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Ddl Valditara sull’educazione affettiva? Fermare questi oscurantisti sta diventando emergenza nazionale

di Enza Plotino

Sarà uno dei primi provvedimenti indegni prodotti dalla destra al Governo che verrà stracciato dai prossimi inquilini di Palazzo Chigi. Speriamo! Perché rappresenta una miscela di rigido moralismo, ipocrita e bigotto, con cui Meloni e i suoi si arrogano il diritto di ergersi a custodi integerrimi del pudore e della morale pubblica, ma anche privata, dando ai genitori “tradizionalmente” intesi la facoltà di esprimere il consenso all’insegnamento nelle scuole medie e superiori dell’educazione sessuale e affettiva. Mentre nella scuola dell’infanzia rimane proibito.

Chiunque sia sano di mente non si capacita di questa grave responsabilità che il Governo si assume con l’approvazione del ddl Valditara, negando a tutta una fascia di minori di poter accedere alle informazioni e a progetti di educazione sessuale e affettiva nelle scuole, ovvero nei luoghi deputati alla formazione collettiva. Di più. Il Disegno di legge rinvigorisce la storica contrapposizione tra la scuola e la famiglia che, da questo momento, viene coinvolta direttamente nella scelta dell’insegnamento sessuale e affettivo, subordinato all’autorizzazione esplicita e scritta da parte dei genitori.

In pratica gli istituti scolastici sono obbligati ad informare le famiglie almeno sette giorni prima dell’inizio delle attività. La comunicazione deve contenere una descrizione dettagliata dei contenuti, degli obiettivi formativi e dell’eventuale partecipazione di esperti o associazioni esterne. Per gli alunni minorenni è, inoltre, prescritta la presenza di un docente della classe durante lo svolgimento dei moduli. In caso di mancata autorizzazione da parte dei genitori, gli studenti non frequenteranno quelle lezioni e la scuola dovrà predisporre attività didattiche alternative, che siano già integrate nel Piano triennale dell’offerta formativa. Un triplo salto mortale all’indietro verso l’oscurantismo medievale.

Per questi negazionisti del progresso culturale e pedagogico, bigotti ascesi al potere, a nulla valgono le ricerche delle miriadi di Fondazioni che hanno da tempo lanciato l’allarme su una generazione che cresce senza strumenti per riconoscere il consenso e sulla diffusione di comportamenti sessisti e di violenza di genere che circolano anche attraverso la rete internet. Mentre le scuole chiedono di essere aiutate, il Governo le imbavaglia, lasciando i ragazzi e le ragazze soli di fronte alla pornografia e alla cultura del possesso del corpo delle donne in cui siamo ancora immersi, invece di sostenere il cambiamento e una nuova grammatica delle relazioni.

A causa di questa spinta oscurantista e ipocrita, tutti i progetti oggi attivi nelle scuole ad opera di dirigenti e insegnanti consapevoli vengono puntualmente messi sotto accusa insieme agli enti locali che si schierano a favore. Il provvedimento dà una patente di sorveglianza speciale alle famiglie e fa diventare l’educazione sessuale e affettiva una “opzione” etica e non un diritto educativo universale, così come dovrebbe essere. Inoltre mina il clima di fiducia reciproca tra scuola e famiglia, già gravemente compromesso in questi tempi di delegittimazione del ruolo pedagogico ed educativo della scuola pubblica.

Un atto gravissimo che si sta compiendo nei confronti delle giovani generazioni e del loro diritto ad ottenere informazioni corrette da professionisti anziché dai social e dalla realtà digitale. “Un danno che si rischia di produrre nei confronti di giovani cittadini e cittadine, considerato anche che l’Italia è uno dei soli sette paesi europei nei quali l’educazione sessuale non è obbligatoria. Ora addirittura si va in direzione contraria e si vieta anche quel poco che le scuole fanno da anni su base volontaria con il servizio socio sanitario”, come dichiarano in una nota i componenti del Pd della Commissione Istruzione della Camera dei Deputati. Fermare la mano di questi oscurantisti sta diventando un’emergenza nazionale.

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Stavolta il mio Presidente si è sbagliato

di Nicolo Venturini

Lo ammetto subito: Nicole Minetti non ispira simpatia nazionale. Igienista dentale diventata consigliera regionale lombarda nell’orbita berlusconiana, condannata in via definitiva per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Non è una cui la maggior parte degli italiani pensava ancora. Ci si può chiedere: chi se ne frega? La procedura è stata rispettata, il bambino è malato, la madre serviva a Boston. Fine. Andiamo avanti.

Non è così semplice.

Non è difficile ignorare Nicole Minetti. È difficile ignorare quello che la sua grazia rappresenta. Parliamo di gente normale — chi paga le tasse, rispetta le regole, aspetta i propri turni nei pronto soccorso e negli uffici pubblici. Chi ha interiorizzato, con la rassegnazione silenziosa che è forse il tratto più italiano di tutti, che esistono due velocità: una per chi ha i santi in paradiso, un’altra per tutti gli altri. A queste persone — che votano, e pagano lo stipendio ai consiglieri regionali, anche a quelli condannati per peculato — la grazia a Minetti è arrivata come un ceffone. Non sorprendente. Peggio: familiare.

Il Presidente della Repubblica occupa un posto peculiare nell’immaginario civico italiano. Non è rispettato per quello che fa nel quotidiano. È rispettato per quello che rappresenta: il luogo dove le schifezze a cui questa classe mediocre di politichelli ci ha abituato dovrebbero fermarsi. Il custode. Quello che firma, ma non sempre. Quello che, almeno in teoria, mette l’interesse dei cittadini davanti all’interesse della Casta.
Per questo la grazia a Minetti fa più male di quanto la vicenda meriterebbe. Non perché Nicole Minetti sia importante. Ma perché il Quirinale lo è.

Minetti non ha scontato un giorno di pena — nemmeno sotto forma di affidamento ai servizi sociali, misura già prevista e non ancora iniziata quando i suoi legali hanno presentato l’istanza. La grazia è arrivata il 18 febbraio 2026, emersa alla stampa due mesi dopo, alla vigilia del processo Ruby Ter. La Procura Generale ha verificato tutto. Nessuna irregolarità. Tutto lecito.

Ma la grazia non è un automatismo. È un atto discrezionale: il Presidente può rifiutarla anche con tutti i pareri favorevoli, come stabilito dalla Corte Costituzionale nel 2006. Non è un notaio. È il garante della Costituzione — quella che all’articolo 3 impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici che limitano di fatto l’uguaglianza.

Nicole Minetti vive con Giuseppe Cipriani, famiglia simbolo del lusso internazionale. Non è una persona abituata a perdere. Per chi vive in quel mondo, la grazia non è sopravvivenza — è la conferma di aver vinto ancora una volta. Contro lo Stato. Contro i giudici. Contro i milioni di persone che le regole le rispettano perché credono valga la pena farlo. Non cancella la pena. Cancella la sconfitta.

Il paese non legge il dossier. Legge il gesto. E il gesto dice che in Italia, se hai le risorse e gli avvocati giusti, ottieni lo sconto. Dice che chi non ha niente di tutto questo resta dove sta — in cella sovraffollata al 139%, dove nel 2025 hanno perso la vita ottantadue detenuti suicidi. Dice quello che il Marchese del Grillo ripete da secoli: esistono due categorie, e non si mescolano mai quando conta davvero.

Mattarella si è sbagliato. Non per dolo, non per connivenza. Si è sbagliato perché ha scelto la procedura sopra il senso del gesto, perché non ha preso posizione. In un paese che ha perso fiducia nelle istituzioni, il senso del gesto conta più della procedura.

Il garante della Costituzione ha garantito la Costituzione di carta. Quella concreta, quella che vive nell’esperienza di milioni di italiani che vanno avanti senza santi in paradiso, è rimasta dov’era.

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Educazione affettiva, il ddl Valditara condanna una generazione a ignorare consenso, contraccezione e malattie

di Riccardo Capanna

Finalmente in Italia è stata approvata l’educazione sessuale nelle scuole. Anzi no. Il ddl Valditara, approvato giovedì dal Senato con 78 voti favorevoli e 38 contrari, non introduce l’educazione sessuo-affettiva come materia curricolare, ma come corso facoltativo cui partecipare solamente previa consenso informato e scritto di entrambi i genitori, neanche fosse l’insegnamento della religione cattolica. Qualora i genitori non dessero il via libera, si ipotizzano, quali materie di “alternativa”, i seminari.

Nessuna riforma dell’istruzione, prima d’ora, aveva avuto bisogno dell’approvazione dei genitori — se no, nessuno avrebbe acconsentito alle leggi Casati (1859) e Coppino (1877) che hanno reso obbligatoria l’istruzione primaria. Anche la Costituzione assegna il dovere-diritto di istruire i più piccoli allo Stato e non alle famiglie: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi” (art. 33). Anzi, “nei casi di incapacità dei genitori”, vedasi famiglia nel bosco, “la legge provvede a che siano assolti i loro compiti” (art. 30).

Ma non è finita qui. Se la Consulta farà passare la legge, i ragazzi, previo consenso di mamma e papà, potranno partecipare ai corsi di educazione sessuo-affettiva a partire dagli 11 anni, anziché dalle elementari come consiglia l’Oms e fanno i Paesi nordici. C’è la paura — dicono dalla destra reazionaria — che s’insegnino “le posizioni sessuali” e “la propaganda gender” ai bambini, ma l’unico rischio è che questi ultimi imparino i nomi corretti delle parti del corpo (pene, vulva, ano…) e riescano a dare un nome ai propri sentimenti (e, dunque, identificarli e denunciarli se tossici o nocivi).

Il neopuritanesimo all’italiana, dove fare sesso non è più un tabù ma è un tabù parlarne, condannerà un’altra generazione a ignorare le Mst, le gravidanze indesiderate, la contraccezione, il consenso. Secondo un’inchiesta della Fondazione Libellula, un ragazzo su 5 tra i 14 e i 19 anni considera normale toccare o baciare una persona senza il suo consenso, per uno su 4 non è strano diffondere i dettagli intimi del proprio partner. Sono i risultati del più prolifico, nonché unico educatore sessuale oggi attivo in Italia: PornHub.

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Ai, il consumo di acqua ed elettricità per raffreddare i data center si sta trasformando in un disastro ecologico

di Serena Poli

Capannoni industriali sterminati stipati di server che lavorano senza sosta per elaborare miliardi di dati. Queste immense infrastrutture sono i data center; sprigionano un calore così devastante che, se non venissero costantemente raffreddati, i circuiti fonderebbero in pochi minuti. Per evitarlo, necessitano di una continua refrigerazione che richiede quantità astronomiche di energia elettrica e di acqua, fatta evaporare per sottrarre calore alle macchine.

Con il boom dell’intelligenza artificiale generativa, questo consumo si è trasformato in un disastro ecologico. Negli Stati Uniti intere comunità fanno i conti con un inquinamento idrico e acustico senza precedenti. Per costruire questi data center sono stati disboscati terreni ed è stato fatto ampio uso di detonazioni per livellare il suolo roccioso. Le falde acquifere sono state contaminate, come anche i pozzi artesiani dei privati cittadini, nei quali sedimenti e fango si sono mischiati all’acqua pulita. Come se non bastasse, le acque con trattamenti chimici usate per disinfettare i circuiti vengono sversate. A questo si aggiunge il ronzio continuo e sordo dei ventilatori, che distrugge la fauna locale e logora la salute fisica e mentale dei residenti.

Alle crescenti proteste di molte comunità locali si è unita recentemente la mobilitazione di Erin Brockovich, che ha lanciato una piattaforma di mappatura collettiva per permettere ai cittadini di tracciare l’espansione di queste strutture. I dati emersi sono spaventosi: un singolo data center può consumare fino a 19 milioni di litri d’acqua al giorno, circa quanto una città di 50-60 mila abitanti. Non solo: per reggere l’enorme richiesta di elettricità di questi impianti, le aziende energetiche sono costrette a potenziare le reti, scaricando i costi di questi lavori direttamente sulle bollette dei cittadini. Il fronte più caldo è attualmente in Texas, dove un mastodontico progetto da 3 gigawatt a Sulphur Springs è già stato travolto da proteste e cause legali per il devastante impatto che avrebbe sul territorio.

E mentre le big tech liquidano le proteste parlando di Ong finanziate dalla Cina per rallentare il progresso statunitense, questa stessa bomba ambientale sta per esplodere anche a casa nostra. L’Italia è diventata la nuova terra promessa di questi giganti. Il cuore di questa espansione è al momento l’area metropolitana di Milano, dove si concentra il 90% dei data center italiani. E, se gli Stati Uniti hanno impiegato dieci anni per vedere i danni ambientali, l’Italia rischia di subirli molto prima.

Eppure la tecnologia per fare le cose diversamente esisterebbe, ma si tratta di soluzioni che hanno costi maggiori e richiedono tempo, dunque sarebbe rallentata la folle corsa al profitto. Ed è qui che il discorso si fa politico: l’intelligenza artificiale ha potenzialità straordinarie ed è una risorsa che ridefinirà la società, che lo si voglia o no.

Il punto non è combattere il futuro, ma regolamentarlo affinché non venga edificato sulle macerie del bene comune. Da anni assistiamo alla distruzione sistematica dell’ambiente con guerre, sfruttamento indiscriminato delle risorse e ora i data center, mentre la politica si è limitata a mettere in atto nei confronti dei cittadini una colossale operazione di ‘gaslighting’, quella manipolazione che ribalta la colpa sulla vittima. Per decenni la politica ha spostato il peso della crisi ecologica sulle persone comuni (riciclo, alimentazione, consumi), tutelando deliberatamente sistemi industriali e produttivi da sempre responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni globali.

Sì, anche le nostre ‘piccole azioni’ possono essere importanti, ma non se i colossi industriali possono vanificarle in un secondo. Serve una dura regolamentazione politica che imponga vincoli severi: la responsabilità deve partire da chi ha l’impatto maggiore, altrimenti continuiamo a incolpare i cittadini perché le loro azioni quotidiane non bastano ad arginare il disastro dei giganti.

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