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Papa Leone ricevuto dai reali di Spagna: la regina Letizia in bianco, in nero le principesse Leonor e Sofia. La scelta dei vestiti e cosa dice il protocollo

Papa Leone XIV è arrivato questa mattina a Madrid per la sua prima visita apostolica in Spagna. L’aereo di Ita Airways con a bordo il pontefice è atterrato alle 10:13, all’aeroporto Adolfo Suarez-Barajas, dando inizio a un viaggio di sei giorni, che porterà il Papa anche a Barcellona e alle Canarie. Dopo l’arrivo, il nunzio apostolico in Spagna, monsignor Piero Pioppo, è salito a bordo per salutare il pontefice e la delegazione vaticana. Leone XIV ha quindi messo piede sul suolo spagnolo alle 10:33 dove lo aspettavano, ai piedi della scaletta, i sovrani spagnoli, il re Felipe XIV e Letizia.

Arrivato a Palazzo Reale, oltre al sovrano e alla sovrana, ad attendere il Pontefice c’erano anche le principesse, Leonor di Borbone, primogenita ed erede al trono, e Sofia di Borbone, detta anche l’Infanta.

Mentre la madre, la regina, indossava un abito bianco, le due principesse hanno accolto il Papa vestite di nero. Una scelta di outfit non casuale ma frutto del protocollo: la regina, infatti, ha potuto scegliere il bianco in virtù del cosiddetto “privilège du blanc”, privilegio del bianco, che permette a un ristretto numero di regine consorti cattoliche di indossare il bianco agli incontri ufficiali con il pontefice. Le due sorelle, invece, così come le altre donne eventualmente incontrate dal Papa, hanno dovuto indossare il nero come richiesto dal protocollo.

Il bianco, spiegano gli esperti, simboleggia purezza, distinzione e lo stretto legame storico tra la Corona e il Vaticano.

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Passeggeri di un volo partito da New York e diretto a Palma di Maiorca vedono il nome “BOMB” tra i dispositivi Bluetooth disponibili: scatta l’allarme e l’aereo torna indietro

Può bastare il nome di un dispositivo Bluetooth per costringere un aereo a tornare indietro mentre sorvola l’Atlantico? A quanto pare sì. È quanto accaduto a un volo United Airlines partito da New York e diretto a Palma di Maiorca, in Spagna, costretto a invertire la rotta dopo che a bordo è comparso un dispositivo Bluetooth identificato con la parola “BOMB“.

Secondo quanto riportato da diversi media statunitensi, l’allarme è scattato quando alcuni passeggeri hanno notato tra i dispositivi disponibili per la connessione Bluetooth una rete con quel nome. L’equipaggio avrebbe chiesto più volte ai viaggiatori di disattivare Bluetooth e dispositivi elettronici nel tentativo di individuare l’origine del segnale, ma il problema non è stato risolto. A quel punto, dopo essersi consultati con il centro operativo della compagnia a Chicago, i piloti hanno deciso di rientrare a Newark per motivi di sicurezza.

Il Boeing 767 trasportava 190 passeggeri e 12 membri dell’equipaggio. Una volta atterrato, l’aereo è stato evacuato e sottoposto a controlli da parte delle autorità aeroportuali e delle forze dell’ordine. Tutti i viaggiatori sono stati nuovamente sottoposti alle procedure di sicurezza prima di poter ripartire diverse ore dopo.

Alla fine non è stato trovato alcun ordigno. Secondo le ricostruzioni circolate sui media americani, il dispositivo apparteneva a un ragazzo di 16 anni e sarebbe stato semplicemente rinominato “BOMB”. Resta da chiarire se si sia trattato di una bravata, di una provocazione o di una scelta fatta senza immaginare le conseguenze che avrebbe potuto avere in un contesto particolarmente sensibile come quello di un volo internazionale. Le autorità federali stanno comunque approfondendo l’accaduto.

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“Io e Silvio Berlusconi ci siamo amati in modo travolgente. Mi regalò cento rose ma non amava i fiori recisi, allora mi comprò un roseto. Io lo spiavo, una sera lo trovai a cena con alcune donne…”: parla Francesca Pascale

“Quante gliene ho fatte passare. Lo spiavo, controllavo le lettere, i telefoni. Lui rideva, a tratti era lusingato dalla mia gelosia. Capitai una sera a casa sua senza avvisare e lo trovai a cena con alcune donne. Le cacciai tutte”: Francesca Pascale racconta il suo rapporto con Silvio Berlusconi e lo fa ospite di Storie al bivio Sera, nella puntata in onda martedì 9 giugno su RaiDue, ore 21:3o.

Quello con lo scomparso leader di Forza Italia, per Pascale è stato un amore impetuoso: “Io e il Presidente ci siamo amati in modo travolgente. Lui era molto passionale e io dimezzerei gli anni che mi restano da vivere per passare anche solo un giorno con Silvio. Mi ha coperto di doni e d’amore. Amo le moto e la mia prima Harley Davidson me la fece trovare sotto un albero di Natale. Mi disse: ‘non ho mai voluto comprare la moto ai miei figli per paura. A te l’ho donata, ma non ti do le chiavi’. Un’altra volta mi ha regalato 100 rose ma poi, siccome non amava i fiori recisi, la volta dopo mi comprò un roseto. L’ho amato con tutto il cuore, mi ha insegnato la vita e la politica”.

E quanto al matrimonio finito con Paola Turci, Pascale spiega: “Non sono mai stata propensa al matrimonio, le mie nozze (con Turci ndr) hanno stupito anche me. Sono state dettate più dal dolore per la morte di Silvio che dalla logica. Qui non si tratta di capire di chi è la colpa, nessuno ne ha. Ho vissuto in un vortice dopo la perdita di Silvio e la sofferenza ha dettato alcune scelte”.

Sul futuro in politica, lei che ora si occupa di investimenti immobiliari, è cauta: “Candidarmi io? Me lo ha chiesto il centro destra e anche Matteo Renzi, ma ho detto e dirò sempre ‘no’. Preferisco battermi con le mie associazioni per i diritti civili. Non bastano i finanziamenti al Gay Pride, il tema va affrontato da tutti i partiti perché riguarda la libertà di ognuno”. Poi una dichiarazione su Marina Berlusconi: “Le voglio molto bene. Faccio in modo di sentirla vicino quando posso. Mi piacerebbe che scendesse in campo, ma so bene che il papà non voleva e sono già contenta che lei e Piersilvio si interessino al partito”.

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“Stanno iniziando a cadere i capelli, è il momento di tagliarli”: Natalia Paragoni condivide con i follower le conseguenze della chemioterapia – Video

Natalia Paragoni, dopo aver rivelato con un post sui social di aver ricevuto la diagnosi di un linfoma di Hodgkin durante l’ottavo mese di gravidanza, ha deciso di condividere con i suoi follower un momento difficile legato alla malattia e alla chemioterapia che ha iniziato subito dopo aver partorito la seconda figlia, avuta insieme ad Andrea Zelletta, Beatrice. L’influencer, attraverso due storie di Instagram, ha mostrato le prime perdite di capelli e il momento del taglio. I lunghi capelli hanno così lasciato il posto, per il momento, a un pratico caschetto.

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“Bisogna ritrovare la voglia di cucinare. La ‘cucina riscaldata o assemblata’ è diversa da quella ‘cucinata’. Il futuro? Gli insetti, sono convinto che presto li mangeremo anche qui”: così Alessandro Borghese

“Mangiare qualcosa che ci piace, anche nella sua semplicità, è un lusso che possiamo concederci ogni giorno. Si parte innanzitutto dalla voglia di cucinare, che oggi abbiamo perso: corriamo da un impegno all’altro e finiamo per sottrarre tempo proprio alla cucina, mentre la tecnologia ci aiuta sempre di più a risparmiare fatica. La ‘cucina cucinata’ è tutt’altra cosa rispetto alla ‘cucina riscaldata’ o alla ‘cucina assemblata’”. Difficile essere in disaccordo con Alessandro Borghese.

Lo chef, racconta Leggo, ha partecipato alla Milano Health Week 2026, il festival europeo dedicato alla salute, alla prevenzione e all’innovazione. Lo ha fatto in un panel insieme alla dottoressa Valentina Vinelli, nutrizionista presso il Centro per la cura delle malattie metaboliche dell’Ospedale San Raffaele di Milano e direttrice dell’area nutrizione nel board scientifico di Robin Health.

Parlando della “voglia di cucinare che purtroppo abbiamo perso”, Borghese tocca un punto interessante: se da un lato siamo attratti da video social in cui persone preparano piatti di ogni tipo, dall’altro nelle nostre case si cucina sempre meno.

La conversazione si è poi spostata sulla necessità di adeguare lo stile alimentare non solo ai bisogni individuali, ma anche alle esigenze del Pianeta. “La nuova proteina sono gli insetti, presenti nelle tradizioni gastronomiche della maggior parte del mondo. È tutta una questione di abitudine: noi abbiamo una cultura gastronomica diversa e molti oggi storcono il naso, ma sono convinto che nei prossimi decenni il consumo di insetti verrà accettato dalle nuove generazioni anche in Italia”.

Mangeremo insetti? Chissà. Intanto Borghese invita a ripensare l’educazione alimentare partendo dalle scuole, “scegliendo con attenzione i pasti delle mense scolastiche e insegnando le ricette regionali. Per proteggere e diffondere il nostro straordinario patrimonio culturale bisogna partire proprio dall’informazione e dalla curiosità dei più piccoli, tra i banchi di scuola, perché poi siano loro a voler continuare la scoperta gastronomica anche a casa, cucinando con mamma e papà”.

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Francesca Michielin si sposa con il fidanzato Davide Spigarolo

Francesca Michielin vive la sua rivoluzione, a cominciare dal punto di vista artistico con nuove canzoni che segnano un cambio di passo rispetto al passato e che il 12 giugno troveranno spazio in Magia Bianca, il suo nuovo album.

Ma per la cantautrice è un momento di scelte importanti anche nella vita privata perché presto sposerà il suo fidanzato Davide Spigarolo, 32 anni. Lui fa il preparatore atletico e stanno insieme dal 2022. Il Giornale ha avvistato le pubblicazioni di nozze a Bassano per lei e a Marostica per lui. Dunque, il fatidico sì è vicino.

Sul nuovo percorso musicale dopo la fine del rapporto professionale con la ex manager Marta Donà, ospite al podcast Non lo Faccio per Moda, Michielin aveva spiegato a Giulia Salemi: “Non mi sentivo più un’artigiana, mi sentivo un soldatino che faceva le cose che gli altri si aspettavano facessi, sentivo che ero in una sorta di trappola mentale che stava avendo ripercussioni sul mio fisico e sulla mia salute. Ho capito che dovevo tornare a divertirmi, oggi è diventato tutto estremamente performante ed estetico, ma dimentichiamo il fatto che, quando cantiamo, stiamo raccontando qualcosa al pubblico”.

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“Mia nonna era magnetica. Se era arrabbiata tagliava legna o beveva whisky. Anche gin, un vizietto passarole dalla regina madre d’Inghilterra”: il racconto di Emanuele Filiberto

L’intervista è lunga, densa. L’occasione è il libro che ha scritto, La regina di Maggio. Gli ultimi giorni della Corona: i ricordi di mia nonna sulla fine della Monarchia e lui è Emanuele Filiberto di Savoia che si è raccontato a D La Repubblica.

Gli aneddoti sono moltissimi: “Se ripenso a lei (sua nonna, ndr), vedo quelle sue mani bellissime con le dita lunghe e affusolate, sempre in movimento, con grazia. Intrecciate attorno a una sigaretta, perché ha fumato fino alla fine dei suoi giorni. Era una donna magnetica. Quando andavamo a trovarla nel suo castello di Merlinge, alla domenica, o durante l’estate, passavo molto tempo con lei. Quando avevo circa 8 anni ha iniziato a portarmi con sé in passeggiata; dopo pranzo camminavamo e parlavamo, fino a raggiungere un cottage, una specie di capanno. Se era nervosa, si metteva a tagliare la legna, altrimenti sedeva, riposava e si versava un whisky. A volte un gin, vizietto che le aveva passato una sua buona amica, la regina madre del Regno Unito. È stata l’ultimo grande testimone di un periodo cruciale di casa Savoia, ho pensato fosse venuto il momento di restituirle qualcosa”.

Il libro, precisa Emanuele Filiberto, è dedicato alle sue figlie, “per renderle consapevoli della storia della nostra famiglia”. Al centro del racconto c’è però sua nonna Maria José e il modo in cui, tra le altre cose, “si confrontava con personaggi del calibro di Albert Einstein e Marie Curie”.

Nel racconto, Emanuele Filiberto ricorda Maria José come una donna “con una bella testa e non si faceva problemi a usarla. Difendeva le sue opinioni, esercitava il proprio senso critico. Non a caso Mussolini la ritenne fin da subito pericolosa, tanto da incaricare il capo della polizia di seguirla e intercettarla”. E la domanda arriva puntuale, sul perseverare di Maria José nell’indispettire il Duce, entrando “a passo spedito nel suo ufficio senza farsi annunciare”: “Questa storia, nonna me l’ha raccontata una domenica di settembre, quando a 12 anni mi ero ritrovato a discutere con mia madre Marina perché mi ero impuntato sull’acquisto di una nuova giacca per cominciare l’anno scolastico. Mio padre volle dire la sua, e nonna sentenziò: ‘Uguale a tuo nonno’. Umberto era un dandy e un esteta; sempre ben vestito, nutriva un’attenzione spasmodica per i dettagli e non voleva nulla di già fatto e già visto, incluso i gioielli che, se ereditati, faceva rifare o modificare. Con lo stesso spirito aveva deciso di disegnare lui stesso l’abito per la sua sposa“. Un abito così scomodo che sua nonna Maria José, dice Emanuele Filiberto, finì “per detestare”.

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Chiude lo Spirit de Milan, il locale della musica nel cuore della Bovisa costretto a lasciare gli spazi: “Fatto tutto il possibile per trovare una soluzione”

Addio (o almeno arrivederci) allo Spirit de Milan. Il locale milanese, nel cuore del quartiere Bovisa, dopo oltre 10 anni di attività dovrà chiudere i battenti. La chiusura è dovuta alla scadenza del contratto di affitto degli spazi e alla mancata concessione di una proroga da parte della proprietà, come si legge in una nota diffusa sui social dal locale.

Lo Spirit era ospitato dal 2015 all’interno dell’ex stabilimento Cristallerie Livellara, proponendosi come uno dei più significativi esempi di recupero di archeologica industriale di Milano. Spettacoli, concerti, serate danzanti, ma anche un semplice luogo di incontro: lo Spirit nel tempo si è affermato come un punto di riferimento nel panorama culturale milanese con serate le più disparate, dal jazz ai balli nazionali, passando per “incontri ed eventi dedicati alla musica dal vivo e alle tradizioni popolari”.

Come spiegato nel post “nonostante le numerose interlocuzioni e le soluzioni prospettate per preservare l’attività, la proprietà ha evidenziato una mancanza di volontà nell’individuare un percorso condiviso che consenta di proseguire il progetto, anche solo in una fase transitoria”. Secondo il fondatore, Luca Locatelli, è stato fatto “tutto il possibile per trovare una soluzione condivisa vantaggiosa per tutte le parti coinvolte, portato un progetto convincente e al contempo in questi anni riqualificato uno spazio che a oggi sembra destinato a scomparire sotto le macerie”.

Nel comunicato vengono ripercorse anche le tappe della vicenda, sottolineando che la responsabilità è della proprietà degli spazi. “Nel giugno 2017 viene firmato un contratto di affitto di 6 anni + 6 anni. Nel dicembre 2020, in pieno secondo lockdown, viene notificata un’ingiunzione di sfratto per procura, e viene manifestata l’intenzione di vendere l’immobile occupato da Spirit de Milan a una società terza”, si legge ancora. A questo punto il locale fa valere le proprie ragioni “e il giudice non convalida lo sfratto”. Quindi “la proprietà comunica in seguito di non voler rinnovare il contratto per gli ulteriori 6 anni previsti”, si legge ancora, “adducendo un intervento di integrale ristrutturazione dell’area locata”. La questione arriva davanti a un giudice e viene conciliata.

Nel frattempo , “per favorire la continuità del progetto e per agevolare la vendita dell’immobile, Spirit de Milan presenta un primo interlocutore interessato all’acquisto, una solida società attiva a livello nazionale che ha l’intenzione di mantenere lo Spirit de Milan come attività prevalente. Dopo mesi di colloqui, la proprietà non prosegue le trattative”.

Anche più recentemente, si legge ancora, lo Spirit trova “un secondo acquirente, altrettanto solido e fortemente determinato, che dopo parecchi mesi di trattative, ad aprile presenta un preliminare di acquisto concordato, a cui però la proprietà smette di rispondere”. Fino a oggi, quando emerge che la proprietà “ha già una trattativa in fase avanzata con un altro soggetto terzo”.

Insomma per il locale milanese è la fine della sua esistenza. Almeno nella forma attuale, nel cuore del quartiere Bovisa. “Speriamo di potervi dare presto notizie su come e dove potremo proseguire questa avventura”, conclude il fondatore.

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“Domenica servivo anelli di cipolla fritti e cocktail ai tavoli, martedì ero sul red carpet. Faccio l’attore in un film attesissimo ma anche il cameriere, così mi mantengo”: la storia di Cameron Scott Roberts

Domenica serviva onion rings e cocktail ai tavoli di un ristorante del West Village. Martedì era sul red carpet di Los Angeles accanto ad Anna Faris, Regina Hall e ai fratelli Wayans per la première mondiale del nuovo Scary Movie. E sabato? Sabato tornerà a fare il cameriere.

È la storia di Cameron Scott Roberts, 28 anni, attore e cameriere a New York, uno dei protagonisti del nuovo capitolo della celebre saga cinematografica. Una storia che negli Stati Uniti sta facendo riflettere molti perché racconta un aspetto non così glamour di Hollywood: anche chi recita in un film destinato a dominare il box office spesso continua a servire ai tavoli.

Roberts lavora da gennaio 2025 al Cecchi’s, ristorante molto frequentato del West Village. È lì che ha ricevuto la mail che gli annunciava il provino destinato a cambiargli la vita. “Eravamo tutti seduti a mangiare insieme quando ho letto la descrizione del personaggio”, racconta al New York Post. “C’era scritto: ‘Bello, ma in un modo che ricorda un serial killer’. Tutti i colleghi si sono messi a ridere e mi hanno detto: ‘Questa parte è tua’”.

Avevano ragione. Due settimane dopo Roberts era già ad Atlanta per oltre due mesi di riprese. Nel film interpreta il fidanzato della protagonista Sara, interpretata da Olivia Rose Keegan. Nonostante il debutto in una delle commedie più attese dell’anno, il giovane attore non ha alcuna intenzione di abbandonare il lavoro al ristorante. Anzi.

“Credo fortemente che gli attori dovrebbero fare i camerieri”, spiega. “Fa bene. Ti tiene con i piedi per terra. Ed è un ottimo modo per mantenersi mentre si fanno provini”. Una filosofia che sembra condivisa anche dal proprietario del locale, Michael Cecchi-Azzolina, ex attore teatrale e autore di un libro dedicato al mondo della ristorazione newyorkese. Roberts racconta di aver voluto lavorare proprio lì dopo aver letto il suo memoir.

Ora il nuovo Scary Movie punta a un esordio da decine di milioni di dollari al botteghino. Roberts però sembra avere una preoccupazione diversa: portare al cinema i colleghi del ristorante. “Li ho invitati tutti”, racconta. “E ho promesso che offrirò io i popcorn”.

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“Il mio cane è stato rapito, venduto a un ristorante e mangiato”: il dramma dell’influencer Guo e del border collie Chutou, star dei social

Chutou aveva otto anni, era un Border Collie ed era una piccola star dei social cinesi: più di un milione e mezzo di follower su Douyin, la versione cinese di TikTok, dove compariva nei video del suo proprietario, il travel influencer Guo, durante viaggi tra montagne innevate, deserti e campeggi in giro per il Paese. Ora la sua storia è diventata un caso in Cina e ha riaperto il dibattito sulla tutela degli animali domestici.

Secondo quanto ricostruito dal South China Morning Post e ripreso da People, Chutou è scomparso l’11 maggio dai terreni della famiglia di Guo, nella provincia dello Henan, mentre il suo proprietario era impegnato in un viaggio in solitaria. A occuparsi del cane erano i genitori dell’influencer. Quando il padre di Guo si è accorto che Chutou non c’era più, la famiglia ha iniziato le ricerche e ha controllato le immagini delle telecamere di sorveglianza: nei filmati si vedrebbero due persone portarlo via su una bici elettrica.

Guo ha interrotto il viaggio ed è tornato in Cina per cercarlo. Dopo alcuni giorni è riuscito a rintracciare l’uomo che riteneva responsabile della scomparsa e gli ha offerto 10mila yuan, circa 1.500 dollari, pur di riavere indietro il cane. L’uomo ha sostenuto di averlo scambiato per un randagio, versione respinta dall’influencer: Chutou, infatti, indossava un collare e un localizzatore Gps e si trovava nei terreni della famiglia.

La vicenda ha avuto l’epilogo peggiore. Secondo i media asiatici, il cane sarebbe stato venduto per 180 yuan, poco più di 25 dollari, a un commerciante e poi finito in un ristorante e mangiato. Guo ha raccontato di aver cercato almeno di recuperare qualche resto dell’animale, senza riuscirci. A quel punto ha deciso di presentare denuncia e di portare avanti la battaglia per vie legali.

Il caso ha provocato indignazione sui social cinesi anche perché mette in luce un vuoto normativo: in Cina non esiste una legge nazionale specifica per la protezione degli animali da compagnia. Gli animali domestici vengono trattati soprattutto come proprietà e, secondo quanto spiegato da un legale al South China Morning Post, perché un caso di furto possa avere rilevanza penale è necessario stabilire il valore economico dell’animale. Guo sostiene che Chutou, per la sua notorietà, valesse molto più della cifra per cui sarebbe stato venduto.

In Cina non esiste neppure un divieto nazionale sul consumo di carne di cane, anche se dal 2020 i cani sono stati esclusi dal catalogo ufficiale degli animali da allevamento e alcune città, tra cui Shenzhen e Zhuhai, hanno vietato il consumo di cani e gatti.

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“In quel matrimonio sono stata truffata, derubata. Ho perso quattro anni della mia vita per risolvere tutte le cattiverie che mi erano state fatte”: Valeria Marini parla di Giovanni Cottone

“Il giorno dopo (il matrimonio, ndr) è stato l’inizio della fine. Sembrava di stare in un film quando un personaggio si toglie la maschera. Non c’è mai più stato un secondo sereno: non abbiamo nemmeno fatto il viaggio di nozze perché tutto, improvvisamente, è cambiato. Sono cominciate le assenze, le bugie. Diceva che era da una parte ed era dall’altra. Io ero sempre sola, ma braccata”. Così Valeria Marini parlava del suo matrimonio con Giovanni Cottone in un’intervista rilasciata a Vanity Fair nel settembre 2016. E ancora oggi lo ricorda come “una delle esperienze più brutte della mia vita”.

Queste le parole della showgirl, ospite de La Volta Buona: “Sono stata truffata, derubata dei miei soldi. Ho perso quattro anni della mia vita per risolvere tutte le cattiverie che mi erano state fatte”. In studio con lei c’è anche la madre, Gianna Orrù, che racconta di aver subodorato che qualcosa non andava e di aver cercato di metterla in guardia: “La sera prima del matrimonio le ho detto chiaramente: ‘Sei ancora in tempo per dire di no’“.

Marini spiega però che, pur avendo delle brutte sensazioni, non se la sentì di annullare tutto: “È durato formalmente un anno, ma l’ho fatto annullare dalla Sacra Rota dopo appena quattro mesi. Mi ha derubata e truffata. E lui, alla fine, è stato anche arrestato“, dice facendo riferimento alle vicende giudiziarie che nel 2016 portarono l’imprenditore agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sul crac della società Maxwork.

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“Il fotografo va a chiudere la porta e io gli chiedo perché. Lui dice ‘per essere più intimi’. Mi sono spaventata, gli ho sferrato un bel calcio… Ho capito quanto sia difficile sottrarsi per una ragazza”: Stefania Rocca si racconta

Stefania Rocca ha rilasciato una lunga intervista al Corriere della Sera, un’intervita densa a cominciare dall’attacco. L’attrice racconta di quando, 18enne, si trovò a fare un servizio fotografico a Milano: “Vedo il fotografo che va a chiudere la porta della stanza dove ci trovavamo. Gli chiedo: perché? Lui risponde: ‘Per essere più intimi’. Mi sono spaventata, gli ho sferrato un bel calcio, gli ho chiesto di aprire immediatamente la porta e me ne sono andata. Il giorno dopo, l’agenzia per la quale stavo facendo il servizio, mi ha fatto una lavata di testa perché ‘quell’intimo’, secondo loro, era soltanto per fare meglio le foto. Forse sarà stato anche così, ma la mia paura o il sesto senso, chi può dirlo, mi ha fatto reagire in quel modo e ho capito quanto possa essere difficile, per una ragazza, sottrarsi a situazioni simili“.

“Ribelle” e “anticonformista”, così si definisce l’attrice, ma anche “controcorrente, non mi lascio condizionare: i miei personaggi raccontano una loro diversità e una loro dignità” le sue parole, anche a proposito de La madre di Eva, “dal romanzo omonimo di Silvia Ferreri, dove si affrontava il tema della transizione di genere”.

E la chiacchierata è piena di aneddoti, come quello sul regista de Il talento di Mr. Ripley, Antony Minghella: “(…) In quel periodo stavo recitando a teatro Giovanna d’Arco e, per interpretarla, avevo dovuto rasarmi i capelli a zero: per me uno choc la testa rapata… ma anche per Minghella che, vedendomi, esclamò: ‘Sembri tutto fuorché un’italiana… sei troppo alta, troppo magra… sembri una tedesca!’. Io a quel punto non ci ho visto più e gli ho risposto arrabbiata: ‘Mi hai chiamato tu, che vuoi?’. Stavo per andarmene, ma lui mi ha fermato scusandosi. Cominciammo a leggere la sceneggiatura insieme”.

Prima di fare l’attrice, Rocca ha fatto un po’ di tutto, “dalla babysitter alla pony express, alla cameriera… e mentre frequentavo il liceo, ho lavorato per un po’ nello showroom che un certo Carlo Capasa gestiva a Milano”, dice riferendosi a suo marito che è anche l’attuale presidente della Camera della Moda italiana. Con Capasa, Rocca ha due figli, “Leone, che adesso ha 18 anni, e Zeno, 16” e quando le viene chiesto se sia una brava madre non ha dubbi: “Non ho mai creduto nelle madri perfette. È strano, ma sono i figli che ti fanno diventare madre, perché ogni volta che fai qualcosa, pensando di aver agito nel modo giusto, loro ti stravolgono. Io sono una mamma presente, nonostante i miei impegni lavorativi, e attenta…”.

Dal racconto di uno spot per i tortellini al pesto con Diego Abatantuono e per la regia di Gabriele Salvatores (che poi l’ha voluta nel suo Nirvana), al primo film come regista, L’ora di tutti, tratto dal romanzo di Maria Corti del 1962 sul sacco dei turchi a Otranto del 1480, Rocca si rammarica di una cosa: “A volte non chiedo, non è che ho paura di chiedere ma non mi piace essere invadente e, poi, mi rendo conto che invece potrebbe essere importante fare delle domande…”.

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“Hanno chiuso piazza Croce dei Vespri per questa ‘picciuttedda’. Cose da pazzi”: traffico in tilt e proteste a Palermo per il matrimonio di Dua Lipa e Callum Turner. Il sindaco Lagalla smorza le polemiche

Il benvenuto a Palermo per Dua Lipa e Callum Turner non è stato esattamente dei migliori: “Palermo is not for rent. La nostra piazza non è il tuo salotto”, si leggeva in uno striscione appeso ieri da alcuni residenti e commercianti del centro della città scelta dalla pop star e dall’attore per celebrare le loro nozze. Tanto glamour, moltissima curiosità e un po’ di polemiche sono gli ingredienti del matrimonio all’italiana della coppia che appena qualche giorno fa, a Londra, si è ufficialmente sposata. E mentre gli invitati ad alto tasso vip – 200 o 300, a seconda delle stime -, arrivavano a Palermo, montava la protesta e il traffico andava in tilt.

LE NOZZE SHOW DI DUA LIPA E LE POLEMICHE CONTRO LA “PICCIUTTEDDA”

Hanno chiuso piazza Croce dei Vespri per questa ‘picciuttedda’. Cose da pazzi, a me non interessa”. È questo il commento di un palermitano riportato dal Quotidiano di Sicilia, che racconta di proteste e caos a causa delle strade chiuse e del centro storico blindato per bloccare fotografi, fan e semplici curiosi. “Attorno a piazza Sant’Anna l’area è completamente blindata” e questo ha provocato il blocco di diverse strade, traffico in tilt e le proteste di residenti (“con gente che non può passare in alcuni casi neanche a piedi a causa del blocco della strada”) e commercianti. Il tutto testimoniato dai manifesti apparsi su alcuni balconi della città, tra cui “Palermo is not for rent” o, ancora, “la nostra piazza non è il tuo salotto”, che secondo il Quotidiano di Sicilia sarebbero subito tolti dalla sicurezza della coppia.

LA GRANDE FESTA CON LA BANDA E GLI AMICI VIP

Incuranti delle proteste, Dua Lipa e Callum Turner ieri hanno cominciato i festeggiamenti. Prima tappa, nel pomeriggio, la visita privata alla Galleria d’Arte Moderna (per l’occasione chiusa al pubblico) poi, la sera, primo assaggio di party a Palazzo Gangi (quello della celebre scena del ballo de Il Gattopardo di Luchino Visconti) e piazza Croce dei Vespri trasformata in un set con auto d’epoca e banchetti di frutta. Circa 200 i presenti, tra cui la pop star Charli XCX e George Daniel, Troye Sivan, Joe Alwyn, Mark Ronson e Grace Gummer, che hanno ballato fino a notte fonda. Ad accogliere gli sposi – che si sono affacciati da un balcone per salutare i fan, lei in abito avorio su misura firmato Bottega Veneta, lui in completo beige di Louis Vuitton –, una banda musicale e l’immancabile Donatella Versace, che guiderà anche la truppa degli invitati super vip attesi oggi pomeriggio a Bagheria: a Villa Valguarnera, capolavoro barocco, sono attesi alla cerimonia e alla cena (menù rigorosamente siciliano) tra gli altri anche Elton John, Harry Styles e Katy Perry.

LA RISPOSTA DEL SINDACO DI PALERMO (E IL REGALO DEGLI SPOSI ALLA CITTÀ)

Ma come risponde il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla, alle polemiche di una parte dei suoi concittadini? In maniera piuttosto misurata, almeno nelle risposte che ha dato al Corriere della Sera. “In una città democratica è naturale che esistano opinioni diverse e ogni posizione espressa in maniera civile merita rispetto”, ha premesso il primo cittadino. “Comprendo le preoccupazioni di chi teme limitazioni temporanee o disagi legati all’organizzazione di eventi particolarmente rilevanti”. A quanti hanno protestato a colpi di “Palermo non è in vendita”, Lagalla replica che la città “non viene ‘ceduta’ a nessuno: resta una città viva, aperta e pienamente protagonista delle proprie scelte. Eventi di questo tipo hanno una durata limitata e vengono gestiti nel rispetto delle regole e delle esigenze di sicurezza”. Riguardo all’indiscrezione sul regalo che la coppia di neosposi avrebbe intenzione di fare alla città di Palermo come ringraziamento per l’accoglienza, il sindaco lo definisce “un gesto di grande sensibilità” ma precisa che al momento non ci sono comunicazioni ufficiali: “Se questa intenzione dovesse concretizzarsi sarebbe certamente un segnale molto apprezzato. Se davvero si trattasse di un’iniziativa legata alla cultura, sarebbe un ulteriore elemento di valore”.

dua lipa and callum turner using a bookshelf full of books as decor for their wedding party, in honor to the way they met ????❤️ pic.twitter.com/8y3tyVRNa0

— dua lipa crave (@addictionlipa) June 5, 2026

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Stefano De Martino annuncia a sorpesa le date del Festival di Sanremo sui social: dal 16 al 20 febbraio 2027

Ci sono diversi motivi per pensare che Stefano De Martino farà un bel Festival di Sanremo. Il primo è che, a dispetto di molti pareri improvvisati, chi conosce il settore discografico sostiene che il conduttore ‘si muova molto bene’. C’è poi la questione del ritorno dei big: dopo un periodo di maggese, per molti è arrivato il momento di tornare sul palco dell’Ariston. C’è chi ne ha bisogno per spingere i tour, chi si ritrova con una stella appannata e tenta di farla tornare a brillare e chi, semplicemente, è entrato in un nuovo ciclo sanremese. Da queste parti pensiamo che annunciare mesi prima i nomi del cast di un programma sia più spesso uno spoiler che una notizia e dunque, per il momento, non riportiamo i nomi che hanno già iniziato a circolare.

Terzo motivo per cui ci aspettiamo un buon Festival: la Rai. Chi conosce le dinamiche di Viale Mazzini sostiene che De Martino godrà di un sostegno interno difficilmente paragonabile a quello ricevuto da altri conduttori negli ultimi anni.

Tutto questo per arrivare a un punto. Stefano De Martino ha annunciato oggi, 6 giugno, le date del prossimo Festival, in programma dal 16 al 20 febbraio. Tra l’annuncio e l’evento ballano dunque oltre otto mesi. Il conduttore di Affari Tuoi sa quello che fa e la raccolta pubblicitaria ha i suoi tempi. Al pubblico, ai lettori e agli spettatori, probabilmente, sapere oggi le date di un Festival che vedranno tra otto mesi interessa davvero poco.

Certo è che con questo annuncio social l’era De Martino è iniziata e parrebbe portare con sé alcune rivoluzioni che hanno già acceso la miccia del dibattito su X, social che spesso vive di dinamiche tutte sue: secondo le indiscrezioni, potrebbe esserci una serata dedicata alla scelta dell’artista che rappresenterà l’Italia all’Eurovision, separando così il vincitore del Festival dal concorrente destinato alla manifestazione europea. E la serata delle cover, amata anzi amatissima, potrebbe essere ripensata o spostata all’interno della settimana sanremese.

Per il momento, con davanti un’estate, un autunno e mezzo inverno, ci attendono altri lidi. E altre canzoni.

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“Belén ha tirato la baracca per anni, con una forza che non tutti hanno e a un certo punto ha ceduto. Non ha retto il peso, e non solo del successo…”: il racconto di Simona Ventura

Non volevo scrivere questa newsletter. Ci ho pensato per giorni, ve lo dico onestamente. Ho visto tutti parlare di Belén (opinionisti, colleghi, gente che non l’ha mai incontrata) e mi sono detta: no. Non mi ci metto…”. Così Simona Ventura introduce un lungo racconto dedicato a Belén Rodriguez pubblicato sul suo profilo Substack. Un testo personale, scritto dopo i recenti episodi che hanno avuto come protagonista proprio la conduttrice argentina.

Ventura racconta di aver conosciuto Belén nel 2005 durante i provini per le ragazze di “Quelli che il calcio“. “Era appena arrivata dall’Argentina”, scrive, ricordando di essere rimasta colpita non solo dalla sua bellezza ma soprattutto dalla sua personalità: “Era frizzante, divertente, leggera… Aveva qualcosa che non si insegna e non si compra: piaceva anche alle donne. Quando una è così bella, di una bellezza davvero disarmante, spesso le altre si chiudono, si mettono sulla difensiva. Con Belén era diverso: le donne la guardavano e la amavano lo stesso. Quello era il vero segnale. Quella era la differenza”. Ventura racconta di aver voluto inserirla immediatamente nel cast del programma, salvo poi scoprire che la giovane modella non aveva ancora ottenuto il permesso di soggiorno necessario per lavorare regolarmente in Italia.

Qualche tempo dopo le due si sono rincontrate grazie all’agente Franchino Tuzio. In quell’occasione, racconta Ventura, Rodriguez le ha confidato di voler partecipare all’Isola dei Famosi per conquistare una propria indipendenza economica. “Vorrei avere una casa mia. Il mio fidanzato mi mette le valigie fuori ogni due per tre e io non so dove andare. Mi piacerebbe avere almeno una casa in affitto, ma tutta mia”, la risposta che convinse definitivamente la conduttrice a puntare su di lei.

Da lì è iniziata l’ascesa televisiva di Belén. Ventura ricorda il successo ottenuto dopo il reality e rivendica con orgoglio il ruolo avuto nel lancio della sua carriera. Nella newsletter racconta anche di averla aiutata durante il passaggio dalla Rai a Mediaset, quando la showgirl era ancora legata da un contratto con la tv pubblica.

La parte finale del racconto è dedicata invece al presente. Ventura dice di comprendere profondamente il momento attraversato da Rodriguez: “(…)Ha tirato la baracca per tanti anni, con una forza che non tutti hanno, e ad un certo punto ha ceduto. Non ha retto al peso. E il peso non era solo il successo, era anche qualcosa che nel 2008 non esisteva ancora: i social. Una pressione che non si spegne mai, che non ti dà tregua, nemmeno di notte. E lei, che dei social è stata una delle protagoniste più grandi, ha dovuto fare i conti anche con quello. Con la violenza verbale, con il giudizio continuo, con quella sensazione di essere sempre sotto una lente di ingrandimento. Così, certe volte ti ritrovi in un buco nero e non riesci a vedere l’uscita. Penso che abbia toccato il fondo più di una volta e penso anche che toccare il fondo sia, paradossalmente, l’unico modo per risalire davvero…”.

La chiusura, parole di grande affetto per Belén: “Speriamo che questa sia la volta buona per Belén. Io la penso, le voglio bene. E se mi legge, lo sa già”.

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“Non riuscite a guardare un’altra donna e a dire ‘guarda che bella’ e non ‘è rifatta’? Basta, veramente basta. Avete problemi con voi stessi”: lo sfogo di Katia Pedrotti

“Sono un po’ di giorni che mi vengono scritti messaggi del tipo: ‘Non ci prendere per i fondelli, tu che sei tutta completamente rifatta‘”: inizia così lo sfogo di Katia Pedrotti, ex concorrente del Grande Fratello e oggi influencer.

Pedrotti è testimonial di prodotti di bellezza e anche promotrice di uno stile di vita che segue la via della naturalezza ma i leoni da tastiera non la lasciano in pace. Da qui, le sue parole sui social: “Io sono una persona estremamente sincera, diretta e serena per dirvi che un continuo mandare dei messaggi del genere nasconde un grossissimo disagio personale. Come potete sprecare tempo per scrivere ad un’altra donna che nemmeno conoscete una roba del genere? Una persona che va a dire ad un’altra donna una cosa del genere è perché ha degli evidenti problemi con se stessa”.

Pedrotti ha poi invitato gli haters a imparare a usare i social che non sono un luogo dove spargere livore: “Sprecate quel tempo per fare qualcosa, per costruirvi una personalità che sia differente, una personalità che vi dia l’agio di poter guardare un’altra donna, un altro uomo, una statua, un quadro e dire: ‘Guarda che bello!’, non ‘Bella, ma è rifatta”. Basta, veramente basta“.

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“L’ex principe Andrea pagava un ‘grano di pepe’ per vivere al Royal Lodge con 30 stanze e in più subaffittava 3 cottage incassando i canoni anche dopo esser stato cacciato”: il nuovo scandalo travolge Re Carlo

Un recente rapporto della National Audit Office (NAO) ha riportato l’attenzione pubblica sulle modalità con cui vengono gestite le proprietà del Crown Estate, l’ente che amministra i beni della Corona e versa i propri profitti al Tesoro dello Stato. Al centro c’è l’accordo siglato nel 2003 da Andrew Mountbatten-Windsor, allora duca di York, per l’occupazione di Royal Lodge, la storica residenza di circa 30 stanze nel Windsor Great Park. Secondo i documenti analizzati dalla NAO e dal Public Accounts Committee del Parlamento, Andrew ottenne un contratto di locazione della durata di 75 anni versando un premio iniziale di un milione di sterline e impegnandosi a finanziare lavori di ristrutturazione per almeno 7,5 milioni di sterline, costo finale poi lievitato.

In cambio, l’affitto annuale fu fissato a un “peppercorn rent”, un grano di pepe, formula del diritto medievale per indicare un canone puramente simbolico. Grazie a questo meccanismo, per oltre vent’anni ha potuto occupare una proprietà di enorme valore con costi vivi molto contenuti. Il contratto autorizzava il subaffitto di fino a tre cottage presenti all’interno della vasta tenuta. Andrew ha utilizzato questa possibilità fino ad aprile 2026, incassando canoni privati dai locatari, prevalentemente membri del personale di servizio o ex dipendenti, somme mai confluite nelle casse del Crown Estate. Non sono emerse irregolarità di natura penale: tutto era conforme ai termini contrattuali. L’operazione però solleva legittimi interrogativi sul concetto di “value for money” per i contribuenti britannici. Il Crown Estate ha infatti rinunciato a canoni di mercato, stimati intorno alle 260.000 sterline annue, mentre Andrew godeva di un reddito privato parallelo.

I lavori di ristrutturazione del 2003-2005 furono interamente a carico di Andrew, finanziati con risorse private e familiari dell’epoca, in particolare con il sostegno della Regina Elisabetta II. Non, quindi, attigendo a fondi pubblici del Sovereign Grant, ma comunque a condizioni particolarmente vantaggiose nel lungo periodo in cambio di un investimento iniziale. La manutenzione ordinaria e altri costi sono stati in seguito sostenuti anche grazie ad aiuti privati del Re Carlo, mentre la sicurezza ha richiesto, in vario grado, risorse pubbliche.

La ristrutturazione trasformò una residenza che aveva bisogno di interventi importanti ed urgenti (fino alla sua morte nel 2002 era la residenza della Queen Mother) in una dimora di alto livello. Oltre ai lavori strutturali necessari, gli interventi furono lussuosi: una piscina, campi da tennis, una voliera, vasti giardini su circa 40 ettari di terreno e rilevanti migliorie interne, tra soffitti, impianti, pavimentazioni e sistemi di sicurezza. Interventi che permisero ad Andrew e alla ex moglie Sarah Ferguson, che pur divorziati dal 1996 hanno continuato a convivere a Royal Lodge dal 2008, di condividere uno stile di vita lussuoso in una delle residenze più prestigiose della Corona, con spazi ampi e servizi che andavano ben oltre le esigenze di base.

Un aspetto che rende particolarmente delicato il caso è il profilo reddituale di Andrew. Il suo unico reddito pubblicamente dichiarato e continuativo, oggi, è la pensione della Royal Navy, maturata per i 22 anni di servizio tra il 1979 e il 2001, che ammonta a circa 20.000 sterline annue. Quando era un “working royal” attivo, riceveva un appannaggio significativo ma non sufficiente per un tenore di vita da milioni. L’ultimo dato pubblico, del 2010, parla di 249.000 sterline annue, oltre ai costi per il suo ufficio. Dopo lo scandalo Epstein e l’estromissione dagli impegni ufficiali, nel 2019, questi finanziamenti pubblici sono cessati. Da allora ha ricevuto un sostegno privato dalla Regina Elisabetta prima e dal Re Carlo poi, stimato intorno al milione di sterline annue, poi ridotto e infine interrotto intorno al 2024. Non risultano redditi significativi da attività imprenditoriali o professionali autonome. Una situazione finanziaria che evidenzia il vantaggio dell’accordo su Royal Lodge e dei subaffitti.

Il rapporto NAO si occupa anche delle abitazioni concesse a Beatrice ed Eugenie, figlie di Andrew e non più working royals. Entrambe occupano proprietà all’interno di palazzi reali: Beatrice a St James’s Palace ed Eugenie a Ivy Cottage, all’interno di Kensington Palace: aree fra le più care della già carissima capitale britannica. Entrambe godono di affitti significativamente scontati rispetto al valore di mercato (tra il 55% e il 68% secondo le stime più recenti). Questi canoni ridotti sono coperti dal Privy Purse, cioè dai fondi privati del Re Carlo derivanti principalmente dal Ducato di Lancaster. Si tratta di un meccanismo distinto dal Sovereign Grant, ma che solleva comunque questioni di coerenza e trasparenza.

Sono disposizioni che non violano norme scritte, ma contribuiscono a delineare un quadro complessivo di scarsa trasparenza. Il Public Accounts Committee ha avviato un’inchiesta più ampia sui contratti di locazione del Crown Estate con vari membri della famiglia reale, inclusi quelli del Principe Edward a Bagshot Park. Fra i nodi problematici ci sono la regolarità delle ispezioni di manutenzione, le possibili penali per risoluzione anticipata del contratto e la necessità di regole più uniformi, trasparenti e vicine ai criteri commerciali. Il caso di Royal Lodge non configura uno scandalo giudiziario, ma rappresenta un esempio emblematico di come accordi stipulati decenni fa, in un contesto familiare e istituzionale diverso, possano apparire oggi anacronistici. La monarchia si trova di fronte a una scelta delicata: aumentare la trasparenza finanziaria e adottare regole più common, oppure mantenere una “flessibilità” da privilegiati che oggi rischia di erodere la fiducia pubblica.

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“La nostra piazza non è il tuo salotto”: scoppia la rabbia a Palermo contro le nozze blindate di Dua Lipa e Callum Turner

“Palermo is not for rent”, “La nostra piazza non è il tuo salotto”, “Libertà di movimento” e “Palermo non è per i ricchi”. Sono gli slogan apparsi questa mattina sui muri di vicolo dei Corrieri e di piazza Croce dei Vespri per contestare le nozze da 1,5 milioni di euro tra la popstar Dua Lipa e l’attore Callum Turner. I volantini, redatti sia in italiano che in inglese, sono stati affissi dai giovani dell’assemblea permanente “Apro Palermo”, attiva contro l’overtourism, per rivendicare l’uso pubblico e libero degli spazi cittadini di fronte a eventi privati. I manifesti sono stati successivamente strappati dal personale addetto alla sicurezza della coppia.

Le misure di sicurezza e il patto di riservatezza per i residenti

I festeggiamenti hanno imposto rigide misure di sicurezza nel centro storico palermitano e a Bagheria, località che ospiterà il ricevimento. A Palermo, un’ordinanza comunale ha stabilito la chiusura al traffico di piazza Sant’Anna e piazza Croce dei Vespri, sbarrate con transenne e teli neri per tutelare la privacy degli sposi e dei loro invitati. La Galleria d’Arte Moderna (Gam) ha interrotto l’accesso al pubblico generale a partire dalle ore 14:00, consentendo la visita esclusiva delle sale agli ospiti della coppia e l’allestimento di un buffet. Le restrizioni hanno coinvolto direttamente anche i cittadini domiciliati nelle aree limitrofe: ai residenti è stato richiesto di firmare un patto di riservatezza (non disclosure agreement) che vieta severamente la pubblicazione di foto o video sui social network. Gli abitanti sono stati inoltre obbligati a comunicare preventivamente alle autorità quante persone sarebbero state presenti all’interno delle loro abitazioni durante l’evento. A Bagheria, la polizia municipale ha imposto divieti di sosta e transito in vie nevralgiche come corso Umberto, via Sturzo e viale Valguarnera; i blocchi resteranno in vigore ininterrottamente dalle ore 8:00 di giovedì 4 giugno fino alle ore 20:00 di lunedì 8 giugno.

Le reazioni tra la cittadinanza e i commercianti

Le chiusure hanno generato reazioni opposte in città. A fronte dello scontento di alcuni passanti per l’interdizione di piazza Croce dei Vespri, il sindaco Roberto Lagalla ha difeso l’iniziativa definendola un “ritorno pubblicitario eccezionale per Palermo”. Anche tra i titolari delle attività commerciali adiacenti alle zone interessate si registrano pareri discordanti. Francesco Costanzo, proprietario del locale “Rosalia”, ha evidenziato le difficoltà immediate causate dal blocco totale della circolazione pedonale, pur riconoscendo il potenziale impatto positivo sul turismo a livello globale nel lungo periodo. Nessuna anomalia invece per Francesca di Carlo, titolare del “Bar Timi”, la quale ha dichiarato che l’affluenza della clientela è rimasta invariata senza impatti né positivi né negativi. Ha espresso invece pieno supporto Caterina Rao dell’Osteria Santa Cecilia: la titolare ha confermato il regolare afflusso di clienti e ha sottolineato come la città abbia bisogno di un numero maggiore di eventi di questa portata per accendere l’attenzione internazionale su siti storici come Palazzo Gangi e l’area di Bagheria.

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“Ognuno deve poter fare ciò che vuole del proprio patrimonio”: il miliardario fondatore di Smartbox vuole diseredare i suoi 5 figli e chiede aiuto al Senato per salvare l’eredità da 1,4 miliardi

Chissà come saranno felici i suoi figli di sapere che non vuole lasciare loro neanche un centesimo in eredità. Sì, Pierre-Edouard Sterin, cinquantaduenne fondatore del marchio Smartbox, ha formalmente chiesto al Senato di Parigi di modificare la legge per poter diseredare i suoi cinque figli. Il miliardario, che vanta un patrimonio stimato in 1,4 miliardi di euro, ha sollevato una questione legale che scuote la Francia dei grandi patrimoni e riapre il dibattito normativo sulla libertà di disporre della propria ricchezza senza vincoli familiari.

La vicenda, riportata dal quotidiano Corriere della Sera, vede al centro l’imprenditore francese e la sua cassaforte di famiglia, la Otium Capital. In collegamento video dal Belgio, dove risiede attualmente come esiliato fiscale, Sterin ha esposto le sue intenzioni ai parlamentari in modo inequivocabile: “Vorrei donare l’intero mio patrimonio a cause filantropiche”. A bloccare il suo progetto non sono le polemiche politiche legate alle sue posizioni vicine alla destra conservatrice, ma le norme in vigore. L’attuale legislazione d’Oltralpe prevede infatti che tre quarti del suo patrimonio debbano essere obbligatoriamente trasmessi alla prole. Di fronte a questo ostacolo normativo, la posizione dell’imprenditore resta netta: “Sono favorevole al fatto che ognuno possa fare ciò che vuole del proprio patrimonio”.

Il desiderio di Sterin si scontra contro il Codice Napoleonico del 1804, vero e proprio pilastro del diritto in gran parte dell’Europa continentale. Questo sistema è basato sulla successione necessaria e considera i figli come eredi legittimari, garantendo loro una quota intoccabile dei beni dei genitori, a prescindere da eventuali volontà espresse nel testamento. Si tratta di un principio diametralmente opposto a quello in vigore nei Paesi di Common Law, come il Regno Unito e gli Stati Uniti. Oltreoceano domina la libertà testamentaria totale: un individuo può decidere di lasciare i propri averi a una fondazione o a un perfetto estraneo, escludendo completamente i figli purché maggiorenni e finanziariamente indipendenti. È la strada percorsa da grandi miliardari e filantropi come Bill Gates e Warren Buffett, forti sostenitori della filosofia secondo cui la ricchezza accumulata non deve trasformarsi in una rendita garantita e incondizionata per la discendenza.

Se la vicenda si svolgesse in Italia, la richiesta dell’imprenditore francese si scontrerebbe con un impianto normativo altrettanto severo. Il nostro Codice Civile divide in modo netto l’eredità in due porzioni: la cosiddetta quota disponibile, che la persona può donare o assegnare liberamente a chiunque, e la quota di legittima, che spetta per legge ai familiari più stretti. Nel caso di un genitore che muore lasciando soltanto dei figli, a questi ultimi è riservata obbligatoriamente una fetta che varia dalla metà ai due terzi dell’intero patrimonio, da dividere in parti uguali.

L’unica eccezione legale che permette a un cittadino italiano di escludere un erede è l’indegnità a succedere. Si tratta però di una misura punitiva estrema che scatta esclusivamente in presenza di reati gravissimi e accertati, come l’omicidio o il tentato omicidio del genitore, la calunnia grave o la falsificazione del testamento. In tutti gli altri scenari, compresi quelli di totale rottura dei rapporti familiari, anche il diritto italiano impedisce la diseredazione, imponendo al patrimonio una funzione di protezione e solidarietà a cui il singolo individuo non ha modo di sottrarsi.

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I giovani fanno sempre meno se**o: perché nell’epoca delle app, del porno online e dell’AI il desiderio sembra essersi spento

Di che cosa parliamo quando parliamo di desiderio? Di soldi, di oggetti (borse, scarpe, vestiti, orologi) di sesso, di potere, di amore, di successo? Di una vita lunghissima, quasi eterna (i miliardari ci stanno già lavorando). Di tutto, forse. ma anche di assenza, di crisi, in un mondo svogliato che delega alla tecnologia le emozioni umane. Kano, un’impiegata giapponese di 32 anni, ha sposato Lune Klaus, fidanzato creato con ChatGpt che esiste soltanto nel suo smartphone. Con una certa apprensione, diamo una sbirciatina a quello che le proiezioni ipotizzano, anche se è come guardare il paesaggio nella nebbia: in parte lo immaginiamo. Potremmo provare il brivido della sex-roulette, una lotteria, dove a ogni scelta corrisponde un incontro a sorpresa, con un uomo, una donna o chissà. Potremmo frequentare centri che offrono rilassanti pacchetti wellsex. Laura Berman, psicologa delle relazioni all’Università di Chicago, sostiene sul “Wall Street Journal” che in dieci-quindici anni riusciremo a “disegnare” l”anima gemella perfetta, con la voce giusta e l’AI creata per sussurrarci parole dolci:” La tecnologia trasformerà il sesso, spingendolo a un livello completamente nuovo. Avremo perfetti simulacri di tecno-amanti, con la formula soddisfatti o rimborsati”.

Quest’anno si parla tanto di desiderio, soprattutto nei Festival. C’è “Il desiderio e la Legge”, tema della Milanesiana di Elisabetta Sgarbi (fino al 22 luglio). C’è Seminare idee a Prato (5-7 giugno) che prova a definire il desiderio in tutte le sue sfumature. E in qualcuna di sicuro ci possiamo riconoscerci. Per lo psicoanalista-star Massimo Recalcati, desiderio è una parola chiave. Spesso viene frainteso e confuso con il capriccio, con il godimento immediato, la spinta irrazionale. Non è così, al contrario è “una forza capace di rendere viva la vita”. Poi ce ne sono tanti: il desiderio invidioso, il desiderio di riconoscimento, il desiderio angosciante, il desiderio sessuale, il desiderio d’amore. A Prato l’andrologo Nicola Mondaini, famoso per il manuale “Wikipene”, spiega la fisiologia e, involontariamente, la psicologia mettendo in guardia il mondo maschile dalla medicalizzazione del desiderio. Troppe pillole blu in giro, anche tra in ragazzi. Mentre la scrittrice Natasha Solomons rivaluta Cleopatra, diversa da come ce l’ha raccontata Shakespeare, la seduttrice non più giovane, coinvolta nelle complesse dinamiche politiche dell’amore. Nel romanzo “E io sono Cleopatra”, Solomons la considera soprattutto una stratega del desiderio: il suo corpo era uno strumento.

Già Umberto Eco, negli anni ‘70 aveva colto un’ ossessione per il desiderio come categoria culturale. Mezzo secolo dopo il filosofo Byung-Chul Han proclama che l‘Eros è in agonia. Viviamo una particolarissima contraddizione. Oggi non c’è quasi niente di proibito. Vuoi vivere in una comune poliandrica? Bene. Vuoi sviluppare sentimenti romantici verso l’intelligenza artificiale del tuo telefono? Splendido. Vuoi una maratona di sesso promiscuo con centinaia di partner nel corso di pochi anni? Serviti pure. Vuoi” farlo strano” (ricordate il film con Carlo Verdone), kinky, sadomaso? Non c’è problema. A parte commettere reati o violare il consenso di un’altra persona, c’è ben poco che non si possa fare nel mondo sviluppato. Eppure la solitudine è al massimo storico e secondo David Baker, popolarissimo divulgatore specializzato in antropologia e biologia evolutiva, “uno studio ha rilevato che la frequenza di sesso occasionale è calata del 14 % fra il 2007 e il 2017. Nello stesso periodo, gli under 30 che dichiarano di non aver fatto sesso nell’anno precedente è quasi raddoppiato”: Ragioni? Il massiccio uso di social media riduce il numero di situazioni in cui può accendersi spontaneamente il desiderio (Mondaini è d’accordo con Baker) , i corteggiamenti di persona tendono a essere più selettivi quando si guarda una foto sull’app, rispetto a rimorchiare in discoteca. E il porno online ha sostituito la realtà.

Però desideriamo desiderare. I cinque romanzi della saga “After” di Anna Todd, diventati altrettanti film, un’odissea del voglio-non posso- non devo, sono ora una collezione di fragranze con nomi come “Sin” e “Secret.” Desideriamo desiderare. Perciò Giulia Savarese ha appena creato Almoud (mandorla affumicata, fiori bianchi, oud) immaginando una sintesi chimica del desiderio.” Un po’ come nell’indimenticabile romanzo di Patrick Süskind, “Il Profumo” (1985) dove il protagonista cerca disperatamente di sintetizzare l’odore meraviglioso dell’amore (e uccide per ottenerlo)” racconta. Lei pensa di esserci riuscita senza far male a nessuno, e la sua linea si chiama UAHIQUE (Uniamo anime uniche). Concorda con il filosofo Maurizio Ferraris che sostiene, in barba all’apocalittico Byung-Chul: “Oggi non si desidera meno, solo che i codici sono cambiati. Se c’è una cosa che non ci abbandona mai, dalla nascita alla morte, è proprio il desiderio, Non è un sovrappiù culturale, una moda. L’intelligenza artificiale può calcolare, ottimizzare, riprodurre schemi; ma non soffre per la distanza fra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Anche quando le piattaforme digitali sembrano saturare ogni attesa con una risposta immediata, non eliminano il desiderio, lo riorganizzano”.

Poi, mettendo da parte la filosofia, ci sono le canzoni, del passato e del presente. Sarà un caso, ma, come ricorda il critico musicale Gino Castaldo, le più belle sono in gran parte ispirate dal desiderio, “pensiamo a Judy Garland che guarda lontano e canta “Over the rainbow”, o ai Pink Floyd di Wish you were”. Ma potremmo citare anche Sanremo e “Per sempre sì”. Invocato nelle più amate canzoni napoletane e nelle serenate di ogni tempo, assume forme nuove e impreviste. Anche “Imagine” di John Lennon era un gigantesco inno al desiderio. Osava chiedere un mondo liberato (quanto mai attuale). Cerchiamo di non essere troppo montaliani (nel senso di Eugenio Montale). Di sapere come nella poesia “Non chiederci la parola” soltanto “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

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