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Lo hernancortés no quita lo prudente – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada La accidentada visita de Isabel Díaz Ayuso a México se ha rematado con un rifirrafe de acusaciones cruzadas que, naturalmente, no entraremos a glosar aquí,…
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Più che una band, una “Dimensione”. Eccoli i Brama mentre danno ordine al caos

Nel giro di pochi anni i Dimensione Brama sono passati dai live abusivi sui tetti di Roma durante il Covid-19 ai palchi televisivi di X-Factor, portandosi dietro un immaginario alto in cui convivono Bertolt Brecht, TikTok, David Bowie, Joy Division e i CCCP, la tragedia trasformata in contenuto e la sensazione costante che il mondo stia andando in malora. Qualcuno li ricorderà proprio per il passaggio nel talent di Sky, quando Manuel Agnelli, dopo una loro reinterpretazione degli Smiths, commentò che era come aver costruito un parcheggio sopra la sua adolescenza. Con Teatral Politik la band romana prova a dare una forma al suo caos: dentro ci sono politica-spettacolo, collasso emotivo, desiderio, alienazione digitale e una domanda che torna continuamente durante la conversazione: cosa significa fare arte oggi, in un’epoca in cui tutto sembra diventare immediatamente consumo, estetica, distrazione? Li ho raggiunti poco prima dei loro live tra Roma e Milano.

Vi definite “dimensione”, non band: state creando musica o un luogo in cui rifugiarvi per tempi meno buoni?
Entrambe le cose. L’immagine del rifugio, dell’autarchia, della città che resiste, ci appartiene molto. Stiamo cercando un modo e un senso per fare arte oggi, e questa ricerca si intreccia continuamente con una domanda: a cosa serve fare musica? E a chi serve? Il presagio di tempi più oscuri lo sentiamo tutti. Attorno a noi percepiamo un clima da ‘si salvi chi può’, ma non vogliamo accettarlo come destino. Altrimenti basterebbe cercare un lavoro stabile, una casa, accumulare denaro e chiudersi lì. Noi stiamo provando a costruire qualcosa che abbia una prospettiva più lunga.

Nel vostro immaginario convivono punk e barocco, X-Factor e Brecht: da dove nasce questa necessità di tenere insieme cose che sembrano incompatibili?
Probabilmente dal fatto che siamo un gruppo di persone diverse. Ognuno vive dentro la propria trama e tutte queste necessità finiscono per confluire nello stesso progetto. Al liceo un professore ci disse una cosa che ci è rimasta impressa: esiste una medicina per l’anima e sono le belle parole. Non solo quelle dei libri, ma anche quelle. Da lì nasce un immaginario in cui la cultura cosiddetta alta si mescola con il pop, il trash, TikTok, la psicanalisi e tutto ciò che attraversa il presente. Siamo figli del nostro tempo e passare da Brecht alla cultura pop ci sembra naturale.

Brama deriva da un termine germanico che significa “urlo”: cosa cercavate di urlare quando siete nati nel 2021?
Venivamo dalla pandemia, da un momento storico che ha lasciato un segno molto profondo. Quell’urlo era insieme liberazione, paura, rabbia. Ma dentro c’è anche il significato italiano della parola: desiderio. Un desiderio ostinato, difficile da sradicare. All’inizio eravamo un collettivo enorme, poi il progetto si è trasformato. La necessità però era chiarissima: volevamo fare concerti, stare insieme alle persone. Non siamo partiti pensando a Spotify o a X-Factor. Volevamo riunire corpi e creare comunità in un momento in cui il senso di prossimità tra gli esseri umani sembrava sgretolarsi.

Che ricordo avete del vostro primo concerto?
Il primo concerto fu completamente abusivo: fine 2021, un terrazzo nel centro di Roma, il G7 in città, gli elicotteri sopra la testa. A un certo punto arrivarono i carabinieri per fermarci, ma riuscimmo comunque a concludere il live. Paradossalmente fu proprio quella serata a farci capire la forza di ciò che stavamo costruendo.

A un certo punto siete finiti a X-Factor: vi sentite adatti a quel mondo o vi siete sentiti degli infiltrati?
Entrambe le cose. Sentivamo che quel contesto poteva appartenerci e allo stesso tempo avevamo la sensazione di essere infiltrati. Ci interessava osservare da vicino il rapporto ambiguo tra autenticità e spettacolarizzazione delle emozioni. La cosa che ci ha colpito davvero è stata scoprire quanto poco controllo abbiano i concorrenti. Più si va avanti e più ci si accorge che esiste un copione implicito, anche se nessuno lo dichiara apertamente. All’inizio ci sentivamo molto più liberi, poi arrivavano indicazioni precise: stare fermi sul palco, incarnare una certa eleganza, non essere troppo punk perché quel ruolo era già occupato, non essere troppo altro perché c’era già qualcuno a rappresentarlo. È interessante perché questa pressione non agisce soltanto sull’estetica, ma finisce per entrare dentro le persone.

E il rapporto con i giudici? Manuel Agnelli, dopo una vostra esibizione, sembrava molto contrariato…
Lì c’è stato soprattutto un equivoco. Poco prima dell’esibizione si stacca il jack della chitarra e siamo costretti a fermarci. Mentre i tecnici lavorano al problema, improvvisiamo un can can delirante in mezzo al pubblico. Per noi era un momento spontaneo, quasi clownesco. Per Manuel fu una mancanza di rispetto verso il brano che stavamo suonando, perché lui ha una concezione molto sacrale della musica. Il paradosso è che quel pezzo lo avevamo scelto per omaggiare il giornalista Ernesto Assante, che ci aveva sempre incoraggiato a partecipare al programma. Dopo la sua scomparsa siamo stati contattati dalla produzione e abbiamo vissuto tutto con un forte coinvolgimento emotivo. Quella cover era dedicata a lui.

Nel nuovo album parlate di un mondo che “va a fuoco e sembra anche bello”: quanto vi spaventa il fatto che siamo capaci di trasformare qualsiasi tragedia in estetica?
La tragedia oggi viene continuamente trasformata in immaginario. Ma nel momento in cui diventa soltanto estetica, smette di essere tragedia. Non si tratta di censurarla, ma di continuare a riconoscerla per quello che è. Il problema è che ormai la tragedia è ovunque: nei telegiornali, nei feed, nelle immagini che scorrono senza sosta. E questa esposizione permanente produce assuefazione. Forse la forma contemporanea della censura consiste proprio nel mostrare tutto, fino a rendere tutto invisibile.

Il disco si intitola Teatral Politik, come a sottolineare che è lo spettacolo ad aver preso il posto della politica…
Per esistere davvero, la politica avrebbe bisogno di capacità, profondità e lungimiranza. Qualità che sembrano rare sia nella vita pubblica sia in quella privata. Oggi i politici assomigliano sempre più a influencer. La politica sembra ormai una serie televisiva, c’è uno scollamento crescente tra rappresentazione e realtà e noi consumiamo tutto questo come intrattenimento.

Tra dieci anni, cosa sperate di non essere diventati?
Avidi. E aridi. Vorremmo soprattutto evitare di diventare la copia di noi stessi. Ci affascinano modelli come i Nomadi o i Gong: esperienze capaci di attraversare il tempo trasformandosi continuamente senza perdere la propria identità. Insomma, preferiremmo lasciare un’eredità che altri possano raccogliere e reinventare.

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A giugno apre a Bari il Centro Europeo Ricerche Musicali, il fondatore: “Sarà un acceleratore professionale per tutto il territorio”

Da giugno a Bari suonerà una melodia diversa. Nel capoluogo pugliese aprirà il Cerm, Centro Europeo Ricerche Musicali, un istituto di formazione, un luogo dove i giovani potranno studiare l’universo della musica e il suo funzionamento. Fondato e diretto da Antonio Princigalli, il Centro vuole essere un “acceleratore professionale, creativo e culturale”, come lo definisce lui stesso, un’occasione per apprendere, condividere e sviluppare le conoscenze relative a ogni aspetto dell’ecosistema del settore e dove favorire la crescita occupazionale.

I primi corsi istituiti per l’anno accademico 2026/2027 saranno presentati agli open days previsti il 13, 20, 27 giugno e il 4 luglio. Si tratta di Music Business e Management, con Dino Lupelli e il contributo di oltre trenta docenti; Fundraising e relazioni istituzionali, coordinato da Silvia Tarassi; From Sound to Story, dove Dario Tatoli sarà un maestro per chi vuole imparare a raccontare storie tramite il suono; Tecnico/a Audio Video Luci; Oltre l’Oriente immaginato, nel quale Nabil Bey Salameh offrrirà una panoramica critica e approfondita del mondo arabo attraverso la musica; e infine il Corso Popolare di Chitarra grattugiata in cui Massimo Zamboni suggerirà un “manuale d’istruzioni per sopravvivere suonando”.

“Il sistema musicale va rigenerato di continuo”. spiega Princigalli al Corriere della Sera. Serve immettere nuova linfa vitale in un settore in “netta involuzione a livello nazionale e regionale”, anche perché, come racconta, “ho sempre considerato quello musicale un sistema produttivo che, come gli altri, sopravvive e si sviluppa solo se c’è una ricerca continua, se c’è nuova produzione, nuovi ricercatori, nuove aziende”. Una mancanza di cui invece il manager si è accorto circa dieci anni fa: “In Italia e nella nostra regione (la Puglia ndr) c’è un tappo generazionale gigantesco”, conclude.

Il Cerm darà quindi vita a un vero punto di riferimento per la musica sul territorio, attraverso corsi, seminari, masterclass e workshop. Un’iniziativa che ha già avuto un grande seguito con più di venti partner tra festival, agenzie, centri di produzione ed etichette. Si tratta di alcune delle realtà più vivaci del panorama nazionale e regionale: secondo l’Osservatorio culturale della Puglia, nel 2024 nelle Regione i soli festival ed eventi musicali hanno creato oltre 1.200 posizioni lavorative stagionali. Occorre quindi avere figure professionali sempre più specializzate per un settore chiave nell’economia del territorio. Su questa scia, oltre allo studio, ci sarà in parallelo l’attività di ricerca, motivo per il quale è stato istituito un fondo aperto all’implementazione da parte di enti pubblici e soggetti privati con il quale si promuovono e sostengono la produzione creativa di artisti emergenti. Ci si dedicherà anche allo studio del patrimonio musicale materiale e immateriale e ai progetti sull’evoluzione dell’ecosistema musicale in tutte le sue declinazioni, con un focus specifico sullo sviluppo dell’ecosistema locale. A gennaio 2027 saranno pubblicati i primi avvisi di borse di ricerca.

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Kevin Warsh: l’uomo del “regime change” alla prova dei fatti

Confermato dal Senato con i soli voti repubblicani, Warsh promette di rivoluzionare la Fed. Ma il presidente non decide da solo. E la vera domanda non è se subirà pressioni da Trump, ma come eserciterà l’autonomia che la legge americana gli garantisce.

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La Nazionale dei giovani fatica col Lussemburgo: un gol di Pio Esposito basta per la vittoria

Se questa doveva essere la Nazionale dei giovani pronta a dare speranza all’Italia che verrà dopo l’ennesima delusione Mondiale, dal primo test è arrivato il segnale che c’è ancora tantissimo lavoro da fare. L’Italia di Silvio Baldini, alla sua prima da ct ad interim, fatica tremendamente nell’amichevole contro il modesto Lussemburgo, nazionale numero 97 nel ranking mondiale. Serve un gol di Pio Esposito per evitare la figuraccia, che avrebbe avuto conseguenze anche sul ranking degli azzurri in vista dei sorteggi dei prossimi gironi di qualificazione. L’1-0 invece basta e avanza, con molti commentatori e giornali che già parlano di “buona la prima”. La speranza, invece, era di vedere qualcosa di meglio.

Il ct Baldini ha schierato un 4-3-3 speculare rispetto a quello degli avversari affidando il peso dell’attacco al tridente formato da Cherubini, Esposito e Kolesho. In porta l’esperienza del capitano Gigio Donnarumma, a centrocampo l’unico non esordiente è Niccolò Pisilli, fra i più positivi in un match sulla carta semplice ma nel quale il messaggio di fondo contava più del risultato. Perché il ct che verrà dopo l’elezione del nuovo presidente federale dovrà giocoforza rivolgere le proprie attenzioni anche alle più recenti leve del calcio italiano per rilanciare il movimento e costruire basi ben più salde di quelle mostrate negli ultimi anni (Euro 2020 a parte).

Oltre la vittoria, però, è arrivato il segnale che appunto c’è tantissimo lavoro da fare. Non a caso, i più “esperti” Pisilli ed Esposito sono stati anche i più pericolosi e intraprendenti, trovando subito il gol del vantaggio al quarto minuto di gioco: corner del centrocampista della Roma, colpo di testa dell’attaccante dell’Inter. È la rete che decide la partita, nonostante agli azzurri non manchino le occasioni per il raddoppio. Come quella che capita sui piedi di Pisilli, che al 59esimo colpisce il palo. Un po’ poco, di fronte a un avversario davvero modesto.

Il ct Baldini però è soddisfatto al termine del match: “Sapevo che i ragazzi avevano dei valori e che c’erano delle insidie, visto che la maggior parte erano debuttanti – ha detto a RaiSport – Cose da migliorare? Ci sono meccanismi che a volte ci vengono naturali, oggi in tante occasioni non abbiamo fatto questi movimenti ed era difficile andare al tiro. Emozionato per la prima con la Nazionale maggiore? Io sono un tipo un pò strano. Quando ci sono le partite non sento molto l’emozione, sono più preoccupato del fatto di dire cose utili a questi ragazzi”.

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La fotografia del declino italiano

Lavoce in mezz’ora è il format di divulgazione di lavoce.info che propone conversazioni con economiste ed economisti per approfondire i principali temi del dibattito economico e sociale. In questa puntata affrontiamo la reale situazione dell’economia italiana con Guido Ascari.

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Portimão ganha praia urbana já este mês

De 5 a 21 de junho, Ribeirinha Beach regressa à zona ribeirinha de Portimão, próximo do Clube Naval, transformando um dos espaços mais emblemáticos da cidade num lugar de encontro, criatividade, lazer e partilha.

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Non solo Pozzolo, quando il politico si mette alla guida ubriaco: dall’assessora di Ferrara al sindaco di Trento. E tutti gli altri guai degli eletti al volante

Per Gianfranco Fini era un “balengo“. Una testa calda, in piemontese. “Un violento estremista verbale” lo definì l’ex presidente della Camera dei deputati. E così venne allontanato da Alleanza nazionale. Era il 2009, eppure da allora Emanuele Pozzolo ha fatto parecchia strada. In senso questa volta non metaforico, però, sulla strada ha lasciato il proprio suv. E la patente di guida. Già, perché dopo lo sparo a Capodanno che gli è costato più di un grattacapo giudiziario, una figuraccia politica e il soprannome di “pistolero”, ora il parlamentare ex Fratelli d’Italia, passato a Futuro nazionale lo scorso febbraio, è tornato a far parlare di sé: incidente nel Biellese e tasso alcolemico, da quanto si apprende, superiore al doppio del limite consentito. Con tanto di incavolatura di Roberto Vannacci a pochi giorni dall’assemblea del partito.

Lo schianto e le dimissioni

Guida in stato di ebbrezza, auto che finiscono fuori dalla carreggiata, ma anche decine di multe per eccesso di velocità o per l’ingresso nella ztl. A scorrere le pagine delle cronache – nazionali e locali – si scopre che talvolta ai politici, al volante, piace correre. E che non sempre rispettano il codice della strada. Neanche un mese fa è toccato alla (allora) assessora di Ferrara, Francesca Savini, con accanto, sul sedile del passeggero, il sindaco Alan Fabbri. Sono a Sermide e Felonica, nel Mantovano, quando lei sbanda e perde il controllo della macchina, che si ribalta e si schianta contro un palo: per fortuna nessuna conseguenza fisica per i due, ma Savini è risultata positiva all’alcol test con un tasso di oltre 1,5 grammi per litro. Denuncia e, naturalmente, ritiro di patente e veicolo. Per la città emiliana, un terremoto politico: Savini si assume le responsabilità e “per rispetto verso i cittadini” e “nella consapevolezza del ruolo pubblico che ho ricoperto” si dimette.

Ma il fenomeno, neanche a dirlo, è bipartisan. Si prenda, a titolo d’esempio, il caso che ha coinvolto niente di meno che il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, e quella che allora era la sua capa di gabinetto – poi promossa assessora alla Cultura – Cristina Manetti. È la mattina del 13 ottobre, giorno dello scrutinio delle elezioni regionali: sulla Firenze Mare una Fiat 500 percorre la corsia d’emergenza “al fine di eludere la coda dovuta all’intenso traffico”. Alla guida c’è Manetti, che viene fermata dalla polizia: multa e patente sospesa per due mesi. “Mi girava la testa, stavo cercando di fermarmi” spiega lei. Secondo la sottosegretaria all’Interno, Wanda Ferro, Giani si interessò alla vicenda, tanto da arrivare direttamente sul posto, parlare con la polizia stradale e presentarsi successivamente in Prefettura con la stessa Manetti.

“Sarà stato il caffè corretto?”

Come si accennava poc’anzi, le pagine delle cronache locali restituiscono altre storie simili. Nel 2010 i carabinieri ritirano la patente per guida in stato d’ebbrezza all’allora sindaco di Trento, Alessandro Andreatta, del Pd. “Sarà stato il caffè corretto?” si domanda lui. “Non mi sono mai ubriacato in vita mia”. Il tasso alcolemico è 1,3 grammi per litro. Dal racconto dello stesso Andreatta: quella sera mangia salumi e formaggi, canederli, polenta, funghi e fagioli, e una crostata come dessert. Il tutto condito da tre bicchieri di vino Teroldego. Alla fine della cena, il caffè corretto grappa. Come si sa il Trentino è terra di buone forchette (e buoni calici). Nel 2021 tocca al consigliere regionale ed ex presidente della Lega locale, Alessandro Savoi: sta rincasando dalla Val di Cembra, verso il capoluogo, quando viene fermato dalle forze dell’ordine. “Mi hanno ritirato la patente” conferma lui. Il problema è che, come scrive Il Nordest quotidiano, si tratta della seconda volta nel giro di due anni.

Da Ponente a Levante, nell’agosto dello scorso anno la vicesindaca di Savona, Elisa Di Padova, cade dal proprio scooter e sua figlia di otto anni, che è in sella con lei, riporta un trauma cranico, con annesso ricovero in ospedale. Il tasso alcolemico di Di Padova è pari a 1,9 grammi per litro. Denuncia per guida in stato di ebbrezza, dimissioni respinte.

Dalla ztl al semaforo rosso

E poi c’è il capitolo infrazioni e multe. Qui la lista è lunga. Ma ci basterà citare i casi più emblematici. Nell’estate del 2023 salta fuori che l’ex ministra del Turismo, Daniela Santanchè, è destinataria di 462 accertamenti, la maggior parte dei quali per l’ingresso in zona a traffico limitato, relativi agli anni che vanno dal 2015 al 2019. Lei risponde a un’interrogazione in Senato e spiega che “le multe sono riferite erroneamente a me”. La ragione? “Sono di competenza dell’Arma dei carabinieri, a cui ho dato in comodato gratuito una mia vettura, per non gravare sulle auto di scorta di proprietà statale. Non ho alcuna multa da pagare”.

Di ztl è esperto il deputato di Fratelli d’Italia, Cirio Maschio, al quale nel 2020 i vigili urbani gli inviano un centinaio di multe da pagare, per un totale di 16mila euro. Le contravvenzioni risalgono al 2018 e lui, essendo all’epoca presidente del Consiglio comunale di Verona, non può impugnarle per incompatibilità col ruolo che ricopre: “Ho deciso di pagarle e amen” dichiara lui. Il partito di Giorgia Meloni annovera anche il caso della deputata Alessia Ambrosi, a cui però il giudice di pace ha dato ragione: annullate le sette multe comminate dall’autovelox di Torri del Benaco. “Sono state considerate irregolari – ha dichiarato lei, tra le papabili ora per passare con Roberto Vannacci – una vittoria importante per me e per tutti i cittadini vessati nel cui nome ho vinto questa battaglia”.

E per citare l’ultimo caso, ci spostiamo a Milano. L’ex capogruppo del Pd a Palazzo Marino, Filippo Barberis, oggi capo di gabinetto di Beppe Sala, è costretto a girare la città coi mezzi pubblici: è passato col rosso a bordo del suo scooter. E siccome, da quanto si sa, una violazione analoga gli è stata contestata l’anno scorso, la polizia locale gli ha sospeso la patente.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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De Gregori, e il florido mercato degli artisti engagé

Lo vedo passare, il Principe, la mattina per il Lungotevere della Vittoria: leggero, scivola via e intorno a lui il vuoto. Nessuno che osi disturbare il suo cammino, chiedergli un selfie. Francesco De Gregori è un atipico pezzo di Roma, quella che non indulge alla caciara e alla cordialità finta e appiccicosa da circolo sul Tevere (dove, al massimo, in anni lontani sarà entrato per portare i figli a nuoto, da tipico padre collaborativo di Roma Nord, forse).

Francesco De Gregori, in cinquantatré anni, ha scritto a sua volta pezzi di storia della vita di tanti, da quando frequentava il Folkstudio ai primi concerti in un cinema-teatro dietro la Tiburtina, dove si alzava immancabile il pugno quando annunciava che avevano ammazzato Pablo, perché non avevamo capito niente, come al solito. Una sera Lucio Dalla salì sul palco per un duetto di “Anidride solforosa” di Roberto Roversi. Succedeva anche questo, ai tempi: altro che le finte ospitate casuali dei costosi concertini di oggi.

Fino ai suoi immancabili concerti natalizi al Teatro Tenda di piazza Mancini, con cui si scandivano amori importanti e sofferti.

Che io mi ricordi, la sua canzone più politica è “Storie di ieri”, la prima in cui, negli anni Settanta, veniva pronunciato il nome di Mussolini per definirlo un «poeta truffatore».

Certo, anche “Viva l’Italia”, ma lì cantava un Paese idealizzato che si stringeva «ad occhi aperti nella notte triste» della strage di piazza Fontana e che si sarebbe riunito, di lì a pochi anni, per l’ultima volta intorno al feretro di Enrico Berlinguer.

Un Paese che forse non è mai esistito e oggi è sparito, ma a cui si poteva guardare anche con empatia e pietà, come il piccolo cuoco di Salò alle prese con la Storia che gli passa accanto in un’Italia che muore nel suo ultimo grande lavoro, “Amore nel pomeriggio”, del 2001.

Fondamentalmente Francesco De Gregori al “popolo de sinistra” è sempre stato estraneo. Ha raccontato scenari surreali (“Alice”), metafore (“Bufalo Bill” e “Titanic”), solitudini di donne cannone e leve calcistiche, sospeso tra Bob Dylan e Leonard Cohen. Ha raccontato storie intime e individuali. Il resto non gli ha mai interessato e, proprio per questo, subì un traumatico processo a scena aperta il 2 aprile 1976 al Palalido di Milano.

Durante il tour di “Bufalo Bill “(e non era un caso: l’uomo diventato simbolo, suo malgrado, di qualcosa di molto più grande), fu accusato e minacciato – si parlò di una pistola mostrata in pubblico – da membri di Autonomia Operaia, gruppo estremista, di essersi venduto al capitale, di essere diventato l’artista commerciale di “Buonanotte fiorellino”, di sfruttare i suoi ammiratori costretti a pagare (millecinquecento lire, oggi circa settanta centesimi) per ascoltarlo.

Raccontano le cronache che sul palco «un uomo dalla barba bianca, dall’età indefinibile, prende la parola: “La rivoluzione non si fa con la musica. Prima si fa la rivoluzione, poi si pensa alle arti e alla musica. Lo diceva anche Majakovskij, che era un vero rivoluzionario, e si è suicidato. Suicidati anche tu”».

De Gregori ascolta pallido e silenzioso. Mormora al microfono: «Forse sono una vittima dell’industria». Riesce a raggiungere il camerino, distrutto, e conclude: «Stasera mancava solo l’olio di ricino».

Esattamente mezzo secolo dopo, un altro uomo di età indefinibile, capelli e baffetti bianchi, è salito sul palco per fargli il processo sul suo silenzio riguardo al «genocidio di Gaza». L’uomo è Gino Castaldo, critico musicale di Repubblica, immortalato dalla Gialappa’s come un omino seviziato da Ema Stokholma.

Castaldo non lo invita al suicidio, ma a pentirsi di non aver condannato con le giuste parole l’eccidio di settantamila gazawi, per molti evidentemente del tutto sovrapponibile a quello di milioni di ebrei. Forse la vera colpa è di non aver sdoganato la grande voglia di antisemitismo che gira nell’aria.

Dall’Italia del 12 dicembre a quella di Zerocalcare non è cambiato nulla. O forse è cambiato tutto. De Gregori scivola via sul Lungotevere mentre «i gatti guardano nel sole».

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