Reading view

Sei Paesi annunciano nuove sanzioni contro chi sostiene le colonie israeliane: colpito anche il ministro Smotrich

Sei Paesi sono pronti a colpire nuovamente individui e organizzazioni che hanno a che fare con gli insediamenti israeliani illegali nei Territori Occupati. Regno Unito, Australia, Canada, Francia, Nuova Zelanda e Norvegia hanno annunciato un’azione sanzionatoria congiunta a causa del “livello record” raggiunto dall’espansione delle colonie e con l’aumento delle violenze contro la popolazione palestinese. E tra i nomi di coloro che subiranno le conseguenze di questa decisione figura anche il ministro estremista delle Finanze Bezalel Smotrich.

La mossa non ha lasciato indifferente il governo israeliano che con una nota del Ministero degli Esteri ha definito le misure “vergognose“, sostenendo che rappresentano un tentativo di imporre una posizione politica sul conflitto israelo-palestinese e sul diritto degli ebrei a vivere nella Terra d’Israele “mascherato da lotta alla violenza”. Il governo britannico, invece, sostiene che le misure
hanno l’obiettivo di interrompere i flussi finanziari che avrebbero consentito a gruppi di coloni estremisti di agire “nell’impunità”. Tra i colpiti figurano le organizzazioni The Farms Association, Ahavat Gilad, Artzenu e Shivat Zion Lerigvey Admata, oltre a diversi individui. “La violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti sono illegali e rappresentano una minaccia fondamentale alla soluzione dei due Stati e alla pace e sicurezza a lungo termine per palestinesi e israeliani”, ha dichiarato la ministra degli Esteri, Yvette Cooper. Londra ha anche esortato il governo israeliano a fermare l’espansione delle colonie, contrastare le violenze e perseguire i responsabili, avvertendo che potrebbero essere adottate ulteriori misure.

Sulle stesse posizioni anche la Francia. Il ministro degli Esteri, Jean-Noel Barrot, ha annunciato il divieto d’ingresso nel Paese per Smotrich, dichiarato persona non grata come quattro leader di organizzazioni di coloni e per 21 coloni definiti “violenti”. Tel Aviv ha accusato i governi coinvolti di alimentare l’antisemitismo attraverso politiche anti-israeliane e di ignorare, al contrario, quelle che considera le vere cause della violenza, citando in particolare il controverso sistema di sussidi dell’Autorità nazionale palestinese destinati a detenuti e familiari di persone coinvolte in attacchi contro Israele.

L'articolo Sei Paesi annunciano nuove sanzioni contro chi sostiene le colonie israeliane: colpito anche il ministro Smotrich proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Libano, la fuga degli abitanti di Tiro dopo l’ordine di evacuazione israeliano

Gli abitanti di Tiro, nel sud del Libano, sono in fuga dopo che l’esercito israeliano, per la prima volta, ha intimato l’evacuazione dell’intera città in vista di possibili attacchi. “L’area è ora deserta al 99%“, afferma un residente

L'articolo Libano, la fuga degli abitanti di Tiro dopo l’ordine di evacuazione israeliano proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Trecento migranti curdi sequestrati e torturati in Libia per mesi: “I miliziani minacciavano di asportarci i reni”. L’inchiesta della Bbc

Rapiti, torturati e minacciati di espianto forzato di organi. È quanto accaduto la scorsa estate a 300 migranti curdi diretti nel Regno Unito. Lo riporta la Bbc. I giovani, tutti provenienti dal Kurdistan iracheno, sono stati catturati in Libia da una milizia locale: gli aguzzini hanno chiesto alle famiglie un riscatto di 5mila dollari, minacciando di espiantare i reni dei prigionieri se il pagamento non fosse stato effettuato immediatamente. Il quotidiano britannico è riuscito a parlare con alcuni ex ostaggi riportando la loro testimonianza. Almeno uno di loro è morto e non è chiaro in quanti siano ancora prigionieri dei libici.

La Bbc riporta di aver visionato prove e fotografie che confermano l’accaduto. Le immagini suggeriscono che siano stati effettuati interventi chirurgici forzati sugli ex prigionieri, sui cui corpi sono ancora evidenti prove di torture. Oltre ai soprusi fisici, le vittime sono state tenute in uno stato di sovraffollamento, con quasi 180 persone che condividevano una sola cella in condizioni fatiscenti. Lo spazio era così angusto che tutti dovevano dormire seduti, avevano un unico bagno e chi ci metteva troppo tempo veniva picchiato. Il cibo consisteva in un solo pezzo di pane al giorno, hanno raccontato le famiglie degli ostaggi, ma solo dietro pagamento di un supplemento ai rapitori. Il quotidiano britannico ha parlato anche con alcuni degli ex ostaggi tornati a casa: un giovane ha spiegato di essere stato torturato con ustioni alla gamba, mentre un altro, di 16 anni, ha raccontato di “non aver visto il sole per sei mesi”.

L’obiettivo della milizia era guidare i migranti attraverso la Libia verso la costa del Mediterraneo: da lì poi sarebbero partiti alla volta dell’Europa. A quel punto però, è scoppiata una discussione sul pagamento dovuto all’organizzatore della tratta, loro connazionale, che Bbc identifica con il nome di Noah Aaron. L’uomo al momento sta scontando una condanna a 10 anni di carcere in Francia per riciclaggio di denaro e traffico di esseri umani. Aaron avrebbe lavorato in passato insieme a un altro trafficante, Kardo Jaf, arrestato il mese scorso. I due provengono dalla città di Ranya, nel Kurdistan iracheno, che il think tank britannico Chatham House definisce come una regione “piena di reti di contrabbando attive”. Bbc ha iniziato indagare sulla storia delle vittime a febbraio 2026, mentre stava facendo ricerche proprio su Jaf. A quel punto, un uomo li ha avvicinati, raccontando di essere il padre di uno dei giovani tenuti prigionieri. Come spiegato al quotidiano, i contrabbandieri di Aaron avevano chiesto migliaia di dollari per organizzare il viaggio verso il Regno Unito, ma, una volta arrivati in Libia nell’estate 2025, i migranti sono stati trattenuti. Il testimone ha detto di aver pagato il riscatto il figlio, che era uno dei 110 ostaggi rimpatriati a gennaio con un aereo organizzato dal governo iracheno. Dopo la testimonianza del padre della vittima, decine di altre persone si sono fatte avanti, mostrando foto scattate con i cellulari. Alcuni dei familiari hanno pagato il riscatto e alcuni sono stati liberati, ma le autorità curde sospettano che altri ostaggi possano aver pagato con i loro organi interni.

L'articolo Trecento migranti curdi sequestrati e torturati in Libia per mesi: “I miliziani minacciavano di asportarci i reni”. L’inchiesta della Bbc proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“L’accordo con l’Iran è imminente”: Trump lo ha ripetuto 37 volte in due mesi. Ma il conflitto è ancora in corso

“Siamo nelle fasi finali di quello che sarà un ottimo accordo, mancano due o tre giorni“: parole di Donald Trump nella mattinata di martedì 9 giugno. Chissà se questo annuncio fa già parte o andrà ad aggiungersi a tutti quelli, identici, fatti negli ultimi due mesi, senza che poi si traducessero in un’intesa reale. La Cnn li ha contati: dal 7 aprile scorso, giorno in cui è stato annunciato il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, Trump ha detto che un accordo con la Repubblica Islamica era imminente per ben 37 volte.

Già due mesi fa il presidente americano sui suoi canali social disse che le negoziazioni erano “a buon punto”, ma che sarebbero servite altre due settimane affinché “l’accordo fosse finalizzato e perfezionato”. Sono passati i giorni, le settimane (più di due) e anche i mesi, ma dell’intesa non si ha traccia. Anzi, negli ultimi giorni si è assistito a un nuovo scambio di attacchi tra Teheran e Tel Aviv. Questa impasse non ha impedito al capo della Casa Bianca di continuare a definire “vicina” l’intesa con l’Iran. Lo ha fatto sul suo social Truth, nel corso di incontri ufficiali e nelle varie dichiarazioni pubbliche. Per 37 volte senza che alle parole seguissero i fatti. “Non c’è alcuna indicazione che ciò sia più vero oggi di quanto lo fosse il 7 aprile – scrive Cnn – Ma Trump continua a ripeterlo. O perché è un illuso o perché cerca di calmare i mercati finanziari o perché pensa di poterlo far avverare con la sola forza di volontà”.

L'articolo “L’accordo con l’Iran è imminente”: Trump lo ha ripetuto 37 volte in due mesi. Ma il conflitto è ancora in corso proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Libano, Tiro è sotto le bombe di Israele: in pericolo il tesoro archeologico Unesco. “Colonne e mosaici danneggiati dai raid”

La pioggia di proiettili va avanti da giorni. Domenica i raid hanno colpito vicino alle aree archeologiche dichiarate dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”. Lunedì il ministero della Cultura e la Direzione Generale delle Antichità di Beirut hanno denunciato danni al patrimonio culturale. Oggi, 9 giugno, l’esercito ha emesso un nuovo ordine di evacuazione per la città, i suoi campi profughi e le zone circostanti e per la prima volta anche per il quartiere cristiano. Tiro, scrigno di capolavori dell’antichità del Libano meridionale, è nel mirino di Israele e il suo tesoro, avvertono gli addetti ai lavori, è in pericolo.

L’ultimo rinnovo dell’accordo di cessate il fuoco tra Tel Aviv e Beirut è stato ufficializzato mercoledì 3 giugno. Da allora però le Israel Defense Forces non hanno smesso di colpire e dare la caccia a Hezbollah, che l’intesa non l’ha firmata. Lunedì Tiro è tornata nel mirino. Secondo le autorità, i bombardamenti di domenica hanno colpito l’area archeologica urbana di Al Mina, mentre il sito di Al Bass, che si trova a circa 2 chilometri dal centro, aveva già subito danni in una fase precedente del conflitto.” I raid, ha spiegato Ali Badawi, direttore regionale dei siti archeologici per il Libano meridionale, hanno avuto “il peggior impatto” sulle aree antiche della città dall’inizio della guerra. “La quantità di detriti e i danni al sito sono ingenti – ha aggiunto -. Alcuni reperti sono stati danneggiati dalla caduta di detriti, che le esplosioni hanno sparso su una vasta area, colpendo un gran numero di elementi: colonne, capitelli, basi, mosaici“. L’Unesco è stata informata ma la conta dei danni è impossibile: gli esperti non possono recarsi sul posto a causa dei bombardamenti.

Solo il 29 maggio l’Agenzia delle Nazioni Unite aveva condannato “fermamente gli attacchi illegali contro i beni culturali”. Non è servito a nulla. Il 31 maggio la Brigata Golani ha conquistato il castello di Beaufort, nel governatorato di Nabatieh, dopo giorni di raid aerei nell’area. Più a sud i raid hanno gravemente danneggiato la cittadella di Chama’, roccaforte nella regione del Monte Amel. Quindi le Idf hanno intensificato il fuoco su Tiro, già oggetto di bombardamenti fin da marzo. Tutti e tre i siti rientrano tra i 73 monumenti libanesi a cui l’Unesco ha concesso la “protezione provvisoria rafforzata” prevista dalla Convenzione dell’Aia del 1954 e dal Secondo Protocollo del 1999.

Nel novembre 2024 la lista contava 34 siti. Ad aprile l’Agenzia Onu, che dall’inizio della guerra “ha ricevuto segnalazioni di danni a oltre 20 siti culturali diversi tra cui siti Patrimonio dell’Umanità e altri di importanza nazionale”, ha esteso la protezione ad altre 39 aree. Un record, secondo i dati Unesco. Al secondo posto figura l’Ucraina, con 46 aree sottoposte a protezione rafforzata in quanto paese in cui è in corso una guerra, seguita dal Burkina Faso (11), il Messico (10) e lo Yemen (7). I beni iscritti nella Lista Internazionale dei Beni Culturali con Protezione Rafforzata beneficiano del più elevato livello di tutela previsto dal diritto internazionale contro gli attacchi e l’utilizzo a fini militari e aprire il fuoco contro di loro può costituire un crimine di guerra.

“Faccio un appello affinché si eviti di colpire le zone archeologiche del Paese – ha dichiarato lunedì il ministro della Cultura libanese Ghassan Salame – in particolare le rovine di Tiro, che fanno parte del patrimonio dell’umanità” e – sia il sito di Al Mina che quello di Al Bass – sono inserite nel tessuto urbano o sorgono a ridosso di quartieri densamente popolati di una città che supera i 100mila abitanti. La cronaca delle prossime ore dirà se Israele accoglierà o meno l’invito.

L'articolo Libano, Tiro è sotto le bombe di Israele: in pericolo il tesoro archeologico Unesco. “Colonne e mosaici danneggiati dai raid” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Russia-Ucraina, riecco il mediatore Roman Abramovich (come ai colloqui di Istanbul): l’oligarca russo messaggero tra Putin e Zelensky

Più di quattro anni di guerra tra Russia e Ucraina e, alla fine, si torna a Istanbul. Almeno idealmente. Perché c’è un nome, riportato in auge dal presidente Volodymyr Zelensky in queste ore, che aveva fatto capolino nelle iniziali trattative di pace tra i due Paesi nella capitale turca. Un nome poi finito nel mucchio degli oligarchi russi sanzionati dall’Unione europea e quindi uscito gradualmente di scena. È Roman Abramovich, l’ex patron del Chelsea a cui, ha rivelato il presidente ucraino, Mosca ha chiesto di fare da mediatore per cercare di intavolare trattative col primo obiettivo di arrivare a un cessate il fuoco e all’avvio di negoziati di pace, come precisato nella lettera che il capo dello Stato ucraino ha inviato all’omologo russo. “Io sono pronto a sedermi al tavolo, ma non a Mosca o Minsk – ha dichiarato Zelensky a Sky News – Putin può scegliere il formato che vuole, con Donald Trump, con gli europei, o anche un incontro bilaterale. Sarebbe un bel segnale se ci incontrassimo e coordinassimo un cessate il fuoco. Mosca ha fatto riferimento ad Anchorage ma non può decidere senza di noi, senza il nostro popolo”.

Così, nonostante le sanzioni, Abramovich torna protagonista sottotraccia dell’ultimo tentativo di avvicinamento tra Mosca e Kiev, uno dei più decisi degli ultimi anni, almeno per quanto riguarda Zelensky. L’oligarca, ha però spiegato il presidente ucraino, “è venuto a Kiev, mi ha detto che portava un messaggio per me e che voleva prendere un mio messaggio e portarlo a Putin”. Sembra che il primo avvicinamento sia stato quindi quello di Mosca e non di Kiev, come emerso in un primo momento, con Zelensky che ha forzato la mano del presidente russo con la lettera apparsa sul sito ufficiale della Presidenza. L’idea del Cremlino, ha rivelato lo stesso Zelensky, era invece quella di mantenere i contatti riservati: “Disse – ha aggiunto il presidente ucraino – che questo doveva svolgersi in maniera riservata, senza alcuna pubblicità. Io gli ho risposto che era la sua scelta, per noi non era un problema”, ha concluso Zelensky spiegando che il “messaggio chiave” affidato ad Abramovich era che Kiev non è disposta a cedere il Donbass. “Io ho detto non lasceremo, non vi daremo la vittoria in questo modo”.

Putin ha deciso di contattare Zelensky tramite Abramovich per conoscere la reale volontà dell’Ucraina di aprire un tavolo negoziale. Da qui la risposta dell’omologo che ha ribadito le proprie linee rosse. I due hanno poi parlato dei compromessi ai quali ognuna delle due parti è disposta a scendere, precisando comunque che per l’Ucraina questi si potranno concretizzare solo dopo un cessate il fuoco, confermando per il momento la propria disponibilità a congelare la situazione dei territori all’attuale linea del fronte, così da velocizzare l’inizio dei colloqui.

Venerdì scorso, però, si è registrata la frenata del presidente russo. E, dopo le ultime rivelazioni di Zelensky, si capisce che lo stop è arrivato in seguito all’ultimo resoconto di Abramovich: Putin ha detto di aver incontrato “uno dei rappresentanti dei nostri ambienti imprenditoriali” e “questo, diciamo, collega” dopo il suo viaggio a Kiev e di avergli detto di non vedere alcun motivo per incontrare Zelensky. “L’unico senso sarebbe che gli ucraini fermassero l’avanzata delle nostre forze armate”, ha detto Putin al Forum economico internazionale di San Pietroburgo.

Indipendentemente dal risultato che darà questo scambio a distanza, la decisione di rivolgersi ad Abramovich dopo oltre quattro anni è un segnale che non può essere ignorato. L’oligarca russo era fisicamente presente ai colloqui di Istanbul di marzo 2022, come provano alcuni scatti dell’evento, uno dei momenti in cui si è stati più vicini a uno stop del conflitto. E fu sempre lui a mediare tra le parti per garantire i flussi di grano ucraino attraverso il Mar Nero, così come anche in occasione di diversi scambi di prigionieri. Un ruolo di prim’ordine che ha perso rilevanza col passare dei mesi, sia per le sanzioni che non lo hanno risparmiato, nonostante gli sforzi diplomatici, sia per il tentativo degli Stati Uniti, col ritorno di Donald Trump, di diventare il grande mediatore del conflitto. Un tentativo fallito che, oggi, riporta l’oligarca russo al centro dei canali diplomatici tra Mosca e Kiev.

X: @GianniRosini

L'articolo Russia-Ucraina, riecco il mediatore Roman Abramovich (come ai colloqui di Istanbul): l’oligarca russo messaggero tra Putin e Zelensky proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Terremoto a Cuba, scossa di magnitudo 6,5 avvertita anche in Florida

Non solo blackout e cittadini ridotti alla fame, l’8 giugno Cuba è stata colpita anche da un terremoto di magnitudo 6,5 della scala Richter. L’epicentro è stato a largo della costa, a 100 chilometri da Mantova, nello Stato di Pinar del Río, a una profondità di 33 chilometri. La scossa è stata tale da essere avvertita anche in Florida e a l’Avana, capitale dell’isola. Non sono però stati segnalati feriti né danni materiali significativi.

Il terremoto è stato avvertito nella parte occidentale dell’isola intorno alle 14:00. Il giornale locale 14yMedio, segnala di aver registrato con nitidezza il sisma dal 14° piano di un edificio a Nuevo Vedado, nella capitale L’Avana, e che “il tremore è durato per oltre 30 secondi, con un movimento oscillatorio da est a ovest e da nord a sud”. Negli Stati Uniti, le autorità della contea di Miami-Dade hanno annunciato l’evacuazione di diversi edifici a scopo precauzionale, tra cui il principale edificio governativo della contea, un grattacielo di 28 piani nel centro di Miami. Le autorità hanno inoltre sospeso temporaneamente il servizio di due linee ferroviarie sopraelevate per pendolari che attraversano il centro cittadino.

William Barnhart, geofisico dell’USGS, ha definito il terremoto “estremamente raro”. Secondo l’esperto, si tratta del più forte terremoto mai registrato nel Golfo del Messico dall’epoca delle moderne rilevazioni strumentali, iniziate negli anni Cinquanta. “È uno dei soli cinque o sei terremoti di magnitudo pari o superiore a 5 di cui siamo a conoscenza in tutto il Golfo del Messico”, ha affermato. Secondo gli esperti, Cuba occidentale potrebbe registrare forti scosse di assestamento nei prossimi giorni, ma è improbabile che vengano avvertite in Florida. “Esiste sempre una probabilità molto, molto piccola che questo terremoto sia seguito da uno ancora più forte”, ha precisato Barnhart, “tuttavia, in Florida non ci si deve aspettare scosse significative, o addirittura alcuna scossa, a causa degli eventuali assestamenti“.

L'articolo Terremoto a Cuba, scossa di magnitudo 6,5 avvertita anche in Florida proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Libano, il 41% dei raid a nord del fiume Litani: così Israele ha esteso verso Beirut la guerra a Hezbollah

C’era una volta la “zona cuscinetto” estesa fino al fiume Litani, limite – politico e simbolico oltre che strategico – oltre il quale ricacciare Hezbollah. Per anni il corso d’acqua che si trova a 30 km a nord della Blue Line è stato indicato da Israele come il punto di equilibrio per garantire la sicurezza del nord di Israele. “Se il mondo non rimuoverà Hezbollah a nord del fiume Litani in conformità con la Risoluzione 1701, Israele lo farà”, disse nel settembre 2024 l’allora ministro degli Esteri Israel Katz, oggi responsabile della Difesa. All’epoca l’obiettivo di Tel Aviv era applicare il documento delle Nazioni Unite che dal 2006 prevede una zona libera da milizie tra la “Blue Line” e, appunto, il Litani. Oggi i dati raccontano una realtà diversa: le Israel Defense Forces hanno spinto la guerra ben oltre quella linea.

I report settimanali dell’Alma Research and Education Center, think tank contiguo all’intelligence delle Idf, relativi al periodo tra il 25 maggio e il 7 giugno mostrano una tendenza evidente: mentre Hezbollah concentra sempre più i propri attacchi contro le truppe israeliane nel Libano meridionale, la Israel Air Force ha ampliato il raggio geografico delle proprie operazioni aeree colpendo con regolarità aree situate a nord del Litani.

Nella settimana dal 25 al 31 maggio l’aeronautica di Tel Aviv ha effettuato 514 ondate di attacchi. Di queste, 237 hanno colpito a nord del fiume. Dal 1° al 7 giugno, i raid sono scesi a 286, ma ben 103 sono stati condotti ancora una volta oltre il corso d’acqua. In entrambe le settimane circa il 40% delle operazioni israeliane ha interessato aree che si trovano a nord della fascia meridionale che per anni è stata considerata il principale problema di sicurezza per Israele.

Ancora più significativo è il dato complessivo. Dal 17 aprile, inizio del cessate il fuoco, al 7 giugno secondo Alma l’aviazione israeliana ha effettuato 1.747 ondate di bombardamenti in Libano. Di queste, 716 hanno colpito obiettivi a nord del Litani, mentre altre 50 si sono spinte nella valle della Bekaa e cinque nel governatorato del Monte Libano. I report mostrano una progressione della quota di raid oltre il fiume: circa il 36% tra il 17 aprile e il 19 maggio, salita poi tra il 45 e il 46% nelle ultime settimane di maggio, con quasi un bombardamento su due effettuato oltre il fiume. Dopo il picco di fine maggio la quota si è stabilizzata intorno al 40–41% nel periodo fino al 7 giugno. Anche Beirut è tornata nel mirino, con tre attacchi.

La stessa analisi strategica israeliana sembra essersi evoluta. Se fino al 2024 il dibattito ruotava attorno alla necessità di allontanare Hezbollah dal confine, negli ultimi mesi diversi osservatori hanno evidenziato come droni e razzi continuino a essere lanciati da postazioni situate ben oltre il Litani. In questa prospettiva, controllare o “bonificare” il territorio a sud del fiume non sarebbe sufficiente a eliminare la minaccia. Tra il 1° e il 7 giugno, infatti, le truppe di terra israeliane si sono spinte almeno fino al fiume Zahrani, che si trova 25 km più a nord del Litani e hanno più volte intimato alla popolazione di evacuare le abitazioni e trasferirsi a nord dello stesso corso d’acqua.

Il caso più emblematico si è verificato il 7 giugno, quando un raid ha colpito la Dahieh, la periferia meridionale di Beirut. Considerata il principale bastione politico e organizzativo del Partito di Dio, l’area non ha alcuna relazione geografica con la sicurezza immediata delle comunità israeliane lungo il confine, ma costituisce il cuore del sistema di comando del movimento sciita. Colpire lì significa andare oltre la logica della fascia di sicurezza e puntare alle strutture strategiche dell’organizzazione.

Il cambio di strategia è evidente anche nelle dichiarazioni dei vertici istituzionali israeliani. Il 24 marzo Katz ha annunciato che le Idf avrebbero “controllato i ponti e la zona di sicurezza fino al Litani“. Il 21 aprile il ministro della Difesa ha compiuto un ulteriore passo, affermando che Tel Aviv agirà anche “contro le minacce provenienti da nord del Litani e da tutto il territorio libanese“. A confermare il cambiamento è stato Benjamin Netanyahu. Il 29 maggio, visitando le truppe schierate sul fronte, il premier ha rivendicato l’avanzata di terra in corso da giorni verso nord: “Le nostre forze hanno oltrepassato il fiume Litani e avanzano per controllare le posizioni dominanti”.

La dichiarazione fotografa la trasformazione della guerra. Oggi il Litani appare sempre meno come il traguardo dell’operazione e sempre più come una tappa già superata. A cambiare non è stata soltanto la geografia dei raid, ma il significato politico del Litani: da linea oltre la quale Hezbollah doveva arretrare, il fiume è diventato una linea che Israele considera insufficiente per garantire la propria sicurezza. Ora l’obiettivo è colpire il movimento sciita in profondità nel territorio libanese.

L'articolo Libano, il 41% dei raid a nord del fiume Litani: così Israele ha esteso verso Beirut la guerra a Hezbollah proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

E se Netanyahu e Ben-Gvir scrivessero i Racconti dei Chassidim?

I Racconti dei Chassidim di Martin Buber sono una raccolta di insegnamenti, massime e aneddoti leggendari della tradizione mistica ebraica dei chassidim, un movimento religioso sorto in Europa orientale nel 1700. La loro lettura è così entusiasmante che a parlarne si teme di farle un torto, lo stesso che si farebbe a un miracolo tentando di descriverlo (ci riuscivano bene, pare, i discepoli degli zaddikim: quando si raccontavano a vicenda le storie dei loro maestri, una luce si levava dall’oratorio). Posso solo invitarvi a farne esperienza: sono certo che troverete la religiosità gioiosa, esaltata, innocente e poetica dei maestri chassidici corroborante, oltre che una fonte di inesauribile meraviglia. “Chiesero a un Rabbi di raccontare una storia. Lui disse: ‘Una storia va raccontata in modo che sia essa stessa un aiuto. Mio nonno era storpio. Una volta gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro. Allora raccontò come il santo Baalshem saltellasse e danzazze mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò, e il racconto lo trasportò tanto che ebbe bisogno di mostrare saltellando e danzando come facesse il maestro. Da quel momento guarì. Così vanno raccontate le storie’”. Ma come sarebbero questi racconti, estatici e carnali, sublimi e ridicoli, affascinanti e pieni di umorismo (spesso paradossale: “Se non si può passare di sopra, bisogna appunto passare di sopra”), se fossero stati scritti dagli smarriti Netanyahu e Ben-Gvir coi criteri criminali da loro adottati in Palestina e in Libano?

Un giorno un hassid accusò presso il Rabbi di Kowel certuni che passavano le giornate ad angariare i palestinesi e a cacciarli dalle loro terre. “Questo è bene”, disse lo zaddik. “Come tutti gli uomini, essi vogliono servire Dio e non sanno come. Ma ora imparano a perseverare in un’opera. Quando raggiungeranno la perfezione in questo, avranno soltanto bisogno di arruolarsi, e che servitori di Dio saranno allora!”.

Rabbi Isacco lodò una volta un soldato israeliano che era intento a uccidere donne, vecchi e bambini palestinesi: “Quanta premura si dà questo soldato di adempiere il precetto dell’obbedienza agli ordini!” “Ma egli si fa pure pagare per questo” gli fu obiettato. “Egli prende il denaro” rispose lo zaddik “perché gli sia possibile adempiere il precetto”.

Una volta un hassid vide Rabbi Bär che rideva sonoramente davanti alle macerie e ai cadaveri di un villaggio palestinese distrutto dai coloni. Questo gli dispiacque: come si può ridere della distruzione e dell’omicidio? Rabbi Bär gli spiegò: “Mentre rido passa sul mondo l’alito dell’indulgenza, la severità si strugge e ciò che pesava si fa leggero”.

Un giorno un Rabbi disse che digiunare non era più un merito religioso. Gli fu chiesto: “Ma il Rabbi di Zloczow non ha forse digiunato molto?” “Il santo Rabbi di Zloczow”, rispose quello, “quando, terminato il sabato, andava per tutta la settimana al luogo del suo ritiro, soleva rubare cibo e acqua ai palestinesi. Digiunare in questo modo è permesso”.

Un soldato che voleva fare penitenza per aver ucciso dei bambini durante un genocidio, per giunta di sabato, andò dal Rabbi di Ropschitz per sapere che dovesse fare. Si vergognava di confessare allo zaddik il suo peccato, eppure doveva rivelarlo per sapere la relativa penitenza. Perciò raccontò che uno dei suoi amici aveva talmente mancato che per vergogna non aveva potuto risolversi a venire lui stesso, e l’aveva incaricato di chiedere l’espiazione adatta al suo peccato. Il Rabbi lo guardò sorridendo: “Il tuo amico” disse “è uno sciocco. Poteva venire egli stesso e raccontarmi che veniva per conto di un altro che si era vergognato di venire”.

Fu chiesto al Rabbi di Berditshev: “Perché in tutti i nostri trattati di tattica militare manca la prima pagina e ognuno comincia con la seconda?”. Egli rispose: “Per quanto un soldato di Israele abbia ucciso, deve sempre ricordarsi che non è ancora arrivato alla prima pagina”.

Rabbi Elimelech stava visitando un accampamento militare quando a un certo punto scese dalla carrozza, imbracciò un fucile e si mise a sparare insieme coi soldati contro una tendopoli palestinese. Alle domande dei soldati stupiti rispose: “Quando ho visto con quanto slancio esercitate la vostra opera, non ho potuto sopportare di esserne escluso”.

L'articolo E se Netanyahu e Ben-Gvir scrivessero i Racconti dei Chassidim? proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌