugliamento dello stretto di Hormuz. I due piloti sono stati tratti in salvo dopo circa due ore, grazie a un drone navale. Ma l'episodio e la risposta promessa da Trump lasciano presagire nuovi scontri. Tutto ciò mentre Israele non rinuncia alla sua offensiva sul sud del Libano, che prosegue con ostinazione.
Come garantito al presidente americano e agli israeliani, Benjamin Netanyahu frena infatti "per ora" sulla risposta ai missili iraniani e sull'attacco a Beirut, ma tira dritto con l'offensiva nel Libano meridionale. Bibi desiste al momento da nuovi attacchi sull'Iran e sulla capitale libanese, ma continua a martellare l'area del Libano a sud del fiume Litani. In sole ventiquattrore sono state circa 30 le vittime e oltre 133 i feriti, di cui almeno 9 nella città di Tiro, dopo l'ordine di evacuazione lanciato già dal mattino dalle Idf, le Forze armate israeliane. Per la prima volta, l'annuncio ai civili diffuso dall'esercito israeliano ha riguardato anche il quartiere cristiano dell'antica città, scatenando il panico perché inatteso. Israele ritiene che Hezbollah operi o si nasconda in zona. Il messaggio è chiaro: colpiremo ovunque si trovino gli estremisti filo-Iran e i cristiani devono scegliere se allontanarli o subire l'offensiva.
Appena un giorno dopo che le ostilità tra Iran e Israele hanno minacciato di far saltare la tregua, anche le operazioni israeliane in Libano tornano dunque a minacciare il fragile cessate il fuoco in vigore da due mesi. L'Iran considera infatti lo stop alle armi nell'intera regione la condizione necessaria e indispensabile per un accordo di pace con gli Stati Uniti. Ma il capo di stato maggiore dell'Idf, Eyal Zamir, avverte che "l'attacco condotto in Iran è stato una preparazione per un colpo molto più significativo e potente". L'offensiva non si ferma: "Il tentativo iraniano di imporre le proprie condizioni e cambiare la realtà fallirà", spiega Zamir, che rimarca l'intenzione di colpire Hezbollah, oltre che la "prontezza e preparazione immediate per un ritorno ai combattimenti in Iran".
Eppure l'accordo Usa-Iran potrebbe arrivare entro due-tre giorni, insiste ottimista Trump. Ma è la 38esima volta che lo ripete, denuncia Cnn, mentre i rischi di un'escalation restano e la popolarità dei leader si erode: secondo un recente sondaggio il 61% degli israeliani non vuole che Netanyahu si ricandidi. Nel mirino, intanto, finisce anche l'estremismo israeliano. La Francia vieta l'ingresso al ministro Bezalel Smotrich, e con Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Norvegia impone nuove sanzioni contro individui e organizzazioni legati alla violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania. Per Israele si tratta di misure "vergognose".
Notte di guerra in Iran. Le forze Usa hanno colpito la zona dello Stretto di Hormuz come rappresaglia a seguito dell'abbattimento di un elicottero Apache americano. Tre ondate di bombardamenti divise su una ventina di obiettivi, tra basi navali e difese aeree. Secondo l'Iran sarebbero stati colpiti anche obiettivi civili, come i serbatoi d'acqua potabile. La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Cinque missili sono stati lanciati contro un'area della Giordania che ospita una base aerea delle forze statunitensi. Presi di mira anche obiettivi in Bahrein e Kuwait. Poi arriva la minaccia: "Se l'aggressione degli Usa continuerà, l'Iran risponderà con attacchi più gravi e diffusi contro obiettivi designati nella regione". Accanto a questo violento scambio di colpi proseguono, intanto, gli sforzi diplomatici.

Almeno 12 persone sono morte in Afghanistan in attacchi pakistani lungo il confine tra i due paesi. Lo hanno riferito autorità locali e governative. “Ieri notte, l’esercito pakistano ha nuovamente violato lo spazio aereo afghano e ha bombardato case civili nelle province di Kunar, Khost e Paktika. Questi attacchi hanno ucciso 11 bambini, una donna e un uomo anziano”, ha riferito il portavoce del governo talebano Zabihullah Mujahid su X. Un funzionario della provincia di Khost ha confermato che nel raid su un’abitazione sono morte nove persone. Vi sono state poi almeno altre tre vittime nella provincia di Paktika.
L’ultimo aumento della violenza è iniziato a febbraio 2026, dopo una serie di attacchi contro le forze pakistane, tra cui quello del 16 febbraio nel distretto di Bajaur. In risposta, il Pakistan ha condotto raid aerei su Nangarhar, Khost e Paktika, innescando ritorsioni afghane e una rapida escalation lungo il confine. Secondo le Nazioni Unite, almeno 42 civili sono morti nella prima settimana di scontri, mentre oltre 115.000 persone sono state sfollate dalle aree di frontiera, tra cui Kurram, Tirah, Bajaur e Chitral.
L'articolo Il Pakistan attacca l’Afghanistan al confine: almeno 12 morti proviene da Affaritaliani.it.


