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Trattative in salita alla Natuzzi che ha confermato il trasferimento delle attività pugliesi in Romania. Tavolo l’11

Trattative in corso – e in salita – alla Natuzzi, che il 4 giugno scorso ha confermato il trasferimento in Romania del 15% delle attività oggi svolte tra Puglia e Basilicata. “Quella di Natuzzi è una vertenza complessa, delicata, che coinvolge centinaia di lavoratori e uno dei marchi storici della manifattura pugliese e nazionale. Proprio per questo, pur nella difficoltà del momento e nelle distanze ancora presenti tra le parti, riteniamo importante registrare alcuni segnali di apertura. L’auspicio è che Natuzzi possa arrivare al tavolo dell’11 giugno con un piano industriale capace di tenere insieme sostenibilità aziendale e tutela del lavoro”, dice l’assessore regionale allo Sviluppo economico e lavoro, Eugenio Di Sciascio.

“Il primo spiraglio attiene all’impegno aziendale di convocare d’urgenza, comunque prima del tavolo Mimit, le rappresentanze sindacali aziendali, per l’esclusiva discussione dei calendari dell’ammortizzatore sociale“, spiega l’assessore. Sul fronte dell’incentivazione all’esodo “è stato varato un primo piano sperimentale di esodo per il quale Natuzzi ha messo a disposizione 6 milioni di euro, destinati a un’indennità massima di 50mila euro a favore dei dipendenti che, su base esclusivamente volontaria, sceglieranno di aderire”. Il terzo spiraglio riguarda “invece l’annuncio, dell’azienda, di un accordo raggiunto con una realtà pugliese del settore gomma-plastica per la cessione dello stabilimento dismesso di Ginosa“.

Meno ottimista la segretaria della Cgil Puglia, Gigia Bucci, che chiede l’intervento dello Stato. “Chiediamo alle Istituzioni ancora una volta di svolgere fino in fondo il proprio ruolo di mediazione, nei confronti di un’azienda che ha beneficiato di ingenti contributi pubblici e che, da venti anni, ricorre in modo sistematico alla cassa integrazione“. Per la segretaria si tratta di scelte che “si fanno beffa del ruolo della rappresentanza sindacale e dello stesso lavoro di mediazione di Ministero delle Imprese e Regione Puglia“. Secondo la sindacalista, poi, “l’atteggiamento del management Natuzzi, incapace ancora una volta di mantenere gli accordi paventati ai tavoli istituzionali, è gravissimo. Non si gioca con il lavoro e la vita di migliaia di lavoratori e lavoratrici”.

Dal canto suo il ministro delle imprese, Adolfo Urso, già venerdì 5 giugno aveva ricordato che “quello che non si è fatto in questi 20 anni dobbiamo farlo insieme nei prossimi 20 giorni”. Secondo Urso “il fatto stesso che l’azienda utilizzi la cassa integrazione da vent’anni, vuol dire che da vent’anni vi è un problema industriale. Perché la cassa integrazione non può essere uno strumento per coprire una questione industriale in maniera duratura e continuativa per due decenni, ma deve essere uno strumento che si utilizza temporaneamente per consentire un rilancio industriale”.

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I lavoratori nel settore dell’animazione non hanno opportunità dignitose: il mio consiglio è di fare rete

di Franca Moroni

Conosco da cinque anni la situazione professionale di molti giovani adulti che lavorano nel settore dell’animazione e della graphic novel. Constato, amaramente, che mettere cultura e tempo per formarsi in questo settore si è rivelata una pessima scelta, in quanto le opportunità di lavoro dignitoso sono minime.

L’avvento del Covid e la necessità di introdurre forme di distanziamento sul lavoro portarono all’introduzione dello smart working nel Pubblico e nelle grandi imprese sindacalizzate, ma contribuirono al processo di esternalizzazione del lavoro in quelle attività che non abbisognavano di integrazione dei cicli di produzione. Le grandi società di produzione di grafica o di animazione 2D e 3D hanno sperimentato che è più conveniente cercare collaboratori occasionali mediante le cosiddette piattaforme, fra le quali Linkedin è la più conosciuta ma non la sola, in un mercato che ha come perimetro il mondo intero. A ciò si aggiunga il conflitto russo-ucraino a causa del quale i paesi Ue hanno tagliato gli investimenti in molti settori, in primis quelli culturali, per destinarli alla difesa.

Oggi il grafico, il regista, lo storyboard artist, l’animatore non sono lavoratori dipendenti, formalmente sono partite Iva o, i più giovani, prestatori d’opera occasionali: ma chiamiamoli con il loro nome, sono lavoratori a domicilio che si comprano anche gli strumenti di lavoro.

La società di produzione o lo studio che ha in subappalto parte del progetto fa una inserzione su piattaforma, offrendo un lavoro che in genere va consegnato in pochi giorni. Spesso chiede una prova gratuita, mai inferiore a un giorno lavorativo, a volte per un’offerta di qualche giornata di lavoro. Se il professionista supera la prova quasi sempre il lavoro deve essere consegnato “il prima possibile perché siamo già in ritardo”, niente festivi o domeniche. Sovente, il contratto viene firmato alla consegna del lavoro, prendere o lasciare. E se il lavoro non è di gradimento, non c’è nessun misuratore di correttezza, si ricontratta a parole il compenso e il lavoratore si deve accontentare di una riduzione. I compensi sono assai variabili: a volte giungono a 100 € a giornata, a volte non raggiungono i 6 € lordi.

Per chi non ha reti amicali e proviene dalle Università e dalle Accademie, l’unico incontro domanda-offerta sono le già citate piattaforme: con qualche rischio in meno per l’incolumità fisica, un meccanismo molto simile alle piattaforme con cui viene distribuito il lavoro di consegna di beni. In assenza di queste piattaforme la vorticosa assegnazione di lavori brevi non sarebbe possibile. Come mai si trovano tanti giovani super formati disponibili a lavorare in queste condizioni?

1) Per svolgere queste attività professionali occorre una lunga formazione, che non termina prima dei 26-28 anni, che comprende lauree, master o corsi privati assai costosi. Ciò su una forte predisposizione teorica e pratica. La speranza di fare dignitosamente il lavoro per cui si è studiato tanto spinge ad accontentarsi, a stringere i denti e fare anche un lungo apprendistato.

2) Il mercato è mondiale: i 6 € ora in Italia non consentono di vivere ma già in altri paesi Ue hanno un valore diverso, per non dire del sud est asiatico. Un lavoratore solo di fronte a una SpA multinazionale, uno Studio pluripremiato, cosa può fare?

3) Quando un lavoratore ha raggiunto i 28-30 anni ed è super formato è escluso da quei lavori, meno qualificati, che potrebbe svolgere al termine delle superiori. I datori di lavoro non possono più usufruire di detrazioni e sostegni e in molti posti non si vuole un lavoratore che eccede in formazione. E a questo punto gli ormai non più giovani come mangiano?

Concludo facendo appello a questi lavoratori di fare rete: il loro avversario non è il collega ma chi gestisce tutta la filiera. I grandi sindacati volgano attenzione anche a questo settore, fornendo supporto giuridico e aggregazione.

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Strage Amendolara, c’è solo una soluzione: regolarizzare i braccianti e sorvegliare i datori di lavoro

L’atroce strage di Amendolara, nella quale sono stati bruciati vivi quattro lavoratori agricoli irregolari: Waseem Khan, Fazal Amin Khogyani, Ismat Ullah e Amjad Safi, ci deve indurre ad una riflessione politica e ad una fermissima richiesta di azione da parte del governo. I quattro erano migranti costretti in una condizione di semi-schiavitù dai caporali loro connazionali, ma ancora di più da una normativa legale restrittiva e un controllo insufficiente da parte delle autorità. Si stima che in Italia siano impiegati nel settore agricolo oltre 200.000 lavoratori irregolari, migranti che non hanno un permesso di soggiorno e per questo sono sostanzialmente privi di diritti. Pare che il meccanismo sia questo: lo straniero arriva in Italia chiamato da una azienda che promette il lavoro, ma che poi non regolarizza il contratto. Il lavoratore senza diritti riceve una paga miserrima e un alloggio fatiscente e garantisce che arrivino nei nostri mercati prodotti agricoli “economici”. Se il lavoratore venisse regolarizzato, i prodotti costerebbero un po’ di più; non molto di più, perché il salario del lavoratore rappresenta soltanto una parte del costo finale del prodotto.

La soluzione del problema è ovvia: regolarizzare i lavoratori e sorvegliare i datori di lavoro per costringerli a contrattualizzare il rapporto lavorativo; reprimere il fenomeno del caporalato. Un grave ostacolo è costituito da un’opinione pubblica che in larga misura è avversa alla regolarizzazione dei migranti: li vorrebbe “remigrare”. Alle considerazioni etiche e giuridiche, che dovrebbero avere un peso preponderante, è necessario aggiungere qualche considerazione di economia spicciola. I lavoratori migranti ci servono: se li “remigrassimo” tutti la manodopera agricola sarebbe insufficiente; parte dei prodotti agricoli rimarrebbero sui campi e il loro prezzo sul mercato aumenterebbe, per la legge della domanda e dell’offerta, molto di più di quanto aumenterebbe regolarizzando i lavoratori. Di fatto, a prescindere dall’aumento dei prezzi, si verificherebbe una vera e propria carenza di questi prodotti.

Assodato che di questi lavoratori abbiamo bisogno, esiste un secondo motivo puramente egoistico per regolarizzare la loro posizione: un lavoratore irregolare, marginalizzato dalla società in cui vive, crea un rischio sociale. Ad esempio, non avendo diritto all’assistenza sanitaria potrebbe non curare una malattia contagiosa e impedirne il tracciamento. L’esperienza del Covid, funestata da vari errori di gestione, è stata risolta grazie alla vaccinazione della grande maggioranza della popolazione, a sua volta resa possibile dal fatto che i cittadini sono noti al Servizio Sanitario Nazionale. L’esistenza di gruppi di persone ignote al Servizio Sanitario Nazionale che non vengono vaccinate comporta un rischio per tutti.

In ultima analisi: il rifiuto dei migranti, le promesse di “remigrazione”, e le altre simili baggianate che costituiscono un’arma propagandistica delle destre più retrive non possono funzionare e non possono essere tradotte in reali azioni politiche, tanto più in un paese che invecchia, nel quale i lavoratori di origine italiana diminuiscono in proporzione al totale della popolazione, e risultano insufficienti a coprire il fabbisogno di lavoro anche per le necessità più impellenti, come la produzione agricola. Ciò di cui abbiamo bisogno è accogliere e integrare i lavoratori migranti, accettando che questo ha un costo; perché qualsiasi altra soluzione costa molto di più in termini economici e sociali. Inoltre, tollerando la situazione attuale si va incontro ad un costo sociale ancora più gravoso: l’imbarbarimento di un paese nel quale bruciare vivi quattro esseri umani, già privati di qualunque diritto, diventa un qualunque fatto di cronaca dimenticabile nello spazio di un paio di giorni.

Pagare le zucchine qualche decina di centesimi in più è un prezzo accettabile per mantenere la nostra civilizzazione.

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La mela che non cade lontano dall’albero: la mobilità sociale nei paesi Ocse

Studiare la mobilità sociale intergenerazionale aiuta a progettare politiche che potenziano crescita economica e uguaglianza delle opportunità. Le nuove stime comparative in ventinove paesi Ocse indicano che l’istruzione rappresenta un canale chiave.

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Basta agli stage che nascondono lavoro precario: la mia proposta di un Registro nazionale dei tirocini

di Paolo Gallo

In Italia il lavoro è diventato un eterno corridoio d’attesa. Una generazione intera vive sospesa tra stage, tirocini, collaborazioni occasionali, contratti a termine e promesse rimandate. Si studia più a lungo, si accumulano competenze, master, lingue straniere ed esperienze, ma il traguardo della stabilità continua ad allontanarsi. E nel frattempo passano gli anni, le occasioni e, spesso, anche la fiducia.

Il lavoro, che per decenni è stato sinonimo di emancipazione sociale, oggi per molti giovani italiani coincide con l’incertezza. Una precarietà non solo economica, ma anche psicologica ed esistenziale. Perché senza prospettive è difficile costruire una vita: si rinviano scelte, famiglie, indipendenza e progetti.
Non è una questione nuova. Già nel Novecento la letteratura italiana raccontava il rapporto complesso tra individuo e lavoro. Da Paolo Volponi a Luciano Bianciardi, passando per Ottiero Ottieri, il lavoro appariva come una promessa di dignità ma anche come un meccanismo capace di schiacciare le persone.

Oggi quella contraddizione assume una forma diversa e più subdola: l’illusione permanente dell’opportunità. Per migliaia di ragazzi e ragazze, infatti, lo stage non rappresenta più un ponte verso l’occupazione, ma rischia di trasformarsi nell’occupazione stessa. Un limbo in cui si lavora senza reali prospettive, spesso con compensi modesti e responsabilità concrete, ma senza adeguate tutele. Si accumulano esperienze considerate “formative”, che però troppo spesso alimentano un sistema fondato sul ricambio continuo e sul basso costo del lavoro giovanile.

Eppure gli stage non sono il problema. I tirocini possono essere strumenti preziosi di crescita, formazione e inserimento professionale. Molte aziende investono seriamente nei giovani, li accompagnano e li assumono. Ed è proprio qui il punto: distinguere chi forma davvero da chi utilizza gli stage come lavoro precario mascherato. Per questo ho lanciato una proposta: l’istituzione di un Registro Pubblico Nazionale degli Stage e dei Tirocini.

Uno strumento semplice ma potenzialmente rivoluzionario. Un registro che raccolga e pubblichi annualmente, per ogni azienda che attiva stage curriculari o extracurriculari, alcuni dati essenziali: numero totale di stagisti ospitati, percentuale di assunzioni successive al tirocinio, tipologia dei contratti offerti, durata media dei percorsi, retribuzione media iniziale, numero di rinnovi o interruzioni.

Non si tratta di penalizzare le imprese. Al contrario. Questa proposta nasce per valorizzare le aziende virtuose, quelle che credono realmente nei giovani e investono nel loro futuro professionale. In un mercato del lavoro spesso opaco, la trasparenza diventerebbe finalmente un criterio di scelta. Studenti, neolaureati e famiglie potrebbero orientarsi con maggiore consapevolezza, individuando realtà che offrono prospettive concrete e non semplici esperienze da aggiungere al curriculum.

Oggi chi cerca uno stage si muove troppo spesso al buio. Le informazioni circolano attraverso racconti personali, forum, gruppi social e passaparola. Ma il futuro di una generazione non può dipendere dalla fortuna o da recensioni informali. Servono dati pubblici, verificabili e accessibili.

La trasparenza non è un attacco alle imprese: è una forma di responsabilità collettiva. Perché il lavoro non è soltanto un contratto. È dignità, possibilità, cittadinanza. E un Paese che non protegge l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro finisce inevitabilmente per indebolire il proprio futuro. Gli stage devono tornare a essere opportunità concrete di crescita e assunzione, non parcheggi temporanei o strumenti di precarizzazione. Perché una generazione che continua a sentirsi “in prova” è una generazione a cui viene sottratta la possibilità di progettare il domani. E senza futuro, nessun Paese può davvero dirsi moderno.

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Lavoro, disuaguaglianze e grandi ricchezza: il confronto a sinistra per un programma progressista. L’iniziativa di Cernusco

Negli ultimi decenni, e ancor più negli ultimi anni, si sono aggravate precarietà del lavoro, disuguaglianze economiche e concentrazione della ricchezza. Da questo dato di fatto parte l’iniziativa promossa dal Circolo di Sinistra Italiana dell’Adda-Martesana per un momento di riflessione e confronto di varie anime della sinistra su economia globale e locale, trasformazioni del mondo del lavoro e nuove forme di precarietà, redistribuzione della ricchezza e riorganizzazione fiscale: questioni da affrontare per elaborare un solido programma economico-sociale progressista. L’appuntamento è in programma giovedì 11 giugno alle 21 alla Biblioteca Civica Lino Penati in Via Fatebenefratelli 2 a Cernusco sul Naviglio.

Quale modello di economia, finanza, giustizia fiscale per una società più equa? Come modificare la distribuzione delle ricchezze globali e locali e quali sono le priorità di un programma progressista condiviso? E ancora: come cambia il mondo del lavoro nell’era della finanziarizzazione e dell’IA? Come combattere povertà lavorativa, precarietà, automazione e rilanciare rapporti sociali tra lavoratori e rappresenanza nei luoghi di lavoro? Intorno a questi quattro interrogativi – non certo semplici da sciogliere – si confronteranno Mikhail Maslennikov, policy advisor, giustizia economica di Oxfam Italia, Luca Stanzione, segretario generale della Camera del Lavoro di Milano, Tino Magni, senatore Verdi-Sinistra, Alessandro Alfieri, senatore Pd. A introdurre il dibattito sarà Claudio Corrà di Sinistra Italiana di Cernusco, mentre porterà i suoi saluti anche la sindaca Paola Colombo.

Per informazioni: sinistraitalianamartesana@gmail.com

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Operaio muore per il crollo del tetto in un’azienda metalmeccanica del Livornese

Un operaio di 34 anni ha perso la vita mentre era impegnato in un intervento presso un’azienda metalmeccanica di Rosignano Solvay, in provincia di Livorno. Secondo una prima ricostruzione, l’uomo, dipendente di una ditta specializzata con sede in Lombardia, stava effettuando la sostituzione di una copertura in eternit quando il tetto su cui si trovava avrebbe improvvisamente ceduto. Il cedimento lo ha fatto precipitare al suolo da un’altezza di circa sei metri.

Sul luogo dell’incidente sono intervenuti immediatamente i soccorritori del 118, ma per l’operaio non c’è stato nulla da fare: i sanitari non hanno potuto far altro che constatarne il decesso. Presenti anche gli operatori tecnici dell’Asl, incaricati di effettuare gli accertamenti necessari per ricostruire con precisione la dinamica dell’accaduto e verificare il rispetto delle condizioni di sicurezza sul lavoro. L’area è stata messa a disposizione dell’autorità giudiziaria. Le indagini proseguono per chiarire eventuali responsabilità.

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Braccianti uccisi ad Amendolara, i sindacati: “È tratta di schiavi, dietro c’è la ‘ndrangheta”

“È un sistema che fa capo alla ‘ndrangheta, alle organizzazioni malavitose locali”. Con questo commento, Gianfranco Trotta, segretario generale della Cgil Calabria, ha parlato dei quattro braccianti bruciati vivi in un minivan ad Amendolara: avevano solo chiesto di essere pagati. “L’agricoltura in Calabria è piena di questi caporali – prosegue Trotta -. Peraltro qui abbiamo il fenomeno del ‘caporale di emigrazione’, perché prendono i braccianti qui in Calabria e li portano a lavorare d’estate nei campi del Metapontino, addirittura in Puglia, per poi utilizzarli di nuovo in Calabria nel momento in cui è la stagione degli agrumi”.

Le vittime sono Ullah Ismat Qiemi, di 19 anni, Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Safi Iayjad, 27 anni, e Waseem Khan, il più grande, di 29 anni. Raccoglievano le fragole nella campagna della Basilicata, sfruttati e maltrattati. I loro aguzzini, e poi anche assassini, sono Safeer Ahmed e Ali Raza, due pachistani, ora in carcere, che per punirli li hanno cosparsi di benzina per poi appiccare il fuoco con un accendino nella stazione di servizio lungo la statale 106. Solo uno si è salvato, Mohammad Taj Alamyar, 35 anni: “Ieri il superstite – ha spiegato Trotta- ha avuto modo di dichiarare che questi migranti lavoravano in un’azienda a Scanzano Ionico, in Basilicata, assunti dal 20 aprile, e non erano stati mai pagati. E la lite nasce dalle richieste di soldi, fino ad arrivare all’abominio umano. La perdita totale dell’umanità si è vista in quel filmato. Ed è chiaro che appartengono a un sistema, perché il superstite ha parlato di droga, ha parlato di pistole”, ha concluso.

Un sistema radicato

Dietro alla strage non ci sono solo i due caporali pachistani, ma un sistema radicato e ramificato, sostiene Trotta: “Sulla Strada Statale 106 basta mettersi la mattina alle quattro per capire che ci sono tanti furgoni che transitano, carichi di lavoratori, in alcuni casi regolarmente registrati che vanno a lavorare, ma in tanti altri no. Perché lo ripeto: a fronte di un caporale c’è un’azienda che si rivolge a lui. E noi dobbiamo spingere sulle aziende, sul cambio culturale di queste aziende”. Una posizione sostenuta anche dalla Flai Cgil Calabria: “La barbara esecuzione dei lavoratori è calata all’interno di un sistema più ampio, di silenzi, omertà e responsabilità”.

“Pensate veramente che due persone che vengono da fuori Italia possano gestire il caporalato in un paese senza la copertura della mafia?”, si è chiesto il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri. Non bisogna fermarsi ad identificare “i due pachistani perché bisogna dire con forza che in Calabria le operazioni avvengono se c’è la copertura della mafia. Non basta identificare chi ha dato fuoco alla macchina ma le coperture che quei due delinquenti avevano e le coperture le dà la mafia”, ha ribadito il segretario. “Mi aspetto e spero che si parli non di incidente sul lavoro, non di caporalato ma si parli di tratta degli schiavi e che si riesca ad identificare quale clan mafioso copre quei due delinquenti”.

Anche l’associazione Libera ha parlato di mafia e di come questa si nasconda dietro il sistema del caporalato. “In tutto questo hanno facile gioco le mafie: quelle internazionali che gestiscono la tratta e quelle locali che controllano il caporalato o assoldano manodopera criminale a basso costo fra i disperati. Ma a prosperare è anche un sistema di illegalità che non è mafioso in senso stretto, eppure con le mafie condivide il disprezzo per la vita umana”. “I quattro giovani lavoratori morti ad Amendolara non sono vittime di una fatalità – conclude Libera Basilicata -. Sono vittime di un sistema che continua a considerare il lavoro come una merce da comprimere, i diritti come un costo da ridurre e le persone come strumenti sacrificabili lungo la catena della produzione”.

Problema di legislazione

Anche il segretario generale della Cgil Basilicata, Fernando Mega, ha fatto appello alle istituzioni, chiedendo la convocazione urgente nella Prefettura di Matera del tavolo della Sicurezza e del caporalato: “È l’ennesima dimostrazione di come il caporalato nel Metapontino sia strutturato e radicato. Nel Mezzogiorno – ha aggiunto – siamo tornati al 1800, alla pre-industrializzazione. Il lavoro nel nostro Paese è sempre più precario e sfruttato, fino a vere e proprie forme di nuova schiavitù”. Mega ha poi criticato il decreto flussi, ritenendolo una della cause principali di questo sfruttamento: “I tragici fatti di Amendolara mettono in evidenza come il cosiddetto decreto flussi per l’ingresso di lavoratrici e lavoratori stranieri, oltre ad essere palesemente inefficace, continua a produrre irregolarità e ingiustizie. Non è mai stato uno strumento per garantire ingressi legali e sicuri perché si basa sull’incrocio tra domanda e offerta di lavoro a distanza”. La “mancanza di trasparenza – ha concluso – e l’opacità dei meccanismi di intermediazione continuano a lasciare migliaia di persone nelle mani di sfruttatori e soggetti senza scrupoli, come dimostrato dai terribili fatti degli ultimi mesi”. Un attacco arrivato anche da Usb: “Dall’introduzione della scellerata legge Bossi-Fini in poi, passando per tutti i provvedimenti successivi che ne hanno ricalcato la logica, lo Stato italiano ha scientemente scelto di criminalizzare i migranti. Legando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, queste leggi non hanno contrastato l’illegalità, ma l’hanno programmaticamente prodotta. La Bossi-Fini e i decreti successivi sono il braccio armato del caporalato – ha commentato la sigla sindacale -. Riducendo i lavoratori a ‘clandestini’ hanno tolto loro ogni potere contrattuale e la possibilità stessa di denunciare i propri aguzzini per paura dell’espulsione”.

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Zerocalcare ha ragione ma sul lavoro creativo c’è un enorme punto di domanda etico

Zerocalcare ha ragione: ma se non me lo dite, che ne so? La catena di montaggio silenziosa e anonima che tiene in piedi l’industria creativa digitale di oggi non è abituata ad alzare la testa. E la stessa struttura del lavoro è costruita in maniera tale che braccia, occhi, orecchie e cervelli vengano usati quel tanto che serve e pagati quel poco che si deve, senza impegno e senza tante storie.

Per ora non conosciamo le dinamiche della vicenda, venuta fuori da denunce anonime sui social; non sappiamo se si tratti di qualcosa di vero oppure di un caso montato ad arte. Non lo sappiamo, ma Zerocalcare ha avuto l’onestà e la sensibilità di non autoassolversi dal grande disegno, visto che di disegni parliamo, e anzi di approfittare della querelle, nella quale i soliti – a destra – stanno nuotando da un paio di giorni, per dimostrare al mondo che la gente di sinistra non esiste (è gente di destra che sfrutta il marketing del sociale) e che pure chi viene dai centri sociali è felice di sfruttare il lavoro altrui.

Il problema, appunto, è di più ampia portata e non riguarda chi fa animazioni, i fonici, gli operatori video o qualunque altra professione della catena di produzione di una serie per le piattaforme: riguarda tutte le professioni della catena. Tutte, nessuna esclusa.

Il sistema delle produzioni è lo specchio distorto dei rapporti di forza di oggi. Lavori ambiti e “cool”, pagati noccioline con la speranza del “vedrai, un giorno”, o con la disperazione del “meglio questo che lavorare in un bar”.

Quando guardiamo una serie animata di Zerocalcare, tradotta e sottotitolata in decine di lingue diverse, sullo schermo scorre il trionfo dell’ingegno italiano. Ma dietro quel prodotto “carino” e rifinito che arriva sui nostri dispositivi si nasconde un enorme punto di domanda etico: quei sottotitoli in 121 lingue, con ogni probabilità, sono costati pochi euro l’ora — diciamo 3 o 4 al massimo — a traduttori costretti a lavorare al ribasso, o a non professionisti agganciati da agenzie con sede in India, dove le tutele sindacali europee semplicemente non esistono.

Avete presente il teorema etico delle sneakers? Belle, ma costate lavoro sottopagato in fabbriche fatiscenti in qualche Paese del Sud-est asiatico? Con le dovute proporzioni, il meccanismo è lo stesso. Il costo del prodotto finale digitale lo stabiliscono il dumping salariale e la bravura nelle catene infinite di subappalti che fanno rimpallare pezzi di prodotto in giro per mezzo mondo per risparmiare quella frazione di dollaro che servirà a far scendere il costo totale.

Oggi il quadro è persino peggiore. Con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale – e vi parlo dei traduttori e di chi scrive i sottotitoli, perché è il pezzo di catena che conosco meglio – il traduttore è stato declassato a “macchina umana”: un mero certificatore di bozze generate da un algoritmo, pagato una miseria per correggere le virgole di un software.

Michele Rech ha più volte denunciato lo sfruttamento degli animatori. Eppure, per assurdo, potrebbe non sapere mai che i sottotitoli in italiano per non udenti della sua opera sono stati materialmente rifiniti dal “Secco” di turno che vive a Roma, nel palazzo di fronte al suo, ma contrattualizzato a 2 dollari l’ora da una multinazionale asiatica.

In questa giungla, i soggetti più pericolosi non sono i giganti storici, ma i nuovi arrivati. Piccole agenzie indipendenti che nessuno conosce, che cercano di farsi notare sul mercato globale offrendo l’unica cosa che le piattaforme chiedono: rapidità assoluta e compressione dei costi salariali.

Il video di denuncia di Zerocalcare sulla filiera dei disegnatori è stato un atto di encomiabile onestà. Ma di fronte alla vastità di questa catena di sfruttamento globale, che si estende dalla grafica ai sottotitoli, verrebbe da dirgli, con affetto: “A Michè, sveja!”. Il sistema che ti ospita è molto più cinico di quanto persino tu riesca a raccontare.

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“Un euro e cinquanta all’ora, pagati come in Kenya”: parlano gli operai sfruttati al cantiere del consolato Usa

“Un euro e cinquanta all’ora. Dieci ore al giorno, sei giorni su sette. Quando sono arrivato in Italia credevo che la vita fosse migliore che in Kenya e invece..”. Davanti al cantiere del consolato Usa di Milano, Joseph (nome di fantasia) si mischia tra le bandiere dei sindacati confederali che si sono date appuntamento questa mattina per protestare contro lo sfruttamento fatto emergere dalla procura di Milano. “Ci venivano a prendere dal residence alle sei del mattino e ci riportavano indietro alle sei di sera” aggiunge l’uomo che aveva già lavorato per la stessa ditta. “Sul contratto con il quale ci hanno fatto prendere il visto, lo stipendio era di 2200 euro”.

Ma la realtà è differente. E quando i sindacati hanno provato ad entrare nel cantiere sono stati respinti per “questioni di extraterritorialità”. Una situazione che secondo Fillea Cgil, Filca Cisl e Fenea Uil “non è l’eccezione ma la punta di un iceberg”. I controlli in un settore che è sempre più in espansione sono insufficienti. “Non bastano venti ispettori in tutta Milano – conclude il segretario della Camera del Lavoro di Milano Luca Stanzione – chiediamo che il governo intervenga aprendo un tavolo con noi perché solo con gli ispettori si possono controllare i cantieri. Senza gli ispettori le leggi non vengono applicate”.

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Estrazione illegale di oro in Amazzonia: le miniere abusive hanno distrutto 100mila ettari di foreste protette in tre anni

Il contesto globale di crescente instabilità geopolitica ed economica alimenta la domanda internazionale di oro, facendo aumentare la pressione sulla foresta pluviale tropicale più grande del pianeta. In Amazzonia l’estrazione illegale continua ad avanzare: in tre anni le miniere abusive hanno distrutto 100mila ettari di foreste protette. Un fenomeno reso possibile da gravi falle normative e dall’assenza di un sistema di tracciabilità efficace. Tra il 2023 e il 2025, oltre 5mila ettari di foresta sono stati distrutti dall’estrazione di oro solo all’interno di terre indigene. È quanto emerge dal report di Greenpeace Brasile “Gold Laundering in the Amazon: Anatomy of a Fraud”, che documenta come il sistema dei permessi di Lavra Garimpeira, introdotto dal governo brasiliano per consentire l’attività mineraria artigianale, venga in realtà sfruttato per riciclare oro estratto illegalmente da terre indigene e aree protette, dove questa attività è vietata dalla legge. Complice il mercato internazionale, come mostra un’indagine della Polizia Federale brasiliana che, nel 2025, ha rivelato un giro miliardario di estrazione ed esportazione illegale di oro proveniente dall’Amazzonia. Pubblicata da Repórter Brasil e diffusa in esclusiva per l’Italia da Il Fatto Quotidiano, l’inchiesta ha ricostruito il percorso di parte di questo oro illegale fino al mercato internazionale, inclusa l’Italia.

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Field Expedition in the Kayapó Indigenous LandExpedição de campo na Terra Indígena Indígena Kayapó

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Flyover Exposes over 500 Illegal Mining Barges in the Madeira River, BrazilGreenpeace flagra mais de 500 balsas de garimpo em sobrevoo no Rio Madeira

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Overflight to Monitor Illegal Mining in Indigenous Lands in the AmazonSobrevoo de monitoramento de garimpo ilegal em Terras Indígenas na Amazônia

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Illegal Mining in Munduruku Indigenous Land in BrazilMineração ilegal na Terra Indígena Munduruku (Outubro, 2021)

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Illegal Mining in the Sete de Setembro Indigenous Land, BrazilGarimpo Ilegal na Terra Indígena Sete de Setembro

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Overflight to Monitor Illegal Mining in Indigenous Lands in the AmazonSobrevoo de monitoramento de garimpo ilegal em Terras Indígenas na Amazônia

Come l’oro illegale entra nelle catene globali

Dal 1985 al 2022, l’estrazione illegale di oro è aumentata del 1.100%, con attività concentrate per il 91% in Amazzonia. “L’assenza di controlli efficaci da parte dell’Agenzia nazionale mineraria brasiliana e l’esenzione dall’obbligo di una preventiva analisi geologica – denuncia il dossier – hanno creato un ‘punto cieco’ che impedisce di valutare correttamente l’impatto dell’attività estrattiva e facilita il riciclaggio dell’oro illegale”. Attraverso hub di commercio, raffinazione e consumo, l’oro illegale entra così nelle catene globali di approvvigionamento e può raggiungere mercati come Italia, Svizzera, Francia, Germania, Canada e Emirati Arabi. In questi Paesi, una volta immesso nel sistema, diventa estremamente difficile da tracciare. Solo nel 2024, dal Brasile sono state esportate oltre 61mila tonnellate d’oro per un valore superiore a 3,9 miliardi di dollari statunitensi verso mercati di tutto il mondo.

La sentenza della Corte Suprema e i limiti del sistema

In questo contesto, mentre una legge del 2013 stabiliva una ‘presunzione di legalità’ basata sulla semplice autodichiarazione del venditore, a marzo 2025, la Corte Suprema brasiliana (Supremo Tribunal Federal) ha dichiarato incostituzionale questo principio della presunzione di buona fede nell’acquisto dell’oro. Una sentenza storica che punta proprio a bloccare il riciclaggio dell’oro di provenienza illecita proveniente dall’Amazzonia. “La decisione rappresenta un passo importante, ma non sarà sufficiente senza un sistema di tracciabilità realmente efficace lungo tutta la filiera” spiega Martina Borghi della campagna Foreste di Greenpeace Italia. “Finché il Brasile non introdurrà controlli rigorosi – aggiunge – basati su dati geologici affidabili e verifiche indipendenti, l’oro estratto illegalmente continuerà a entrare nel mercato globale alimentando deforestazione, violazioni dei diritti umani e distruzione dei territori indigeni. Anche l’Unione Europea e i Paesi importatori devono fare la propria parte, introducendo regole più severe sulla tracciabilità dell’oro e impedendo l’ingresso nel mercato europeo di metallo legato alla distruzione dell’Amazzonia”.

Le miniere fantasma, un fenomeno fuori controllo

L’indagine rivela inoltre la persistenza di ‘miniere fantasma’: permessi minerari attivi solo sulla carta, privi di attività coerente con i dati satellitari o con le verifiche sul campo, che funzionano come copertura legale per introdurre oro proveniente da altre aree, inclusi territori indigeni e zone protette. E i dati sono allarmanti: complessivamente, il 94% dei processi minerari analizzati da Greenpeace tra il 2018 e il 2026 è stato classificato come ‘miniera fantasma’ oppure operazione industriale incompatibile con il regime previsto per l’estrazione artigianale.

Gli impatti sociali e le terre indigene

L’estrazione illegale di oro ha anche gravi impatti sociali, che colpiscono in modo particolare le popolazioni indigene, con un aumento di violenze, sfruttamento economico e deterioramento delle condizioni di vita, soprattutto per le donne. Anche la contaminazione da mercurio rappresenta una minaccia: uno studio della Fundação Oswaldo Cruz nelle terre indigene del Popolo Munduruku ha rilevato che il 98,5% delle donne in gravidanza sottoposte ad analisi presentava livelli di mercurio superiori alla soglia di sicurezza, evidenziando un grave rischio per la salute riproduttiva e le generazioni future. Per contrastare efficacemente l’estrazione illegale di oro in Amazzonia, Greenpeace ritiene fondamentale rafforzare le misure normative e amministrative contro il riciclaggio, promuovendo al tempo stesso un processo di riconversione economica della regione e sostenendo attività compatibili con la foresta, che siano rispettose dei diritti umani e capaci di contrastare la povertà.

Fotocredits: Greenpeace Brasile

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Zerocalcare replica alle polemiche sulla serie: “Lavoratori sottopagati? Mi spiace non mi abbiano visto come un alleato”

“Potevo essere un alleato“. Michele Rech, in arte Zerocalcare, risponde con un video su Instagram alle polemiche emerse negli scorsi giorni dopo le accuse sulle condizioni di lavoro degli animatori impegnati nella realizzazione di Due spicci“, la terza serie animata da lui firmata per Netflix. Una polemica che oltre sui giornali è finita anche in Parlamento con un’interrogazione al ministero del Lavoro presentata dal senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri.

L’autore romano ricorda innanzitutto il suo ruolo creativo all’interno della produzione: “Mi pare abbastanza evidente che io sono l’autore della serie: vuol dire che io faccio la parte creativa, scrivo la storia, disegno i personaggi, doppio le voci. Non sono io che assumo, decido o pago chi lavora la produzione. Non ho proprio accesso a quelle informazioni, sul budget, sui contratti”. Respingendo le responsabilità che gli vengono attribuite, Zerocalcare però riconosce la necessità di affrontare le criticità che attraversano il settore dell’animazione.

Michele Rech, nel lungo video con i suoi tradizionali personaggi animati, racconta però di non aver mai ricevuto segnalazioni dirette da parte dei lavoratori coinvolti nel progetto. “Le due o tre volte che ho incontrato qualcuno allo studio loro, nessuno ha mai esposto una lamentela o detto che stava lavorando in una situazione critica“, ha aggiunto. “È ovvio che nei settori dove ti fanno i contratti per un progetto alla volta è molto difficile far valere i propri diritti e organizzare vertenze o mobilitazioni, perché giustamente uno c’ha paura che se passa per quello che pianta le grane dopo non lo richiamano a lavorare al progetto dopo. Ma proprio per questo, scusate, a me pare assurdo, se è vera tutta la situazione descritta nelle stories, che nessuno ha mai pensato di scrivermi e di chiedermi una mano“, ha sottolineato.

Per questo ammette di essere dispiaciuto “che non hanno pensato che io potevo essere un alleato, perché potevo essere proprio io che sollevavo la questione. Solo che io non è che sono telepatico, se nessuno mi dice che ci sta un problema ma io che c…o ne so. Peraltro non penso di essere una persona particolarmente inaccessibile” e “pure gli animatori stessi una volta mi hanno contattato quando il comune ha chiuso la loro sede di Pisa e, quindi, chi ci lavorava doveva andare a fare tutto da casa oppure andare a Firenze, che è lontana. Mi hanno scritto e io mi sono messo a disposizione: gli ho detto facciamo un incontro pubblico a Pisa che metta al centro quella vertenza così se ne parla in città, poi sono loro che non mi hanno più risposto”, ha aggiunto.

Zerocalcare ricorda anche di essersi “accollato qualsiasi causa in questi anni, quando c’è stato bisogno ho pure fatto saltare il banco litigando con tutti, sono diventato la caricatura delle cause perse di ‘sto Paese, ma mò figurati se non lo facevo per una cosa che ha addosso il nome mio“.

Per questo respinge le accuse che gli sono state rivolte attraverso post anonimi sui social, lamentando una discussione che, a suo dire, è stata poi strumentalizzata sul piano politico e mediatico. Zerocalcare riconosce tuttavia che molte delle questioni emerse riguardano problemi reali del settore dell’animazione e, più in generale, del mercato del lavoro contemporaneo per cui appare sempre più necessario un confronto sulle possibili forme di tutela dei lavoratori.

“Detto questo – ha continuato – molte delle cose che ho letto sono questioni reali che riguardano tutto il settore dell’animazione, anzi in realtà tutto il mercato del lavoro, perché non è che le partite IVA le hanno soltanto gli animatori. Penso sia giusto che queste istanze vengano discusse e portate intorno a un tavolo, ma io francamente non ho proprio idea di qual è la soluzione”. Si dice comunque disponibile a partecipare alla discussione, ricordando di essere parte della stessa filiera produttiva: “Penso – ha concluso – che sia giusto che pure noi ci mettiamo a disposizione. Lo dico sperando che si accolli pure qualcun altro perché mi pare che agli altri nessuno gli chiede mai un c…o. Magari per una volta, ‘sto uso strumentale del nome mio sparato dappertutto porta pure a una cosa buona“.

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Zelensky e Netanyahu: la guerra come necessità vitale

 

di Giorgio Cremaschi*

Non sappiamo quanto lui stesso sia in buona fede, ma è certo che non appena Trump prova a fare un accordo di pace con l’Iran, Netanyahu dice NO e così salta tutto. Trump deve comunque dare ascolto a Netanyahu, che vuole solo continuare ed estendere la guerra. Perché nell’amministrazione americana Israele fa parte del pacchetto di controllo, quindi decide.

Lo stesso succede all’Unione Europea con Zelensky. Non appena c’è qualche segnale di possibile dialogo con la Russia, Zelensky fa saltare tutto, contando sul partito guerrafondaio europeo e sulla stampa al suo servizio.

Sia per Zelensky che per Netanyahu la guerra è una necessità vitale. Un minuto dopo il cessate il fuoco, il loro sistema di potere entrerebbe in crisi e ben presto si sbarazzerebbe di loro. Così entrambi devono ricattare con tutte le forze USA e UE: volete la pace con Hamas e con la Russia di Putin? Allora siete dei traditori. E questo ricatto funziona, in particolare con i liberaldemocratici euroatlantici, che già hanno un DNA suprematista occidentale e guerrafondaio.

Così Zelensky può cancellare le elezioni e fare funerali di stato ai nazisti collaborazionisti dì Hitler, resterà comunque un combattente per la libertà.

E Netanyahu può compiere un genocidio, ma rimane il capo dell’”unica democrazia del Medio Oriente”. Zelensky e Netanyahu sono due farabutti che per sopravvivere politicamente devono imporre la guerra a tutti. Però chi li sostiene direttamente o indirettamente è come loro.

*Post Facebook del 31 maggio 2026

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