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Tim Summer Hits 2026 torna con Carlo Conti e Andrea Delogu per lanciare la musica dell’estate: ecco le date

Carlo Conti e Andrea Delogu per il terzo anno consecutivo tornano al timone di Tim Summer Hits che apre l’estate 2026 a Roma. Quattro serate-evento nel cuore della Capitale: sul palco di Piazza del Popolo si alterneranno le star della musica per cantare insieme al pubblico i loro successi del momento, dando vita a performance live.

Gli appuntamenti sono fissati per domenica 21, lunedì 22, martedì 23 e mercoledì 24 giugno. Una delle piazze di Roma tra le più conosciute al mondo si trasformerà così nel più grande palcoscenico a cielo aperto di questa stagione, accogliendo i gli artisti e le artiste delle classifiche, le icone pop con le canzoni che si candidano a diventare tormentoni dell’estate.

Le serate (ad ingresso gratuito) saranno registrate e trasmesse prossimamente in prima serata su Rai1, in contemporanea su Rai Radio2 e disponibili anche su RaiPlay.

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“Uscii dalla Casa del Grande Fratello in pigiama. Mi misero in macchina e mi mandarono a fanc**o. Laura Pausini? Mi ha perdonata”: parla Alda D’Eusanio

Alda D’Eusanio ha chiuso con la televisione: “Ho smesso con la tv. Non voglio più andarci, nemmeno come ospite. Ho avuto una carriera lunga e faticosa, talmente faticosa che voglio fermarmi qui. Ho dato, non ne ho più bisogno. Quando mi invitano rispondo che ho da fare”, dichiara in un’intervista rilasciata a Fanpage.it. “Si vive benissimo senza la televisione, si sta da Dio. Finalmente posso leggere, studiare, passeggiare, stare con gli amici, con il mio cane, andare al cinema. Ho battagliato tanto e non ho mai realmente assaggiato il mio successo. Me ne sono accorta adesso, prima ero troppo presa dal dovermi difendere”, spiega la giornalista e conduttrice.

Un episodio avvenuto nel 2021 ha di fatto segnato la fine della sua carriera televisiva. Pochi giorni dopo il suo ingresso nella casa del “Grande Fratello” si lasciò sfuggire delle frasi offensive nei confronti di Laura Pausini, raccontando fatti infondati su presunti maltrattamenti di Paolo Carta nei confronti di Laura Pausini. Una notizia inventata che spinse i vertici di Mediaset a intervenire immediatamente con l’allontanamento forzato della giornalista, ora settantacinquenne: “Laura mi ha perdonata, le ho chiesto scusa ed erano scuse sincere. Mi dispiaceva tanto, misi in circolo una chiacchiera stupida sul marito che, in realtà, ho saputo essere una bravissima persona. Sono innamoratissimi e affiatatissimi”.

Uscii dalla Casa in pigiama. Mi misero in macchina e mi mandarono a fanc**o. Pier Silvio Berlusconi pubblicò un comunicato dove si ufficializzava la mia cacciata. Un trattamento che non hanno riservato manco a chi ha bestemmiato. Eebbero paura? Ma di quali conseguenze? La Pausini mi ha perdonata, ha capito. Loro invece no”, ripercorre la vicenda D’Eusanio a Fanpage.it. In precedenza era stata redarguita per aver utilizzato il termine “negro”: “È una parola che si è sempre usata. Anche Fausto Leali cantava ‘Angeli negri’. Poi è cambiata la cultura e si è preferito il termine ‘nero’. Nelle mie frasi non c’erano intenzioni offensive, era un semplice retaggio legato al lessico di un’altra epoca. Negli anni è avvenuto un resettaggio e abbiamo dovuto imparare ad adeguarci, ma tuttora capita che mi scappi. E non per cattiveria o razzismo”.

Alfonso Signorini non le risparmiò un richiamo in trasmissione: “A me dà fastidio l’ipocrisia di chi ostenta perbenismo e poi stimola situazioni che potrebbero assicurare alti ascolti. Quel reality va bene se escono le parti peggiori del tuo carattere. Quando succedeva arrivava lui a bacchettarti. Se esclamavi ‘accidenti’ e non ‘accipicchia’ alzava il ditino”. Ora Signorini vive un momento difficile: “Mi addolora vedere la gente cadere, ma se lo sarebbe dovuto aspettare da quel mondo. Prima o poi qualcuno che ti fa tana lo trovi. Non sono affatto d’accordo col metodo utilizzato, però Corona gli ha fatto tana”, conclude la conduttrice.

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“Mai successo nella storia della Rai che un programma si trasferisca in cortile”: Paola Perego e Paola Barale costrette a fare una parte di Citofonare Rai2 all’aperto

Paola Perego e Paola Barale hanno salutato il pubblico di Citofonare Rai2 nell’ultima puntata di stagione andata in onda oggi, 7 giugno. Ma c’è un retroscena che riguarda proprio la registrazione della trasmissione.

Il programma della seconda rete Rai, per una parte della puntata, è stato costretto a trasferirsi all’esterno degli studi Fabrizio Frizzi di Roma. Come mai? Tutto risalirebbe alla registrazione effettuata lunedì 1 giugno. Come spesso accade in televisione, i tempi si sarebbero allungati oltre il previsto ma, stavolta, appena raggiunto l’orario stabilito, le maestranze avrebbero interrotto il lavoro.

A quel punto Perego e Barale si sono ritrovate nel cortile degli studi per registrare il blocco dedicato all’oroscopo. A sottolineare l’accaduto è stato anche Lucio Presta, manager e marito di Paola Perego, con un messaggio pubblicato su X: “Mai successo nella storia della Rai che un programma si trasferisca in cortile per finire il programma perché la squadra non lo aveva mai fatto, quindi tanti ritardi e quando mancavano 15 minuti alla fine ha smesso di lavorare. Hanno registrato in cortile con i telefonini. Che dire?”. La puntata si è poi conclusa regolarmente con il ritorno in studio per i saluti finali, quelli sì registrati all’interno del set.

E sempre Presta ha espresso qualche dubbio sul futuro del programma: “Citofonare Rai 2: Prima parte 4.37% -Seconda parte 5.62%. I programmi che vanno bene non devono essere riconfermati, quelli che vanno male assolutamente intoccabili. Il meraviglioso mondo della Tv”, si legge in un altro suo post su X.

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“Marco Poggi pagato 50 mila euro per l’intervista? Ho querelato Fabrizio Corona e tornerò a querelarlo. A Quarto Grado il massimo è una pizza, forse pernottamento e volo”: parla Gianluigi Nuzzi

Marco Poggi ha rotto il silenzio a 19 anni dall’omicidio della sorella Chiara e lo ha fatto a Quarto Grado, la trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi e Alessandra Viero su Rete 4. “A me ha commosso la nostra Martina Maltagliati, che con una gravidanza al settimo mese, con quel suo bel pancione da dolce attesa, ha preso l’ennesimo treno, è andata a Mestre e ha condotto un’intervista così densa. Se c’è qualcuno a cui va il mio plauso è lei”, spiega il giornalista in un’intervista a Liberoquotidiano.

Nuzzi condivide anche le preoccupazioni espresse da Marco Poggi sull’eccessiva esposizione mediatica del caso e si rivolge al procuratore capo di Pavia. “Non me ne voglia il dottor Napoleone, però io mi aspettavo, di fronte a un’indagine che desta un così forte allarme sociale, una procura della Repubblica attenta anche a evitare che la gente finisse nelle ghigliottine delle fake news e della disinformazione. Invece l’unico comunicato afferente alle questioni mediatiche è dell’ottobre scorso ed è stato vergato per smentire quanto detto da Fabrizio Corona, che io ho querelato e che tornerò a querelare”.

L’ex re dei paparazzi ha infatti sostenuto che a Marco Poggi sarebbero stati corrisposti 50 mila euro per l’intervista concessa a Quarto Grado. Un’ipotesi che Nuzzi respinge con decisione: “Ma, vorrei sapere, quella cifra da dove gli viene? Perché proprio 50mila e non 100mila a questo punto, o addirittura un milione? A Quarto Grado il massimo che possiamo pagare è una pizza, mi creda. Forse un pernottamento o un volo aereo quando è necessario. Niente di più”.

Nell’intervista c’è spazio anche per un ricordo della visita nella casa della famiglia Poggi, a Garlasco: “Ci sono stato e ho salutato con rispetto i genitori di Chiara che hanno tolto le lancette ai loro orologi. In quella casa è rimasto tutto identico a due decenni fa, eccezion fatta per il tappetino del bagno. Fa parte di un’elaborazione del lutto che i coniugi Poggi hanno vissuto in maniera estremamente graduale perché, di fronte a una cosa così spaventosa, quale genitore riesce a tornare alla normalità?”.

Secondo Nuzzi, il caso Garlasco presenta “due punti senza precedenti”. “Il primo è che c’è una procura che riconsidera radicalmente quanto già stabilito dalla Corte di Cassazione e cerca di scrivere una pagina nuova. Questo, francamente, in Italia non è consueto“, osserva. Un fatto che, secondo il giornalista, rappresenta “un segno di salute per una magistratura che ha un senso di autocritica profondo”. Con una precisazione: “Tuttavia la speranza, adesso, è che non si replichino le sciatterie viste e patite sulla vita di Alberto Stasi“.

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“Amadeus? Ha scelto di andarsene”. L’ad Rai Rossi: “Abbiamo altri talenti straordinari, De Martino è il futuro”

I toni sono netti, la porta è chiusa. “Amadeus è una persona a cui sono molto legato e che stimo, e ha fatto una scelta molto chiara e netta ormai due anni fa. La Rai ha straordinari talenti. Abbiamo coperto il festival di Sanremo con uno dei più grandi professionisti della televisione italiana, Carlo Conti, e portato la gara canora a record storici”: così Giampaolo Rossi, ad Rai, alla festa del Foglio.

La scelta di Amadeus la conoscono tutti: lasciare la Rai per approdare a Warner Bros Discovery e misurarsi con una nuova sfida professionale. Un percorso che, almeno sul fronte degli ascolti, finora non ha prodotto i risultati sperati. Chissà com’era il clima tra i dirigenti Rai e Amadeus quando quest’ultimo ha deciso di andarsene. In ogni caso, le parole dell’ad Rai sembrano allontanare l’ipotesi di un ritorno a breve: “Abbiamo investito su Affari tuoi e sul prossimo Sanremo puntando su Stefano De Martino, che giudico una grande risorsa artistica per il nostro futuro”.

Cambio di argomento, che ne pensa di TeleMeloni? “È il grande dibattito della tv italiana oggi ma in realtà non ha ragione d’essere, è solo marketing. La Rai non può essere ridotta alla polemica giornalistica, ma è un’industria complessa che fa informazione e cultura tenendo in piedi il cinema e la fiction. Senza la Rai saremmo invasi dalle produzioni dei grandi player globali“. E ancora: “Il ruolo del servizio pubblico è molto più complicato di una semplice battuta. Sono in Rai da vent’ anni e conosco la complessità di un’azienda, patrimonio nazionale, capace di investire un miliardo di euro nei diritti sportivi negli ultimi anni per consentire la trasmissione free. Fa fatica perché il mercato è crudele e andrebbe tutelata di più! Non si sta ritirando, si sta trasformando. Se abbiamo portato il bilancio in attivo, ci siamo riusciti non con i tagli, ma attraverso un processo di riorganizzazione della produzione e dei modelli lavorativi: incentivazione degli esodi e acquisizione di forza lavoro più giovane, dal costo più basso”.

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Dal carteggio Churchill-Mussolini alla pistola che uccise il Duce, fino all’oro di Dongo: Giletti e le scoperte sulle ultime ore del fascismo. “C’è fame di storia. Raccontata da un punto di vista critico, non ideologico”

Mussolini e le verità nascoste. Il ritorno di Massimo Giletti su Rai3, lunedì 8 giugno alle 21.15, è di quelli esplosivi. A un paio di mesi di distanza dalla chiusura anticipata, non senza polemiche, di Lo stato delle cose, il celebre conduttore televisivo torna in prima serata Rai con uno speciale legato ad uno dei misteri più oscuri del lungo elenco presente nella storia italiana. Grazie a documenti inediti recentemente desecretati in Gran Bretagna, alla registrazione di una preziosa testimonianza primaria e al ritrovamento di un’arma fino ad oggi mai recuperata, Giletti riapre il vaso di Pandora dell’uccisione di Benito Mussolini, mai realmente archiviata nei dettagli, e della reale consistenza del cosiddetto “Oro di Dongo”, il tesoro che il Duce trascinò con sé fuggendo da Milano la sera del 25 aprile 1945 dove si troverebbe l’altrettanto mai ritrovato carteggio ChurchillMussolini. “Non immaginare un Giletti in studio con gli ospiti. Lo speciale di Rai3 è un’esterna totale, un Giletti inedito che va in giro nei luoghi in cui Mussolini provò a scappare per poi essere catturato dai partigiani e infine fucilato”, spiega il giornalista in esclusiva a ilfattoquotidiano.it.

Certo che con uno speciale su Mussolini in molti diranno che è il segno ulteriore dell’affermazione di Telemeloni.
“(Giletti ride ndr)”

Dove e quando nasce il suo interessamento per la figura storica del Duce?
“Già sui banchi del liceo classico ero appassionato di storia. Negli anni Novanta, quando lavoravo con Minoli, assieme al collega Enzo Cicchino, creammo un servizio sulla morte Mussolini dove cercammo di rispondere a molti interrogativi sollevati dallo storico Renzo De Felice. Mi ha sempre incuriosito saperne di più sulla tragica morte di Mussolini come del periodo che va dal 1943 a 1945. Sono dell’idea che in fondo sono sempre i vincitori che raccontano la storia. Quindi mi sono rifatto ad uno degli insegnamenti di Minoli: ricordati che esistono verità parallele. Quando faccio la mia televisione seguo sempre il suo esempio del treno che va su un binario, ma su questo binario corrono due rette: è vero sono vicine, ma possono raccontare fatti diversi. Ho la sensazione che questa fase storica italiana abbia avuto sottotracce inesplorate”.

Perché si è affermato questo alone di mistero e di mezze verità attorno alla dinamica dell’uccisione di Mussolini, mentre ad esempio piazzale Loreto rimane un dato storico inconfutabile in quanto filmato e mostrato da decenni?
“È l’interrogativo da cui partiamo per questo speciale. I misteri sono diversi. Bisogna calarsi in quegli anni. Sandro Pertini disse che a Piazzale Loreto fu un episodio dove “l’insurrezione venne disonorata”. In quel periodo c’era la guerra civile e nessuno faceva sconti all’altro. I fascisti compirono efferatezze terribili. Probabile che sulla questione del Duce bisognasse risolvere tutto in fretta. Si aveva paura che potesse esserci una Norimberga italiana. Per me è stato un vero errore non perseguirla. Alcuni gerarchi sono stati giustiziati davanti a diverse persone sul Lago di Como, Mussolini no. Compirono un’operazione rapidissima: forse non si fidavano dei partigiani che avevano catturato il Duce? Avevano paura che il Duce potesse essere catturato dagli Alleati? Che potesse parlare?”

La storia non si fa con i “se”, ma un processo ai gerarchi e ai crimini fascisti avrebbe direzionato la storia del paese in maniera radicalmente diversa.
“Credo che l’obiettivo di tanta rapidità di disfarsi di Mussolini fosse quello di evitare un processo che avrebbe potuto rivelare ciò che del fascismo si ignorava. Anche cose scomode. Sotto interrogatorio per salvarsi la vita qualche personaggio avrebbe potuto raccontare cose nascoste. E avrebbe costretto tutti gli italiani a farsi un esame di coscienza: 40 milioni di italiani erano fascisti e un attimo son diventati antifascisti? Ancora oggi sento dire che non abbiamo fatto i conti col fascismo, probabilmente perché non c’è stato un processo di questo genere che avrebbe costretto tutti ad un esame di coscienza su come gli italiani avevano fatto a seguire un uomo così”.

Torniamo ai fatti di quelle ore. Mussolini fugge da Milano la sera del 25 aprile e a Como raggiunge una colonna di tedeschi anch’essi in fuga.
“L’ultimo mezzo di quel convoglio è un furgone pieno di documenti segreti a cui il Duce teneva moltissimo. Quel mezzo all’improvviso ha problemi al motore e si ferma nel paesino di Garbagnate. Da quel momento non si ha più traccia delle presunte dodici casse poste all’interno del mezzo e che contenevano documenti e tesori che Mussolini riteneva fossero importantissimi”.

Dal punto di vista storiografico cosa ci fosse dentro a quelle sono mere speculazioni. Una vera lista del contenuto non c’è mai stata.
“Ecco, vedi qual è la forza di fare inchieste a distanza di tempo? Magari hai la soffiata giusta, magari vai in Inghilterra, magari si apre un archivio segreto, magari trovi un professore e magari questo ti consegna una parte di un documento, magari desecretato il 1 gennaio 2026, che ti apre nuovi scenari. Quindi inizi a mettere insieme pezzi, quindi senza forse quei documenti c’erano e sappiamo dove stanno. Non posso dire di più. Bisogna attendere lo speciale di lunedì 8 giugno”.

Di recente è stato pubblicato Nero di Londra di Fasanella (Chiarelettere) dove si parla della pista inglese preponderante nella costruzione della leadership fascista mussoliniana: è un tema che torna nei suoi ritrovamenti?
“Noi abbiamo la prova di agenti e finanziamenti inglesi da documenti desecretati da poco. Il riscontro dai documenti nuovi è l’interesse degli inglesi di infiltrare anche nelle formazioni partigiane, proprio dei gruppi specifici con precise strategie. Sono dati messi nero su bianco. Dopodiché c’è la questione della presenza di Churchill dal settembre 1945 sul lago di Como sotto falso nome. Rimane lì per diverso tempo e faccio fatica a credere che fosse lì, come detto, per dipingere”.

Poi girando in lungo e in largo vicino Dongo ha incontrato un signore quasi centenario…
“Era il chierichetto di don Gusmaroli che nell’aprile del 1945 era parroco di Gera Lario, un paesino a qualche chilometro sopra Dongo. Questo vecchietto mi racconta che il sacerdote era legato ai partigiani e nascose in una tomba dentro la sua chiesa i documenti del carteggio Churchill-Mussolini”.

Quindi il mai ritrovato carteggio tra i due leader esisterebbe?
“Allora, noi possiamo parlare di un vecchio signore che riporta le parole del sacerdote sentite quando lui era ragazzino. Quando viene fermato il Duce il 27 aprile del ’45 a Dongo ha una cartella che non lascia mai. Dirà al partigiano “Bill” (Urbano Lazzaro) che lo prese in consegna che su queste carte “c’è il passato e il futuro dell’Italia”. Carte che prima vengono portate e nascoste nella banca a Domaso, ma poi il partigiano “Pedro”(Pier Luigi Bellini delle Stelle) capisce che in tanti sanno di questi documenti e allora dà ordine a un partigiano della guardia di finanza di portarlo in un posto segreto. Questo dettaglio trova conferma nel racconto del testimone che abbiamo rintracciato”.

Esiste conferma della presenza tra questi documenti anche del famoso “dossier Umberto (il monarca ndr)?
“Si è confermato dalle nostre fonti. Il comandante Pedro, nobile fiorentino d’origine, decide di dare quella parte alla casa monarchica. Erano documenti troppo compromettenti”.

Infine c’è la parte più materiale dell’Oro di Dongo: denari e lingotti della banca della repubblica sociale.
“Ricordiamoci che anche i tedeschi in fuga avevano 33 milioni di lire e 80 chili d’oro. La parte italiana, secondo lo storico Gianni Oliva, andrebbe da mezzo miliardo al miliardo. Difficile avere una stima precisa. Noi però raccontiamo cosa succede ai due partigiani – il capitano Neri (Luigi Canali) della 52esima brigata e la staffetta Gianna (Giuseppina Tuissi) – che da buoni ragionieri fanno il verbale su quello trovato nella colonna. La fine è drammatica perché Neri e Gianna dopo aver consegnato materiale alla segreteria comunista di Como non sono mai stati più trovati vivi. Lo storico Luigi Festorazzi, che negli anni ha tenuto un rapporto stretto con la famiglia di Luigi Canali (Neri), dice nello speciale che è stato creato gruppo di partigiani comunisti che ha killerato persone anche del loro gruppo. I due sapevano e andavano eliminati”.

Facciamo un passo indietro: ad uccidere Mussolini non è stato Walter Audisio, il capitano Valerio?
“Sono convinto di no perché credo al segretario di Palmiro Togliatti, Massimo Caprara, che nel 1997 in un’intervista ricordò che il segretario comunista lo avvicinò, lo prese per un braccio e gli disse all’orecchio: “Non possiamo dirlo, ma ad ucciderlo fu Aldo Lampredi (il partigiano Guido) presente in quel frangente con il partigiano Valerio e il partigiano Gatti (Michele Moretti)”.

Perché allora spingere per “la versione Valerio”?
“Nel mio viaggio, ascoltando più voci, mi sono fatto l’idea che Mussolini dovesse essere ucciso da un partigiano qualsiasi. Era la rivolta della gente normale. Lampredi era invece un personaggio importante dentro al PCI. Dare il merito ad un ragioniere come Audisio era l’ideale. Moretti, il terzo presente di fronte a Mussolini e alla Petacci prima di essere uccisi, si è contraddetto su quegli istanti molte volte. In una intervista ad una radio francese del 1946, che abbiamo ritrovato, sembra quasi che non fosse lì. Moretti sarebbe quello che passa il suo Mitra Mas 38 ad Audisio perché il suo mitra Thompson si era inceppato. Mitra Mas 38 che io ho ritrovato a Tirana, in Albania, al Museo Storico Nazionale”.

Secondo la vostra ricostruzione è stato usato quel mitra per uccidere Mussolini?
“C’è una lettera scritta da Audisio nel 1957 di fianco a quel mitra dove specifica la matricola del mitra usato: “Con questo mitra ho ucciso il criminale di guerra Benito Mussolini”. La prima cosa che ho fatto quando mi hanno aperto l’involucro del mitra è la verifica della matricola. Ed era quella. Poi dall’autopsia virtuale che abbiamo fatto con il professor Fineschi, direttore di medicina legale a La Sapienza di Roma, abbiamo visto che sul lato destro del corpo del Duce c’erano due fori di Beretta calibro 9. Quindi non ha sparato solo il mitra, come si sostiene nella versione ufficiale, ma anche una Beretta mentre Mussolini era in vita. Beretta che non si è mai vista nella storia ma che apparirà durante lo speciale di lunedì. Sono riuscito a ritrovarla e questo è uno scoop. Dal 1969 era chiusa in una cassaforte. Storiograficamente è un dettaglio importantissimo”.

Niente più colpo di grazia al petto, quindi?
“Nella versione ufficiale si incepperebbero sia il mitra di Audisio che la pistola di Lampredi, ma nel cadavere di Mussolini ci sono due fori calibro 9 e non sono colpi di grazia. La dinamica generale è totalmente diversa dalla versione classica”.

Racconterete che Fineschi critica anche l’autopsia sul corpo del Duce fatta dal professor Cattabeni il 30 aprile del 1945.
“Cattabeni pur essendo un luminare dell’epoca non fece un’autopsia vera. Il corpo del Duce venne lavato prima, ad esempio. Poi fu spogliato anche se è una cosa che non va mai fatta, perché bisogna vedere se i fori che il cadavere ha corrispondono a quelli sui vestiti. E poi c’era un clima assurdo, il luogo era pieno di gente, molti sorridono. Queste immagini le faccio vedere. Sono tragiche, ma impressionanti. Fineschi sostiene che nemmeno è stata fatta una vera autopsia, ma usa un termine tecnico diverso. Anche le immagini più crude e dure vanno viste perché raccontano la verità”.

Meno male che la storia contemporanea era una sua “passione” giovanile…
“C’è fame di storia. Raccontata da un punto di vista critico, non ideologico. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di revisionismo, ma rispondo: revisionismo di che? Mussolini sappiamo tutti chi era. Non lo facciamo diventare il Mulino Bianco, però ci poniamo degli interrogativi su di lui, come agisse e pensasse”.

Mi ricorda l’affermazione che costò la carriera a Lars Von Trier a Cannes: “A volte mi fermo e mi chiedo, chissà cosa pensava Hitler mentre era nel bunker”. Venne allontanato dal festival come persona non grata.
“Anch’io vorrei capire che cavolo pensava Mussolini in quei momenti, perché non è fuggito con un aereo in Spagna, come fece la famiglia Petacci? È giusto porsi nella mente degli altri, ovviamente senza giustificarli. Sa cosa disse Palmiro Togliatti nel 1946 disse ai ragazzi della FGCI di Roma? Cercate di dialogare con i ragazzi che hanno scelto i vagoni piombati e non come voi che avete scelto la libertà. Cercate di capire perché. Solo capendo questo si può ricostruire un paese nuovo, perché siamo tutti italiani”.

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Parla Marco Poggi: “Siamo convinti che Stasi sia colpevole e che le sentenze a cui siamo arrivati siano la realtà. Le intercettazioni di Sempio? Le ho sentite e resto della mia idea”

“Era da tempo che pensavo di parlare per sperare di far finire le illazioni”. Marco Poggi, fratello di Chiara, rompe il silenzio dopo 19 anni dall’omicidio della sorella e si racconta a “Quarto grado”. Sebbene non sia mai stato indagato, al suo indirizzo sono state rivolte calunnie e diffamazioni. Secondo alcuni, ad esempio, non è vero che Marco fosse in vacanza in montagna con la famiglia il giorno della morte di Chiara. “Non so come si sia arrivati a questo punto”, confida alla giornalista del programma di Rete 4 Martina Maltagliati nella puntata in onda venerdì 5 giugno. “L’accusa che mi ha ferito di più? Essere coinvolto nella sua morte”. Da quando, nell’ultimo anno, si sono riaperte le indagini, Poggi spiega di essere arrabbiato, ma anche stanco e rassegnato perché “sembra non esserci mai una fine vicina. C’è chi mi ha voluto chiuso in una clinica psichiatrica. Probabilmente non aver mai rilasciato interviste può aver alimentato queste voci. Forse se l’avessi fatto prima, queste voci magari non sarebbero nate”.

Le “fake news” su Marco Poggi

Secondo l’ultima versione emersa da alcuni audio, Marco Poggi, sua cugina e Andrea Sempio sarebbero stati parte di un giro di droga scoperto da Chiara: “Si è detto di tutto. Io non ho mai avuto problemi di droga, non ho neanche mai provato la cocaina”, spiega il fratello di Chiara. “Siamo nella fantasia. Ho sempre pensato che chi indagava poteva smorzare alcune piste, non solo la mia, ma anche quelle con cui si è giocato per un anno sulla vita e morte di Chiara. Mi ha ferito il voler rovinare il suo ricordo”. Secondo Poggi anche l’ipotesi di un giro di pedofilia e droga riconducibile al Santuario della Bozzola di Garlasco frequentato pure da Sempio e scoperto da Chiara sarebbe “fantasia”: “Mi aspettavo che la Procura intervenisse per smorzare le voci. Ora le indagini sono finite, spero che il fango che abbiamo subìto si interrompa. È giusto che ci siano i processi e che si vada avanti, che la stampa faccia cronaca, non è giusto tutto il resto”. E ancora: “Posso capire le intercettazioni nel mio caso, sui miei genitori mi dispiace, si poteva evitare. Quello che mi è dispiaciuto di quest’indagine è che siamo stati messi da parte, come se non esistessimo. Già scoprire che ci avevano prelevato il dna di nascosto dalla spazzatura non fa piacere. La morte di Chiara è qualcosa di nostro, essere tenuti così in disparte ci ha amareggiato. Mi aspettavo che prima della notizia della riapertura delle indagini ci convocassero per dircelo, è questione di rispetto”.

La posizione di Marco Poggi su Alberto Stasi

Interrogato da Maltagliati a proposito di Alberto Stasi, Poggi riferisce che inizialmente lui e la famiglia non pensavano fosse colpevole: “L’abbiamo difeso tanto, ero convinto fosse innocente. Era proprio l’ultima persona che volevamo potesse essere stato”. Poi qualcosa è cambiato: “Ho letto le varie memorie e informative. Siamo convinti che Stasi sia colpevole e che le sentenze a cui siamo arrivati siano la realtà. Non pretendiamo che la nostra convinzione diventi tale per tutti”. A chi accusa la famiglia Poggi di temere una revisione nei confronti della sentenza di colpevolezza di Alberto Stasi per non restituire il risarcimento di 750mila euro, Marco Poggi replica: “Quella somma, come hanno già detto i miei genitori, è depositata a parte. Una parte è stata utilizzata per pagare le spese legali e consulenti di tutta la trafila dei processi che c’erano stati. La nostra vita va avanti con i nostri stipendi”. Parte dell’opinione pubblica ritiene che Stasi sia innocente. Marco Poggi se lo spiega con una “forte campagna mediatica di indiscrezioni rivelatesi poi false che hanno influenzato l’opinione pubblica. Se abbiamo mai ricevuto una richiesta di aiuto da Stasi? No, nessun contatto, non ci ha mai scritto niente dal carcere”.

L’amicizia con Andrea Sempio

L’intervista tocca poi l’argomento del suo rapporto con Sempio: “Siamo stati amici per molti anni, lo siamo ancora oggi anche se ci vediamo di meno”. Se è vero, come ritiene la Procura di Pavia, che Andrea Sempio importunava Chiara telefonicamente, Marco Poggi pensa che la sorella ne avrebbe parlato con lui o con una persona a lei vicina. La ricostruzione secondo cui Sempio avrebbe avuto un movente a sfondo sessuale per l’omicidio della ragazza non sembra convincere suo fratello: “Faccio fatica a trovarci una logica perché non c’era nessun contatto tra di loro. Non ho ricordo di Chiara con i miei amici, non li ricordo chiacchierare con lei anche quando ci si incrociava in casa”. Poggi non esclude che Sempio si sia potuto trovare qualche momento da solo in camera con Chiara: “Può essere che lo abbia lasciato un paio di minuti lì. Perché eravamo in quella stanza? Per giocare ai videogiochi, era un computer di famiglia, non di Chiara”. Quanto invece all’ipotesi che Sempio abbia potuto vedere video intimi di Chiara con il fidanzato Alberto Stasi, il fratello della vittima dice di non averli mai visti: “Sapevo di una loro presunta esistenza da una chat Msn che avevo letto anni prima. Non ne ho mai parlato con gli amici, nemmeno come battuta. Sono cose private di mia sorella, non avrei messo in giro nemmeno la voce”. Quindi commenta altri punti delle indagini: “Non ho ricordo di Andrea Sempio che arriva a casa nostra in bici. Non lo ricordo con scarpe Frau, anzi aveva scarpe totalmente diverse, stivaletti”.

L’impronta 33

Chiamato a commentare le intercettazioni dei discorsi fatti da Sempio da solo in auto mentre avrebbe parlato del delitto di Garlasco, il fratello della vittima osserva: “Le ho sentite e rimango della mia idea, non sono io che devo giudicare”. La lunga intervista si sposta quindi sull’impronta 33, quella trovata sulla parete della scala che conduce alla cantina della villetta di Garlasco dove è stato trovato il corpo di Chiara e attribuita dagli inquirenti a Sempio: “Ho il ricordo che con gli amici siamo scesi alcune volte. La cantina era una sorta di magazzino, c’erano riviste di videogiochi, giochi da tavolo, è capitato che siamo scesi, non so dire chi c’era e chi no”. Poggi fa sapere che quando gli è stata mostrata la foto dell’impronta e gli è stato detto che era di Sempio “ricordo di essere uscito da quell’interrogatorio che pensavo fosse sangue. È stato uno choc per come me l’hanno presentata. Ho capito dopo che era il reagente alla ninidrina. Se fosse insanguinata diventerebbe difficile da spiegare”.

L’ultimo saluto

Sul finire dell’intervista, a Marco Poggi viene chiesto di ricordare quel 5 agosto 2007, quando, pochi giorni prima del delitto, lui e i genitori partirono per le vacanze lasciando a casa Chiara malgrado l’insistenza del padre a seguirli: “Purtroppo è un ricordo che è sfumato completamente e mi spiace. L’ultimo saluto non me lo ricordo più”. E chiosa, a proposito della vita della sorella spezzata: “Ho rimpianti personali di non aver potuto vivere Chiara quando la differenza di età diventava meno importante, non aver potuto trasformare il nostro rapporto di fratello-sorella in rapporto di amicizia”.

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Selvaggia Lucarelli e Alvin conducono “L’Isola dei Famosi”. Mediaset: “Scelta che nasce dalla volontà di proporre una nuova interpretazione editoriale del format”

Cambio della guarda a “L’Isola dei Famosi”. Mediaset con una nota ha ufficializzato che al timone del reality arriverà Selvaggia Lucarelli, che così sostituirà Ilary Blasi, al suo fianco invece il “veterano” Alvin. Ulteriori dettagli sul cast e sulle novità di questa edizione, format Banijay Italia, saranno resi noti nelle prossime settimane. Lo show andrà in onda su Canale 5 prossimamente.

“Le registrazioni del programma prenderanno il via a breve nelle Filippine, nuova cornice di uno dei format più amati dal pubblico italiano. Insieme, Selvaggia Lucarelli e Alvin accompagneranno concorrenti e telespettatori nel racconto di questa nuova avventura”, si legge nella nota.

E ancora l’azienda di Cologno Monzese fa sapere che “la scelta di Selvaggia Lucarelli nasce dalla volontà di proporre una nuova interpretazione editoriale del format, valorizzandone la capacità di raccontare i protagonisti, le dinamiche umane e gli aspetti più spettacolari del programma attraverso uno sguardo autorevole, originale e contemporaneo. Alvin, volto storico de ‘L’Isola dei Famosi’ e presenza ormai profondamente legata all’identità del programma, garantirà continuità, esperienza e conoscenza del format”.

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Non solo Milo Infante, anche Sottile e Giletti contro Bruzzone. La criminologa replica: “Partita la prima querela, ho raccolto parecchio materiale in questi mesi”

Non solo lo scontro a distanza tra Milo Infante e Roberta Bruzzone: la cronaca nera diventa un caso a Viale Mazzini. Come segnala il sito Open, anche Salvo Sottile, conduttore del talk “Far West” su Rai3, avrebbe fornito una corposa documentazione all’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi e al direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini. Pure Massimo Giletti si sarebbe lamentato con i vertici del comportamento della criminologa dopo un dissidio con la troupe del programma “Lo Stato delle Cose”.

“Con Sottile non ho mai avuto un grande rapporto. Certamente anche lui è già oggetto di mie iniziative giudiziarie. L’ultima puntata del suo programma è stata strumentalizzata per veicolare informazioni false e distorte sul mio conto, con un chiaro intento diffamatorio. Ho già dato mandato ai miei legali – annuncia Bruzzone ad Open – di procedere penalmente nei suoi confronti e nei confronti della sua casa di produzione: l’ho querelato. E per quanto riguarda Infante, una volta visti gli atti, valuteremo. Dalla diffamazione agli atti persecutori il passo è breve”. La rottura con Infante era avvenuta lo scorso novembre, dopo una lunga collaborazione, quando la criminologa aveva lasciato lo studio di “Ore 14” invitando gli ospiti a “leggere le carte” suscitando la reazione immediata del padrone di casa: “Lo facciamo anche noi lo sforzo di leggerli, non le ha lette solo lei”. Come svelato dal Domani, Infante, che è anche vicedirettore degli Approfondimenti, si è rivolto al Comitato Etico della Rai e ai direttori di competenza con la richiesta di audit per fare chiarezza sui comportamenti di Roberta Bruzzone.

Un dossier che raccoglie sei mesi di attività social della criminologa che è anche un volto Rai, non solo come opinionista de “La Vita in Diretta“, ma anche conduttrice della docuserie “Nella mente di Narciso“, in onda su RaiPlay e Rai2. Per la cronaca un titolo prodotto da “La Casa Rossa” di Francesca Verdini, compagna di Matteo Salvini. “Apprendo dalla stampa che Milo Infante avrebbe ritenuto opportuno investire della questione il Comitato Etico Rai. Ne prendo atto con assoluta serenità. Anzi: non vedo l’ora di essere convocata, se davvero questo accadrà”, aveva replicato Bruzzone a Fanpage.it: “Sarà quella la sede più opportuna per rappresentare, con puntualità e documentazione, tutto ciò che anche io ho da riferire in merito a condotte, modalità e dinamiche che mi riguardano direttamente. E che riguardano Infante. A quel punto vedremo, carte alla mano e non a colpi di suggestioni, chi abbia davvero rispettato il codice etico e chi, invece, lo abbia violato. Io sono pronta. Come sempre”, aveva concluso la criminologa.

Ad Open ricostruisce l’origine delle tensioni social con i volti Rai: “Ho raccolto parecchio materiale in questi mesi. Mi sono arrivati attacchi molto gravi e documentati da parte di Infante e Sottile, veicolati anche attraverso i loro programmi televisivi. Di recente ho smentito Infante perché aveva diffuso informazioni completamente false su un messaggio dell’avvocato Tizzoni (l’avvocato della famiglia di Chiara Poggi, ndr). Ho semplicemente ripreso un post di Selvaggia Lucarelli che lo sbugiardava pubblicamente. Evidentemente questa cosa di essere stato sbugiardato in pubblico gli ha dato molto fastidio, so che subito dopo si è molto agitato. Se se l’è presa ne prendo atto, ma non è colpa mia se rappresenta le cose in maniera distorta. L’autocritica forse non è tra le sue qualità migliori”.

Bruzzone difende la legittimità dei suoi interventi, escludendo di aver violato i regolamenti di viale Mazzini: “Il codice etico della Rai dà grande risalto al fatto che l’informazione, soprattutto nei casi di cronaca nera, non debba essere spettacolarizzata o infarcita di suggestioni”. “Se ho scritto dei post, non erano certo contro la Rai, ma contro un certo modo di fare informazione. E se lui si è riconosciuto in quelle critiche, ne prendo atto. Con Milo Infante ho deciso di interrompere la collaborazione a Ore 14 nel novembre dello scorso anno perché la sua linea editoriale, in particolare sul caso Garlasco, era inconciliabile con la mia. Per me la cosa finiva lì, poi sono seguite condotte discutibili da parte sua per attaccarmi, inclusi passaggi in un podcast e a Le Iene. Con questa persona ho chiuso in maniera definitiva e irreversibile per il resto della vita”, spiega la criminologa alla testata diretta da Franco Bechis.

Per il futuro e la sua permanenza in Rai Bruzzone mostra sicurezza: “La mia docuserie Nella mente di Narciso è regolarmente in onda e non c’è alcun rischio. Ho un altro programma in corso di realizzazione e sono già stata convocata per le riprese. Che l’obiettivo di Infante sia quello di farmi saltare il programma mi sembra piuttosto evidente, ma sostituire me è un tantino complesso. Il formato è costruito interamente su di me, sono una parte autorale fondamentale ed ho il ruolo di esperto principale. Sostituirmi è praticamente impossibile, un programma del genere senza la mia impostazione sarebbe improbabile”.

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Orietta Berti, regina (ma non troppo) dei luna park malesi di “Money Road”: la prova non va benissimo. Ecco cos’è successo – VIDEO

Nel terzo episodio di “Money Road – Ogni tentazione ha un prezzo”, andato in onda ieri 4 giugno e disponibile su Sky, in streaming su NOW e on demand, Orietta Berti ha sorpreso il pubblico con un ruolo del tutto inedito: quello di regina dei luna park malesi.

La celebre cantante ha guidato la Compagnia in una prova di ricarica del montepremi, ambientata in un luna park immerso nella giungla, dove ogni sfida superata avrebbe fruttato 500 euro al gruppo. L’esperienza, tuttavia, si è rivelata deludente, con un bottino finale di soli 500 euro.

A quel punto, Orietta Berti ha deciso di scendere in campo personalmente, cimentandosi nel classico gioco dei barattoli da abbattere. Fabio Caressa, direttore dell’esperimento sociale, ha colto l’occasione al volo, alzando la posta in gioco con una proposta da 1.000 euro in caso di successo. Il risultato, però, non è stato all’altezza delle aspettative.

Per il terzo episodio lo strategy game Sky Original prodotto da Blu Yazmine ieri sera ha raggiunto, su Sky Uno/+ e on demand, una Total Audience di 283mila spettatori medi con l’1,2% di share, +16% rispetto all’episodio precedente e +35% nel confronto con la scorsa stagione su pay. I dati nei sette giorni per l’episodio 2: tra free e pay Total Audience di 1.390.000 spettatori medi, in leggera crescita rispetto all’episodio del debutto.

Immagini concesse da Sky”; https://programmi.sky.it/programmi-tv/money-road; “Money Road – Ogni tentazione ha un prezzo è ogni giovedì alle 21.15 su Sky e in streaming su NOW, sempre disponibile on demand; il martedì in chiaro su TV8

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“Mettevo due maglioni sotto le giacche per riempire i vestiti, ho perso 38 chili. Prima di entrare in studio mi sono portato la mia siringa di cellule staminali”: Costantino Vitagliano torna a parlare della malattia

Costantino Vitagliano è tornato a parlare delle sue condizioni di salute a La Volta Buona, il programma di Rai 1 condotto da Caterina Balivo. Durante l’intervista, ha spiegato come una rara malattia autoimmune abbia drasticamente cambiato il suo corpo e come stia affrontando il percorso di guarigione attraverso una nuova terapia. Vitagliano ha raccontato la transizione dalle cure ospedaliere massicce a base di cortisone a un nuovo trattamento con le cellule staminali, necessario per contrastare gli effetti collaterali che gli avevano bloccato l’appetito portandolo a perdere circa 40 chili: “Prima di entrare in studio mi sono portato la mia bella siringa di cellule staminali che mi danno comunque un aiuto molto importante. Hanno sostituito il cortisone che per un anno ho dovuto prendere a un grammo al giorno. Quello, logicamente, il cortisone, è l’unico antinfiammatorio che avevo per rallentare quello che ho, e mi chiudeva la bocca dello stomaco. Il cortisone non ti fa mangiare, quindi io, dopo la terapia in ospedale, dopo aver comunque dovuto fare determinati esami, per 40 giorni ho perso di botto 38 kg”.

Lo shock del ritorno a casa

L’ex tronista ha poi descritto la difficoltà nel confrontarsi con la propria immagine riflessa dopo le dimissioni dall’ospedale: “Sono cambiato, l’ultima volta che ero qua da te, ma è un annetto fa, io avevo la giacca col maglione di quelli doppi per mettermi l’abito che avevo di solito, che mi stava attillato. Oggi, in un anno e mezzo, grazie”. Davanti alla considerazione di Caterina Balivo sul fatto che spesso in televisione si parli dell’opposto, ovvero della volontà di dimagrire, Vitagliano ha aggiunto: “Non mi stavano i vestiti e quindi per utilizzare i miei vestiti, a cui ero abituato ad una determinata forma, li dovevo riempire con due maglioni sotto le giacche. Ma più che altro era perché mentalmente, quando sono rientrato a casa dopo l’ospedale e mi sono guardato. Quando sono rientrato a casa e mi sono visto allo specchio, ho detto: ‘Oh, e quello chi è?’. Cioè, io all’ospedale non avevo lo specchio per guardarmi, mi guardavo il viso quando andavo in bagno, ma mentalmente guardavo altro. Ero sempre col pigiama e con tutte le flebo attaccate, tutte le varie terapie, esami che facevo fino a quando hanno realizzato cosa avessi”.

La ripresa e il ritorno agli allenamenti

Il recupero del peso corporeo e della massa muscolare è iniziato solo con l’interruzione del cortisone, che aveva pesantemente alterato anche i suoi ritmi del sonno: “Io con la nuova terapia ho iniziato giustamente a sostituire ciò che è un farmaco vero come il cortisone, che ti aiuta da una parte ma ti toglie altre cose. Giustamente io non dormivo, e quando non dormi, o mi addormentavo alle 6:00 di pomeriggio e mi svegliavo alle 6:00 di mattina, non avevo fame. Andare a fare le passeggiate sì, aiuta, ma per riprendere un muscolo devo mangiare, devo allenarmi in un determinato modo. E adesso, da tre mesi, grazie alle mie amicizie, e grazie a Elia che è una persona che in questo momento mi sta dando una grossa mano a farlo, io vado in palestra e ho ripreso non dico ad allenarmi come una volta perché non so se ci ritornerò ad essere com’ero una volta, però sicuramente ho ripreso 30 kg mangiando. Ho iniziato a mangiare“.

L’intervista si è conclusa con una battuta dello stesso Vitagliano sulla sua forma fisica attuale: “Ho fatto una pubblicità per una determinata cosa dove ero a petto nudo, ho messo la pancetta!”. A Caterina Balivo, che gli ha fatto notare che a 50 anni sia una cosa normale, Vitagliano ha risposto: “Eh, ma ero abituato ad avere gli addominali, no?”

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“Non vedo l’ora. Presenterò tutta la documentazione”: si accende lo scontro a distanza tra Milo Infante e Roberta Bruzzone. Il conduttore ha segnalato il comportamento della criminologa al Comitato etico Rai

Si accende lo scontro a distanza tra Milo Infante e Roberta Bruzzone. Una grana, l’ennesima, da risolvere per il servizio pubblico. La rottura tra la criminologa e il giornalista era avvenuta lo scorso novembre, dopo una lunga collaborazione, quando Bruzzone aveva lasciato lo studio di “Ore 14”invitando gli ospiti a “leggere le carte” suscitando la reazione immediata del padrone di casa: “Lo facciamo anche noi lo sforzo di leggerli, non le ha lette solo lei”.

Uno scontro che ha certamente lasciato strascichi. Bruzzone ,oltre a partecipare come opinionista a “La Vita in Diretta“, è anche conduttrice di “Nella mente di Narciso“, una docuserie in onda su RaiPlay e Rai2 prodotta da “La Casa Rossa”, la società di proprietà di Francesca Verdini, compagna di Matteo Salvini. Infante, conduttore ma anche vicedirettore degli Approfondimenti, ha segnalato il comportamento di Roberta Bruzzone al Comitato etico della Rai oltre che ai direttori Rai di competenza.

“Il conduttore sarebbe particolarmente risentito per alcuni commenti che la criminologa ha condiviso sui propri account social dopo la rottura. (…) Ha consegnato un dossier sugli insulti rivolti a lui al comitato, che ora dovrà decidere se sia opportuno affidare un ulteriore programma alla criminologa. La decisione è ancora lontana dal venire e, nel caso, non è detto che non si possa rimediare con delle scuse o altre tipologie di accordi”, fa sapere il Domani. Dopo la rottura Bruzzone aveva parlato di una “scelta doverosa” spiegando nel podcast Burnout di Selvaggia Lucarelli di aver lasciato il programma “perché è venuto meno il rapporto di amicizia con Milo Infante e di conseguenza tutto il resto“.

Domenica scorsa Giuseppe Malara, vicedirettore degli Approfondimenti, avrebbe incontrato la produttrice Francesca Verdini per discutere di quanto accaduto e valutare le diverse opzioni. “Apprendo dalla stampa che Milo Infante avrebbe ritenuto opportuno investire della questione il Comitato Etico Rai. Ne prendo atto con assoluta serenità. Anzi: non vedo l’ora di essere convocata, se davvero questo accadrà”, replica la criminologa a Fanpage.it: “Sarà quella la sede più opportuna per rappresentare, con puntualità e documentazione, tutto ciò che anche io ho da riferire in merito a condotte, modalità e dinamiche che mi riguardano direttamente. E che riguardano Infante. A quel punto vedremo, carte alla mano e non a colpi di suggestioni, chi abbia davvero rispettato il codice etico e chi, invece, lo abbia violato. Io sono pronta. Come sempre”, conclude Bruzzone.

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“Bianca stai conducendo un programma su Rete4, non puoi essere d’accordo con me sul Governo. Non posso più dire un cazz*”, “Io dico quello che penso su Rai3 e su Rete4”: scontro Iacchetti-Berlinguer

Un botta e risposta tra Enzo Iacchetti e Bianca Berlinguer ha tenuto banco nel corso dell’ultima puntata di “È Sempre CartaBianca“. Il conduttore nel rivedere le immagini storiche del 2 giugno 1946 fornisce un suo primo commento: “Sono immagini contrarie a quello che si è visto recentemente. È inutile che si parli di democrazia o di un altro tipo di democrazia. La maggioranza di questo governo ha già dimostrato simpatie per un regime poco democratico per cui io resto dell’idea che dovrebbero avere vergogna”.

La padrona di casa chiede all’ospite a quale regime si stesse riferendo: “Quello di adesso, santo cielo. Stanno cercando di togliere gli articoli dalla Costituzione in ogni modo, e speriamo che non riescano a farlo, perché se no non c’è una democrazia”. Il comico si sofferma poi sull’assenza di moltissimi esponenti di Fratelli d’Italia al ricordo di Giacomo Matteotti: “Mi fanno sempre ridere le cose che dice la Meloni. Lei e il suo Governo non sono sempre vicinissimi alla Repubblica. Lo dimostra il fatto che quando si è onorato Matteotti alla Camera, Fratelli d’Italia non si è presentata, quindi questo governo è simpatizzante del fascismo. L’aula deserta per la commemorazione di Matteotti è stato uno degli atti più sconsiderati di un Governo, perché è come essere complici di chi lo ha ammazzato e chi lo ha ammazzato lo sappiamo benissimo, non è che si può negare”.

“Complici mi sembra eccessivo”, interviene Berlinguer. “Bianca almeno tu cerca di capirmi, io non parlo come un libro, complici nel senso che erano solo una decina, nessuno ammette mai un errore. Figurati se dico se sono stati loro a uccidere Matteotti. Sennò domani sono sui giornali, anche se a me quello che scrivono non me ne frega niente“, la replica di Iacchetti. La giornalista prova a frenare: “Tu gli dai un significato molto connotato, può darsi che tu abbia ragione, secondo me è stata una scelta di disinteresse”.

Da qui la stoccata del conduttore di Striscia la notizia: “Ma certo che ho ragione, Bianca tu sei troppo democratica, stai conducendo un programma su Rete4 ed è logico e consequenziale che tu non possa essere completamente d’accordo con me”. Berlinguer piccata reagisce: “Oddio no, aspetta. Questa francamente non la capisco, quindi me la devi spiegare. Perché io conduco e dico tutto quello che penso, non è che mi costringo ad avere un pensiero diverso perché sto conducendo su Rete4 o su Rai3“.

“Ma perché tu devi giustificare una mia frase? Lasciala lì”, insiste Iacchetti. “Mi sembrava un po’ forte”, spiega Berlinguer. “E che forte sia, l’aula era vuota perché nessuno voleva andare a quella commemorazione, e forse qualcuno anche di sinistra. Questo è il mio dire, non offenderti però! Sennò non vengo più, non posso dire più un ca**o da nessuna parte”, conclude il conduttore. “Tu puoi dire quello che vuoi, perché mai mi dovrei offendere”, la chiosa della giornalista.

“Quando si è onorato Matteotti alla Camera, i Fratelli d’Italia non si sono presentati. Il Governo italiano simpatizza per il fascismo”

Enzo Iacchetti è ospite a #ÈsempreCartabianca pic.twitter.com/9d2s2MrEKf

— È sempre Cartabianca (@CartabiancaR4) June 2, 2026

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Michele Cucuzza accompagna la figlia all’altare e commuove tutti: chi è la secondogenita del giornalista e com’è stato il suo grande giorno

Giornata decisamente speciale e ad alto tasso emotivo per lo storico volto della televisione italiana Michele Cucuzza. Cucuzza, infatti, ha svestito per un giorno i panni del giornalista per indossare quelli di padre della sposa. L’occasione è stata il matrimonio della figlia Matilde, convolata a nozze con il compagno Tommaso.

La cornice scelta per il “sì” è stata Santa Marinella, suggestiva località sul litorale laziale che ha fatto da sfondo a una cerimonia elegante ma sobria, con parenti e amici intimi. Nonostante la consueta riservatezza della famiglia, è stato lo stesso Cucuzza a rompere il protocollo social, condividendo con i propri follower alcuni scatti rubati alla giornata. Nelle immagini si vede il giornalista percorrere la navata stringendo il braccio della figlia, radiosa nel suo abito a sirena in pizzo, arricchito da un lungo velo ricamato e uno chignon basso.

Lo sposo, Tommaso, come si vede dalle immagini, ha optato per un classico ed elegante completo a tre pezzi con gilet grigio madreperla. Ma gli occhi dei curiosi erano tutti per il papà della sposa: Cucuzza, per l’occasione in smoking nero spezzato da una cravatta color carta da zucchero, non ha nascosto la commozione e non ha trattenuto il sorriso davanti ai fotografi e ai presenti, mentre sui social sono arrivati a stretto giro tantissimi messaggi di auguri da parte di fan e colleghi della televisione.

Chi è Matilde Cucuzza

Ma chi è la sposa? Secondogenita del giornalista, nata dalla relazione con la collega francese Maria Teresa Cascella dopo la primogenita Carlotta, ha sempre rifiutato con decisione le sirene del mondo dello spettacolo. Cresciuta a Milano, Matilde ha scelto di tracciare una strada professionale totalmente autonoma e lontana dai riflettori, grazie a una laurea in Economia che l’ha portata a costruire una carriera nel settore finanziario, dove oggi lavora stabilmente come analista.

Le sue apparizioni pubbliche accanto al celebre padre si contano di fatto sulle dita di una mano, si ricorda solo una breve ospitata a Vieni da me da Caterina Balivo qualche anno fa, a testimonianza di una volontà ferrea di proteggere la propria privacy. Anche il matrimonio di Santa Marinella ha rispecchiato fedelmente questa filosofia: un evento vissuto per quello che era, una festa di famiglia, senza concessioni al gossip più sfrenato.

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