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Quale ruolo cerca l’Italia nell’Oms. Parla l’amb. Vignali

Lo scorso mese, a margine della 79ª Assemblea mondiale della Sanità a Ginevra, l’Italia ha annunciato la propria candidatura all’Executive Board dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per il mandato 2027-2030. Una scelta che si inserisce in una fase di profonda trasformazione della governance sanitaria internazionale, segnata da nuove sfide globali, crescenti tensioni geopolitiche e interrogativi sul futuro del multilateralismo. Ne abbiamo parlato con l’ambasciatore Luigi Maria Vignali, rappresentante permanente d’Italia presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra, per approfondire il significato della candidatura italiana, il ruolo che il nostro Paese intende svolgere all’interno dell’Oms e le principali priorità che oggi attraversano la salute globale.

Qual è il significato politico e strategico di questa candidatura nel contesto internazionale attuale?

L’Italia è da sempre molto attiva nell’Organizzazione mondiale della sanità: abbiamo già fatto parte del Consiglio esecutivo per sei volte, mentre nostri esperti collaborano regolarmente con l’Oms a livello globale e regionale. Soprattutto, tanti centri italiani mettono costantemente a disposizione dell’Organizzazione competenze, attività di ricerca, formazione, servizi di laboratorio e consulenza tecnica. Siamo insomma un attore di primo piano che agisce per la sicurezza sanitaria globale e che promuove la mobilitazione di risorse finanziarie a sostegno di importanti partenariati e meccanismi multilaterali, tra cui l’Alleanza per i vaccini – Gavi, il Fondo globale per la lotta contro Aifs tubercolosi e malaria, o ancora il Fondo per le Pandemie.

Nel suo intervento ha richiamato la necessità di “colmare lacune, evitare duplicazioni e rafforzare il coordinamento”. Dove individua oggi le principali criticità della governance sanitaria globale e quale ruolo può svolgere l’Oms in questa fase?

Mi riferivo in particolare al processo di riforma della cosiddetta “architettura” della salute globale: la posizione italiana sostiene un processo decisionale più efficiente e vincolato a precise scadenze temporali, anche con l’obiettivo di migliorare la responsabilità dell’Organizzazione – quella che inglese chiamiamo “accountability” – e ridurre il rischio di frammentazione nella programmazione sul terreno. Anche il raccordo con altri enti e donatori deve produrre un salto di qualità, in modo da ottenere risultati chiari e dimostrare il valore aggiunto del sistema sanitario multilaterale.

Negli ultimi anni la salute è diventata sempre più intrecciata con temi di sicurezza, resilienza industriale, approvvigionamenti strategici e competizione geopolitica. Quanto sta cambiando il peso della salute nelle relazioni internazionali e quale ruolo possono svolgere le organizzazioni multilaterali in un’epoca in cui il loro ruolo è talvolta messo in discussione?

Effettivamente la salute si declina ormai anche quale interesse strategico, del resto la pandemia del Covid ha reso evidente come la capacità di prevenire e gestire le crisi sanitarie incida su sicurezza nazionale, tenuta delle economie, continuità delle catene di approvvigionamento e persino sulla stabilità politica.

Oggi vaccini, farmaci essenziali, tecnologie biomediche, dati sanitari e capacità produttive sono diventati asset strategici – come dimostrano i dibattiti sulla sovranità sanitaria, sul cosiddetto “reshoring” delle produzioni critiche e sulla diversificazione delle filiere. La salute è quindi elemento di resilienza nazionale e, al tempo stesso, strumento di influenza internazionale. Ma nessun Paese può affrontare da solo grandi epidemie e resistenza antimicrobica, oppure le conseguenze sanitarie del cambiamento climatico e la sicurezza degli approvvigionamenti.

Occorre quindi mantenere una salda dimensione multilaterale, volta a conciliare le legittime esigenze di autonomia strategica con una solida collaborazione internazionale, perché le grandi minacce sanitarie continuano a essere, inevitabilmente, sfide condivise.

Guardando ai prossimi anni, quali saranno secondo lei le grandi priorità della salute globale sulle quali la comunità internazionale dovrà concentrare maggiormente i propri sforzi?

A livello globale come Italia ci concentriamo attualmente su tre temi principali: l’approccio cosiddetto One health, con focus sulla resistenza antimicrobica; la promozione dell’invecchiamento in salute per intero arco di vita, con enfasi su prevenzione, integrazione sociale e sanitaria nella continuità delle cure; il potenziamento della salute mentale, con particolare attenzione a bambini e adolescenti.

E quale contributo specifico può offrire l’Italia all’interno dell’Executive board dell’Oms? Ci sono priorità o approcci che il nostro Paese intende portare all’attenzione?

Crediamo che l’Italia possa sostenere l’Oms nella capacità di fornire agli Stati membri opzioni politiche sempre più coerenti con il suo mandato, da tradurre in schemi operativi nazionali in base a rispettive esigenze, priorità, capacità e contesti.

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Intesa-Mps, vi spiego la mossa che può cambiare il risiko. Parla Messori

I mercati sono in ebollizione e d’altronde non potrebbe essere altrimenti vista la posta in gioco. Da quando, domenica scorsa, Intesa Sanpaolo e Banco Bpm si sono messe in marcia sul Monte dei Paschi, la grande finanza italiana ha cominciato a entrare in una nuova era. Fatta di incastri e nuovi pesi. Ne sono convinti tanto in Italia, quanto all’estero. Ne sono convinti tanto in Italia, quanto all’estero. E ne è convinto anche il mercato, come dimostra l’euforia di Piazza Affari di questi giorni, proprio grazie allo sprint dei titoli delle banche coinvolte (Intesa, Bper, Banco e Unicredit) in quel risiko che potrebbe portare alla nascita di uno dei più grandi poli bancari d’Europa, dietro solo a Bnp Paribas e a Santander.

Il gioiello della corona, comunque, rimangono le Generali, con il loro forziere da 800 miliardi di risparmio oltre all’enorme stock di titoli di Stato. Chi prende Mps, prende Mediobanca e dunque il 13% del Leone. Non può stupire, dunque, che a Palazzo Chigi si segua il dossier con grande attenzione, specialmente sul versante Intesa, la cui operazione congegnata dal ceo Carlo Messina ha un sapore decisamente più italiano rispetto a quella di Bpm, il cui socio principale è la francese Crèdit Agricole. Un punto, questo, su cui però Marcello Messori, economista, saggista, docente allo European university institute e grande esperto di cose bancarie, si sente di fare alcuni chiarimenti.

Il doppio passo verso Mps da parte di Intesa e Banco Bpm ha improvvisamente riacceso il risiko bancario italiano, ripartito ufficialmente qualche mese fa con la scalata del Monte dei Paschi a Mediobanca. Come legge questa nuova stagione di consolidamento bancario? E vede più opportunità o rischi per il sistema del credito?

Uno dei fattori necessari per ridurre i ritardi innovativi dell’economia europea e per salvaguardarne il modello sociale è la costruzione di un mercato finanziario che non sia frammentato in tanti segmenti nazionali o locali e che metta a disposizione efficaci strumenti di allocazione della ricchezza per il sostegno di investimenti innovativi. La costruzione di questo mercato finanziario europeo non può prescindere da un’evoluzione delle banche che, ancora oggi, hanno un ruolo determinante pur non essendo gli intermediari più idonei a finanziare attività innovative. Il consolidamento bancario europeo è, quindi, un passo ineludibile anche se non sufficiente per il futuro della Ue. Le divergenti iniziative, lanciate da Intesa e da Bpm rispetto a Mps, sono ancora racchiuse in un orizzonte nazionale ma potrebbero facilitare o attivare aggregazioni transfrontaliere. In particolare, se avesse successo, l’Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas, ndr) lanciata da Intesa potrebbe sfociare nella creazione di uno dei più importanti gruppi bancari europei. Per giunta, un gruppo bancario italiano, Unicredit, è già impegnato in un’operazione transfrontaliera di consolidamento (acquisizione di Commerzbank, ndr). La mia risposta è, quindi, che vedo più opportunità che rischi in efficaci processi di consolidamento.

C’è chi ha fatto notare come l’operazione messa a terra da Intesa e Bper sia decisamente più made in Italy rispetto a quella di Bpm, rea di essere partecipata in forze da un azionista francese, il Crédit Agricole. Di qui la sensazione che il blocco Intesa-Bper possa proteggere in qualche modo le Generali e il loro patrimonio di debito pubblico e risparmio, meglio di altri. A lei come suona questa lettura?

Non apprezzo tale lettura che, se trovasse un qualche riscontro nella realtà, sarebbe in contrasto con quanto ho appena affermato circa il necessario consolidamento del settore bancario europeo. Resta il dato oggettivo che l’Opas di Intesa, corredata dall’accordo con Unipol di cedere a Bper, banca controllata, di fatto, proprio da Unipol, più della metà degli sportelli di Mps eventualmente acquisiti così da aggirare vincoli antitrust, è un’operazione più strutturata del progetto di fusione abbozzato da Bpm.

Che cosa intende per operazione meglio strutturata?

L’iniziativa di Intesa risponde a obiettivi di rafforzamento non tanto delle attività bancarie più tradizionali, quanto dell’offerta di servizi finanziari ad alto valore aggiunto e utili per la mobilizzazione della ricchezza finanziaria verso attività produttive. In questo senso, la chiave è l’acquisizione di Mediobanca. Per giunta, anche le sinergie fra Intesa e Generali sono, potenzialmente, maggiori di quelle che deriverebbero dalla creazione di un terzo polo fra Mps e Bpm. Sottolineo, però, che la partita su Generali potrebbe essere solo agli inizi. Non dimentichiamoci, infatti, che i principali azionisti attuali di Generali sono, oltre a Mediobanca, il gruppo Defin (la holding) della famiglia Del Vecchio, Unicredit e il gruppo Caltagirone. E non è ancora chiaro quali siano le strategie di ciascuno di tali azionisti rispetto all’evoluzione del grande gruppo assicurativo.

Da tempo immemore Mario Draghi va predicando in Europa che le aggregazioni bancarie sono ormai una necessità e non più un’opzione: senza grandi campioni del credito si rischia di essere vulnerabili a livello sistemico. Alla luce di tutto questo, come vede il futuro delle banche di medie o piccole dimensioni?

L’inevitabile creazione di gruppi bancari transnazionali, in grado di competere in mercati finanziari europei, è compatibile sia con un aumento della concorrenza sia con la presenza di piccolo-medie banche e di altri intermediari. Riguardo al primo aspetto, va sottolineato che, specie nei comparti bancario e finanziario, la struttura di mercato non dipende dalla numerosità degli attori. È più concorrenziale un mercato unificato con poche banche offerenti, che non abbiano incentivi a colludere tra loro, rispetto a un mercato frammentato con moltissimi offerenti, ognuno dei quali opera in nicchie protette. L’effetto dell’auspicabile consolidamento bancario europeo sarà, perciò, di espellere dal mercato le piccole banche locali inefficienti, che prosperano lucrando posizioni di rendita, ma di lasciare ampio spazio ad altre due tipologie di piccole e medie banche. In primo luogo, vi è spazio per piccole e medie banche specializzate nell’offerta di servizi finanziari con basse economie di scala; in secondo luogo, vi è spazio per quelle capaci di offrire finanziamenti e servizi ‘tagliati’ sulle esigenze delle svariate piccole e piccolo-medie imprese efficienti che caratterizzano il settore manifatturiero europeo.

Nelle sue ultime Considerazioni finali, il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha rilanciato la necessità di un debito comune a livello europeo. Non è la prima volta che si inneggia a strumenti finanziari che diano finalmente corpo a un mercato unico ancora zoppo. Eppure, la strada sembra sempre essere in salita, nonostante ci sia una certa consapevolezza a livello europeo che senza debito comune sarà sempre più difficile finanziare gli investimenti di cui il continente necessità. Come lo spiega?

Da tempo miro a provare che la costruzione di una capacità fiscale centrale (Cfc) permanente, in grado di finanziare un insieme di beni pubblici europei (Bpe) e di sostenere investimenti innovativi privati nel quadro di una politica industriale europea in sintonia con il funzionamento dei mercati, porterebbe a benefici netti per tutti gli stati membri della Ue. Vorrei insistere sul concetto economico di beneficio netto. Pur scontando che i diversi paesi della Ue hanno obiettivi e caratteri diversi e hanno un diverso peso decisionale, si è mostrato (in un articolo scritto con Marco Buti) che vi sono combinazioni fra i vari tipi di Bpe sulla base delle quali i ricavi netti sono maggiori dei costi per ognuno dei paesi considerati. Eppure, come lei ha sottolineato nella sua domanda, la strada verso la costruzione di una Cfc e la produzione di Bpe è sempre più in salita.

Perché?

La creazione di una Cfc deve poggiare su drastici ampliamenti del bilancio europeo o del debito comune e sull’abbandono delle protezioni nazionali nei mercati finanziari. Queste scelte sono difficili da assumere per ragioni che esulano dal calcolo economico e investono le ideologie politiche. Per costruire una Cfc, definire una politica industriale europea e produrre gli appropriati Bpe, risulta inevitabile cedere sovranità nazionale a favore di una sovranità europea. Un numero elevato di governi nazionali ritiene che il costo politico di tale trasferimento di sovranità sia eccessivo specie in orizzonti di breve termine dominati dalla conservazione del potere. Ciò non implica che si debba accantonare la speranza di costruire spazi per un maggiore debito europeo. I sondaggi indicano che, di fronte al moltiplicarsi delle minacce internazionali, i cittadini europei vogliono più Europa perché colgono l’inadeguatezza dei governi nazionali. Questi stessi cittadini non percepiscono, però, che la protezione universale europea è incompatibile con l’arroccamento su quelle piccole protezioni particolari offerte da chi difende la sovranità nazionale.

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Trump rischia un accordo peggiore del Jcpoa. Parola di Pedde (Igs)

La ripresa delle ostilità tra Iran e Israele non è uguale alle altre. In questo caso i nuovi vertici di Teheran hanno deciso di abbandonare la logica della risposta e abbracciare quella dell’iniziativa. Un mutamento di postura che ridisegna le coordinate del conflitto e complica ulteriormente il già fragile negoziato con Washington. Che sente il peso del fattore tempo. Per approfondire le complesse e intrecciate dinamiche che stanno emergendo in queste ore Formiche.net si è rivolta a Nicola Pedde, esperto di Iran e direttore dell’Institute for Global Studies, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Come legge la ripresa delle ostilità che ha visto coinvolti Iran e Israele negli scorsi giorni?

Come un segnale di “novità” rispetto al passato. I nuovi vertici della componente ultraconservativa hanno una linea politica molto diversa rispetto a quella che ha caratterizzato il passato e non hanno più alcuna intenzione di rispettare regole che ritengono superate, convinti di avere una capacità maggiore e quindi di poter attuare una politica più assertiva. Tant’è che abbiamo assistito per la prima volta a un attacco da parte iraniana senza che vi sia stato un preventivo attacco americano contro il Paese, e questo è un fattore di grande importanza perché determina un mutamento sostanziale nella postura strategica dell’Iran.

Come si sta approcciando Teheran a questo conflitto?

Il conflitto è stato gestito soprattutto in funzione dell’agenda che in questo momento è preminente per l’Iran, cioè quella della definizione di un accordo con gli Stati Uniti, dove una parte del vertice politico iraniano ritiene di avere in questo momento addirittura tre carte negoziali molto importanti. La prima è quella relativa allo Stretto di Hormuz, cioè la libertà di navigazione; la seconda è la questione nucleare; la terza è diventata il Libano, che è strumentale in termini negoziali per vincolare la trattativa e poter esercitare maggiori pressioni sugli Stati Uniti.

Possiamo aggiungere, come quarto elemento, anche il fatto che nonostante gli sforzi bellici di Usa e Israele in questo senso, le capacità militari iraniane non siano state neutralizzate?

Sì, questo è sicuramente un elemento. L’Iran è consapevole di avere una forte capacità di resistenza militare, sia sul piano della missilistica, dove non esistono ovviamente dati pubblici, ma dove gli stessi americani ritengono che gli arsenali siano ancora sostanzialmente integri almeno al 50%, sia sotto il profilo degli arsenali di droni, che dovrebbero avere una residua capacità operativa analoga. Tende però a far sottovalutare, o quantomeno a mascherare, quanto sia molto meno solido il profilo della resistenza economica e politica del paese, e questo è l’elemento davvero critico per l’Iran. È per questo che l’Iran sa che, nell’eventualità di una pace, le questioni economiche preminenti lo porterebbero incontro a una crisi economica e di conseguenza sociale, che potrebbe nuovamente generare un’ondata di proteste e una forte fase di instabilità interna. Una dinamica che, in modo diverso, vale anche per gli Stati Uniti.

Che intende?

Se l’Iran non riesce a ottenere concreti benefici e garanzie economiche sa di dover affrontare una situazione di crisi interna, alla quale è sicuramente preferibile la continuità del conflitto o comunque della tensione nella regione. Per gli Stati Uniti, parimenti, un accordo che non si traduca in una vittoria sostanziale rappresenta una debacle politica per l’amministrazione Trump, che verrebbe sicuramente scontata soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato. Quindi entrambe le parti continuano a portare avanti questo negoziato attraverso una sostanziale incapacità di venire meno alle posizioni massimaliste che lo hanno regolato sin dal suo avvio, e quindi non si vedono particolari risultati. Con l’aggiunta però che questa amministrazione iraniana ritiene di avere una maggiore forza negoziale sugli Stati Uniti, soprattutto sul fattore tempo, e quindi frustra sistematicamente qualsiasi aspettativa temporale di Washington riguardo alla risposta e al pragmatismo sulle richieste formulate.

Quale dei due attori è in svantaggio rispetto al “fattore tempo”?

Credo che i fatti e i commenti degli ultimi giorni abbiano dimostrato quanto l’elemento debole sul fattore tempo sia quello americano. Gli Usa devono cercare di portare qualche risultato in tempi brevi, perché l’alternativa è una ripresa delle ostilità che Washington cerca di scongiurare ad ogni costo, ma che potrebbe rivelarsi l’unica alternativa possibile al perdurare dello stallo. Penso che i commenti espressi dallo stesso Presidente Trump tra il 7 e l’8 giugno, quando è partita questa nuova fase di escalation tra Iran e Israele, mostrino come l’amministrazione sia stata realmente turbata da dinamiche che sfuggivano ormai completamente al suo controllo.

Negli ultimi giorni Trump ha più volte dichiarato che la firma dell’accordo è in procinto di arrivare. Quanto è realistico, secondo lei, che si arrivi nell’immediato futuro a un accordo, e di che tipo?

Credo che la posizione dell’amministrazione Trump sia molto irrealistica. Quello che, nella migliore delle ipotesi, gli Stati Uniti possono riuscire a ottenere in questa fase è un prolungamento del cessate il fuoco e quindi un prolungamento di questa fase negoziale, che potrebbe condurre in futuro alla definizione di accordi più completi. L’altro elemento paradossale di questa fase è che il nucleare, pur essendo portato da Trump come elemento centrale del negoziato, è di fatto un elemento secondario. Il vero cuore di questo accordo è la questione di Hormuz. Ma la spendibilità politica da parte dell’amministrazione americana ruota però intorno al nucleare, per dimostrare che Trump può portare a casa dei risultati concreti. Il che sarà piuttosto difficile.

Cosa glielo fa pensare?

Ricordiamoci che il Jcpoa ha richiesto anni per essere negoziato. Quello che l’amministrazione americana sembra sottovalutare è che la definizione di un nuovo accordo sul nucleare richiede la soluzione di moltissimi elementi, non ultimi il diritto all’arricchimento dell’Iran, la disponibilità delle scorte da arricchire e il loro eventuale trasferimento o la loro diluizione. Richiede molto tempo e fasi negoziali serrate. Quello che appare realistico è un accordo interlocutorio che possa prolungare il cessate il fuoco, dare un maggiore respiro alla capacità negoziale e aprire a spiragli di ulteriori fasi negoziali in futuro, con tutte le variabili che però continuano a regolare questa dinamica, cioè le variabili esterne che Washington controlla sempre di meno, tanto nei suoi alleati israeliani quanto nei suoi antagonisti iraniani, che si sono resi ormai sempre più autonomi e dimostrano di non essere in alcun modo influenzati dalla capacità coercitiva degli Stati Uniti.

Pensa che ci sia il rischio che gli Stati Uniti di Donald Trump arrivino a un accordo sul nucleare con l’Iran che, dati alla mano, sia peggiore del Jcpoa da cui lo stesso Trump si era ritirato nella prima amministrazione?

È altamente probabile. Quello che oggi gli iraniani stanno mettendo sul tavolo è molto meno di quanto avevano offerto nei colloqui di Ginevra. In quella sede l’Iran era in una posizione di forte difficoltà e aveva portato offerte negoziali che erano sicuramente migliorative rispetto al Jcpoa. Da ciò che traspare dai negoziati attuali, quello che gli iraniani stanno proponendo agli Stati Uniti è di gran lunga inferiore. Potrebbe quindi essere un accordo che non migliora affatto le condizioni del Jcpoa e rende più difficile la gestione futura del programma nucleare iraniano da parte americana.

 

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Picierno può federare il centro, oltre il campo largo. Parla Concia

Prima di tutto, una cosa è certa: il terremoto provocato dall’uscita di Pina Picierno dal Partito democratico non si è esaurito con una lettera di dimissioni. Al contrario, ha aperto una faglia politica che attraversa il centrosinistra, il mondo liberal-democratico e quella vasta area di cittadini che negli ultimi anni ha progressivamente smesso di riconoscersi nelle offerte politiche esistenti. A poche ore dal lancio di Spazio Pubblico, il nuovo soggetto promosso dalla vicepresidente del Parlamento europeo, sono già migliaia le adesioni raccolte. Un segnale che racconta non soltanto la forza di una leadership, ma anche l’esistenza di una domanda politica rimasta finora senza rappresentanza. Di questo, delle prospettive del nuovo progetto e del futuro dell’area riformatrice, Formiche.net parla con Anna Paola Concia, ex parlamentare del Pd, tra le voci più impegnate nella costruzione della nuova iniziativa politica.

Concia, Spazio Pubblico nasce e nel giro di poche ore raccoglie migliaia di adesioni. Cosa vi sta dicendo questo risultato?

Ci sta dicendo che esiste una domanda enorme di partecipazione e di politica seria. Ci stanno scrivendo donne e uomini che da tempo si erano allontanati dall’impegno pubblico, ma anche tantissimi giovani. È un progetto molto dal basso, aperto a chi vuole contribuire. Non parliamo di riformisti, ma di riformatori: persone che vogliono mettere le mani nei problemi e trovare soluzioni concrete alle grandi questioni nazionali e internazionali. La polarizzazione esasperata che stiamo vivendo impedisce di affrontare i problemi e di risolverli. Noi vogliamo fare esattamente il contrario.

Quanto pesa la figura di Pina Picierno in questa fase?

Pina ha una leadership forte e molto chiara. Ha una visione precisa del mondo, dell’Europa e del ruolo che l’Italia deve avere. È una donna che non ha ambiguità e che dice quello che pensa. In una fase come questa è un valore aggiunto. Inoltre rappresenta una leadership femminile importante in un’area politica che spesso è stata segnata da un eccesso di narcisismo maschile.

Le dimissioni dal Pd l’hanno sorpresa?

No. A un certo punto me le aspettavo. Pina ha provato in tutti i modi a costruire un dialogo e a mantenere aperto un confronto politico. Ma nel Pd gliene hanno fatte davvero di ogni. Alla fine è stata spinta verso l’uscita. Non è stata una decisione improvvisa o emotiva, ma il punto di arrivo di una lunga vicenda politica.

Lei e Picierno siete state tra le fondatrici del Partito democratico. Cosa si è rotto?

Io e Pina abbiamo storie diverse, ma un rapporto molto antico e una grande affinità politica e umana. Quello che vedo oggi è una scelta politica precisa: l’abbandono dell’incontro tra culture differenti. Il Pd era nato per mettere insieme storie diverse e costruire una sintesi. Oggi questa vocazione è stata accantonata. Mi pare che il messaggio sia quasi “meno siamo, meglio stiamo”. È una scelta legittima, ma comporta la rinuncia a una vocazione maggioritaria.

In molti osservano che il Pd sta puntando tutto sul campo largo. È questa la differenza di fondo?

Non mi permetto di giudicare il percorso degli altri. Prendo atto che stanno cercando di costruire il campo largo. Semplicemente io non mi riconosco più in quella prospettiva da molto tempo. Populismo e dogmatismo non appartiengono al mio Dna politico e culturale.

Quindi Spazio Pubblico non sarà una componente del campo largo?

No. Spazio Pubblico nasce con una sua identità e una sua autonomia. L’obiettivo è tenere insieme un’area liberal-democratica che vuole affrontare i problemi senza ideologie, senza dogmatismi e senza appartenenze rigide. Vogliamo costruire una casa per chi crede nelle riforme e nella responsabilità.

Quale sarà il prossimo passo?

Stiamo lavorando sui contenuti. Le adesioni sono importanti, frutto di un lavoro dal basso. Vogliamo elaborare proposte sull’Europa, sull’Italia e sul contesto internazionale. Dall’economia alle disuguaglianze sociali, dai diritti civili alla competitività del Paese. Il punto è capire come sbloccare l’Italia e come renderla più forte in un mondo che cambia rapidamente.

State dialogando con le altre realtà dell’area liberal-democratica?

Ci sono confronti aperti e Pina se ne sta occupando direttamente. Penso a Carlo Calenda, a Luigi Marattin e ad altre personalità che si muovono in questo spazio politico. Condivido quello che ha detto Claudio Velardi: bisogna fare piazza pulita di veti, nervosismi, personalismi e impedimenti reciproci.

Picierno può diventare il punto di sintesi di questo mondo?

Credo di sì. Può essere una catalizzatrice dell’area liberal-democratica. E lo dico anche con una battuta affettuosa: non ha testosterone. In una fase in cui spesso prevalgono ego e protagonismi, questa può essere una forza. Ha le caratteristiche per svolgere un ruolo federatore.

Qual è il messaggio che vuole lanciare a chi guarda a questo progetto?

Di tenersi stretti. Sui contenuti le differenze sono molto meno profonde di quanto spesso si racconti. È arrivato il momento di superare i personalismi e lavorare insieme con una visione comune e con senso di responsabilità verso il Paese. La mia è una visione profondamente pragmatica, orientata al futuro. Anche l’esperienza di vivere all’estero da oltre dodici anni mi ha rafforzato in questa convinzione: servono meno identità contrapposte e più capacità di costruire soluzioni.

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La linea rossa per il Pd si chiama politica estera. Parla Petruccioli

L’addio della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno al Partito democratico non è stata una sorpresa per Claudio Petruccioli, già presidente Rai ed ex dirigente storico della sinistra italiana. Evidenzia un malcontento che in tanti manifestano, spiega in una conversazione con Formiche.net, sia fuori che dentro il Pd. E c’è una “linea rossa” insuperabile che i riformisti devono tracciare, che è quella dell’europeismo e dell’atlantismo, oltre la quale non si può andare. Tradotto: il Pd non può inseguire le posizioni del Movimento 5 Stelle solo per tenere compatta la coalizione, perché a rischiare sarebbe l’Italia intera.

Cosa pensa dell’addio al Pd di Pina Picierno?

Non posso dire che mi abbia sorpreso. Però vorrei fare una premessa. Io non sono iscritto a nessun partito: sono un elettore e guardo alle cose con le preoccupazioni di un elettore. Nei prossimi anni saremo chiamati a scegliere chi governerà il Paese in una fase decisiva per l’Italia, per l’Europa e per il mondo. Eppure conosco molte persone che non sanno per chi votare. Da una parte c’è il centrodestra guidato da Giorgia Meloni, dall’altra un centrosinistra che appare diviso e nel quale la leadership politica sembra oscillare tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Molti elettori moderati e riformisti vedono limiti e inadeguatezze in entrambi gli schieramenti. In questo contesto si colloca la scelta di Pina Picierno. Non è la sola ad aver lasciato il Partito democratico negli ultimi anni e mesi, ma la sua uscita ha un significato particolare.

Perché?
Non ha detto di voler passare dall’altra parte, ha detto che così non si può andare avanti e che il problema non è soltanto vincere le elezioni, ma chiedersi con quale progetto di governo. A mio avviso ha posto una questione reale: la credibilità di un eventuale governo del campo largo su temi fondamentali come l’Ucraina e l’Europa. Sono due questioni strettamente collegate e per me rappresentano un criterio essenziale di scelta. Molti, anche tra coloro che condividono le sue preoccupazioni, le hanno posto una domanda legittima: “E dopo?”. Qual è la prospettiva politica che segue alla critica? È una domanda che vale per Picierno, ma vale anche per chi è rimasto nel Pd sostenendo che la battaglia vada combattuta dall’interno. Io penso però che il punto sia un altro.
Quale?
Qual è la linea rossa? Se il Pd riuscirà a correggere la propria posizione e ad affermare con chiarezza una linea europeista e atlantica, bene. Ma se questo non accadrà, fino a che punto i riformisti saranno disposti a seguirne la strategia? Perché la risposta che arriva dalla segreteria Schlein è sostanzialmente questa: per battere la destra bisogna tenere unita la coalizione, e quindi bisogna tenere conto delle posizioni di Conte. Ma il problema non è stare o non stare con Conte. Il problema è quale linea prevale nella coalizione. Se prevale una linea chiara sull’Ucraina, sull’Europa e sulla difesa europea, allora sarà Conte eventualmente a dover decidere se accettarla. Se invece, per tenere insieme la coalizione, il Pd continua a inseguire le posizioni del Movimento 5 Stelle, allora il problema diventa serio. Per questo la domanda “e dopo?” non riguarda soltanto Picierno. Riguarda anche chi è rimasto nel Pd. Se la linea politica non cambia, qual è il limite oltre il quale i riformisti non sono più disposti a seguire il partito?
Quindi la linea rossa da tracciare si chiama politica estera?

Per come la vedo io, sarebbe dannoso per l’Italia sia un altro governo della destra sia un governo del campo largo incapace di esprimere una posizione credibile e coerente sui grandi temi internazionali. I prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e non possiamo permetterci ambiguità.

Arturo Parisi parlando con Formiche.net ha detto che con le vecchie identità si fa poca strada e che servono nuove riforme e nuovi riformatori all’altezza delle sfide del presente. Cosa ne pensa?

Sono d’accordo. Però cerco di partire dalle questioni più concrete. La domanda posta a Picierno (“e dopo?”) è giusta. Ma deve valere per tutti. Chi sostiene che bisogna restare nel Pd e cambiarlo dall’interno deve spiegare come intende farlo e soprattutto su quali contenuti. Prendiamo l’esempio più evidente: Ucraina, Europa e difesa europea. Qual è oggi la posizione del campo largo su questi temi? Qual è la posizione che dovrebbe avere un governo credibile per l’Italia e per l’Europa? Prima ancora di discutere di nuove identità politiche, bisogna dare una risposta a queste domande. Senza una risposta chiara, il problema della credibilità di governo resta aperto.

Picierno ha lanciato Spazio Pubblico, un movimento che ha ricevuto apprezzamenti da Calenda, Marattin e altri esponenti dell’area riformista ed europeista. Pensa che sia possibile mettere insieme queste realtà, al di là dei personalismi?

Se tutte queste persone, che su molti temi dicono sostanzialmente le stesse cose, riuscissero a costruire un’iniziativa comune, sarebbe certamente meglio della situazione attuale. Non penso che da sola sarebbe la soluzione di tutti i problemi. Bisogna essere realistici sui limiti di ciascuno. Tuttavia potrebbe rappresentare una presenza politica più forte e visibile, capace di costringere tutti gli altri attori a confrontarsi con questioni che oggi vengono spesso eluse. In questo senso sarebbe utile, perché introdurrebbe nel dibattito una voce capace di porre con chiarezza e determinazione problemi che molti elettori avvertono, ma che troppo spesso la politica preferisce non affrontare.

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Libano, Gaza, Hormuz, vi spiego la nuova geografia dell’instabilità mediorientale. Conversazione con Dentice

“Il tratto distintivo dell’attuale scenario mediorientale è la crescente interconnessione tra i diversi teatri di crisi”. Giuseppe Dentice, responsabile dell’Osservatorio Mediterraneo (OsMed) dell’Istituto Studi Strategici San Pio V, sintetizza così una dinamica che negli ultimi mesi è diventata sempre più evidente. Dal Libano a Gaza, passando per il confronto tra Stati Uniti e Iran e per la sicurezza dello Stretto di Hormuz, le principali tensioni della regione non possono più essere lette come dossier separati. Al contrario, si alimentano reciprocamente, trasformando ogni crisi locale in una potenziale variabile dell’equilibrio regionale.

Secondo Dentice, il conflitto di Gaza, la guerra in Libano, il dossier nucleare iraniano e la competizione per il controllo delle rotte energetiche del Golfo rappresentano oggi le diverse manifestazioni di un’unica poli-crisi strategica. Un’escalation a Beirut può incidere sui negoziati tra Washington e Teheran; una crisi nello Stretto di Hormuz può produrre conseguenze sul Mar Rosso e sulle dinamiche del conflitto israelo-palestinese. È proprio questa crescente interdipendenza a rendere il quadro mediorientale più complesso e meno prevedibile.

Il Libano resta uno degli epicentri di questa fase. Il rinnovo della tregua ha evitato una nuova escalation immediata, ma non ha affrontato le questioni che continuano ad alimentare il confronto. Hezbollah ha respinto una nuova proposta di cessate il fuoco mediata dagli Stati Uniti, ribadendo che qualsiasi accordo potrà essere preso in considerazione soltanto dopo il completo ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale.

“La presenza militare israeliana nel sud del Paese viene percepita non come una misura temporanea di sicurezza, ma come un tentativo di modificare in modo permanente gli equilibri territoriali e strategici lungo il confine settentrionale di Israele”, osserva Dentice.

Nel frattempo, il governo di Beirut continua a rivendicare il diritto esclusivo a esercitare la sovranità sul territorio nazionale attraverso le Forze armate libanesi. Tuttavia, la debolezza delle istituzioni statali e il peso politico-militare acquisito da Hezbollah nel corso degli anni rendono difficile il ripristino di un effettivo monopolio della forza. Il risultato è un equilibrio precario tra uno Stato che cerca di riaffermare la propria autorità, un movimento sciita che non intende rinunciare al proprio ruolo di deterrenza e Israele, che continua a considerare Hezbollah una minaccia strategica di primissimo piano.

Le tensioni si sono ulteriormente aggravate dopo la nuova intensificazione delle operazioni israeliane nel Libano meridionale e dei raid contro Beirut. L’avanzata oltre il Litani e i nuovi ordini di evacuazione hanno rafforzato, secondo l’analista, il timore diffuso nel mondo arabo che Israele, mentre lavora per indebolire Hezbollah, punti anche a consolidare una fascia di sicurezza permanente nel sud del Paese.

Questa dinamica si intreccia sempre più strettamente con il confronto tra Stati Uniti e Iran. Le trattative tra Washington e Teheran risultano sostanzialmente bloccate e il quadro appare più deteriorato rispetto ai mesi precedenti. Sul tavolo restano il programma nucleare iraniano, il regime sanzionatorio, la presenza militare americana nel Golfo, la sicurezza dello Stretto di Hormuz e il ruolo regionale di Israele. Ma negli ultimi mesi il dossier iraniano ha assunto una dimensione più ampia.

“Non si tratta più soltanto di nucleare o di sanzioni economiche. È in corso una ridefinizione complessiva degli equilibri di sicurezza regionali”, spiega Dentice.

La decisione di Teheran di interrompere i colloqui indiretti con Washington e di collegare la questione di Hormuz all’evoluzione del confronto in Libano conferma, secondo l’analista, la volontà iraniana di integrare il sostegno a Hezbollah all’interno della propria strategia di deterrenza e negoziazione.

Anche nel Golfo il livello di tensione resta elevato. Le operazioni militari statunitensi contro obiettivi iraniani nell’area di Hormuz e le successive risposte di Teheran contro infrastrutture e basi americane in Bahrain e Kuwait mostrano come il confronto continui a muoversi lungo una linea sottile. Nessuna delle parti sembra interessata a una guerra aperta su larga scala, ma il rischio di incidenti e di un progressivo allargamento dello scontro rimane concreto.

In questo contesto, Washington continua a mantenere una posizione rigida. L’amministrazione americana considera il dossier nucleare, il sistema delle sanzioni e il comportamento regionale dell’Iran come elementi inscindibili di qualsiasi futuro accordo. Parallelamente, all’interno degli Stati Uniti emergono segnali di crescente cautela rispetto all’ipotesi di un coinvolgimento diretto in un conflitto con Teheran, alimentati dal timore di una progressiva regionalizzazione della crisi.

Se il Libano rappresenta uno dei fronti più instabili e il Golfo uno dei più sensibili, Gaza continua a essere il teatro umanamente e politicamente più problematico. A quasi due anni dall’inizio della guerra, Israele ha consolidato il controllo diretto di una parte significativa della Striscia e le indicazioni provenienti dal governo israeliano sembrano orientate verso un’ulteriore estensione della presenza sul territorio.

“Ciò che emerge è una progressiva trasformazione del conflitto: da operazione militare finalizzata alla neutralizzazione di Hamas a una forma di controllo territoriale sempre più estesa e potenzialmente permanente”, osserva Dentice.

Il problema, sottolinea l’analista, va oltre la dimensione militare: al momento non esiste alcun consenso internazionale sulla governance della Striscia nel dopoguerra e nessun attore appare realmente in grado di colmare il vuoto politico che rischia di consolidarsi.

Meno visibile ma non meno rilevante resta la situazione in Cisgiordania. L’espansione degli insediamenti israeliani, l’indebolimento dell’Autorità nazionale palestinese e il deterioramento delle condizioni di sicurezza continuano a erodere le basi di una futura soluzione politica. Una crisi che procede lontano dai riflettori ma che contribuisce ad alimentare radicalizzazione e sfiducia reciproca.

Nel complesso, la fotografia scattata da Dentice restituisce l’immagine di una regione entrata in una nuova fase, caratterizzata dalla sovrapposizione dei conflitti e dall’assenza di soluzioni politiche condivise. “Le tregue attualmente in vigore restano fragili, tattiche e reversibili”, conclude l’analista. Le questioni che alimentano le tensioni — dalla sicurezza di Israele al ruolo regionale dell’Iran, dalla sovranità del Libano alla questione palestinese — rimangono infatti sostanzialmente irrisolte.

Più che verso una de-escalation strutturale, il Medio Oriente sembra quindi avviato verso una gestione permanente delle crisi. E in un sistema regionale dove ogni fronte influenza gli altri, il rischio principale non è soltanto una nuova esplosione di violenza, ma l’allargamento progressivo di un confronto che ha già superato da tempo i confini dei singoli teatri di guerra.

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Il Pd non ha perso la sua identità, ma non può fare a meno dei riformisti. Parla Sensi

L’addio di Pina Picierno al Partito democratico non è stato un fulmine a ciel sereno. Le tensioni che attraversano il principale partito d’opposizione covavano da tempo, alimentate da una discussione sempre più serrata sull’identità del Pd, sul ruolo dell’area riformista e sul rapporto con il Movimento 5 Stelle. Le dimissioni della vicepresidente del Parlamento europeo hanno però avuto l’effetto di accelerare un dibattito che già agitava il Nazareno e che oggi si allarga ai confini dell’intero campo progressista. In questo quadro, Formiche.net ha raccolto le riflessioni di Filippo Sensi, deputato democratico, voce dell’area riformista del partito.

Come ha vissuto la decisione di Pina Picierno di lasciare il Partito democratico?

Con grande amarezza e dispiacere. L’abbandono di Pina non è un fulmine a ciel sereno, ma questo non rende meno dolorosa la sua scelta. Parliamo di una combattente straordinaria, di una figura autorevole a livello europeo e di una democratica vera. Proprio per questo la sua uscita pesa molto.

Picierno sostiene che il Pd abbia smesso di essere un partito per riformisti e che abbia subito una sorta di mutazione genetica. Condivide questa lettura?

No. Non condivido l’analisi che l’ha portata a lasciare il partito. Il Pd resta un partito riformista. Certo, non stiamo vivendo una stagione particolarmente favorevole ai riformisti, ma questo non significa che il partito abbia smarrito la propria natura. Credo che il Pd sia ancora il luogo migliore in cui condurre una battaglia riformista.

Quindi c’è ancora spazio per i riformisti all’interno del Pd?

Assolutamente sì. Non penso affatto che il riformismo sia destinato a un ruolo testimoniale. Nei partiti esistono stagioni diverse, è sempre stato così. Gli spazi bisogna conquistarli, ma ci sono. Io mi sento profondamente figlio di un partito in cui convivono sensibilità differenti e considero questa pluralità una ricchezza, non un problema.

C’è chi teme che il Pd possa essere attratto da una cultura politica più radicale e identitaria.

Chi coltiva questa tentazione sbaglia. Il Pd non nasce per essere l’attualizzazione di un immaginario comunismo. La sua ragione sociale è un’altra. È un partito riformista, plurale, nel quale convivono culture differenti, come accade nei Labour britannici o nel Partito democratico americano, piuttosto che in quello spagnolo.

Se dovesse nascere un nuovo soggetto riformista fuori dal Pd, come lo giudicherebbe?

Non lo vedrei come un problema. Se c’è un riformismo che nasce oltre il Pd, va benissimo. È accaduto con Carlo Calenda, Matteo Renzi, Luigi Marattin. C’è spazio per tutti e, anzi, potrebbe essere utile. Io però sto nel Pd e resto nel Pd.

Vede le condizioni per la nascita di un nuovo centro riformatore?

Al momento vedo soprattutto intenzioni e desideri individuali. La spinta ascensionale che osserviamo nel Paese, purtroppo, è quella che porta verso Vannacci, non verso un centro riformatore e liberale. Questo è un dato con cui bisogna fare i conti.

Dunque, la sua convinzione è che il Pd non possa fare a meno della sua componente riformista?

No. Il Pd è fatto di un mix di culture e sensibilità. Sottrarne una significherebbe snaturarlo. Non siamo mai stati un partito identitario, con un solo profilo e una sola cultura politica. Il Pd ha bisogno anche dei riformisti.

Veniamo al rapporto con il Movimento 5 Stelle. Lei è stato spesso molto critico. Ora a che punto siamo?

Personalmente non ho nulla a che spartire con il Movimento 5 Stelle dal punto di vista culturale e politico. Continuo a considerarlo un movimento di destra. Detto questo, esiste la realtà e la politica si misura con la realtà. Oggi i 5 Stelle fanno parte dell’opposizione e partecipano allo sforzo di costruire un’alternativa alla maggioranza di centrodestra.

È dunque favorevole all’alleanza?

Sono favorevole a una coalizione molto ampia. Direi a un campo larghissimo. Ma una coalizione non può essere un compromesso al ribasso. Deve fondarsi su un programma di governo costruito attorno alle priorità del Paese. Del resto collaboriamo da anni e abbiamo anche governato insieme durante l’esperienza del Conte II.

Quali sono i limiti invalicabili di questa collaborazione?

Esistono linee rosse che non possono essere superate. Penso innanzitutto all’Ucraina. Anche sul tema delle migrazioni esistono differenze importanti tra Pd e Movimento 5 Stelle. I problemi vanno affrontati e non coperti con una mano di vernice.

Esiste oggi una coalizione competitiva in grado di sfidare il centrodestra?

Dal punto di vista elettorale sì. Da Italia Viva fino ad Alleanza Verdi e Sinistra esiste una compagine che, sondaggi alla mano, può essere competitiva. Il punto è un altro: quale proposta politica e quale visione vogliamo offrire agli italiani?

Qual è il lavoro che manca?

Prepararci per tempo al governo. Dobbiamo lavorare sui grandi temi: economia, salari, sanità, produttività, stipendi, innovazione e digitale. Nei gruppi parlamentari qualche passo avanti è stato fatto, ma sul profilo complessivo dell’offerta politica c’è ancora molto da costruire. Non dobbiamo commettere l’errore della destra: la stabilità, da sola, non basta. Serve una prospettiva credibile di cambiamento.

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Dopo Prodi, oltre le vecchie identità. Parisi spiega perché il riformismo va ripensato

“Con le vecchie identità, anche sul solo piano elettorale, si fa poca strada”, per questo “bisogna allargare e approfondire il discorso”. Quale? Quello che ruota attorno all’identità del Partito democratico, scosso in questi giorni dall’ultima uscita di peso, quella dell’eurodeputata e vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno. Secondo Arturo Parisi, già ministro della Difesa, ideatore e fondatore assieme a Romano Prodi dell’Ulivo, “il vecchio riformismo non basta più. È tempo di nuove riforme e di nuovi riformatori all’altezza della sfida che ci viene dal Mondo. Ma la loro definizione non può che essere l’espressione di una impresa intellettuale autentica aperta e innovativa senza preclusione o esclusione alcuna”.

Professore, Romano Prodi ha firmato un intervento sul Messaggero che si è concluso con un appello: riformisti di tutto il mondo unitevi. Chi sono oggi, secondo lei, i riformisti ai quali si rivolge e quale progetto dovrebbero costruire?

Anche se l’articolo nei titoli e nel testo chiama in causa i cosiddetti partiti riformisti, non possiamo dimenticare l’appello col quale, rivisitando Marx, Prodi chiude la sua analisi. “Riformatori di tutto il mondo unitevi” non esattamente lo stesso di “Riformisti di tutto il mondo unitevi”. In un tempo nel quale il peso delle parole è diventato sempre più leggero “riformisti” e “riformatori” sono diventati sinonimi ormai da troppo tempo. Sarà che Prodi ha scelto “riformatori” in assonanza con i “conservatori” del campo avverso? Sarà che sono io che la faccio difficile, rivisitando una mia fissazione antica? Sarà che questo è solo l’inizio di un discorso condizionato dalla natura effimera della sede in cui scrive, un quotidiano destinato per definizione “a durare un solo giorno”, e quindi Prodi riprenderà altrove e in altri modi la riflessione così aperta? Ma in quella conclusione io leggo molto di più di quello che sta scritto in quelle sei parole. Se lo avessi titolato io, per quel che ho letto, avrei scritto “Il riformismo non basta” , o almeno “non basta più”. Non in risposta ai populisti, come dice il titolo, ma ai riformisti.

Perché?

L’appello finale di Prodi all’unità dei riformatori è preceduto dal riconoscimento della necessità di “una proposta globale” “capace di correggere la rivoluzione in corso” figlia di “una elaborazione intellettuale” che mobiliti “la gran parte dell’umanità oggi emarginata”. Non più quindi come negli anni dell’Ulivo quella azione graduale che cerca il bene possibile all’interno del sistema esistente fondata sulla convinzione che la società, l’economia, la politica, possano essere migliorati un passo alla volta attraverso leggi, accordi, e compromessi che non scardinino l’ordine costituito e si sviluppi attraverso una un’azione pragmatica, basata sulla mediazione e il consenso tra le componenti della rappresentanza parlamentare. Quell’approccio appunto che normalmente viene associato al riformismo. Se Prodi ha scritto “riformatori” penso sia perché ha maturato la convinzione che non basta più quel programma fatto di quelle poche cose concrete delle quali al tempo in cui si cenava assieme la sera in famiglia si parlava alla fine della giornata. Quella ora in corso a livello globale è una vera e propria rivoluzione che ha bisogno di essere fronteggiata da una vera riforma. Rivoluzione globale chiama Riforma globale. Il riformismo appunto non basta più. Un cambiamento profondo nel pensiero della persona che all’interno del campo di centrosinistra ha rappresentato per eccellenza il riformismo nella concretezza dell’azione di governo? Sono sicuro che Prodi svilupperà la riflessione così aperta dando risposta a questa domanda.

Pina Picierno ha motivato il suo addio sostenendo che il Pd abbia perso parte della sua vocazione riformista e di governo, diventando più identitario. Condivide questa lettura o ritiene che sia una valutazione ingenerosa?

Che all’interno del Pd vadano crescendo le voci che non si riconoscono nella vocazione che fu all’origine dell’incontro tra le forze politiche che lo fondarono nel solco dell’Ulivo è purtroppo più che una impressione. Sono infatti ormai troppi quelli che non si riconoscono più nel progetto ancora inscritto nel suo simbolo: quello di un partito nuovo, né continuazione, né somma di vecchi partiti, un partito inclusivo aperto al nuovo e a tutti solo a condizione della condivisione nella fede nella democrazia. Un partito democratico e appunto riformista nell’accezione che ho appena evocato. Quale l’approdo raggiunto o la nuova meta del viaggio intrapreso oramai quasi vent’anni fa è invece più difficile dire. Né quando, né a causa di cosa e di chi vada ricondotta la correzione di rotta. Identitario lei dice? Se identitario sta a significare la ricerca di una identità più nitida di quella indeterminata sintetizzata nell’aggettivo “democratico”. Il peccato è che i più quando dicono identità pensano più che alla apertura di un confronto a uno scontro che decida quali delle identità, parole e definizioni, che la fondazione del partito immaginava di poter superare, debba tornare a prevalere. È vero che commentando l’uscita di Pina Picierno dal partito Elly Schlein ha riproposto ieri l’inclusività come tratto distintivo del partito. Resta che tuttavia da troppo tempo le cronache danno conto di addii motivati proprio dall’abbandono del tratto dell’inclusione. Peggio. La stessa nascita di gruppi, formazioni, liste, pensate, riconosciute e addirittura incoraggiate dal partito per ospitarvi a meri fini elettorali identità “diverse” da quella dominante, variamente definite come cattoliche, centriste, moderate, demo-liberali contraddicono in radice il pluralismo e l’inclusione ribaditi nelle parole. Più che le singole uscite dei dissenzienti e la definizione dei confini con i diversamente consenzienti, a preoccupare maggiormente è tuttavia il boato dei “finalmente” che sulla rete ogni volta saluta gli abbandoni e la crescente ricerca di purezza ed epurazioni guidata dall’illusione che liberati dai cattivi il partito torni ad essere fatto di molti e buoni.

Lei, insieme a Prodi, riuscì a mettere insieme le forze di centro e quelle riformiste creando l’Ulivo dalle cui radici è nato poi il Pd. Come replicare una simile esperienza, guardando anche a forze come il Movimento 5 Stelle?

Un altro millennio. Basta pensare alla legge elettorale che premia l’unità come fu allora il maggioritario fondato sul collegio uninominale appena varato a furor di popolo dal referendum del 1993. L’inversione di marcia imposta la dal Porcellum nel 2005 con la reintroduzione di una logica spartitoria di tipo proporzionale con in più la vergognosa novità di un Parlamento nominato dai vertici di partito dentro un mondo anch’esso connotato da una sregolata frammentazione crescente ha cambiato radicalmente il panorama della competizione politica. Ogni partito è spinto a definire una identità esclusiva ed escludente, e dentro ogni partito chi si trova a conquistare il comando tende ad escludere quanti del gruppo di testa non fanno parte invitando gli altri a farsi un partito tutto loro fondato a sua volta su una identità esclusiva ed escludente. Sono ventun anni che va avanti così con una competizione e competitori che in intensità e quantità crescono ogni giorno di più, e gli elettori mobilitati attorno ad un “contro” piuttosto che attorno ad un “per”, o abbandonati a sé stessi nella indifferenza all’astensione che esplode. Tanto quella che conta è la maggiore percentuale conquistata rispetto ai concorrenti. Che la base di calcolo sia quarantacinque milioni, venticinque , o quindici è affare di tutti cioè di nessuno.

Oggi cosa manca al Pd per tornare a essere il perno di una cultura riformista capace di tenere insieme queste diverse sensibilità politiche?

Tornando alla mia – la mia – lettura della riflessione provocata ieri da Prodi, non solo il riconoscimento che con le vecchie identità anche sul solo piano elettorale, si fa poca strada, ma che bisogna allargare e approfondire il discorso. Il vecchio riformismo non basta più. È tempo di nuove riforme e di nuovi riformatori all’altezza della sfida che ci viene dal Mondo. Ma la loro definizione non può che essere l’espressione di una impresa intellettuale autentica aperta e innovativa senza preclusione o esclusione alcuna.

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Buon senso, così Meloni e Fitto hanno convinto l’Ue. Parla Torselli

L’Ue si è convinta. Non c’è solo la Difesa al centro delle strategie europee ed italiane per affrontare “tutte” le conseguenze della crisi a Hormuz, ma evidentemente anche l’energia. Il peso geopolitico delle bollette per le imprese è un’oggettività che incide moltissimo sulla produzione e, quindi, su pil, sul rapporto debito-pil e sul futuro della manifattura, tanto in Italia quanto negli altri Paesi membri.

Sul tavolo della commissione, Roma non ha posto semplicemente il tema della flessibilità, corredato dall’esigenza di spostare qualche miliardo da un capitolo all’altro, ma ha segnalato che serve un metodo di lavoro concettuale che faccia riguadagnare terreno anche all’Ue, troppo spesso lenta nei tempi di reazione.

Per cui il sì di Bruxelles all’estensione all’energia della clausola di salvaguardia già riconosciuta alle spese per la Difesa è “un’occasione per il governo italiano”.

Lo dice a Formiche.net l’europarlamentare di FdI/Ecr Francesco Torselli, secondo cui un attimo dopo “possiamo discutere sulle condizioni che l’Europa ha voluto imporre affinché fosse possibile attivare questa salvaguardia. E su questo, mi limito a dire che speriamo vivamente che le richieste di Bruxelles non rallentino troppo la messa a terra delle risorse, perché cittadini e imprese hanno necessità di beneficiare adesso degli aiuti per fronteggiare l’aumento dei costi dell’energia e non tra mesi o tra anni”.

La svolta in Ue segna inoltre l’introduzione di un metodo, quello del lavoro sotto traccia (contro la polemica tout court) che porta un plus effettivo? “Più che lavoro sotto traccia parlerei di logica del buon senso. La presidente Meloni e il vicepresidente Fitto hanno dimostrato in più occasioni che il buon senso abbatte più muri rispetto alla polemica. Certo, dall’altra parte dobbiamo riconoscere la Commissione di oggi è molto meno ideologica e più pragmatica di quella precedente, ma sicuramente l’approccio di Meloni e Fitto è quello vincente: niente proclami, niente urla, ma soluzioni concrete e dettate dal buon senso che, neppure la Commissione Ue può ignorare”.

L’Italia ha indicato la strada, ha detto ieri Giorgia Meloni, e l’Europa la sta percorrendo. Bruxelles prova a fare meno cose e farle meglio? Torselli risponde ricordando un evento di qualche giorno fa, come l’assemblea nazionale di Confindustria a Roma, in cui la presidente Meloni ha ribadito esattamente questo concetto: “L’Europa deve fare meno cose, ma deve farle meglio. Questa è la nostra visione d’Europa, ma le dirò di più: è la visione che avevano in mente i padri fondatori dell’attuale Unione europea. Chi oggi parla di Stati Uniti d’Europa o di Super-Stato europeo in grado di legiferare su tutto e il contrario di tutto, snatura quel progetto unico al mondo che fu pensato fin dal secondo dopoguerra: nazioni sovrane che si mettono liberamente assieme – ognuna mantenendo gelosamente vive le proprie ricchezze e le proprie specificità – con l’obiettivo di aiutarsi reciprocamente solo e soltanto nei campi in cui la competizione per i singoli stati nazionali sarebbe diventata improba. Un’Europa capace di fare solo quello che non possono fare da soli i singoli stati e di farlo, ovviamente, bene. Senza ideologia, senza dogmi imposti, ma guidata da pragmatismo e tanto, tanto buonsenso”, conclude.

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Trasporto aereo, dal Fact Book 2026 alle prossime sfide del settore. Parla Di Palma

Il trasporto aereo italiano continua a crescere a ritmi superiori rispetto agli altri Paesi europei, confermando il ruolo strategico del settore per l’economia e la connettività internazionale del Paese. In occasione della presentazione del Fact Book 2026 del Centro Itsm–Iccsai Transport and Sustainable Mobility, il presidente dell’Enac, Pierluigi Di Palma, ha dialogato con Airpress sulle ragioni della crescita del traffico, sulle sfide poste dalla transizione energetica e dalle tensioni geopolitiche e sulle priorità che dovranno guidare lo sviluppo del sistema aeroportuale italiano nei prossimi anni.

Presidente, negli ultimi anni il traffico aereo italiano è cresciuto più rapidamente rispetto a molti altri Paesi europei. A cosa attribuisce questa performance?

Sicuramente alle politiche adottate dall’assetto istituzionale durante e dopo la pandemia. Già nel periodo Covid avevamo avviato un percorso di confronto con il governo attraverso un’iniziativa che chiamammo “La ripartenza rock”, nella quale evidenziavamo la necessità di interventi straordinari per sostenere il settore. Facemmo un parallelo tra la crisi generata dall’attacco alle Torri Gemelle e quella provocata dal Covid, sottolineando come fosse necessario un approccio di carattere keynesiano per evitare il collasso del sistema.

Quelle misure hanno consentito di mantenere in piedi il sistema aeroportuale anche in una fase di traffico praticamente azzerato. È stato possibile preservare l’occupazione, non disperdere competenze professionali e mantenere il legame tra i lavoratori e il comparto del trasporto aereo. In molti altri Paesi europei questo non è avvenuto e la ripartenza è stata accompagnata da forti difficoltà operative e organizzative.

L’Italia, invece, si è fatta trovare pronta quando il traffico è ripreso. Questo ci ha consentito di intercettare nuovi flussi, in particolare provenienti dal mercato americano, e di raggiungere in tempi relativamente brevi il traguardo dei 230 milioni di passeggeri, che rappresenta un risultato molto significativo per l’intero sistema nazionale.

L’Europa continua a spingere sugli obiettivi climatici attraverso strumenti come Fit for 55 e ReFuelEU Aviation. Come si può mantenere l’equilibrio tra sostenibilità e competitività?

Noi consideriamo fondamentale la partecipazione dell’Italia al progetto europeo, ma abbiamo sempre mantenuto un approccio critico e pragmatico. L’Europa può certamente svolgere un ruolo importante nell’indicare una direzione e nel promuovere il confronto tra gli Stati, ma non può pensare di dettare da sola l’agenda del trasporto aereo mondiale.

Parliamo infatti di un settore che per sua natura supera i confini geografici e politici del continente europeo. È una riflessione che abbiamo portato avanti anche nel dibattito sul futuro dei carburanti. In diverse occasioni abbiamo sostenuto che la transizione del trasporto aereo non potesse essere fondata esclusivamente sull’ipotesi dell’idrogeno o dell’elettrico, perché la tecnologia oggi disponibile e quella prevedibile nei prossimi decenni indicano uno scenario diverso.

La tecnologia attuale continuerà ad accompagnare il settore ben oltre il 2050 e il percorso verso la decarbonizzazione passerà soprattutto attraverso i Sustainable Aviation Fuels. Parliamo di carburanti che consentono una progressiva riduzione dell’impatto ambientale mantenendo però la sostenibilità economica e operativa del sistema.

La competitività del trasporto aereo europeo non può essere messa a rischio da norme valide soltanto entro i confini dell’Unione. Serve una visione globale e una regolazione che tenga conto delle dinamiche internazionali, altrimenti si rischia di creare squilibri competitivi senza ottenere benefici reali sul piano ambientale.

Restando sul tema dei carburanti, le tensioni geopolitiche e le criticità legate allo Stretto di Hormuz hanno riportato al centro il tema della resilienza energetica. Quali insegnamenti dovrebbe trarne l’Europa?

Anche su questo tema siamo stati tra i primi a richiamare l’attenzione sulla questione del fuel e sulle possibili conseguenze delle tensioni internazionali. Allo stesso tempo abbiamo sempre sostenuto che non si sarebbe arrivati a una vera e propria interruzione del traffico aereo.

Alcuni effetti si sono certamente manifestati, ma spesso sono stati influenzati anche da altri fattori, come la riorganizzazione di alcune compagnie aeree o l’aumento generale dei costi operativi. Per quanto riguarda l’Europa, l’impatto del blocco di Hormuz è stato finora relativamente limitato. A fine maggio molti prevedevano problemi significativi nell’approvvigionamento, ma fino a oggi non si sono verificati scenari di emergenza.

Naturalmente la situazione va monitorata con attenzione. Se le difficoltà dovessero protrarsi nel tempo, potrebbero emergere criticità più rilevanti. Tuttavia, questa vicenda sta producendo un effetto importante: sta spingendo l’Europa a riflettere su alcune scelte strategiche compiute negli ultimi anni.

In particolare, il percorso del Green Deal aveva favorito in alcuni casi l’abbandono di capacità produttive e di infrastrutture legate alla raffinazione. Oggi emerge invece l’esigenza di garantire una maggiore autonomia europea nella produzione e nell’approvvigionamento di carburanti. È una riflessione che riguarda non solo il trasporto aereo ma l’intero sistema economico continentale.

Uno dei principali cambiamenti dell’ultimo anno è stato l’ingresso di Lufthansa nel capitale di Ita Airways. Quali saranno gli elementi da osservare per valutarne il successo?

Abbiamo guardato con favore a questa operazione e l’Enac ha avuto un ruolo importante nel percorso che ha portato alla sua realizzazione. Riteniamo che l’ingresso di Lufthansa rappresenti un’opportunità significativa per il rafforzamento del vettore nazionale e per l’integrazione dell’Italia all’interno di una rete internazionale più ampia.

Allo stesso tempo, il mantenimento di una quota da parte dello Stato italiano consente di preservare una capacità di indirizzo e di vigilanza sulle politiche che riguardano il trasporto aereo del Paese. Questo aspetto è particolarmente importante perché il nostro interesse non è soltanto finanziario o societario, ma riguarda soprattutto lo sviluppo della connettività.

L’attenzione sarà concentrata in particolare sui collegamenti internazionali e intercontinentali. Durante il processo di acquisizione sono state fornite precise garanzie sul mantenimento e sul rafforzamento di queste rotte e sarà proprio questo uno degli indicatori principali per valutare il successo dell’operazione. L’Enac continuerà a monitorare con attenzione che gli impegni assunti vengano rispettati e che il sistema italiano possa beneficiare concretamente delle opportunità derivanti dall’ingresso del gruppo Lufthansa.

Nonostante la crescita del traffico, l’Italia continua a mostrare una connettività intercontinentale inferiore rispetto ad altri grandi sistemi aeroportuali europei. Quali sono gli ostacoli principali?

Una parte delle difficoltà deriva ancora dalle conseguenze della stagione successiva al ridimensionamento di Malpensa come hub nazionale. Quella fase ha inciso profondamente sulla struttura del trasporto aereo italiano e ha imposto una revisione delle strategie di sviluppo.

La risposta è stata la scelta della policentricità aeroportuale, che ha consentito a diversi scali italiani di crescere e di sviluppare traffico sia passeggeri sia merci. È stata una scelta che ha prodotto risultati importanti e che ha contribuito alla crescita complessiva del sistema.

Oggi, tuttavia, stiamo tornando a riflettere anche sul ruolo degli aeroporti in grado di sostenere collegamenti intercontinentali di ampia portata. Fiumicino ha raggiunto dimensioni rilevanti, avvicinandosi ai 50 milioni di passeggeri, e può contare sulla presenza di un vettore di riferimento come Ita Airways all’interno del gruppo Lufthansa.

Allo stesso tempo, Malpensa ha dimostrato di poter sviluppare una significativa rete intercontinentale anche senza essere dominata da un unico vettore. Questo dimostra che esistono margini di crescita ulteriori per il sistema italiano.

Molto dipenderà anche dagli accordi internazionali che riusciremo a costruire nei prossimi anni, sia per il traffico passeggeri sia per quello cargo. Il percorso per rafforzare il ruolo dell’Italia nei collegamenti a lungo raggio è ancora aperto. In passato il tentativo di costruire il grande hub del Sud Europa non ha prodotto i risultati sperati, ma oggi il settore è ripartito con successo e dispone di nuove opportunità per consolidare la propria presenza sui mercati globali.

Guardando al futuro, quali saranno le principali priorità per il trasporto aereo nazionale?

L’Enac ha elaborato un Piano nazionale degli aeroporti con una visione che arriva al 2035. Credo che il trasporto aereo sia uno dei pochi settori della mobilità italiana a essersi dotato di una programmazione così chiara e strutturata, capace di offrire agli operatori una prospettiva di lungo periodo entro cui sviluppare investimenti e strategie industriali.

All’interno del Piano vengono indicati due obiettivi fondamentali. Il primo riguarda il rapporto con l’ambiente. Da un lato il trasporto aereo deve proseguire nel percorso di sostenibilità e innovazione; dall’altro riteniamo che debba svilupparsi anche una riconciliazione tra le esigenze ambientali e quelle della mobilità. Non può esserci una contrapposizione permanente tra questi due elementi.

Il secondo tema riguarda le infrastrutture. La crescita registrata negli ultimi anni è stata possibile anche grazie alla disponibilità di capacità residua all’interno del sistema aeroportuale italiano. Tuttavia, se vogliamo sostenere ulteriori aumenti del traffico, sarà necessario realizzare nuove opere e adeguare quelle esistenti.

Il vero problema riguarda però i tempi. In Italia esiste ancora una distanza troppo ampia tra la fase della progettazione e quella della realizzazione. Si tratta di un fenomeno che non si riscontra con la stessa intensità in altri Paesi e che rischia di rallentare la competitività del sistema.

Per garantire qualità dei servizi e capacità di crescita dobbiamo quindi investire in nuove infrastrutture ma anche ridurre i tempi burocratici e procedurali. Oggi gli aeroporti non sono più semplici luoghi di transito, ma sono diventati spazi attrattivi, parte integrante dell’esperienza di viaggio e fattori determinanti nella scelta dei passeggeri. Per questo il tema infrastrutturale sarà centrale nei prossimi anni.

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Così l’Europa cerca una risposta alla crisi delle professioni sanitarie. Parla Picaro (Ecr)

Il voto del 3 giugno in Commissione Sanità pubblica rappresenta, secondo l’eurodeputato di Ecr/FdI Michele Picaro, un passaggio cruciale per il futuro della sanità europea. Al centro del dossier c’è la carenza di personale sanitario, un problema strutturale che richiede – a suo avviso – una risposta di lungo periodo. “Non si tratta soltanto di colmare le carenze attuali”, spiega Picaro a Formiche.net. “Servono piani nazionali ed europei per formare, attrarre e trattenere medici, infermieri e operatori sanitari. L’obiettivo è costruire sistemi sanitari sostenibili e capaci di rispondere alle sfide future”.

Un’attenzione particolare va alle aree rurali, montane, insulari e più svantaggiate, dove la carenza di professionisti è più acuta. Per Picaro occorrono misure mirate: incentivi economici e non economici, maggiore flessibilità organizzativa e strumenti di sostegno abitativo. “Non possiamo accettare una sanità a due velocità”, afferma. “I cittadini devono poter accedere a servizi di qualità indipendentemente dal luogo in cui vivono”.

Chi cura va tutelato

Sul fronte delle condizioni di lavoro, Picaro è esplicito: affrontare la carenza di personale senza intervenire sul benessere di chi lavora negli ospedali e nei servizi territoriali sarebbe contraddittorio. “È necessario garantire il rispetto della direttiva europea sull’orario di lavoro, adeguati periodi di riposo, ferie retribuite e un migliore equilibrio tra vita professionale e privata”, sottolinea. Le conseguenze di turni eccessivi e organici insufficienti ricadono non solo sugli operatori: “Generano stanchezza, burnout e un aumento del rischio di errori clinici. Tutelare il benessere degli operatori significa anche migliorare la sicurezza dei pazienti e la qualità dell’assistenza”.

Uno dei temi più qualificanti del dossier riguarda i giovani medici, gli specializzandi e i tirocinanti. “Abbiamo sostenuto con forza la necessità di riconoscerli sia come lavoratori sia come persone in formazione”, dice Picaro. “Devono ricevere una retribuzione equa, adeguata supervisione e condizioni di lavoro sicure. Bisogna impedire che vengano utilizzati come sostituti del personale strutturato”. Il dossier affronta anche la salute mentale degli operatori: Picaro chiede programmi accessibili di supporto psicologico e misure contro violenza e molestie nei luoghi di lavoro. “Chi si prende cura degli altri deve essere messo nelle condizioni di essere a sua volta tutelato”.

Digitale e investimenti

Sul versante dell’innovazione, Picaro riconosce il potenziale della telemedicina e degli strumenti digitali, soprattutto per le aree più remote. Ma fissa un limite preciso: “Gli strumenti digitali devono integrare il lavoro dei professionisti sanitari, non sostituire l’assistenza in presenza”. Un principio che l’eurodeputato ha applicato con forza nel dibattito sulla telefarmacia: una definizione vaga del testo originario avrebbe potuto aprire la strada a piattaforme digitali e grandi operatori internazionali. “Il rischio era indebolire la farmacia territoriale e sottrarre agli Stati membri il controllo effettivo del servizio farmaceutico”, spiega. Ha quindi chiesto che la telefarmacia fosse espressamente limitata a servizi forniti “sotto la responsabilità di un farmacista abilitato e collegati a una farmacia fisica autorizzata secondo la legislazione nazionale”. La sintesi è netta: “La digitalizzazione deve sostenere la rete delle farmacie territoriali, non sostituirla”.

In chiusura, Picaro rilancia sulla priorità degli investimenti in sanità come scelta strategica, non come voce di spesa. “Servono finanziamenti adeguati e sostenibili per rafforzare il personale sanitario, sostenere la prevenzione, migliorare la preparazione alle emergenze e valorizzare l’assistenza primaria”, conclude. “Investire nella salute non è un costo, ma una scelta strategica per la crescita economica, la coesione sociale e la sicurezza dei cittadini europei”.

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Zahedi e il controspionaggio iraniano, così Roma è diventata snodo della guerra tecnologica

Le nuove sanzioni americane contro una rete accusata di trasferire tecnologie sensibili all’apparato militare iraniano riportano l’Italia al centro di una vicenda che intreccia intelligence, cybersicurezza, controllo delle esportazioni e confronto geopolitico tra Washington e Teheran. Tra gli individui colpiti dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti figura Saeid Zahedi, cittadino iraniano residente a Roma e titolare anche della cittadinanza italiana. Secondo Washington avrebbe contribuito alle attività di una rete che, attraverso società di copertura e identità commerciali fittizie, avrebbe acquisito illegalmente tecnologie occidentali destinate a strutture collegate al Ministero della Difesa iraniano. “Roma è diventata uno snodo della guerra tecnologica globale”, afferma Antonio Teti, docente universitario ed esperto di intelligence, cybersecurity e geopolitica tecnologica, intervistato da Formiche.net.

Professor Teti, perché questa vicenda merita attenzione anche fuori dagli ambienti dell’intelligence?

Perché rappresenta un esempio concreto di come si combattono oggi le guerre invisibili. Molti immaginano ancora lo spionaggio come un’attività fatta di agenti segreti, documenti trafugati e incontri clandestini. In realtà, una parte crescente della competizione tra gli Stati si svolge attraverso l’acquisizione di tecnologie avanzate. Nel caso emerso dagli Stati Uniti non si tratta semplicemente di violazioni commerciali, ma di apparati accusati di aver cercato di ottenere software di sicurezza informatica, sistemi di crittografia, analizzatori di spettro e dispositivi per individuare apparati di intercettazione. Si tratta di strumenti che possono avere un valore strategico enorme per un Paese impegnato in una costante competizione militare e informativa con l’Occidente.

Il Tesoro americano parla di una rete che avrebbe ingannato decine di aziende tecnologiche statunitensi. Quanto è sofisticato questo tipo di operazione?

Molto più di quanto si possa immaginare. Secondo la documentazione americana, il gruppo guidato da Ali Majd Sepehr avrebbe creato false identità aziendali statunitensi per acquistare prodotti soggetti a restrizioni all’esportazione. Attraverso domini Internet, documentazione commerciale e strutture logistiche apparentemente legittime, sarebbero riusciti a presentarsi come normali imprese americane.

Questa evidenza rappresenta un elemento di enorme pericolosità: è la dimostrazione che attualmente le operazioni di procurement clandestino si sviluppano lungo l’intera supply chain digitale. Non basta più controllare i confini o monitorare le spedizioni, ma occorre analizzare identità digitali, transazioni finanziarie, registrazioni di domini internet e reti logistiche internazionali. È una forma di intelligence economica avanzata che fonde cyber, finanza e commercio internazionale.

Perché gli Stati Uniti considerano così pericolosa questa rete?

Perché l’obiettivo finale sarebbe stato il Ministero della Difesa iraniano e alcune sue società controllate. Tra queste compare la Sairan Information Exchange Space Security Industries Company, indicata dagli americani come destinataria di alcune delle tecnologie ricercate dalla rete. Le apparecchiature oggetto delle indagini comprenderebbero analizzatori di spettro e rilevatori di giunzioni non lineari, strumenti tipicamente utilizzati nelle attività di controspionaggio tecnico e bonifica elettronica. In altre parole, stiamo parlando di tecnologie che possono aiutare a individuare microfoni nascosti, sistemi di sorveglianza clandestina o vulnerabilità nelle comunicazioni governative.

Quindi il vero tema potrebbe essere il controspionaggio iraniano?

Esattamente. Negli ultimi anni l’Iran ha subito alcune delle più sofisticate operazioni di intelligence mai condotte in Medio Oriente. Penso alle infiltrazioni attribuite al Mossad, alle compromissioni di programmi strategici, alle eliminazioni mirate di figure chiave e alle continue fughe di informazioni da apparati considerati altamente protetti. Da questo punto di vista l’acquisizione di tecnologie capaci di rafforzare la sicurezza delle comunicazioni e la protezione delle infrastrutture sensibili rappresenta una necessità strategica per Teheran. L’intelligence moderna non consiste soltanto nel raccogliere informazioni, bensì nel proteggere le proprie informazioni.

In questa vicenda emerge nuovamente il nome dell’Italia. È un caso? 

Non credo. L’Italia possiede una posizione geografica e logistica straordinariamente favorevole. È uno dei principali hub commerciali europei, è inserita nelle reti finanziarie occidentali e dispone di infrastrutture portuali e aeroportuali di grande rilevanza. Sono tutti elementi che possono renderla interessante anche per reti che cercano di aggirare regimi sanzionatori internazionali. Naturalmente questo non significa che l’Italia sia particolarmente vulnerabile o permeabile. Significa semplicemente che, essendo un nodo importante della globalizzazione, diventa inevitabilmente anche un punto di osservazione privilegiato per chi conduce attività di intelligence economica. Colpisce il fatto che l’operazione sia stata condotta con il coinvolgimento dell’Fbi. È un dettaglio molto significativo. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione profonda delle priorità delle agenzie di sicurezza americane. L’Fbi oggi dedica una parte crescente delle proprie risorse alla protezione delle tecnologie strategiche e delle supply chain. Non è più soltanto una questione di terrorismo o controspionaggio tradizionale. La tutela della superiorità tecnologica americana è diventata un obiettivo di sicurezza nazionale. Per questo vediamo sempre più spesso operazioni congiunte tra Dipartimento del Tesoro, Dipartimento del Commercio, Fbi e comunità di intelligence.

Questa operazione si inserisce nella campagna americana denominata “Economic Fury”. Che cosa significa? 

Significa che Washington considera la dimensione economica una vera e propria arena di conflitto. La campagna “Economic Fury” punta a colpire le reti finanziarie, logistiche e commerciali che consentono all’Iran di aggirare le sanzioni internazionali. Negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno sanzionato non soltanto questa rete di approvvigionamento tecnologico ma anche numerose entità coinvolte nel commercio petrolifero iraniano e nei sistemi di finanziamento collegati alle forze armate di Teheran. L’obiettivo è semplice: impedire all’Iran di reperire risorse economiche e tecnologie necessarie per rafforzare le proprie capacità militari.

Quale messaggio viene inviato all’Europa?

Che la competizione geopolitica passa sempre più attraverso la tecnologia. Gli Stati Uniti stanno dicendo agli alleati europei che il controllo delle filiere tecnologiche è ormai un elemento centrale della sicurezza collettiva. La sfida non riguarda soltanto l’Iran, ma può coinvolgere qualunque attore statale che tenti di acquisire capacità strategiche attraverso reti occulte di approvvigionamento. È una lezione che vale anche per la competizione con Cina e Russia.

Qual è la principale lezione che l’Italia dovrebbe trarre da questa vicenda?

Che la sicurezza nazionale del XXI secolo non coincide più con la sola difesa militare. Oggi bisogna proteggere dati, tecnologie, filiere industriali, infrastrutture digitali e reti finanziarie. Le guerre contemporanee si combattono sempre meno sui campi di battaglia tradizionali e sempre più lungo le catene globali dell’innovazione. Il caso Zahedi, indipendentemente dagli accertamenti che eventualmente seguiranno, ci ricorda che Roma non è un semplice osservatore delle grandi dinamiche geopolitiche, ma rappresenta uno dei luoghi in cui queste dinamiche si incontrano, si intrecciano e talvolta si scontrano. E questo rende indispensabile investire sempre di più in intelligence economica, cybersecurity, controspionaggio tecnologico e capacità di analisi strategica. Perché il prossimo grande conflitto potrebbe non iniziare con un missile, ma con un dominio internet registrato sotto falsa identità.

 

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Sulla Cina l’Europa faccia l’americana, o diventerà cinese. L’allarme di Forchielli

Fosse per lui, Alberto Forchielli, il muro contro la Cina lo farebbe più alto di quello di Berlino. E invece l’Europa si riempie la bocca di buoni propositi, ma alla prova dei fatti, fallisce. L’economista, saggista e imprenditore, grande esperto di Cina, non ha l’ombra di un dubbio: il recente irrigidimento dell’Ue contro il Dragone, reo di giocare secondo regole tutte sue, è provvidenziale e opportuno. Ma poco efficace. “Sono un po’ scettico sulla possibilità dell’Europa di fermare la Cina. Manca una posizione univoca, omogenea, ognuno va per i fatti suoi. La Germania, per esempio, ha legami molto forti con Pechino, a suo modo anche la Francia. Già questo basterebbe a indebolire una strategia anti cinese”, premette Forchielli.

Una cosa è certa però, qualcuno in Europa “non ha capito come sono i cinesi. Sono nostri alleati solo finché serviamo, poi ti cancellano. Adesso hanno bisogno di noi per introdurre i loro investimenti, vogliono comprare una fabbrichetta e allora ti trattano a champagne e inchini. Ma il giorno in cui hanno ottenuto quello che vogliono, ti mandano a quel Paese. Il cinese non ha la logica dell’equo profitto, non conosce il 50-50: vuole che sia -20 per te e 120 per lui, deve essere tutto suo. E lo dimostra il fatto che in pochi anni sono arrivati a detenere quasi due terzi della capacità produttiva industriale del mondo, ma la utilizzano solo per metà e hanno bisogno di far girare di più gli impianti, hanno bisogno di appropriarsi della domanda mondiale”.

Insomma, secondo Forchielli il muro contro il Dragone “dovrebbe essere alto almeno sette metri. Ma, come ho detto, l’Europa è divisa, ambigua, frammentata. E se non si va avanti compatti, non si mette alle corde la Cina. Che peraltro, lo voglio dire, è una potenza industriale anche senza sussidi. Quella degli aiuti all’economia è vero fino a un certo punto, poi diventa una leggenda metropolitana. I cinesi investono tanto, anche in ricerca, sono un’industria completa, anche senza sussidi. Ce lo raccontiamo noi che la potenza cinese sia solo figlia degli aiuti di Stato. Detto questo fosse per me io i cinesi li farei entrare con il contagocce, ma le misure europee non mi sembrano all’altezza del compito. Ci vorrebbero regole alla Trump, tassative, non negoziabili, altrimenti il potere economico che loro acquisiscono diventa anche potere politico”.

Forchielli poi insiste sul paragone tra Stati Uniti ed Europa. “In Ue siamo lenti, farraginosi, un disastro. Spendiamo un sacco di tempo in trattative e consulenze, e li temiamo. Se decidiamo di mettere un vincolo impieghiamo tre anni, facciamo regole tenui piene di scappatoie e, se chiudiamo un varco, loro vanno in Ungheria, dove trovano le porte  aperte. Negli Usa invece sono meno timorosi: in 90 giorni mettono i dazi e in gran parte riescono a tenerli fuori dai settori strategici. La verità è che bisogna chiudere la porta. Se li facciamo investire in casa nostra, distruggeranno le nostre in dustrie e la nostra economia”.

Ma non solo. C’è un disegno più ampio. “La Cina fuori dalla Cina, ecco cosa vuole Pechino. Sanno benissimo che di fronte alla loro avanzata i Paesi occidentali metteranno altri dazi per difendersi. Quindi si stanno preparando a comprare tutto il comprabile e a investire tutto l’investibile, in modo da camuffarsi da industria nazionale. Fanno una fabbrica di assemblaggio in Europa per bypassare le regole, ma spediscono i componenti sottocosto dalla Cina. Così la nostra componentistica locale va a farsi benedire e ci smantellano i posti di lavoro”.

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