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Europa nel mirino di Teheran: la guerra-ombra degli ayatollah

Per oltre un decennio l'Europa ha rappresentato per l'Iran il principale interlocutore occidentale. Nonostante le tensioni cicliche sul programma nucleare, Bruxelles ha cercato di mantenere aperti i canali diplomatici, convinta che il dialogo fosse preferibile all'isolamento. Oggi, però, quello stesso continente rischia di trasformarsi nel teatro di una diversa forma di confronto: non una guerra convenzionale, ma una campagna fatta di intimidazioni, operazioni coperte e azioni difficili da attribuire.

L'allarme arriva da un numero crescente di governi europei, ma anche da analisti e osservatori internazionali. In un editoriale del Washington Post, Colin Clarke e Adrian Shtuni sostengono che la Repubblica islamica stia adottando metodi simili a quelli già utilizzati dalla Russia: attacchi indiretti, intermediari sacrificabili e un'elevata plausibile negazione delle responsabilità. L'obiettivo non sarebbe tanto provocare una guerra aperta, quanto diffondere insicurezza e dimostrare la capacità di colpire ben oltre i confini mediorientali.

Dalla diplomazia alla sfiducia: perché l'Europa cambia approccio

L'Unione europea ha investito molto nel dialogo con Teheran, soprattutto dopo l'accordo sul nucleare del 2015. Anche dopo il ritiro degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action, molte capitali europee hanno tentato di salvare un canale negoziale.

Negli ultimi anni, tuttavia, il quadro è cambiato radicalmente. Le espulsioni di diplomatici iraniani accusati di attività incompatibili con il loro status, i procedimenti giudiziari legati a presunti piani di attentato e le crescenti denunce di sorveglianza nei confronti di dissidenti hanno alimentato la convinzione che la minaccia non sia più soltanto teorica.

A rendere ancora più delicata la situazione è stata la recrudescenza del conflitto mediorientale. Le autorità tedesche hanno recentemente avvertito che l'Iran potrebbe ampliare le proprie operazioni clandestine in Europa, soprattutto in risposta all'inasprimento dello scontro regionale. Allo stesso tempo, anche le istituzioni europee hanno riconosciuto la necessità di monitorare attentamente le possibili ricadute del conflitto sul territorio dell'Unione.

La strategia della guerra ibrida: intermediari, criminalità e obiettivi simbolici

Ciò che più preoccupa le intelligence occidentali è il metodo.

Secondo diverse ricostruzioni, Teheran non farebbe ricorso esclusivamente ai propri apparati ufficiali, ma si affiderebbe a una rete di soggetti terzi: criminalità organizzata, piccoli gruppi radicalizzati o individui reclutati per singole operazioni. Una modalità che consente di mantenere un elevato livello di ambiguità e rende molto più difficile una risposta politica o militare immediata.

Basti pensare alla denuncia resa pubblica dal Dipartimento di Giustizia contro Mohammad Baqer Saad Dawood Al-Saadi. Il governo americano sostiene che Al-Saadi, un comandante trentaduenne di Kata'ib Hezbollah, sia responsabile di diversi complotti e attacchi in Europa e Nord America rivendicati da Harakat Ashab al-Yamin al-Islamiya (HAYI), un'organizzazione prestanome che opera per conto del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. È stato arrestato in Turchia mentre, secondo quanto riferito, era in viaggio verso Mosca e la scorsa settimana si è dichiarato non colpevole.

Il gruppo ha rivendicato oltre una dozzina di atti intimidatori, tra cui incendi dolosi, atti vandalici e aggressioni, concentrati principalmente nel Regno Unito (in particolare a Londra) e in altri Paesi europei. Oltre l'80% degli attacchi ha colpito la comunità ebraica, prendendo di mira sinagoghe, scuole, ambulanze di enti di beneficenza e individui ebraici. Sono stati presi di mira anche interessi americani e gruppi di opposizione iraniani. Le indagini suggeriscono che il network operi attraverso brevi catene di comando, arruolando o pagando giovani e criminali locali per eseguire gli atti, per poi rivendicarli quasi istantaneamente su canali Telegram legati all'IRGC.

In Svezia, inoltre, il processo a cinque minorenni accusati di aver preso parte a un presunto complotto contro un dissidente iraniano ha evidenziato quanto il ricorso a soggetti giovanissimi possa complicare ulteriormente il lavoro investigativo e favorire il ricorso a manovalanza difficilmente riconducibile ai mandanti.

L'Occidente si compatta, ma resta il dilemma della risposta

La crescente preoccupazione ha prodotto una reazione coordinata senza precedenti.

Nelle ultime ore Stati Uniti, Regno Unito, Australia e numerosi alleati europei hanno diffuso una dichiarazione congiunta nella quale accusano apertamente l'Iran di essere coinvolto in attività ostili contro dissidenti, giornalisti, cittadini e comunità ebraiche presenti nei Paesi occidentali. I firmatari attribuiscono tali operazioni a strutture come il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, la Forza Quds e il Ministero dell'Intelligence iraniano.

Londra ha inoltre annunciato nuove misure legislative contro le organizzazioni che operano come proxy di Stati ostili, con pene severe per chi collabora con esse. Secondo l'MI5, le indagini relative a minacce provenienti da attori statali sono aumentate significativamente nell'ultimo anno e circa una ventina di complotti sarebbero riconducibili all'Iran.

Resta però aperta la questione più difficile: come rispondere a una minaccia che vive nella zona grigia tra terrorismo, intelligence e criminalità comune.

Per anni l'Europa ha considerato la Repubblica islamica soprattutto attraverso la lente del dossier nucleare. Oggi, invece, il problema riguarda anche la sicurezza interna del continente. Se le accuse dei servizi occidentali dovessero trovare ulteriori conferme, Bruxelles sarebbe costretta a ripensare profondamente il proprio rapporto con Teheran: non più soltanto interlocutore problematico in Medio Oriente, ma possibile protagonista di una guerra ombra combattuta nelle strade europee.

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Iran, com'è il drone marino usato per salvare i piloti dell'elicottero Apache abbattuto

È stato un drone navale a recuperare l’equipaggio dell'elicottero d'attacco AH-64 Apache americano, precipitato lunedì notte nelle vicinanze dello stretto di Hormuz.

L’informazione è stata diffusa dal Comando Centrale degli Stati Uniti, che ha confermato l’impiego di un drone Corsair Saronic, un’imbarcazione di superficie autonoma (ASV), che ha soccorso l’equipaggio, composto da pilota e copilota/mitragliere, recuperandolo dalle acque potenzialmente ostili, dove i due sono rimasti per quasi due ore, e trasportandolo in acque più sicure, dove sono stati poi issati su un elicottero.

Stando a quanto affermato separatamente dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, l’elicottero statunitense, che era impegnato in una missione di pattugliamento e sorveglianza dello stretto di Hormuz, è stato abbattuto da forze iraniane al largo delle coste dell’Oman.

Un drone per salvare i piloti dell’Apache

Il Centcom ha comunicato che: "Il drone di superficie che ha assistito al salvataggio dell'equipaggio dell'Apache al largo delle coste dell'Oman la scorsa notte era un drone Corsair della Marina statunitense, operato dalla Task Force 59 della 5ª Flotta statunitense". Si tratta di un'imbarcazione dronizzata lunga circa 7,3 metri con un design simile a quello di un motoscafo, che può essere configurata per diversi tipi di missione, può raggiungere una velocità di 35 nodi, ha un'autonomia di circa 1.600 km e una capacità di carico utile di circa 450 kg.

Si tratta del primo caso noto in cui un drone viene utilizzato per il recupero di personale nell'ambito di una missione di ricerca e soccorso; ciò denota importanti implicazioni per queste operazioni in futuro, dato il rischio corso dai mezzi con equipaggio che vengono abitualmente impiegati nelle operazioni di ricerca e soccorso, che presentano complessità e rischi intrinseci quando vengono condotte in territorio ostile. Il recente esempio di recupero dell’equipaggio dell’F-15E abbattuto dall'Iran ha messo nuovamente in luce i rischi che si assumono le forze di ricerca e soccorso in combattimento (CSAR). Un aereo d’attacco A-10 impiegato come “Sandy” era stato abbattuto e un elicottero di soccorso danneggiato proprio nelle prime fasi del soccorso. Lo stesso vale per operazioni di recupero in acque ostili o in alto mare, dato che esiste sempre la possibilità di perdere ulteriori mezzi e uomini nel corso della missione di salvataggio.

L’abbattimento confermato e la risposta di Trump

Questo è il primo elicottero AH-64 Apache perso in Medio Oriente dall'inizio delle ostilità con l'Iran. In particolare, l'incidente è avvenuto appena un giorno dopo che Israele e l'Iran hanno fermato una nuova ondata di attacchi a seguito di una nuova escalation.

La scorsa settimana, il presidente Trump aveva detto ai giornalisti che avrebbe preso in considerazione la ripresa della guerra se l'Iran avesse causato la morte di truppe statunitensi. Ciò minerebbe le basi del cessate il fuoco accordato ad aprile e riporterebbe il Medio Oriente in guerra. Va ricordato come l’ammaraggio di un elicottero che compie un atterraggio d'emergenza controllato in autorotazione e l’abbandono dell’abitacolo mentre l’elicottero non è una passeggiata priva di tale rischio.

Un funzionario degli Stati Uniti ha detto ad Axios che un'indagine “ha determinato che un drone iraniano ha colpito l'elicottero, causandone lo schianto”. Un funzionario degli Stati Uniti ha detto che l'indagine non ha potuto determinare se l’abbattimento fosse intenzionale. Ma è noto che le piccole imbarcazioni iraniane della Mosquito Fleet armate con sistemi di difesa aerea portatili e i droni impiegati come munizioni circuitanti rappresentano una minaccia consistente per elicotteri americani schierati a sorveglianza dello stretto.

Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato il completamento degli attacchi di autodifesa contro l'Iran, eseguiti su ordine del Comandante in Capo, il presidente Donald Trump, in risposta all’abbattimento dell’elicottero Apache. I raid aerei americani hanno colpito il porto di Sirik, Bandar Abbas e l'isola di Qeshm. Funzionari statunitensi affermano che gli attacchi americani sono diretti contro "difese aeree" e "stazioni radar" intorno allo Stretto di Hormuz.

Non si è fatta attendere la risposta del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e della loro componente navale, che hanno dichiarato di aver condotto una rappresaglia contro 21 obiettivi situati in basi aeree e navali americane in tutto il Medio Oriente, tra cui il quartier generale della 5ª Flotta della Marina degli Stati Uniti in Bahrain e la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania. Il timore che l’escalation possa compromettere gran parte dei progressi fatti sul piano negoziale si sta diffondendo rapidamente.

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Zelensky: "Nostro missile Flamingo contro impianto russo a 1.000 km dal confine". Mosca: "Risponderemo in modo deciso alle nuove sanzioni Ue"

Prosegue senza esclusione di colpi la guerra tra Russia e Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022 dopo l'invasione russa. Il presidente Volodymyr Zelensky in un post sui social fa sapere che "la scorsa notte i missili FP-5 Flamingo ucraini hanno colpito uno stabilimento militare a Cheboksary che rifornisce l’esercito dell’occupante di componenti per droni e missili. Anche la raffineria di petrolio di Kuibyshev, nella regione di Samara, è stata colpita la scorsa notte", aggiunge, "la distanza dalla linea del fronte è di oltre 900 chilometri".

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I tre fronti di fuoco che infiammano l'Asia

In Asia ci sono tre fronti caldissimi che ruotano attorno al Pakistan e che rischiano di minare l’equilibrio regionale. Il primo chiama in causa l’escalation con l’Afghanistan. Nelle ultime ore, infatti, l’esercito pakistano ha condotto una serie di raid aerei nelle province afghane di Kunar, Khost e Paktika, provocando almeno tredici vittime civili. Mentre Kabul condanna il blitz, Islamabad sostiene di aver colpito basi operative del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), il gruppo jihadista responsabile di numerosi attentati transfrontalieri. Gli altri due fronti di fuoco del Pakistan comprendono le tensioni nel conteso Kashmir e gli attentati nella regione separatista del Balochistan, entrambi tornati sotto i riflettori dopo settimane di apparente calma.

Il raid del Pakistan in Afghanistan

Sul versante afghano-pakistano, la situazione è tornata a deteriorarsi. In merito all’ultimo attacco di Islamabad, i talebani hanno spiegato che questo avrebbe provocato almeno 13 vittime civili. Tra i morti figurerebbero numerosi bambini, oltre a una donna e un anziano, mentre diversi altri civili sarebbero rimasti feriti.

Le autorità talebane hanno condannato duramente l’operazione, definendola una grave violazione della sovranità nazionale. Islamabad non ha rilasciato commenti immediati, ma in passato ha giustificato interventi analoghi sostenendo di voler colpire basi e combattenti del TTP

Pakistan Airforce has carried out Cross-Border Airstrikes, Targeting 4x Terrorist Hideouts in Paktika, Kunar and Khost, Afghanistan.

These Airstrikes were conducted in Response to a Recent Terrorist attack at FC Post in Peshawar, Martyring 6x Soldiers.

As usual, Afghan Taliban… pic.twitter.com/Em6IvSTyx7

— Armed Forces Update (@ArmedUpdat1947) June 10, 2026

L’escalation non è casuale. Al contrario, è arrivata dopo l’assalto a un posto di sicurezza nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, dove miliziani sospettati del TTP hanno ucciso diversi membri delle forze paramilitari. Il fragile cessate il fuoco raggiunto tra i due Paesi nei mesi scorsi appare ormai compromesso. Le Nazioni Unite hanno già segnalato centinaia di vittime civili causate dagli scontri transfrontalieri nei primi mesi del 2026, confermando come il confine tra Afghanistan e Pakistan sia tornato a essere uno dei punti più critici dell’intera regione.

Kashmir e Balochistan: le altre due situazioni esplosive

Non c’è solo l’Afghanistan a turbare i problemi del Pakistan. Il Kashmir amministrato dal Pakistan è stato teatro di violenti disordini che hanno provocato almeno sette morti, tra cui quattro membri delle forze di sicurezza. Secondo quanto riportato dall’Associated Press, gli scontri sono scoppiati dopo una storica sentenza della Corte Suprema locale che ha confermato la legittimità costituzionale di dodici seggi parlamentari riservati ai rifugiati provenienti dal Kashmir controllato dall’India.

La decisione ha riacceso le proteste del Joint Awami Action Committee (JAAC), movimento dichiarato illegale dalle autorità regionali e favorevole all’abolizione di tali seggi, considerati espressione di un’influenza politica sproporzionata. Le manifestazioni sono rapidamente degenerate in episodi di violenza armata, con accuse reciproche tra dimostranti e forze dell’ordine.

Il terzo focolaio di instabilità interessa infine il Balochistan, la vasta provincia sud-occidentale del Pakistan dove gruppi separatisti intensificano da mesi attacchi contro obiettivi governativi, infrastrutture e forze di sicurezza. Il risultato? La combinazione tra ribellione baloch, tensioni nel Kashmir e conflitto lungo il confine afghano sta creando una pressione senza precedenti sulle autorità pakistane, costrette a fronteggiare contemporaneamente tre crisi interne ed esterne.

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Da Almasri agli abusi. La parabola di Khan, il giudice anti-potenti

Karim Khan, il procuratore capo della Corte penale internazionale, è stato sospeso in attesa che una sessione speciale degli Stati membri del Tribunale valuti eventuali provvedimenti disciplinari nei suoi confronti. L'organo è competente a pronunciarsi in via definitiva. La vicenda ha gettato l'istituzione nello scompiglio negli ultimi due anni. L'accusa a carico di Khan, 56 anni, avvocato britannico (di padre pakistano), è di abusi sessuali.

Il procuratore è noto, tra l'altro, per aver spiccato i mandati d'arresto internazionale per crimini di guerra nei confronti di Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu. La Corte penale internazionale è stata istituita nel 2002 per indagare e perseguire le persone accusate dei crimini più gravi al mondo, come il genocidio e i crimini di guerra. Il comitato, composto da 21 Stati membri della Corte, ha votato a maggioranza qualificata per stabilire che Khan si è reso responsabile di gravi illeciti. La decisione è stata presa sulla base di un rapporto di un organo di controllo delle Nazioni Unite e del parere di un gruppo di esperti giuridici, nonché di memorie scritte, presentate da Khan e dalla presunta vittima. Khan si era già dimesso nel maggio 2025, prendendosi un periodo di congedo per difendersi dalle accuse, che egli nega. La decisione rappresenta un passo importante nel processo, ma resta da vedere se Khan verrà rimosso dal suo incarico.

Le accuse di molestie sessuali sono emerse per la prima volta nel maggio 2024. Un team delle Nazioni Unite ha indagato su richiesta della Corte e i risultati sono stati poi esaminati da un collegio di giudici, che ha valutato le prove. Gli investigatori hanno affermato di aver trovato prove che Khan avesse avuto "contatti sessuali non consensuali" con una dipendente di grado inferiore e che si fosse vendicato contro altre due che avevano denunciato le sue accuse al tribunale dopo che lei si era confidata con loro. La donna protagonista della vicenda lavorava come assistente speciale all'epoca dei fatti e Khan era il suo superiore. Le avances iniziali si sono trasformate in rapporti sessuali, nel suo ufficio e in seguito durante i viaggi di lavoro. "La dinamica di potere tra loro faceva sì che lei non potesse dire di no al signor Khan", afferma il rapporto. Le presunte condotte illecite si sarebbero verificate in camere d'albergo durante viaggi di lavoro, nell'ufficio di Khan e nella sua abitazione.

Khan nel 2023 ha spiccato mandati d'arresto internazionali per Putin e nel 2024 contro Netanyahu e il suo allora ministro della Difesa Yoav Gallant, così come per i principali leader di Hamas. Aveva chiesto anche alle autorità libiche di consegnare il generale Almasri ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l'umanità. L'ultima indagine ha sollevato dubbi sulla sua capacità di svolgere efficacemente il suo incarico qualora tornasse a ricoprire la posizione. "Un procuratore capo deve essere noto per la sua onestà", ha affermato Kenneth Roth, ex direttore esecutivo di Human Rights Watch. "Se l'ufficio ha respinto le smentite di Khan, la sua credibilità ne risente gravemente e sorgono importanti interrogativi sull'opportunità che continui a contestare le accuse, anziché dimettersi per il bene della corte".

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Un colpo a Mosca, sanzioni e dialogo. Zelensky spera: la lettera funziona

L'Europa stringe il cappio delle sanzioni, Mosca intensifica i bombardamenti, Kiev rilancia sul terreno diplomatico e su quello militare. La guerra prosegue su due piani paralleli: sul campo con attacchi e sfollamenti, nelle capitali occidentali attraverso pressioni economiche e alleanze, nel tentativo di creare le condizioni per una possibile via negoziale. In questo scenario Bruxelles ha annunciato il 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia. "La nostra costanza sta pagando", sostiene la presidente von der Leyen, rivendicando l'efficacia di una strategia che punta a erodere la capacità del Cremlino di sostenere lo sforzo bellico. Nel mirino finiscono energia, finanza, settore ittico e persino i veterani di guerra, ai quali viene vietato l'ingresso nell'Ue. Secondo von der Leyen, Mosca sta pagando un prezzo crescente, tra inflazione e un drastico calo delle entrate energetiche, diminuite del 40% nel 2026. L'Ue ha adottato una linea pragmatica, sospendendo fino a gennaio l'adeguamento del tetto al prezzo del petrolio russo, per evitare instabilità nei mercati energetici dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Sul piano diplomatico, il Cremlino continua a respingere la mediazione europea, mentre dal vertice di Tallinn, alla presenza di Zelensky, i Paesi nordici e baltici hanno ribadito un forte sostegno all'Ucraina, definendo Mosca la principale minaccia alla sicurezza euro-atlantica, e chiedendo un cessate il fuoco immediato e negoziati per la pace.

In un'intervista al Guardian, Zelensky afferma che la Russia non sta perdendo la guerra, ma progressivamente l'iniziativa. Kiev sostiene che Mosca subisca oltre 30mila perdite al mese, dati non verificabili in modo indipendente. Il presidente ucraino ha inoltre ribadito l'importanza dell'unità occidentale e auspicato una maggiore autonomia europea nella difesa, anche attraverso la creazione di un sistema antimissilistico continentale. Zelensky ha indicato un possibile spiraglio diplomatico dopo l'incontro a Chisinau con Steve Witkoff e Jared Kushner, definito "molto positivo" e finalizzato a rilanciare il dialogo con Washington. Il presidente ucraino ha però ribadito che la pace resta distante: il primo passo dovrebbe essere un cessate il fuoco totale e incondizionato, seguito da un vertice tra Ucraina, Russia, Europa e Stati Uniti. Da Tallin ha anche rivelato che la lettera inviata a Putin ha prodotto risultati: "Non posso condividere i dettagli, ma l'obiettivo che avevo in mente è andato a buon fine". Il commissario europeo alla Difesa Kubilius, preme nel frattempo per trasformare il gruppo E5, di cui fa parte l'Italia, in un Consiglio informale di sicurezza europea.

Il conflitto continua a provocare vittime: raid russi hanno causato 4 morti nel Kharkiv, 2 nel Kherson, oltre a feriti a Zaporizhzhia. Secondo l'Onu dall'inizio dell'invasione sono stati uccisi 15.850 civili e oltre 44.800 feriti. Nel Donbass proseguono le evacuazioni a Sloviansk e Kramatorsk, Kiev accelera il rafforzamento missilistico, ma non avrà più il sostegno bulgaro sulle armi (anche Varsavia tentenna). A Balashikha, vicino a Mosca, un'autobomba ha ucciso il colonnello Damir Davydov. Ci sarebbe lo zampino degli 007 di Kiev.

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L'Idf bombarda il Libano: 30 morti. Teheran abbatte un elicottero Usa

Un continuo stop-and-go. Una estenuante alternanza fra il rischio di escalation e le speranze di pace. Un Apache abbattuto dagli iraniani e nuovi attacchi israeliani sul Libano tornano a minacciare la fragile tregua fra Stati Uniti e Iran, ma soprattutto la pace di lungo termine che Washington e Teheran cercano ancora, a fatica. A distanza di meno ventiquattr'ore di fuoco, in cui il Medioriente ha rischiato nuovamente la guerra regionale, e dopo l'intervento decisivo del presidente americano per fermare l'escalation fra Teheran e Tel Aviv, Donald Trump promette una risposta, "necessaria" all'attacco che nella notte fra lunedì e martedì ha abbattuto un elicottero Apache dell'esercito statunitense, colpito da un drone Shahed iraniano mentre era alle prese con il pattugliamento dello stretto di Hormuz. I due piloti sono stati tratti in salvo dopo circa due ore, grazie a un drone navale. Ma l'episodio e la risposta promessa da Trump lasciano presagire nuovi scontri. Tutto ciò mentre Israele non rinuncia alla sua offensiva sul sud del Libano, che prosegue con ostinazione.

Come garantito al presidente americano e agli israeliani, Benjamin Netanyahu frena infatti "per ora" sulla risposta ai missili iraniani e sull'attacco a Beirut, ma tira dritto con l'offensiva nel Libano meridionale. Bibi desiste al momento da nuovi attacchi sull'Iran e sulla capitale libanese, ma continua a martellare l'area del Libano a sud del fiume Litani. In sole ventiquattrore sono state circa 30 le vittime e oltre 133 i feriti, di cui almeno 9 nella città di Tiro, dopo l'ordine di evacuazione lanciato già dal mattino dalle Idf, le Forze armate israeliane. Per la prima volta, l'annuncio ai civili diffuso dall'esercito israeliano ha riguardato anche il quartiere cristiano dell'antica città, scatenando il panico perché inatteso. Israele ritiene che Hezbollah operi o si nasconda in zona. Il messaggio è chiaro: colpiremo ovunque si trovino gli estremisti filo-Iran e i cristiani devono scegliere se allontanarli o subire l'offensiva.

Appena un giorno dopo che le ostilità tra Iran e Israele hanno minacciato di far saltare la tregua, anche le operazioni israeliane in Libano tornano dunque a minacciare il fragile cessate il fuoco in vigore da due mesi. L'Iran considera infatti lo stop alle armi nell'intera regione la condizione necessaria e indispensabile per un accordo di pace con gli Stati Uniti. Ma il capo di stato maggiore dell'Idf, Eyal Zamir, avverte che "l'attacco condotto in Iran è stato una preparazione per un colpo molto più significativo e potente". L'offensiva non si ferma: "Il tentativo iraniano di imporre le proprie condizioni e cambiare la realtà fallirà", spiega Zamir, che rimarca l'intenzione di colpire Hezbollah, oltre che la "prontezza e preparazione immediate per un ritorno ai combattimenti in Iran".

Eppure l'accordo Usa-Iran potrebbe arrivare entro due-tre giorni, insiste ottimista Trump. Ma è la 38esima volta che lo ripete, denuncia Cnn, mentre i rischi di un'escalation restano e la popolarità dei leader si erode: secondo un recente sondaggio il 61% degli israeliani non vuole che Netanyahu si ricandidi. Nel mirino, intanto, finisce anche l'estremismo israeliano. La Francia vieta l'ingresso al ministro Bezalel Smotrich, e con Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Norvegia impone nuove sanzioni contro individui e organizzazioni legati alla violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania. Per Israele si tratta di misure "vergognose".

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Raid Usa in Iran, Trump: "Sì all'intesa o bombarderemo senza pietà". Teheran risponde attaccando basi americane in Bahrain e Kuwait e promette di chiudere Hormuz

Notte di guerra in Iran. Le forze Usa hanno colpito la zona dello Stretto di Hormuz come rappresaglia a seguito dell'abbattimento di un elicottero Apache americano. Tre ondate di bombardamenti divise su una ventina di obiettivi, tra basi navali e difese aeree. Secondo l'Iran sarebbero stati colpiti anche obiettivi civili, come i serbatoi d'acqua potabile. La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Cinque missili sono stati lanciati contro un'area della Giordania che ospita una base aerea delle forze statunitensi. Presi di mira anche obiettivi in Bahrein e Kuwait. Poi arriva la minaccia: "Se l'aggressione degli Usa continuerà, l'Iran risponderà con attacchi più gravi e diffusi contro obiettivi designati nella regione". Accanto a questo violento scambio di colpi proseguono, intanto, gli sforzi diplomatici.

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Battaglione Geronimo schierato segretamente in Israele: qual era il compito dei parà Usa contro l'Iran

Il Pentagono schierò segretamente in Israele una forza composta da elementi del "Battaglione Geronimo", un reggimento di paracadutisti dell'82ª Divisione Aviotrasportata “All American” che era stata mobilitata per condurre operazioni terrestri sull'isola di Kharg e ottenere il controllo sulle zone costiere dello Stretto di Hormuz.

Secondo quanto viene reso noto solo ora dalle indiscrezioni del giornalista Ken Klippenstein, un raggruppamento di 1000 uomini della 82ª Divisione Aviotrasportata che erano stati inviati in Medio Oriente era stato schierato "segretamente in Israele all'inizio di aprile, come parte del piano di contingenza congiunto tra Israele e gli Stati Uniti per il sequestro dell'isola di Kharg controllata dall'Iran nel Golfo Persico e per la creazione di territori costieri all'interno dell'Iran".

Klippenstein asserisce di aver visionato l'ordine di dispiegamento, emesso il 7 aprile, che faceva riferimento a un contingente di paracadutisti appartenenti al 2° Battaglione del 501º Reggimento della 82ª Divisione Aviotrasportata - il famoso "Battaglione Geronimo" del 1° Combat Team che deve il suo nome al grido di battaglia “Geronimo!” urlato nell'agosto del 1942 dal soldato Aubrey Eberhardt durante uno dei primi lanci di addestramento che la nuova “fanteria paracadutista” effettuò a Fort Benning.

Il “Battaglione Geronimo” è una formazione d'élite all'interno dell'82ª Divisione Aviotrasportata, già nota alla storia per aver preso parte allo sbarco in Sicilia e in Normandia durante la Seconda guerra mondiale, diventando parte della “Forza di risposta strategica degli Stati Uniti” e prendendo parte alle operazioni militari nella Repubblica Dominicana, a Grenada, nelle due guerre del Golfo e nella campagna in Afghanistan.

Alla fine di marzo, informazioni riguardanti il dispiegamento di forze terrestri americane in Medio Oriente riportarono che il Pentagono era in procinto di firmare l'ordine per inviare circa 1000 paracadutisti dell’82ª Divisione in Medio Oriente, ma si riteneva che avrebbero preso posizione nelle basi comunemente impiegate dagli Stati Uniti nella regione, in Kuwait o in Qatar, non in Israele.

Già allora si riteneva probabile che questa forza d’intervento rapido aviotrasportata avrebbe potuto prendere parte, con i 5.000 marines della 31st Marine Expeditionary Unit e le unità di forze speciali della Delta Force e dei Navy SEAL, alle “operazioni terrestri” che avrebbero potuto avere come obiettivo la conquista dell’isola di Kharg, dove sorge il principale terminal petrolifero controllato dall’Iran nel Golfo Persico, o di tratti di isole strategiche e zone costiere dell’Iran che avrebbero facilitato la riapertura dello Stretto di Hormuz con la forza.

Dopo la notizia che le forze speciali israeliane hanno stabilito una base avanzata segreta in Iraq e preso posizione segretamente in Azerbaigian, il fatto che gli Stati Uniti abbiano schierato truppe in Israele, notoriamente considerato il principale alleato militare in Medio Oriente, non dovrebbe sconvolgere. È tuttavia interessante notare, se l’informazione venisse confermata, come lo schieramento accanto alle Sayeret israeliane o a unità speciali come la Shaldag di una forza d’intervento statunitense prevedesse realmente un piano d’attacco aviotrasportato e anfibio del territorio iraniano in quella che molti considerano, in definitiva, la Terza guerra del Golfo. Una guerra che non è ancora terminata.

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“Una soluzione militare della guerra in Ucraina è difficilmente perseguibile. E torna attuale la minaccia atomica”: le parole del ministro Crosetto in Parlamento

“In Ucraina una soluzione militare del conflitto appare difficilmente perseguibile a lungo termine. Siamo davanti a un conflitto che registra livelli di violenza che l’Europa non conosceva dai tempi della seconda guerra mondiale. Ci colpisce la dimensione complessiva del conflitto, il numero fra morti e feriti si avvicina a due milioni verso la fine dell’anno, con pesanti ricadute, finanziarie ed energetiche”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in audizione a Palazzo Madama, alle commissioni riunite Esteri e Difesa della Camera e del Senato, nell’ambito dell’esame della deliberazione del Consiglio dei ministri in merito alla partecipazione dell’Italia a ulteriori missioni internazionali per l’anno 2026 e della Relazione analitica sulle missioni internazionali in corso e sullo stato degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, anche al fine della relativa proroga per l’anno 2026.

L'articolo “Una soluzione militare della guerra in Ucraina è difficilmente perseguibile. E torna attuale la minaccia atomica”: le parole del ministro Crosetto in Parlamento proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Trump prevê acordo entre Irã e Israel em poucos dias e fala em reabertura de Ormuz

Donald Trump declarou nesta terça-feira (9) que as negociações para encerrar o conflito entre Irã e Israel estão próximas de um desfecho. Segundo o presidente dos Estados Unidos, um entendimento entre as partes poderá ser concluído em até três dias, abrindo caminho para a retomada da circulação no Estreito de Ormuz e para novas garantias relacionadas ao programa nuclear iraniano.

Ao conversar com jornalistas após acompanhar as finais da NBA, Trump afirmou que as duas nações aceitaram interromper os ataques recentes após uma nova rodada de confrontos registrada nos últimos dias. De acordo com ele, os avanços ocorreram com participação direta da diplomacia americana.

Presidente dos EUA diz que acordo prevê reabertura do Estreito de Ormuz | Foto: Tom Williams/Getty Images

O republicano também declarou estar confiante de que as negociações caminham para um resultado positivo e disse não enxergar obstáculos significativos para a assinatura do acordo. Mesmo com o otimismo, destacou que as restrições impostas pelos Estados Unidos aos portos iranianos permanecem em vigor.

Um dos pontos centrais das conversas, segundo Trump, é impedir que o Irã desenvolva armamento nuclear. Ele afirmou que o eventual acordo incluirá mecanismos para evitar esse cenário e contribuirá para reduzir a instabilidade na região.

Apesar das declarações, o momento segue delicado. Irã e Israel suspenderam temporariamente as ofensivas mútuas após uma escalada recente de violência, mas autoridades iranianas já sinalizaram que novos ataques poderão ocorrer caso operações militares israelenses continuem no sul do Líbano.

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L'ultima scommessa degli ayatollah: i raid per spaccare l'asse Donald-Bibi

Lo scambio, nelle ultime 24 ore, di raid missilistici e incursioni aeree tra Iran e Israele ci regala tre verità. Assai amare. La prima è che gli Stati Uniti nonostante la pretesa di Donald Trump di «dettare legge» a Israele e al resto mondo non esercitano più il ruolo di potenza globale. La seconda è che il premier israeliano Benjamin Netanyahu continua ad usare la guerra come strumento di propaganda elettorale. Il terzo è che all'Iran è ormai concesso di utilizzare la leva del Libano per influenzare un eventuale accordo con gli Usa sul nucleare e su Hormuz. Ma non solo. All'Iran viene permesso anche l'uso dei missili per minare, per la prima volta in 78 anni, l'alleanza israeliano americana.

Ma partiamo da Israele. A una settimana dalla furibonda telefonata in cui Donald Trump definiva Netanyahu un «fottuto pazzo» la Casa Bianca non sembra capace di controllare le mosse dell'alleato con cui ha dichiarato guerra all'Iran. Secondo fonti statunitensi e israeliane citate dall'informatissima agenzia Axios domenica sera il presidente Usa avrebbe chiesto al premier israeliano di non reagire agli attacchi missilistici iraniani e di concedere più tempo alla diplomazia. Una richiesta ignorata da un premier israeliano andato avanti per la propria strada senza nemmeno avvertire la Washington. Del resto nelle ore precedenti Netanyahu aveva autorizzato alcuni raid aerei sui sobborghi meridionali di Beirut violando così il monito americano scaturito durante la cosiddetta «telefonata maledetta». Raid utilizzati dalla Repubblica Islamica per giustificare, come promesso in precedenza, la rappresaglia missilistica contro lo Stato Ebraico. Ma l'ormai ingestibile alleato israeliano non sembra destinato a tornare sotto controllo. Non almeno fino alle elezioni del prossimo autunno quando le mosse di Netanyahu sul fronte libanese ed iraniano ne determineranno la sopravvivenza politica.

In questo scenario il ritorno a casa degli israeliani fuggiti dalle regioni del nord bersagliate dai missili di Hezbollah è al primo punto del programma di Netanyahu. Mentre al secondo c'è l'impegno a continuare a colpire l'Iran, considerato dalla maggioranza degli israeliani il «padrino» del Partito di Dio e il «nemico esistenziale» dello Stato ebraico. In questa logica diventa, però, irrinunciabile impedire a Trump di chiudere un accordo con Teheran in cui il cessate il fuoco sul fronte libanese rappresenti la condizione per la riapertura di Hormuz. Anche perchè questo, oltre a garantire la sopravvivenza di Hezbollah, finirebbe con il trasformarlo in vero attore del negoziato. Ovviamente i primi a intuire la devastante portata delle crepe apertasi nel rapporto israeliano americano sono gli iraniani. E in primo luogo quei «pasdaran» trasformati dalla guerra negli indiscussi demiurghi delle scelte politiche e militari del paese. Consapevoli che un Israele privo del supporto americano non avrebbe mai la capacità di abbatterli non esitano - come avvenuto domenica sera - a rischiare un diluvio di bombe pur di trasformare Netanyahu e Trump in avversari.

Un risultato quasi raggiunto visto l'acrimonia con cui Trump spiega al Financial Times che Netanyahu «non avrà altra scelta se non accettare un accordo con l'Iran perché sono io a dettare legge su tutto. Netanyahu non detta legge». Affermazioni poco in sintonia con l'immagine di un'America e di un Presidente che - nonostante l'indiscussa potenza militare ed economica non riescono ad imporre la propria volontà né ad amici, né a nemici. Una nazione e un presidente costretti obtorto collo ad anteporre le ragioni di politica ed economia interna - in questo caso il prezzo della benzina, l'inflazione, le elezioni di Midterm e, non ultimi, i mondiali di calcio al via giovedì - alla gestione di quell'ordine globale vero simbolo, un tempo, della potenza americana.

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Il rebus della pace, i dissidenti del Gop e il voto in vista: Trump è nervoso (e adesso cerca il cambio di passo)

Donald Trump fatica a tenere a freno Benjamin Netanyahu, la cui campagna militare contro Hezbollah in Libano rischia ogni giorno di far deragliare il fragile negoziato con l'Iran, al pari di quanto fatichi a controllare la crescente pattuglia di Repubblicani dissidenti del Congresso, sempre più insofferenti con l'avvicinarsi delle elezioni di midterm. I due fronti sembrano alimentarsi a vicenda. Israele sembra volere accelerare il passo, temendo forse un compromesso al ribasso con Teheran per i propri obiettivi di sicurezza e, possibilmente, anche un indebolimento politico interno del tycoon. I pasdaran sembrano invece, con le loro estemporanee sortite militari, voler testare la volontà di reazione americana.

A Capitol Hill, i "ribelli" del Gop - quei deputati e senatori vittime degli endorsement ostili di Trump durante le primarie e/o in lotta per la propria sopravvivenza politica in collegi a rischio - hanno ormai da settimane "varcato il Rubicone", unendo le proprie forze a quelle dei Democratici. La cronaca degli ultimi giorni e delle ultime ore ci restituisce l'immagine di un presidente che mostra crescenti segnali di nervosismo. Il modo in cui si è strappato il microfono di dosso, interrompendo bruscamente un'intervista con Nbc News, dopo che la giornalista Kristen Welker gli aveva contestato le sue accuse (senza prove) di "elezioni truccate" in California, viene letto da molti osservatori come un sintomo di questo stato d'animo.

L'insistenza con cui il tycoon, negli scambi di battute con i giornalisti e perfino negli incontri elettorali preferisce soffermarsi sui progetti di rinnovamento della Casa Bianca in corso e sul nuovo (e contestato) Arco di Trionfo che vuole costruire su una riva del Potomac sono, per molti all'interno del suo stesso partito, un segnale dell'imbarazzo del presidente di fronte alle due grandi crisi del momento: la guerra e l'economia. Le ondate di post su Truth con le quali rassicura il suo popolo Maga e promette un rapido esito del negoziato con Teheran non sembrano più sufficienti a esorcizzare la realtà. Il premier israeliano ha sfidato apertamente gli appelli alla moderazione lanciati domenica da Trump, fermando la rappresaglia per il lancio dei missili iraniani solamente dopo l'ennesima telefonata, avvenuta ieri. I toni sono stati descritti come "educati". Un passo avanti rispetto al "sei pazzo" e "che c... stai facendo" di qualche giorno fa, ma non certo quel "Netanyahu fa quello che dico io" col quale aveva tentato di frenare in precedenza gli strappi dell'alleato. Che sia stato un segnale politico (a Tel Aviv e Teheran) o la conferma della mancanza di scorte adeguate, non è un caso che stavolta gli Usa non abbiano lanciato un solo intercettore per fermare i missili iraniani contro Israele.

Altri imbarazzi per Trump sono giunti sul fronte interno: il voto del Congresso per limitare i suoi poteri di guerra; lo stop al fondo da 1,8 miliardi per risarcire i suoi alleati e sostenitori finiti sotto inchiesta o in carcere durante l'era Biden; la cancellazione del miliardo di dollari chiesto per la nuova Ballroom della Casa Bianca; la bocciatura della nomina dell'inesperto Bill Pulte a direttore dell'Intelligence Nazionale; la possibile bocciatura per la conferma di Todd Blanche (suo ex avvocato personale) a capo del dipartimento della Giustizia. A Trump serve un cambio di passo per tornare a dominare la propria narrazione. L'accordo con Teheran potrebbe risolvere la gran parte dei suoi problemi, anche interni. Ma se è vero, come ha rivelato Axios, che dopo due mesi di discussioni gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner si siano incontrati solamente giovedì scorso con i massimi esperti nucleari Usa per discutere dei possibili dettagli tecnici del testo, questo denota quantomeno un ritardo. Agli scienziati messi in campo all'epoca da Barack Obama ci vollero due anni per mettere a punto un trattato.

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Il diritto all'autodifesa di Tel Aviv spezza il ricatto di Teheran

Fra i molti effetti dei reciproci bombardamenti fra Iran e Israele ce n'è uno solo molto semplice: i cittadini israeliani ieri mattina hanno avuto, almeno per i pochi minuti prima di cominciare a correre su e giù nei rifugi, la rinfrescante sensazione di battersi liberamente per la propria vita. I lacci imposti da Trump sui polsi di governo e Idf sono stati tagliati, o almeno allentati, il Paese ha recuperato il diritto all'autodifesa. E anche quello di giocare fuori dall'astuta trappola iraniana, dal ricatto per cui Trump chiede di non muoversi pena la trattativa, neppure se si tratta di Hezbollah che viola tutti i cessate il fuoco. Il ricatto consiste in una formula molto semplice inventata dall'Iran: il dialogo con gli Stati Uniti è possibile solo se Israele ignora le aggressioni degli Hezbollah.

Le cose stanno in modo semplice: gli Hezbollah, benché in condizioni non floride ma pur sempre ben armati, nutriti, comandati dall'Iran nonostante i cessate il fuoco di marzo e di aprile, seguitano a attaccare coi missili il Nord di Israele, spopolano le città di confine, colpiscono coi droni l'esercito che si è stanziato nel Sud per cercare di privarli delle armi, dato che nessun altro, ne l'Unifil né il governo di Aoun, che vorrebbe, ci riescono. Domenica una scarica di missili particolarmente aggressiva rischia di colpire una scolaresca in gita. Netanyahu torna allora a Beirut, nel quartiere di Dahiyeh, base militare e strategica di Hezbollah e bombarda un edificio. La risposta viene allora dall'Iran: c'è un cambio strategico, invece di chiedere copertura ai suoi proxy si lancia alla loro difesa e bombarda Israele largamente. Nelle ultime ore notturne di ieri però ecco una scelta a sua volta strategica. L'Iran, la cui condizione è assai precaria, subisce un attacco israeliano: nonostante la supposta contrarietà di Trump, Netanyahu dà l'ordine e i caccia attaccano alcuni obiettivi. Lanciamissili, tre fabbriche petrolchimiche.

Qui comincia la sfida concettuale. Trump si sa, vuole continuare a trattare con l'Iran, e chiede sia a Israele che a Iran di piantarla. L'Iran accetta, ma con una clausola che lascia il Libano ostaggio nelle sue mani: Israele non deve attaccare gli Hezbollah, chiamati per suo comodo "Libano", altrimenti "si applicheranno misure molto più pesanti di quelle già intraprese". Ovvero, continuerebbe la guerra con Israele. A Trump questo non piace. Ma appena uscita la dichiarazione iraniana, gli Hezbollah, che erano stati ben acquattati per 30 ore durante tutta l'operazione iraniana e non si muovono senza ordini dei loro interlocutori di Teheran, ricominciano a sparare. Il Nord è di nuovo sotto il fuoco terrorista. Israele dunque è in un dilemma mentre Trump guarda. Ma lo è veramente? Il rapporto con gli americani è troppo intimo perché possano immaginare che l'aggressione degli Hezbollah vada impunita. Centcom e le varie strutture di collegamento sono attive a ogni minuto, e non risultano liti né discussioni. Huckabee ha fatto una dichiarazione di appassionata condanna dell'attacco iraniano, mentre nella dichiarazione dell'ambasciatore israeliano negli Usa era evidente, quando ha spiegato al suo inizio l'operazione israeliana in Iran, lo scopo di mantenere alto il rapporto con gli Usa insieme alla libertà di punire sempre e necessariamente chi aggredisce Israele. Con una pinzetta e molta determinazione, la scelta di Israele è l'unica possibile nella giungla in cui è collocata la villa israeliana. Non esiste la possibilità che Netanyahu lasci pavoneggiare l'Iran nelle penne libanesi. Siamo in Medioriente. È anche logico che la reazione decisa di Israele abbia fornito di nuovo ai Paesi del Golfo e al mondo arabo sunnita una buona ragione per riprendere il tema dell'utile alleanza anti iraniana che rifonderebbe il Medioriente. Questo a Trump può piacere.

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Vittoria difficile. Donald chiuderà solo negoziando

Il presidente Donald Trump si trova coinvolto in un conflitto per il quale non dispone delle leve politiche e militari necessarie a conseguire una vittoria rapida e decisiva. In questo quadro, una soluzione negoziata è per lui l'opzione migliore, se non l'unica, perché tutte le alternative non sembrano in grado di chiudere in modo per lui accettabile il conflitto. Una via d'uscita che, tuttavia, si scontra con gli interessi opposti degli altri due protagonisti assoluti della crisi: Israele e Iran. Le alternative all'accordo sono infatti quantomeno problematiche. Una campagna finalizzata alla conquista dell'Iran e, in ultima analisi, di Teheran richiederebbe forze terrestri nell'ordine di diversi milioni di uomini tra truppe combattenti, supporto logistico e riserve. Un simile sforzo sarebbe impensabile senza una mobilitazione nazionale sostenuta dal Congresso e, soprattutto, senza un'opinione pubblica disposta ad accettarne costi e sacrifici. Oggi nessuna di queste condizioni appare presente. Nemmeno il dominio marittimo offre uno sbocco convincente. Controllare davvero il Golfo Persico, lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso richiederebbe una simultanea concentrazione di forze navali che la Marina americana non riesce a garantire. Basti ricordare che, per liberare il Kuwait nel 1991, gli Stati Uniti schierarono sei portaerei con i relativi gruppi da battaglia. Oggi incontrano crescenti difficoltà nel mantenere per lunghi periodi al largo dello Stretto di Hormuz anche solo due squadre navali su portaerei. Resta l'opzione aerea. Gli Stati Uniti possono certamente continuare a colpire l'Iran, ma la storia suggerisce prudenza nei confronti dell'idea che una campagna di bombardamenti possa, da sola, imporre rapidamente una resa politica a una grande potenza regionale. L'unico caso in cui la potenza aerea ebbe un ruolo decisivo nella resa di un grande Paese fu quello del Giappone, ma tale risultato fu il prodotto di uno sforzo enorme culminato con l'impiego di due armi atomiche. In ogni caso, un bombardamento orientato alla distruzione sistematica delle capacità iraniane richiederebbe tempi molto lunghi e livelli di produzione bellica e di consenso politico tutt'altro che all'orizzonte. Tutte e due cose che Trump sa di non avere.

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Netanyahu avvisa Iran e Hezbollah: "La battaglia va ancora avanti". Il tycoon lo frena: "Resterai da solo"

Iran e Israele hanno interrotto gli attacchi reciproci in seguito all'appello del presidente statunitense Donald Trump a "cessare immediatamente di sparare". L'ultima ondata di bombardamenti ha rappresentato il confronto più diretto tra Teheran e Tel Aviv dal cessate il fuoco di aprile, e l'azione ha minacciato di compromettere gli sforzi di Washington per raggiungere un accordo con la Repubblica islamica e porre fine alla guerra che dura da oltre tre mesi. Benjamin Netanyahu e Trump si sono sentiti telefonicamente ieri, e il presidente Usa avrebbe detto al premier israeliano: "Meglio che tu stia molto attento a quello che fai, perché potresti ritrovarti molto presto da solo contro l'Iran". E Bibi ha convocato l'intero gabinetto di sicurezza alle 21 ora locale. Nelle sue prime dichiarazioni pubbliche da quando sono scoppiati i combattimenti contro l'Iran domenica notte, Netanyahu ha affermato che sospenderà i raid contro Teheran "per ora", pur sottolineando che la lotta contro la Repubblica islamica e Hezbollah "non è finita" e che Israele continuerà a rispondere a qualsiasi attacco sul suo territorio.

"Se il regime terroristico iraniano commetterà l'errore di aggredirci di nuovo, reagiremo con la forza", ha sottolineato. "Oggi, l'Iran e Hezbollah sono più deboli che mai, e noi siamo più forti che mai. Ma la nostra lotta contro di loro non è ancora finita", ha chiarito il premier. Ha aggiunto che l'esercito continuerà a operare nel sud del Libano per "distruggere tutte le infrastrutture terroristiche di Hezbollah nella zona di sicurezza, comprese le enormi basi sotterranee a Beaufort". "Pensavano di poter lanciare attacchi dal Libano e dall'Iran contro Israele e che noi non avremmo risposto. Questo non è successo e non succederà. Non finché sarò io al comando", ha avvertito Netanyahu. "Israele ha tutto il diritto all'autodifesa e lo eserciteremo ogni qualvolta sarà necessario".

Nonostante i vari annunci, lo Stato ebraico e Hezbollah hanno continuato a scambiarsi colpi nella giornata di ieri, con le sirene d'allarme che risuonavano in diverse comunità del nord di Israele dopo che il gruppo sciita ha preso di mira le truppe di stanza nel sud del Libano. Tel Aviv ha risposto con una serie di attacchi contro obiettivi del Partito di Dio in quella stessa zona. Pure il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito la linea di Israele, ovvero ha affermato che l'esercito continuerà a operare contro Hezbollah in Libano e a colpire Beirut se il gruppo terroristico attaccherà lo Stato ebraico. "Dahyeh a Beirut sarà trattata allo stesso modo delle comunità del nord", ha tuonato Katz, riferendosi alla roccaforte della milizia sciita nella zona sud della capitale libanese. "Qualsiasi attacco alle comunità del nord porterà a un attacco a Dahyeh. L'Idf continuerà a operare in Libano contro l'organizzazione terroristica di Hezbollah", ha affermato. Israele "respinge categoricamente le minacce di Teheran", ha detto Katz, "qualsiasi tentativo della Repubblica islamica di collegare il Libano e l'Iran e di attaccare Israele incontrerà una forte reazione, come è accaduto domenica", ha infine aggiunto. Tel Aviv non ha mai interrotto la sua campagna in Libano, sostenendo che debba essere trattata separatamente da qualsiasi cessate il fuoco con l'Iran. Anche Hezbollah ha continuato i suoi attacchi. Teheran ha a lungo affermato che qualsiasi accordo di pace con gli Stati Uniti dipenderebbe dalla fine dei combattimenti nel Paese dei cedri. L'ambasciatore statunitense in Libano, Michel Issa, ha dichiarato che i negoziati tra Beirut e Tel Aviv sarebbero dovuti riprendere presto a Washington. La situazione per ora sembra sia tornata sotto controllo. Israele ha revocato le restrizioni di sicurezza nel paese.

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Il regime minaccia Usa e Israele: "Sarà l'inferno se Satana insiste". E Khamenei jr adesso è isolato

Risposte. Minacce. Fauci spianate. Teheran non cede di un passo, almeno in apparenza. "Se la coalizione americano-sionista supererà ancora una volta il limite, la regione diventerà per essa un inferno", ha scritto ieri in una nota su X il segretario del Consiglio nazionale supremo per la Sicurezza dell'Iran, Mohammad Bagher Zolghadr. "Abbiamo infranto l'equazione di un cessate il fuoco sulla carta e delle sue ripetute violazioni sul campo", ha scritto sempre su X il presidente del Parlamento e capo della squadra negoziale iraniana nei colloqui con gli Stati Uniti, Mohammad Bagher Ghalibaf, aggiungendo: "Finché non ci sarà la reale volontà di costruire la fiducia, questa sarà la risposta dell'Iran".

Parole che sanno di piombo e di sangue. E che fanno seguito alle azioni militari con cui le Guardie Rivoluzionarie hanno ribattuto colpo su colpo agli attacchi israeliani, compiuti ancora ieri mattina con missili balistici lanciati dall'aria che hanno colpito tra l'altro Karaj, Isfahan, Tabriz e la parte occidentale di Teheran, tra cui l'aeroporto di Mehrabad, e il complesso petrolchimico di Karoun, a Mahshahr, nella provincia del Khuzestan, che ha subito danni parziali. In risposta i pasdaran hanno annunciato di aver attaccato due basi aeree "importanti e strategiche" in Israele, a Nevatim e Tol Nof e un impianto chimico a Haifa. Attacchi "dedicati ai martiri della guerra dei dodici giorni tra Iran e Israele nel giugno 2025". "Siamo pienamente pronti a impartire una lezione punitiva a tutto campo al nemico su tutti i fronti e abbiamo pianificato operazioni adeguate a qualsiasi scenario da parte del nemico", si legge nella dichiarazione riportata dall'agenzia Irna. "Abbiamo dimostrato che lo spazio aereo dei territori occupati e della regione è sotto la volontà e il controllo dei missili distruttivi delle forze aerospaziali delle Guardie Rivoluzionarie", come ha detto il portavoce delle stesse Guardie, Hossein Mohebi.

L'Iran non molla, e si dice "pronto a una guerra di lunga durata con il regime sionista e a infliggere un duro colpo agli interessi statunitensi", come scrive Taksim. E in caso di aggressione contro qualsiasi parte dell'"asse della resistenza, che include Hezbollah, l'Iran risponderà, trascendendo i confini geografici, il che altererà gli equilibri regionali", come ha avvertito il capo del Consiglio per il Discernimento, Sadegh Amoli Larijani. Ma dietro questo ghigno, questo occhio per occhio e dente per dente, esiste a Teheran una grande paura che la nuova escalation militare possa intossicare la strada del dialogo che faticosamente sembrava delinearsi. "È del tutto naturale che il processo diplomatico avviato per porre fine a questa guerra imposta ne risenta", ha dichiarato il portavoce della diplomazia iraniana Esmail Baghei, in una conferenza stampa.

E mentre l'organizzazione per l'Aviazione Civile iraniana ha annunciato che tutti i voli negli aeroporti di tutto il Paese sono stati cancellati fino a nuovo avviso e il viceministro degli Esteri per gli Affari Legali e Internazionali, Kazem Gharibabadi, ha deplorato le nuove sanzioni dell'Ue contro due individui iraniani e un'unità delle Guardie Rivoluzionarie per aver minacciato la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz parlando di "azione politica e ipocrita degli europei" a cui "l'Iran non attribuisce alcun valore", le comunicazioni tra la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei e i funzionari iraniani sono state interrotte domenica notte. Anche gli attacchi missilistici contro Israele delle ultime ore sarebbero stati condotti senza alcun coordinamento con l'ufficio della Guida Suprema, perché troppo rapidi per poter essere concordati con il figlio di Ali, ucciso il 28 febbraio nel primo attacco iraelo-statunitense alla teocrazia.

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Missili incrociati Israele-Iran. Beirut può far saltare il banco

Missili iraniani su Israele, raid israeliani contro obiettivi militari in Iran, il Libano di nuovo nel mirino. Il Medioriente ha vissuto una delle notti più infuocate da mesi, in una spirale di rappresaglie che ha spinto Donald Trump a intervenire d'urgenza per scongiurare il crollo definitivo della tregua, che comunque rimane appesa a un filo. L'escalation ha visto Israele colpire l'Iran dopo che la Repubblica islamica lo ha preso di mira per rappresaglia contro un attacco aereo sui sobborghi meridionali di Beirut, roccaforte di Hezbollah. Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno lanciato attacchi contro le basi aeree israeliane di Nevatim e Tel Nof, mentre lo Stato ebraico ha risposto colpendo obiettivi militari nell'Iran centrale e occidentale. In parallelo, il fronte libanese ha continuato ad alimentare la crisi: come reazione al lancio di razzi da parte di Hezbollah, l'Idf ha colpito la periferia meridionale di Beirut, distruggendo infrastrutture nel quartiere di Dahiyeh.

Trump e Benjamin Netanyahu si sono sentiti due volte in meno di ventiquattr'ore, e su Truth il presidente americano ha scritto che le due parti devono "smettere immediatamente di sparare". Dopo il suo intervento, la nuova escalation sembra essere rientrata: ieri mattina i Pasdaran hanno annunciato la sospensione delle operazioni, e anche il premier israeliano ha fatto sapere che "attualmente il fuoco è cessato, perché dopo aver colpito il regime terroristico, esso ha smesso di attaccarci. Abbiamo il pieno diritto all'autodifesa e lo eserciteremo ogni volta che sarà necessario". Il tycoon, da parte sua, ha affermato che "i negoziati finali sulla pace stanno procedendo, salvo che l'ignoranza o la stupidità non si frappongano al loro cammino". Mentre parlando al Financial Times, ha spiegato che l'alleato "non avrà altra scelta" se non quella di accettare un accordo con l'Iran. "Decido io. Decido tutto io. Non è Netanyahu a decidere", ha aggiunto. Gli attacchi dell'Iran non hanno comunque modificato la sua volontà di concludere i negoziati: "Non avranno alcun impatto. Vedremo come andrà a finire, ma gli attacchi missilistici contro Israele non hanno lasciato il segno. È una di quelle cose che vanno avanti da 3.000 anni, o da 47 anni, a seconda di come si conta", ha sottolineato il comandante in capo.

La Repubblica islamica, invece, ha attribuito a Washington la responsabilità della ripresa dei combattimenti e ha dichiarato che l'escalation influirà sui colloqui di pace. "Nessuno crede che il regime sionista compirebbe un'azione qualsiasi senza un previo coordinamento e una cooperazione con gli Stati Uniti. È naturale che il processo diplomatico avviato per porre fine a questa guerra imposta ne risenta", ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, dicendo che comunque "le consultazioni proseguono in ogni circostanza". Intanto l'Iran, dopo avere chiuso lo spazio aereo ai voli civili nella parte occidentale del Paese, ha annunciato che i voli in tutti gli aeroporti nazionali sono cancellati fino a nuovo avviso.

E in Libano, l'Idf ha colpito la zona meridionale meno di un'ora dopo che l'Iran aveva annunciato la sospensione delle operazioni militari: secondo quanto riferito, Israele ha attaccato i villaggi di Az-Zrariyah e Arabsalim, nel distretto di Nabatieh, e Kfar Tebnit. Un funzionario dello stato ebraico ha precisato che "su richiesta di Trump" sono stati interrotti i raid contro l'Iran, ma quelli "contro il Libano meridionale continueranno con tutta la forza nei prossimi giorni. Bombarderemo anche Dahiyeh, nel Sud di Beirut, se gli attacchi contro le nostre comunità e i nostri cittadini dovessero proseguire".

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Trump: "Nostro elicottero abbattuto da Teheran, risponderemo". Teheran: "Rischio costante per le forze straniere nei pressi di Hormuz". Raid di Israele in Libano

L’escalation tra Israele e Iran resta al centro della crisi mediorientale. L’Idf rivendica la prontezza a nuovi attacchi contro Teheran, mentre il conflitto si estende dal Libano alla Striscia di Gaza: raid israeliani colpiscono Tiro e comandanti della Jihad islamica. Sullo sfondo, gli Stati Uniti seguono il dossier Hormuz dopo lo schianto di un Apache, con l’equipaggio salvo, e Trump assicura che un accordo con l’Iran potrebbe arrivare entro pochi giorni, pur tra nuove tensioni regionali. Ma dopo poche ore rilancia: "Gli Stati Uniti devono necessariamente rispondere a questo attacco".

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Il drone ucraino pilotato da 2mila km: come funziona Sting, l’arma che cambia la guerra nei cieli

Per oltre due anni la guerra in Ucraina è stata raccontata come il primo grande conflitto dominato dai droni. Oggi, però, il campo di battaglia sembra essere entrato in una nuova fase: quella della guerra tra droni. Non più soltanto velivoli senza pilota impiegati per colpire obiettivi terrestri, ma sistemi progettati esclusivamente per dare la caccia ad altri UAV, trasformando il cielo in una sorta di arena automatizzata.

In questo contesto si inserisce il risultato annunciato nelle ultime settimane dalla società ucraina Wild Hornets, uno dei gruppi di sviluppo tecnologico più attivi al fianco delle forze di Kiev. Nata come associazione di volontari, inclusi sviluppatori e ingegneri, che raccoglieva donazioni e comprava droni commerciali per i combattenti al fronte, è poi balzata verso la trasformazione in azienda produttrice. Committenti e consulenti? I soldati stessi assieme ai loro reparti.

Il suo drone intercettore Sting ("pungiglione") sarebbe riuscito a essere controllato operativamente da una distanza record di circa 2000 chilometri grazie al sistema di controllo remoto Hornet Vision Ctrl, con il pilota che si trovava addirittura fuori dal territorio ucraino. Secondo quanto comunicato dall'azienda e confermato da diversi media specializzati, il test rappresenta un passaggio cruciale nella trasformazione delle operazioni anti-drone.

Wild Hornets has donated ONE THOUSAND STING interceptors to Ukrainian forces

As part of the “One of a Thousand” initiative, we provided frontline crews with 1,000 STING interceptor drones equipped with the Hornet Vision digital communication system to strengthen Ukraine’s… pic.twitter.com/u3y6qpsFSo

— Wild Hornets (@wilendhornets) May 22, 2026

Il prezzo di partenza va da 1000 fino a 2.500 dollari, e ne vengono prodotti un po’ più di 10mila al mese. Lo Sting è alimentato con una batteria che gli consente di volare per 25 minuti, anche se necessita appena di cinque minuti. Viene pilotato mettendosi in coda al nemico per raggiungerlo, esplodere, in modo da investirlo con lo scoppio e farlo esplodere in volo.

La sfida degli Shahed e la risposta ucraina

L'evoluzione dello Sting è strettamente legata alla crescente minaccia rappresentata dai droni kamikaze Shahed, di progettazione iraniana e prodotti su larga scala anche dalla Russia con la denominazione Geran. Negli ultimi mesi Mosca ha intensificato l'impiego di questi sistemi, utilizzandoli in attacchi di saturazione contro infrastrutture energetiche, depositi militari e grandi centri urbani. Il loro costo relativamente contenuto e la capacità di essere lanciati in sciami hanno spesso messo in difficoltà le tradizionali difese antiaeree, molto più costose.

Per questo Kiev ha investito nello sviluppo di droni intercettori economici e altamente manovrabili. Lo Sting utilizza una testata esplosiva di piccole dimensioni e può neutralizzare il bersaglio sia con l'impatto diretto sia con una detonazione di prossimità. Secondo i dati diffusi dall'azienda, il sistema ha registrato un tasso medio di successo compreso tra l'80 e il 90 %, con giornate operative nelle quali il rapporto è stato di "un lancio, una distruzione". La stessa Wild Hornets sostiene che oltre 3.000 droni nemici siano stati abbattuti nei primi sette mesi di impiego operativo.

L'interesse internazionale attorno a queste piattaforme è cresciuto rapidamente. Analisti occidentali e osservatori militari vedono infatti negli intercettori ucraini una possibile risposta anche alle minacce che arrivano dal Medio Oriente, dove gli Shahed hanno dimostrato la loro efficacia in numerosi teatri di crisi.

Il controllo da 2.000 km e la rivoluzione della guerra distribuita

Il vero salto tecnologico, tuttavia, non riguarda soltanto il drone in sé, ma il modo in cui viene pilotato. Grazie al sistema Hornet Vision Ctrl e all'utilizzo di collegamenti satellitari, gli operatori possono controllare il velivolo a centinaia o addirittura migliaia di chilometri dal punto di lancio. La Wild Hornets ha mostrato come un pilota situato in un altro Paese sia riuscito a gestire uno Sting impegnato nei cieli dell'Ucraina settentrionale, stabilendo il nuovo record operativo dei 2.000 chilometri.

L'obiettivo è soprattutto quello di proteggere il personale. I piloti di droni sono diventati uno dei bersagli prioritari della ricognizione russa e spesso vengono individuati e colpiti poco dopo l'avvio delle operazioni. Allontanare fisicamente gli operatori dalla linea del fronte significa quindi ridurre drasticamente i rischi e, allo stesso tempo, ampliare la copertura difensiva del territorio. Secondo fonti dell'industria ucraina, in prospettiva i droni potrebbero essere pilotati persino da un altro continente.

Il modello ricorda, su scala ridotta, quello già utilizzato dagli Stati Uniti per i grandi droni strategici come gli MQ-9 Reaper, controllati a migliaia di chilometri di distanza dai teatri operativi. La differenza è che qui si parla di sistemi dal costo di poche migliaia di dollari, pensati per essere prodotti e impiegati in massa.

La nuova corsa globale agli intercettori

L'esperienza ucraina sta attirando l'attenzione di governi e industrie della difesa di tutto il mondo. Il motivo è semplice: la proliferazione dei droni d'attacco a basso costo sta rendendo sempre meno sostenibile l'impiego di missili antiaerei tradizionali, il cui prezzo può superare di decine o centinaia di volte quello del bersaglio da abbattere. Gli intercettori FPV rappresentano invece una soluzione asimmetrica e relativamente economica.

Parallelamente, la corsa tecnologica continua. Le aziende ucraine stanno lavorando a sistemi sempre più veloci e integrati con algoritmi di intelligenza artificiale, mentre la Russia sperimenta versioni più rapide dei propri droni Shahed e introduce contromisure elettroniche per eludere gli intercettori.

In questa prospettiva, il record dei 2000 chilometri annunciato dalla Wild Hornets va oltre il semplice primato tecnico. Segna l'ingresso in un'epoca in cui il combattimento aereo a corto raggio può essere gestito da operatori lontanissimi dal fronte, collegati attraverso reti satellitari e infrastrutture digitali globali. Una trasformazione che potrebbe influenzare non soltanto la guerra in Ucraina, ma il modo stesso in cui saranno concepite le difese aeree del futuro.

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