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“Ci sono amicizie che si possono chiudere. Mi dispiace, le ho voluto genuinamente bene ma ormai non ci sono spiragli di riapertura”: così Tommaso Zorzi su Aurora Ramazzotti

Ci sono amicizie che si possono chiudere“. Un’esperienza che Tommaso Zorzi conosce bene e che ha riguardato il suo rapporto con Aurora Ramazzotti. Ospite del podcast Non lo Faccio per Moda, condotto da Giulia Salemi, il volto RealTime ha spiegato: “Mi dispiace, è una persona alla quale ho voluto genuinamente bene. Non le ho mai fatto del male e non voglio dire che lei ne abbia fatto a me. Insomma, parlo per me. Ormai è un rapporto chiuso e credo anche che non ci sia spiraglio di riapertura ma va bene“.

Parole nette su un rapporto che per anni era parso molto stretto. E a proposito delle imminenti nozze di Ramazzotti con Goffredo Cerza, il commento è stato netto: “La ricordo con grandissimo affetto, sono felice della vita che ha. Ho una sana invidia nei suoi confronti per la famiglia che ha saputo costruire. Goffredo è l’uomo dei sogni (…) Non ci siamo mai fatti del male, quindi io sono molto felice per lei. Adesso so che si sposa, quindi le auguro ogni bene”.

Le prime avvisaglie della fine dell’amicizia si erano viste già nel 2024 quando un follower aveva posto a Zorzi una domanda, su Instagram: “Aurora ti ha lanciato frecciatine per mesi e non hai mai risposto. Perché?“. Secca la risposta: “Perché ho molto rispetto dei miei rapporti (presenti e passati) e non mi piace gettarli in pasto ai social. Non l’ho mai fatto. Nemmeno con i miei ex fidanzati. Non posso dire lo stesso per le controparti”.

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“Non ci aspettavamo di essere licenziati dopo Reazione a Catena e nemmeno il pregiudizio di alcune aziende. Con la vincita ho comprato casa”: parla Marco Burato dei Tre di Denari

Chi segue Reazione a Catena se li ricorda bene. I Tre di Denari, dieci anni fa, rimasero in gara per 35 puntate consecutive e portarono a casa una vincita complessiva di 420 mila euro. Uno di loro, Marco Burato, si è raccontato a Fanpage dopo essere tornato protanonista nel quiz di RaiUno per il torneo dei campioni.

Burato, che forma la quadra insieme a Francesco Nonnis e Michael Di Liberto, ha colto l’occasione per tracciare un bilancio dei conduttori incontrati nel programma. “Con Amadeus abbiamo fatto 35 puntate più un serale. Ci siamo affezionati a lui perché abbiamo trascorso tanto tempo insieme”, racconta. Poi il confronto con gli altri volti che si sono alternati alla guida del quiz: “Marco Liorni era un po’ più soft. Pino Insegno è un bravo comico, fa molto ridere e anche l’interazione con i concorrenti è coinvolgente. Fa battute, intrattiene, scherza. Giocare così è piacevole perché ti senti sempre nel vivo della puntata”.

Ma il ricordo più forte resta quello del periodo successivo alla vittoria. Nel 2017, infatti, per lui e per i suoi colleghi e compagni di squadra arrivò il licenziamento dall’azienda in cui lavoravano. Una vicenda che fece molto discutere e che, racconta oggi Burato, ha avuto conseguenze anche nella ricerca di un nuovo impiego. “All’inizio non è stato facile perché la notizia del licenziamento era finita ovunque, persino in televisione, quindi lo sapevano anche nelle aziende in cui facevo i colloqui”, spiega. “Alcuni pensavano che avessimo anteposto la televisione al lavoro, ma in realtà non è andata così. Mi sentivo dire: ‘Ci interessi, ma non ce la sentiamo di assumerti’. Non ci aspettavamo né il licenziamento né il pregiudizio che ne è derivato”.

Oggi la situazione è molto diversa. Burato lavora da quasi otto anni in un’azienda che produce moduli LED e racconta di aver trovato un ambiente che non ha mai guardato con sospetto alla sua esperienza televisiva. “Il mio capo attuale non ha mai avuto pregiudizi sulla mia partecipazione a Reazione a Catena. Quando mi hanno richiamato per il torneo dei campioni mi ha fatto l’in bocca al lupo“.

Nel frattempo anche i progetti condivisi con gli ex compagni di squadra hanno preso strade diverse. L’idea di aprire un pub insieme, nata dopo la vincita, non si è mai concretizzata. “Eravamo giovani e abbiamo sottovalutato l’impegno economico”, ammette.

Quei 420 mila euro vinti, però, hanno lasciato un segno concreto. “Non è una cifra che ti cambia la vita, ma è comunque importante”, spiega. “Ho comprato la macchina, che non avevo, e soprattutto ho acquistato casa. Comprare una casa a Milano non è facile, quindi quella vincita è stata essenziale“.

C’è poi un altro aspetto che lega ancora oggi Burato al programma che lo ha reso famoso. Nel 2023 ha sposato Rachele Setola, ex concorrente del quiz nella squadra de Le Regine di Cuori. “Noi già convivevamo da parecchi anni, quindi le nozze non hanno cambiato molto”, racconta.

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Richiamato un lotto di Würstel Fiorucci: caseina non dichiarata in etichetta. L’avviso del Ministero della Salute

Richiamo alimentare per un lotto di Würstel Suillo a marchio Fiorucci. Il Ministero della Salute ha segnalato la presenza di caseina non dichiarata in etichetta, disponendo il ritiro precauzionale del prodotto.

Il richiamo riguarda le confezioni da 250 grammi con numero di lotto 160926LM e data di scadenza 16 settembre 2026. Secondo l’avviso pubblicato sul portale dedicato alla sicurezza alimentare, la presenza dell’allergene è emersa durante controlli effettuati dal produttore.

I würstel sono commercializzati da Cesare Fiorucci S.p.A. e prodotti nello stabilimento del Salumificio Scarlino Srl di Ugento (Lecce). Il provvedimento riguarda esclusivamente il lotto indicato dal Ministero.

Le persone allergiche alle proteine del latte sono invitate a non consumare il prodotto e a riportarlo al punto vendita. La caseina, principale proteina del latte, mantiene infatti le proprie caratteristiche allergeniche anche dopo la cottura.

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Torna il verme del Nuovo Mondo negli Stati Uniti dopo 60 anni: cos’è il parassita che può colpire anche l’uomo

Per la prima volta dal 1966 gli Stati Uniti hanno confermato un caso di verme del Nuovo Mondo in Texas. A darne notizia è stato il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA), citato da Reuters, dopo il ritrovamento del parassita in un vitello nella località di La Pryor, a circa 50 chilometri dal confine con il Messico.

La scoperta ha riacceso l’attenzione su un organismo che il Paese era riuscito a eradicare oltre mezzo secolo fa e che oggi rappresenta soprattutto una minaccia per allevamenti e fauna selvatica. Secondo le autorità americane, si tratta al momento di un numero limitato di casi, ma sufficiente a far scattare misure di contenimento e monitoraggio nell’area interessata.

Cos’è il verme del Nuovo Mondo

Nonostante il nome con cui è comunemente conosciuto, il verme del Nuovo Mondo non è un verme vero e proprio. Si tratta della larva della mosca Cochliomyia hominivorax, una specie presente in alcune aree dell’America Centrale, dei Caraibi e del Sud America.

Come riporta Reuters, le femmine depongono le uova all’interno di ferite aperte o nelle mucose di animali a sangue caldo. Quando le uova si schiudono, le larve iniziano a nutrirsi dei tessuti vivi dell’ospite scavando progressivamente nella carne. Se l’infestazione non viene individuata e trattata in tempo, può provocare gravi lesioni e persino la morte dell’animale.

Negli Stati Uniti il parassita era stato eliminato negli anni Sessanta grazie a un programma che prevedeva il rilascio massiccio di mosche sterili, una strategia che oggi le autorità stanno nuovamente valutando per contenere la diffusione del focolaio.

Può colpire anche gli esseri umani?

Sì, ma gli esperti invitano a mantenere le giuste proporzioni. Il verme del Nuovo Mondo colpisce soprattutto bovini, cavalli, animali domestici e fauna selvatica. In casi più rari può infestare anche gli esseri umani, provocando una forma di miasi, cioè un’infestazione da larve che si sviluppano all’interno di ferite o lesioni cutanee.

Secondo le autorità sanitarie statunitensi, i casi nell’uomo restano comunque poco frequenti e il rischio per la popolazione è considerato basso. Inoltre il parassita non rappresenta un problema per la sicurezza alimentare: non infesta carne destinata al consumo, frutta o altri alimenti presenti nella catena commerciale.

Perché la scoperta preoccupa

A preoccupare maggiormente non è tanto il rischio sanitario per la popolazione quanto il possibile impatto economico. Come evidenzia Reuters, il patrimonio bovino degli Stati Uniti si trova già ai livelli più bassi degli ultimi 75 anni. Un’eventuale diffusione del parassita potrebbe causare ulteriori perdite agli allevatori, aumentare i costi sanitari e incidere sulla produzione di carne bovina. Negli ultimi anni Washington ha investito milioni di dollari per rallentare l’avanzata del parassita dal Messico verso nord, intensificando i controlli sugli animali e rafforzando le attività di sorveglianza lungo il confine. Dopo la conferma del caso in Texas, le autorità hanno istituito un’area di controllo attorno al focolaio, limitato gli spostamenti degli animali e avviato nuove misure di monitoraggio. Per ora il numero di infestazioni confermate resta contenuto.

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“Se sono qui è grazie a lui, vorrei incontrarlo”, modella denuncia aggressione in strada a Milano: “Salvata da un ragazzo, mi sembrava italiano”

Pochi minuti che si sono trasformati in un incubo. Anna Aksamit, modella polacca di 30 anni che vive a Milano da alcuni mesi, in una intervista al Corriere della Sera ha raccontato di essere stata aggredita venerdì pomeriggio in via Livenza, nella zona di Porta Romana, da un gruppo di giovani che l’avrebbero inseguita, molestata e picchiata mentre stava andando a fare la spesa. Sull’occhio destro le conseguenze dei colpi. L’episodio sarebbe avvenuto poco dopo le 14. La donna stava raggiungendo un supermercato vicino a casa quando ha notato un gruppo di ragazzi che, a suo dire, stavano consumando alcolici in strada. Insospettita, avrebbe deciso di cambiare percorso per evitare di incrociarli, senza però riuscire a sottrarsi alla loro attenzione.

Secondo il racconto della trentenne, il gruppo l’avrebbe raggiunta poco dopo, circondandola. Da lì sarebbero iniziate le molestie e l’aggressione fisica. La donna sostiene di aver tentato di opporsi e di allontanarsi, ma di essere stata colpita con pugni al volto e all’addome. A interrompere l’aggressione sarebbe stato l’intervento di un giovane passante che, accortosi di quanto stava accadendo, avrebbe affrontato da solo il gruppo. Ne sarebbe nata una colluttazione che avrebbe infine costretto gli aggressori ad allontanarsi.

La stessa Anna ha voluto sottolineare il ruolo decisivo del suo soccorritore: “Sì, un ragazzo coraggioso è intervenuto per aiutarmi dopo aver visto quello che stava succedendo. Anche lui ha rischiato tanto affrontandoli da solo e senza paura. Se sono qui è grazie a lui. Ricordo solo che era molto alto e robusto. Nulla di più. Purtroppo, per lo choc, non ricordo molto altro di quei concitati momenti, sono scappata subito”.

La donna ha spiegato di non conoscere l’identità del giovane e di volerlo rintracciare per ringraziarlo. “Mi piacerebbe incontrarlo o almeno sapere il suo nome. Mi sembrava fosse italiano. Gli devo tanto e vorrei ringraziarlo per quello che ha fatto. È stato un gesto da vero eroe”, ha aggiunto. Dopo l’accaduto, la trentenne ha raccontato di aver trascorso una notte insonne, segnata dalla paura e dalle conseguenze fisiche dell’aggressione. “Ho trascorso tutta la notte a piangere. Non riesco a smettere. Ho avuto tanta paura e, se mi guardo allo specchio, vedo l’occhio continuare a gonfiarsi per le botte. Sono stati attimi terribili. Un episodio che difficilmente riuscirò a dimenticare”. Assistita dall’avvocato Domenico Musicco, la donna non ha ancora formalizzato una denuncia ma ha manifestato l’intenzione di rivolgersi alle autorità nelle prossime ore.

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“Abbiamo pagato 44 euro per due gelati. È stato uno choc. Ci hanno servito cannoli e macaron senza dirci che erano extra”: il racconto di una turista americana in vacanza a Roma

Quarantaquattro euro per due coppette di gelato e alcuni extra che, secondo lei, credeva fossero inclusi. È quanto racconta Nicole Ann, turista della Florida in vacanza a Roma con il marito, che sui social ha definito l’episodio una vera e propria “trappola per turisti”. La sua storia, pubblicata nel gruppo Facebook “Rome Travel Tips – Italy – Sistine Chapel – Colosseum – Vatican“, è stata rilanciata da Repubblica.

Tutto è accaduto il 3 giugno in una gelateria a due passi da piazza Navona. Nicole racconta di aver ordinato due coppette piccole, salvo poi trovarsi davanti a uno scontrino molto più salato del previsto. Il motivo, spiega, è una serie di aggiunte che aveva interpretato come omaggi del locale.

“Abbiamo chiesto due coppette e ci è stata proposta la misura più piccola”, scrive nel post. “Poi sono stati aggiunti cannoli e macaron, facendoci pensare che fossero inclusi“. La turista sostiene di aver capito soltanto alla cassa che quelle aggiunte avevano un costo. “Pensavo avesse detto 14 dollari”, racconta, spiegando di essersi resa conto dell’importo reale solo dopo aver controllato lo scontrino: 44 euro.

Le immagini pubblicate online mostrano però che il conto non riguarda esclusivamente il gelato. Oltre alle due porzioni compaiono infatti panna, due macaron e due cannolini al pistacchio. È proprio qui che nasce la contestazione: non tanto sul prezzo finale in sé, quanto sul fatto che la coppia sostiene di non aver compreso che quei prodotti sarebbero stati addebitati separatamente.

La vicenda ha acceso il dibattito tra gli utenti del gruppo Facebook. C’è chi parla di un costo sproporzionato rispetto a quanto consumato e chi, al contrario, osserva che lo scontrino comprende diversi extra oltre alle coppette di gelato. “È un prezzo altissimo per quello che avete ricevuto”, commenta un’utente.

Altri invitano invece i turisti a chiedere sempre il costo di ogni aggiunta prima di confermare l’ordine. E Nicole Ann, proprio a questo proposito, ha precisato di non voler contestare il conto: “Avrei dovuto controllare il costo dei gelati“. Poi aggiunge: “In Italia abbiamo mangiato gelati eccellenti e non abbiamo mai speso più di 10 dollari, nemmeno per una porzione grande. Per questo è stato uno shock. Succede, ma è scoraggiante“.

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Parla la mamma di Alberto Stasi: “Quando tornerà a casa, da innocente o da colpevole, penso che andremo al cimitero da Chiara Poggi”

La prima cosa che faremo insieme io e Alberto? Penso che andremo al cimitero da Chiara”. Ha parlato in rarissime occasioni Elisabetta Ligabò, la mamma di Alberto Stasi, e torna a farlo proprio pochi giorni dopo l’intervista concessa da Marco Poggi a Quarto Grado. Quasi fosse parte di una “instancabile battaglia mediatica”, come fa notare Selvaggia Lucarelli, secondo la quale “si sta cercando di capovolgere la narrazione su questa vicenda”. Se fino ad ora la madre di Stasi aveva deciso di vivere lontana dai riflettori la vicenda giudiziaria del figlio, oggi parla a Repubblica e racconta come ha vissuto l’ultimo anno ammettendo di essere fiduciosa rispetto al lavoro di “questi nuovi inquirenti e investigatori”.

CASO GARLASCO, PARLA LA MAMMA DI ALBERTO STASI

L’intervista parte dai nuovi indizi a carico dell’indagato Andrea Sempio, che Elisabetta Ligabò definisce “elementi forti”, tanto da spingerla a dire: “Sì, a questo punto, certo che ci credo! Spero fin dal 2007. Non potevo accettare quello che stava succedendo ad Alberto. L’ho sempre detto: se solo avessimo avuto, sia io sia mio marito, il minimo sospetto che fosse stato lui, io personalmente lo avrei preso e portato dai carabinieri”. La madre di Stasi ammette che “dopo la condanna del 2014 la fiducia nella giustizia è venuta a traballare” ma che “questa Procura ha lavorato in modo eccellente”. E a quelli che attaccano la Procura, replica tranchant: “Evidentemente non vogliono che si venga a sapere come sono andate le cose”.

LA VITA A GARLASCO E L’OPINIONE PUBBLICA SU STASI

Poi l’intervista si sposta su un piano più personale, a cominciare dalla vita a Garlasco, rivelando di non avere mai sentito uno sguardo addosso: “O, quanto meno, non li ho notati. Nessuno dei nostri amici si è allontanato o ha avuto sospetti. Io ho sempre fatto la mia vita tranquilla, preferisco stare in casa e non andare in giro. Ho dovuto occuparmi anche del negozio per sei anni, insieme ai due dipendenti, da quando è venuto a mancare mio marito”. Poi confessa che le cose oggi sono diverse, come se l’opinione pubblica avesse “cambiato idea” sul figlio: “Ho sempre avuto persone vicino a darmi conforto nei momenti difficili. Ma ho notato questo cambiamento, ho trovato molta solidarietà nelle piccole cose di tutti i giorni, quando esco in paese per le mie commissioni. Incontro persone che mi fermano e mi dicono: la posso abbracciare?”. E racconta di un episodio accaduto tre giorni fa, quando è andata in Comune per rinnovare la carta d’identità: “Una persona mai vista mi ha guardato e poi mi ha detto: forza, vedrà che questa volta ce la facciamo. Sono cose che aiutano ad andare avanti”.

IL RAPPORTO CON IL FIGLIO ALBERTO

Ma che rapporto hanno lei e il figlio Alberto? “Ci siamo dati forza l’uno con l’altra. Forse Alberto ne ha data più a me, anche se non era fisicamente presente”, ammette la Ligabò, che parla anche della morte del marito come di un momento molto doloro per loro. Oggi lei e Stasi hanno la possibilità di vedersi e di tornare a frequentarsi di più: “Vuol dire molto. Ma no, il rapporto non è cambiato, e lui è sempre lo stesso. Certo che la vita ci ha messo a dura prova”. A domanda diretta sulla prima cosa che faranno assieme quando Stasi tornerà a casa (“da innocente o colpevole”) a risposta è spiazzante: “Siamo già andati sulla tomba di mio marito Nicola, la prima volta che mio figlio ha avuto permesso di muoversi. Penso che andremo al cimitero da Chiara”.

IL RICORDO DI CHIARA POGGI

A proposito di Chiara Poggi, invece, che ricordo ha? “Veniva a casa nostra, anche se non spessissimo. E poi in quella al mare, quando andavano insieme. Erano due ragazzi stupendi. Mi rimane il suo sorriso: sorrideva sempre”. L’ultima volta che l’ha vista è stata nel luglio 2007, quando Stasi era già partito per Londra: “Chiara venne a prendere dei vestiti da portar su. Aveva una gonnellina rossa e una maglietta bianca. Sorridente, felice di andare a trovare Alberto. Comunque, Chiara è sempre nei miei pensieri e nelle mie preghiere. E so che lei da lassù ci sta proteggendo”. Un messaggio per la famiglia Poggi? “Preferisco di no”, risponde la donna. Nessuna parola neppure per Sempio e la famiglia. Ma, credendo all’innocenza del figlio, si sbilancia immaginando l’eventualità che il responsabile dell’omicidio sia rimasto libero per vent’anni: “Mi auguro che abbia vissuto male tutto questo tempo, se possiede una coscienza. Non sono una persona che augura il male agli altri, ma spero che non abbia trovato serenità”.

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“Il successo non cambia quella sensazione di inadeguatezza. La morte? Ineluttabile, vorrei avere il tempo di salutare”: Max Pezzali si racconta

Il successo, anche mostruoso, non potrà mai cambiare quella sensazione di inadeguatezza“: parole importanti, quelle che Max Pezzali dice al Corriere della Sera. In un’epoca dove conta essere al massimo a qualsiasi costo, il cantautore prosegue: “Da ragazzino ero il classico nerd: occhiali da miope tipo fondi di bottiglia, in disparte alle feste, incapace di stabilire contatti. Ero appassionato di modellismo militare, studiavo i colori esatti delle livree… cose che non piacciono alle coetanee e alle persone di successo della tua classe. Questo mi ha dato la possibilità di capire gli altri inadeguati”. E si definisce “sfigatello“.

Nella lunga chiacchierata si vede una sincerità che è merce rara nei cantautori d’oggi: “(…) il patrimonio genetico da inadeguato l’ho portato sempre con me. E nel mio lavoro non aiuta. In quei dieci minuti che vanno dal momento in cui hai la consapevolezza che dovrai salire sul palco a quando ci salirai fisicamente mi passa per la testa di tutto: critico le mie scelte, scatta la sindrome dell’impostore… Come quando trovi un posto di blocco e ti consegni alla polizia anche se non hai fatto nulla e loro ti dicono ‘vada vada’”.

Dalla consapevolezza di essere l’artista che quest’anno vende più biglietti, ai ricordi di prime volte (“Avevo 17 anni. Con Luciana, che fu la mia fidanzatina per un po’ di tempo”), e gli aneddoti su canzoni cult come “Sei un mito: “È la storia di un amore che sembrava impossibile. Estate 1992, l’anno del successo di Hanno ucciso l’Uomo Ragno. Io e Mauro Repetto facevamo avanti e indietro tra Riccione — per le feste di Radio Deejay — e Pavia, vuota e deserta. Una sera si creò il clima da isola deserta: lei, il mito…”. Chi è il mito? Il nome Pezzali non lo dice ma racconta: “È andata bene; ma dal giorno dopo non si è più fatta sentire”.

I ricordi, quelli di ragazzo e la vita di oggi, con il figlio adolescente che si chiama Hilo “come una città delle Hawaii che prende il nome da un esploratore polinesiano”, per arrivare alla politica con Meloni che, secondo Pezzali, “ha delle doti e, in un tempo molto difficile e delirante come questo, sia riuscita a barcamenarsi come immagine internazionale” ma anche Schlein “conosciuta a un concerto e l’ho trovata molto simpatica. Mi sembra una che conosce il tempo in cui viviamo”, e Vannacci che “parla di cose obsolete. Ho imparato grazie a mio figlio a vedere gli avvenimenti lungo la timeline: sulla linea del tempo Cleopatra è più vicina all’iPhone che alle piramidi. Quando sono nato io nessuno era così ossessionato da quello che accadeva 80 anni prima, a fine Ottocento, quanto Vannacci invece mi sembra avvitato sul 1945“.

L’intervista è lunga, densa, e c’è spazio anche per il Festival: “Chi fa questo lavoro ha delle superstizioni e la mia è un po’ quella della maledizione di Sanremo. Con gli 883 ci andammo nel 1995 con ‘Senza averti qui‘ e come autori di ‘Finalmente tu‘ di Fiorello. Avevamo lo stesso team e il fatto che Fiore fosse favorito ma non avesse vinto, il suo fidanzamento con una delle presentatrici e altro ci avevano messo addosso così tanta pressione che sono tornato con herpes, sfoghi cutanei e 40 di febbre”.

E il rapporto con Dio? “Credo in qualcosa tipo lo spirito della natura, una spiritualità in linea con la necessità che abbiamo un po’ tutti, ma non ho bisogno di trasformarla in un’immagine, in un’effigie”. La morte, dice Pezzali, “è ineluttabile. Mio padre dice che vorrebbe addormentarsi e non svegliarsi più per paura della sofferenza. Io invece vorrei avere il tempo di salutare tutti quelli a cui voglio bene”.

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Papa Leone ricevuto dai reali di Spagna: la regina Letizia in bianco, in nero le principesse Leonor e Sofia. La scelta dei vestiti e cosa dice il protocollo

Papa Leone XIV è arrivato questa mattina a Madrid per la sua prima visita apostolica in Spagna. L’aereo di Ita Airways con a bordo il pontefice è atterrato alle 10:13, all’aeroporto Adolfo Suarez-Barajas, dando inizio a un viaggio di sei giorni, che porterà il Papa anche a Barcellona e alle Canarie. Dopo l’arrivo, il nunzio apostolico in Spagna, monsignor Piero Pioppo, è salito a bordo per salutare il pontefice e la delegazione vaticana. Leone XIV ha quindi messo piede sul suolo spagnolo alle 10:33 dove lo aspettavano, ai piedi della scaletta, i sovrani spagnoli, il re Felipe XIV e Letizia.

Arrivato a Palazzo Reale, oltre al sovrano e alla sovrana, ad attendere il Pontefice c’erano anche le principesse, Leonor di Borbone, primogenita ed erede al trono, e Sofia di Borbone, detta anche l’Infanta.

Mentre la madre, la regina, indossava un abito bianco, le due principesse hanno accolto il Papa vestite di nero. Una scelta di outfit non casuale ma frutto del protocollo: la regina, infatti, ha potuto scegliere il bianco in virtù del cosiddetto “privilège du blanc”, privilegio del bianco, che permette a un ristretto numero di regine consorti cattoliche di indossare il bianco agli incontri ufficiali con il pontefice. Le due sorelle, invece, così come le altre donne eventualmente incontrate dal Papa, hanno dovuto indossare il nero come richiesto dal protocollo.

Il bianco, spiegano gli esperti, simboleggia purezza, distinzione e lo stretto legame storico tra la Corona e il Vaticano.

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Passeggeri di un volo partito da New York e diretto a Palma di Maiorca vedono il nome “BOMB” tra i dispositivi Bluetooth disponibili: scatta l’allarme e l’aereo torna indietro

Può bastare il nome di un dispositivo Bluetooth per costringere un aereo a tornare indietro mentre sorvola l’Atlantico? A quanto pare sì. È quanto accaduto a un volo United Airlines partito da New York e diretto a Palma di Maiorca, in Spagna, costretto a invertire la rotta dopo che a bordo è comparso un dispositivo Bluetooth identificato con la parola “BOMB“.

Secondo quanto riportato da diversi media statunitensi, l’allarme è scattato quando alcuni passeggeri hanno notato tra i dispositivi disponibili per la connessione Bluetooth una rete con quel nome. L’equipaggio avrebbe chiesto più volte ai viaggiatori di disattivare Bluetooth e dispositivi elettronici nel tentativo di individuare l’origine del segnale, ma il problema non è stato risolto. A quel punto, dopo essersi consultati con il centro operativo della compagnia a Chicago, i piloti hanno deciso di rientrare a Newark per motivi di sicurezza.

Il Boeing 767 trasportava 190 passeggeri e 12 membri dell’equipaggio. Una volta atterrato, l’aereo è stato evacuato e sottoposto a controlli da parte delle autorità aeroportuali e delle forze dell’ordine. Tutti i viaggiatori sono stati nuovamente sottoposti alle procedure di sicurezza prima di poter ripartire diverse ore dopo.

Alla fine non è stato trovato alcun ordigno. Secondo le ricostruzioni circolate sui media americani, il dispositivo apparteneva a un ragazzo di 16 anni e sarebbe stato semplicemente rinominato “BOMB”. Resta da chiarire se si sia trattato di una bravata, di una provocazione o di una scelta fatta senza immaginare le conseguenze che avrebbe potuto avere in un contesto particolarmente sensibile come quello di un volo internazionale. Le autorità federali stanno comunque approfondendo l’accaduto.

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“Io e Silvio Berlusconi ci siamo amati in modo travolgente. Mi regalò cento rose ma non amava i fiori recisi, allora mi comprò un roseto. Io lo spiavo, una sera lo trovai a cena con alcune donne…”: parla Francesca Pascale

“Quante gliene ho fatte passare. Lo spiavo, controllavo le lettere, i telefoni. Lui rideva, a tratti era lusingato dalla mia gelosia. Capitai una sera a casa sua senza avvisare e lo trovai a cena con alcune donne. Le cacciai tutte”: Francesca Pascale racconta il suo rapporto con Silvio Berlusconi e lo fa ospite di Storie al bivio Sera, nella puntata in onda martedì 9 giugno su RaiDue, ore 21:3o.

Quello con lo scomparso leader di Forza Italia, per Pascale è stato un amore impetuoso: “Io e il Presidente ci siamo amati in modo travolgente. Lui era molto passionale e io dimezzerei gli anni che mi restano da vivere per passare anche solo un giorno con Silvio. Mi ha coperto di doni e d’amore. Amo le moto e la mia prima Harley Davidson me la fece trovare sotto un albero di Natale. Mi disse: ‘non ho mai voluto comprare la moto ai miei figli per paura. A te l’ho donata, ma non ti do le chiavi’. Un’altra volta mi ha regalato 100 rose ma poi, siccome non amava i fiori recisi, la volta dopo mi comprò un roseto. L’ho amato con tutto il cuore, mi ha insegnato la vita e la politica”.

E quanto al matrimonio finito con Paola Turci, Pascale spiega: “Non sono mai stata propensa al matrimonio, le mie nozze (con Turci ndr) hanno stupito anche me. Sono state dettate più dal dolore per la morte di Silvio che dalla logica. Qui non si tratta di capire di chi è la colpa, nessuno ne ha. Ho vissuto in un vortice dopo la perdita di Silvio e la sofferenza ha dettato alcune scelte”.

Sul futuro in politica, lei che ora si occupa di investimenti immobiliari, è cauta: “Candidarmi io? Me lo ha chiesto il centro destra e anche Matteo Renzi, ma ho detto e dirò sempre ‘no’. Preferisco battermi con le mie associazioni per i diritti civili. Non bastano i finanziamenti al Gay Pride, il tema va affrontato da tutti i partiti perché riguarda la libertà di ognuno”. Poi una dichiarazione su Marina Berlusconi: “Le voglio molto bene. Faccio in modo di sentirla vicino quando posso. Mi piacerebbe che scendesse in campo, ma so bene che il papà non voleva e sono già contenta che lei e Piersilvio si interessino al partito”.

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“Stanno iniziando a cadere i capelli, è il momento di tagliarli”: Natalia Paragoni condivide con i follower le conseguenze della chemioterapia – Video

Natalia Paragoni, dopo aver rivelato con un post sui social di aver ricevuto la diagnosi di un linfoma di Hodgkin durante l’ottavo mese di gravidanza, ha deciso di condividere con i suoi follower un momento difficile legato alla malattia e alla chemioterapia che ha iniziato subito dopo aver partorito la seconda figlia, avuta insieme ad Andrea Zelletta, Beatrice. L’influencer, attraverso due storie di Instagram, ha mostrato le prime perdite di capelli e il momento del taglio. I lunghi capelli hanno così lasciato il posto, per il momento, a un pratico caschetto.

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“Bisogna ritrovare la voglia di cucinare. La ‘cucina riscaldata o assemblata’ è diversa da quella ‘cucinata’. Il futuro? Gli insetti, sono convinto che presto li mangeremo anche qui”: così Alessandro Borghese

“Mangiare qualcosa che ci piace, anche nella sua semplicità, è un lusso che possiamo concederci ogni giorno. Si parte innanzitutto dalla voglia di cucinare, che oggi abbiamo perso: corriamo da un impegno all’altro e finiamo per sottrarre tempo proprio alla cucina, mentre la tecnologia ci aiuta sempre di più a risparmiare fatica. La ‘cucina cucinata’ è tutt’altra cosa rispetto alla ‘cucina riscaldata’ o alla ‘cucina assemblata’”. Difficile essere in disaccordo con Alessandro Borghese.

Lo chef, racconta Leggo, ha partecipato alla Milano Health Week 2026, il festival europeo dedicato alla salute, alla prevenzione e all’innovazione. Lo ha fatto in un panel insieme alla dottoressa Valentina Vinelli, nutrizionista presso il Centro per la cura delle malattie metaboliche dell’Ospedale San Raffaele di Milano e direttrice dell’area nutrizione nel board scientifico di Robin Health.

Parlando della “voglia di cucinare che purtroppo abbiamo perso”, Borghese tocca un punto interessante: se da un lato siamo attratti da video social in cui persone preparano piatti di ogni tipo, dall’altro nelle nostre case si cucina sempre meno.

La conversazione si è poi spostata sulla necessità di adeguare lo stile alimentare non solo ai bisogni individuali, ma anche alle esigenze del Pianeta. “La nuova proteina sono gli insetti, presenti nelle tradizioni gastronomiche della maggior parte del mondo. È tutta una questione di abitudine: noi abbiamo una cultura gastronomica diversa e molti oggi storcono il naso, ma sono convinto che nei prossimi decenni il consumo di insetti verrà accettato dalle nuove generazioni anche in Italia”.

Mangeremo insetti? Chissà. Intanto Borghese invita a ripensare l’educazione alimentare partendo dalle scuole, “scegliendo con attenzione i pasti delle mense scolastiche e insegnando le ricette regionali. Per proteggere e diffondere il nostro straordinario patrimonio culturale bisogna partire proprio dall’informazione e dalla curiosità dei più piccoli, tra i banchi di scuola, perché poi siano loro a voler continuare la scoperta gastronomica anche a casa, cucinando con mamma e papà”.

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Francesca Michielin si sposa con il fidanzato Davide Spigarolo

Francesca Michielin vive la sua rivoluzione, a cominciare dal punto di vista artistico con nuove canzoni che segnano un cambio di passo rispetto al passato e che il 12 giugno troveranno spazio in Magia Bianca, il suo nuovo album.

Ma per la cantautrice è un momento di scelte importanti anche nella vita privata perché presto sposerà il suo fidanzato Davide Spigarolo, 32 anni. Lui fa il preparatore atletico e stanno insieme dal 2022. Il Giornale ha avvistato le pubblicazioni di nozze a Bassano per lei e a Marostica per lui. Dunque, il fatidico sì è vicino.

Sul nuovo percorso musicale dopo la fine del rapporto professionale con la ex manager Marta Donà, ospite al podcast Non lo Faccio per Moda, Michielin aveva spiegato a Giulia Salemi: “Non mi sentivo più un’artigiana, mi sentivo un soldatino che faceva le cose che gli altri si aspettavano facessi, sentivo che ero in una sorta di trappola mentale che stava avendo ripercussioni sul mio fisico e sulla mia salute. Ho capito che dovevo tornare a divertirmi, oggi è diventato tutto estremamente performante ed estetico, ma dimentichiamo il fatto che, quando cantiamo, stiamo raccontando qualcosa al pubblico”.

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“Mia nonna era magnetica. Se era arrabbiata tagliava legna o beveva whisky. Anche gin, un vizietto passarole dalla regina madre d’Inghilterra”: il racconto di Emanuele Filiberto

L’intervista è lunga, densa. L’occasione è il libro che ha scritto, La regina di Maggio. Gli ultimi giorni della Corona: i ricordi di mia nonna sulla fine della Monarchia e lui è Emanuele Filiberto di Savoia che si è raccontato a D La Repubblica.

Gli aneddoti sono moltissimi: “Se ripenso a lei (sua nonna, ndr), vedo quelle sue mani bellissime con le dita lunghe e affusolate, sempre in movimento, con grazia. Intrecciate attorno a una sigaretta, perché ha fumato fino alla fine dei suoi giorni. Era una donna magnetica. Quando andavamo a trovarla nel suo castello di Merlinge, alla domenica, o durante l’estate, passavo molto tempo con lei. Quando avevo circa 8 anni ha iniziato a portarmi con sé in passeggiata; dopo pranzo camminavamo e parlavamo, fino a raggiungere un cottage, una specie di capanno. Se era nervosa, si metteva a tagliare la legna, altrimenti sedeva, riposava e si versava un whisky. A volte un gin, vizietto che le aveva passato una sua buona amica, la regina madre del Regno Unito. È stata l’ultimo grande testimone di un periodo cruciale di casa Savoia, ho pensato fosse venuto il momento di restituirle qualcosa”.

Il libro, precisa Emanuele Filiberto, è dedicato alle sue figlie, “per renderle consapevoli della storia della nostra famiglia”. Al centro del racconto c’è però sua nonna Maria José e il modo in cui, tra le altre cose, “si confrontava con personaggi del calibro di Albert Einstein e Marie Curie”.

Nel racconto, Emanuele Filiberto ricorda Maria José come una donna “con una bella testa e non si faceva problemi a usarla. Difendeva le sue opinioni, esercitava il proprio senso critico. Non a caso Mussolini la ritenne fin da subito pericolosa, tanto da incaricare il capo della polizia di seguirla e intercettarla”. E la domanda arriva puntuale, sul perseverare di Maria José nell’indispettire il Duce, entrando “a passo spedito nel suo ufficio senza farsi annunciare”: “Questa storia, nonna me l’ha raccontata una domenica di settembre, quando a 12 anni mi ero ritrovato a discutere con mia madre Marina perché mi ero impuntato sull’acquisto di una nuova giacca per cominciare l’anno scolastico. Mio padre volle dire la sua, e nonna sentenziò: ‘Uguale a tuo nonno’. Umberto era un dandy e un esteta; sempre ben vestito, nutriva un’attenzione spasmodica per i dettagli e non voleva nulla di già fatto e già visto, incluso i gioielli che, se ereditati, faceva rifare o modificare. Con lo stesso spirito aveva deciso di disegnare lui stesso l’abito per la sua sposa“. Un abito così scomodo che sua nonna Maria José, dice Emanuele Filiberto, finì “per detestare”.

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Chiude lo Spirit de Milan, il locale della musica nel cuore della Bovisa costretto a lasciare gli spazi: “Fatto tutto il possibile per trovare una soluzione”

Addio (o almeno arrivederci) allo Spirit de Milan. Il locale milanese, nel cuore del quartiere Bovisa, dopo oltre 10 anni di attività dovrà chiudere i battenti. La chiusura è dovuta alla scadenza del contratto di affitto degli spazi e alla mancata concessione di una proroga da parte della proprietà, come si legge in una nota diffusa sui social dal locale.

Lo Spirit era ospitato dal 2015 all’interno dell’ex stabilimento Cristallerie Livellara, proponendosi come uno dei più significativi esempi di recupero di archeologica industriale di Milano. Spettacoli, concerti, serate danzanti, ma anche un semplice luogo di incontro: lo Spirit nel tempo si è affermato come un punto di riferimento nel panorama culturale milanese con serate le più disparate, dal jazz ai balli nazionali, passando per “incontri ed eventi dedicati alla musica dal vivo e alle tradizioni popolari”.

Come spiegato nel post “nonostante le numerose interlocuzioni e le soluzioni prospettate per preservare l’attività, la proprietà ha evidenziato una mancanza di volontà nell’individuare un percorso condiviso che consenta di proseguire il progetto, anche solo in una fase transitoria”. Secondo il fondatore, Luca Locatelli, è stato fatto “tutto il possibile per trovare una soluzione condivisa vantaggiosa per tutte le parti coinvolte, portato un progetto convincente e al contempo in questi anni riqualificato uno spazio che a oggi sembra destinato a scomparire sotto le macerie”.

Nel comunicato vengono ripercorse anche le tappe della vicenda, sottolineando che la responsabilità è della proprietà degli spazi. “Nel giugno 2017 viene firmato un contratto di affitto di 6 anni + 6 anni. Nel dicembre 2020, in pieno secondo lockdown, viene notificata un’ingiunzione di sfratto per procura, e viene manifestata l’intenzione di vendere l’immobile occupato da Spirit de Milan a una società terza”, si legge ancora. A questo punto il locale fa valere le proprie ragioni “e il giudice non convalida lo sfratto”. Quindi “la proprietà comunica in seguito di non voler rinnovare il contratto per gli ulteriori 6 anni previsti”, si legge ancora, “adducendo un intervento di integrale ristrutturazione dell’area locata”. La questione arriva davanti a un giudice e viene conciliata.

Nel frattempo , “per favorire la continuità del progetto e per agevolare la vendita dell’immobile, Spirit de Milan presenta un primo interlocutore interessato all’acquisto, una solida società attiva a livello nazionale che ha l’intenzione di mantenere lo Spirit de Milan come attività prevalente. Dopo mesi di colloqui, la proprietà non prosegue le trattative”.

Anche più recentemente, si legge ancora, lo Spirit trova “un secondo acquirente, altrettanto solido e fortemente determinato, che dopo parecchi mesi di trattative, ad aprile presenta un preliminare di acquisto concordato, a cui però la proprietà smette di rispondere”. Fino a oggi, quando emerge che la proprietà “ha già una trattativa in fase avanzata con un altro soggetto terzo”.

Insomma per il locale milanese è la fine della sua esistenza. Almeno nella forma attuale, nel cuore del quartiere Bovisa. “Speriamo di potervi dare presto notizie su come e dove potremo proseguire questa avventura”, conclude il fondatore.

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“Domenica servivo anelli di cipolla fritti e cocktail ai tavoli, martedì ero sul red carpet. Faccio l’attore in un film attesissimo ma anche il cameriere, così mi mantengo”: la storia di Cameron Scott Roberts

Domenica serviva onion rings e cocktail ai tavoli di un ristorante del West Village. Martedì era sul red carpet di Los Angeles accanto ad Anna Faris, Regina Hall e ai fratelli Wayans per la première mondiale del nuovo Scary Movie. E sabato? Sabato tornerà a fare il cameriere.

È la storia di Cameron Scott Roberts, 28 anni, attore e cameriere a New York, uno dei protagonisti del nuovo capitolo della celebre saga cinematografica. Una storia che negli Stati Uniti sta facendo riflettere molti perché racconta un aspetto non così glamour di Hollywood: anche chi recita in un film destinato a dominare il box office spesso continua a servire ai tavoli.

Roberts lavora da gennaio 2025 al Cecchi’s, ristorante molto frequentato del West Village. È lì che ha ricevuto la mail che gli annunciava il provino destinato a cambiargli la vita. “Eravamo tutti seduti a mangiare insieme quando ho letto la descrizione del personaggio”, racconta al New York Post. “C’era scritto: ‘Bello, ma in un modo che ricorda un serial killer’. Tutti i colleghi si sono messi a ridere e mi hanno detto: ‘Questa parte è tua’”.

Avevano ragione. Due settimane dopo Roberts era già ad Atlanta per oltre due mesi di riprese. Nel film interpreta il fidanzato della protagonista Sara, interpretata da Olivia Rose Keegan. Nonostante il debutto in una delle commedie più attese dell’anno, il giovane attore non ha alcuna intenzione di abbandonare il lavoro al ristorante. Anzi.

“Credo fortemente che gli attori dovrebbero fare i camerieri”, spiega. “Fa bene. Ti tiene con i piedi per terra. Ed è un ottimo modo per mantenersi mentre si fanno provini”. Una filosofia che sembra condivisa anche dal proprietario del locale, Michael Cecchi-Azzolina, ex attore teatrale e autore di un libro dedicato al mondo della ristorazione newyorkese. Roberts racconta di aver voluto lavorare proprio lì dopo aver letto il suo memoir.

Ora il nuovo Scary Movie punta a un esordio da decine di milioni di dollari al botteghino. Roberts però sembra avere una preoccupazione diversa: portare al cinema i colleghi del ristorante. “Li ho invitati tutti”, racconta. “E ho promesso che offrirò io i popcorn”.

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“Il mio cane è stato rapito, venduto a un ristorante e mangiato”: il dramma dell’influencer Guo e del border collie Chutou, star dei social

Chutou aveva otto anni, era un Border Collie ed era una piccola star dei social cinesi: più di un milione e mezzo di follower su Douyin, la versione cinese di TikTok, dove compariva nei video del suo proprietario, il travel influencer Guo, durante viaggi tra montagne innevate, deserti e campeggi in giro per il Paese. Ora la sua storia è diventata un caso in Cina e ha riaperto il dibattito sulla tutela degli animali domestici.

Secondo quanto ricostruito dal South China Morning Post e ripreso da People, Chutou è scomparso l’11 maggio dai terreni della famiglia di Guo, nella provincia dello Henan, mentre il suo proprietario era impegnato in un viaggio in solitaria. A occuparsi del cane erano i genitori dell’influencer. Quando il padre di Guo si è accorto che Chutou non c’era più, la famiglia ha iniziato le ricerche e ha controllato le immagini delle telecamere di sorveglianza: nei filmati si vedrebbero due persone portarlo via su una bici elettrica.

Guo ha interrotto il viaggio ed è tornato in Cina per cercarlo. Dopo alcuni giorni è riuscito a rintracciare l’uomo che riteneva responsabile della scomparsa e gli ha offerto 10mila yuan, circa 1.500 dollari, pur di riavere indietro il cane. L’uomo ha sostenuto di averlo scambiato per un randagio, versione respinta dall’influencer: Chutou, infatti, indossava un collare e un localizzatore Gps e si trovava nei terreni della famiglia.

La vicenda ha avuto l’epilogo peggiore. Secondo i media asiatici, il cane sarebbe stato venduto per 180 yuan, poco più di 25 dollari, a un commerciante e poi finito in un ristorante e mangiato. Guo ha raccontato di aver cercato almeno di recuperare qualche resto dell’animale, senza riuscirci. A quel punto ha deciso di presentare denuncia e di portare avanti la battaglia per vie legali.

Il caso ha provocato indignazione sui social cinesi anche perché mette in luce un vuoto normativo: in Cina non esiste una legge nazionale specifica per la protezione degli animali da compagnia. Gli animali domestici vengono trattati soprattutto come proprietà e, secondo quanto spiegato da un legale al South China Morning Post, perché un caso di furto possa avere rilevanza penale è necessario stabilire il valore economico dell’animale. Guo sostiene che Chutou, per la sua notorietà, valesse molto più della cifra per cui sarebbe stato venduto.

In Cina non esiste neppure un divieto nazionale sul consumo di carne di cane, anche se dal 2020 i cani sono stati esclusi dal catalogo ufficiale degli animali da allevamento e alcune città, tra cui Shenzhen e Zhuhai, hanno vietato il consumo di cani e gatti.

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“In quel matrimonio sono stata truffata, derubata. Ho perso quattro anni della mia vita per risolvere tutte le cattiverie che mi erano state fatte”: Valeria Marini parla di Giovanni Cottone

“Il giorno dopo (il matrimonio, ndr) è stato l’inizio della fine. Sembrava di stare in un film quando un personaggio si toglie la maschera. Non c’è mai più stato un secondo sereno: non abbiamo nemmeno fatto il viaggio di nozze perché tutto, improvvisamente, è cambiato. Sono cominciate le assenze, le bugie. Diceva che era da una parte ed era dall’altra. Io ero sempre sola, ma braccata”. Così Valeria Marini parlava del suo matrimonio con Giovanni Cottone in un’intervista rilasciata a Vanity Fair nel settembre 2016. E ancora oggi lo ricorda come “una delle esperienze più brutte della mia vita”.

Queste le parole della showgirl, ospite de La Volta Buona: “Sono stata truffata, derubata dei miei soldi. Ho perso quattro anni della mia vita per risolvere tutte le cattiverie che mi erano state fatte”. In studio con lei c’è anche la madre, Gianna Orrù, che racconta di aver subodorato che qualcosa non andava e di aver cercato di metterla in guardia: “La sera prima del matrimonio le ho detto chiaramente: ‘Sei ancora in tempo per dire di no’“.

Marini spiega però che, pur avendo delle brutte sensazioni, non se la sentì di annullare tutto: “È durato formalmente un anno, ma l’ho fatto annullare dalla Sacra Rota dopo appena quattro mesi. Mi ha derubata e truffata. E lui, alla fine, è stato anche arrestato“, dice facendo riferimento alle vicende giudiziarie che nel 2016 portarono l’imprenditore agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sul crac della società Maxwork.

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“Il fotografo va a chiudere la porta e io gli chiedo perché. Lui dice ‘per essere più intimi’. Mi sono spaventata, gli ho sferrato un bel calcio… Ho capito quanto sia difficile sottrarsi per una ragazza”: Stefania Rocca si racconta

Stefania Rocca ha rilasciato una lunga intervista al Corriere della Sera, un’intervita densa a cominciare dall’attacco. L’attrice racconta di quando, 18enne, si trovò a fare un servizio fotografico a Milano: “Vedo il fotografo che va a chiudere la porta della stanza dove ci trovavamo. Gli chiedo: perché? Lui risponde: ‘Per essere più intimi’. Mi sono spaventata, gli ho sferrato un bel calcio, gli ho chiesto di aprire immediatamente la porta e me ne sono andata. Il giorno dopo, l’agenzia per la quale stavo facendo il servizio, mi ha fatto una lavata di testa perché ‘quell’intimo’, secondo loro, era soltanto per fare meglio le foto. Forse sarà stato anche così, ma la mia paura o il sesto senso, chi può dirlo, mi ha fatto reagire in quel modo e ho capito quanto possa essere difficile, per una ragazza, sottrarsi a situazioni simili“.

“Ribelle” e “anticonformista”, così si definisce l’attrice, ma anche “controcorrente, non mi lascio condizionare: i miei personaggi raccontano una loro diversità e una loro dignità” le sue parole, anche a proposito de La madre di Eva, “dal romanzo omonimo di Silvia Ferreri, dove si affrontava il tema della transizione di genere”.

E la chiacchierata è piena di aneddoti, come quello sul regista de Il talento di Mr. Ripley, Antony Minghella: “(…) In quel periodo stavo recitando a teatro Giovanna d’Arco e, per interpretarla, avevo dovuto rasarmi i capelli a zero: per me uno choc la testa rapata… ma anche per Minghella che, vedendomi, esclamò: ‘Sembri tutto fuorché un’italiana… sei troppo alta, troppo magra… sembri una tedesca!’. Io a quel punto non ci ho visto più e gli ho risposto arrabbiata: ‘Mi hai chiamato tu, che vuoi?’. Stavo per andarmene, ma lui mi ha fermato scusandosi. Cominciammo a leggere la sceneggiatura insieme”.

Prima di fare l’attrice, Rocca ha fatto un po’ di tutto, “dalla babysitter alla pony express, alla cameriera… e mentre frequentavo il liceo, ho lavorato per un po’ nello showroom che un certo Carlo Capasa gestiva a Milano”, dice riferendosi a suo marito che è anche l’attuale presidente della Camera della Moda italiana. Con Capasa, Rocca ha due figli, “Leone, che adesso ha 18 anni, e Zeno, 16” e quando le viene chiesto se sia una brava madre non ha dubbi: “Non ho mai creduto nelle madri perfette. È strano, ma sono i figli che ti fanno diventare madre, perché ogni volta che fai qualcosa, pensando di aver agito nel modo giusto, loro ti stravolgono. Io sono una mamma presente, nonostante i miei impegni lavorativi, e attenta…”.

Dal racconto di uno spot per i tortellini al pesto con Diego Abatantuono e per la regia di Gabriele Salvatores (che poi l’ha voluta nel suo Nirvana), al primo film come regista, L’ora di tutti, tratto dal romanzo di Maria Corti del 1962 sul sacco dei turchi a Otranto del 1480, Rocca si rammarica di una cosa: “A volte non chiedo, non è che ho paura di chiedere ma non mi piace essere invadente e, poi, mi rendo conto che invece potrebbe essere importante fare delle domande…”.

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