In controtendenza rispetto al panorama informativo italiano, Il Fatto Quotidiano si conferma in crescita e segna un +2,8% nella classifica della diffusione dei giornali che somma copie cartacee e digitali. Il trend è stato fotografato da Primaonline sulla base dei dati Ads relativi al mese di aprile. Segno positivo anche se si confrontano i numeri di marzo 2025 con quelli dello stesso mese di quest’anno: Il Fatto Quotidiano registra una crescita del 18,9%. Mentre sul totale delle vendite individuali il dato sale a + 19%.
In testa a tutte le tabelle di Primaonline si trova il Corriere della Sera, che tuttavia presenta un segno negativo in tutte le classifiche. Tra marzo e aprile 2026 il quotidiano di via Solferino registra un calo del 2,6% nella diffusione di carta e digitale, fermandosi poco più di 204mila e 600 copie vendute. Subito sotto la Gazzetta dello Sport con quasi 118mila copie, con un aumento dello 0,3%. Mentre in terza posizione si piazza Repubblica, con 115mila copie, in diminuzione dell’1.4%. Nella classifica mensile, gli unici con il segno verde, oltre al Fatto e alla Gazzetta, sono Avvenire (+0,6%), Dolomiten (+2.2%), Il Mattino di Napoli (+5,1%). Mentre la maglia nera va alla Nazione che perde il 3%, a La Verità (-2,9%) e al Corriere dello Sport (-2,4%).
Le perdite crescono nel raffronto anno su anno, che accosta i dati di marzo 2025 a quelli di marzo 2026. In questo caso il calo del Corriere sale a 8,8%. Peggio va a La Repubblica con -16%, alla Gazzetta dello Sport con un dato negativo del 15,1% e alla Stampa con -12,1%. Tutti in negativo nella graduatoria delle vendite individuali cartacee, che considera i dati delle edicole e del porta a porta. Qui le uniche eccezioni sono Tuttosport e L’Edicola.
Starmer wants to ban children from social media. Jack Watson, 17, argues the Government is making a serious mistake – in his experience, the benefits of social media outweigh the costs.
Di fronte al Tribunale del Lavoro, è stato così organizzato un sit-in di solidarietà per Nunziati, al quale hanno partecipato Amnesty, Articolo21, Fnsi, Associazione Stampa Romana, UsigRai e la rete #NoBavaglio, secondo cui l’episodio non rappresenta un fatto isolato, ma il simbolo di una criticità più ampia che riguarda tutto il sistema dell’informazione nel nostro Paese. A partire dal precariato. “So bene quanti miei colleghi, specialmente i più giovani, vivano in condizioni difficili questa professione, quanto le paghe siano basse, non esistano più contratti, quanto il precariato ti renda anche schiavo, perché se vieni pagato 10 euro lorde per un pezzo non hai libertà. Questo inficia la qualità dell’informazione. Perché si è meno disposti a prendersi dei rischi, perché poi il pericolo è che ti succeda quanto accaduto a me. Non hai tutele, non hai garanzie e ti possono mandare via alla prima domanda”, ha sottolineato Nunziati nel corso del presidio.
E ancora: “Diversi colleghi mi hanno detto esplicitamente di sapere quanto la questione Israele e Palestina sia un terreno scivoloso e quindi di non voler fare domande, perché magari sanno che al proprio direttore non piacerebbero e con un affitto da pagare non vogliono problemi”. Presente al presidio anche Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia: “Quella di Nunziati era una domanda che pone sotto critica i doppi standard della politica, in questo caso europea, quindi è più che legittima. Aver reagito a quella domanda con un licenziamento è un attacco alla libertà di stampa. Non esistono domande sbagliate”.
Per il presidente di Amnesty “il giornalismo italiano ha seguito in gran parte la narrazione della politica, indulgente e politicamente complice, verso Israele. La parola genocidio è rimasta per lungo tempo un tabù. L’Ue avrebbe dovuto, con i suoi Stati membri, prendere le difese della libertà di stampa, condannare in maniera molto netta gli assassini mirati di centinaia di giornalisti e giornaliste”.
E ancora: “C’è una politica del governo israeliano, che è responsabile da decenni di crimini di diritto internazionale. Il ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir rappresenta la politica del governo Netanyahu, i coloni sono un’arma del governo israeliano, lo Stato israeliano sostiene i coloni, quindi non si può prendere un pezzetto del problema e dire ‘abbiamo risolto’. L’accordo di associazione Unione Europea-Israele è proprio la cartina di tornasole, dato che l’articolo 2 dell’accordo contiene una clausola sui diritti umani. Quando lo vogliono far rispettare questa clausola?”, ha rivendicato Noury.
Antonio Di Rosa direttore dal primo di luglio. Al suo fianco, come vice, Luciano Tancredi e Alessandro De Angelis. Prende così forma la nuova La Stampa del corso targato Sae (Sapere audere editori), il gruppo editoriale guidato da Alberto Leonardis, l’imprenditore abruzzese che a partire dal 2020, a capo di una cordata, ha rilevato da GediIl Tirreno, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio e La Nuova Ferrara, a cui poi si sono aggiunti La Nuova Sardegna nel 2022 e La Provincia Pavese nel 2025.
Leonardis, un passato – tra le altre – in Telecom Italia, Microsoft, Oracle e Poste Italiane, azionista de Il Centro ed ex azionista dell’agenzia di stampa Dire, ha coordinato i lavori dell’assemblea dei soci, con la nomina del Consiglio di amministrazione, composto da 11 membri, il cui presidente è Paolo Ceretti e l’amministratore delegato è Massimo Briolini. Dopodiché, le nomine del giornale: Di Rosa prenderà il posto di Andrea Malaguti, mentre Tancredi lascia la direzione de La Nuova Sardegna, affiancato da De Angelis (fondatore ed ex vicedirettore di HuffPost Italia) e già firma del quotidiano torinese. Da quanto si apprende, resteranno in carica alcuni degli attuali vicedirettori: Federico Monga, Gianni Armand-Pilon, Giuseppe Bottero e Massimo Righi.
Di Rosa, classe 1951, ha una lunga esperienza giornalistica – e di direzione – alle spalle. Lavora al Giornale di Calabria, alla Gazzetta del Popolo (storico quotidiano di Torino, chiuso nel 1983) e alla Stampa. Poi diventa vicedirettore de il Corriere della Sera, nel 1996, quando a dirigere il giornale di via Solferino è Paolo Mieli. Successivamente guida il Secolo XIX, La Gazzetta dello sport, l’agenzia di Stampa LaPresse e infine La Nuova Sardegna. Di Rosa, per Leonardis, è un punto di riferimento, tanto da avergli affidato incarichi di rappresentanza e sviluppo editoriale all’interno del gruppo e, ora, il delicato ruolo di rilanciare la Stampa dopo la gestione della famiglia Elkann.
Un boxino al centro della pagina, dal titolo Due diverse idee di tolleranza. Nessuna firma, un attacco frontale. Così la Repubblica, il giornale diretto da Mario Orfeo, in maniera del tutto irrituale ha screditato un proprio collaboratore, Paolo Di Paolo, condirettore di Salerno Letteratura. Al centro dell’invettiva il caso Erri De Luca. Di Paolo, nell’edizione del quotidiano di venerdì scorso, è accusato di aver escluso lo scrittore dal festival campano. Anche se, com’è noto, a De Luca è stata tolta la prolusione (dopo le sue dichiarazioni in favore di Israele) in cambio di partecipare al programma con un altro intervento.
Nel corsivo non firmato si accusa Di Paolo di aver cambiato idea, passando dalla difesa di De Luca all’entrata “in scena”, pochi giorni dopo, di un “Di Paolo 2, dotato di minore tolleranza ma, in compenso, di un formidabile apparato digerente”. Ma non è tutto, perché dall’inserto culturale della domenica, Robinson, è saltata una pagina su Salerno Letteratura, concordata col festival stesso. La prima a dare la notizia è stata la scrittrice Loredana Lipperini. Nei giorni scorsi, sui suoi social, si è domandata se su Robinson sarebbero usciti i servizi sul festival. Poi, domenica, a giornale in edicola: “Se avevate qualche dubbio, sappiate che su Robinson non c’è una riga su Salerno Letteratura. Erano, mi si dice, previste due pagine”. Da quanto risulta a ilFattoQuotidiano.it, la pagina era una, composta da due articoli. E a rilanciarla è stato Professione Reporter, che al momento non ha ricevuto alcuna smentita.
Sulla vicenda che ha coinvolto Di Paolo, è intervenuto il Comitato di redazione del giornale fondato da Eugenio Scalfari. “Sull’edizione di ieri del nostro giornale è comparso ancora una volta un corsivo non firmato nel quale vengono espresse opinioni su fatti che riguardano il dibattito pubblico. Nei giorni precedenti e nei mesi scorsi c’erano stati casi analoghi per questioni sportive. Senza entrare nel merito delle opinioni espresse, c’è una questione di metodo che ci preme come rappresentanza sindacale. Esprimiamo perciò un forte disagio di fronte a tale modo di utilizzare il giornale: questi commenti non firmati danneggiano l’immagine di tutta la redazione, visto che addirittura si utilizza il plurale maiestatis, e talvolta sembrano mossi più da questioni personali che altro. Nello specifico, il corsivo non firmato di ieri prendeva di mira Paolo Di Paolo, storico collaboratore delle pagine culturali (e non solo di quelle) di la Repubblica. Il collega scrittore è stato messo alla berlina pesantemente e questo ha suscitato, e sta suscitando ancora oggi, molte dure prese di posizioni contro la Repubblica su tutti i social”.
Così il Cdr fa sapere di essere “amareggiato di fronte a questo tipo di azioni e auspica un chiarimento in merito con la direzione. Sarebbe auspicabile che, per chiarezza verso i lettori e la redazione stessa, e al netto di antiquate usanze – sappiamo bene che gli articoli non firmati sono riconducibili alla direzione – ognuno firmasse ciò che scrive, assumendosene piena responsabilità. Esprimiamo quindi e infine pubblica solidarietà a Paolo Di Paolo”.
Poco più di un anno fa era stata ancora la posizione su Israele e Gaza a creare scompiglio in largo Fochetti. Allora era stata una mozione proprio sul conflitto, voluta dal cdr e approvata dall’assemblea: il cdr si era dimesso denunciando “comportamenti anti-sindacali”.
L’Ideologia è morta? No. È solo invisibile e ci sta formattando il cervello, ci viviamo talmente dentro da non riconoscerla così da farla nostra senza resistenze.
Viviamo in un mondo di libertà apparente in cui non siamo veri padroni di noi stessi.
Ogni mattina ci svegliamo con la sensazione di essere i registi assoluti della nostra esistenza. Con un tocco sullo schermo decidiamo cosa acquistare, quale informazione consumare, quale opinione sposare. Eppure, questa libertà è una vernice sottile stesa su un meccanismo che non abbiamo scelto.
Questa non è un era “post-ideologica”. Siamo invece immersi in un modello invisibile ma pervasivo, una struttura di potere dove i titani delle big tech (guarda caso miliardari in combutta con altri miliardari) — da Musk a Zuckerberg — si siedono ai tavoli della politica globale non come semplici imprenditori, ma come proprietari di mondi con un potere in più, quello di essere architetti del comportamento umano. Nuove divinità con potere esecutivo, legislativo, come i vecchi imperatori. Più hanno potere più acquisiscono nuovo potere.
E così si costruiscono le più grandi disuguaglianze della storia. I dati Oxfam gridano una verità che preferiamo ignorare. Nessun imperatore del passato possedeva una ricchezza e un potere decisionale paragonabili a quelli di un Elon Musk. Siamo passati dalla democrazia al potere di pochi feudoglobali digitali, dove le decisioni vitali non passano più per le piazze, ma per i server di borse mondiali e piattaforme private.
I social media non sono semplici contenitori di pubblicità; agiscono come redattori artificiali della nostra personalità. Le piattaforme vendono alle multinazionali “pacchetti di utenti” pronti all’uso, individui mappati fin nei minimi impulsi. Il campo di battaglia è il nostro cervello.
L’algoritmo stimola costantemente la corteccia limbica, la sede degli istinti primordiali e della gratificazione istantanea, bypassando la corteccia prefrontale, deputata alla riflessione e alla valutazione delle conseguenze. È un attacco biologico mirato: la scienza ci dice che la corteccia prefrontale non termina il suo sviluppo prima dei 21 anni. Eppure, permettiamo che ragazzini di 12 anni vengano addestrati da algoritmi progettati per massimizzare l’impulsività, rendendoli consumatori perfetti prima ancora che cittadini consapevoli.
E qui arriviamo al primo bivio. Per decenni abbiamo vissuto il tabù dell’Ideologia. È comprensibile dopo i crimini del nazismo, del fascismo e dei regimi comunisti. È comprensibile che non vogliamo abbracciare ideologie che ci allontanano dalla realtà e ci fanno vivere in una illusione. È comprensibile che non vogliamo ideologie che ci privino di libertà.
Tuttavia la nostra mente, per come è strutturata, ha bisogno di uno schema per funzionare. Se non scegliamo noi il nostro modello di riferimento, finiamo per conformarci a quello dominante, trasformandoci in ingranaggi di un sistema basato esclusivamente sul consumo. Il vero pericolo contemporaneo è l’ideologia subita: abbiamo interiorizzato la logica del profitto e della convenienza economica come unico metro di misura della realtà senza nemmeno accorgercene. Siamo tutti seguaci inconsapevoli dell’ideologia neoliberista, capitalistica e ciò ci conduce su crinali ancora più pericolosi, dove violenza, sopraffazione e autoritarismo prendono piede.
Questa visione riduce l’esistenza a una serie di transazioni economiche, egoistiche e materialistiche ignorando che l’essere umano non è una macchina logica, ma un groviglio di emozioni e relazioni che non trovano spazio in un bilancio aziendale.
E così addio a libertà e democrazia. Se un presidente del Consiglio è sotto minaccia quotidiana dai poteri dei miliardari americani e se neanche un intero continente come l’Europa ha la forza di imporre semplici regolamenti, cosa può fare un singolo cittadino che è diventato variabile di un codice proprietario? Non mi dite che il suo voto cambia qualcosa se non abbiamo leader politici che hanno voglia di affrontare questi poteri forti.
Siamo immersi in grandi media globali che non sono classificati come tali per diversi motivi: il nostro nemico è globale e le nostre democrazie sono di carattere nazionale, il loro potere e la loro ricchezza viene utilizzato per bloccare ogni norma di contrasto a livello nazionale e continentale, il loro carattere innovativo confonde i decisori politici. Eppure è evidente che siano media con direttori editoriali artificiali, ingegneri e CEO delle Big tech, con algoritmi e IA che stabiliscono regole (linea editoriale) scelta dai loro capi. Quale partito politico sta agendo per contrastare questi mostri? Per costruire norme AntiTrust, legge sui conflitti di interesse, pluralismo da rispettare per questo settore?
Social media posts questioning the integrity of LA’s mayoral election were labeled “paid partnerships.” Then Kalshi and Polymarket told creators to delete them.
The code WIRED identified is gone from the latest version of Meta AI, the companion app for the company’s smart glasses. Meta won’t say why or whether it’s coming back.
A funny thing happened on the day OpenAI announced it was shutting down Sora, its video generation app: Iran went all in on synthetic propaganda and very quickly started winning the global meme war. The timing is a coincidence, no doubt, but it is the kind of coincidence that illuminates.
Watching the explosive virality of the clips offers a powerful lesson in asymmetric media operations. They deploy cultural sophistication, an understanding of online communities and the enormously powerful creation tools made available by American tech companies, tools that give everyone on the internet access to a personal reality distortion field — drones, but for your feed.
On Wednesday, as Donald Trump was trying desperately to talk down the oil markets with hints of a deal, a stream of videos, carefully calibrated for U.S., regional and third country audiences rolled out on X via embassy accounts, Russia Today, and disaffected Maga influencers. The clips, by broad social media consensus, are good. Some lean heavily on the extremely online grammar of the U.S. right. Some remix Hollywood characters and likenesses in exactly the way that OpenAI’s now nixed billion-dollar deal with Disney was supposed to sanction. Others lean more heavily into Islamic iconography, featuring Donald Trump and Benjamin Netanyahu as worshippers of Baal, the foreign demon god who figures in both the Quran and the Hebrew Bible. The Lego movie is an especially rich resource, but so are TikTok formats, and the kind of idealized AI figures beloved of Trump administration meme makers. You can watch a few of them here.
Notably, faked war footage is far from the dominant format. All of these clips foreground and celebrate their own artificiality: some are sentimental, some triumphal, many are full of the gleeful adolescent wit of gamers on discord forums.
Researchers have long been warning that generative tools will undercut the authority of visual evidence, compounding and accelerating the damage created by slower, cruder forms of fakery: photoshop, selective editing, even gaming clips passed off as combat footage. Of course, we are already there, and have been for a while. Russia has been the paramount master of this game, in Ukraine and in its ongoing influence operations around the world. But others have learned quickly. Last year, when India and Pakistan were engaged in a brief aerial battle, social media bullshit overwhelmed and compromised traditional coverage. More recently, Israel’s obliteration of Gaza was accompanied by a sustained and comprehensive blizzard of visually compelling misinformation, propaganda, and official lies.
That continues. On March 28, Israel killed three journalists in a targeted strike in Southern Lebanon, claiming without evidence that one of them, Ali Shoaib, was a member of Hezbollah’s Radwan forces. They later distributed a photograph of him in military fatigues to reinforce the point, but explained to Fox news that in fact, they’d had to photoshop the uniform in because no such picture existed.
Meanwhile, in the Trump administration’s domestic war on immigrants and political opponents, we’ve seen a complete resetting of norms around the tone of official communication and any expectation that it is rooted in fact. Nowhere was that more evident than in the altered footage posted by the White House of the arrest of the prominent Minneapolis activist Nekima Levy Armstrong in January. In the video, shared by the official White House handle, a handcuffed Levy Armstrong is sobbing, her skin visibly darkened. In fact, she had faced arrest calmly.
Questioned by reporters about this blatant falsification, deputy White House communications director Kaelan Dorr responded: "Enforcement of the law will continue. The memes will continue.” Collapsing the distinction between a meme and the factual record with the aid of AI is the final step in this administration's insistence that its preferred narrative simply is reality.
The problem for the White House and its allies is that their choices in tech policy, official communication, and press freedom level the playing field for information war in ways that Tehran’s media strategists understand and they, for all their immersion in online worlds, do not.
Iranian propagandists know that the currency of visual information online has already been completely debased. They’ve dealt with it plenty, and no doubt practiced it themselves in regional battles for narrative dominance. Their insight is that as cheap and easy as it is to create and distribute fakes, returns on the effort of mobilizing what disinformation researchers call “coordinated inauthentic action” are diminishing. They still do it, but it isn’t where the action is.
Sam Altman, Elon Musk and Mark Zuckerberg have, in a very practical sense, wrought this moment in concert with Peter Thiel, Alex Karp, JD Vance and Donald Trump. At their urging, the U.S. has surrendered unrivaled dominance in scarce, expensive information and cultural assets in exchange for a political economy of media that widely distributes cheap, abundant ones.
Tech leaders and conservative politicians have worked consistently for a decade to deprecate the trustworthiness of American journalism and constrain its liberties. They have smeared its practitioners as “enemies of the people”; they have captured the commanding heights of the broadcast and culture industries through crony deals, and they have launched an assault on both press freedom and standards, two assets that once made American news outlets the envy of the world. Needless to say, the economic collapse of traditional media companies fostered by Google’s and Meta’s advertising duopoly only served to deepen the damage. Jeff Bezos’s Washington Post shuttered its Middle East bureaus just days before the war began.
Meanwhile, lying from agency podiums and the Oval Office, makes Karoline Leavitt barely distinguishable from Baghdad Bob, Iraq’s minister of information in 2003 whose surreal, truth-dodging press conferences during the U.S.-led invasion made him a global laughingstock. And the DOGEing of both the nominally independent Voice of America, as well as the state department’s Global Engagement Center leaves the administration with neither broadcast nor digital counter-propaganda assets.
When no one can be trusted with the actual truth, we are left with the AI equivalent of 19th-century editorial cartoons, produced at industrial scale and distributed globally. America has little advantage in that war, particularly when it is at a moral, political and legal nadir.
If anything, Iran, which combines repression with an enormously rich literary culture, film scene and advertising market brings serious capabilities to the fight.
Of course, the ebbing of information power was already under way during the first Trump administration, and during Joe Biden’s term in ways that are indissociable from broader democratic decline. The “trust and safety” architecture adopted by big platform companies was designed — implicitly if not always visibly — to conserve information authority, and ensure that it functioned in broadly pro-democratic ways.
After the disastrous failures of the Rohingya genocide — which rights groups and UN investigators blamed Facebook for facilitating — and the fears surrounding the manipulation of the U.S. electoral environment in 2016, there was a clear threat to the commercial and political health of Twitter, Facebook and YouTube. Tech companies, governments, researchers and human rights experts devised rules and norms for content moderation grounded in existing standards, tools for detecting coordinated inauthentic behavior, and a framework for crisis response.
The community of practitioners and institutions that sprung up to combat the flesh-eating virus attacking the body politic were working with bandaids in the battlefield hospital even before Covid, a coordinated attack from the right, and the second Trump victory hit them, but they succeeded in imposing some limits. That project now lies in ruins.
The Stanford Information Laboratory has been shut down. Trust and Safety teams at Meta and X have been disbanded. The national security arm of the project, centered around the State Department is gone, and private funding for countering misinformation has largely dried up.
Where are the hyperscalers, the AI titans, whose tools are being so effectively deployed, in all of this?
The trust and safety people who do work at OpenAI are dutifully putting out reports every few months. They are detailing how they foiled efforts to use ChatGPT for a Chinese influence campaign aimed at Sanae Takaichi, the Japanese prime minister, and exposing a Russian content mill feeding African newspapers. “Pro-tip for governments,” wrote Head of National Security policy Sasha Baker on LinkedIn of the February report. “Please don’t use our products to spread lies online.”
Governments, in the world of Sam Altman’s “democratic AI” do not include that of the United States. OpenAI has not mentioned a single U.S. ally — let alone the administration itself — in these reports.
OpenAI has hired multiple ex-Clinton, Obama and Biden officials, and in their work a weird, attenuated piece of the old national security approach to information integrity lives on, alongside the project of selling products to the Pentagon. The company’s leaders clearly treat these issues as a complement to messaging around Western AI, or a picayune adjunct to the bigger questions of AI risk, which are handled way up in the organizational stratosphere, as they are at Anthropic.
Perhaps the larger lesson is that you can’t really shut down Sora, or put AI-generated video back in its box. If you choose to prosecute an illegal war of choice after surrendering the hard-won high ground of a robust, democratic information environment, high tech weaponry will not offset the deficit. On the contrary, you will have compounded the risk of both tactical failure and strategic geopolitical defeat. When that happens, and in some ways it already has, those who made this war, and their enablers in Silicon Valley, will have only themselves to blame.
La vicenda della grazia a Nicole Minetti per me ha evidenziato, se ancora ce ne fosse bisogno, la distanza siderale tra il Fatto Quotidiano e gran parte dell’informazione italiana. Non parlo del Foglio, del Giornale o del Secolo d’Italia, quotidiani che di tanto in tanto leggo sia perché la pluralità dell’informazione è un valore oltre che un metodo in sé, sia perché adoro provare l’ebbrezza del vuoto: la vertigine provocata da parole altisonanti e prive di sostanza, da discorsi contorti costruiti per difendere sempre la stessa parte politica. Discorsi che hanno la forma del logos, ma che quasi sempre si risolvono in falsi sillogismi o in allusioni volutamente vaghe, perché, se scendessero nel concreto, si dissolverebbero come bolle di sapone.
No, parlo dei quotidiani storici del nostro Paese: il Corriere della Sera, la Repubblica, la Stampa. Quotidiani che incarnano un’informazione istituzionale che i più benevoli definiscono “moderata”, ma è una moderazione che rifuggo e rifiuto. Non c’è nulla di moderato nel rispetto incondizionato verso un’istituzione, una carica o un’autorità. Ciò che vi scorgo è piuttosto un’indole pavida, che non si mette di traverso, non contesta, non si espone e preferisce allinearsi.
Mi riferisco al rapporto di totale riverenza, se non di sudditanza, che la stampa italiana intrattiene nei confronti del Presidente della Repubblica. Se una cosa è bianca ma Mattarella dice che è nera, allora diventa nera. Se Mattarella paragona la Russia al Terzo Reich e la Russia contesta quel paragone, si parla di un “vergognoso attacco della Russia al PDR”. Se Mattarella, in ogni occasione possibile, attribuisce alla Russia tutti i mali del nostro tempo e la Russia, di conseguenza, lo definisce russofobo, ecco un altro attacco ingiustificato. D’altro canto, se parlando di Israele Mattarella non ricorre mai a espressioni come “Terzo Reich”, è perché la moderazione e il senso delle istituzioni – in certi casi – valgono ancora.
In questo desolante contesto, in cui la verità dei fatti viene sistematicamente piegata alle convenienze politiche e in cui manca il coraggio di usare le parole giuste quando sono scomode, elogio il carattere del Fatto Quotidiano. Un giornale che prima mette in discussione la grazia a Nicole Minetti, entrando nel merito e nel metodo dell’iter che ha portato alla sua concessione, e costringe la Presidenza della Repubblica a chiedere un supplemento d’indagine al Ministero della Giustizia; poi, quando quel supplemento d’indagine — affidato allo stesso soggetto coinvolto nella vicenda contestata — conclude, prevedibilmente, di aver agito correttamente, insiste nell’evidenziarne le palesi incongruenze, le inesattezze e le lacune.
Il carattere del Fatto Quotidiano non consiste soltanto nel coraggio di andare controcorrente. È anche resilienza, consapevolezza e sicurezza di chi sa di svolgere il proprio lavoro senza dover rendere conto a nessuno. Il Fatto non ha politici o istituzioni da compiacere, non ha interessi editoriali da tutelare e rinuncia persino al finanziamento pubblico che gli spetterebbe, proprio per rivendicare la propria libertà e fare informazione nell’esclusivo interesse dei lettori.
Non è un caso che gli scoop e le notizie più scomode pubblicate dal Fatto colpiscano trasversalmente gli schieramenti politici, con una particolare attenzione per i governi di turno. Basti pensare alle inchieste sul “giglio magico” ai tempi di Renzi, prova dell’indifferenza del Fatto verso il potere. Allo stesso modo, non teme la “lesa maestà”, come dimostra il caso in esame, né ha esitato a criticare quello che ritengo il politico-tecnico più sopravvalutato di sempre: Draghi.
Così come non si preoccupa di dare spazio a chi viene silenziato o isolato — il professor Orsini, il generale Mini, l’ambasciatrice Basile, il professor Canfora e altri — per aver espresso opinioni difformi rispetto a un’informazione mainstream che, troppo spesso, sembra avere più padroni occulti che lettori. Meno male che il Fatto c’è!
Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.
Siamo smontando pezzo per pezzo l’enciclica di Papa Leone, una sbalorditiva collazione di prosperi e fallacie che la metà basta. Per presentarla, il Papa ha voluto accanto a sé Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, la Big Tech che si oppone ai sistemi d’arma autonomi e alla sorveglianza di massa dei cittadini; ma che collabora col governo Usa, con l’intelligence e col Pentagono. Anthropic fa parte del complesso militare statunitense, non è la colomba della pace di Picasso. Chi meglio del papa per il whitewashing?
22) L’enciclica fa emergere l’idea che la modernità tecnica, l’individualismo e la digitalizzazione abbiano allontanato l’uomo dalla sua “autenticità”. Ma epoche pre-tecnologiche avevano guerre costanti, fame, schiavitù, oppressione sistematica e mortalità enorme. Il papa è nostalgico di una una comunità “autentica” mai realmente esistita.
23) L’enciclica descrive l’uomo come relazionale, spirituale, comunitario, aperto al dono; ma l’uomo è anche competitivo, aggressivo, tribale, opportunista. Il papa minimizza l’antropologia conflittuale.
24) L’enciclica critica severamente il capitalismo, l’IA, il militarismo, la tecnocrazia, l’individualismo; ma non critica il potere religioso e il dogmatismo. Non c’è simmetria critica.
25) L’enciclica avanza spesso una tesi forte e per impedire contestazioni la corrobora con affermazioni ovvie e condivisibili. Tesi forte implicita: “La visione cristiana è necessaria per salvare l’uomo dall’IA”. Affermazione ovvia: “Dobbiamo proteggere dignità, pace e giustizia”. La tattica è detta motte & bailey. Tutti concordano sulla seconda frase (motte: la rocca sicura), ma il papa usa questo accordo per dare legittimità alla prima (bailey: il campo largo e utile, ma difficile da difendere).
26) L’enciclica accosta cose diverse fino a renderle moralmente equivalenti: tecnocrazia, individualismo, militarismo, relativismo, capitalismo aggressivo, transumanesimo. L’effetto è gettare su quei fenomeni la stessa colpa morale. Ma sostenere l’innovazione tecnologica non significa sostenere il dominio; difendere il mercato non significa idolatrare il profitto; valorizzare l’autonomia non equivale al nichilismo.
27) L’enciclica contrappone la logica del profitto alla logica della fraternità. Come se le azioni sociali potessero essere sempre guidate da motivazioni “pure”. In realtà gli esseri umani agiscono con motivazioni miste; interesse personale e cooperazione convivono; le istituzioni funzionano anche grazie a incentivi non altruistici. Inoltre, buone intenzioni possono creare disastri economici, e incentivi mal progettati possono corrompere sistemi altruistici. Il papa sottovaluta la teoria dei sistemi e i cosiddetti “effetti emergenti”.
28) L’enciclica presume di sapere cosa sia il vero bene umano: relazioni, trascendenza, limite, apertura a Dio, comunità, fraternità. Ma altri potrebbero sostenere che la realizzazione umana consiste nell’autonomia, nella creatività individuale, nella conoscenza, nel libero pensiero, nell’auto-determinazione.
29) L’enciclica sostiene che dialogo, fraternità, discernimento e ascolto possano sempre ricomporre i conflitti. Questa è un’ingenuità da Miss Universo.
30) L’enciclica riformula idee religiose in un linguaggio universale. Esempi: “peccato” = “disumanizzazione”; “carità” = “solidarietà”; “ordine morale cristiano” = “bene comune”; “salvezza” = “sviluppo integrale”. Così il testo sembra universalista pur mantenendo una struttura teologica implicita. Il papa suggerisce quindi che se qualcosa è universale, allora dovrebbe essere condiviso da tutti. Ma l’universalità filosofica non equivale al consenso reale. Molte persone non condividono la metafisica cristiana, la legge naturale, l’antropologia relazionale e l’idea del limite come bene.
31) L’enciclica usa categorie non falsificabili: dignità, fraternità, civiltà dell’amore, umanesimo integrale. Se una politica fallisce, si può sempre dire: “Non era uno sviluppo autenticamente umano”. Questo rende il sistema teorico resistente alle confutazioni empiriche.
32) L’enciclica dice di non voler dominare, ma si pone come giudice morale universale: dell’economia, della politica, della guerra, dell’educazione, della tecnologia, della cultura. Il papa mostra la Chiesa allo stesso tempo come una voce tra le altre e come l’interprete massimo della vera umanità. Altra contraddizione.
33) L’enciclica è scritta in uno stile alto, simbolico e spirituale che produce autorevolezza, ma linguaggio elevato non significa argomentazione valida. Spesso le immagini bibliche, il tono profetico, il lessico morale e i riferimenti spirituali mascherano passaggi deboli dal punto di vista logico.
34) L’enciclica presenta la Dottrina sociale della Chiesa come uno sviluppo coerente e organico, ma storicamente molte posizioni ecclesiali sono cambiate in modo drastico: libertà religiosa, democrazia, diritti umani, rapporto col liberalismo, schiavitù, pluralismo. Il papa minimizza le discontinuità reali.
35) L’enciclica parla a tutti gli uomini in nome della dignità universale, ma in sostanza il modello umano pieno coincide con l’antropologia cristiana. Quindi chi rifiuta quella visione è incompleto? Alienato? Meno umano?
36) Domandine finali: sacerdoti creati con l’IA sono già in grado di confessare e rimettere i i peccati. Questa assoluzione vale? No? Perché invece quella impartita da un prete in carne e ossa sì, visto che la sua assoluzione è altrettanto virtuale e tutto sta nel credergli? La religione è un sistema simbolico che organizza il mondo, attribuisce significati, orienta i comportamenti; l’IA è l’aggiornamento di questa macchina antica, quella della credenza collettiva. Il mercato delle anime è un ricco orticello, la posta in gioco è il controllo dell’intermediazione. Senza timore di concedere all’iperbole, che papa Bob sia preoccupatissimo è più che comprensibile. (3. Fine)
“In tutta la mia carriera non avevo mai visto un’indagine che si fa per stabilire se” una persona “ha detto ad un giornale o in tv delle cose vere e poi non viene interrogato“. A parlare è Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it e condirettore del Fatto Quotidiano, intervistato da Giorgio Lauro e NancyBrilli a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1. Il tema è la relazione conclusiva della Procura generale di Milano sulla nuova istruttoria che ha rivalutato l’iter che ha portato al provvedimento di grazia per l’ex consigliera regionale NicoleMinetti.
Gomez sottolinea che nel comunicato della procura generale “si scrive che non è stata fatta la rogatoria, perché non si poteva fare, quindi non hanno sentito la testimone che noi abbiamo intervistato”. “Non hanno fatto altri atti di indagine, se non appoggiandosi all’Interpol, ma hanno stabilito sulla base delle indagini difensive, e di qualcuno che hanno sentito, che non è vero quello che ha detto a noi la testimone”.
Continua il direttore de ilfatto.it: “Noi non facciamo le inchieste per far revocare qualcosa, noi abbiamo fatto un’inchiesta per raccontare una storia alla luce di un fatto preciso. La decisione di graziare Nicole Minetti ha provocato un enorme sconcerto dell’opinione pubblica perché è una decisione che è stata scoperta per caso perché è stata tenuta segreta inizialmente per motivi legati alla presenza di un minore. Dopodiché abbiamo avuto delle notizie, le abbiamo raccontate con nome e cognome e prendiamo atto che le notizie che abbiamo raccontato non vengono considerate vere senza sentire la fonte da cui provengono. Curioso”. Ad ogni modo, assicura Gomez, “le inchieste del Fatto non finiscono qui”.
Una pioniera e poi un punto di riferimento fortissimo per la tecnologia digitale e cybersicurezza in Italia. Carola Frediani è morta a 51 anni dopo una breve malattia: lascia un figlio, il marito Luca e un grande vuoto nel mondo del giornalismo. Era nota soprattutto per la newsletter Guerre di Rete, nata nel 2018, poi diventata un sito web con diversi collaboratori e più di 15mila iscritti. Proprio la pagina web ne ha annunciato la scomparsa: “Lascia un vuoto incolmabile in tutti coloro che l’hanno conosciuta in questi anni”. L’ultimo saluto si terrà il 5 giugno alle 12.00 al tempio laico di Staglieno, nella sua Genova.
Nata nel capoluogo ligure, si è laureata in lettere per poi conseguire un master in Italian Literature all’University of Pittsburgh. Ha iniziato la sua carriera nella sua città natale nel 2000. Era stato Franco Carlini a darle una possibilità nell’agenzia Totem, tra i primi giornalisti italiani a occuparsi di Internet. Da lì in poi solo successi, a partire dal 2010 quando ha fondato l’agenzia EffeCinque, collaborando in parallelo con le maggiori testate del Paese, tra cui La Stampa, Corriere della Sera, Wired, Vice, L’Espresso. Tra le voci più autorevoli del settore, si occupava di social media, sicurezza informatica, hacking, sicurezza e diritto della rete in modo approfondito e autorevole: sempre con grande passione e professionalità. Un talento riconosciuto nel 2019 con il Premio Galilei per la divulgazione scientifica e nel 2021 con il Premio giornalistico Arrigo Benedetti.
Tutti i suoi progetti, soprattutto Guerre di Rete, non parlavano mai solo di tecnologia, ma anche di diritti. Una forte dimensione civile che ha caratterizzato tutta la sua carriera: ha fatto parte del team dedicato alla sicurezza globale del segretariato di Amnesty International e si è unita al dipartimento di sicurezza informatica di Human Rights Watch, tra le più note Ong i diritti umani. Entrambe le esperienze hanno rafforzato la sua visione del digitale come questione politica e sociale, non solo tecnica. Sicurezza informatica, sorveglianza e libertà online erano per Frediani aspetti strettamente legati alla difesa dei diritti delle persone. Su questa scia, dall’inizio del 2024 curava anche la newsletter Digital Conflicts, bisettimanale e in inglese.
Frediani è stata anche autrice di libri che hanno aiutato il pubblico a capire meglio i grandi temi del mondo digitale e della sicurezza informatica. Tra i titoli più noti DeepWeb, #Cybercrime (Hoepli), ls Rete oltre Google e L’inganno dell’automa, uscito lo scorso settembre. Tra le sue opere anche il thriller a sfondo digitale Fuori Controllo (Venipedia). In molti tra amici e colleghi hanno affidato un ultimo saluto ai social. Anche l’Ordine e l’associazione dei giornalisti liguri hanno espresso le condoglianze “al marito Luca, al figlio adolescente e alla mamma Luciana”. Frediani però è stata anche un orgoglio per la propria città, che l’ha ricordata con un messaggio della sindaca di Genova, Silvia Salis: “L’ufficio portavoce della sindaca e l’ufficio stampa del Comune di Genova si uniscono al dolore dei colleghi e della comunità giornalistica, ricordandone non solo il valore professionale, ma anche la generosità e l’energia contagiosa”.
È morta a soli 51 anni Carola Frediani, giornalista e divulgatrice informatica, una tra i maggiori esperti di tecnologia digitale e sicurezza informatica in Italia. Le sue condizioni di salute si erano aggravate rapidamente per un male incurabile. Lascia il marito Luca, e il figlio Leone.
La notizia è stata diffusa dal sito e dai social di Guerre di Rete che Carola aveva creato:
Oggi, 3 Giugno 2026, è venuta a mancare all’affetto della sua famiglia e dei suoi amici Carola Frediani.Carola è stata anima e linfa di Guerre di Rete e lascia un vuoto incolmabile in tutti coloro che l’hanno conosciuta in questi anni.
Laureata in Letteratura all’Università di Genova, aveva iniziato la sua carriera come giornalista sui temi del digitale e della tecnologia nell’agenzia giornalistica e multimediale Totem guidata da Franco Carlini, che tra i primi in Italia ha scritto dell’impatto della Rete sulla società. Dopo la morte di Carlini aveva fondato, insieme a Raffaele Mastrolonardo e Nicola Bruno, l’agenzia giornalistica Effecinque che sviluppava formati innovativi per l’informazione digitale. Negli anni ha scritto per molte testate nazionali e internazionali, tra cui Wired, L’Espresso, Agi, Vice, Corriere della Sera, il Secolo XIX, Il Manifesto, Vice e La Stampa.
Nel 2018 ha fondato la newsletter che poi è diventata un vero progetto indipendente intitolato Guerre di Rete, diventato un punto di riferimento per chi segue cybersicurezza, cybercrime, cyberspionaggio, intelligenza artificiale, sorveglianza e politica della Rete. Il progetto ha raccolto una comunità ampia e fedele di lettori, grazie alla capacità di spiegare fenomeni globali con rigore e chiarezza. Con Guerre di Rete, Carola Frediani ha costruito uno spazio giornalistico autonomo, libero dalle logiche più tradizionali delle redazioni e molto attento all’evoluzione geopolitica del digitale. Il progetto ha avuto anche una forte dimensione civile, perché ha sempre collegato tecnologia e diritti. Infatti una parte importante del suo percorso si è svolta anche fuori dal giornalismo dato che ha lavorato nel team di sicurezza globale di Amnesty International e nel dipartimento di sicurezza informatica di Human Rights Watch, due organizzazioni che si occupano di diritti umani a livello internazionale. Queste esperienze hanno rafforzato la sua visione del digitale come questione politica e sociale, non solo tecnica. Per Frediani, sicurezza informatica, sorveglianza e libertà online erano aspetti strettamente legati alla difesa dei diritti delle persone. Dall’inizio del 2024 curava anche la newsletter Digital Conflicts, bisettimanale e in inglese.
Carola Frediani ha scritto diversi libri che hanno aiutato il pubblico a capire meglio i grandi temi del mondo digitale e della sicurezza informatica. Tra i suoi titoli più noti figurano Dentro Anonymous, Deep Web, La Rete oltre Google, Guerre di Rete, #Cybercrime e L’inganno dell’automa. I suoi libri hanno avuto un ruolo importante nella divulgazione, perché hanno portato nel linguaggio comune concetti spesso riservati agli addetti ai lavori. Anche per questo nel corso della sua attività ha ricevuto premi e riconoscimenti, tra cui il Premio giornalistico Arrigo Benedetti e il Premio Galilei per la divulgazione scientifica.
Carola Frediani era entrata nel mondo del giornalismo legato ai temi della tecnologia, del digitale e della cybersicurezza facendosi da subito notare per le sue doti di analisi, di competenza e di obiettività. Era donna in un mondo di nerd quasi sempre uomini e si muoveva con eleganza fra bit, hacker, movimentismi e etica. Era alta, tosta, competente, sorridente, elegante, gentile, aperta, franca, non aveva paura, sapeva sempre di che cosa scriveva, era autorevole, ma lo faceva con il cuore. Spirito libero, amava rendere semplici i problemi complessi della tecnologia e dell’uomo. Dovendo raccontare la tecnologia, la sicurezza e le guerre, si era dovuta trovare a raccontare l’etica e gli interessi dell’economia.
Lascia un grande vuoto dato che la sua influenza e la sua competenza ha portato alla formazione di una nuova attenzione pubblica verso cybercrime, privacy e intelligence digitale e diritti nell’era digitale. L’ultimo saluto a Carola Frediani si terrà venerdì 5 giugno alle 12 al tempio laico di Staglieno.
When Tucker Carlson’s Vladimir Putin interview outdraws CNN’s primetime lineup, when Bassem Youssef’s Piers Morgan appearance becomes more widely discussed than anything on legacy broadcast, and when Michael Jackson’s biopic becomes one of the highest-grossing music films in history despite decades of media character assassination, the gatekeepers have a problem. There is a particular kind […]
Ho deciso di sottoscrivere la richiesta di referendum per abrogare il finanziamento pubblico ai giornali. Un’iniziativa che nasce grazie al comitato referendario che ha lanciato la proposta con slogan quali “basta soldi ai giornali”, “abolire il reddito di giornalanza”.
C’ho riflettuto molto, perché sono tra quelli che ancora credono molto nella fondamentale funzione dell’informazione nel nostro paese (e ovunque); per cui sono consapevole che forme di sostegno a questa importante “industria” siano assolutamente auspicabili, come sono auspicabili, ed esistono, gli aiuti a diversi settori produttivi: il cinema e la cultura, l’edilizia, le fonti rinnovabili, l’automotive.
Ma allora perché abolire, a mio avviso, i finanziamenti alla carta stampata? Semplicemente perché sotto la “copertina” di un sostegno a lavoratori impiegati in questo settore si cela spesso il meccanismo di foraggiamento di organi di stampa che definire sconcertante è dire poco. Faccio due esempi.
– Le testate del gruppo Angelucci (Il Giornale, Libero, Il Tempo) che, anche grazie alle imposte versate dai contribuenti, alimentano la propaganda di destra, oggi governativa; operazione del tutto lecita nel paese in cui uno dei capisaldi della Costituzione è l’art. 21, che sancisce la libertà di espressione delle opinioni, anche (soprattutto) quelle che non condividiamo. Ma versare le tasse per pagare lo stipendio a direttori e redattori la cui funzione mi sembra esclusivamente quella di srotolare la lingua a mo’ di tappeto ai piedi del proprio referente politico o potente di turno mi sembra francamente troppo. E non dimentico che l’editore Antonio Angelucci, già ras della sanità privata, è colui il quale, da deputato della Lega, l’anno scorso ha accumulato la bellezza di zero (zero!) presenze a Montecitorio, incassando comunque la lauta indennità di parlamentare a lui “spettante”.
– Il caso, non meno sconcertante, de Il Secolo d’Italia, organo ufficiale del partito di maggioranza relativa, Fratelli d’Italia, che con un “barbatrucco” fiscale ha mutato la propria natura societaria raggirando così il divieto di finanziamento ai giornali di partito. Più in generale, il trucchetto che molte redazioni orchestrano per incamerare i contributi consiste nel trasformare le loro società in “cooperative” di comodo, per rientrare nei requisiti della legge.
Naturalmente, a essere drogato non è solo il mercato dell’editoria di destra; ricordo ancora il “bagno di sangue” costato agli italiani il fallimento de L’Unità, organo del Pds/Ds, i cui cento milioni di debiti sono stati ripianati dal governo (quindi dai contribuenti) grazie a una legge voluta negli anni ’90 da Prodi.
È chiaro che l’abolizione del finanziamento potrebbe sortire l’effetto di gettare via il bambino con l’acqua sporca: esistono tanti giornali i cui operatori svolgono scrupolosamente, con impegno e spirito d’indipendenza il proprio lavoro, che senza i sostegni pubblici andranno in grave sofferenza (e con loro cartiere, tipografie, edicole e tutto l’indotto), nel momento storico in cui molti italiani preferiscono informarsi su TikTok piuttosto che leggere un articolo, in cui è solo un vago ricordo il milione e passa di copie tirate dal principale quotidiano nostrano, il Corriere. E in cui ogni mattina girano su Whatsapp migliaia di file pdf “pezzottati” di tutti i giornali editi nel nostro paese.
Non so se il referendum produrrà qualche esito: non è detto che si arrivi alle 500mila firme necessarie (al momento siamo a meno di 200mila) ed è difficile che eventualmente, poi, si raggiunga il quorum del 50+1 percento nelle urne. Ma, quantomeno, val forse la pena sollevare la questione, magari per mettere un po’ di pressione addosso a qualche giornalaccio buono manco per incartare il pesce. Io, nel mio piccolo, continuerò a sottoscrivere l’abbonamento digitale (da tempo ormai non compro più i quotidiani cartacei) a qualche testata (magari anche più di una) che ritengo meritevole di lettura, come faccio da diversi anni.
Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.
Siamo smontando pezzo per pezzo l’enciclica di Papa Leone, una sbalorditiva collazione di prosperi e fallacie che la metà basta.
9) L’enciclica afferma che il pluralismo culturale è una ricchezza, ma che nessuno, a parte la Chiesa, possiede totalmente la verità. Il papa vuole tenere insieme l’apertura dialogica e l’esclusività dottrinale. Tutta l’argomentazione ne viene indebolito.
10) L’enciclica presenta la Chiesa come promotrice di dignità, pace, dialogo e fraternità, chiedendo perdono per qualche errore del passato (la tolleranza dello schiavismo). Così facendo minimizza le alleanze con poteri autoritari, il colonialismo missionario, le sue discriminazioni strutturali (a quando un papa donna?). E’ cherry picking storico.
11) L’enciclica esalta la sofferenza, la fragilità e il limite attribuendogli un valore spirituale. E’ una fallacia di idealizzazione: alcune sofferenze distruggono persone; molte malattie non “umanizzano”; la medicina moderna ha ridotto enormi quantità di dolore inutile. Che dal dolore possa derivare una crescita personale non implica che il dolore sia di per sé positivo, una fissa di chi ha per modello Cristo in croce.
12) L’enciclica attribuisce molti problemi alla tecnocrazia, alla sete di profitto, all’individualismo, al relativismo. Ma guerre, sfruttamento e controllo sociale esistevano prima del capitalismo digitale. Il papa moralizza fenomeni storici complessi invece di analizzarne le cause materiali, geopolitiche e istituzionali. Le guerre, per dire, possono nascere anche da scarsità di risorse, deterrenza, sicurezza strategica, equilibrio di potenza, interessi materiali.
13) L’enciclica disegna scenari inquietanti: IA che domina; sorveglianza totale; perdita dell’umano; manipolazione; nuove schiavitù; guerra automatizzata; disgregazione sociale. Questi rischi esistono, ma il papa li accumula creando una pressione emotiva. “Se non adottiamo questa visione etica/spirituale, andremo verso la disumanizzazione.” E’ un classico sofisma ad baculum (impaurire per convincere).
14) L’enciclica sostituisce all’analisi empirica una narrazione salvifica: dalla Babele tecnologica si esce con una conversione morale che porta all’armonia, alla civiltà dell’amore, alla fraternità universale, all’umanità riconciliata. Ma alcune visioni del mondo sono incompatibili fra loro, per esempio il liberalismo, la teocrazia, il relativismo, la legge naturale cattolica. Il papa minimizza conflitti irriducibili.
15) L’enciclica usa concetti vaghi (es.: il bene comune) senza darne una definizione operativa, per cui le affermazioni diventano tautologiche. “La tecnologia deve servire il bene comune”: ma chi definisce il bene comune? Con quali criteri? E in caso di conflitto tra beni?
16) L’enciclica implica che l’umano autentico è aperto a Dio, rifiuta il dominio, è relazionale e vive la fragilità. Chi non è d’accordo è meno umano?
17) L’enciclica equivoca spesso tra descrizione e prescrizione. Per esempio passa da “la società è interdipendente” a “quindi dobbiamo essere solidali”. Ma l’interdipendenza non implica solidarietà. Anche i mercati sono interdipendenti.
18) L’enciclica scredita idee in base alla loro presunta origine spirituale: la tecnologia nasce dall’orgoglio prometeico; l’individualismo dall’egoismo; il transumanesimo dal rifiuto del limite. Il giudizio negativo non viene fondato sugli effetti concreti.
19) L’enciclica idealizza la comunità come intrinsecamente buona. Ma le comunità possono essere oppressive, conformiste, violente. Il papa sottovaluta il ruolo positivo del conflitto e del dissenso radicale.
20) L’enciclica rappresenta la Chiesa come orientata al servizio, all’ascolto, al bene comune. Ma le istituzioni religiose hanno anche interessi, potere, strategie; conflitti interni. Le intenzioni dichiarate non coincidono con la realtà storica.
21) L’enciclica assume che autorità morali, educatori, istituzioni, Chiesa e Stato debbano guidare le persone verso il “vero bene”. Ma questo presuppone che alcuni sappiano meglio di altri cosa sia il “vero bene”. Ed ecco che il riconoscimento del pluralismo e dell’autonomia individuale va a farsi friggere. (2. Continua)