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“A 53 anni preferisco diventare nonno che padre di nuovo. Quando arrivai in Italia mi fischiavano e mi insultavano, oggi lo sguardo è cambiato”: il racconto di Emanuele Filiberto

10 June 2026 at 09:35

Non credo che il Paese debba qualcosa a Casa Savoia, ma penso che, a ottant’anni dalla nascita della Repubblica, sia arrivato il momento di una piena riappacificazione storica”: così Emanuele Filiberto a Vanity Fair. L’occasione dell’intervista è l’uscita del suo libro La Regina di Maggio (Sperling & Kupfer) dedicato alla nonna Maria José e denso di aneddoti e storia. Ed Emanuele Filiberto aggiunge: “Un gesto importante, sul quale mi sembra ci sia ormai una larga convergenza, sarebbe il ritorno delle salme di Umberto II e della regina Maria José al Pantheon. Da quanto mi risulta, manca soltanto l’assenso del Presidente della Repubblica. Mi auguro che questa ricorrenza possa rappresentare l’occasione per chiudere definitivamente una ferita storica”.

La chiacchierata con Vanity è lunga, Emanuele Filiberto, 53 anni, spiega di avere deciso di “riabbracciare” il cognome Savoia quando si è “reso conto che lo sguardo degli italiani era cambiato. Quando ho capito che il pregiudizio stava scomparendo e che ero riuscito a farmi conoscere per quello che sono. Quando arrivai in Italia c’erano persone che mi insultavano o mi fischiavano. Con il tempo, grazie anche alla televisione, gli italiani hanno imparato a conoscermi”.

Poi i ricordi della nonna Maria José: “Era una donna bellissima, con una grande eleganza e una straordinaria intelligenza. Prima di rispondere rifletteva sempre a lungo. Veniva da una famiglia molto diversa dai Savoia: più liberale, più artistica e più aperta culturalmente (…) Aveva capito prima di molti altri che il fascismo avrebbe rappresentato la fine della monarchia e cercò fino all’ultimo di contrastarne gli effetti”. Conferma, Emanuele Filiberto, che a Maria José fu impedito di unirsi ai partigiani perché “troppo pericoloso per gli altri. Tuttavia, dopo l’8 settembre, mentre si trovava in Svizzera con i figli, aiutò concretamente la Resistenza portando denaro, viveri, armi e munizioni ai partigiani che operavano lungo il confine”. E suo nonno, Umberto II? “Era un vero dandy. Amava l’arte, il design, l’eleganza. Seguiva personalmente molti dettagli, dai gioielli di famiglia agli arredi delle residenze reali. Si occupò dell’abito da sposa di mia nonna… Credo di aver ereditato qualcosa di questa sensibilità”.

Poi il racconto si sposta sull’oggi e si parla anche di musica: “Da ragazzo, vivendo all’estero, non avevo accesso alla radio e alla televisione italiane. Gli artisti che arrivavano più facilmente erano Al Bano, Eros Ramazzotti, Zucchero e Laura Pausini. Altri, come Vasco Rossi, li ho scoperti e amati soltanto dopo il mio ritorno in Italia“, spiega Emanuele Filiberto. E sulla sua esposizione mediatica si dice “tranquillo. Ho sempre cercato di mantenere una certa distanza dal mondo del gossip. Non vivendo stabilmente in Italia sono stato anche protetto sotto questo aspetto. Se i giornalisti mi fotografavano, pazienza, ma non ho mai cercato volutamente quell’attenzione”. E sul futuro, una certezza: “Mi vedo bene in quel ruolo (di nonno, ndr). So che può sembrare presto, ma non dipende dall’età. A questo punto della mia vita preferirei diventare nonno piuttosto che padre un’altra volta. Lascio alle mie figlie il compito di rendermi nonno».

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“Mia nonna era magnetica. Se era arrabbiata tagliava legna o beveva whisky. Anche gin, un vizietto passarole dalla regina madre d’Inghilterra”: il racconto di Emanuele Filiberto

6 June 2026 at 13:26

L’intervista è lunga, densa. L’occasione è il libro che ha scritto, La regina di Maggio. Gli ultimi giorni della Corona: i ricordi di mia nonna sulla fine della Monarchia e lui è Emanuele Filiberto di Savoia che si è raccontato a D La Repubblica.

Gli aneddoti sono moltissimi: “Se ripenso a lei (sua nonna, ndr), vedo quelle sue mani bellissime con le dita lunghe e affusolate, sempre in movimento, con grazia. Intrecciate attorno a una sigaretta, perché ha fumato fino alla fine dei suoi giorni. Era una donna magnetica. Quando andavamo a trovarla nel suo castello di Merlinge, alla domenica, o durante l’estate, passavo molto tempo con lei. Quando avevo circa 8 anni ha iniziato a portarmi con sé in passeggiata; dopo pranzo camminavamo e parlavamo, fino a raggiungere un cottage, una specie di capanno. Se era nervosa, si metteva a tagliare la legna, altrimenti sedeva, riposava e si versava un whisky. A volte un gin, vizietto che le aveva passato una sua buona amica, la regina madre del Regno Unito. È stata l’ultimo grande testimone di un periodo cruciale di casa Savoia, ho pensato fosse venuto il momento di restituirle qualcosa”.

Il libro, precisa Emanuele Filiberto, è dedicato alle sue figlie, “per renderle consapevoli della storia della nostra famiglia”. Al centro del racconto c’è però sua nonna Maria José e il modo in cui, tra le altre cose, “si confrontava con personaggi del calibro di Albert Einstein e Marie Curie”.

Nel racconto, Emanuele Filiberto ricorda Maria José come una donna “con una bella testa e non si faceva problemi a usarla. Difendeva le sue opinioni, esercitava il proprio senso critico. Non a caso Mussolini la ritenne fin da subito pericolosa, tanto da incaricare il capo della polizia di seguirla e intercettarla”. E la domanda arriva puntuale, sul perseverare di Maria José nell’indispettire il Duce, entrando “a passo spedito nel suo ufficio senza farsi annunciare”: “Questa storia, nonna me l’ha raccontata una domenica di settembre, quando a 12 anni mi ero ritrovato a discutere con mia madre Marina perché mi ero impuntato sull’acquisto di una nuova giacca per cominciare l’anno scolastico. Mio padre volle dire la sua, e nonna sentenziò: ‘Uguale a tuo nonno’. Umberto era un dandy e un esteta; sempre ben vestito, nutriva un’attenzione spasmodica per i dettagli e non voleva nulla di già fatto e già visto, incluso i gioielli che, se ereditati, faceva rifare o modificare. Con lo stesso spirito aveva deciso di disegnare lui stesso l’abito per la sua sposa“. Un abito così scomodo che sua nonna Maria José, dice Emanuele Filiberto, finì “per detestare”.

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