Reading view

Centinaia di droni ucraini attaccano San Pietroburgo. Zelensky: “Sono le nostre sanzioni a lungo raggio e funzionano”

Putin raffredda ogni ogni prospettiva di vertice dopo la lettera aperta con cui Zelensky aveva rilanciato l’ipotesi di un incontro diretto. E dall’Ucraina, come ha confermato il suo presidente, è partito un massiccio attacco su vasta scala di droni su San Pietroburgo, dove sono rimaste ferite quattro persone, tra cui un bambino. Un raid avvenuto in coincidenza con la chiusura del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (Spief), mentre il governatore della città baltica, Alexander Beglov, ha rivolto un appello senza precedenti alla popolazione perché rimanesse in casa. Un altro bombardamento di droni ucraini era avvenuto nella giornata inaugurale, il 3 giugno. “Stanotte, i nostri droni hanno percorso una distanza di circa mille chilometri fino alla regione di San Pietroburgo, agli arsenali della Marina nemica e a una base a Kronstadt“, ha scritto Zelensky su X, rivendicando il lancio di droni sulla Russia e definendoli “sanzioni”. “È ora di porre fine a questa guerra. Ma il leader della Russia vuole continuare a combattere. È per questo che le sanzioni ucraine contro questa aggressione stanno funzionando”, ha affermato.

“Le nostre sanzioni a lungo raggio hanno raggiunto anche circa 500 chilometri nella regione di Krasnodar e hanno colpito un deposito di petrolio. Questi sono importanti risultati degli sforzi congiunti dei guerrieri delle Forze Armate ucraine, del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina e dell’Intelligence della Difesa dell’Ucraina. La Russia deve porre fine alla sua guerra e fermare i suoi attacchi. Qualsiasi manifestazione di ingiustizia contro l’Ucraina riceverà una risposta giusta”, ha concluso.

Alexander Drozdenko, governatore della regione di Leningrado, di cui San Pietroburgo è capoluogo, ha detto che “in un attacco senza precedenti, sono stati abbattuti 144 droni nemici sopra il territorio della regione”. Drozdenko ha aggiunto che i detriti di uno dei droni, precipitati al suolo, hanno causato un incendio “presso un impianto del ministero della Difesa a Bolshaya Izhora”, provocando il ferimento di 4 persone. Uno solo di questi è stato ricoverato in ospedale, mentre gli altri tre, tra cui un bambino, hanno ricevuto assistenza medica sul posto. Oltre 600 persone sono state evacuate dalla zona.

Intanto, al Forum economico di San Pietroburgo si fatto in larga misura finta che la guerra non esistesse, malgrado le colonne di fumo nero sollevate da un attacco di droni di Kiev sulla città ad accogliere i partecipanti al loro arrivo in città mercoledì mattina. Non palpabile il disagio fra i partecipanti, il ‘gotha’ dell’economia e della finanza del Paese. Nulla è stato detto al Forum su come potrà essere affrontata la crisi in vista che non intaccherà il modello dominante, anche se il cash flow delle grandi imprese ha cominciato a risentirne, e rischia di portare, oltre che allo scontento del mondo dell’impresa, anche aumenti delle tasse e altre misure restrittive per le persone della classe media.

“L’economia russa può sostenere un peso di queste dimensioni quasi indefinitivamente. La questione non è quanto si possa andare avanti. O se l’economia possa sostenere la spesa attuale destinata al comparto militar industriale. La questione è piuttosto come ulteriori aumenti della spesa potranno essere finanziati, quando sarà necessario”, ha spiegato, citato dal Moscow Times, l’economista Dmitry Nekrasov, già direttore del Centro di analisi del servizio federale per il fisco, dichiarato ‘agente stranierò e ora all’estero, sottolineando che il peso della crisi ricadrà su chi al forum non è stato invitato. Nel clima della conferenza, tradizionale occasione per attrarre investimenti, quindi da cui ogni forma di pessimismo è bandita, qualche lapsus nel generale clima di rimozione è stato fatto.

(nella foto: droni su San Pietroburgo il 3 giugno 2026)

L'articolo Centinaia di droni ucraini attaccano San Pietroburgo. Zelensky: “Sono le nostre sanzioni a lungo raggio e funzionano” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Hegseth sbarca in Normandia e chiede all’Europa di riarmarsi: “I veri alleati fanno cose vere, non slogan e summit”

È atterrato in Francia con tutti i sei figli al seguito, sollevando polemiche sui costi del viaggio e interrogativi sui protocolli di sicurezza che il capo del Pentagono è tenuto a rispettare. Ma oltre alle critiche dell’opinione pubblica americana, il viaggio di Pete Hegseth per l’82mo anniversario del D-Day – quando il 6 giugno 1944 decine di migliaia di militari americani sbarcarono sulle spiagge della Normandia – ha avuto un risvolto politico tutto europeo, visto che il capo della Difesa americana ha usato il suo discorso al cimitero militare americano di Colleville-sur-mer per lanciare un nuovo attacco ai Paesi europei che non farebbero abbastanza contro quella che viene descritta come “un’invasione” dei migranti. E, soprattutto, invitandoli al riarmo.

Hegseth, parlando di fronte alle croci dei 9.387 militari americani morti nello sbarco in Normandia, ha esortato gli alleati “ad imparare dal passato”, con un chiaro riferimento alle critiche che l’amministrazione Trump muove agli alleati europei della Nato riguardo ad un loro insufficiente impegno per garantire la sicurezza del continente e sostenere l’alleato transatlantico. Invitandoli, sostanzialmente, al riarmo. “Gli uomini sepolti qui hanno combattuto in un’alleanza in cui ogni partner ha portato la propria piena capacità, coraggio e sacrificio. Non slogan vuoti, non summit nel lusso, non comunicati”. E ancora: “I veri alleati fanno cose vere, accettano perdite vere per una causa comune per la quale vale la pena combattere e morire”, ha aggiunto il capo del Pentagono, precisando che mentre l’America deve “guidare”, i suoi “capaci alleati devono stare con noi, al nostro fianco, sulla breccia quando conta davvero”. “La pace è garantita solo attraverso la forza”, ha continuato il ‘segretario della Guerra’ di Donald Trump, ribadendo un principio chiave della dottrina del presidente, ma senza fare esplicito riferimento al conflitto con l’Iran. “Ed è una forza su entrambe le sponde dell’Atlantico, fortificata dalla prontezza operativa, dalle capacità militari condivise e da una volontà politica incrollabile”.

Ma il suo intervento si è concentrato anche su un altro fronte, quello della gestione dell’immigrazione da parte dell’Europa. E qui ha citato esplicitamente l’Italia, e precisamente le sue spiagge, insieme a quelle di Spagna, Grecia e Bulgaria, dove “arrivano imbarcazioni e uomini”. “Tristemente oggi altre spiagge europee sono assalite da altre ideologie pericolose. Quando le capitali europee faranno qualcosa contro questa invasione? O sarà troppo tardi?”, ha aggiunto il capo del Pentagono, in linea con l’amministrazione Trump, che ha fatto delle deportazioni di massa un segno distintivo della sua politica. Le dichiarazioni di Hegseth sui migranti ricalcano il pensiero espresso dal vicepresidente Usa Jd Vance a febbraio 2025 quando, intervenendo alla Conferenza di Monaco, ha definito l’immigrazione di massa la minaccia più urgente per l’Europa, criticando duramente i suoi leader per la gestione delle frontiere. Vance ha sostenuto che il vero pericolo per il continente non derivi da attori esterni, ma dal cedimento interno sui valori fondamentali e dalle politiche migratorie incontrollate.

Se le critiche su migranti e riarmo si rivolgono direttamente ai Paesi europei, l’arrivo di Hegseth in Francia ha suscitato anche polemiche tutte interne agli Usa, per la scelta del capo del Pentagono di atterrare il 5 giugno con tutti i sei figli e la moglie. “Non ho mai visto una cosa del genere, andare con l’intera famiglia”, ha detto al Washington Post un ex agente della ufficio del Pentagono preposto alla sicurezza in patria e all’estero del segretario alla Difesa. Anche se dallo staff di Hegseth si ribadisce che le spese di viaggio dei familiari verranno pagate personalmente dal segretario, da più parti si sottolinea che il fatto che viaggi insieme alla sua numerosa famiglia, in un momento di rischi aumentati a causa del conflitto con l’Iran, pone una serie di problemi per garantire la sicurezza della visita. “Il segretario Hegseth segue tutte le regole etiche, regolamenti e linee guda alla lettera”, è la replica del portavoce Sean Parnell che afferma che il dipartimento mantiene “standard rigorosi per assicurare che i soldi dei contribuenti siano protetti mentre gli alti funzionari svolgono i loro compiti ufficiali”.

Il portavoce non ha però precisato se Hegseth sosterrà personalmente i costi aggiuntivi per garantire la sicurezza ai suoi familiari in Francia dove il dipartimento di Stato raccomanda agli americani di aumentare la cautela a causa del rischio di “terrorismo e rivolte”. In generale, a tutti gli americani che vanno all’estero il governo americano ricorda che “gruppi che sostengono l’Iran possono perndere di mira interessi Usa all’estero o altri obiettivi collegati agli Usa e agli americani in tutto il mondo”.

L'articolo Hegseth sbarca in Normandia e chiede all’Europa di riarmarsi: “I veri alleati fanno cose vere, non slogan e summit” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Trump si addormenta nello Studio Ovale mentre si parla di carbone: il video virale

Commander-in-sleep‘ e ‘sleepy Trump‘ – che rievoca lo “sleepy Joe” con cui il presidente Usa apostrofava il suo predecessore – sono i soprannomi che impazzano sui social media dopo che un nuovo video in cui il presidente americano sembra appisolarsi nello Studio Ovale è diventato virale. Il tycoon stava ascoltando una serie di interventi sul carbone seduto alla sua scrivania e in un paio di momenti sembra chiudere gli occhi, abbandonando la testa da un lato. L’episodio è l’ultimo di una serie per il quasi 80enne presidente e si è verificato proprio all’indomani di un’audizione di Marco Rubio al Congresso durante la quale il segretario di Stato ha smentito che il Trump si sia mai addormentato durante eventi ufficiali.

L'articolo Trump si addormenta nello Studio Ovale mentre si parla di carbone: il video virale proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Ad aziende vicine a Trump e ai repubblicani contratti miliardari per costruire il muro anti migranti al confine con Messico”

Procedure più veloci ma meno trasparenti, che fanno accelerare drasticamente la spesa per la costruzione del muro anti migranti al confine con il Messico assegnando contratti oltre 19,4 miliardi di dollari, i più ingenti nella storia del progetto. E a beneficiarne più di tutti sono due aziende legate alla Casa Bianca e al partito repubblicano. A rivelarlo è un’analisi del Washington Post: l’appalto più recente, relativo a un progetto da 2,6 miliardi di dollari, è stato assegnato solo mercoledì. E, secondo il quotidiano Usa, le informazioni disponibili indicano che in alcuni casi i costi sono già lievitati in modo significativo.

In particolare Fisher Sand & Gravel ha ottenuto contratti per un valore superiore a 7,8 miliardi di dollari. Ed è la stessa azienda che si è aggiudicata il maggior numero di appalti per il muro di confine durante il primo mandato di Trump, ottenendo oltre 2 miliardi di dollari. Non solo, lo stesso presidente avrebbe sollecitato i vertici militari ad affidare incarichi all’impresa del North Dakota il cui amministratore delegato Tommy Fisher, è un noto donatore del partito repubblicano. L’altra azienda che si è aggiudicata la fetta più grande è Barnard Construction, che dalla fine dello scorso anno ha ottenuto contratti per 4,5 miliardi di dollari. Anche in questo caso il presidente, Timothy Barnard, è un importante finanziatore del tycoon. Insieme alla moglie Mary, ha donato complessivamente 1,1 milioni di dollari al Trump 47 Committee per la campagna del 2024.

L'articolo “Ad aziende vicine a Trump e ai repubblicani contratti miliardari per costruire il muro anti migranti al confine con Messico” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Terzo attacco mortale di squalo in quattro settimane in Australia: muore pescatore di 35 anni

Un pescatore subacqueo di 35 anni è morto dopo essere stato attaccato da uno squalo al largo della costa occidentale australiana. L’incidente, avvenuto sabato nei pressi di Michaelmas Island, vicino alla città portuale di Albany, rappresenta il terzo attacco mortale registrato in Australia nelle ultime quattro settimane, una serie di episodi che sta attirando l’attenzione delle autorità e degli esperti.

Secondo quanto riferito dalla polizia, l’uomo stava praticando pesca in apnea insieme ai familiari quando è stato assalito poco prima di mezzogiorno. I presenti hanno immediatamente lanciato l’allarme e la vittima è stata riportata in barca fino ad Albany, dove ad attenderla c’erano già i soccorritori. Nonostante il rapido intervento dei paramedici, le ferite riportate si sono rivelate troppo gravi e per il trentacinquenne non c’è stato nulla da fare. Le prime valutazioni degli esperti indicano che l’attacco sarebbe stato compiuto da un grande squalo bianco lungo circa quattro metri e mezzo. Le autorità hanno avviato accertamenti per ricostruire con precisione la dinamica dell’incidente e monitorare la presenza del predatore nell’area.

L’episodio si inserisce in una sequenza particolarmente insolita per l’Australia, Paese che ospita alcune delle specie di squalo più temute al mondo ma che, nonostante l’enorme estensione delle sue coste e la diffusione delle attività acquatiche, registra mediamente meno di tre vittime all’anno per attacchi di questi animali.

L’ultima tragedia risaliva a poche settimane fa. Il 24 maggio il pescatore subacqueo Michael Jensz, 39 anni, era morto dopo essere stato attaccato nelle acque della Great Barrier Reef, al largo della costa nord-orientale del Paese. In quel caso l’uomo aveva riportato devastanti ferite alla testa e nella zona erano stati segnalati squali toro.

Ancora prima, il 16 maggio, un altro attacco mortale aveva sconvolto la comunità australiana. A perdere la vita era stato il trentottenne Steve Mattabonni, assalito da uno squalo bianco lungo circa quattro metri nelle acque di Rottnest Island, al largo della costa occidentale.

Tre morti in meno di un mese costituiscono una circostanza rara anche per un Paese che convive da sempre con la presenza degli squali. Gli esperti sottolineano che gli attacchi restano eventi eccezionali rispetto ai milioni di persone che ogni anno frequentano spiagge e aree marine australiane. Tuttavia, la concentrazione di episodi avvenuti in un arco di tempo così ristretto ha inevitabilmente alimentato preoccupazioni tra pescatori, subacquei e frequentatori delle coste.

Le autorità locali continuano a monitorare le zone interessate dagli ultimi incidenti e invitano chi pratica attività in mare a seguire con attenzione gli avvisi di sicurezza, soprattutto nelle aree dove sono stati segnalati grandi predatori.

L'articolo Terzo attacco mortale di squalo in quattro settimane in Australia: muore pescatore di 35 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Pechino punta sul mercato interno, i cinesi devono spendere di più: così l’abolizione dell’hukou voluto da Mao può risolvere le guerre commerciali

“La Cina affronterebbe meno guerre commerciali con il resto del mondo se i suoi cittadini fossero meno parsimoniosi”. A dirlo è l’Economist, a pensarlo sono in molti. Il motivo è semplice: se la Cina vende più merci di quante ne acquista, guadagna più di quanto spende, per scongiurare duelli a colpi di tariffe basterebbe che i cinesi risparmiassero meno e consumassero di più. L’autorevole settimanale finanziario parte dai numeri: secondo la Banca Mondiale, i consumi delle famiglie cinesi rappresentano appena il 39% del PIL nazionale, rispetto a una media globale del 63-67%. Convincere la popolazione ad aprire il portafoglio figura tra i principali propositi di Pechino già da un bel po’. Soprattutto da quando il COVID-19 e le incertezze internazionali hanno direzionato l’attenzione della leadership sulle potenzialità inespresse del vasto mercato interno.

Con l’approvazione della “Decisione di approfondire ulteriormente e in modo completo la riforma per promuovere la modernizzazione in stile cinese”, nel luglio 2024 il Partito ha posto come priorità la creazione di “un mercato nazionale unificato”, eliminando le barriere alla libera circolazione di capitali e talenti. Un ulteriore passo avanti è stato compiuto il 22 maggio, quando il Consiglio di Stato ha divulgato i “Pareri di attuazione sulla promozione dell’erogazione dei servizi pubblici essenziali presso il luogo di residenza abituale”. In base alle nuove disposizioni, tutti i lavoratori possono ora iscriversi ai programmi di previdenza sociale nelle città in cui sono impiegati, indipendentemente dal luogo di registrazione ufficiale (hukou): istruzione, alloggi pubblici in affitto, assicurazione sanitaria di base, e varie forme di assistenza sociale verranno estesi a tutta la popolazione residente. Parliamo di oltre 357 milioni di persone (statistiche governative di fine 2025) che, dopo aver vissuto nell’”ombra”, potranno finalmente accedere al sistema previdenziale nazionale. Almeno sulla carta.

Il potenziale economico dell’operazione è considerevole. Secondo un documento pubblicato lo scorso anno dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel periodo 2012-2022 il tasso di risparmio delle famiglie di migranti residenti in città con hukou rurale è stato in media superiore di 6,8 punti percentuali rispetto a quello di famiglie simili con hukou urbano. Ecco perché, secondo l’Economist, una riforma radicale del sistema e la liberazione dei consumi – non i dazi doganali – potrebbe costituire la vera soluzione alle guerre commerciali. Letteralmente: “Una maggiore spesa dei migranti lascerebbe alle aziende cinesi meno merci in eccesso da riversare sui mercati globali, riducendo il surplus delle esportazioni cinesi [pari a oltre 1.200 miliardi di dollari lo scorso anno] e allentando le tensioni con il resto del mondo”.

Facile a dirsi tutt’altro che a farsi. Introdotto negli anni Cinquanta da Mao Zedong, l’hukou viene considerato un vero e proprio passaporto interno che vincola i diritti essenziali al luogo in cui si è registrati. Inizialmente serviva soprattutto a impedire migrazioni incontrollate dalle campagne alle città così da garantire una produzione agricola sufficiente e mantenere la stabilità sociale nelle aree urbane con limitate opportunità di lavoro. Ma col tempo le priorità economiche sono cambiate: la mobilità – temuta dal Grande Timoniere – è diventata una condizione imprescindibile per sviluppare le aree ancora arretrate del paese. Così negli ultimi decenni il sistema è stato gradualmente allentato.

Oggi molte città medie consentono ai migranti di ottenere più facilmente lo status locale. Gli effetti economici della liberalizzazione sono già evidenti. Stando al FMI, il divario nei tassi di risparmio tra gli abitanti delle città con e senza hukou urbano si è ridotto da 11,8 punti percentuali nel 2014 a soli 3,2 punti nel 2022. Tuttavia resta ancora molto da fare. Specialmente nelle metropoli più ricche, dove si dirige gran parte dei migranti. Non solo contadini ma anche sempre più spesso neolaureati in cerca di un’occupazione flessibile nel dinamico ecosistema dell’economia digitale.

Grandi centri come Pechino, Shanghai, Guangzhou e Shenzhen, mantengono barriere molto alte per ottenere la residenza completa, indispensabile per usufruire dei benefici più importanti. Nei nuclei urbani più accessibili (con probabilità di insediamento superiori al 50%) ma con meno opportunità professionali solo in pochi ci vogliono andare. Spesso chi sulla carta potrebbe fare domanda desiste sapendo di non possedere i requisiti richiesti, come la capacità di dimostrare di aver versato contributi previdenziali per diversi anni. Un cruccio ricorrente per gli impiegati nella gig-economy, che solo recentemente è stata regolamentata con l’introduzione di tutele minime. Per qualcun altro cambiare hukou semplicemente non conviene, perché implicherebbe la rinuncia ai diritti fondiari nel villaggio di nascita.

Sono problematiche che le nuove misure non sembrano ancora affrontare. Mentre si parla di semplificare le procedure per rendere “più conveniente” l’iscrizione dei bambini migranti nelle scuole pubbliche, estendere gli alloggi pubblici in affitto alle famiglie di residenti permanenti non registrati, e offrire pari copertura in termini di assicurazione sanitaria, rimangono ancora profonde disuguaglianze da appianare. Charles Sun e Christopher Nye in un’analisi per la Jamestown Foundation, citano il sistema pensionistico: chi è inserito nel regime urbano dei lavoratori dipendenti ha diritto a una pensione media circa 17 volte maggiore di chi rientra nel circuito rurale o semi-rurale. Lo stesso vale per l’istruzione: i figli dei migranti potranno frequentare scuole urbane più facilmente, ma l’accesso al gaokao – l’esame nazionale di ammissione all’università – rimane legato al possesso dell’hukou locale nelle grandi città.

Di fatto con le nuove norme si tenta di agevolare la ripartizione dei servizi lasciando intatta la vecchia impalcatura. Per i due esperti, la principale debolezza sta nelle motivazioni dietro la manovra: la riforma nasce da necessità fiscali più che da un obiettivo egualitario. Secondo Rhodium Group, nel 2024 il costo per integrare un migrante si aggirava tra i 50.000 e i 155.900 yuan (6.357 -19.823 euro): ovvero 15-46 mila miliardi di yuan per tutta la “popolazione fluttuante” presente nelle città cinesi. Ma le nuove direttive anziché introdurre fondi aggiuntivi, si limitano a ridistribuire quelli esistenti entro un bilancio statale già sotto pressione. Questo significa che per dare di più a chi riceve i forestieri, qualcosa dovrà essere tolto altrove in un gioco di pesi e contrappesi tra luogo d’origine e città d’adozione. Con queste premesse, difficilmente il sistema evolverà verso la “prosperità comune” auspicata dal presidente Xi Jinping. Piuttosto, i due esperti prevedono un “livellamento verso il basso” dei privilegi urbani. In altre parole, invece di estendere a tutti gli stessi vantaggi, il rischio è che anche le élite locali perdano i vecchi benefici.

Alle difficoltà economiche si sommano gli ostacoli politici. Abbattere i muri invisibili delle città cinesi non solo richiederebbe uno spostamento delle risorse tra aree geografiche. Per Desmond Shum, ex imprenditore di Hong Kong che in Red Roulette (2021) ha raccontato i retroscena del capitalismo clientelare cinese, “significa spostare il potere lontano dagli attori politici: governi locali, imprese legate allo Stato, interessi acquisiti e la macchina statale che ha diretto il modello di crescita della Cina per decenni”. Quella – secondo Shum – è la vera posta in gioco: “In Cina, la politica non si muove perché un argomento economico è corretto. Si muove solo quando il costo politico dell’azione diventa più accettabile del costo politico dell’immobilità”.

L'articolo Pechino punta sul mercato interno, i cinesi devono spendere di più: così l’abolizione dell’hukou voluto da Mao può risolvere le guerre commerciali proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Fake news sui candidati della France insoumise”: indagini su una società israeliana accusata di aver interferito nelle elezioni francesi

Una misteriosa azienda israeliana, chiamata BlackCore, ha pesantemente interferito nelle ultime elezioni municipali francesi dello scorso marzo, mettendo in piedi una pervasiva campagna di disinformazione e diffamazione ai danni di almeno tre diversi candidati de La France Insoumise (LFI), notoriamente su posizioni ostili alle politiche israeliane e solidali coi palestinesi. Lo ha rivelato l’agenzia Reuters, per cui da circa un mese le autorità francesi hanno iniziato a investigare sulla possibilità che dietro BlackCore ci sia lo stesso governo israeliano, o perlomeno elementi legati più o meno direttamente all’establishment, come la nota agenzia Elnet.

La notizia in realtà risale proprio allo scorso marzo, quando si sono tenute le elezioni municipali francesi. Il quotidiano Le Monde, per primo, aveva denunciato uno “schema di interferenza digitale straniera volta a danneggiare i candidati di un partito politico francese a Marsiglia, Tolosa e Roubaix”, riportando in questo modo le conclusioni di Viginum, l’agenzia governativa francese – che dipende dal Segretariato Generale della Difesa e della Sicurezza Nazionale (SGDSN) – incaricata della vigilanza e protezione contro le ingerenze digitali straniere.

Sebbene non sia stato al momento possibile risalire alla sede di BlackCore, e non ve ne sia traccia nemmeno sui registri ufficiali israeliani (il governo israeliano ha anche affermato di non conoscerla), è stata proprio Viginum a identificarla come un’agenzia privata israeliana. La stessa Reuters e Hareetz hanno quindi visionato documenti interni e archivi digitali di BlackCore, che la collegano a reti e tecnologie sviluppate in Israele. La stessa Meta ha poi rimosso da Facebook una rete di profili e pagine legati a BlackCore, dichiarando ufficialmente che l’attività coordinata e non autentica aveva origine in Israele e mirava principalmente a bersagli in Francia.

BlackCore, sul proprio sito web e sul proprio profilo Linkedin – che sono stati misteriosamente chiusi all’indomani di queste rivelazioni – si descrive d’altronde come una “società cyber di tecnologia informatica costruita per l’attuale epoca di guerra d’informazione”, che propone ai governi e alle campagne elettorali “gli strumenti e le strategie per dare forma alle proprie narrazioni”, vantandosi pubblicamente di poter “gestire e mobilitare oltre 1.600 falsi profili sulle piattaforme social”.

Le indagini sin qui effettuate avrebbero rilevato appunto una rete di profili falsi, pubblicità diffamatorie, siti web ingannevoli e immagini generate dall’intelligenza artificiale per diffondere fake news, nonché accuse penali false (tra cui violenza sessuale) e deepfake. Come poi approfondito sia da Haaretz che da Liberation, BlackCore opererebbe in sinergia con altre due società tech basate a Tel aviv, la Galacticos e SNI Digital.

I tre candidati di LFI – Francois Piquemal a Tolosa, Sebastien Delogu a Marsiglia e David Guiraud a Roubaix – sarebbero quindi stati oggetto di una feroce campagna di disinformazione e calunnie online, che da un lato potrebbero aver contribuito ad alcune sconfitte (solo Guiraud ha vinto) e dall’altro hanno allarmato il partito in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno, di cui le municipali costituiscono di norma un termometro.

Particolarmente emblematico il caso di Piquemal, che a Tolosa ha perso al ballottaggio contro il riconfermato sindaco di centro destra Jean Luc Moudenc, chiedendo poi l’annullamento del voto proprio a causa di queste interferenze: tra esse, la pubblicazione di alcune sue password private, informazioni fiscali e indirizzo di casa a meno di due settimane dal voto, oppure pubblicità diffamatorie (nonché fortemente islamofobiche, come quella che ritrae una donna in burqa a cui viene attribuita l’intenzione di votare per LFI) della sua campagna, circolate per esempio su piattaforme di shopping online come Vinted, anche durante il silenzio elettorale.

Secondo le indagini effettuate da Viginum e le inchieste di Le Monde o Le Canard Enchaine, le attività di interferenza di BlackCore sarebbero legate ad Elnet, l’organizzazione non governativa apartitica fondata per rafforzare le relazioni tra l’Europa e Israele. Ma non è tutto: l’attuale capo di Elnet, Arie Bensemhoun, è stato in precedenza il presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche francesi (CRIF); il presidente della sede del Crif di Tolosa, Franck Touboul, una delle sue principali esponenti, Nicole Yardeni, assieme allo stesso Bensehmoun, sarebbero tutti molto vicini allo stesso sindaco Moudenc (Yardeni è anche una sua vice, addetta alla cultura).

Durante la sua campagna elettorale per diventare sindaco della quarta città francese, Piquemal è stato assai esplicito nelle sue critiche a Israele e al genocidio a Gaza. Ha pubblicamente chiesto la sospensione della partnership con Tel aviv e ha anche proposto di illuminare il Capitole locale con i colori della Palestina.

L'articolo “Fake news sui candidati della France insoumise”: indagini su una società israeliana accusata di aver interferito nelle elezioni francesi proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Giappone tra tifone Jangmi e caldo estremo: Tokyo paralizzata tra blackout e allagamenti

Il tifone è transitato a velocità sorprendente fin da lunedì, scatenandosi dall’isola di Okinawa in direzione est e nord-est, per poi abbattersi su Tokyo all’alba di mercoledì. Jangmi, il sesto taifū tropicale (tifone) del 2026, si è formato all’interno del vortice monsonico sul Mar delle Filippine, provocando piogge molto intense, allerte inondazioni e tutta una serie di danni a cui il Giappone — per quanto abituato alla consuetudine di tali eventi — ha risposto cercando di alleggerire i danni e le molte interruzioni alla quotidianità.

All’aeroporto di Haneda (Tokyo) sia la compagnia ANA che JAL hanno cancellato un totale di 760 voli domestici e 90 internazionali, e il traffico sulle autostrade ha subito alcune restrizioni. Inoltre Jangmi ha causato ovunque nel Paese disagi al traffico ferroviario, con cancellazioni e ritardi dei treni nell’area metropolitana di Tokyo. Uno dei disagi maggiori per le famiglie è stata la mancanza di corrente elettrica per diverse ore. Secondo la Tokyo Electric Power Co. Holdings, sono molte le abitazioni nella regione di Kanto-Koshin che mercoledì sera hanno subito un blackout, e in totale si sono registrate interruzioni della corrente in quasi 60.000 abitazioni. Le autorità hanno ricevuto segnalazioni di allagamenti, alberi caduti, detriti e frane in un’ampia fascia di regioni, ha dichiarato il portavoce del governo Kihara Minoru in conferenza stampa.

I dati dell’Amministrazione Metropolitana della capitale rivelano che 1.800 famiglie nella città di Ome sono rimaste senza acqua, e che per riuscire a risolvere il problema occorreranno diversi giorni. Jangmi ha concluso la sua presenza in Giappone, ma rimangono i segni lasciati, le persone colpite e soprattutto molte domande a cui dare risposte. Se è vero che il Giappone è attraversato ogni anno da diversi tifoni, lo è altrettanto che quelli che devastano maggiormente il Paese con piogge torrenziali e venti violenti si verificano solitamente in estate. È molto raro secondo gli esperti — sebbene non senza precedenti — che un tifone di tale portata si presenti nel mese di giugno alla vigilia di Tsuyu (stagione delle piogge).

Le spiegazioni date sono: “Una combinazione di fattori climatici, tra cui la comparsa del fenomeno climatico El Niño, ampiamente prevista, oltre agli effetti del riscaldamento globale, problema che potrebbe rendere i tifoni in arrivo sul Giappone più violenti”. A queste conclusioni seguono le allerte alla popolazione, a cui si chiede di mantenere alta la vigilanza. Intervistato dal Japan Times, il professore Ito Kosuke dell’Istituto di Ricerca e Prevenzione dei Disastri all’Università di Kyoto afferma: “L’aumento delle temperature superficiali del mare, causato dai cambiamenti climatici, ha alimentato ulteriormente il tifone e il fronte piovoso stagionale che si trovava a est. Le piogge record e la formazione di zone di precipitazioni lineari in alcune aree sono il risultato di entrambi questi fattori”. El Niño dunque non porterà più estati fresche, anzi l’Agenzia Meteorologica Giapponese prevede che la temperatura di quest’estate nipponica sarà ancora più alta delle ultime stagioni.

Manca davvero poco al solstizio d’estate e il clima diventerà così torrido che il governo di Takaichi Sanae — oltre a cercare ulteriori alleanze che lo rendano inattaccabile e sicuro di attuare sempre più leggi che contraddicono la costituzione pacifista del Paese — sta iniziando a scegliere nuovi termini per descriverlo. Tocca però alle persone, e ai produttori di gadget che qui sono OTT (over the top), cercare tutti i rimedi possibili per alleviare gli inconvenienti di sudore e sintomi affini.

Tra le molte novità sul mercato c’è quella del produttore Thanko, che ha messo a punto un dispositivo di raffreddamento per ascelle, il waki-no-kura, ovvero una piccola ventola che si fissa alle maniche (corte) della camicia o della T-shirt in grado di emettere un flusso d’aria costante, così da mantenerle asciutte. Altra proposta è il Fanneru (“fan-ventilatore” e “neru -dormire-”), cioè una coperta dotata di due ventilatori integrati che risolverebbe il problema dell’accumulo di calore durante la notte, mantenendo una temperatura gradevole.

A causa del previsto kokusho (caldo crudele) cambia anche l’etichetta sull’abbigliamento al lavoro. Il famoso “Cool Biz”, lanciato dal Ministero dell’Ambiente nel 2005, che incoraggiava i dipendenti pubblici a rinunciare a cravatte e camicie a maniche lunghe, e le dipendenti ai collant, ha oggi oltrepassato il limite. Ora permetterà a uomini e donne di mostrare le gambe nude davanti ai colleghi grazie a calzoncini corti, naturalmente intonati per colore e stoffa alle irrinunciabili giacche.

L'articolo Giappone tra tifone Jangmi e caldo estremo: Tokyo paralizzata tra blackout e allagamenti proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌