Reading view

Israele se ne frega dell’accordo tra Usa e Iran: “Non ci ritiriamo dai territori occupati in Libano”

Lo stop alla guerra in tutti i Paesi coinvolti non piace a Israele. Nonostante le bozze d’accordo tra Washington e Teheran prevedano l’interruzione delle ostilità anche in Libano, dove invece lo Stato ebraico sta portando avanti una campagna di occupazione militare del Sud, ben oltre i confini stabiliti dalle Nazioni Unite, da Tel Aviv fanno sapere che non c’è alcuna intenzione da parte del governo Netanyahu di interrompere le operazioni militari nel Paese dei Cedri. “Il nostro concetto di sicurezza è chiaro e preciso – ha dichiarato il ministro della difesa, Israel Katz – Stiamo combattendo contro minacce vicine e lontane e puntiamo a soluzioni definitive, non a compromessi o concessioni. Siamo determinati a continuare a perseguire una politica di sicurezza ferma che preservi i risultati raggiunti e non comprometta la nostra capacità di combattere l’asse del male sciita guidato dall’Iran e l’asse del male sunnita guidato dai Fratelli Musulmani”.

La domanda che sorge immediata è cosa può succedere nel caso in cui Israele continui gli attacchi nel Paese, dato che Hezbollah ha invece benedetto lo stop alle ostilità previsto dall’intesa. Se il Partito di Dio, attaccato da Tel Aviv, dovesse rispondere non è chiaro quali altre potenze entrerebbero in gioco. Gli Stati Uniti sembrano volersi sfilare dal pantano mediorientale, mentre l’Iran nei giorni scorsi ha ribadito di essere pronto a difendere il partito armato sciita, suo alleato nell’area, in caso di attacchi da parte di Israele. E questo esporrebbe lo Stato ebraico a uno scontro con Teheran senza il supporto dell’alleato americano.

Ma per Katz non sembrano esserci margini di discussione: “Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza – ha aggiunto – L’Idf continuerà a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon, dalle montagne libanesi, dalla Samaria e dalla maggior parte del territorio di Gaza contro le minacce provenienti da forze e organizzazioni jihadiste, come insegnamento fondamentale tratto dagli eventi del 7 ottobre”. E critica la decisione di Donald Trump di scendere a patti con gli ayatollah: “Il presidente Usa sta attualmente portando avanti un accordo con l’Iran nell’ottica degli interessi americani, compreso l’interesse comune con Israele, ovvero impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Ci aspettiamo che sostenga questo principio e altri principi relativi ai missili e ai gruppi terroristici regionali – ha concluso in riferimento al fatto che nella bozza non viene citato lo smantellamento del programma missilistico iraniano e il disarmo delle milizie filo-Iran in Siria, Iraq e Libano – Israele deve garantire di avere anche la capacità di agire in modo indipendente in futuro per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e il premier Benjamin Netanyahu e io abbiamo ordinato all’esercito di prepararsi di conseguenza”.

L'articolo Israele se ne frega dell’accordo tra Usa e Iran: “Non ci ritiriamo dai territori occupati in Libano” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Riapertura di Hormuz, fine della guerra in Libano e nuovi negoziati sul nucleare iraniano: cosa prevede la bozza di intesa Usa-Iran

Fine dei combattimenti in Libano, tregua di 60 giorni per avviare i negoziati ad hoc sul programma nucleare iraniano, e riapertura dello Stretto di Hormuz. Nelle ore in cui da Washington Trump proclama di avere “messo fine alla guerra” e prende forma l’indiscrezione secondo cui a Ginevra Stati Uniti e Iran firmeranno la tregua, Axios rende noti i punti principali dell’accordo. A supporto della possibile cerimonia in Svizzera, il sito Usa spiega che ieri quattro aerei C-17 statunitensi sono decollati per l’Europa, trasportando “materiale per un possibile viaggio” del vicepresidente Usa J.D. Vance, che Donald Trump ha indicato come la figura incaricata di firmare l’accordo preliminare, verso la città svizzera. Secondo due diplomatici di due paesi mediatori e due funzionari statunitensi, l’accordo preliminare è stato raggiunto mercoledì sera dopo ore di negoziati tra il mediatore qatariota Ali Al-Thawadi e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Durante i colloqui a Teheran, riferisce ancora Axios, Al-Thawadi ha parlato al telefono più volte con gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner. Tuttavia, l’annuncio di Trump sulla finalizzazione dell’accordo è giunto inaspettato per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che nei giorni scorsi, Netanyahu si è trovato all’oscuro di tutto, contattando alleati vicini all’amministrazione Trump per cercare di raccogliere informazioni, secondo una fonte statunitense a conoscenza diretta dei fatti.

La proposta di memorandum d’intesa tra gli Stati Uniti e l’Iran estenderebbe l’attuale cessate il fuoco di 60 giorni, avviando al contempo negoziati per un accordo più ampio relativo al programma nucleare iraniano. La bozza dell’accordo prevederebbe la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz, senza l’applicazione di tariffe di transito, e mira a riportare i volumi di traffico marittimo ai livelli pre-bellici entro 30 giorni. In cambio, l’Iran si impegnerebbe a non sviluppare armi nucleari e ad affrontare le preoccupazioni relative alle proprie scorte di uranio arricchito. Secondo quanto riferito, eventuali misure concrete riguardanti il programma nucleare di Teheran sarebbero oggetto di un accordo separato e più dettagliato. Un punto, questo, rimasto ineguagliato come nelle precedenti bozze poi non condivise tra le parti.

Axios ha inoltre affermato che l’intesa garantirebbe all’Iran un allentamento graduale delle sanzioni, subordinato al rispetto degli impegni assunti, incluse deroghe temporanee per consentire l’esportazione di petrolio. Secondo le informazioni, l’accordo di massima è stato raggiunto mercoledì sera al termine di colloqui tra il mediatore qatariota Ali Al-Thawadi e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, con il coinvolgimento nei negoziati degli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner. Il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato che Teheran non ha ancora preso una decisione definitiva sulla proposta, mentre Axios ha riferito che l’accordo è in attesa dell’approvazione finale da parte dei vertici iraniani. Qualora venisse firmato, l’accordo dovrebbe prendere il nome di ‘Accordo di Islamabad’, a testimonianza degli sforzi di mediazione compiuti da Qatar e Pakistan.

I termini dell’accordo tra Stati Uniti e Iran per porre fine ai combattimenti nella regione prevedono che Israele interrompa completamente l’offensiva contro Hezbollah in Libano. A riferirlo è il quotidiano filo-Hezbollah ‘Al-Akhbar‘, come riportato da Times of Israel. Oltre a sospendere ogni attacco in tutto il Libano, l’accordo impone a Israele di rinunciare a qualsiasi territorio conquistato nel sud del Paese e include un piano per il “rapido ritiro” delle truppe dell’Idf.

L'articolo Riapertura di Hormuz, fine della guerra in Libano e nuovi negoziati sul nucleare iraniano: cosa prevede la bozza di intesa Usa-Iran proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La “Doctrina Dahiya” y el uso desproporcionado de la fuerza por parte de Israel en Beirut – Por Alfredo Jalife Rahme

Por Alfredo Jalife Rahme El Institute for Middle East Understanding (IMEU) explaya la “Doctrina Dahiya” y el Uso por Israel de la Fuerza Desproporcionada (https://bit.ly/4anQKQd): aboga por “el uso desproporcionado…
  •  

Libano, la fuga degli abitanti di Tiro dopo l’ordine di evacuazione israeliano

Gli abitanti di Tiro, nel sud del Libano, sono in fuga dopo che l’esercito israeliano, per la prima volta, ha intimato l’evacuazione dell’intera città in vista di possibili attacchi. “L’area è ora deserta al 99%“, afferma un residente

L'articolo Libano, la fuga degli abitanti di Tiro dopo l’ordine di evacuazione israeliano proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Libano, Tiro è sotto le bombe di Israele: in pericolo il tesoro archeologico Unesco. “Colonne e mosaici danneggiati dai raid”

La pioggia di proiettili va avanti da giorni. Domenica i raid hanno colpito vicino alle aree archeologiche dichiarate dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”. Lunedì il ministero della Cultura e la Direzione Generale delle Antichità di Beirut hanno denunciato danni al patrimonio culturale. Oggi, 9 giugno, l’esercito ha emesso un nuovo ordine di evacuazione per la città, i suoi campi profughi e le zone circostanti e per la prima volta anche per il quartiere cristiano. Tiro, scrigno di capolavori dell’antichità del Libano meridionale, è nel mirino di Israele e il suo tesoro, avvertono gli addetti ai lavori, è in pericolo.

L’ultimo rinnovo dell’accordo di cessate il fuoco tra Tel Aviv e Beirut è stato ufficializzato mercoledì 3 giugno. Da allora però le Israel Defense Forces non hanno smesso di colpire e dare la caccia a Hezbollah, che l’intesa non l’ha firmata. Lunedì Tiro è tornata nel mirino. Secondo le autorità, i bombardamenti di domenica hanno colpito l’area archeologica urbana di Al Mina, mentre il sito di Al Bass, che si trova a circa 2 chilometri dal centro, aveva già subito danni in una fase precedente del conflitto.” I raid, ha spiegato Ali Badawi, direttore regionale dei siti archeologici per il Libano meridionale, hanno avuto “il peggior impatto” sulle aree antiche della città dall’inizio della guerra. “La quantità di detriti e i danni al sito sono ingenti – ha aggiunto -. Alcuni reperti sono stati danneggiati dalla caduta di detriti, che le esplosioni hanno sparso su una vasta area, colpendo un gran numero di elementi: colonne, capitelli, basi, mosaici“. L’Unesco è stata informata ma la conta dei danni è impossibile: gli esperti non possono recarsi sul posto a causa dei bombardamenti.

Solo il 29 maggio l’Agenzia delle Nazioni Unite aveva condannato “fermamente gli attacchi illegali contro i beni culturali”. Non è servito a nulla. Il 31 maggio la Brigata Golani ha conquistato il castello di Beaufort, nel governatorato di Nabatieh, dopo giorni di raid aerei nell’area. Più a sud i raid hanno gravemente danneggiato la cittadella di Chama’, roccaforte nella regione del Monte Amel. Quindi le Idf hanno intensificato il fuoco su Tiro, già oggetto di bombardamenti fin da marzo. Tutti e tre i siti rientrano tra i 73 monumenti libanesi a cui l’Unesco ha concesso la “protezione provvisoria rafforzata” prevista dalla Convenzione dell’Aia del 1954 e dal Secondo Protocollo del 1999.

Nel novembre 2024 la lista contava 34 siti. Ad aprile l’Agenzia Onu, che dall’inizio della guerra “ha ricevuto segnalazioni di danni a oltre 20 siti culturali diversi tra cui siti Patrimonio dell’Umanità e altri di importanza nazionale”, ha esteso la protezione ad altre 39 aree. Un record, secondo i dati Unesco. Al secondo posto figura l’Ucraina, con 46 aree sottoposte a protezione rafforzata in quanto paese in cui è in corso una guerra, seguita dal Burkina Faso (11), il Messico (10) e lo Yemen (7). I beni iscritti nella Lista Internazionale dei Beni Culturali con Protezione Rafforzata beneficiano del più elevato livello di tutela previsto dal diritto internazionale contro gli attacchi e l’utilizzo a fini militari e aprire il fuoco contro di loro può costituire un crimine di guerra.

“Faccio un appello affinché si eviti di colpire le zone archeologiche del Paese – ha dichiarato lunedì il ministro della Cultura libanese Ghassan Salame – in particolare le rovine di Tiro, che fanno parte del patrimonio dell’umanità” e – sia il sito di Al Mina che quello di Al Bass – sono inserite nel tessuto urbano o sorgono a ridosso di quartieri densamente popolati di una città che supera i 100mila abitanti. La cronaca delle prossime ore dirà se Israele accoglierà o meno l’invito.

L'articolo Libano, Tiro è sotto le bombe di Israele: in pericolo il tesoro archeologico Unesco. “Colonne e mosaici danneggiati dai raid” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Libano, il 41% dei raid a nord del fiume Litani: così Israele ha esteso verso Beirut la guerra a Hezbollah

C’era una volta la “zona cuscinetto” estesa fino al fiume Litani, limite – politico e simbolico oltre che strategico – oltre il quale ricacciare Hezbollah. Per anni il corso d’acqua che si trova a 30 km a nord della Blue Line è stato indicato da Israele come il punto di equilibrio per garantire la sicurezza del nord di Israele. “Se il mondo non rimuoverà Hezbollah a nord del fiume Litani in conformità con la Risoluzione 1701, Israele lo farà”, disse nel settembre 2024 l’allora ministro degli Esteri Israel Katz, oggi responsabile della Difesa. All’epoca l’obiettivo di Tel Aviv era applicare il documento delle Nazioni Unite che dal 2006 prevede una zona libera da milizie tra la “Blue Line” e, appunto, il Litani. Oggi i dati raccontano una realtà diversa: le Israel Defense Forces hanno spinto la guerra ben oltre quella linea.

I report settimanali dell’Alma Research and Education Center, think tank contiguo all’intelligence delle Idf, relativi al periodo tra il 25 maggio e il 7 giugno mostrano una tendenza evidente: mentre Hezbollah concentra sempre più i propri attacchi contro le truppe israeliane nel Libano meridionale, la Israel Air Force ha ampliato il raggio geografico delle proprie operazioni aeree colpendo con regolarità aree situate a nord del Litani.

Nella settimana dal 25 al 31 maggio l’aeronautica di Tel Aviv ha effettuato 514 ondate di attacchi. Di queste, 237 hanno colpito a nord del fiume. Dal 1° al 7 giugno, i raid sono scesi a 286, ma ben 103 sono stati condotti ancora una volta oltre il corso d’acqua. In entrambe le settimane circa il 40% delle operazioni israeliane ha interessato aree che si trovano a nord della fascia meridionale che per anni è stata considerata il principale problema di sicurezza per Israele.

Ancora più significativo è il dato complessivo. Dal 17 aprile, inizio del cessate il fuoco, al 7 giugno secondo Alma l’aviazione israeliana ha effettuato 1.747 ondate di bombardamenti in Libano. Di queste, 716 hanno colpito obiettivi a nord del Litani, mentre altre 50 si sono spinte nella valle della Bekaa e cinque nel governatorato del Monte Libano. I report mostrano una progressione della quota di raid oltre il fiume: circa il 36% tra il 17 aprile e il 19 maggio, salita poi tra il 45 e il 46% nelle ultime settimane di maggio, con quasi un bombardamento su due effettuato oltre il fiume. Dopo il picco di fine maggio la quota si è stabilizzata intorno al 40–41% nel periodo fino al 7 giugno. Anche Beirut è tornata nel mirino, con tre attacchi.

La stessa analisi strategica israeliana sembra essersi evoluta. Se fino al 2024 il dibattito ruotava attorno alla necessità di allontanare Hezbollah dal confine, negli ultimi mesi diversi osservatori hanno evidenziato come droni e razzi continuino a essere lanciati da postazioni situate ben oltre il Litani. In questa prospettiva, controllare o “bonificare” il territorio a sud del fiume non sarebbe sufficiente a eliminare la minaccia. Tra il 1° e il 7 giugno, infatti, le truppe di terra israeliane si sono spinte almeno fino al fiume Zahrani, che si trova 25 km più a nord del Litani e hanno più volte intimato alla popolazione di evacuare le abitazioni e trasferirsi a nord dello stesso corso d’acqua.

Il caso più emblematico si è verificato il 7 giugno, quando un raid ha colpito la Dahieh, la periferia meridionale di Beirut. Considerata il principale bastione politico e organizzativo del Partito di Dio, l’area non ha alcuna relazione geografica con la sicurezza immediata delle comunità israeliane lungo il confine, ma costituisce il cuore del sistema di comando del movimento sciita. Colpire lì significa andare oltre la logica della fascia di sicurezza e puntare alle strutture strategiche dell’organizzazione.

Il cambio di strategia è evidente anche nelle dichiarazioni dei vertici istituzionali israeliani. Il 24 marzo Katz ha annunciato che le Idf avrebbero “controllato i ponti e la zona di sicurezza fino al Litani“. Il 21 aprile il ministro della Difesa ha compiuto un ulteriore passo, affermando che Tel Aviv agirà anche “contro le minacce provenienti da nord del Litani e da tutto il territorio libanese“. A confermare il cambiamento è stato Benjamin Netanyahu. Il 29 maggio, visitando le truppe schierate sul fronte, il premier ha rivendicato l’avanzata di terra in corso da giorni verso nord: “Le nostre forze hanno oltrepassato il fiume Litani e avanzano per controllare le posizioni dominanti”.

La dichiarazione fotografa la trasformazione della guerra. Oggi il Litani appare sempre meno come il traguardo dell’operazione e sempre più come una tappa già superata. A cambiare non è stata soltanto la geografia dei raid, ma il significato politico del Litani: da linea oltre la quale Hezbollah doveva arretrare, il fiume è diventato una linea che Israele considera insufficiente per garantire la propria sicurezza. Ora l’obiettivo è colpire il movimento sciita in profondità nel territorio libanese.

L'articolo Libano, il 41% dei raid a nord del fiume Litani: così Israele ha esteso verso Beirut la guerra a Hezbollah proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Nuovi raid israeliani nel Libano meridionale: colonne di fumo e macerie nella zona di Tiro

L’esercito israeliano hanno condotto nuovi raid aerei vicino alla città di Tiro, nel Libano meridionale. Alcuni video sui social mostrano le colonne di fumo e la distruzione nei centri di Al-Burj al-Shamali e Al-Maashouk, entrambi a est della città costiera di Tiro. I nuovi attacchi arrivano dopo il colloquio telefonico tra il presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dopo che l’Iran si è detto pronto a interrompere i raid contro Israele se le Idf avessero smesso di attaccare il Libano.

L'articolo Nuovi raid israeliani nel Libano meridionale: colonne di fumo e macerie nella zona di Tiro proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“L’esercito israeliano ha usato munizioni al fosforo bianco in zone densamente popolate in Libano”

Un video girato il 30 maggio scorso, mentre le forze israeliane prendevano il controllo del castello di Beaufort, in Libano. Ma ci sono anche altre immagini postate sui social e analizzate da esperti e gruppi umanitari che giungono alla stessa conclusione: l’esercito israeliano ha utilizzato munizioni al fosforo bianco in zone densamente popolate in Libano durante il suo nuovo conflitto con Hezbollah. A scriverlo è il New York Times, che ha verificato i video aiutandosi da esperti: le immagini mostrano le caratteristiche scie di fumo prodotte da questa sostanza altamente pericolosa su Nabatieh, cittadina di circa 40mila persone.

Il Times cita altri video verificati che mostrano l’utilizzo del fosforo bianco nella zona di Tiro e nei pressi di tre piccole località, Qlayaa, Khiam and Yohmor, in questi mesi di conflitto. Spesso usato dai militari per creare incendi e cortine di fumo durante i combattimenti, il fosforo bianco non è illegale in sé, ma il suo deliberato utilizzo contro i civili ed in zone abitate da civili costituisce una violazione delle leggi internazionali di guerra. Una volta esposto all’aria, il fosforo bianco prende spontaneamente fuoco ed è estremamente difficile spegnere gli incendi che provoca.

Interpellato dal Times, l’esercito israeliano ha negato ogni utilizzo delle munizioni di fosforo bianco in violazione delle leggi internazionali. “Le procedure dell’Idf richiedono che queste munizioni non siano usate in zone densamente popolate, fatte salve alcune eccezioni. Ciò è conforme e va oltre i requisiti del diritto internazionale”, recita una dichiarazione in cui si sottolinea che “i principali proiettili fumogeni usati dall’Idf non contengono” questa sostanza. “Come molti eserciti occidentali, l’Idf possiede proiettili fumogeni con fosforo bianco che sono legali rispetto alle leggi internazionali”, conclude la dichiarazione, sottolineando che queste munizioni “non vengono usate per tiri mirati o provocare incendi“.

In passato l’utilizzo da parte di Israele di fosforo bianco in zone densamente popolate è stato oggetto di rapporti come quello pubblicato nel 2024 da Human Rights Watch in cui si documentava il diffuso utilizzo della sostanza in Libano mettendone in discussione la necessità ed indicando l’esistenza di alternative più sicure, come le munizione M150. Il governo libanese dall’ottobre del 2023 ha inviato quattro lettere alle Nazioni Unite sollevando preoccupazione per l’utilizzo di fosforo bianco da parte di Israele. In una di queste lettere, datata 3 luglio 2024, si citano dati governativi secondo i quali oltre 600 incendi sarebbero scoppiati a causa dell’utilizzo di fosforo bianco nel Libano meridionale.

L'articolo “L’esercito israeliano ha usato munizioni al fosforo bianco in zone densamente popolate in Libano” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Alte colonne di fumo dai villaggi del Libano dopo gli attacchi israeliani: le immagini

Alte colonne di fumo si alzano sui villaggi del Libano meridionale dopo gli attacchi israeliani in diverse località. Israele ha lanciato un’operazione in Libano per sradicare il gruppo armato Hezbollah, sostenuto dall’Iran, che ha trascinato il Libano nella più ampia guerra in Medio Oriente lanciando missili per conto del suo finanziatore. Un cessate il fuoco che avrebbe dovuto porre fine ai combattimenti tra Israele e Hezbollah è entrato in vigore il 17 aprile, ma non è mai stato pienamente rispettato.

L'articolo Alte colonne di fumo dai villaggi del Libano dopo gli attacchi israeliani: le immagini proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Il Papa: “In Iran una guerra ingiusta”. Appello per la pace in Ucraina e Libano: “Sono preoccupato”

Iran, Libano e Ucraina. A bordo dell’aereo papale diretto a Madrid, Papa Leone XIV è tornato a intervenire con forza sui principali scenari di guerra, partendo dal Medio Oriente e dal dibattito riacceso attorno alla legittimità dei conflitti. Rispondendo ai giornalisti, il pontefice ha messo in discussione il richiamo alla teoria della “guerra giusta” nel caso dell’Iran, osservando come si tratti di un’impostazione che “viene da secoli passati, quando non si immaginavano le armi e la capacità di distruzione che l’uomo ha oggi”, e richiamando i contenuti della sua enciclica Magnifica Humanitas.

Un passaggio che si inserisce nel confronto internazionale anche dopo l’evocazione di quel principio da parte del vicepresidente americano J.D. Vance a sostegno delle azioni militari contro Teheran. “Credo che sia già stato detto molto chiaramente: lì non c’è una guerra giusta. Il problema è che la teoria della guerra giusta proviene dai secoli passati; non contemplava nemmeno le armi e la capacità di distruzione di cui dispone l’essere umano al giorno d’oggi”

Dal volo verso la Spagna, il Papa ha poi allargato lo sguardo agli altri fronti di crisi, a cominciare dall’Ucraina, dove il conflitto prosegue da oltre quattro anni. “Bisogna promuovere il negoziato. Si stava almeno facendo qualche sforzo, ma veramente bisogna spingere perché la violenza abbia una conclusione e finisca la guerra”, ha detto Leone XIV, rispondendo a una domanda sul fallimento dei tentativi di dialogo tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il presidente russo Vladimir Putin.

Prevost ha espresso una preoccupazione crescente per l’evoluzione della guerra in Europa orientale. “Sono preoccupato per l’Ucraina. Ogni volta la situazione peggiora. Occorre trovare una soluzione”, ha aggiunto, ribadendo la necessità di una via d’uscita politica dopo anni di combattimenti e un bilancio sempre più pesante di vittime e distruzioni. Accanto all’Ucraina, Leone XIV ha richiamato anche la situazione del Libano, da anni attraversato da una profonda crisi economica e istituzionale aggravata dalle tensioni regionali. “Sono in contatto con i leader religiosi che ho incontrato. Stiamo cercando una risposta. La situazione è molto complessa”, ha spiegato il Papa, sottolineando il lavoro di dialogo portato avanti dalla Santa Sede con le diverse componenti religiose del Paese dei Cedri.

L’arrivo a Madrid e l’incontro con le vittime di abusi in agenda

L’arrivo nella capitale spagnola è avvenuto in un clima di grande attesa. Sorridente e dall’aria distesa, Leone XIV è sceso dalla scaletta dell’aereo ITA Airways all’aeroporto internazionale Adolfo Suárez Madrid-Barajas con alcuni minuti di anticipo rispetto all’orario previsto. Ad accoglierlo c’erano re Felipe VI e la regina Letizia, che gli hanno riservato il protocollo delle grandi occasioni.

Già dalle prime ore del mattino, migliaia di persone avevano raggiunto il centro della capitale per assicurarsi un posto lungo il percorso del Papa. In Plaza de Oriente, davanti al Palazzo Reale, e nell’area che collega la Cattedrale dell’Almudena alla Plaza de la Armería, fedeli, turisti e curiosi hanno atteso sotto il sole l’arrivo del Pontefice. Sedie pieghevoli, cappellini e bottiglie d’acqua hanno caratterizzato una lunga attesa vissuta con entusiasmo e pazienza. Tra i presenti anche anziani, persone in sedia a rotelle e gruppi provenienti da diverse regioni della Spagna. Alcuni erano arrivati già all’alba per conquistare le posizioni migliori lungo le transenne predisposte dalle autorità.

Ma nell’agenda del Papa c’è anche un incontro delicatissimo. La questione degli abusi sessuali nella Chiesa resta “una ferita ancora aperta” come ha spiegato durante il volo che da Roma confermando l’intenzione di incontrare alcune vittime nel corso della visita in Spagna. “Incontrerò alcune persone che hanno subito abusi – ha spiegato il Pontefice ai giornalisti al seguito – ma purtroppo è impossibile ricevere tutte quelle che lo vorrebbero”. Parole che confermano la volontà del pontefice di mantenere alta l’attenzione su una delle questioni più dolorose per la Chiesa cattolica contemporanea, in un Paese che negli ultimi anni ha vissuto un intenso dibattito pubblico sulle responsabilità ecclesiastiche e sulla tutela delle vittime.

L'articolo Il Papa: “In Iran una guerra ingiusta”. Appello per la pace in Ucraina e Libano: “Sono preoccupato” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Libano-Israele, la tregua che non c’è. Tel Aviv continua a bombardare e Hezbollah (escluso dai colloqui) replica: “Accordo inaccettabile”

Evviva la tregua, la tregua che non c’è. A Washington e tra le cancellerie europee si esulta per la firma dell’intesa tra Israele e Libano su un cessate il fuoco condizionato che dovrebbe mettere fine al conflitto nel Paese dei Cedri, ai raid israeliani su Beirut e all’invasione del Sud. Il condizionale è d’obbligo perché, nonostante le reazioni positive, l’accordo presenta diverse clausole che rendono ancora complicato parlare di tregua.

La tregua che nessuno rispetta

Per dare un’idea del clima tra le parti conviene partire innanzitutto dalle dichiarazioni dei protagonisti. Tra i primi a prendere la parola c’è il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che chiarisce subito un punto: Israele continuerà le sue operazioni nel Libano meridionale, con le truppe rimarranno nella zona di sicurezza, la cosiddetta Yellow Line collocata unilateralmente da Tel Aviv ben più a nord della zona di demarcazione individuata dalle Nazioni Unite, perché continuerà a “smantellare le infrastrutture terroristiche nell’area“. Una tregua che deve essere rispettata solo dalla controparte, quindi, ossia Hezbollah, dato che per “infrastrutture terroristiche” lo Stato ebraico intende proprio quelle del Partito di Dio. Non sarà così perché proprio i vertici della formazione armata sciita hanno chiarito di non riconoscere l’accordo sul cessate il fuoco firmato a Washington. Il gruppo ha “informato ufficialmente il presidente libanese Joseph Aoun del proprio rifiuto dell’accordo, insistendo sul fatto che qualsiasi accordo accettabile debba iniziare con il ritiro completo di Israele da tutto il territorio libanese. Il ritorno degli sfollati, gli sforzi di ricostruzione e il rilascio dei prigionieri libanesi sono condizioni essenziali per qualsiasi futuro accordo”. Il leader della formazione, Naim Qassem, ha poi definito l’intesa “una capitolazione e una sconfitta“, invitando il governo libanese a “porre fine alla farsa e all’umiliazione dei negoziati”: “La dichiarazione di Washington – conclude – definisce i principi fondamentali che gli Stati Uniti e Israele prevedono per la sottomissione del Libano al progetto del Grande Israele”.

La presa di posizione di Hezbollah, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, è frutto del coordinamento tra il partito sciita libanese e l’Iran. Per Teheran, il cessate il fuoco in Libano non può essere discusso a parte, ma deve diventare un elemento delle ben più ampie contrattazioni tra Usa e Iran.

“Condizioni inaccettabili”

La posizione intransigente di Hezbollah e Repubblica Islamica ha motivazioni di tipo strategico. Ma non solo. Nell’accordo di cessate il fuoco firmato a Washington senza interpellare il partito-milizia libanese, l’unica controparte veramente coinvolta nello scontro con Israele, c’è una condizione non di poco conto imposta dallo Stato ebraico: verranno istituite zone di sicurezza libanesi che escluderanno Hezbollah e lo stop alle ostilità, si precisa nella dichiarazione congiunta, sarà subordinato alla “cessazione completa del fuoco di Hezbollah e all’evacuazione di tutti i membri di Hezbollah dal settore del Litani meridionale“. Infine, “Israele ha riaffermato che la sua sicurezza e il rispetto della sua integrità territoriale possono essere raggiunti solo attraverso il disarmo di Hezbollah e lo smantellamento della sua infrastruttura in tutto il Libano”. In sostanza, Beirut e Tel Aviv hanno trovato un accordo senza coinvolgere il Partito di Dio pretendendo da esso il ritiro, il disarmo e la mancata presenza nelle zone di sicurezza. Inevitabile, quindi, il rifiuto da parte del gruppo sciita che, va ricordato, non è un attore marginale nel contesto bellico: si tratta di una milizia che vanta un numero di combattenti non troppo inferiore a quello dei soldati dell’esercito regolare ma, soprattutto, si ritiene abbia a disposizione un arsenale missilistico e di droni d’attacco più imponente di quello di Beirut.

Si continua a sparare

Così, come annunciato da Katz, i raid e le operazioni israeliane non si fermano. Dopo la firma dell’accordo, Israele ha diramato un avviso urgente ai residenti del Libano meridionale per ricordare che “i combattimenti nel Libano meridionale continuano, mentre l’esercito israeliano prosegue nel colpire strutture e infrastrutture di Hezbollah presenti nei vostri villaggi e nelle loro vicinanze. L’Idf non intende arrecare danno alla popolazione civile. Per la vostra sicurezza, evitate di dirigervi a sud del fiume Zahrani fino a nuovo avviso. Chiunque si rechi verso sud mette a rischio la propria vita”. E infatti i media libanesi riferiscono di attacchi israeliani nel Sud in mattinata, poche ore dopo l’annuncio del cessate il fuoco. Le Forze di Difesa Israeliane hanno dichiarato di aver utilizzato “sei tonnellate di esplosivo per distruggere oltre 20 siti terroristici nell’area”, mentre un drone dello Stato ebraico ha colpito un’auto tra le città di Kfar Kila e Zefta.

X: @GianniRosini

L'articolo Libano-Israele, la tregua che non c’è. Tel Aviv continua a bombardare e Hezbollah (escluso dai colloqui) replica: “Accordo inaccettabile” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Libano, ucciso un altro Casco Blu di Unifil: era un sergente serbo di 39 anni. Israele: “E’ stato Hezbollah”

Tel Aviv e Beirut hanno annunciato di aver raggiunto un accordo sul rinnovo del cessate il fuoco, ma in Libano si continua a morire. A perdere la vita nelle ultime ore è stato un Casco Blu di Unifil, la missione Onu incaricata di far rispettare la Risoluzione 1701 approvata dal Consiglio di sicurezza nel 2006 per mettere fine alla guerra tra Israele e Hezbollah. Si chiamava Milovan Jovanovic, era serbo e avrebbe compiuto 37 anni fra qualche giorno. E’ stato ucciso da un colpo di mortaio che ieri sera ha colpito la sua posizione vicino Marjayoun, nel sud-est del paese. Altri due peacekeeper, uno originario della Spagna e l’altro di El Salvador, sono rimasti feriti.

“Il sergente Milovan Jovanovic era nato il 6 giugno 1989 a Kraljevo. Lascia una moglie e due figli minorenni. Prestava servizio nelle Forze Armate Serbe dal 10 dicembre 2011 e nella missione di mantenimento della pace in Libano dal gennaio di quest’anno”, ha riferito il ministero della Difesa di Belgrado.

“L’Unifil ha avviato un’indagine per accertare le circostanze esatte che hanno portato a questo tragico incidente”, si legge in una nota della forza di interposizione Onu, che aggiunge la richiesta “alle autorità nazionali competenti di indagare sull’incidente, assicurare i responsabili alla giustizia e garantire la responsabilità penale”. “L’Unifil ha rilevato un numero sempre più elevato di traiettorie e impatti nel Libano meridionale. La violenza deve cessare”, si legge ancora. “Gli attacchi deliberati contro le forze di pace costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza e possono costituire crimini di guerra“, conclude Unifil.

L’esercito israeliano punta il dito contro Hezbollah. “Durante la notte, le Israel Defense Forces hanno individuato diversi lanci nella zona di Al-Qatrani, effettuati dall’organizzazione terroristica Hezbollah, che sono caduti all’interno di una postazione delle forze dell’Unifil nella zona di Dibbine, nel Libano meridionale – si legge in un comunicato -. A seguito dei lanci, un membro del personale delle Nazioni Unite è rimasto ucciso e altri due sono rimasti feriti”. “Un’analisi della traiettoria di lancio – si legge ancora – indica chiaramente che il fuoco è stato aperto dall’organizzazione terroristica Hezbollah”.

Nella serata di ieri Tel Aviv e Beirut hanno annunciato di aver concordato il rinnovo del cessate il fuoco e l’istituzione di zone di sicurezza libanesi che invece escluderanno Hezbollah. L’annuncio è arrivato al termine del secondo giorno di colloqui tra gli ambasciatori dei due Paesi ospitati dal Dipartimento di Stato americano. Il presidente libanese Joseph Aoun, in un incontro con la stampa, ha affermato che l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Libano rappresenta “l’ultima opportunità”.

I negoziati tenutisi ieri a Washington, ha affermato, sono stati “molto difficili”, a un certo punto il capo della delegazione libanese, Simon Karam, aveva sospeso i colloqui che sono ripresi dopo l’intervento del segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha aggiunto Aoun. “Attendiamo le risposte di tutte le parti interessate e le garanzie di conformità, e l’attuazione potrebbe iniziare entro 24 ore dall’approvazione definitiva”, ha affermato Aoun.

Dal 2 marzo 2026, giorno del coinvolgimento del Libano nel conflitto mediorientale, sono stati segnalati oltre 191 attacchi contro strutture sanitarie nel Paese che hanno causato la morte di 128 operatori sanitari e il ferimento di 351. Lo si legge del Rapporto dell’Oms sulla situazione relativa al conflitto in Medio Oriente secondo cui oltre 127.700 persone rimangono sfollate in 631 rifugi collettivi in tutto il Paese, con i casi di diarrea acuta che continuano ad aumentare, passando da 504 casi nella settimana 17 a 803 casi nella settimana 20, per un totale cumulativo di 2.777 casi. Dal 2 marzo in Libano ci sono stati 3.468 morti e 10.577 feriti. Continuano intanto i movimenti di popolazione libanese, con oltre 448.000 persone che, secondo le segnalazioni, hanno attraversato il confine con la Siria dal 2 marzo.

L'articolo Libano, ucciso un altro Casco Blu di Unifil: era un sergente serbo di 39 anni. Israele: “E’ stato Hezbollah” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Il cessate il fuoco tra Israele e Libano c’è, ma non basta a chiudere la guerra

L’accordo annunciato da Israele, Libano e Stati Uniti per il rinnovo del cessate il fuoco lungo il confine israelo-libanese rappresenta molto più di una tregua locale. Dietro l’intesa mediata a Washington si intravede infatti uno dei nodi centrali della crisi mediorientale degli ultimi mesi: il tentativo dell’amministrazione Trump di separare il dossier libanese dal più ampio confronto con l’Iran, mentre Teheran cerca di fare esattamente il contrario.

Secondo i termini dell’accordo, Hezbollah dovrebbe cessare completamente gli attacchi contro Israele e ritirare i propri operativi dal settore meridionale del Libano. In alcune aree pilota, il controllo esclusivo della sicurezza verrebbe assunto dalle Forze armate libanesi, con l’esclusione di qualsiasi attore armato non statale. Se attuata, la misura ridurrebbe significativamente la presenza operativa di Hezbollah lungo il confine settentrionale israeliano.

È proprio questo aspetto a spiegare perché l’intesa abbia un valore strategico che va ben oltre il teatro libanese. Per Israele, l’obiettivo è creare una fascia di sicurezza che impedisca a Hezbollah di minacciare direttamente il nord del Paese senza dover ricorrere a una presenza militare permanente oltre confine. Per Washington, invece, il cessate il fuoco costituisce un tassello fondamentale di una strategia più ampia volta a stabilizzare la regione e favorire un’intesa con l’Iran sulla sicurezza marittima nel Golfo e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il presidente Donald Trump si è detto pronto a incontrare la Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei.

Il problema è che Teheran non sembra intenzionata a trattare questi dossier separatamente. Negli ultimi giorni esponenti iraniani e dirigenti di Hezbollah hanno ripetuto che una soluzione duratura non può prescindere dal ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale e dalla fine delle operazioni militari contro il movimento sciita. In altre parole, l’Iran sta cercando di trasformare un negoziato sulla sicurezza regionale e sulla navigazione nel Golfo in una trattativa più ampia sull’assetto strategico del Levante.

Dal punto di vista iraniano, la questione è tutt’altro che marginale. Hezbollah non è soltanto un alleato politico o militare. Rappresenta uno dei principali strumenti della deterrenza regionale costruita dalla Repubblica islamica negli ultimi quarant’anni. La sua capacità di minacciare Israele costituisce un elemento essenziale dell’architettura di sicurezza iraniana. Accettare un arretramento significativo del movimento in Libano significherebbe quindi ridurre una delle leve più importanti di Teheran nei confronti sia di Israele sia degli Stati Uniti.

Per questo motivo la tenuta dell’accordo resta tutt’altro che scontata. Le dichiarazioni provenienti da Hezbollah continuano a indicare una forte opposizione a qualsiasi cessate il fuoco che non preveda anche concessioni israeliane più ampie. Le stesse violazioni registrate nelle ore successive all’annuncio dimostrano quanto il terreno resti instabile e quanto sia fragile il confine tra de-escalation e nuova escalation.

L’intesa tra Israele e Libano va dunque letta non come il punto di arrivo di una crisi, ma come una tappa di un negoziato molto più vasto. La vera partita si gioca infatti sul rapporto tra Washington e Teheran e sulla definizione dei nuovi equilibri regionali dopo mesi di conflitto.

Se gli Stati Uniti riusciranno a mantenere separati il dossier libanese e quello iraniano, il cessate il fuoco potrebbe aprire la strada a una progressiva stabilizzazione del fronte settentrionale di Israele. Se invece l’Iran riuscirà a imporre il collegamento tra i due tavoli negoziali, il Libano rischia di diventare il principale terreno di confronto politico e militare attraverso cui si deciderà il futuro assetto del Medio Oriente.

L'articolo Il cessate il fuoco tra Israele e Libano c’è, ma non basta a chiudere la guerra proviene da Linkiesta.it.

  •  

L’ambasciatore israeliano contro Tajani: “Parla dei libanesi, ma ignora il nostro popolo. Crea scontro tra noi e il governo”

“Ho avuto alcune divergenze con il ministro degli Esteri italiano, perché le sue dichiarazioni includono sempre la sofferenza del popolo libanese, e non c’è dubbio che il popolo libanese stia soffrendo, ma non c’è l’equivalenza nel riportare anche la sofferenza delle comunità israeliane, che noi invece cerchiamo sempre di sottolineare. E questo è un motivo di scontro con il ministro degli Esteri, e motivo di attrito che abbiamo con il governo italiano”. Conversando con i giornalisti sulla situazione in Libano, l’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled lancia un’accusa durissima nei confronti di Antonio Tajani, che nei giorni scorsi ha condannato Tel Aviv per la nuova offensiva contro il Paese confinante. “Il governo italiano non può risolvere da solo la pace nel mondo. Sono soprattutto gli Stati Uniti che devono fermare Israele, noi continuiamo a fare la nostra”, ha detto da ultimo il vicepremier e leader di Forza Italia, a margine delle celebrazioni del 2 giugno.

Già dalla settimana scorsa, però, Tajani aveva stigmatizzato i raid dello Stato ebraico, pur stando sempre attento a condannare allo stesso tempo anche le offensive dei miliziani sciiti libanesi di Hezbollah: “Bisogna disarmare Hezbollah e costruire uno stato libanese libero dai diktat fondamentalisti. Ma nello stesso tempo Israele deve comprendere che non si può andare a bombardare dove ci sono popolazioni civili“, aveva detto. E ancora: “Io credo che in Libano si debba evitare un’escalation. Hezbollah non può continuare a bombardare il nord di Israele e Israele deve affidarsi di più alle Nazioni Unite all’Unifil per cercare di disarmare Hezbollah. Noi chiediamo che si fermi questa escalation, lo chiediamo a Israele e naturalmente condanniamo tutte le azioni di Hezbollah contro Israele”. Un cerchiobottismo che evidentemente non ha soddisfatto la diplomazia di Tel Aviv.

L'articolo L’ambasciatore israeliano contro Tajani: “Parla dei libanesi, ma ignora il nostro popolo. Crea scontro tra noi e il governo” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌