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Antes de estreia na Copa, jogador dos EUA explica fanatismo pelo NY Knicks

A última linha de defesa entre o nova-iorquino Tyler Adams e uma comemoração que esperou uma vida inteira para acontecer, as almofadas bege do luxuoso hotel da equipe se transformaram em um trampolim enquanto Adams e a Seleção Masculina dos EUA celebravam a improvável vitória do Knicks contra o San Antonio Spurs no Jogo 4 das Finais da NBA.

Após OG Anunoby converter o arremesso curto de três pontos de Jalen Brunson, Adams — usando apenas um par de chinelos vermelhos casuais nos pés — pulou no sofá e por cima das almofadas.

Em seguida, para completar a comemoração, o meio-campista inverteu o movimento, saltando por cima do encosto do sofá e voltando para as almofadas, com uma expressão de puro choque e alegria estampada no rosto.

Sem dúvida, as acrobacias no sofá fizeram o coração de muitos torcedores de futebol nos EUA disparar. Nesta sexta-feira (12) à noite, Adams jogará aquela que é, indiscutivelmente, a partida mais importante de sua carreira.

Os Estados Unidos enfrentam o Paraguai no Estádio de Los Angeles, em um jogo da Copa do Mundo que vem sendo considerado nada menos que o momento mais crucial na evolução do futebol americano.

SOMEONE CHECK ON KNICKS FAN TYLER ADAMS https://t.co/ISvTYiYAie pic.twitter.com/2yy3qpec1S

— U.S. Soccer Men’s National Team (@USMNT) June 11, 2026

Mas ser fã é ser fã, e Adams, nascido em Poughkeepsie e criado em Wappinger Falls, nasceu em fevereiro de 1999. Alguns meses depois, os Knicks chegaram às finais; e nunca mais voltaram desde então. Ele, assim como gerações que remontam a mais de 50 anos, nunca presenciou um campeonato da NBA.

“Olha, eu tenho grupos de bate-papo com meus amigos da minha cidade natal, e sempre fomos fãs dos Knicks”, disse Adams à CNN Sports. “Nunca fomos tão unidos assim, então é emocionante. Eu fiquei sem palavras.”

O vídeo da comemoração dele e de seus companheiros de equipe, além de viralizar, era encantadoramente genuíno, um retrato de como – independentemente do nível de fama pessoal ou sucesso atlético – no fundo, todos são uma criança torcendo pelo seu time.

A seleção masculina dos EUA… são como nós. E, assim como nós, Adams não hesitou em revelar quais companheiros de equipe não eram torcedores do Knicks.

“Brenden Aaronson, um hater”, disse Adams. “Ele é torcedor dos Sixers.” Em defesa de Aaronson, ele cresceu em Medford, Nova Jersey, do outro lado do rio, em relação à Filadélfia.

O fato de, no último treino antes da participação dos EUA na Copa do Mundo em solo americano, as cinco primeiras perguntas dirigidas a Adams terem sido sobre o Knicks, diz algo sobre a inclinação da cultura esportiva americana.

“Essa vai ser a pergunta agora, tá bom?”, disse Adams, rindo. A Copa do Mundo pode ser o maior evento esportivo do mundo, mas a luta por espaço na consciência esportiva dos EUA continua.

A menos que você investigue a fundo, encontrará paralelos entre a missão da seleção masculina dos EUA e a trajetória dos Knicks.

Apesar de terem dominado os playoffs e vencido 11 jogos seguidos, os Knicks eram considerados azarões nas apostas quando a série começou contra o San Antonio. Ao longo de todos os playoffs, e especialmente nos últimos quatro jogos, eles construíram uma reputação de garra e coragem.

Protagonizaram três viradas épicas contra os Spurs, reservando a mais inacreditável para a mais recente, quando se recuperaram de uma desvantagem de 29 pontos.

Nesse processo, os Knicks alcançaram uma tarefa quase impossível: tornaram um time esportivo profissional de Nova York simpático.

A tarefa da seleção americana é ainda mais árdua. As chances de vitória na Copa do Mundo são de 60 para 1, e um bom desempenho realista seria algo em torno da classificação para as oitavas de final.

Mas, caso tenham sucesso, terão alcançado algo semelhante à conquista mais ampla dos Knicks: terão aberto o esporte a um público maior e talvez o tornado atraente para aqueles que optam por não acompanhá-lo.

“É realmente fascinante”, disse Adams sobre a improvável trajetória dos Knicks. “Eles serem meio que os azarões do Leste e conseguirem algo especial, como estão fazendo agora? Isso me inspira. Mas, ei, eu sou torcedor do New York Knicks.”

NBA: Knicks tentam quebrar jejum de 53 anos nas finais contra os Spurs

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La grande confusione sotto il cielo del basket a Roma: così il fermento per Nba Europe rischia di diventare caos

Un campionato, e un movimento in generale, ridotto ai minimi termini. Società che traballano o saltano proprio, squadre che si spostano come soprammobili, e altre che spuntano come funghi dal nulla. C’è grande confusione sotto il cielo del basket italiano, e non è chiaro se si tratta di un fermento positivo, o semplicemente di caos. Tutto ruota intorno a Nba Europe, il lancio della nuova competizione targata Nba, che vorrebbe replicare anche nel Vecchio continente il successo americano: un campionato semi-chiuso, con 12 franchigie permanenti che in parallelo continueranno a giocare anche nei rispettivi campionati nazionali, e un numero molto limitato di posti (pare inizialmente quattro) per chi si qualificherà, probabilmente attraverso la Champions League. Un progetto non ancora ufficializzato, che dovrebbe partire nell’autunno 2027 nonostante molti punti interrogativi (a partire dalla convivenza con l’Eurolega, con cui da mesi si discute di un possibile, difficile accordo), ma che promette di essere una gallina dalle uova d’oro. Nelle intenzioni degli organizzatori, che guardano più alla piazza intesa come bacino d’utenza che alla tradizione sportiva, l’Italia avrà due squadre: una a Milano, che già da anni è leader del campionato con l’Armani, l’altra a Roma, dove una squadra di massima serie invece manca da tempo. Proprio per questo adesso nella Capitale stanno nascendo non una, ma ben due.

Per semplicità, ribattezziamole Roma1 e Roma2. Il primo progetto è quello che fa capo a Donnie Nelson, figlio del leggendario allenatore Nba Don, e che ha di fatto formalizzato l’iscrizione al prossimo campionato, acquistando il titolo da Cremona e poi spostandolo nella Capitale. Il secondo, invece, è la cordata di Paul Matiasic, imprenditore americano già patron della Pallacanestro Trieste. Roma1 fin qui è stata più reclamizzata, un po’ perché banalmente ha già una squadra acquisita senza particolari tensioni (Cremona conviveva da tempo con ristrettezze e difficoltà e in pochi si sono lamentati della scomparsa, a parte i suoi tifosi, ovvio). E poi, soprattutto, grazie anche al coinvolgimento in società della stella Nba Luka Doncic: alcune voci lo vorrebbero addirittura fisicamente presente alla conferenza del 25 giugno in Campidoglio. Un nome clamoroso, che da solo illuminerebbe l’intero movimento, chiaro che media e istituzioni stendano il tappeto rosso. Dimenticandosi di un piccolo dettaglio, che fin qui non è stato approfondito a dovere: le norme Nba vietano espressamente ai tesserati di detenere qualsiasi tipo di interesse finanziario, diretto o indiretto, in altre franchigie. Si potrà sostenere che quello europeo è un circuito a parte e non comunicante con quello americano, ma servirà comunque un chiarimento interpretativo per sdoganare il tanto sbandierato coinvolgimento di Doncic.

È solo una delle tante incognite di un progetto che fin qui è andato avanti a colpi di annunci sensazionali, non sempre rispettati. Come allenatore doveva arrivare Sasha Djordjevic, che però è andato in Turchia. Come impianto hanno ripiegato sul PalaTiziano, che nonostante la recente ristrutturazione non ha i minimi nemmeno per le coppe europee, figuriamoci per Nba Europe. Mentre il sogno del Foro Italico (dopo la copertura del Centrale del tennis, non prima del 2028) pare più che altro una chimera: il vero piano del Comune e del sindaco Roberto Gualtieri (che si tratti di Roma1 o 2), porta a Fiera di Roma, dove sono disponibili enormi cubature e trasporto pubblico, senza congestionare ulteriormente il centro.

Dall’altra parte, Matiasic si muove a fari spenti ma in maniera forse più concreta. Si è aggiudicato, ad esempio, il PalaEur con un’offerta faraonica di circa 170mila euro a partita, sbaragliando quella del rivale, a riprova della propria solidità. E si sente in vantaggio nei colloqui con Nba Europe, dove entrerà semplicemente chi avrà la maggior disponibilità economica (l’investimento iniziale è esorbitante, si parla di almeno mezzo miliardo). Certo, sconta un problemino non da poco, cioè non avere ancora una squadra a Roma. Matiasic è proprietario di Trieste, che però lascerebbe volentieri lì dov’è, anche per rispetto della realtà che lui stesso ha costruito con discreto successo: preferirebbe piuttosto venderla e acquisire un altro titolo, da portare nella Capitale. Per questo, in pieni playoff scudetto, era uscito il nome della semifinalista Brescia, che a sua volta avrebbe poi dovuto procurarsi un altro titolo magari in una categoria inferiore per sopravvivere: uno spettacolo desolante per il nostro campionato. Vedremo come andrà a finire: una data cerchiata in rosso sul calendario è quella del 26 giugno, per allora dovrebbero definirsi le iscrizioni al prossimo campionato.

La sensazione, come detto, è che alla fine, in un modo o nell’altro, entrambe giocheranno in Serie A. La vera partita, però, è l’ingresso in Nba Europe, e qui il posto rimane uno. Visto che è abbastanza evidente che sia Nelson jr. che Matiasic stiano facendo tutto ciò soltanto per quell’obiettivo, è legittimo chiedersi cosa ne sarà dell’esclusa: il rischio è di ritrovarsi una squadra fantasma nel giro di un paio d’anni. Così come, più in generale, sarebbe importante interrogarsi se sia questa la strada giusta per salvare il basket italiano. La Federazione del presidente Gianni Petrucci e tutto l’ecosistema Fiba guardano con favore all’avvento di Nba Europe perché promette di portare nuove risorse in un movimento agonizzante. E – dettaglio non trascurabile – di concedere i giocatori nelle finestre delle nazionali, cosa che non avviene con Nba, Ncaa, e sempre con maggior difficoltà anche con Euroleague, competizione che alla lunga si è rivelata poco sostenibile, se non per limitate realtà. Si tratta però anche di trapiantare in Europa un modello americano che poco ha a che fare con la nostra idea di sport, dove le squadre sono franchigie che si possono comprare e spostare a piacimento, proprio quello che sta accadendo in Serie A, e gli spettatori non sono necessariamente dei tifosi. Magari lo diventeranno.

X: @lVendemiale

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‘Thank God for the Knicks’: New Yorkers abuzz after historic Game 4 comeback

Largest comeback in NBA finals history galvanizes city and inspires morning-after chants of ‘Knicks in five!’

New Yorkers woke up on Thursday morning – those who had even slept in the city that never sleeps – still jubilant after the Knicks men’s basketball team had made history the night before.

The team staged the largest comeback in NBA finals history to overcome the San Antonio Spurs in the dying seconds of the fourth game of the finals – and put themselves 3-1 up and within one game of a rare championship win.

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© Photograph: Olga Fedorova/EPA

© Photograph: Olga Fedorova/EPA

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Quali Mondiali? A New York esistono solo i Knicks: l’entusiasmo è tutto per la caccia al titolo NBA

Ventinove punti rimontati in poco più di due tempi. Non era mai successo in una finale Nba. C’è già chi la racconta come la partita più importante della storia dei Knicks da 53 anni, da quel 1973 che regalò alla squadra di New York il suo ultimo anello. Non è ancora finita, e la sfida di giovedì notte conferma che in tutti gli sport davvero vale il vecchio aforisma non è finita finche non è finita, ma il 3-1 della serie, soprattutto per come è arrivato, tranquillizza molto chi temeva – in fondo tutto il mondo è paese – che il “sistema” avrebbe fatto di tutto per non far vincere New York. Sì, certo, oggi incomincia il Mondiale di calcio, l’evento più grande di sempre, Infantino dixit, o forse era Trump?, no era proprio Infantino, che però è ormai diventato un replicante di The Donald, per cui è lo stesso. Dunque, comincia la Fifa World Cup, là dove Fifa non è più soltanto un complemento aggiunto a una denominazione storica, bensì il compendio di tutto quanto sarebbe stato meglio non fare, di cui fortunatamente si è parlato abbastanza in questi giorni, e anche di tutto quanto invece funzionerà.

Si aprono le danze: kick off, stadi che alla fine saranno tutti pieni o quasi e grandi ascolti tv planetari garantiti, i migliori calciatori del mondo pronti a dare spettacolo. Ma New York è in tutt’altre faccende sportive affaccendata. Se passeggiate per Manhattan, difficile capire che qui siamo al centro del mondo del calcio: giusto un po’ di poster degli sponsor principali, in genere piuttosto discreti, nessun 6×3 per intenderci, qualche sudamericano con la maglietta della nazionale del suo Paese, una manciata di maxi-palloni griffati disseminati per i cinque boroughs, giusto per farli fotografare a turisti e tifosi. Niente altro. Tutto il resto è Knicks. Cappellini dei Knicks indossati anche sopra grisaglie e tailleurs, quei pochi rimasti, magliette dei Knicks, pantaloncini dei Knicks, persino sciarpe dei Knicks, approfittando di un’estate ancora abbastanza fresca. Una miriade di locali attrezzati con maxi-schermo per vedere le finali, gremiti dentro e fuori durante le partite e circondati da ristoranti desolatamente vuoti. Con boati di folla impazzita di cui da queste parti non si aveva memoria. È vero che la città che non dorme mai ha cambiato abitudini, adesso va quasi tutta a letto piuttosto presto. Ma a questo nuovo way of life un po’ tristanzuolo si può derogare in via del tutto eccezionale: ovviamente per la Nba o meglio per i Knicks, non certo per il soccer, la Fifa World Cup sarà magari alla fine davvero l’evento più grande di sempre, ma non qui, non nella Mela un po’ avvizzita di questi tempi, e di certo non a Manhattan, al di sotto della Centodecima Strada.

Del resto, lo stadio locale, quello dove stavolta si giocherà anche la finalissima, non è in città, e neppure nello Stato di New York, ma nel New Jersey, anche se solo a una ventina di minuti di treno e una mezz’ora di bus, traffico permettendo, da Midtown Manhattan. Per cui non ci dovrebbero essere neppure problemi di sicurezza e di ordine pubblico, nonostante il MetLife Stadium di East Rutherford, capienza 80.663 posti certificati, casa delle due squadre di football, Nfl, di New York, Giants e Jets, e teatro di grandi concerti musicali, aprirà i suoi cancelli mondiali per ospitare, sabato sera, la partita più importante di tutta la prima fase, quella fra le due squadre con il ranking Fifa più alto, Brasile e Marocco, debutto mondiale in panchina di Carlo Ancelotti, unico allenatore straniero nella storia della nazionale più titolata di sempre. Piuttosto un certo allarme potrebbe scattare per Francia-Senegal, martedì prossimo, ma solo, nell’eventualità, a questo punto non improbabile, che la finale Nba arrivi a gara 6.

In quel caso, i tifosi di ritorno dal New Jersey, la partita è fissata alle 15, potrebbero incrociare il popolo dei Knicks, non tanto i privilegiati che sono riusciti a trovare il biglietto per il Madison Squadre Garden, quanto quelli abituati a raggrupparsi vicino al palazzetto per sostenere la squadra dall’esterno, godersi la sfida sui maxischermi e poi eventualmente festeggiare, tifosi un po’ irrequieti che già lunedì scorso, poiché allontanati dalla zona calda per via della presenza di Trump, hanno dato vita a tafferugli con la polizia. Knicks, sempre Knicks, fortissimamente Knicks. Se non fosse per i Knicks, qui il calcio non darebbe nessun problema, gli ultrà del pallone non abitano in America. Di sicuro, non a New York. Dove finora il Mondiale non ha sollecitato neppure tentativi di sfruttarne l’eco e la popolarità universale per ottenerne vantaggi economici, sociali o persino religiosi, per fare da cassa di risonanza al malcontento. Altrove è diverso.

A Città del Messico le vie della capitale negli ultimi giorni sono state invase da manifestazioni di protesta di varie categorie, dai maestri elementari ai contadini, infuriati per la spesa pubblica a loro avviso dilapidata per i Mondiali. A Los Angeles il sindacato di baristi, camerieri, cuochi e altri addetti allo stadio ha ottenuto un aumento delle paghe dopo avere minacciato uno sciopero in occasione della partita inaugurale del Mondiale negli Usa. Ad Atlanta una rete di monitoraggio formata da varie organizzazioni sindacali, di attivisti per il diritto alla casa e di difensori dei diritti degli immigrati si è mobilitata contro l’Amministrazione locale che ha consentito, a fronte di ricavi stimati per circa 1 miliardo di dollari indotto compreso, di ottenere per il bilancio comunale soltanto 4 milioni di dollari di entrate fiscali dirette. A Seattle i predicatori evangelici di strada si stanno mobilitando con i loro potentissimi altoparlanti mobili per ricordare alle decine di migliaia di tifosi attesi in città, prevalentemente musulmani, che senza pentimento andranno incontro inevitabilmente alla dannazione eterna. Nella notte newyorkese invece risuonano i clacson delle automobili che danno vita a caroselli qui davvero poco abituali. Per festeggiare la maxi-rimonta e il 3-1 dei Kincks, ovvio. Ma senza fare troppo rumore e, soprattutto, senza fare troppo tardi. Altro che città che non dorme mai.

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Caos en Nueva York por el cuarto partido entre los Knicks y los Spurs: explosiones, peleas...

El cuarto partido de las finales de la NBA entre los Knicks y los Spurs volvió a quedar eclipsado en parte por el caos y la tensión vivida en los aledaños del Madison Square, donde desde antes del encuentro los aficionados de la franquicia neoyorquina provocaron fuertes altercados con peleas, explosiones... Además, el francés Victor Wembanyama fue insultado y acosado.

Ya había sucedido en los partidos previos de la serie, por lo que la ciudad de Nueva York y la policía establecieron un perímetro con una valla para prohibir a los aficionados acercarse a las inmediaciones más próximas del estadio. Sin embargo, esta medida enfureció aún más a los aficionados y el caos en la ciudad creció.

Durante el partido se llegaron a escuchar fuera varias explosiones provocadas por esos ultras, que protagonizaron múltiples peleas y acabaron en numerosas detenciones.

Tras el encuentro, que dejó una de las remontadas más épicas al ganar en el último suspiro los Knicks 107-106, los graves altercados continuaron, también en los aledaños del hotel en el que se alojaban los jugadores de los Spurs.

Las estrellas de la franquicia de San Antonio, entre ellas Victor Wembanyama, fueron acosados por los aficionados de los Knicks. Incluso les lanzaron huevos, según muestran las duras imágenes.

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Taylor Swift, Timothée Chalamet y otros famosos que han vibrado con la remontada de los Knicks

© Vincent Carchietta (IMAGN IMAGES via Reuters Connect)

Nueva York enloqueció este miércoles con el palmeo de OG Anunoby a un segundo del final que dio a los Knicks la victoria por 107-106 ante los San Antonio Spurs, tras culminar una remontada de 29 puntos, la mayor de la historia de
las Finales de la NBA. En el el Madison Square Garden no faltaron numerosos famosos, como Taylor Swift.

© Jan Téllez Asensio (EFE)

La estrella del pop Taylor Swift apareció en la pantalla del estadio neoyorquino durante el cuarto partido de las finales de la NBA entre New York Knicks y San Antonio Spurs. Tras su histórica victoria del miércoles, los Knicks están a un partido de poder ganar su primer anillo de la NBA desde 1973.

© Brad Penner (IMAGN IMAGES via Reuters Connect)

El actor Timothée Chalamet, a pie de cancha, en un momento del partido.

© Brad Penner (IMAGN IMAGES via Reuters Connect)

Timothée Chalamet acudió al encuentro junto a su pareja Kylie Jenner, la más pequeña de las hermanas Kardashian.

© Vincent Carchietta (IMAGN IMAGES via Reuters Connect)

El actor Ben Stiller acudió al partido junto a su esposa, la también actriz Christine Taylor. En la imagen, ambos charlan con el intérprete y cómico Tracy Morgan en el cuarto partido de la final de la NBA.

© Ross D. Franklin (AP Photo/Ross D. Franklin)

Ben Stiller junto a los exjugadores de la NBA Spencer Haywood y Larry Johnson.

© Ross D. Franklin (AP Photo/Ross D. Franklin)

El director Spike Lee durante el intermedio del partido.

© Brad Penner (IMAGN IMAGES via Reuters Connect)

El presentador Jimmy Fallon tras la victoria de los Knicks en el cuarto partido de las Finales de la NBA contra los San Antonio Spurs.

© Ross D. Franklin (AP Photo/Ross D. Franklin)

El actor Adam Sandler y su esposa Jackie durante el partido.

© Vincent Carchietta (IMAGN IMAGES via Reuters Connect)

El comediante, escritor, actor Larry David (en el centro, con gafas y sin gorra) junto al exjugador de tenis John McEnroe (con la camiseta de los Knicks con el número 7) durante el cuarto partido de la final de la NBA.

© SARAH YENESEL (EFE)

El actor y cómico Jerry Seinfeld (con chaqueta granate) celebra la victoria de los New York Knicks. El equipo de baloncesto neoyorquino ganó en el último momento a los San Antonio Spurs tras el tanto de su alero OG Anunoby.

© Frank Franklin II (AP Photo/Frank Franklin II)

Taylor Swift acudió acompañada de dos de las tres integrantes y hermanas de la banda estadounidense de pop-rock Haim (en la imagen, junto a Este). Otros famosos que no se perdieron el partido fueron el actor Jon Hamm, el cómico Chris Rock, las actrices Emma Roberts y Sydney Sweeney o Hailey Bieber.
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Superremontada de los Knicks para rozar el anillo

Nueva York enloqueció este miércoles con el palmeo de OG Anunoby a un segundo del final que dio a los Knicks la victoria por 107-106 ante los San Antonio Spurs, tras culminar una remontada de 29 puntos, la mayor de la historia de las Finales de la NBA.

Con este triunfo, los Knicks toman una ventaja de 3-1 y quedan a una sola victoria de su primer anillo desde 1973, que podrían conquistar este próximo sábado en San Antonio. Solo los Cleveland Cavaliers de LeBron James en 2016 han remontado un 3-1 en la historia de las Finales.

Jalen Brunson con 36 puntos y Anunoby con 31 metieron a los Knicks en la historia del baloncesto con esta remontada en el Madison Square Garden.

Arranque diabólico de San Antonio

Después de que los Spurs ganasen los primeros cuartos en los tres primeros partidos de las Finales, el mensaje de Mike Brown a sus jugadores antes del duelo de este miércoles fue contundente: "No podemos permitir que empiecen bien esta noche".

Más fácil dicho que hecho. En un abrir y cerrar de ojos los Spurs se pusieron 2-12 con una ventaja de 10 puntos, cargando a Karl-Anthony Towns con dos personales tras 62 segundos de partido, las más rápidas en unas Finales desde 1998.

Brown pidió tiempo muerto, pero los Knicks no pudieron cambiar el ritmo envenenado que los Spurs impusieron. El primer cuarto terminó con San Antonio 22-41 arriba, con un 65,2 % de acierto de los Spurs por un 29,4 % de los Knicks; una auténtica pesadilla en el Garden.

Al contrario que en partidos anteriores, los Spurs no levantaron el pie del acelerador en un segundo cuarto que se convirtió en una lluvia de triples que dejaron en silencio sepulcral al otrora bullicioso pabellón neoyorquino.

Dylan Harper, con un perfecto 3 de 3, junto a De'Aaron Fox, Devin Vassell, Julian Champagnie y Carter Bryant, firmó los ocho triples de los Spurs en 16 intentos durante el segundo cuarto, para un total de 14 de 26 desde el perímetro al descanso.

Solo Jalen Brunson, con 15 puntos en el segundo cuarto, mantuvo a unos Knicks desbordados con esperanzas de firmar una remontada épica.

El marcador al descanso era de 49-76, una diferencia de 27 puntos que dejó un récord histórico: la mayor ventaja de un equipo visitante al término de la primera mitad unas Finales de la NBA.

Palmeo con sabor a anillo

Tras verse 29 abajo al inicio del segundo tiempo, los Knicks firmaron un parcial de 13-0, una de sus especialidades, para reengancharse al partido. Al fin y al cabo, estos mismos Knicks remontaron 22 puntos en menos tiempo a los Cleveland Cavaliers.

Los Spurs se empezaron a poner nerviosos. De las dos pérdidas en toda la primera mitad a cinco en el tercer cuarto. Del 53,8 % en triples a un 16,7 % (2 de 12). De la lluvia a la sequía: San Antonio cerró el cuarto con solo 14 puntos.

El intento de remontada de los Knicks, liderado por OG Anunoby, dejó el marcador 75-90 de cara al último cuarto, con las buenas sensaciones del bando local.

Otro vendaval neoyorquino en forma de 20-4 puso a los Knicks a solo cuatro puntos (95-99) con más de cuatro minutos y medio por jugar. A Victor Wembanyama -24 puntos y 13 rebotes- se le había borrado la sonrisa. Lo que iba a pasar parecía ya inevitable.

Mitch Johnson pidió tiempo muerto y Fox metió un triple para dar un poco de aire a los Spurs, pero no sirvió de nada. A 1:22 del final, una canasta de Brunson daba a los Knicks su primera ventaja de todo el partido con 105-104.

Stephon Castle devolvió el mando a los Spurs desde el tiro libre con 30 segundos por jugar.

Balón a Brunson, que falló la canasta, dando a los Spurs la última posesión, pero Fox, en lugar de quemar tiempo o esperar la falta, intentó el tiro y falló, dando de nuevo la posesión a los Knicks.

Fue entonces cuando Anunoby palmeó el rebote de un triple fallado por Brunson y desató la locura en el Madison Square Garden. De la miseria a la gloria en 24 minutos.

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Los Knicks enloquecen con una remontada imposible

Los de Nueva York toman una ventaja de 3-1 y quedan a una sola victoria de su primer anillo desde 1973, que podrían conquistar este próximo sábado en San Antonio. Solo los Cavaliers de LeBron en 2016 han remontado un 3-1 en la historia de las Finales Leer

Los de Nueva York toman una ventaja de 3-1 y quedan a una sola victoria de su primer anillo desde 1973, que podrían conquistar este próximo sábado en San Antonio. Solo los Cavaliers de LeBron en 2016 han remontado un 3-1 en la historia de las Finales
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Spurs buscará igualar final de la NBA ante New York Knicks

New York, Estados Unidos, 10 jun (Prensa Latina) El quinteto de San Antonio Spurs buscará aprovechar la localía hoy para igualar la final del baloncesto profesional estadounidense (NBA) ante New York Knicks.  

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Choc a New York: tifoso degli Spurs massacrato di botte e costretto a togliere la canotta. Finisce in ospedale con il volto insanguinato

Un gruppo di tifosi dei New York Knicks, delusi per la sconfitta della loro squadra in gara 3 delle Finals Nba contro i San Antonio Spurs, ha aggredito un tifoso della squadra rivale con calci e pugni, rubandogli la maglia di Tim Duncan durante una violenta aggressione a Midtown Manhattan. Mercoledì la polizia ha diffuso le immagini di videosorveglianza degli aggressori che hanno assalito il tifoso degli Spurs di 39 anni, chiedendo la collaborazione di tutti per identificarli e rintracciarli.

Tutto ciò si è verificato mentre la polizia stava già per arrestare 21 tifosi dei Knicks, accusati di aver creato disordini durante una festa organizzata per guardare la partita a Bryant Park, bloccando il traffico sulla 42esima Strada Ovest, sradicando diversi alberi e ferendo almeno due agenti della polizia newyorkese dopo gli scontri. La vittima stava tornando in hotel intorno alle 00:15 di martedì, dopo gara 3 delle finali NBA, quando è stata circondato da un gruppo di giovani. Alcuni degli aggressori indossavano delle maglie dei Knicks.

Secondo quanto riferito dalla polizia e come si vede anche dai video, il gruppo ha picchiato e preso a calci la vittima, strappandogli la maglia numero 21 degli Spurs e scappando via. Il tifoso degli Spurs è stato trasportato all’ospedale Mount Sinai West, con diverse ferite e il naso sanguinante.

Tutto ciò mentre a New York c’è attesa per gara 4 delle finali NBA, in programma mercoledì notte al Madison Square Garden. Il sindaco Mamdani ha autorizzato una serata con biglietto d’ingresso all’esterno del MSG, ma ha messo tutti in guardia con un post su X. “Mentre ci prepariamo a guardare la partita insieme, vorrei essere chiaro: questo è un momento storico e gioioso per la nostra città ”, ha detto Mamdani su X. “Non permetteremo che venga rovinato dalla violenza. Fate attenzione e festeggiate responsabilmente”.

La polizia di New York ha annunciato che a partire dalle 16:30 verrà istituita una zona di sicurezza intorno al Madison Square Garden e l’accesso sarà consentito solo ai tifosi in possesso di biglietti per assistere alla partita all’interno o al watch party all’esterno.

It’s not safe to be a white Spurs fan in New York pic.twitter.com/4Jkgv38seF

— TaraBull (@TaraBull) June 10, 2026

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Valerio Bianchini: “Saremo pronti per Serie A e Nba Europe con la nuova squadra, si chiamerà Roma Basket Club”

“Il Fatto a spicchi” è la rubrica dedicata a chi ama il rumore dei rimbalzi e il fischio delle suole sui parquet dei templi del basket o sul cemento dei campetti di quartiere, a chi non rinuncia a giocare con gli amici neppure se più vecchio e meno tutto di Lebron o a chi vorrebbe farlo senza rompersi le ossa, a chi sogna di diventare campionessa o campione, a chi si commuove quando la figlia o il figlio fanno canestro in palestra e poi nella vita. Perché il basket può essere una scuola di vita. Vediamo come con grandi personaggi che ne hanno fatto e ne fanno la storia in Italia. Settima puntata

Prima puntata: Datome
Seconda puntata: Capobianco
Terza puntata: Sottana
Quarta puntata: Bufacchi
Quinta puntata: Linton Johnson
Sesta puntata: Luca Banchi

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Valerio Bianchini, 80 anni il prossimo 22 luglio, è sempre proiettato al futuro con una tenacia che, mentre parla, pare ancora di vederlo a bordo parquet mentre dirige come un direttore d’orchestra il suo quintetto. É talmente proiettato al futuro che è stato scelto per “posare la prima pietra” della nuova società che si propone di riportare Roma in Serie A (con il titolo sportivo acquisito dalla Vanoli Cremona dalla cordata americana di Donnie Nelson e Luka Doncic) e, soprattutto, di aprirle le porte della nuova massima competizione continentale Nba Europe che dovrebbe cominciare nell’autunno 2027. Infatti, è una sorta di senior advisor della nuova compagine, proprio Bianchini che da coach negli anni Ottanta tra Cantù e Roma (Virtus) vinse ben due volte la vecchia Coppa dei Campioni.

Come si chiamerà la nuova squadra di Roma?
Roma Basket Club. Forse ci sarà un suffisso, un nickname, come da tradizione americana. Ma siccome non vogliamo neppure fare un’americanata, può anche essere che rimanga solo Roma Basket Club, è allo studio. In ogni caso il 25 giugno ci sarà la presentazione e sarete invitati. Saranno svelati anche i colori delle canotte.

I colori? Giallorossi? Biancocelesti? Lupi? Aquile?
Assolutamente no. Niente di questo. É tutto ancora allo studio, ma ci siamo quasi.

C’è un po’ di affollamento attorno all’idea di Nba Europe per Roma: c’è anche il progetto di Paul Matiasic che si è aggiudicato già il PalaEur per giocare…
La differenza è che il nostro gruppo è tutto di gente di sport. Donnie Nelson, figlio di Don, è stato il general manager dei Mavericks che ha portato a Dallas prima Dirk Nowitzki e poi Luka Doncic. Insomma, uno che se ne intende sia di Nba sia di pallacanestro europea direi… e quel che mi ha convinto a partecipare e metterci il mio impegno è l’interesse primario per approdare a Nba Europe, ma soprattutto un’idea di sviluppo della pallacanestro romana e di tutte le sue risorse che condivido e sposo in pieno. Faremo un accordo con una realtà esistente e di pregio per far crescere anche un settore giovanile. Rispetto al PalaEur che dire… è stato fermato con cifre vertiginose dall’avvocato Matiasic per una squadra che presto sapremo se ci sarà veramente o no. Noi partiremo al Palazzetto dello Sport di viale Tiziano.

Dove adesso gioca la Virtus Roma, la storica squadra della capitale, che sta provando a risalire dalla B nazionale alla A2 proprio in questi giorni con le finali dei playoff. Non ci sarebbero poi troppe squadre?
Tre sarebbero troppe, due sarebbe perfetto e l’altra per quel che mi riguarda dovrebbe essere la Virtus con il nome e la storia che porta avanti. E sarebbe preziosa, anzi, una collaborazione di ampio livello tra noi e la Virtus.

Avete già pensato al coach? Matiasic, si legge, cerca Ettore Messina…
Mi auguro che ci riescano… Il mio preferito in assoluto sarebbe Luca Banchi, ma è il ct della nazionale. Bisogna vedere se arriverà dal bacino americano o da quello europeo. Probabile alla fine sia un italiano, che conosca bene l’ambiente. Anche se ricordatevi di Dan Peterson, è vero che prima di venire qua ebbe un’esperienza in Cile, ma era pur sempre americano. E che allenatore è stato…

Per Nba Europe si parla di due squadre per nazione, quindi Milano e Roma. Certo alla Virtus Bologna avrebbero di che lamentarsi, no?
Io penso che se la città produce pallacanestro e infrastrutture per la pallacanestro gli americani capiranno che potranno essere anche più di due per paese. Anche a Napoli, proprietà americana per altro, stanno provando a perseguire questo progetto e fanno bene. Il punto è non solo sognare più l’Nba, ma averla qui. Come richiamo e immaginario, perché il livello della pallacanestro in Italia e in Europa è già altissimo. Eppure provate a chiedere ai ragazzini delle scuole nomi di giocatori italiani, risponderanno Bargnani, Datome, Gallinari, Fontecchio… quelli che sono stati o sono in Nba, insomma.

A Milano si è parlato anche dei club di calcio ma alla fine dovrebbe essere l’Olimpia?
L’Olimpia è molto legata all’Eurolega. Ma sarà importante un accordo di Nba con Eurolega e Fiba per avere una sola competizione europea di massimo livello e credo che ormai il tempo sia maturo perché ciò avvenga.

L’Olimpia Milano vincerà lo scudetto o ci sarà la sorpresa Reyer Venezia? (Gara 1 è giovedì 11 giugno).
Venezia è stata una mina vagante per tutta la stagione. Ha rotto il duopolio Milano-Bologna. Ha Amedeo Tessitori, per cui stravedo e non a caso recuperato in ottica nazionale dal ct Banchi. Un pivot che sa giocare la pallacanestro con intelligenza, sapendo cosa fare, in un’epoca in cui in quel ruolo conta soprattutto la fisicità. Infatti, una delle cose più belle della finale sarà la sfida tra i due pivot, tra il talento di Tessitori e la fisicità di Josh Nebo.

Qual è il valore che il basket le ha dato?
Enormi valori. Ero un ragazzino che si nascondeva dietro ai libri. Vivevamo a Milano. Avevo difficoltà ad avere amici, non volevo andare in cortile a giocare a calcio con gli altri, odiavo giocare a calcio. Invece, un giorno, verso i 10 anni credo, mia mamma mi portò in parrocchia dove c’era un campetto di pallacanestro. É stato subito amore. Poi arrivarono gli anni Sessanta, l’American Dream, prima fui un modesto giocatore e poi un allenatore, ma non è stata Milano ma Roma a farmi diventare un grande allenatore. Prima con la Stella Azzurra, in Serie B, quando la società ebbe il coraggio di riportare il basket al PalaEur. Ricordo di aver portato i ragazzi a vedere il parquet e ricordo cosa dissi loro: “Qui ci sono ancora le impronte di Jerry West” (la leggenda dei Lakers, l’uomo-logo dell’Nba, che a Roma nel 1960 vinse l’oro olimpico con la nazionale statunitense). E uno dei miei ragazzi ruppe la poesia rispondendo: “Per forza coach, non hanno più spazzato qui”. Luciano e Alberto Acciari, proprietari della Stella Azzurra, erano secoli avanti, s’inventarono gli spettacoli tra primo e secondo tempo, rivitalizzarono il movimento della pallacanestro a Roma. Poi arrivò la Serie A e poi, per me, anche scudetti e coppe Campioni prima con il passaggio a Cantù e poi col ritorno nella capitale alla Virtus.

Qual è l’errore che un genitore non deve fare portando al minibasket i figli?
Pensare che nel basket sia più importante una prospettiva da professionista rispetto alla capacità formativa straordinaria che questo sport ha. Un giocatore timido impara a prendersi le sue responsabilità tirando quando è nella posizione migliore rispetto ai compagni e viceversa il cestista egoista per giocare bene deve imparare a passarla quando ha compagni in posizione migliore per il tiro. E s’impara il rispetto per l’avversario che nella pallacanestro comincia dall’essere un no contact game per definizione.

L'articolo Valerio Bianchini: “Saremo pronti per Serie A e Nba Europe con la nuova squadra, si chiamerà Roma Basket Club” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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