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Più che una band, una “Dimensione”. Eccoli i Brama mentre danno ordine al caos

Nel giro di pochi anni i Dimensione Brama sono passati dai live abusivi sui tetti di Roma durante il Covid-19 ai palchi televisivi di X-Factor, portandosi dietro un immaginario alto in cui convivono Bertolt Brecht, TikTok, David Bowie, Joy Division e i CCCP, la tragedia trasformata in contenuto e la sensazione costante che il mondo stia andando in malora. Qualcuno li ricorderà proprio per il passaggio nel talent di Sky, quando Manuel Agnelli, dopo una loro reinterpretazione degli Smiths, commentò che era come aver costruito un parcheggio sopra la sua adolescenza. Con Teatral Politik la band romana prova a dare una forma al suo caos: dentro ci sono politica-spettacolo, collasso emotivo, desiderio, alienazione digitale e una domanda che torna continuamente durante la conversazione: cosa significa fare arte oggi, in un’epoca in cui tutto sembra diventare immediatamente consumo, estetica, distrazione? Li ho raggiunti poco prima dei loro live tra Roma e Milano.

Vi definite “dimensione”, non band: state creando musica o un luogo in cui rifugiarvi per tempi meno buoni?
Entrambe le cose. L’immagine del rifugio, dell’autarchia, della città che resiste, ci appartiene molto. Stiamo cercando un modo e un senso per fare arte oggi, e questa ricerca si intreccia continuamente con una domanda: a cosa serve fare musica? E a chi serve? Il presagio di tempi più oscuri lo sentiamo tutti. Attorno a noi percepiamo un clima da ‘si salvi chi può’, ma non vogliamo accettarlo come destino. Altrimenti basterebbe cercare un lavoro stabile, una casa, accumulare denaro e chiudersi lì. Noi stiamo provando a costruire qualcosa che abbia una prospettiva più lunga.

Nel vostro immaginario convivono punk e barocco, X-Factor e Brecht: da dove nasce questa necessità di tenere insieme cose che sembrano incompatibili?
Probabilmente dal fatto che siamo un gruppo di persone diverse. Ognuno vive dentro la propria trama e tutte queste necessità finiscono per confluire nello stesso progetto. Al liceo un professore ci disse una cosa che ci è rimasta impressa: esiste una medicina per l’anima e sono le belle parole. Non solo quelle dei libri, ma anche quelle. Da lì nasce un immaginario in cui la cultura cosiddetta alta si mescola con il pop, il trash, TikTok, la psicanalisi e tutto ciò che attraversa il presente. Siamo figli del nostro tempo e passare da Brecht alla cultura pop ci sembra naturale.

Brama deriva da un termine germanico che significa “urlo”: cosa cercavate di urlare quando siete nati nel 2021?
Venivamo dalla pandemia, da un momento storico che ha lasciato un segno molto profondo. Quell’urlo era insieme liberazione, paura, rabbia. Ma dentro c’è anche il significato italiano della parola: desiderio. Un desiderio ostinato, difficile da sradicare. All’inizio eravamo un collettivo enorme, poi il progetto si è trasformato. La necessità però era chiarissima: volevamo fare concerti, stare insieme alle persone. Non siamo partiti pensando a Spotify o a X-Factor. Volevamo riunire corpi e creare comunità in un momento in cui il senso di prossimità tra gli esseri umani sembrava sgretolarsi.

Che ricordo avete del vostro primo concerto?
Il primo concerto fu completamente abusivo: fine 2021, un terrazzo nel centro di Roma, il G7 in città, gli elicotteri sopra la testa. A un certo punto arrivarono i carabinieri per fermarci, ma riuscimmo comunque a concludere il live. Paradossalmente fu proprio quella serata a farci capire la forza di ciò che stavamo costruendo.

A un certo punto siete finiti a X-Factor: vi sentite adatti a quel mondo o vi siete sentiti degli infiltrati?
Entrambe le cose. Sentivamo che quel contesto poteva appartenerci e allo stesso tempo avevamo la sensazione di essere infiltrati. Ci interessava osservare da vicino il rapporto ambiguo tra autenticità e spettacolarizzazione delle emozioni. La cosa che ci ha colpito davvero è stata scoprire quanto poco controllo abbiano i concorrenti. Più si va avanti e più ci si accorge che esiste un copione implicito, anche se nessuno lo dichiara apertamente. All’inizio ci sentivamo molto più liberi, poi arrivavano indicazioni precise: stare fermi sul palco, incarnare una certa eleganza, non essere troppo punk perché quel ruolo era già occupato, non essere troppo altro perché c’era già qualcuno a rappresentarlo. È interessante perché questa pressione non agisce soltanto sull’estetica, ma finisce per entrare dentro le persone.

E il rapporto con i giudici? Manuel Agnelli, dopo una vostra esibizione, sembrava molto contrariato…
Lì c’è stato soprattutto un equivoco. Poco prima dell’esibizione si stacca il jack della chitarra e siamo costretti a fermarci. Mentre i tecnici lavorano al problema, improvvisiamo un can can delirante in mezzo al pubblico. Per noi era un momento spontaneo, quasi clownesco. Per Manuel fu una mancanza di rispetto verso il brano che stavamo suonando, perché lui ha una concezione molto sacrale della musica. Il paradosso è che quel pezzo lo avevamo scelto per omaggiare il giornalista Ernesto Assante, che ci aveva sempre incoraggiato a partecipare al programma. Dopo la sua scomparsa siamo stati contattati dalla produzione e abbiamo vissuto tutto con un forte coinvolgimento emotivo. Quella cover era dedicata a lui.

Nel nuovo album parlate di un mondo che “va a fuoco e sembra anche bello”: quanto vi spaventa il fatto che siamo capaci di trasformare qualsiasi tragedia in estetica?
La tragedia oggi viene continuamente trasformata in immaginario. Ma nel momento in cui diventa soltanto estetica, smette di essere tragedia. Non si tratta di censurarla, ma di continuare a riconoscerla per quello che è. Il problema è che ormai la tragedia è ovunque: nei telegiornali, nei feed, nelle immagini che scorrono senza sosta. E questa esposizione permanente produce assuefazione. Forse la forma contemporanea della censura consiste proprio nel mostrare tutto, fino a rendere tutto invisibile.

Il disco si intitola Teatral Politik, come a sottolineare che è lo spettacolo ad aver preso il posto della politica…
Per esistere davvero, la politica avrebbe bisogno di capacità, profondità e lungimiranza. Qualità che sembrano rare sia nella vita pubblica sia in quella privata. Oggi i politici assomigliano sempre più a influencer. La politica sembra ormai una serie televisiva, c’è uno scollamento crescente tra rappresentazione e realtà e noi consumiamo tutto questo come intrattenimento.

Tra dieci anni, cosa sperate di non essere diventati?
Avidi. E aridi. Vorremmo soprattutto evitare di diventare la copia di noi stessi. Ci affascinano modelli come i Nomadi o i Gong: esperienze capaci di attraversare il tempo trasformandosi continuamente senza perdere la propria identità. Insomma, preferiremmo lasciare un’eredità che altri possano raccogliere e reinventare.

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🔴AO VIVO: Arraía do Bem 2026 em Goiânia

Goiânia recebe, entre os dias 5 e 7 de junho, mais uma edição do Arraiá do Bem 2026, no Estádio Serra Dourada. Com abertura dos portões às 15h e shows a partir das 18h, a programação reúne atrações musicais durante os três dias de festa.

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Flávio Bolsonaro lança jingle de pré-campanha para a disputa presidencial de 2026

A equipe de pré-campanha do senador Flávio Bolsonaro (PL) divulgou nesta sexta-feira (5) uma nova peça de comunicação voltada à disputa presidencial de 2026. O material traz a música “Vem com Fé”, apresentada como um dos elementos da estratégia para ampliar a identificação do eleitorado com o parlamentar.

Produzido em ritmo sertanejo, o vídeo reúne imagens de Flávio participando de eventos públicos, encontros com apoiadores e momentos descontraídos, incluindo registros em que aparece dançando. A letra da música aposta em mensagens de esperança e recuperação do país.

Além de destacar a trajetória do senador, o conteúdo também recupera cenas do governo do ex-presidente Jair Bolsonaro. O vídeo exibe imagens de manifestações de apoiadores, eventos políticos e momentos da família Bolsonaro reunida.

Estratégia mira fortalecimento da imagem junto ao eleitorado

O jingle foi desenvolvido pelo marqueteiro Alexandre Oltramari e pelo publicitário Rafael Rizzo, com consultoria de Eduardo Fischer, que atua na área estratégica da pré-campanha. A avaliação da equipe é de que a linguagem musical e os elementos visuais utilizados no vídeo podem ampliar o alcance da mensagem entre apoiadores do campo conservador.

A divulgação ocorre em um momento de movimentação dos possíveis candidatos à corrida presidencial de 2026, mesmo com o calendário eleitoral ainda distante. Nos bastidores, partidos e lideranças políticas já começam a intensificar ações voltadas ao fortalecimento de suas imagens públicas.

Pesquisa aponta Lula à frente em cenário de primeiro turno

Também nesta sexta-feira (5), uma pesquisa do instituto Vox Brasil apresentou um cenário de intenções de voto para a eleição presidencial. De acordo com o levantamento, o presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) aparece na liderança com 42,1% das intenções de voto em um eventual primeiro turno contra Flávio Bolsonaro, que registra 33,6%.

Os números indicam crescimento do petista em relação ao levantamento anterior realizado em maio. Na comparação entre as pesquisas, Lula passou de 34,3% para 42,1%, avanço de 7,8 pontos percentuais.

Já Flávio Bolsonaro apresentou oscilação negativa no período analisado. Segundo o instituto, o senador saiu de 36,5% para 33,6%, uma queda de 2,9 pontos percentuais.

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Shakira é confirmada na abertura da Copa do Mundo 2026

A Fifa anunciou oficialmente que Shakira estará entre as atrações da cerimônia de abertura da Copa do Mundo de 2026. O evento acontece em 11 de junho, no Estádio Azteca, na Cidade do México, uma das sedes do torneio.

A cantora colombiana dividirá o palco com o astro nigeriano Burna Boy. Os dois artistas lançaram recentemente “Dai Dai”, canção escolhida como música oficial do Mundial.

Esta será a terceira participação de Shakira em eventos ligados à Copa do Mundo. Em 2010, na África do Sul, ela conquistou o público global com o fenômeno “Waka Waka”. Já em 2014, no Brasil, foi uma das atrações da cerimônia de encerramento ao interpretar “La La La”, ao lado de Carlinhos Brown.

A abertura do torneio contará ainda com uma grande programação musical espalhada pelos três países-sede. No México, também estão confirmados nomes como Maná, Tyla, Alejandro Fernández, J Balvin, Belinda, Lila Downs, Danny Ocean e Los Ángeles Azules.

Cantora colombiana participará da cerimônia de abertura no Estádio Azteca, na Cidade do México | Foto: Reprodução

No Canadá, artistas como Michael Bublé, Alanis Morissette e Alessia Cara comandarão as apresentações antes da partida de abertura da seleção canadense. Já nos Estados Unidos, Katy Perry lidera o line-up que também terá Anitta, Future, Lisa, do Blackpink, Marilina Bogado e outros convidados.

A expectativa é que as apresentações celebrem a diversidade cultural dos países anfitriões e marquem o início de uma das maiores edições da história da Copa do Mundo.

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“Há algum pianista na sala?”: espectador substitui músico doente durante concerto

Sonho realizado durante concerto de La La Land na Austrália. Tudo porque o pianista se tinha sentido mal ao intervalo. La La Land, protagonizado por Emma Stone e Ryan Gosling, é um filme que faz homenagem a Hollywood e ao sonho de singrar nos ecrãs de cinema. Ninguém imaginava que um sonho artístico se ia realizar durante um concerto de La La Land em Darling Harbor Theatre, Sidney. O evento na Austrália estava a decorrer normalmente até ao intervalo. Mas a pausa não durou apenas 20 minutos. Passaram 40 minutos e toda a gente percebeu que algo estava a falhar

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Sonho realizado durante concerto de La La Land na Austrália. Tudo porque o pianista sentiu-se mal ao intervalo.
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“C’era molto playback. Ma era inevitabile”: Madonna e il concerto a sorpresa a Times Square per il mese del Pride e per promuovere “Confessions on a Dance Floor II”

C’era grande attesa ieri 4 giugno per l’apparizione di Madonna a Times Square, a New York, dove ha dato il via al mese del Pride. Per qualche fan è rimasto deluso per il playback della superstar della musica. La diva del pop ha cantato alcuni brani per lanciare il prossimo disco in uscita il 3 luglio “Confessions on a Dance Floor II”, come riporta il sito showbiz411.

L’artista ha proposto il nuovo brano “I Feel So Free”, il duetto con Sabrina Carpenter “Bring Your Love”, l’altro inedito del nuovo album “Love Sensation”, mentre da “Confessions on a Dance Floor” del 2005 “Get Together”, “I Love New York” e “Hung Up”.

Ma c’è chi ha storto il naso. “La sua voce suona nasale e più naturale, non così artefatta come nei suoi tanti successi del passato. Questa è la sua voce ‘vera’, nel bene e nel male. Certo, c’era molto playback. Ma era inevitabile, considerando la produzione”, scrive showbiz411.

E ancora: “Ha speso più di quanto guadagnerà? Certo, ma chi se ne importa? Non è questo il punto. Madonna vuole essere rilevante. Si sta appoggiando molto ai suoi fan gay, scegliendo il Pride Month e apparendo nei locali gay. Sembra un piccolo ritorno in termini di vendite, ma chi lo sa? In ogni caso, questo la tiene impegnata e ci regala qualche aneddoto”.

(Video TikTok @holdmymeatpurse)

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Rodrigo Santos promete festona em show no PiriBier nesta sexta (5/6)

Marcus Vinícius Beck

Rodrigo Santos promete uma festona em Pirenópolis. “A galera pode esperar os sucessos. É claro, tem um pouco mais de Barão Vermelho. Barão e Cazuza. Fui integrante do Barão por 25 anos, entre 1992 e 2017”, diz o artista, que toca e canta no PiriBier nesta sexta-feira (5/6).

Será um transe. Ou, se não for, é quase isso. Rodrigo chama esse tal de roquenrou às oito da noite com sua turnê… “A Festa Rock”! Irá pras picas, a tristeza. Sextamos. É feriado. Depois, Nando Reis manda ver um hit atrás do outro. Gabriel o Pensador, já no sábado, vem quente.

“Lancei três discos com o nome ‘A Festa Rock’ desde 2015”, conta Rodrigo. Era um projeto paralelo, extensão do show que fazia entre 2011 e 2012. Todos os volumes estão disponíveis nas plataformas digitais. “Nem tocava [naquela época] ‘Bete Balanço’, essas coisas”, declara.

Na ocasião, o público pedia sucessos de sua banda. Os rocks do Barão entraram no projeto. Pintaram também canções gravadas com Kid Abelha, com Léo Jaime, João Penca e Seus Miquinhos Amestrados e Lobão. Até músicas da Blitz. Sua passagem por lá durou um ano.

“[É] eu contando a minha história, que completa 40 anos. Misturei tudo”, explica o músico. “Comecei a tocar coisas que, pô, eu gravei no disco ao vivo do Lobão no Hollywood Rock. Coisas que gravei com o Kid no ‘Acústico MTV’. Que gravei com Leo Jaime em 86”, afirma.

O show foi pegando uma cara diferente. Rodrigo achou maneiro. As pessoas começaram a contratá-lo. Queriam curtir essa festa de arromba, essa “Festa Rock”. O músico, íntimo da estrada, dava pinta aonde fosse requisitado: podia ser em festival, palco grande, pequeno.

Repertório

Sim, seu lance é tocar. Nisso, o artista ampliou o repertório. Botou Titãs, Rita Lee, Legião. Além disso, criou uma banda com o baterista João Barone, o Call The Police (há dez anos já), que toca Police e tem em sua formação o guitarrista Andy Summers, do power trio inglês.

“Eu coloquei também, em ‘A Festa Rock’, músicas do The Police”, diz o baixista e violonista, de 62 anos. “E, aproveitando que eu tô tocando com o Barone também, tem Paralamas do Sucesso no show. O espetáculo, então, se tornou uma celebração ao rock e ao pop rock.”

Rodrigo ainda introduziu ao repertório os anos 1990 — “pessoas que foram influenciadas pela gente, pelo Barão, pelos artistas com os quais eu toquei”. “É um show-DJ em que eu praticamente sou um DJ em formato banda e em formato power trio, às vezes quarteto.”

Nascido no Rio de Janeiro, em 1964, o músico se assume eclético. Ouve música desde os cinco, seis anos. Aos onze, apaixonado por Beatles e Bob Dylan, iniciou-se no violão. Pirou legal. Pouco tempo depois, passou a ter aulas com o compositor paraense Nilson Chaves.

“Sabia tudo de MPB”, atesta Rodrigo, cujo estudo o levou a tirar canções de Gilberto Gil, Caetano Veloso, Chico, Milton Nascimento, Clube da Esquina, Novos Baianos, Secos e Molhados. “E assim foi com o violão e com o baixo. Mas, no baixo, eu fui autodidata.”

Rodrigo criou linhas de baixo que marcaram rock brasileiro

Ouvido atento: Rodrigo se diz baixista eclético – Foto: Divulgação

Foram cinco aulas com Nico Assumpção. Tratava-se de um músico respeitado: tocava com Milton. Rodrigo se recorda de vê-lo em shows instrumentais, de jazz. Tudo ao ar livre, suave, no Parque da Catacumba. Até o início dos anos 80, havia pouco espetáculo de rock no Rio.

Ao mesmo tempo em que enlouquecia ouvindo Led Zeppelin, sacava música brasileira. “Minhas influências de baixo, no Brasil, eram Liminha, Dadi, Didi Gomes, irmão do Pepeu, Arnaldo Brandão, que acompanhou o Caetano em A Outra Banda da Terra”, revela.

Rodrigo tinha um ouvido atento. Escutava de tudo: The Smiths, U2, The Cure, Men At Work, Police. Mas também Bill Haley, Chuck Berry, as orquestras de jazz, tal e qual Louis Armstrong e Ella Fitzgerald, bem como a tropicália, o rock progressivo e os trovadores.

“No meio dos anos 70 pro final, começou a aparecer uma outra galera, que é a galera do punk, do gótico. New wave era uma mistura de tudo um pouco”, contextualiza. “Você via uma coisa no The Cure, no Smiths outra, New Order, Joy Division, Echo & the Bunnymen.”

Tudo isso se via na geração 80. Rodrigo chegou ao João Penca e Seus Miquinhos Amestrados tendo uma sólida escola de new wave. “Foi muito bacana tocar com os Miquinhos”, afirma, destacando a diversão e o humor inteligente característicos do grupo liderado por Leo Jaime.

De miquinho amestrado a rock estrela — tocou com Leo —, Rodrigo acabou no Lobão. “Ele me chamou quando o Léo Jaime parou e tirou férias. Tinha visto um show meu com o Leo no Maracanãzinho, no Festival Alternativa Nativa, em 88. Gravei quatro discos”, revela.

Sob o sol de Parador

Um deles em Los Angeles (EUA): “Sob o Sol de Parador”, de 1989. Produzido por Liminha, a obra traz “Essa Noite, Não (Marcha a Ré em Paquetá)”. Rodrigo recorda que Lobão e a banda tocavam essa música nos aeroportos: “A gente levava sempre um violão a tiracolo.”

Os artistas costumavam levar um som no saguão do aeroporto às três da manhã, esperando o voo da madrugada: “Tinha muito voo madrugadão antigamente.” De acordo com o baixista, ficava mais barato fazer uma turnê dessa forma, ir para o Nordeste e Norte.

Quando se iniciaram os ensaios, Rodrigo estava com a ideia da linha de baixo em sua cabeça. “É meio que um reggae sem ser reggae, né? Ela não tinha uma estrutura de reggae e ela tinha uma parte B que caía como se fosse um Neil Young e tal. Aí eu fui no meu instinto mesmo, criei um baixo que soasse junto com a divisão do violão. Foi meio isso.”

No Hollywood Rock, em São Paulo, os artistas do Barão Vermelho viram a apresentação de Rodrigo Santos com Lobão. Após o show, numa festa no Hotel Hilton, o empresário Duda Ordunha convida o músico para se juntar aos barões. Dé Palmeira estava pra deixar o baixo.

Rodrigo, contudo, hesitou: “pô, Duda, não dá pra sair.” Dadi Carvalho, que tocara com Mick Jagger, ex-A Cor do Som e Novos Baianos, substituiu Dé no Barão. Gravou “Na Calada da Noite”, mas recebeu convite de Caetano para acompanhá-lo em turnê, ao qual disse “sim”.

Músico virou membro do Barão Vermelho em 1992

Contracapa do LP “Supermercados da Vida”, lançado em 92 – Foto: Flávio Colker

Às oito da manhã, o telefone tocou. Rodrigo atendeu: era o baterista Guto Goffi. À tarde, foi ensaiar para o repertório do LP “Supermercados da Vida”, lançado em 1992. O Barão, nesta época, rodava o país com a turnê — uma porrada! — em que celebrava seus 10 anos de vida.

“Umas duas semanas depois do primeiro ensaio, tinha show do Barão marcado no interior de Minas, se não me engano”, lembra o artista. “Eram os shows que o Dadi não poderia fazer. Foi antes do Imperator, no Rio.” Rodrigo tirou o repertório a partir de uma fita cassete.

De cara, houve sintonia entre ele e os barões. A banda começou a ter backing vocals, pois a voz do baixista combinava com a do vocalista e guitarrista Roberto Frejat. No disco “Carne Crua”, de 1994, o músico assinou, junto de Frejat e Dulce Quental, a faixa “Vida Frágil”.

“Ela tinha me mandado a letra e eu tinha feito um rock’n’roll. Um rock com riff. E tinha mostrado isso pro Frejat. Eu falei: ‘Pô, quer fazer comigo?’ E aí, beleza. Eu tava com outras canções que não mereciam entrar, não quis mostrá-las. Aí eu mostrei essa, ele gostou”, diz.

Rodrigo foi ao estúdio de Frejat. Lá, levaram um som. Quando chegou a hora do ensaio, os seis barões juntos trouxeram a música para um outro lado. Segundo o baixista, a composição estava indo para uma direção mais Doobie Brothers, com guitarras dobradas em terças.

Entrou a percussão, um suingue a mais. “Eu também fui participando disso e achando legal, criei um baixo diferente, porque eu e o Frejat, a gente tinha criado a música, parte A, B e C.” Os músicos mantiveram a estrutura melódica e harmônica, mas mudaram o arranjo rítmico.

No estúdio com os barões

“Ficou sensacional”, avalia Rodrigo Santos. “Criei um baixo do qual gosto muito. O diálogo da gente sempre foi apresentar a canção e, no estúdio, ela criar a própria vida com a soma dos seis. Cara, nós seis tínhamos uma química muito boa de composição e de arranjo.”

Durante as sessões de “Carne Crua”, Rodrigo teve a ideia do backing vocal para a canção “Meus Bons Amigos”. “O amor sem fim…. Aquela terça não tinha. E eu escutava vocais na minha cabeça em algumas músicas. Aí cheguei para o Paulo Junqueira, que produzia o disco. Falei: ‘Cara, eu posso experimentar um negócio lá no estúdio?’”, recorda-se o músico.

Junqueira rebateu: “Não, a música tá pronta, tá pronta.” Rodrigo, então, argumentou: “Cara, eu fico escutando uns backing vocals na minha cabeça. Deixa eu testar um negócio aqui.” O produtor, por fim, cedeu: “Vai lá.” “Quando eu botei o ‘amor sem fim’, que a música subiu, ele apertou o talkback, eu de fone ainda, e falou: ‘Mais 100 mil cópias vendidas.’ Todo mundo que tinha ideia no Barão era assim: vai lá, cara, executa a tua ideia aí, a gente vê.”

No CD “Puro Êxtase”, de 1998, o baixista escreveu a canção “O Sono Vem”. Ele a criou quando conhecera a sua esposa. “Eu a conheci e tal e eu queria encontrá-la, eu não conseguia parar de pensar nela. E depois não conseguia dormir por causa disso também, apaixonado.”

“E eu falei: ‘pô, se eu parar de pensar em você, o sono vem.’ Escrevi essa frase. Tava ouvindo muito U2 na época. Aí eu compus essa música e botei na minha secretária eletrônica para não esquecer. Deixava ali no violão pra lembrar. Não tinha gravadorzinho”, revela Rodrigo.

Foi gravada numa demo de voz e violão. Rodrigo apresentou a música para Frejat, que já chegava com guitarra e uma bateria eletrônica. “Cada um fazia do seu jeito”, conta. O cantor gostou. Levaram-na ao Barão: “cara, o repertório era votação, né?”. Suave, todos gostaram.

Na década de 90, o Barão explodiu. Duplo platina. Houve ainda o “Álbum”, de 96, bem como o ‘Balada MTV’, de 99. “Foi uma coisa espetacular. Teve ainda o lance dos Stones [o Barão abriu os cinco shows do grupo londrino no Brasil, em 1995]”, rememora o baixista.

Em São Paulo, os cariocas tocaram sob uma chuva torrencial no estádio Pacaembu. “A gente foi tocando, chovendo. Os instrumentos todos pararam”, relata Rodrigo. E ainda faltavam duas músicas. E todo mundo gritando debaixo de uma ducha gigante. “Porra, a plateia inteira dizendo: ‘Barão, Barão.’ Por conta da nossa ali raça tocando”, revive Rodrigo.

Barão tirou férias para Frejat se dedicar à carreira solo

Barão após show no Circo Voador: banda gravou em 2005 primeiro DVD – Foto: Fotonauta

A partir de 2001, o Barão Vermelho tirou férias. Frejat queria se dedicar à carreira solo. “Vira um outro Barão, outro momento da vida, uma coisa mais esporádica, para, volta e tal”, comenta Rodrigo Santos. O grupo se juntou em 2004. Foi quando o CD “Barão Vermelho”.

“Neste disco, a gente chegou com umas 30 músicas”, conta. “Cada um chegou com, sei lá, 10 músicas, muitos parceiros, todo mundo compondo com todo mundo.” Rodrigo é autor de três faixas. “Tinha uma quarta, ‘O Estrangeiro’, que eu havia feito com Maurício Barros e Mauro Santa Cecília e que acabou indo para o meu disco solo, meu primeiro disco solo.”

Na volta do Barão em 2017 — sem Frejat nos vocais —, Rodrigo também compôs com os barões. “Eu compus várias músicas também, todo mundo, eu, Suricato, o Maurício, o Guto e tal, já sem o Frejat, né?”, diz. Rodrigo Suricato virou frontman, além de assumir a guitarra.

“E acabou que eu saí do Barão em novembro, né? Antes de sair qualquer disco autoral do Barão, eu lancei no meu disco de 2019 uma música minha com o Suricato. ‘Um de Nós’, o nome da música. E ficou bem bonita”, afirma. “Ela ia para o disco do Barão, que foi lançado autoral depois que eu já tinha saído. É o ‘Viva’. Talvez essa música estivesse nele, não sei.”

Rodrigo decolou como artista solo. Hoje, ele percorre o Brasil. Onde passa, leva “A Festa Rock”. Além disso, anda pelo mundo com o Call The Police, interpretando o repertório da banda inglesa ao lado do guitarrista Andy Summers e do baterista João Barone. Superou o vício em álcool e drogas. Dá palestras, conselhos. Nunca se esqueceu de seus bons amigos.

Em breve, o artista lança “Rodrigo Santos Canta Nelson Motta”, com direção musical do compositor e produtor. No PiriBier, Rodrigo estará acompanhado de dois músicos goianos: Ingrid Lobo, guitarra e backing vocal, e Pedro Brito, bateria. Pode anotar: será uma festona.

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A giugno apre a Bari il Centro Europeo Ricerche Musicali, il fondatore: “Sarà un acceleratore professionale per tutto il territorio”

Da giugno a Bari suonerà una melodia diversa. Nel capoluogo pugliese aprirà il Cerm, Centro Europeo Ricerche Musicali, un istituto di formazione, un luogo dove i giovani potranno studiare l’universo della musica e il suo funzionamento. Fondato e diretto da Antonio Princigalli, il Centro vuole essere un “acceleratore professionale, creativo e culturale”, come lo definisce lui stesso, un’occasione per apprendere, condividere e sviluppare le conoscenze relative a ogni aspetto dell’ecosistema del settore e dove favorire la crescita occupazionale.

I primi corsi istituiti per l’anno accademico 2026/2027 saranno presentati agli open days previsti il 13, 20, 27 giugno e il 4 luglio. Si tratta di Music Business e Management, con Dino Lupelli e il contributo di oltre trenta docenti; Fundraising e relazioni istituzionali, coordinato da Silvia Tarassi; From Sound to Story, dove Dario Tatoli sarà un maestro per chi vuole imparare a raccontare storie tramite il suono; Tecnico/a Audio Video Luci; Oltre l’Oriente immaginato, nel quale Nabil Bey Salameh offrrirà una panoramica critica e approfondita del mondo arabo attraverso la musica; e infine il Corso Popolare di Chitarra grattugiata in cui Massimo Zamboni suggerirà un “manuale d’istruzioni per sopravvivere suonando”.

“Il sistema musicale va rigenerato di continuo”. spiega Princigalli al Corriere della Sera. Serve immettere nuova linfa vitale in un settore in “netta involuzione a livello nazionale e regionale”, anche perché, come racconta, “ho sempre considerato quello musicale un sistema produttivo che, come gli altri, sopravvive e si sviluppa solo se c’è una ricerca continua, se c’è nuova produzione, nuovi ricercatori, nuove aziende”. Una mancanza di cui invece il manager si è accorto circa dieci anni fa: “In Italia e nella nostra regione (la Puglia ndr) c’è un tappo generazionale gigantesco”, conclude.

Il Cerm darà quindi vita a un vero punto di riferimento per la musica sul territorio, attraverso corsi, seminari, masterclass e workshop. Un’iniziativa che ha già avuto un grande seguito con più di venti partner tra festival, agenzie, centri di produzione ed etichette. Si tratta di alcune delle realtà più vivaci del panorama nazionale e regionale: secondo l’Osservatorio culturale della Puglia, nel 2024 nelle Regione i soli festival ed eventi musicali hanno creato oltre 1.200 posizioni lavorative stagionali. Occorre quindi avere figure professionali sempre più specializzate per un settore chiave nell’economia del territorio. Su questa scia, oltre allo studio, ci sarà in parallelo l’attività di ricerca, motivo per il quale è stato istituito un fondo aperto all’implementazione da parte di enti pubblici e soggetti privati con il quale si promuovono e sostengono la produzione creativa di artisti emergenti. Ci si dedicherà anche allo studio del patrimonio musicale materiale e immateriale e ai progetti sull’evoluzione dell’ecosistema musicale in tutte le sue declinazioni, con un focus specifico sullo sviluppo dell’ecosistema locale. A gennaio 2027 saranno pubblicati i primi avvisi di borse di ricerca.

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“Ad Amici ho stretto fortissimo la mano a Maria De Filippi perché non ci credevo. Le accuse di omofobia a Riccardo Stimolo? Si è scusato, è buonissimo. C’è la guerra, ma siamo speranzosi”: parla Elena D’Elia

Si intitola “Non è mica fantasia” il nuovo singolo di Elena D’Elia, finalista di “Amici di Maria De Filippi“. L’inedito dà il nome all’Ep, in uscita il 12 giugno nella versione fisica.

Com’è stato il post “Amici”?
Quando mi sveglio la mattina, mi guardo allo specchio e dico ‘Oddio! In che senso?’. Ancora sono un po’ incredula per tutto quello che ho vissuto. Mi porto tanto dietro i rapporti con tutte le persone che ho ‘coltivato’, ho accudito lì dentro. Mi porto tutte le forti emozioni, perché la bellezza di fare un percorso del genere ti fa vivere una quantità di emozioni folli e tante, concentrate.

Qual è il tuo ricordo più intenso?
Quando ho preso la maglia dorata della Finale. È stato proprio un lasciare scorrere le emozioni, tutto dopo aver scalato una montagna altissima. È stato bello guardarmi lì, in mezzo allo studio che tremava e che diventa tutto dorato mentre stringevo fortissimo la mano fortissima a Maria De Filippi per rendermi ancora più conto che stava succedendo davvero.

Un ricordo negativo?
Dopo aver vissuto queste esperienze così piene e forti, usciti fuori dalla scuola ‘rallenta’ tutto ed è straniante. A me piace sempre fare moltissime cose. Sono tornata a Firenze, ho ultimato il disco, ho avuto tempo per riflettere e per assorbire tutto.

Ci sei riuscita?
Non sono riuscita ad assorbire ancora tutto molto bene, ma penso che sia anche il bello di lasciare un po’ scorrere le emozioni e non metabolizzare tutto al 100%.

Cosa hai capito?
Sono incredula, ma consapevole del percorso fatto di crescita, della tanta voglia di fare che mi rimane sempre in corpo, da sempre da quando sono piccola.

Cosa ne pensi della vittoria di Lorenzo?
Sono felicissima perché è un fantastico artista. Molto giovane, ma anche tanto maturo anche per la sua età. Gli voglio tanto bene e gli auguro tutto il meglio, perché è tutto meritato. Ero affascinata da qualsiasi cantante o ballerino lì dentro perché erano mossi da tanta passione. Stare in mezzo alle ambizioni degli altri così è sempre stimolante. 
E io spero di non essere stata da meno.

Tra i brani di questo disco c’è “Non è mica fantasia” e tra gli autori di questo disco c’è Riccardo Stimolo. Come mai avete deciso di scrivere una canzone insieme?
Questo brano è nato assieme a Riccardo e Lorenzo ed è nato da una semplice domanda. A Riccardo voglio tanto bene e penso abbia anche una bellissima con una forte qualità interpretativa. Anche lui si merita veramente di raggiungere tutto quello che si è prefissato e tutto quello che si immagina dalla vita. Siamo stati compagni di squadra, uniti nelle vittorie e nelle sconfitte.

Riccardo è stato accusato di omofobia per alcune sue vecchie frasi. Come l’hai vissuta?
Non è come lo hanno descritto e penso che la vicenda sia tutta sbagliata.

Perché?
Ha ammesso i suoi errori, ha capito e posso confermare che è assolutamente lontano dall’idea di quello di cui è stato accusato. Ha vent’anni ed è mosso da tanta bontà. Ha tanto amore da dare e quindi mi viene da dire solo questo su di lui. A me, come a tutti i nostri compagni, non è mai stata sfiorata l’idea per un attimo che fosse omofobo. È una accusa che non lo rappresenta proprio e può confermarlo chiunque entra in contatto con lui e lo conosce un minimo. Sbagliamo tutti nella vita e l’importante è riconoscerlo e non rifare gli stessi errori.

Canti: “Siamo giovani, lasciateci stare, siamo fatti per immaginare”. Difficile farlo per il clima di guerre e di odio che ci circonda?
È proprio per questo che canto quei versi. È importante che ci sia spazio per sognare, per amare, per sbagliare, per rialzarsi, per vivere la vita proprio in questo periodo così buio. C’è anche tanto vuoto attorno…

Come mai?
Siamo un po’ figli della ‘tecnologia’ che ci apre però a mondi sconosciuti, di solitudine… Per questo, secondo me, dobbiamo sempre essere aperti ad esprimerci, lottando per avere un qualcosa da dire, di avere un qualcosa da sognare nonostante il contesto.

Pensi davvero che possa esserci un mondo migliore per voi?
La speranza è l’ultima a morire, si dice, fino a quando possiamo crediamo nel meglio, perché siamo noi che siamo al comando del nostro pensiero e quindi se possiamo farlo ben venga.

In “Wanda” dici: “Volevo interrogarmi, gli errori sono tanti”. Ne hai fatti già così tanti nonostante la tua giovane età?
Eh per miei vent’anni sono tanti (ride, ndr). In tanti momenti della mia vita avrei voluto reagire in maniera diversa. C’è stato un momento in cui ho rallentato tutto perché avevo vissuto delle delusioni e avevo sbagliato nel giudizio di determinate persone, il che mi ha portato a tutto questo, ad attutirmi un po’ nei confronti non della vita. Avrei voluto non sbagliare, ma in realtà no perché se non avessi mai sbagliato non sarei mai cresciuta. E quindi mi interrogo sugli errori che sì, sono tanti, ma poi ricomincio a vivere.

in “Lolita” parli di aspettare il karma. Ti riferisci a chi ti ha deluso?
Si dice’ non fare agli altri quello che non vuoi venga fatto a te stesso’. Ci credo tanto perché se semini del male, tante volte è difficile raccogliere il bene.

L'articolo “Ad Amici ho stretto fortissimo la mano a Maria De Filippi perché non ci credevo. Le accuse di omofobia a Riccardo Stimolo? Si è scusato, è buonissimo. C’è la guerra, ma siamo speranzosi”: parla Elena D’Elia proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Cinque Vasco Rossi appaiono in giro per le città italiane: 5 come 50 anni di carriera. Arriva l’annuncio dei più eventi del 2027 per 500mila persone?

Non uno, ma ben cinque Vasco Rossi sono apparsi sui manifesti elettronici di oltre venti città italiane da Milano a Roma, da Bologna a Napoli. Cinque espressioni del rocker a raffigurare le sue molteplici anime, cinque come cinquanta il numero degli anni di carriera che il prossimo anno l’artista si appresta a festeggiare “con più eventi per oltre 500mila persone”.

L’iniziativa diffusa compare mentre il tour 2026 entra nel vivo, dopo la data zero di Rimini, e si prepara a fare tappa a Ferrara, dove il 5 e 6 giugno sono attesi 120mila spettatori al Parco Urbano G. Bassani. Nessuna comunicazione ha accompagnato la comparsa delle immagini, il che ha naturalmente alimentato le interpretazioni più varie da parte del pubblico.

Sul profilo ufficiale del cantante invece qualche considerazione sul tour iniziato da Rimini con la data zero: “Giugno, ormai, arrivano due cose sicure: il caldo… E i concerti di Vasco. Quest’anno il tour sarà all’insegna della provocazione. Ironica. Feroce. Rock. Per sdrammatizzare… O forse per esorcizzare questo periodo storico così buio, pieno di odio, violenza e paura.

E ancora: “Noi continuiamo a considerare la musica e i concerti una forma di resistenza attiva. Contro la paura. Contro la violenza. Contro la legge del più forte. Quella esercitata brutalmente tra guerre di conquista e sterminio da arroganti prepotenti e sociopatici individui a capo di immense potenze. E allora noi rispondiamo così: con le canzoni. Con migliaia di persone insieme. Con la vita. Con un po’ di sana, scandalosa, felicità collettiva”.

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Il tribunale social prende di mira Tiziano Ferro dopo l’inizio del suo tour: ora tocca a noi fan supportarlo

di Laura Ruzzante

La “data zero” è, da sempre, un patto di sangue tra l’artista e il suo pubblico. Non è la perfezione della prima alla Scala; è il motore che si scalda, la carne viva che si rimette in gioco. E a Lignano Sabbiadoro, davanti a un colossale, monumentale schermo di 60 metri che tagliava il cielo, Tiziano Ferro ha fatto esattamente questo: ha rimesso in gioco la vita. Dopo gli anni bui, i problemi di salute, il dolore lacerante di un divorzio sbattuto in piazza, il “Sono un grande” tour è partito. E puntuali, immancabili, tragici come una cambiale scaduta, sono partiti anche i cecchini del web.

La gogna dei mediocri

Il tribunale dei social, quella fogna a cielo aperto dove chiunque si sente autorizzato a fare il critico musicale, il dietologo e il confessore, ha emesso la sua sentenza preventiva: “è sovrappeso”, “ha il fiatone”, “ha perso la voce”. La fiera della meschinità. Gente che fatica a fare le scale di casa che pretende la perfezione atletica da un uomo che ha passato l’inferno e ha avuto il coraggio di ripresentarsi su un palco.

Siamo alle solite: “Le persone ti perdonano tutto, tranne il successo”, diceva il saggio. È il cancro della gogna social, quel bullismo digitale che, nei casi più tragici, spinge le persone al baratro. Ma la dinamica psicologica di questi leoni da tastiera è tanto feroce quanto ridicola: se incontrassero Ferro per strada, quegli stessi odiatori seriali sarebbero i primi a calare le braghe, a sfoderare il sorriso migliore e a mendicare un selfie da esibire come un trofeo.

L’anima contro l’algoritmo

Parliamoci chiaro, con la schiettezza che si deve alla verità: è stato un concerto perfetto? No. Ci sono state sbavature? Sì. Ma è stato un problema? Nemmeno per idea.

In un’epoca musicale desolante, dominata dall’autotune che rende i cantanti tutti simili a robot da catena di montaggio, in un mercato saturato dai vari Bangaranga che vincono l’Eurovision all’insegna del rumore e della provocazione spicciola, uno come Tiziano Ferro è un patrimonio dell’umanità pop. Ad avercene, di artisti così. Musicisti che sul palco non portano una chiavetta Usb con le tracce pre-registrate, ma portano il cuore. Tiziano dà tutto: ride, piange, esulta, arranca, risorge. E, soprattutto, emoziona. Fa sorridere il cuore.

Un abbraccio collettivo

Dietro i numeri di una scaletta stordente, che fila via come la colonna sonora della nostra giovinezza — da Sere nere a Non me lo so spiegare, da Xdono a La fine, passando per la potenza emotiva de Il conforto e Accetto miracoli — c’è la storia di un uomo che ha deciso di non nascondersi. Ed è qui che la critica deve fermarsi per lasciare spazio all’empatia, all’umanità profonda che da sempre unisce un artista vero a chi lo ascolta.

Tiziano ci ha regalato testi indimenticabili, ha dato voce ai nostri silenzi, ha curato le nostre ferite quando eravamo noi a non sapercelo spiegare. Ora i ruoli si invertono. Un uomo che ha sofferto così tanto e che si rimette davanti a uno stadio merita ammirazione, rispetto e supporto. Non i pollici versi di quattro frustrati. Adesso sta al pubblico, quello vero, fare da scudo. Sta a noi stringerci attorno a lui e restituirgli, con gli interessi, la vicinanza di cui ha bisogno per tornare a essere quel gigante che non ha mai smesso di essere. Il resto è solo rumore di fondo.

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È morto Peabo Bryson, la voce della colonna sonora di “Aladdin” e “La Bella e la bestia”. Pilastro del Rythm and Blues americano. La famiglia: “Ha avuto un ictus”

La sua voce e le sue canzoni hanno incantato i fan dei capolavori della Disney come “Aladdin” e “La bella e la bestia”. Oggi quella voce si è spenta. Peabo Bryson, tra i pilastri del Rythm and Blues americano, è morto martedì 2 giugno a Marietta, nello Stato della Georgia, all’età di 75 anni. La famiglia ha annuciato il decesso, spiegando che il cantante è morto a causa delle complicazioni seguite a un ictus che lo ha colpito lo scorso fine settimana.

“Siamo profondamente commossi dall’affetto, dalle preghiere e dal sostegno ricevuti da fan, amici e colleghi di tutto il mondo – ha dichiarato la famiglia in una nota – Sebbene i nostri cuori siano spezzati, troviamo conforto nel sapere quanto Peabo fosse amato e quante vite abbia toccato con la sua voce e il suo spirito generoso. La sua eredità musicale vivrà per generazioni”.

Negli ultimi anni aveva affrontato seri problemi di salute. Nel 2019 era sopravvissuto a un grave infarto che lo aveva lasciato clinicamente morto per quasi trenta minuti. Dopo quella esperienza aveva scelto di dedicarsi maggiormente al benessere fisico e alla salute, continuando comunque a esibirsi dal vivo. Solo poche settimane fa aveva tenuto un concerto in Georgia, nell’ambito delle celebrazioni per i suoi cinquant’anni di carriera.

Tra i successi “Tonight I Celebrate My Love” e “If Ever You’re in My Arms Again”. Poi i due classici Disney, entrambe vincitori del Golden Globe e dell’Oscar per la migliore canzone. Nel 1992 l’apice della popolarità con “A Whole New World”, interpretata insieme a Regina Belle per il film d’animazione “Aladdin”. Il brano conquistò le classifiche, diventando uno dei simboli musicali dell’epoca.

L’anno successivo Bryson vinse il primo Grammy Award grazie al duetto con Céline Dion in “Beauty and the Beast”, canzone portante del film di animazione “La Bella e la Bestia” (1991). Nel 1994 arrivò il secondo Grammy consecutivo proprio per “A Whole New World” (nella versione in italiano della colonna sonora di “Alladin” il titolo della canzone è “Il mondo è mio”).

Il nome completo è Robert Peapo Bryson ed è nato il 13 aprile 1951 a Greenville, nella Carolina del Sud. L’artista sviluppò fin dalla più tenera età una profonda passione per la musica, coltivata grazie all’influenza determinante della madre, che lo introduceva regolarmente al mondo dei concerti. Nell’adolescenza, aveva maturato la ferma convinzione di voler dedicare l’intera esistenza alla musica, una scelta coraggiosa che non mancò di suscitare le preoccupazioni della famiglia, consapevole delle insidie e delle incertezze che il mondo dello spettacolo riserva.

Mossi i primi passi nel panorama musicale come corista in diversi ensemble, decise in seguito di semplificare la grafia del suo secondo nome, adottando la forma “Peabo”, più immediata e d’impatto. Nel 1967 siglò il suo primo contratto discografico, un traguardo che aprì le porte a una carriera destinata a lasciare un segno indelebile nella storia della musica. Il debutto ufficiale come artista solista giunse nel 1976 con la pubblicazione dell’album “Peabo”, cui fecero seguito i fortunati lavori “Reaching for the Sky” e “Crosswinds”, entrambi insigniti della prestigiosa certificazione disco d’oro, a testimonianza del rapido e meritato consenso riscosso dal pubblico.

Tantissimi duetti nel corso della carriera: Minnie Riperton, Natalie Cole, Roberta Flack, Regina Belle, Melissa Manchester, Deborah Gibson e Linda Eder.

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Caro Rino ti scrivo, così mi distraggo un po’: ho il magone a pensare che non ci sei più da 45 anni

di Eugenio Lanza

Caro Rino ti scrivo, così mi distraggo un po’. Perché a pensare che questo 2 giugno sono 45 anni che non ci sei, un po’ mi viene il magone, e allora tanto vale parlarti direttamente.

E confessarti che questa triste ricorrenza mi fa così male anche perché non ti ho mai incontrato. Non t’ho mai potuto dire che avrei voluto un amico come te, e oggi non posso dirti che nel ‘79 avevi ragione, quando proferisti parole pesantissime durante un concerto. “C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio. Io non li temo. Non ci riusciranno. Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni. Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno che cosa voglio dire questa sera”.

È vero, non ci sono riusciti. Anche se tu, delle cose sbagliate di quell’Italia, conoscevi anche quelle occulte.
Sapevi dove si trovasse la sede della P2 prima che venisse scoperta, e che il suo maestro venerabile fosse l’ex direttore commerciale della Permaflex Licio Gelli, tanto per dirne una. Sta di fatto che l’8 gennaio del 1979 venisti scagliato contro il guard-rail da un fuoristrada che correva contromano, e ti salvasti per miracolo, all’interno della tua amata Volvo. Ditta da cui ti affrettasti a ricomprare un nuovo modello, che divenne la tua ultima casa quando alla fine un altro “incidente” riuscì ad esserti fatale. Ma io voglio ricordare quel che sei stato prima.

Nato a Crotone e vissuto a Roma, hai sempre amato quella vita spezzata così presto, riempiendola di colori. Tanto che quando tuo padre ti assicurò un grigio posto fisso in banca tu rifiutasti, pretendendo fiducia nelle tue capacità. Dimostrate in un tempo piccolo ma denso, scandito dai tuoi sei album.

Nel 1974 l’esistenzialista Ingresso libero, con cui ci hai fatto entrare nel tuo animo sensibile e riflessivo. Chiuso con L’operaio della Fiat la 1100: dove la follia di vivere per il padrone è punita con un contrappasso: trovarsi l’auto bruciata da qualche altro folle. Nel 1976 l’improvviso successo, con uno dei dischi più belli di sempre: Mio fratello è figlio unico. Nella cui title track dichiari il tuo amore a tutti i Mario del mondo: quei battitori liberi dall’animo fragile, ma incapaci di accettare le ingiustizie che la gente fingeva di non veder più.

Nel 1977, con Aida, sei passato dall’introspezione all’attacco, facendo a pezzi quell’Italia che avresti voluto diversa. Senza smettere di chiederti, escluso il cane, chi è che ci dice “ti amo”. L’apice del successo nazionale arriva con Nuntereggae più, nel 1978. L’album più diretto e aggressivo di tutti, ma anche il più adatto alle radio. Tanto che, con Gianna, arrivasti terzo al Sanremo ’78. Infine, nel 1979 Resta vile maschio, dove vai?, e nel 1980 l’ultimo album: E io ci sto. Nuovi nemici, stessa energia.

E chissà quante altre intemerate avresti scritto oggi, in un mondo crudele quanto ieri, ma immerso nel silenzio assordante d’una musica che non se ne preoccupa più. Pensa che c’è addirittura qualcuno, tra i tuoi seriosi ex colleghi, che adesso ha elevato l’ignavia a valore morale da custodire, e addirittura indispensabile per un cantautore. Penso proprio facessi bene a sbertucciarli, perché privi di quel coraggio necessario a dire sempre quello che si pensa, anche a costo di morire come hai fatto tu. Servirebbe oggi un artista così coraggioso, al posto di chi ama abbandonarsi a una vacua malinconia, o alla risibile imitazione di disimpegnate pose statunitensi.

Prima di salutarti, Rino, voglio ringraziarti per l’unica tessera che manca in questo magnifico puzzle. Il 1975, che dedicasti a una canzone sola. Mi capita di alzare gli occhi e cercarti, soprattutto nelle giornate storte. Quelle in cui vorrei accartocciare l’esistenza e ricominciare da capo, come capita a tutti. Allora mi metto un paio di cuffie e ascolto i tuoi consigli, realizzando che mi manca solo un po’ della tua filosofia. E alla fine me lo ricordo. Che per quanto nera possa apparirmi una situazione, Il cielo è sempre più blu.

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Noa: “Rispetto l’opinione di De Gregori, ma non può dire agli altri cosa devono fare. Springsteen è un eroe, che rischia la vita. Netanyahu è una maledizione per il mio popolo, Ben Gvir è un mostro”

Noa, partiamo da quella sera. 4 novembre 1995, Tel Aviv, la manifestazione per celebrare gli Accordi di Oslo. Sono le 21.30.
“Avevo cantato, ero già scesa dal palco per dare un abbraccio e un bacio a Yitzhak Rabin. Il premier sale su per fare il coro, stonatissimo e imbarazzato, in ‘Shira LaShalom’ con Miri Aloni, che aveva reso famoso questo pezzo pacifista quando era nell’esercito”.

E dopo?
“È sceso anche lui, il foglio con il testo della ‘Canzone della pace’ ripiegato nel taschino della giacca. È stato quello, dei tre proiettili sparati dal killer, un estremista di destra ebreo, a risultare fatale. Trapassando il foglio e inondandolo del suo sangue. Lo conserviamo al Centro Rabin per la Pace. Fu un momento tragicamente mitologico”.

Che le cambiò la vita.
“A 25 anni ero una star. La beniamina di Israele, con i riccioli e la voce d’oro. Riempivo gli auditorium, avevo un disco con la Geffen Records. Mi consideravano la nuova Celine Dion. Ricordo l’istante in cui ho pensato: ‘Riuscirai a fuggire da questa gabbia, Noa? Ti dedicherai solo a inseguire il successo o ti tufferai nelle acque insanguinate, sapendo che ci sarà un prezzo da pagare? Molti ti odieranno’. Decisi di diventare come Neytiri”.

Il personaggio di Avatar.
“Mi trasformai in uno spirito guerriero. Sono da 30 anni in questa missione, è il mio destino, tra un paio di generazioni forse il mio seme avrà generato qualche piantina. Nessun artista che si reputi tale deve andare in panico per compiacere il pubblico, ma continuare a esplorare, facendo in modo che la musica offra un briciolo di verità. I Beatles, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Paul Simon e…i contrappunti di Bach ce lo hanno insegnato. Difendi la tua innocenza, esplora la tua anima, fai in modo che vada a occupare uno spazio ancora vuoto, prima sia troppo tardi”.

Lo dimostra nel suo ultimo album, ‘The giver and the see’, che è baciato dalla grazia. C’è ispirazione a ogni passo. E ci vedi pure, in controluce, l’ombra di questa realtà angosciosa. Eppure lei, diversamente da De Gregori e Vasco, ha scelto di non raccontare le cose solo nelle canzoni.
“Rispetto l’opinione di De Gregori, ma lui non può dire agli altri cosa debbano fare o meno. Ha optato per non parlare se non con la sua musica? Ok, ma Springsteen è un eroe, che sta mettendo a repentaglio la propria vita con immenso coraggio per schierarsi contro Trump. Da sempre Bruce racconta la cosa più preziosa per lui, l’America: e se capisce che quell’idiota del presidente la sta distruggendo dovrebbe starsene in disparte? De Gregori dice: chi siamo noi cantanti per parlare di politica? Certo, non siamo obbligati. Però puoi parlare di valori, della pace, dei diritti umani, essere contro il razzismo e la xenofobia. O dobbiamo lasciare questi temi agli storici e ai filosofi?”.

Il 3 ottobre ci sarà nel Maryland il Power to the People Festival, con Springsteen, Tom Morello, Foo Fighters…
“Ci andrei a piedi, se mi invitassero. Wow, ci sarà anche Joan Baez”.

Torniamo all’album: è il primo senza la chitarra di Gil Dor, spicca il piano di Ruslan Sirota, che la seguirà nel tour italiano in estate.
“Amo Gil, è un genio, ma ha 17 anni più di me, oggi ha interessi diversi. Il nostro suono era diventato un nodo inestricabile, come Tuck & Patti. Facemmo un disco ai tempi del Covid, ‘Afterallogy’. E poi, e poi…arrivò il 7 ottobre. In un post sui social dissi a chiunque: se avete bisogno di noi, veniamo a suonare a casa vostra. Raccoglievamo fondi per Gaza”.

Subito dopo il 7 ottobre il mondo intero era al fianco di Israele. Però Netanyahu…
“Netanyahu è una maledizione per il mio popolo. Un bugiardo, un disperato che sta facendo la guerra per salvarsi dalla galera e dall’inferno che merita. Il 7 ottobre Hamas ha ucciso i nostri ragazzi, ha trucidato bambini. Un Primo Ministro assennato avrebbe chiuso la questione in fretta, attaccando Hamas e facendosi restituire gli ostaggi. Netanyahu no: ha tradito Israele da quando è al potere, da 20 anni. Si è venduto una prosperità tecnologica regionale foraggiando la stessa Hamas con milioni di dollari e si aspettava che quelli ricambiassero la protezione senza attaccarci. Netanyahu è una merda, così come quel pazzo figlio di puttana di Trump che gli fornisce le armi. E neppure il vecchio, democratico Biden era riuscito a fermare Bibi”.

Come sottrarsi alla morsa dei tiranni?
“Noi israeliani abbiamo un’ultima possibilità: le elezioni in ottobre. Se Netanyahu le rivincerà il mio Paese precipiterà nell’abisso, e io stessa, che vivo in un kibbutz, me ne andrò. C’è questa estrema chance prima della catastrofe. Il dramma è che non abbiamo una costituzione che limiti la sua possibilità di ricandidarsi”.

Ha fiducia che possa essere sconfitto?
“I media internazionali cavalcano la falsa equazione fra Netanyahu e Israele. Perché non vediamo mai nei vostri Tg Meir Golan, il leader della nostra coalizione democratica? Questo è un problema per noi israeliani di sinistra, che siamo moltissimi. Senta questa storia: uno studente va da un saggio e gli chiede: ci sono due lupi, quello della luce e quello delle tenebre, chi vincerà? Il saggio gli risponde: quello che nutri. Ed è così”.

Dunque esiste una solida opposizione da voi.
“Scherza? Un giorno manifestammo attorno alla Knesset, dormimmo lì in tenda. Ci fu un attacco e sbaraccammo la piazza, perché tutti i nostri figli sono mobilitati nell’esercito. Israele è un piccolo Paese sotto tiro costante, siamo terrorizzati che i nostri ragazzi, i nostri fratelli e sorelle non tornino a casa. Io stessa, agli esordi della carriera, passai due anni nell’IDF, come vuole la legge. Due dei miei figli sono arruolati. La più piccola mi ha detto: Mamma, me ne vado all’estero, non posso imbracciare il fucile per questi corrotti e per Netanyahu”.

E per Ben Gvir.
“Lo odio, è un mostro. Ma per i suoi fans le violenze sulla Flotilla lo hanno reso ancora più forte. Lui, Netanyahu e Trump sono banditi, mafiosi, criminali. Occhio: Trump lavora per l’ego e l’avidità. Ben Gvir è persino più pericoloso poichè sostiene di operare per conto di Dio. Crede che la sua missione divina sia liberare la terra dai palestinesi e creare il Regno di Giudea per la venuta del Messia. Dal fiume al mare. E costruire il Terzo Tempio. Questa è gente pericolosissima, malvagia. Sa chi era l’idolo di Ben Gvir?

Dica.
“Si chiamava Meir Kahane, un rabbino ebreo americano, aveva fondato un movimento razzista e suprematista come il Ku Klux Klan, però ebraico”.

All’inizio dei ’70 Dylan, nel suo periodo religioso, ne parlava bene. Lo incontrò- Poi si ricredette.
“Quando Kahane fu eletto in Parlamento tutti gli altri deputati abbandonarono l’aula. Il suo partito fu messo fuori legge. Ora Ben Gvir sta controllando la polizia e la nostra sicurezza interna”.

A proposito, ha sentito del battello della Flotilla senza equipaggio che ha raggiunto la Striscia?
“Un miracolo della corrente, della natura. Spero che a bordo vi fossero ancora cibo e aiuti. Tuttavia, è l’unico risultato concreto della Flotilla. Sapevamo che l’obiettivo praticabile fosse mostrare al mondo, di nuovo, quanto fosse orribile Ben Gvir”.

E la violenza dei coloni? Non dovrebbero essere lì.
“Quelli che vediamo nelle news internazionali sono una ristrettissima minoranza, i cosiddetti Ragazzi delle Colline, così violenti e brutali. I coloni sono negli insediamenti perché i governi di Israele hanno concesso loro terra a buon mercato: Tel Aviv è più cara di Parigi per comprare una casa. I coloni erano andati lì quando subivamo la massima pressione di Arafat e dell’OLP, gli attentati e i missili. Ora lasciare quelle aree significherebbe scatenare una guerra civile. Siamo rimasti nella sindrome dell’accerchiamento. Netanyahu cavalca lo spettro di Hitler per premere sugli israeliani traumatizzati dall’Olocausto”.

Se ne esce?
“Finché lui resta in sella, l’Occidente e l’Italia non debbono interrompere gli accordi commerciali”.

No?
“Le sanzioni lo renderebbero un condottiero impossibile da disarcionare. Detto questo, tutti devono smettere di spararsi addosso. Adesso. Hezbollah non deve tirare razzi entro i nostri confini e noi non dobbiamo avanzare in Libano. Lo stesso deve accadere con l’Iran. I popoli libanesi, iraniani, israeliani sono meravigliosi. I loro leader sono tutti dei bastardi”.

Quindi come si costruisce la pace?
“Convincendoci, tutti in Medio Oriente, di poter convivere. E se penso a Gaza so che non è facile smarcarsi da Hamas: quegli schifosi dei terroristi se ne stanno rintanati a ingrassare in Qatar sulla pelle dei bambini palestinesi. Tengono in ostaggio la gente di Gaza: lì se ti ribelli ad Hamas in cinque minuti ti fanno fuori. Io in Israele posso ancora parlare, non so per quanto”.

Ha sentito la nuova versione di ‘Comfortably Numb’ ricantata da Roger Waters con Mona Mair in inglese e arabo e il video per Gaza?
“Interessante, ma Waters mi ha perso quando ai suoi concerti faceva volare un maiale con la Stella di David. Non puoi usare il nostro simbolo più sacro sovrapponendovi quello meno amato. È come se avesse detto al popolo ebraico: andate tutti a fare in culo. Questo è inaccettabile. Le parole possono essere benedizioni, oppure armi. Waters ha abusato del suo potere e della sua popolarità, diventando così radicale da meritarsi il disprezzo anche degli israeliani di sinistra come me, che pensano che gli abitanti di Gaza debbano essere liberi e che i palestinesi debbano avere un loro stato accanto ad Israele. Coesistendo fianco a fianco”.

Non dicevamo che schierarsi è sempre meglio che tacere?
“Ovvio, ma senza incorrere in errori di prospettiva. Prenda i movimenti pro-Pal: dovrebbero imparare a capire che il sostegno alla Palestina non deve andare a discapito del diritto alla vita e alla sicurezza del mio popolo. Troppi intellettuali occidentali, anche nelle università o nella comunità artistica male informata, confondono Gaza con Hamas, ed è un errore tragico per tutti. Chi vorrebbe sentirsi dire: ‘Gazawi, dovete diventare martiri in nostro nome’? Al tempo stesso, questa miopia fa il gioco di Netanyahu. Dobbiamo costruire ponti per la pace. Crederci allo sfinimento”.

Come ha fatto lei, Noa, organizzando con Mira Awad il Re-Imagine Peace Festival con artisti israeliani, palestinesi e italiani, tra cui Neri Marcorè, all’Anfiteatro delle Cascine di Firenze dal 10 al 12 luglio. Non ha invitato politici, parteciperà il Patriarca di Gerusalemme Pizzaballa.
“Che è un grande uomo, una rockstar! Sono stata davvero a disagio per lui dopo l’incidente della Domenica delle Palme. Pizzaballa si è ricordato di quando feci un concerto nella sua Bergamo destinando i fondi all’ospedale per affrontare il Covid. A Firenze sarà un evento gratuito, tutti i cittadini sono i benvenuti per parlare e capire insieme. Se metti da parte le ideologie, le tifoserie e vedi un essere umano che soffre, schierati dalla sua parte. Se non riesci a sentire il grido d’aiuto di qualcuno, non aspettarti che poi qualcun altro ti soccorra nel tuo momento del bisogno. Io sono una donna ebrea yemenita, dunque di sangue arabo. Quel che conta è la mia identità. Che è come il mantice di una fisarmonica. Se lo comprimo, sarò schiacciato e isolato dalla mia particolarità, se lo espando mi sentirò accolto nel mondo”.

Dove ha coltivato la saggezza?
“Da dieci anni pratico la meditazione estrema, la Vipassana. Non sono più la Noa di un tempo. Un mio amico, il grande storico Yuval Noah Harari, è persino più avanti di me. Riesce a stare in silenzio totale per 60 giorni l’anno. Harari, un conferenziere mondiale. Dice: è la cosa più importante della mia vita. I monaci buddisti insegnavano che se c’è qualcosa che puoi fare, agisci. Altrimenti lascia che sia. O come mi diceva il mio mentore Shimon Peres: ‘Ottimisti e pessimisti sono entrambi destinati a morire. La differenza è come impieghi la tua vita’”.

L'articolo Noa: “Rispetto l’opinione di De Gregori, ma non può dire agli altri cosa devono fare. Springsteen è un eroe, che rischia la vita. Netanyahu è una maledizione per il mio popolo, Ben Gvir è un mostro” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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