“A 53 anni preferisco diventare nonno che padre di nuovo. Quando arrivai in Italia mi fischiavano e mi insultavano, oggi lo sguardo è cambiato”: il racconto di Emanuele Filiberto
“Non credo che il Paese debba qualcosa a Casa Savoia, ma penso che, a ottant’anni dalla nascita della Repubblica, sia arrivato il momento di una piena riappacificazione storica”: così Emanuele Filiberto a Vanity Fair. L’occasione dell’intervista è l’uscita del suo libro La Regina di Maggio (Sperling & Kupfer) dedicato alla nonna Maria José e denso di aneddoti e storia. Ed Emanuele Filiberto aggiunge: “Un gesto importante, sul quale mi sembra ci sia ormai una larga convergenza, sarebbe il ritorno delle salme di Umberto II e della regina Maria José al Pantheon. Da quanto mi risulta, manca soltanto l’assenso del Presidente della Repubblica. Mi auguro che questa ricorrenza possa rappresentare l’occasione per chiudere definitivamente una ferita storica”.
La chiacchierata con Vanity è lunga, Emanuele Filiberto, 53 anni, spiega di avere deciso di “riabbracciare” il cognome Savoia quando si è “reso conto che lo sguardo degli italiani era cambiato. Quando ho capito che il pregiudizio stava scomparendo e che ero riuscito a farmi conoscere per quello che sono. Quando arrivai in Italia c’erano persone che mi insultavano o mi fischiavano. Con il tempo, grazie anche alla televisione, gli italiani hanno imparato a conoscermi”.
Poi i ricordi della nonna Maria José: “Era una donna bellissima, con una grande eleganza e una straordinaria intelligenza. Prima di rispondere rifletteva sempre a lungo. Veniva da una famiglia molto diversa dai Savoia: più liberale, più artistica e più aperta culturalmente (…) Aveva capito prima di molti altri che il fascismo avrebbe rappresentato la fine della monarchia e cercò fino all’ultimo di contrastarne gli effetti”. Conferma, Emanuele Filiberto, che a Maria José fu impedito di unirsi ai partigiani perché “troppo pericoloso per gli altri. Tuttavia, dopo l’8 settembre, mentre si trovava in Svizzera con i figli, aiutò concretamente la Resistenza portando denaro, viveri, armi e munizioni ai partigiani che operavano lungo il confine”. E suo nonno, Umberto II? “Era un vero dandy. Amava l’arte, il design, l’eleganza. Seguiva personalmente molti dettagli, dai gioielli di famiglia agli arredi delle residenze reali. Si occupò dell’abito da sposa di mia nonna… Credo di aver ereditato qualcosa di questa sensibilità”.
Poi il racconto si sposta sull’oggi e si parla anche di musica: “Da ragazzo, vivendo all’estero, non avevo accesso alla radio e alla televisione italiane. Gli artisti che arrivavano più facilmente erano Al Bano, Eros Ramazzotti, Zucchero e Laura Pausini. Altri, come Vasco Rossi, li ho scoperti e amati soltanto dopo il mio ritorno in Italia“, spiega Emanuele Filiberto. E sulla sua esposizione mediatica si dice “tranquillo. Ho sempre cercato di mantenere una certa distanza dal mondo del gossip. Non vivendo stabilmente in Italia sono stato anche protetto sotto questo aspetto. Se i giornalisti mi fotografavano, pazienza, ma non ho mai cercato volutamente quell’attenzione”. E sul futuro, una certezza: “Mi vedo bene in quel ruolo (di nonno, ndr). So che può sembrare presto, ma non dipende dall’età. A questo punto della mia vita preferirei diventare nonno piuttosto che padre un’altra volta. Lascio alle mie figlie il compito di rendermi nonno».
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