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Belfast, scoppia la protesta anti-immigrati

Manifestazioni di protesta anti immigrati, strade bloccate, bidoni e veicoli dati alle fiamme, fra cui anche un autobus. Belfast ha reagito così, ieri, dopo l'episodio di violenza avvenuto nella capitale dell'Irlanda del Nord, con protagonista un sudanese. L'uomo, che aveva il permesso di soggiorno nel Regno Unito, lunedì sera ha aggredito in modo violentissimo una persona attorno ai quarant'anni della quale non sono state rese note le generalità. L'assalto, brutale, è stato ripreso da un video amatoriale che ha fatto il giro del web, suscitando orrore e indignazione. Nelle immagini si vede il sudanese, dell'apparente età di una trentina di anni, a cavalcioni sopra la sua vittima che ferisce ripetutamente con un coltello. «Sta tentando di tagliargli la testa», si sente dire da un testimone inorridito nel video. «Lascialo», invoca un altro. Nel video si vede anche un terzo uomo, che il web ha eletto ad eroe, affrontare l'aggressore con una racchetta di hurling, uno sport gaelico. Poi intervengono anche altri uomini che sembrano riuscire nell'intento di fermare l'africano. Nel frattempo qualcuno aveva avvertito la polizia, che è intervenuta poco dopo arrestando l'aggressore. L'uomo è sotto custodia con l'accusa di tentato omicidio. La polizia nordirlandese (Psni) ha escluso il movente terroristico dietro il gesto e ha precisato che l'aggressore sarebbe arrivato a Belfast nel febbraio 2023 dal Sudan passando per Parigi e Dublino. Una volta arrivato in Irlanda del Nord avrebbe presentato domanda di asilo e, nel settembre del 2023, avrebbe ottenuto il permesso di soggiorno nel Regno Unito. La vittima avrebbe riportato «significative ferite agli occhi, al collo e alla schiena», ma non sarebbe in pericolo di vita.

L'episodio ha scioccato l'isola e l'intero Regno Unito. Ieri in serata le strade di Belfast sono state invase dalle proteste. I manifestanti, molti dei quali a volto coperto, hanno bloccato importanti arterie stradali della città e alcuni di loro hanno dato fuoco a diversi veicoli. Del fumo si è alzato da più punti della città. Ma anche sulle sponde dell'Inghilterra, a Southampton, ci sono stati raduni di protesta: la città è ancora scossa dal caso di Henry Nowak, il 18enne bianco accoltellato il 3 dicembre scorso in strada da un giovane britannico di origini sikh e che, invece di essere soccorso, venne ammanettato dagli agenti intervenuti, convinti dall'aggressore che lui avesse reagito a un attacco a sfondo razzista.

La nuova aggressione a Belfast ha anche provocato le prevedibili reazioni delle varie forze politiche. A cavalcare in particolare la «decapitazione di Belfast» è stato Nigel Farage, leader di Reform Uk, che non ha nemmeno atteso gli esiti delle prime indagini per accusare le autorità britanniche di concedere permessi di soggiorno con eccessiva facilità e chiedere alle autorità di «rivelare immediatamente l'identità e lo status dell'aggressore» tagliando corto: «Il pubblico deve conoscere la verità». Il ministro per l'Irlanda del Nord Hilary Benn, intervenendo alla Camera dei Comuni, ha minacciato la comunità di Belfast di dure ritorsioni in caso di manifestazioni violente mentre lo stesso premier Keis Starmer ha parlato di aggressione «ripugnante», invocando la tolleranza zero. Perfino il miliardario Elon Musk su X ha commentato «enough». Ovvero: abbastanza.

Trent’anni, rifugiato nel Regno unito e arrivato da Parigi nel 2023: chi è il migrante che voleva decapitare un irlandese

È stata una notte di disordini a Belfast dopo la brutale aggressione per strada di un uomo da parte di un richiedente asilo sudanese di 30 anni, Hadi Alodid, in possesso di un permesso di soggiorno illimitato per 5 anni come rifugiato nel Regno Unito, rilasciato il 23 settembre del 2023. Dal video che riprende l’assalto contro Stephen Ogilvie emerge che l’aggressore ha tentato di decapitare la propria vittima con un coltello da cucina, provocandogli ferite gravissime al volto, al collo, alla schiena e alla testa. La vittima versa ancora in gravissime condizioni e non è fuori pericolo: dalle ultime informazioni pare abbia perso l’occhio sinistro. Dell’aggressore non sono state diffuse foto o immagini. Quando è stato fermato dalla polizia ha dichiarato “ho ucciso qualcuno”, frase ripetuta anche in ospedale aggiungendo: “Non so se sia morto”. E mentre lo medicavano in ospedale per una ferita alla mano ha minacciato un medico: “Ti ucciderò”

Dalle informazioni frammentarie che sono emerse in queste ore pare che l’aggressore sia arrivato il 10 febbraio del 2023 da Dublino a Belfast a bordo di un autobus e che abbia viaggiato verso l’Irlanda dalla Francia. Ha attraversato legalmente il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord sfruttando un accordo di lunga data tra i due Paesi che prevede che non vengano effettuati controlli sul passaporto. Appena arrivato a Belfast ha chiesto asilo. Il viaggio dal Sudan al Paese Transalpino resta per il momento un’incognita, non è chiaro come abbia fatto a raggiungere la Francia ma sono numerosi i sudanesi che partono dalle coste del Nord Africa per raggiungere l’Europa passando dall’Italia. Nel 2025 sono stati 4.183 su 66.296 i soggetti che hanno dichiarato di essere sudanesi al momento dello sbarco in Italia. È stata la quinta nazionalità per volume e rappresenta il 6,3% di tutti gli sbarcati. Nel 2023, anno in cui è arrivato in Irlanda da Parigi, i sudanesi sbarcati in Italia furono 5.834 su 157.652, il 3,7% del totale. Le autorità dovranno ora ricostruire tutto il percorso fatto dal Sudan a Belfast per capire i suoi spostamenti, soprattutto prima di arrivare in Irlanda, e le ragioni per le quali gli sia stato concesso il permesso di soggiorno illimitato, anche se a tempo determinato.

L’aggressore è stato incriminato per tentato omicidio, possesso in luogo pubblico di un oggetto con lama o punta e minacce di morte. . Quest’oggi è comparso davanti alla Belfast Magistrates Court per la convalida del fermo, ha rifiutato la rappresentanza legale e non ha risposto alle accuse che gli sono state mosse tramite un interprete. Ci sono state numerose case date alle fiamme nella notte a Belfast, oltre a vetture, autobus e furgoni, e in diverse città dell’Irlanda del Nord si sono avuti violenti disordini. Una furia cieca che è esplosa, alimentata dalla frustrazione di vedere le città sempre meno sicure, che ha colpito anche stranieri regolarmente inseriti nel tessuto sociale. Disordini "scioccanti e del tutto inaccettabili", li ha definiti il premier britannico Keir Starmer, "Non esiste alcuna giustificazione per la violenza e i disordini che abbiamo visto minacciare le nostre comunità, né per chi li ha incoraggiati, online o altrove. È evidente che le persone sono state prese di mira a causa della loro origine" e che "i responsabili sentiranno tutta la forza della legge".

La situazione nel Regno Unito è sfuggita di mano ormai diversi anni fa, gli inglesi e gli irlandesi si sentono braccati nel proprio Paese e la vicinanza dell’aggressione a Ogilvie rispetto alle polemiche per l’uccisione di Henry Nowak ha senz’altro fomentato ulteriormente gli animi.

A nord di Belfast la Bbc ha riferito che diverse decine di uomini hanno calciato porte e finestre dicendo che stavano “portando fuori gli stranieri” e in altre zone della città diversi gruppi di residenti fermavano le auto per verificare che vi fossero immigrati. “Nulla può giustificare la violenza e il disordine a cui abbiamo assistito, che minacciano le nostre comunità, né le azioni di coloro che li hanno incitati, online o altrove. È chiaro che ieri sera le persone sono state prese di mira a causa della loro provenienza, e io non lo tollero", ha dichiarato il primo ministro inglese, Keir Starmer.

La criminalità etnica è un problema grave nel Regno Unito, non meno grave nell’Unione europea, ma al di là della Manica a rendere tutto più complicato ci sono anche le linee guida politiche, che tendono a tutelare le minoranze a scapito degli autoctoni, come emerge allo stesso caso Nowak. Stanotte ci sono stati scontri e manifestazioni anche a Londra, Glasgow e Southampton. Le autorità locali hanno invitato i cittadini alla calma, invitando a non cadere nel razzismo e sostenendo che i protagonisti delle proteste di ieri verranno perseguiti: gli eventi sono stati classificati come teppismo. Dall’altra parte si chiede maggiore attenzione agli ingressi rafforzando le frontiere, più controlli nelle pratiche di concessione dei permessi di soggiorno e rimpatrio di soggetti che si rendono protagonisti di violenze.

Belfast, esplode la rivolta anti-immigrati: bus in fiamme dopo l’aggressione choc

Alta tensione a Belfast, in Irlanda del Nord, dove in serata sono scoppiati disordini anti-migranti dopo il brutale accoltellamento di un uomo di 40 anni, rimasto gravemente ferito nella zona di Kinnaird Avenue, nel nord della città. L’aggressione, ripresa in un video choc circolato sui media e sui social, è stata attribuita a un uomo trentenne di origine sudanese, arrestato e incriminato per tentato omicidio.

Secondo quanto riferito, il sospettato aveva ottenuto l’asilo sotto il precedente governo conservatore dopo essere arrivato a Belfast via Dublino nel febbraio 2023. La vittima è stata trasportata in ospedale con gravi lesioni al volto, al collo e alla schiena. Sul luogo dell’aggressione è stato rinvenuto un coltello da cucina. La polizia dell’Irlanda del Nord ha precisato che, al momento, non vi sono elementi che facciano pensare a un attacco terroristico, mentre tra le ipotesi investigative sarebbe emersa quella di un raptus.

Bus e cassonetti in fiamme a Belfast

Dopo la diffusione delle immagini dell’accoltellamento, decine di manifestanti sono scesi in strada bloccando alcune vie della città. Nel corso delle proteste sono stati dati alle fiamme bidoni della spazzatura, automobili e un autobus. Nella zona est di Belfast, manifestanti con felpe nere con cappuccio, alcuni dei quali con il volto coperto da maschere, hanno incendiato un mezzo pubblico, mentre in altre aree della città si sono registrati roghi e blocchi stradali.

La Polizia dell’Irlanda del Nord è intervenuta in forze per contenere le violenze, alimentate anche dagli appelli diffusi online da gruppi di cosiddetti “patrioti” legati all’ultradestra. A far crescere ulteriormente la tensione è stato anche un post di Tommy Robinson, rilanciato su X da Elon Musk, con un messaggio che invitava a protestare “ripetutamente e a gran voce” per ottenere un cambiamento.

Si sono rivelati inutili gli appelli alla calma lanciati dal governo laburista di Keir Starmer e dalle autorità locali. Il premier britannico ha definito l’aggressione “ripugnante” e ha invocato la tolleranza zero per episodi di violenza nelle strade del Regno Unito. Il ministro per l’Irlanda del Nord, Hilary Benn, intervenendo alla Camera dei Comuni, ha chiesto di evitare proteste violente per scongiurare ulteriori ripercussioni sulle comunità locali.

Il capo della polizia locale, Jon Boutcher, aveva già invitato i cittadini a “stare attenti a quello che vedete e condividete sui social”, avvertendo che la diffusione di immagini crude e informazioni non verificate rischia di provocare “un ulteriore trauma alla famiglia della vittima” e di ostacolare le indagini. Anche il vice capo della polizia nordirlandese, Ryan Henderson, ha ribadito che non risultano altri ricercati e che gli investigatori stanno ancora lavorando per chiarire il movente.

Lo scontro politico e le tensioni nel Regno Unito

Il caso ha subito acceso lo scontro politico. Nigel Farage, leader di Reform UK, ha chiesto che vengano rese pubbliche l’identità e lo status migratorio dell’aggressore, sostenendo che “il pubblico deve conoscere la verità”. Il suo partito è arrivato a chiedere un bando all’ingresso per tutti i cittadini sudanesi, senza distinzioni.

Le tensioni di Belfast arrivano a un anno da altri disordini anti-migranti scoppiati in Irlanda del Nord, quando l’arresto di due adolescenti di origine straniera accusati del tentato stupro di una ragazza aveva innescato violenze, scontri con la polizia e una sorta di caccia ai cittadini romeni.

Il clima resta teso anche nel resto del Regno Unito. Manifestanti sono scesi in strada anche a Southampton, città già teatro la scorsa settimana di proteste legate al caso di Henry Nowak, 18enne accoltellato a morte il 3 dicembre scorso da Vickrum Digwa, un giovane britannico di radici indiane sikh.

La vicenda Nowak è tornata al centro del dibattito pubblico dopo la diffusione delle immagini riprese dalla bodycam di uno degli agenti intervenuti sul posto. Il giovane, già agonizzante, fu inizialmente ammanettato dai primi due poliziotti arrivati, che si erano lasciati convincere dall’assassino che la vittima fosse un aggressore razzista. Digwa è stato poi condannato per omicidio all’ergastolo, con una pena minima di 21 anni.

Il senso di insicurezza nel Paese è stato alimentato anche da altri episodi di violenza, tra cui l’uccisione a coltellate di Talay Riley, cantautore 35enne vincitore di un Grammy e autore di brani per star come Dua Lipa e Britney Spears, trovato morto nei giorni scorsi in un giardino di Londra.

Luca Parmitano sarà il pilota di Artemis III: la nuova missione verso la Luna

Un onore e un privilegio sia per l’uomo ma anche per un’intera nazione come l’Italia: l’astronauta Luca Parmitano sarà il pilota della missione “Artemis III” che riporterà l’uomo sulla Luna.

Le parole di Parmitano

“Mi scuso in anticipo se mi emozionerò. Sono onorato. Per un lancio spaziale servono tante componenti. Per me la piattaforma di lancio è l'Italia, il nostro sistema educativo. L'Italia mi mi ha dato gli strumenti professionali necessari”, ha dichiarato Parmitano nel corso della presentazione dell'equipaggio. “L’Asi (Agenzia spaziale europea, ndr) “mi ha dato il primo volo per mettere alla prova quelle skill. L'Esa per me è come la ‘launch tower’. Connette mondi diversi, costruendo ponti e connessioni per elevare individui per raggiungere il loro potenziale. Il razzo è la Nasa, che mi ha permesso di essere parte di questo gruppo incredibile di persone”.

Poi, il messaggio toccante anche alla famiglia. “Il carburante è proprio qui: Mia, Sara, Marta, tutta la mia famiglia nel pubblico, voi siete l'energia che alimenta la mia anima e il vostro amore è la scintilla”, ha detto commosso Parmitano, unico astronauta europeo a far parte di questa missione.

La nota dell’Esa

Con orgoglio, la notizia l’ha sui profili social anche l’Agenzia Spaziale Europea. “Il nostro astronauta Luca Parmitano è assegnato come pilota della missione #ArtemisIII della NASA. Con l'Europa che alimenta Orion con il Modulo di Servizio Europeo, questa missione testerà le operazioni critiche che preparano il ritorno dell'umanità sulla Luna”.

Una missione storica

Oltre a Parmitano l’equipaggio sarà composto da Randy Bresnik, Frank Rubio e Andre Douglas, assegnato come riserva nella missione Artemis II. Nel programma spaziale sono previsti lanci multipli dei razzi più potenti al mondo così da testare l’integrazione del sistema tra Orion e i lander.

"Oggi compiamo un altro audace passo verso il ritorno dell'umanità sulla Luna, basandoci sulle straordinarie fondamenta gettate dagli astronauti di Artemis II", ha dichiarato l'amministratore della Nasa, Jared Isaacman. "Le loro imprese hanno riacceso l'entusiasmo globale per l'esplorazione e ora passano il testimone al team di Artemis III, composto da Randy, Luca, Frank e Andre. Artemis III dimostrerà la potenza dell'innovazione americana e della collaborazione internazionale, mentre testeremo complesse operazioni di rendezvous e attracco e faremo progredire le tecnologie che un giorno ci porteranno piu' in profondità nel sistema solare”.

Chi è Parmitano

Cinquanta anni, siciliano di Paternò (provincia di Catania), Parmitano è il primo italiano ad aver effettuato un’attività extraveicolare nel 2013 con oltre sei ore di “passeggiata spaziale”. Sempre primo italiano - e terzo europeo - ad aver comandato anche l’ISS (Stazione Spaziale Internazionale).

L’incidente dell’Apache Usa e il salvataggio col drone marino: “Operazione mai vista prima”

Nelle scorse ore un elicottero d'attacco Apache dell'esercito statunitense è precipitato al largo delle coste dell'Oman, nei pressi dello Stretto di Hormuz, durante una missione di pattugliamento nelle acque regionali. I due membri dell'equipaggio sono stati tratti in salvo, come ha confermato il Comando Centrale delle forze armate (CENTCOM) che non ha fin qui specificato le cause dell'incidente. Il velivolo è stato abbattuto dal fuoco iraniano oppure ha riscontrato un guasto meccanico? Le indagini sono in corso, mentre emergono i particolari dell'operazione che ha tratto in salvo l'equipaggio del mezzo. Decisivo il ruolo giocato da un drone particolare: un'imbarcazione di superficie senza equipaggio tra l'altro per la prima volta usata in simili circostanze.

Il salvataggio dell'equipaggio dell'Apache

Secondo quanto riportato da The War Zone, nella delicata operazione di salvataggio le forze Usa hanno impiegato un USV (Unmanned Surface Vessel, ossia un veicolo di superficie senza equipaggio) della Marina Militare. Mancano i dettagli su quale drone sia stato usato. La Task Force 59, la principale forza droni dell'esercito americano in Medio Oriente, impiega diversi USV, inclusi modelli simili a motoscafi e nuove tecnologie navali senza equipaggio.

"Alle 19:33 ET dell'8 giugno, due membri dell'equipaggio di un elicottero AH-64 Apache dell'esercito statunitense sono stati tratti in salvo dalle forze americane dopo che il loro elicottero era precipitato vicino alla costa dell'Oman durante una missione di pattugliamento nelle acque regionali", si legge nella dichiarazione del CENTCOM. Sappiamo soltanto che "i soldati sono stati tratti in salvo in circa due ore e sono in condizioni stabili"e che "le cause dell'incidente sono oggetto di indagine".

Gli Apache hanno più volte condotto missioni contro obiettivi navali iraniani nello Stretto di Hormuz e nelle aree limitrofe. In generale, le operazioni di ricerca e soccorso presentano complessità e rischi intrinseci, soprattutto quando condotte in territorio ostile o nelle sue vicinanze.L'impiego di droni navali nelle operazioni di salvataggio notturne ha evidenziato una nuova dimensione per le attività di ricerca e soccorso marittimo (CSAR).

L'importanza dei droni

Gli USV offrono vantaggi significativi in determinati scenari. Quali? Per esempio, possono raggiungere aree inaccessibili ai mezzi tradizionali e senza il rischio di impiegare ulteriore personale. Non è un caso che le forze armate statunitensi stiano lentamente prendendo coscienza della vulnerabilità dei propri mezzi CSAR e delle distanze necessarie per raggiungere aree altamente difese, in particolare durante un conflitto di pari livello.

Da questo punto di vista, l'utilizzo di droni per il recupero del personale diventerà centrale nella strategia militare Usa. Nell'episodio che ha riguardato l'Apache, ancora scarno di dettaglio, un funzionario statunitense anonimo ha dichiarato ad ABC News che un drone con un "design simile a quello di un motoscafo" ha recuperato i piloti dell'elicottero dall'acqua e li ha riportati sani e salvi a terra.

A proposito: gli stessi Usv possono essere preposizionati e distribuiti in anticipo lungo determinate rotte di volo, rivelandosi particolarmente utili per le future operazioni di ricerca e soccorso nel Pacifico, dove le forze armate Usa si stanno preparando a potenziali scontri con la Marina e l'aviazione cinesi.

"Stupro e pedofilia su 28 studentesse minorenni". Insegnante di Corano condannato a 20 anni

Vent'anni di carcere per stupro e pedofilia ai danni di 28 studentesse minorenni. Questa la condanna inflitta dal tribunale senegalese a Serigne Khadim Mbacké insegnante di Corano a Touba, città religiosa nel centro del Paese africano.

Stando a quanto riportato dai media locali e dall'Agenzia di stampa senegalese (Aps), il processo si è svolto presso l'Alta corte di Diourbel (Senegal centrale) che ha giurisdizione amministrativa su Touba.

Le vittime erano studentesse della scuola coranica

Le accuse derivano da crimini risalenti a maggio 2023. Tutte le 28 vittime erano studentesse della scuola coranica in cui insegnava Serigne Khadim Mbacké. "Diciotto di loro hanno perso la verginità, come attestato da certificati medici rilasciati da medici giurati", riferisce l'Aps.

Mbacké si è consegnato alla polizia di Touba a giugno 2023, dopo diverse settimane di latitanza. Il caso è venuto alla luce quando una delle ragazze si è rifiutata di tornare a scuola perché l'insegnante "aveva avuto rapporti sessuali con lei e con tutte le altre ragazze", come riportato dalla stampa all'epoca della vicenda.

Sangue per le strade di Belfast: migrante sudanese armato di coltello prova a decapitare un irlandese. "Ipotesi terrorismo". Salvini: "Tolleranza zero verso la barbarie"

Un uomo, pare di origine sudanese, è stato arrestato nelle scorse ore a Belfast dopo aver cercato di decapitare per strada un irlandese. La dinamica di quanto accaduto non è ancora del tutto chiara, la polizia sta indagando e per il momento non viene escluso nemmeno il terrorismo, anche se non ci sono attualmente indicatori in tal senso.

Nelle immagini registrate da alcuni passanti dopo aver chiamato la polizia si vede l’uomo di origine africana seduto sopra la sua vittima con in mano il coltello: l’irlandese è una maschera di sangue, le ferite al collo sono profondissime e nonostante questo cerca di dimenarsi e di togliersi dalla morsa del suo aggressore. Alcuni dei presenti, coraggiosamente armati di bastoni, hanno provato ad allontanare lo straniero colpendolo ripetutamente finché non sono riusciti ad allontanarlo dalla vittima e a disarmarlo. Pare che l'aggressore sia arrivato in Irlanda del Nord da Dublino e che abbia il permesso di soggiorno.

I presenti spiegano che quanto successo è come “qualcosa uscito da un film dell’orrore” e un esponente politico locale, Gavin Robinson, ha definito l’aggressione come “barbarica” e “medioevale”. Il video diffuso sui social è drammatico, si sentono le urla delle persone presenti: “Scendi da dosso, maledetto topo”, “Sta cercando di tagliargli la testa. Gli sta squartando la testa”. Fortunatamente i presenti sono riusciti a intervenire in tempo per salvare la vita alla vittima, che non è morta ma versa in gravissime condizioni a causa delle ferite profonde al collo e all’ingente perdita di sangue. La polizia ha rivelato che la vittima lotta ancora per la vita, ha ferite profonde anche agli occhi, al volto, alla schiena. “L'orribile attacco a Belfast di ieri sera è nauseante, i miei pensieri vanno innanzitutto alla vittima, e ringrazio i primi soccorritori, compresi i cittadini che sono intervenuti”, ha dichiarato il primo ministro.

Mentre nel Regno Unito i politici faticano a chiedere ai cittadini di mantenere la calma e di non saltare a conclusioni affrettate che, davanti al video, sono comunque inevitabili. A tal proposito Robinson ha chiesto al governo nazionale di riconoscere che "l'immigrazione incontrollata deve finire" e sottolineando che, a causa della mancata integrazione e della violenza di questi soggetti, ma non solo, “la coesione della comunità si trova sul precipizio”. La leader del Partito Conservatore, Kemi Badenoch, ha sottolineato che a fronte di questo attacco molte persone “cominceranno a chiedersi ancora una volta: si tratta di qualcuno che non avrebbe dovuto trovarsi nel nostro Paese? Ci sono state falle nei nostri confini?”. Anche per questo motivo ha esortato la polizia “a fare emergere i fatti il più rapidamente possibile in modo da poter fare chiarezza”. Del caso si è occupato anche Nigel Farage: “Le autorità devono rivelare immediatamente l'identità e lo status dell'aggressore. Le persone hanno diritto alla verità”.

Salvini: "Tolleranza zero verso la barbarie! Nessuno spazio per chi semina violenza, paura e terrore"

L'episodio è stato commentato via social anche da Matteo Salvini, che ha definito le immagini che arrivano da Belfast "mostruose e sconcertanti". "Inaccettabile vivere nel terrore quotidiano di coltelli, aggressioni e ora tentate decapitazioni per strada! Ma a che punto siamo arrivati???", le sue parole su Instagram. "Tolleranza zero verso la barbarie! Nessuno spazio per chi semina violenza, paura e terrore. Questa è difesa della nostra civiltà! Purtroppo la sinistra dell’accoglienza senza freni e tanti governanti europei, presunti “liberali”, minimizzando, cercando giustificazioni o addirittura voltando la testa dall’altra parte, stanno portando alla distruzione del tessuto sociale e civile del nostro continente", ha aggiunto.

Un post condiviso da Matteo Salvini (@matteosalviniofficial)

Ex marito di Nessy Guerra arrestato in Egitto. Lei, accusata di adulterio, bloccata nel Paese

Nessy Guerra potrà ora rientrare in Italia con la sua bambina? È la domanda che inevitabilmente sta percorrendo l’opinione pubblica in queste ore, dacché l’ex marito Tamer Hamouda - che impedisce il rientro grazie alla legge egiziana che prevede il consenso del padre - sarebbe stato arrestato. Non si conosce il capo d’accusa per l’uomo, nato da padre egiziano e madre italiana, sempre vissuto in Italia fino alla vigilia di una condanna definitiva presso il tribunale di Genova per i reati di percosse, lesioni, stalking, violazione di domicilio, furto e truffa ai danni di una precedente ex compagna.

Di recente, Hamouda aveva minacciato il viceconsole onorario a Hurgada Orazio Gioacchini: gli aveva detto che lo avrebbe gambizzato, dato che - ha affermato - aveva già compiuto un’azione simile in Italia. Gioacchini sta supportando Nessy Guerra, partita alla volta in Egitto con Hamouda anni fa e ignara all’epoca della causa pendente: da tre anni, cioè più o meno, da quando la figlia era neonata, e ha lasciato Hamouda dopo essere stata picchiata, la donna chiede di poter far ritorno in Liguria. Con lei da tempo ci sono i genitori, che vivono insieme alla donna e alla figlia segregate, dapprima a causa delle minacce continue di Hamouda - che afferma di vedere angeli ed essere Gesù Cristo - e poi a causa di una condanna per adulterio.

Hamouda, che avrebbe cercato in tutti i modi di far tornare con lui Nessy Guerra, la avrebbe infatti denunciata per questo reato - che in Italia non esiste - ingaggiando anche un falso testimone, che in effetti in sede giudiziaria avrebbe ritrattato le accuse verso la donna. Purtroppo non c’è stato nulla da fare: Guerra è stata condannata in appello a sei mesi di reclusione in un carcere egiziano e ai lavori forzati.

A seguito delle minacce verso il console - e a distanza anche alla premier Giorgia Meloni - Nessy Guerra aveva ancora una volta affidato le sue preoccupazioni a Instagram, scrivendo a corredo di un video: “Quanto ancora bisogna aspettare prima che si comprenda la gravità di quello che sta accadendo? Mi auguro che le autorità competenti possano valutare ogni elemento con la massima attenzione, prima che accada qualcosa di irreparabile”. Per il ritorno in Italia di Nessy era figlia c’è una petizione aperta su Change, e la donna chiede a gran voce l’intervento del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Bisognerà capire cosa accadrà ora: Hamouda era stato già più volte arrestato in Egitto e tutte le volte scarcerato.

Attacchi e aggressioni agli umani: cosa c'è dietro la "guerra degli orsi" in Giappone

Il Giappone sta vivendo una vera e propria emergenza legata agli orsi, con un numero sempre più alto di aggressioni e incursioni nelle aree urbane. Nelle ultime settimane ci sono stati diversi episodi che hanno riportato il tema al centro del dibattito pubblico, alimentando la preoccupazione di residenti e amministrazioni locali. L’ultimo caso? Arriva dalla prefettura di Fukushima, dove un orso nero ha ferito quattro persone attraversando fabbriche e quartieri residenziali prima di far perdere le proprie tracce. Questo fenomeno dura in realtà da anni e sta trasformando il rapporto tra uomini e fauna selvatica in una delle questioni più delicate per il governo nipponico.

Allarme orsi in Giappone

Come ha spiegato nel dettaglio il Telegraph, l’attacco di Fukushima ha avuto contorni insoliti e spettacolari. Le immagini delle telecamere di sorveglianza mostrano l’animale mentre corre in un parcheggio e si avventa su un uomo, per poi dirigersi verso l’ingresso di un edificio e colpire un secondo lavoratore. Altre due persone sono rimaste ferite, tra cui un’anziana che ha riportato lesioni gravi.

Il bilancio complessivo conferma una situazione ormai fuori dall’ordinario: nel corso dell’ultimo anno fiscale in Giappone si sono registrati oltre 230 attacchi di orsi, con 13 vittime, mentre dall’inizio della primavera di quest’anno si contano già diversi morti e più di 20 feriti. Non solo: gli avvistamenti non riguardano più soltanto le zone montane del nord.

Gli animali sono stati segnalati vicino ad aeroporti, supermercati, stabilimenti industriali e quartieri residenziali. In alcune prefetture, come Akita, l’aumento delle presenze ha spinto il governo a mobilitare perfino l’esercito per supportare le operazioni di contenimento, attraverso trappole e attività logistiche a sostegno dei cacciatori. Le autorità giapponesi hanno inoltre rafforzato le campagne informative rivolte alla popolazione, invitando escursionisti e residenti a prestare la massima attenzione.

Le ragioni dell’emergenza

Che cosa sta succedendo, dunque, in Giappone? Dietro questa escalation si nasconde una combinazione di fattori ambientali e demografici. Innanzitutto, la popolazione di orsi è cresciuta negli ultimi anni mentre molte aree rurali si sono progressivamente spopolate. La diminuzione degli abitanti, soprattutto giovani, ha reso numerosi villaggi più silenziosi e meno frequentati, favorendo l’avvicinamento degli animali ai centri abitati.

A ciò si aggiungono le oscillazioni nella disponibilità di cibo naturale, come ghiande e altri frutti di cui gli orsi si nutrono abitualmente. Quando queste risorse scarseggiano, gli animali sono spinti a cercare nutrimento vicino alle case e alle attività umane.

Il governo giapponese sta quindi valutando misure strutturali per la gestione della popolazione di orsi, compreso l’aumento del personale dedicato al controllo della fauna e il potenziamento delle reti di monitoraggio. La situazione resta tuttavia delicatissima.

A bear injured four people after wandering into a residential area of Fukushima, Japan today.

The bear first attacked two workers at a steel plant before moving into a nearby neighbourhood and injuring two more people, including an 80 year old woman.

Schools were temporarily…

— Volcaholic (@volcaholic1) June 2, 2026

“Applica la strategia dell’ostaggio”: ecco perché i negoziati non piegano Teheran

Il protrarsi dei negoziati tra Washington e Teheran e il ritorno, per iniziativa dei pasdaran, ad uno stato di guerra tra Israele e Iran, rientrato dopo ore ad altissima tensione, sembrano confermare come il regime degli ayatollah senta di avere dalla sua parte il fattore tempo. Al contrario dell’amministrazione americana guidata da Donald Trump che ogni giorno deve fare i conti con il malumore crescente, anche interno alla base Maga, di chi contesta il conflitto e i suoi costi economici, e con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, le quali potrebbero condannare il tycoon ad un ultimo biennio alla Casa Bianca da anatra zoppa.

Teheran è maestra nell’arte del traccheggiare al tavolo delle trattative (come peraltro già accaduto nel corso dei colloqui, durati anni, che precedettero la firma, al tempo della presidenza Obama, dell’accordo sul nucleare, ripudiato poi da The Donald) e non ha alcuna fretta di arrivare ad un’intesa che, a scorrere le dichiarazioni delle ultime settimane pronunciate dal leader statunitense, sembra sempre dietro l’angolo e che in realtà appare tratta da un’opera di Beckett.

La condotta dei diplomatici della Repubblica Islamica, dunque, si presenta simile a quella vista in precedenti occasioni. Con un’enorme differenza. La “melina iraniana”, infatti, costa cara. Teheran ha scoperto che il controllo da esso detenuto sullo Stretto di Hormuz, a cui è seguito il contro blocco americano delle acque del Golfo, è un’arma ben più potente delle testate nucleari che il regime è accusato da decenni di inseguire e infligge danni economici quasi senza precedenti

Proprio la questione dello Stretto è centrale per comprendere lo stallo in corso nelle trattative tra Stati Uniti e Iran, mediate dal Pakistan e da vari Paesi del Medio Oriente. A spiegare quanto sta avvenendo dietro le quinte è l’ex alto funzionario Usa Brett McGurk, il quale in un intervento pubblicato sul sito della Cnn sostiene che Washington e Teheran sarebbero impegnate in due negoziati completamente diversi. La prima tenderebbe a considerare le discussioni con il regime islamico attraverso la “lente del potere” mentre la seconda adopererebbe la “lente del possesso”.

McGurk, che ha ricoperto posizioni di rilievo nel campo della sicurezza nazionale sotto tutti gli ultimi presidenti americani, afferma che Trump punta a costringere l’Iran a cedere alle sue richieste attraverso pressioni economiche e sanzioni. Teheran, invece, mira a costringere lo storico nemico a cedere dopo aver acquisito qualcosa di prezioso ed essersi rifiutata di restituirlo. Una lezione che l’ex funzionario sottolinea di aver imparato in prima persona. McGurk negli ultimi dieci anni ha infatti negoziato in due circostanze il rilascio di ostaggi Usa detenuti dagli iraniani.

Le trattative per la liberazione di ostaggi annullano i vantaggi di potere e il regime teocratico lo sa bene, scrive McGurk secondo cui è esattamente per questo motivo che i pasdaran, a partire dalla rivoluzione del 1979 hanno utilizzato tali prigionieri come merce di scambio con Washington. Secondo quanto constatato dall’ex funzionario, il potere contava meno del possesso e gli Stati Uniti non potevano fare altro che pagare il prezzo stabilito dagli iraniani. Il tempo ha sempre giocato a favore di Teheran e la loro strategia è stata quella di aspettare che gli ostaggi soffrissero e che aumentasse la pressione sulla controparte per ottenere la loro liberazione.

Una dinamica che suona familiare. E lo è per davvero. L’Iran, prosegue McGurk, oggi punta ad applicare la stessa strategia, ma su una scala molto più ampia, avendo preso in ostaggio una delle arterie economiche più importanti del mondo attraverso la quale, prima dell’avvio dell’operazione Epic Fury, transitava circa un quinto del petrolio mondiale. Il regime degli ayatollah ha quindi il possesso di qualcosa che gli Stati Uniti e il resto del mondo desiderano e non lo cederà finché l’amministrazione repubblicana non pagherà un prezzo esorbitante. Una cifra che, a detta di Mohsen Rezaei, consigliere militare della nuova Guida Suprema, consisterebbe in 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati. “Se Trump prende sul serio i negoziati (...)”, ha detto Rezaei, “questi 24 miliardi di dollari rappresentano una prova di fiducia. È una prova che l’America deve superare”.

McGurk sottolinea che la cifra richiesta è quattro volte superiore a quella da lui negoziata durante le trattative che nel settembre 2023 portarono alla liberazione di cinque cittadini americani detenuti nel carcere di Evin (la somma in questione fu poi bloccata in seguito alla strage compiuta da Hamas il 7 ottobre). Oggi, scrive il diplomatico, i colloqui in corso sembrano essere un’altra trattativa per il rilascio di ostaggi, solo che questa volta l’ostaggio è l’economia globale. Certo, il blocco dello Stretto è un’arma a doppio taglio per i pasdaran con pesanti ricadute negative all’interno della Repubblica Islamica ma, come avverte McGurk, “è improbabile che le difficoltà economiche e le sofferenze del popolo iraniano influenzino i nuovi leader di Teheran”. Una considerazione che spiega l’attuale stallo e si basa su un calcolo spietato compiuto dal regime. Cioè che Trump abbia una capacità di resistere alla pressione inferiore a quella dell’Iran e che il tycoon sarà dunque costretto a cedere prima che la situazione economica a Teheran si faccia insostenibile.

Flotilla, il ministro israeliano Ben Gvir indagato a Roma. Lui attacca l'Italia: "Il Paese delle ciabatte". Tajani: "Parole inaccettabili e indegne"

Un esponente del governo israeliano finisce sotto indagine da parte della procura di Roma. Si tratta di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale. Deve rispondere delle accuse gravissime di tortura, sequestro di persona e tentato omicidio. Il fascicolo è stato aperto dopo i fermi degli attivisti italiani della Global Sumud Flotilla, avvenuti nel maggio scorso.

Ben Gvir contro l'Italia: "Paese delle ciabatte"

Con un post su X Ben Givr ironizza contro l'Italia: "Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte". "Israele - aggiunge citato dai media israeliani - non è un sacco da boxe per un branco di bugiardi sostenitori del terrorismo che fabbricano calunnie e menzogne contro i nostri combattenti. Non mi lascerò scoraggiare da questa o da qualsiasi altra inchiesta e continuerò a stare orgogliosamente al fianco dei nostri combattenti".

Tajani: "Parole inaccettabili e indegne"

"Non ho parole per commentare ciò che ha detto Ben Gvir nei confronti dell'Italia ieri dopo aver saputo che era indagato dalla procura della Repubblica. Sono parole inaccettabili che rispediamo al mittente, non sono degne di un ministro. L'Italia è un Paese amico di Israele che ha sempre difeso la libertà e la democrazia e respingiamo al mittente qualsiasi offesa o tentativo di denigrare. Le parole di Ben Gvir dimostrano il livello politico e morale di questo signore", ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, alle Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato con il ministro della Difesa Guido Crosetto. "Dopo gli inaccettabili atti compiuti ai danni degli attivisti della Global Sumud Flotilla, ho chiesto all'Alto Rappresentante Kallas di portare al Consiglio Affari Esteri una proposta di sanzioni nei confronti del ministro Ben Gvir, responsabile politico di quel grave episodio" e "molti Paesi hanno accolto con favore la nostra proposta, a partire dalla Francia e ad esempio il ministro degli Esteri olandese che ho incontrato ieri", ha sottolineato Tajani. "Ne ho parlato con il ministro degli Esteri Barrot nei giorni scorsi" e "ha concordato sull'importanza di dare un segnale forte verso un ministro che non è degno di rappresentare Israele. Vedremo nei prossimi giorni se sarà possibile raggiungere un consenso in Europa, ma desidero rassicurare quest'Aula sul fatto che continueremo ad insistere verso questo obiettivo. Siamo pronti a valutare, con i partner europei, anche misure sui prodotti provenienti dagli insediamenti illegali: siamo in attesa delle proposte della Commissione Europea".

Cosa c'è nell'inchiesta

Oltre alle testimonianze dei partecipanti alla missione, sentiti dai carabinieri del Ros, in mano alla procura ci sono anche il video, girato nel porto di Ashdod, dove si vede Ben-Gvir che si muove tra i partecipanti alla Global Sumud Flotilla e li deride, mentre questi sono in ginocchio con le mani ammanettate dietro alla schiena. Era stato lo stesso Ben Givr a pubblicare quelle immagini sui propri canali social. C'è da dire che altri fascicoli erano stati aperti, in passato, a seguito delle missioni della Flotilla. L’ultimo dopo gli esposti arrivati in seguito all’abbordaggio delle autorità israeliane contro le imbarcazioni partite il 26 aprile dalla Sicilia e fermate la notte del 29 aprile in acque internazionali vicino all’isola di Creta. Un altro procedimento era stato aperto dopo che lo scorso ottobre attivisti e parlamentari italiani che si trovavano a bordo delle navi della Global Sumud Flotilla erano stati fermati in prossimità della costa di Gaza dalle forze israeliane e poi rimpatriati. In quell’ambito i magistrati avevano chiesto al ministero di Giustizia di inoltrare una rogatoria a Israele per chiedere informazioni sulle procedure utilizzate e la catena di comando che ha gestito i fermi. Richiesta di atti che, dopo una comunicazione da parte di via Arenula ai magistrati romani, verrà inoltrata direttamente dall’Ufficio giudiziario di piazzale Clodio.

“Può demolire la Statua della Libertà? Sì...”. Il retroscena su Trump e i lavori alla Casa Bianca

Donald Trump ha diritto a continuare i lavori per la costruzione della sala da ballo della Casa Bianca e nessun giudice può fermarlo. La posizione senza se e senza ma è stata espressa venerdì, nel corso di un’udienza della Corte d’appello del Distretto di Columbia, da Yaakov Roth, un legale del dipartimento di Giustizia. I membri del collegio composto da tre giudici della Corte federale hanno tempestato di domande il rappresentante dell’amministrazione repubblicana in merito alla sua posizione secondo cui il progetto fortemente voluto dal presidente americano, che ad ottobre dell’anno scorso ha portato alla demolizione della East Wing, non possa essere fermato dai tribunali nemmeno se dichiarato illegale, perché ormai in una fase troppo avanzata e con significativi interessi di sicurezza nazionale in ballo.

“Se si è trattato di una completa illegalità da parte del governo… non c’era modo di fermarla?”, ha chiesto la giudice Patricia Millett, nominata da Barack Obama. “Penso che sia corretto”, ha risposto Roth. “Se il governo decidesse di demolire la Statua della Libertà (…) non si potrebbe fare nulla?”, ha incalzato Millet. “Penso che sia giusto, sì”, la risposta del legale del dipartimento di Giustizia.

I lavori per la costruzione della ballroom, e di un complesso militare nell’area sottostante, procedono a tambur battente. A marzo un giudice federale aveva bloccato il cantiere ma la Corte d’appello del Distretto di Columbia aveva rapidamente sospeso la sentenza, consentendo la ripresa dei lavori in attesa della conclusione del contenzioso.

L’evidente scetticismo di Millett è stato condiviso dal collega Bradley N. Garcia, nominato da Joe Biden. La legittimità dell’azione legale contro il progetto di The Donald, intentata dal National Trust for Historic Preservation che sostiene che i terreni della Casa Bianca (designati come parco nazionale) non possono essere riqualificati senza l’approvazione del Congresso, è stata invece messa in dubbio dalla terza componente del collegio, la giudice Neomi Rao, nominata da Trump.

Il rappresentante del dipartimento di Giustizia ha affermato ai togati che le preoccupazioni “estetiche” del Trust riguardo alla Casa Bianca e alla demolizione dell’Ala Est, una sezione storicamente dedicata, almeno in parte, alla first lady di turno, devono passare in secondo piano rispetto alle questioni di sicurezza nazionale. Roth ha infatti dichiarato che “il bilancio tra danni e interesse pubblico è nettamente a favore di questo progetto” e che “da un lato c’è una preferenza architettonica, dall’altro la sicurezza del presidente degli Stati Uniti”.

Roth ha proseguito spiegando che sarebbe un abuso di potere da parte dei tribunali intraprendere qualsiasi azione per fermare la costruzione della sala da ballo, anche ora che si è ad uno stadio avanzato dei lavori e anche se fosse illegale secondo la legge federale. Il rappresentante dell’amministrazione ha aggiunto che qualora un tribunale dovesse dichiarare illegale il progetto del tycoon, l’unico rimedio spetterebbe al Congresso.

“Questo caso riguarda chi controlla le proprietà federali”, hanno scritto gli avvocati del National Trust in una memoria difensiva. E in effetti, riferendo dell’udienza di venerdì, il New York Times sottolinea che la questione al centro del dibattito giudiziario, più in generale, potrebbe servire da banco di prova per capire se i tribunali faranno valere i poteri di Capitol Hill per arginare le ambizioni di Trump di ricostruire la capitale degli Stati Uniti.

Arrestato il cantante e attore Patrick Bruel: 13 le presunte vittime nell'inchiesta per violenze sessuali

Nuovi sviluppi nell'inchiesta che da mesi coinvolge Patrick Bruel. Il celebre cantante e attore francese è stato posto in stato di fermo stamattina, 8 giugno, nell'ambito delle indagini su una serie di accuse di violenza sessuale avanzate da diverse donne. La notizia è stata confermata dalla Procura di Nanterre, che coordina gran parte delle procedure aperte in Francia. Secondo quanto comunicato dagli inquirenti, l'indagine riguarda attualmente tredici presunte vittime. L'artista, 67 anni, è stato convocato presso gli uffici del primo distretto della polizia giudiziaria di Parigi, dove attualmente viene interrogato dagli investigatori incaricati di fare luce sulle numerose denunce presentate nei suoi confronti.

Le accuse al centro dell'inchiesta

La Procura ha spiegato che il procedimento riguarda inizialmente le denunce presentate da tre donne che accusano Bruel di aggressioni sessuali e tentativi di stupro avvenuti tra il 1997 e il 2001. Con il proseguire delle indagini, però, gli investigatori hanno individuato altre presunte vittime che hanno riferito episodi analoghi, denunciando presunti stupri, tentativi di stupro, aggressioni sessuali e molestie avvenuti sia in Francia sia in Belgio. Secondo le informazioni diffuse dai media francesi, il cantante sarà ascoltato in particolare su alcuni fascicoli recentemente trasferiti presso la Procura di Nanterre, competente territorialmente in quanto Bruel risiede a Neuilly-sur-Seine, alle porte di Parigi.

I casi di cui dovrà rispondere

Tra le vicende che saranno esaminate durante gli interrogatori figura la denuncia presentata da Daniela Elstner, che accusa il cantante di tentato stupro e aggressione sessuale durante un festival cinematografico ad Acapulco nel 1997. Gli investigatori dovranno inoltre approfondire la denuncia di una giornalista che sostiene di aver subito un tentato stupro nel 2000 a Monaco. Tra i casi oggetto dell'inchiesta compare anche quello di un'ex dipendente dell'etichetta discografica di Bruel, che denuncia due presunte aggressioni sessuali risalenti al 2002 e al 2003. A queste si aggiungono una denuncia presentata a Metz per fatti che risalirebbero al 2008 e un'accusa di stupro riferita a un episodio avvenuto nel 2012 durante il Festival del cinema britannico di Dinard. Quest'ultimo fascicolo era inizialmente seguito dalla Procura di Saint-Malo ma è stato successivamente trasferito a Nanterre per riunire tutte le indagini in un unico fascicolo.

Il dossier belga

L'inchiesta francese si è ulteriormente ampliata nei giorni scorsi dopo una comunicazione ufficiale arrivata dalle autorità belghe. La segnalazione riguarda una donna che accusa Patrick Bruel di stupro e aggressione sessuale per fatti che sarebbero avvenuti nel 2010 a Bruxelles. Secondo quanto riportato dalla stampa belga, la donna, all'epoca addetta stampa impegnata nella promozione del film "Comme les cinq doigts de la main", avrebbe denunciato una serie di comportamenti indesiderati che si sarebbero verificati negli studi della RTBF, la televisione pubblica belga. Anche questo episodio rientra ora tra quelli esaminati dagli investigatori.

Almeno tredici presunte vittime identificate

La Procura di Nanterre ha precisato che, allo stato attuale delle indagini, le persone considerate presunte vittime sono tredici. Il numero potrebbe tuttavia aumentare con il proseguire degli accertamenti. Negli ultimi mesi diverse inchieste giornalistiche pubblicate da testate francesi e belghe hanno raccolto le testimonianze di numerose donne che accusano il cantante di comportamenti sessualmente violenti. Secondo quanto emerso, le denunce e le testimonianze riguarderebbero episodi avvenuti in un arco temporale molto ampio, compreso tra il 1991 e il 2015.

La posizione del cantante

Patrick Bruel continua a respingere tutte le accuse. Attraverso i suoi legali, Christophe Ingrain, Céline Lasek e Fanny Colin, l'artista ha ribadito la propria disponibilità a collaborare con la magistratura. "Da diverse settimane aveva fatto sapere di essere a disposizione della giustizia per poter finalmente rispondere nell'ambito della procedura giudiziaria davanti all'autorità competente - hanno dichiarato gli avvocati - Risponderà a tutte le domande degli investigatori e fornirà tutti gli elementi necessari a dimostrare la sua innocenza". Anche in precedenti comunicazioni pubbliche il cantante aveva contestato fermamente ogni accusa, sostenendo di non aver mai costretto alcuna donna ad avere rapporti o comportamenti sessuali contro la propria volontà. Come previsto dalla legge francese, Patrick Bruel è da considerarsi presunto innocente fino a eventuale condanna definitiva.

Le conseguenze sulla sua carriera

L'esplosione del caso ha già avuto conseguenze significative sulla carriera dell'artista. Alla fine di maggio Bruel ha annunciato l'annullamento della maggior parte della tournée che avrebbe dovuto prendere il via a metà giugno. Sono stati inoltre cancellati tre concerti previsti a Montréal. Il cantante ha anche deciso di ritirarsi dalla celebre formazione benefica francese degli Enfoirés, di cui faceva parte da molti anni. Anche alcune rappresentazioni teatrali in cui era impegnato sono state annullate nelle ultime settimane.

Quanto può durare il fermo

Secondo la normativa francese, il fermo disposto nei confronti di Patrick Bruel può durare fino a 48 ore. Al termine degli interrogatori gli investigatori e la magistratura dovranno decidere se disporre il rilascio dell'artista o se procedere con ulteriori provvedimenti giudiziari. Le indagini vanno comunque avanti e saranno gli accertamenti degli inquirenti a stabilire eventuali responsabilità.

Chi è il Patrick Bruel

Patrick Bruel, pseudonimo di Patrick Benguigui, è uno dei personaggi più popolari dello spettacolo francese degli ultimi quarant'anni. Nato il 14 maggio 1959 a Tlemcen, nell'allora Algeria francese, si trasferì in Francia con la madre dopo l'indipendenza algerina. La sua carriera iniziò alla fine degli anni Settanta come attore, ma il grande successo arrivò negli anni Ottanta e Novanta grazie alla musica. Brani come "Casser la voix", "Place des grands hommes" e "Alors regarde" lo hanno trasformato in uno degli artisti più amati dal pubblico francese. Parallelamente alla carriera musicale, Bruel ha lavorato intensamente anche nel cinema e nel teatro, prendendo parte a numerosi film e produzioni televisive. Nel corso degli anni ha ottenuto importanti riconoscimenti nel mondo della musica francese, tra cui la Victoire de la Musique come artista maschile dell'anno. Oltre all'attività artistica, è noto anche come giocatore professionista di poker, disciplina nella quale ha ottenuto risultati di rilievo a livello internazionale. Per decenni è stato considerato una delle figure più influenti e popolari della musica francese contemporanea, con milioni di dischi venduti e una carriera tra canzone, cinema e spettacolo.

“Servono maiale per escludere i musulmani”. La sinistra in Francia vuol censurare i banchetti “patriottici”

Una nuova polemica sta attraversando la Francia in questi giorni per colpa di una serie di eventi, dei banchetti, durante i quali si celebra la tradizione francese. Una società chiamata Le Canon Français, infatti, organizza periodicamente dei banchetti affittando uno spazio privato in un’area industriale a breve distanza dal centro di una città ai quali partecipano migliaia di persone. L’ultimo evento a Colmar, in Alsazia, è stato seguito anche dalla BBC e ha avuto un’affluenza di circa 3500 persone.

Si mangia, si canta e per lo più gli uomini indossano baschi e bretelle, una sorta di divisa rivisitata che richiama l’identità locale. Non sono mai state segnalate risse o problemi di ordine pubblico, anche perché il punto 3 del regolamento recita: "Non imporre le proprie idee politiche". Eppure la sinistra francese ha alzato la voce: questi banchetti sarebbero razzisti e discriminatori. Il motivo? I menù sono principalmente a base di carne di maiale, nel rispetto della tradizione gastronomica francese ricca di arrosti, e, ovviamente, di vino. Questo escluderebbe dai banchetti sia i musulmani che i vegetariani.

A sollevare il tema è stata La France Insoumise, che sostiene anche di avere le prove di cori razzisti durante l’evento: la BBC che ha partecipato all’evento di Colmar, però, sostiene che le uniche canzoni intonate sono state quelle della tradizione locale e di cantanti come Michel Delpech e Joe Dassi che, sebbene appartengano a un’altra epoca rispetto ai partecipanti, tutti tra i 20 e i 30 anni, sono molto amati.

L’altro elemento che sembra disturbare la sinistra francese è il presunto finanziatore di questi eventi, il miliardario Pierre-Edouard Stérin, conservatore che ha fondato un think tank che promuove idee di destra come il ridimensionamento dell'immigrazione, il blocco dell'aborto e la promozione del patrimonio cristiano della Francia.

Ancora una volta la sinistra emerge con il suo lato meno democratico, cercando di intervenire e polemizzare su eventi privati che creano aggregazione sana tra i giovani locali. “Veniamo per quattro cose: atmosfera, amici, alcol e cibo”, ha spiegato un partecipante alla BBC. Una motivazione a quanto pare molto comune tra i giovani che, come fa notare la testata inglese, a Colmar hanno festeggiato senza eccessi. “La folla a Colmar era prevalentemente – ma non esclusivamente – bianca, e molti si dicevano felici di poter festeggiare in modo tradizionale tra amici”, ha riferito la BBC.

Eppure pare che ci sia un’indagine in corso a Caen perché ci sarebbero state denunce di provocazioni razziali. Emma Fourreau, deputata di LFI, al contrario sostiene che questi banchetti siamo “retrogradi, una caricatura”, perché “non rappresentano la Francia moderna, che è un luogo ricco nella sua diversità”. Sebbene i banchetti siano aperti a tutti, basta pagare, e non vi siano selezioni all’ingresso, la sinistra con le sue accuse di razzismo è riuscita a far bloccare l’evento di Quimper, in Bretagna.

Crans-Montana, il finanziatore dei Moretti denunciato per traffico d'armi e riciclaggio

L'inchiesta sulla tragedia del Constellation di Crans-Montana, costata la vita a 41 persone e che ha provocato il ferimento di altre 115 durante la notte di Capodanno, si arricchisce di nuovi sviluppi che potrebbero allargare ulteriormente il perimetro delle indagini. Al centro dell'attenzione c'è Daniel Donnet-Monay, imprenditore svizzero e fondatore della fiduciaria Aags, l'uomo che anni fa contribuì economicamente all'avvio dell'attività imprenditoriale di Jacques e Jessica Moretti, oggi indagati nell'ambito dell'inchiesta sul devastante incendio del locale. Secondo quanto emerso da una denuncia presentata alle procure di Sion, Berna e Parigi da uno degli avvocati che rappresentano le famiglie delle vittime del rogo, Donnet-Monay sarebbe coinvolto in presunte attività di traffico illegale di armi, reclutamento non autorizzato di mercenari in Africa e riciclaggio di denaro in contesti riconducibili a criminali di guerra. Accuse estremamente pesanti che, se confermate, potrebbero gettare nuove ombre anche sulla rapida ascesa economica della coppia Moretti.

Il prestito ai Moretti

Il nome di Daniel Donnet-Monay compare fin dalle prime fasi della storia imprenditoriale dei coniugi Moretti. Fu infatti proprio attraverso la fiduciaria Aags che Jacques e Jessica ottennero un prestito di circa 20 mila euro che consentì loro di rilevare il locale e avviare l'attività che negli anni successivi si sarebbe ampliata fino a comprendere tre esercizi nella rinomata località turistica del Canton Vallese. Secondo quanto ricostruito dalla stampa svizzera, Donnet-Monay non si sarebbe limitato a fornire un sostegno economico iniziale. La sua struttura avrebbe infatti seguito anche aspetti amministrativi, contabili e fiscali delle società riconducibili alla coppia. Un rapporto che, secondo chi indaga, merita ora ulteriori approfondimenti.

La documentazione sparita durante le indagini

Già nelle prime fasi dell'inchiesta sulla strage di Capodanno era emerso un elemento che aveva attirato l'attenzione degli investigatori. Fino alla fine del 2024 la Aags si occupava infatti della gestione fiscale delle società dei Moretti. Quando però la procura di Sion ha richiesto la documentazione contabile e amministrativa relativa alle attività della coppia, il materiale non sarebbe stato disponibile. Secondo quanto riferito, i documenti sarebbero andati persi a causa di un guasto informatico che avrebbe compromesso l'archivio della fiduciaria. Una circostanza che ha inevitabilmente alimentato ulteriori interrogativi.

La società che avrebbe fornito equipaggiamenti militari in Africa

Uno dei punti centrali della denuncia riguarda la Algemira SA, società con sede a Martigny che, secondo il legale delle vittime, farebbe parte della rete societaria riconducibile a Donnet-Monay. Dagli atti emergerebbe che l'azienda avrebbe commercializzato equipaggiamenti destinati alle forze di sicurezza africane. Tra i prodotti presenti nel catalogo figurerebbero granate lacrimogene e accecanti, mirini ottici per fucili automatici come AK-47 e M-16, scudi elettrificati in grado di sviluppare scariche fino a due milioni di volt e droni militari capaci di trasportare carichi fino a 50 chilogrammi. Secondo l'accusa, tali attività potrebbero essere state condotte senza le necessarie autorizzazioni previste dalla normativa svizzera in materia di esportazione e intermediazione di materiale bellico.

I presunti istruttori inviati in Costa d'Avorio

Tra le contestazioni avanzate dall'avvocato compare anche un episodio che risalirebbe al periodo compreso tra il 2017 e il febbraio 2020. Sempre attraverso Algemira SA sarebbero stati inviati in Costa d'Avorio istruttori bielorussi incaricati di addestrare le forze armate locali all'utilizzo e alla manutenzione dei carri armati Cayman. Un'attività che, qualora accertata, potrebbe configurare ulteriori violazioni delle normative internazionali e svizzere in materia di sicurezza e cooperazione militare.

L'altra società finita nel mirino

Le accuse non riguardano soltanto Algemira. Nel dossier presentato alle procure viene citata anche la Vici SA di Losanna, altra società collegata a Donnet-Monay, che secondo il legale avrebbe svolto attività di intelligence non dichiarate. Gli accertamenti dovranno chiarire la natura effettiva di tali operazioni e verificare se siano state svolte nel rispetto delle leggi vigenti.

I rapporti con l'ex gendarme

Ulteriori interrogativi derivano da un contratto di intermediazione datato 17 aprile 2020. Il documento attesterebbe una partnership commerciale tra Algemira SA e Vici SA, entrambe riconducibili a Donnet-Monay, e Robert Montoya, ex gendarme francese che in Francia risulta indagato per favoreggiamento in crimini contro l'umanità. La presenza di questo accordo rappresenta uno degli elementi che gli inquirenti saranno chiamati ad approfondire per comprendere la reale portata delle relazioni commerciali tra i soggetti coinvolti.

Il sospetto di una rete di società

Nella denuncia si parla inoltre di un articolato sistema di società collegate tra loro, con amministratori che avrebbero ricoperto contemporaneamente diversi ruoli all'interno delle varie strutture. Secondo il legale delle vittime, tale meccanismo avrebbe consentito lo scambio di fatture per un valore complessivo di circa 822 mila franchi svizzeri relative a presunte infrastrutture informatiche. Tra gli elementi ritenuti sospetti figurerebbero importi identici, numerazioni sovrapposte e operazioni contabili che potrebbero richiedere ulteriori verifiche.

I prestiti milionari

Sotto osservazione sono finite anche alcune movimentazioni finanziarie interne al gruppo. In particolare, la Swiss Digital Services SA avrebbe incrementato nel giro di un anno il valore attribuito a un software sviluppato internamente, passando da circa 120 mila franchi a oltre 441 mila franchi. Nonostante tale rivalutazione, l'azienda avrebbe continuato a presentare un patrimonio netto fortemente negativo, risultando di fatto sovraindebitata senza che venisse avviata una procedura fallimentare. Gli investigatori stanno inoltre valutando una serie di prestiti concessi tra le società del gruppo. Tra questi figura un finanziamento da 1,8 milioni di franchi accordato alla Vici SA a condizioni considerate particolarmente favorevoli. Secondo la documentazione citata nella denuncia, tali operazioni sarebbero proseguite almeno fino al luglio 2024.

L'ipotesi di riciclaggio

Le accuse mosse contro Donnet-Monay dovranno ora essere esaminate dalle procure di Sion, Berna e Parigi, chiamate a verificare la fondatezza delle contestazioni. Particolare attenzione è rivolta alla magistratura di Sion, che dovrà accertare se la rapida crescita imprenditoriale dei Moretti possa essere stata favorita da capitali di provenienza illecita. Al momento si tratta di ipotesi investigative che dovranno essere confermate o smentite dagli accertamenti giudiziari in corso. Tuttavia, le nuove denunce rischiano di aggiungere ulteriori elementi di complessità in un'inchiesta già estremamente delicata, destinata a fare luce non soltanto sulle responsabilità legate alla tragedia del Constellation, ma anche sui rapporti economici e finanziari che negli anni hanno sostenuto l'attività dei suoi titolari.

Terremoto nelle Filippine, scossa di magnitudo 7.8. Edifici crollati e allerta tsunami

Un terremoto di magnitudo 7.8 ha colpito le Filippine meridionali. Il Pacific Tsunami Warning Center (PTWC), gestito dalla National Oceanic and Atmospheric Administration ha poi emesso un'allerta tsunami lungo le coste delle Filippine, dell'Indonesia, di Taiwan e fino al Giappone. Il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha chiesto alla popolazione di evacuare immediatamente verso zone più elevate nelle aree filippine vulnerabili allo tsunami, e anche le autorità indonesiane e malesi hanno emesso avvisi per le rispettive zone costiere.

Il sisma si è verificato a una profondità di 35 chilometri (10 miglia) dalla costa dell'isola di Mindanao, ha precisato l'US Geological Survey (USGS), innescando l'allarme tsunami per il Pacifico. Numerose le scosse di assestamento successive

È di almeno 15 morti e 200 feriti il bilancio provvisorio. La polizia ha segnalato anche il crollo di numerosi edifici. "Molti edifici sono stati colpiti, ma non posso elencarli ora perché siamo impegnati nelle operazioni di soccorso in corso", ha dichiarato il sergente maggiore Robert Dagon della polizia di General Santos City. "Diversi edifici sono crollati. Anche alcune case sono crollate".

"Si tratta di un terremoto di forte intensità e ci aspettiamo danni; abbiamo già visto alcuni edifici danneggiati, a giudicare dai video che abbiamo visionato", ha dichiarato Bacolcol all'Associated Press.L'emittente radiofonica DZRH di Manila ha riferito che il piccolo edificio commerciale che ospitava la sua sede provinciale è parzialmente crollato e che i dipendenti si sono precipitati al piano terra senza riportare ferite. Non è chiaro se altre persone siano rimaste intrappolate sotto le macerie dell'edificio di quattro piani a causa del terremoto, avvenuto prima dell'orario di lavoro. Detriti sono caduti anche da altri edifici, colpendo i taxi a tre ruote parcheggiati al piano inferiore.

Il Centro di allerta tsunami del Pacifico ha dichiarato che onde di tsunami fino a 3 metri (10 piedi) erano possibili su alcune coste delle Filippine. Onde fino a 1 metro (3 piedi) erano possibili su alcune coste dell'Indonesia e della Malesia.Bacolcol ha affermato che onde di 1 metro (3 piedi) sono state monitorate nelle province di Sultan Kudarat e Sarangani dalle stazioni di allerta tsunami terrestri. Onde di minore entità sono state monitorate in almeno un'altra provincia, ha aggiunto."Vi prego di dare ascolto all'allerta tsunami. Spostatevi subito in zone più elevate. Non aspettate. La vostra vita è più importante di qualsiasi cosa lasciate indietro", ha detto Marcos alla popolazione delle province colpite dal terremoto. "Il governo nazionale si sta muovendo e non lasceremo indietro Mindanao", ha affermato Marcos, aggiungendo che le agenzie di risposta alle emergenze erano in stato di allerta per intervenire.

Paura a New York: sei accoltellati stazione Penn Station

Sei persone sono rimaste ferite in un accoltellamento all'interno della Penn Station di New York domenica sera. Lo hanno riferito le autorità. Un uomo sospetto è stato preso in custodia dopo l'attacco, avvenuto intorno alle 19 in uno dei più trafficati snodi di trasporto del paese.

Il vasto complesso ferroviario sotto il Madison Square Garden serve Amtrak, Long Island Rail Road, NJ Transit e le linee della metropolitana di New York ed è utilizzato da centinaia di migliaia di pendolari e viaggiatori ogni giorno. Secondo quanto riferito dai vigili del fuoco della città, i paramedici hanno trovato una vittima con ferite gravi, due con ferite di media entità e due con ferite lievi. Tutte e cinque sono state trasportate al Bellevue Hospital. Un'altra persona, le cui condizioni non sono state immediatamente rese note, è stata trasportata in un altro ospedale.

Le autorità non hanno ancora e rilasciato dettagli su cosa abbia scatenato l'accoltellamento o se le vittime fossero state prese di mira. La violenza è scoppiata mentre New York si preparava per uno dei suoi più grandi eventi sportivi degli ultimi decenni. La partita di lunedì sera tra i New York Knicks e i San Antonio Spurs sarà la prima finale NBA al Madison Square Garden dal 1999 e si prevede che attirerà una folla enorme nell'arena.

Il presidente Donald Trump ha dichiarato di voler assistere alla partita trasmessa in diretta nazionale, il che ha portato a un massiccio dispiegamento di forze di sicurezza che ha coinvolto i Servizi Segreti, il Dipartimento di Polizia di New York e altre agenzie intorno al Madison Square Garden e agli isolati circostanti. Le autorità non hanno immediatamente indicato se l'accoltellamento avrebbe influito sui piani di sicurezza per la partita.La polizia di Amtrak ha dichiarato di aver avviato un'indagine sull'accoltellamento e di aver arrestato un sospetto. Le autorità non hanno immediatamente reso nota l'identità del sospetto né fornito informazioni su eventuali accuse.

Sparatoria a Tel Aviv, un morto e quattro feriti. Hamas: "Atto eroico, la resistenza continua"

Sparatorie a Sharon, nel nord di Tel Aviv, che hanno provocato un morto e 4 feriti. La polizia ha dichiarato a Channel 12 di "sospettare che si tratti di terrorismo". In tarda mattinata sono arrivati gli elogi di Hamas che ha definito gli attacchi armati nel centro di Israele "eroici" e ha affermato che si tratta di atti in risposta alla continua "aggressione contro Gaza" e ai "continui crimini" tra cui quello "contro la nostra gente in Cisgiordania e a Gerusalemme". L'organizzazione ha aggiunto, come riporta al Jazeera, che la "resistenza" continuerà. I due presunti terroristi sono stati neutralizzati, fanno sapere le Forze di sicurezza israeliane. Il bilancio è grave: l'attacco ha causato la morte di un cinquantenne israeliano, mentre altri cinque sono rimasti feriti, di cui due in modo grave.

Le sparatorie sono avvenute in tre diverse località della zona, vicino alla barriera di sicurezza della Cisgiordania. Un uomo di circa 30 anni è stato ucciso nell'attacco sulla Strada 5533, nei pressi di Tzur Natan. Altre cinque persone sono rimaste ferite da colpi d'arma da fuoco in diverse località. Nella località di Tzur Yitzhak è stato emesso un allarme per il rischio di infiltrazione di terroristi, ai residenti è stato chiesto di rimanere nelle proprie abitazioni. Squadre dell'Agenzia di sicurezza israeliana e dello Shin Bet sono state inviate sul luogo degli attentati a Sharon. Un portavoce dell'Idf ha dichiarato che "le forze sono arrivate a Salait e Zuk Yitzhak, dove il terrorista è stato neutralizzato. Le forze stanno perlustrando la zona alla ricerca di altri terroristi".

Tajani: "Condanniamo con fermezza l'attentato in Israele"

La notizia della sparatoria è stata commentata anche dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. "Condanno con fermezza l'attacco terroristico di Hamas avvenuto oggi in Israele, nella regione di Sharon. Esprimo solidarietà alle vittime e alle loro famiglie, e vicinanza al ministro Sàar e alle autorità israeliane. Il terrorismo non è mai giustificato: nessuna causa politica, nessun conflitto, nessuna rivendicazione può legittimare il massacro di civili innocenti. Il dialogo è l'unica strada per una pace duratura", ha scritto su X.

"Nuvola d'acciaio" contro i droni: l’arma che Kiev vuole produrre su larga scala

Con il progressivo aumento degli attacchi condotti mediante droni a lungo raggio, il conflitto in Ucraina sta accelerando una profonda trasformazione delle capacità difensive europee. La crescente vulnerabilità di infrastrutture energetiche, nodi logistici e installazioni strategiche ha spinto governi e industrie del continente a investire in nuove soluzioni dedicate al contrasto delle minacce aeree senza pilota. Tra i programmi più significativi emerge il FZ123 sviluppato da Thales Belgium, un armamento progettato specificamente per l’intercettazione di UAV e droni kamikaze che, grazie alla collaborazione tra Bruxelles e Kiev, potrebbe presto essere prodotto anche sul territorio ucraino.

Cosa sappiamo

Il sistema FZ123 deriva dall’evoluzione della consolidata famiglia di razzi da 70 millimetri prodotti nello stabilimento di Herstal, in Belgio. La variante anti-drone è stata sviluppata in appena dodici mesi, una tempistica particolarmente ridotta per un programma militare, resa possibile anche dal sostegno finanziario dell’Unione Europea destinato al rafforzamento della base industriale della difesa continentale.

L’elemento distintivo dell’armamento è la sua testata a frammentazione ad alta densità, equipaggiata con un carico compreso tra 6.500 e 7.500 sfere d’acciaio. Al momento dell’intercettazione, la detonazione genera una vasta nube di frammenti metallici ad alta velocità, aumentando significativamente la probabilità di colpire bersagli caratterizzati da dimensioni ridotte, elevata manovrabilità e limitata segnatura radar. La soluzione è stata concepita in particolare per contrastare droni d’attacco a lungo raggio e velivoli senza pilota impiegati contro infrastrutture energetiche, centri logistici e altri obiettivi strategici.

Le prestazioni del sistema continuano a essere aggiornate sulla base delle informazioni provenienti dal fronte ucraino, consentendo un costante affinamento delle capacità d’intercettazione e dell’efficacia complessiva dell’arma.

La cooperazione tra Belgio e Ucraina entra nella fase industriale

Parallelamente all’impiego, il programma sta assumendo una particolare dimensione geopolitica e industriale. Thales Belgium ha infatti formalizzato accordi di cooperazione con l’industria della difesa ucraina finalizzati alla produzione congiunta di sistemi destinati al contrasto dei velivoli senza pilota.

Le basi della collaborazione sono state gettate nell’autunno del 2024 con la firma di una lettera d’intenti, mentre nel febbraio 2025 è stata annunciata la creazione di una joint venture tra il gruppo belga e un partner industriale ucraine. L’obiettivo consiste nel coinvolgere progressivamente le capacità produttive locali nelle attività di assemblaggio e integrazione, con la prospettiva di estendere in futuro la collaborazione alla fornitura di componenti e al trasferimento di competenze tecnologiche.

Per Kiev, tale cooperazione rappresenta un passaggio strategico verso il rafforzamento dell’autonomia industriale nel settore della difesa e verso la costruzione di una filiera nazionale in grado di sostenere nel lungo periodo le esigenze operative del Paese. Allo stesso tempo, l’iniziativa s’incardina in un più ampio processo d’integrazione tra l’industria militare ucraina e quella europea, destinato a ridefinire gli equilibri produttivi del comparto nel continente.

Produzione in espansione e sfide per la filiera europea

La crescente domanda di sistemi anti-drone sta spingendo Thales Belgium ad ampliare significativamente la propria capacità produttiva. L’azienda punta a raggiungere una produzione complessiva di circa 100.000 razzi all’anno entro il 2028, includendo sia le varianti guidate sia quelle non guidate appartenenti alla stessa famiglia di munizionamento.

Secondo le pianificazioni industriali disponibili, circa 20.000 unità potrebbero essere costituite da versioni a maggiore contenuto tecnologico, mentre la quota restante sarebbe rappresentata da sistemi convenzionali. Una parte della produzione potrebbe inoltre essere trasferita direttamente in Ucraina nell’ambito degli accordi industriali già sottoscritti tra le parti.

L’espansione della capacità manifatturiera incontra tuttavia alcuni ostacoli strutturali. Il principale riguarda la disponibilità di propellenti ed esplosivi, risorse considerate critiche per l’intero settore della difesa europea. La limitata presenza di fornitori specializzati nel continente continua infatti a rappresentare uno dei principali fattori di rallentamento nella crescita dei volumi produttivi.

Al di là degli aspetti industriali, l’FZ123 rappresenta uno degli esempi più significativi di come il conflitto in Ucraina stia ridefinendo le priorità strategiche della difesa europea. Le lezioni apprese sul campo stanno favorendo lo sviluppo di nuove capacità dedicate al contrasto delle minacce aeree senza pilota, orientando investimenti e programmi tecnologici verso sistemi sempre più specializzati. In questo scenario, la difesa aerea a corto raggio è destinata ad assumere un ruolo sempre più centrale nelle future dottrine militari e nella protezione delle infrastrutture strategiche del continente.

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