Armas biológicas em mãos erradas: um perigo da IA
C’è qualcosa di coraggioso nel tornare su un brand che porta il peso di decenni di aspettative e dichiarare, senza mezzi termini, che si riparte da zero. È esattamente quello che Ubisoft Montpellier e Ubisoft Milano hanno scelto di fare insieme con Rayman Legends Retold: non un seguito, non un omaggio nostalgico, ma una rifondazione vera e propria dell’universo di Rayman, pensata per chi quella saga la conosce a memoria e per chi non l’ha mai sfiorata.
Abbiamo avuto modo di vedere e provare il gioco in anteprima, con accesso a due delle regioni che comporranno la mappa di gioco. Quel che ne è uscito è un quadro ancora incompleto — il titolo è atteso per il 1° ottobre 2026 e lo sviluppo è ancora in corso — ma già capace di lasciare il segno.
La svolta più evidente rispetto al passato è la nuova presentazione con ambienti tridimensionali, che non è un semplice aggiornamento estetico ma una scelta strutturale. Legends Retold abbandona la progressione lineare a livelli separati e la sostituisce con un’unica grande mappa di gioco, divisa in regioni autonome, ognuna con carattere visivo e lore distinti. È un’architettura che promette esplorazione vera, non solo attraversamento.
Delle due regioni che abbiamo visitato, Old Teensie Kingdom introduce il mondo con la sobrietà di un atto primo classico, mentre The Stinkbog — la regione delle paludi, con le sue cavalcate sui draghi che aprono la mappa verticalmente — ha il passo di chi sa di avere qualcosa da dire. Le ambientazioni che abbiamo visto hanno tutte un carattere deciso e riconoscibile: niente sfondi intercambiabili, ogni area porta con sé una storia che si legge prima ancora di interagire con essa. Alcune ci hanno lasciato letteralmente a bocca aperta.
Il comparto artistico è affiancato da una colonna sonora firmata da Christophe Héral e Grant Kirkhope — coppia già collaudata su Origins e Legends — con audio immersivo che entra nel gameplay diretto nei livelli musicali, dove ritmo e movimento si sincronizzano in modo istintivo.
Sul piano delle meccaniche, il gioco conferma l’approccio “forgiving” promesso dagli sviluppatori nella modalità storia: dovremo esplorare, usare l’ambiente come alleato — per spostarci, per attaccare, per sopravvivere — e un moveset classico da platform — salto, pugno in caduta, attacchi caricati — che non chiede nulla di nuovo al giocatore ma funziona. L’impressione è quella di un platform costruito per non escludere nessuno al primo contatto.
Chi cercherà sfida la troverà nei livelli dedicati, pensati ad hoc per il pubblico più competitivo. Tornano Kung Foot, il minigame sportivo ormai culto, e Cave of Trials, il livello platform infinito che misura i riflessi senza sconti. È una coesistenza che funziona proprio perché le due anime non si sovrappongono mai: la storia non perde accessibilità, la sfida non perde mordente.
La cooperativa fino a 4 giocatori in locale è integrata nell’esperienza fin dall’inizio — non un’aggiunta, ma una modalità progettata con lo stesso peso della singola.
Una delle scelte più indicative dell’ambizione del progetto riguarda la produzione audio: Ubisoft ha curato la selezione del cast vocale con la stessa attenzione che si riserva alle produzioni narrative di peso, puntando a dare profondità ai personaggi invece di trattare il doppiaggio come un dettaglio di contorno. È una scelta che, insieme alla localizzazione in 8 lingue, dice molto su come il team consideri questo titolo — non un aggiornamento di servizio, ma un tentativo serio di restituire a Rayman il rilievo che merita. Il nuovo mondo dei morti viventi, con la sua lore inedita e un boss finale che promette di lasciare il segno, va nella stessa direzione: Legends Retold sta costruendo mitologia, non solo livelli.
Rayman Legends Retold è ancora in lavorazione, e il quadro che ne emerge è per forza di cose incompleto. Ma quello che abbiamo visto è sufficiente per capire che Ubisoft Montpellier non sta semplicemente aggiornando una vecchia IP: sta costruendo qualcosa con una visione precisa, artistica e strutturale, che rispetta la saga senza esserne prigioniera.
Se l’obiettivo era dimostrare che Rayman ha ancora qualcosa da dire nel panorama dei platform contemporanei, la risposta anticipata è sì — e con una certa convinzione. L’appuntamento è per ottobre!
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Xiaomi ha scelto Vienna per un evento che va oltre il tradizionale lancio di uno smartphone. La casa cinese la scorsa settimana ha portato sul palco una nuova ondata di prodotti pensati per raccontare la sua idea di ecosistema: telefoni, wearable, auricolari, speaker, TV e grandi elettrodomestici. Il filo conduttore è sempre lo stesso, cioè la strategia “Human × Car × Home”, con cui Xiaomi vuole mettere in comunicazione dispositivi personali, casa intelligente e mobilità. In questo scenario lo smartphone resta il centro dell’esperienza, ma non è più l’unico protagonista. Intorno a lui si muovono prodotti pensati per accompagnare momenti diversi della giornata, dal lavoro allo sport, dall’intrattenimento alla gestione della casa.
Il prodotto più atteso dell’evento è stato Xiaomi 17T Pro, affiancato dal più compatto Xiaomi 17T. La serie T ha sempre avuto un ruolo particolare nella gamma del marchio, perché prova a portare funzioni da top di gamma in una fascia di prezzo meno estrema rispetto ai modelli Ultra. Con questa generazione Xiaomi punta soprattutto su fotografia, autonomia e display, tre aree che oggi pesano moltissimo nella scelta di uno smartphone. La collaborazione con Leica resta centrale, ma non va letta come un semplice marchio applicato al retro del telefono. Il lavoro riguarda ottiche, resa cromatica, modalità di scatto e approccio generale all’immagine, con l’obiettivo di rendere il telefono più versatile in ogni situazione. Entrambi i modelli hanno una tripla fotocamera con sensore principale da 50 MP e, soprattutto, un teleobiettivo Leica 5x da 50 MP con stabilizzazione ottica, una novità importante per la serie T.
Il teleobiettivo è probabilmente la caratteristica più interessante per chi usa davvero tanto la fotocamera dello smartphone. Non serve soltanto a fotografare un soggetto lontano, ma permette anche di lavorare meglio su ritratti, dettagli architettonici, concerti, viaggi e scene in cui avvicinarsi fisicamente non è possibile. Xiaomi parla di zoom ottico 5x nativo, zoom ottico 10x e Ultra Zoom AI fino a 120x, numeri che attirano l’attenzione ma che vanno riportati alla vita reale. La differenza più importante, infatti, sta nella possibilità di avere una focale più lunga e stabile per scattare immagini meno “piatte” e più curate. Anche le prime recensioni italiane hanno messo in evidenza proprio il teleobiettivo Leica 5x come una delle ragioni principali per guardare con interesse al 17T Pro.
La parte fotografica introduce anche Leica Live Moment, una funzione che prova a superare il concetto di semplice scatto statico. L’idea è catturare non solo il momento finale, ma anche il movimento e l’emozione che lo precedono, trasformando una foto in un piccolo racconto visivo. È una funzione pensata per scene dinamiche, bambini, animali, sport, viaggi o momenti spontanei in cui un singolo fotogramma rischia di perdere qualcosa. Sul 17T Pro arriva anche la Cinematografia Live, con Ultra-HD Live Moment in 4K e opzioni creative più evolute per gestire zoom e profondità. La versione Pro aggiunge inoltre una parte video più ambiziosa, con registrazione cinematografica 4K a 60 fps e un bokeh naturale dello sfondo, utile per dare ai filmati un aspetto più curato.
Il display segue la stessa direzione. Xiaomi 17T Series utilizza pannelli AMOLED 1.5K con luminosità di picco fino a 3.500 nit, pensati per restare leggibili anche all’aperto e sotto luce intensa. Il Pro arriva fino a 144 Hz, mentre Xiaomi 17T si ferma a 120 Hz, comunque più che sufficienti per una navigazione fluida, gaming all’altezza e contenuti video. Xiaomi introduce anche Vision Care, una tecnologia studiata per ridurre affaticamento visivo, luce blu, sfarfallio e motion blur.
L’altra grande notizia è la batteria. Xiaomi 17T Pro monta un’unità al silicio-carbonio da 7.000 mAh, affiancata da ricarica cablata HyperCharge da 100 W e ricarica wireless da 50 W. Xiaomi 17T, più compatto, integra invece una batteria da 6.500 mAh con ricarica cablata da 67 W. Il Pro utilizza il MediaTek Dimensity 9500 a 3 nm, mentre il modello base adotta il Dimensity 8500-Ultra a 4 nm. Entrambi sono supportati dal sistema Xiaomi 3D IceLoop, pensato per gestire meglio il calore durante gaming, registrazione video e multitasking. In Italia i prezzi partono da 899,90 euro per Xiaomi 17T Pro e da 749,90 euro per Xiaomi 17T, con promozioni di lancio che includono bundle e servizi digitali.
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A empresa de mobilidade Uber anunciou, nesta quinta-feira (4), a demissão de 23% de seus funcionários das áreas de recursos humanos, recrutamento e cultura, que inclui também o relacionamento com os motoristas.
O gigante do transporte por aplicativo disse que os cortes devem afetar cerca de 1% de seus 35 mil empregados, segundo memorando interno visto pela emissora americana CNBC. A companhia ainda mobiliza o trabalho de cerca de 10 milhões de motoristas parceiros.
Procurada, a Uber não esclareceu se os cortes vão afetar a sede da empresa no Brasil.
A demissão em massa, focada principalmente em cargos seniores, faz parte de uma reestruturação comandada por Jill Hazelbaker, diretora de assuntos corporativos recém-promovida a presidente da empresa de transporte por aplicativo. O objetivo é simplificar a gestão das equipes.
Diferentemente de grandes dispensas recentes em empresas de tecnologia, a Uber afirmou em entrevista à Bloomberg que os cortes não estão ligados ao uso de inteligência artificial generativa.
A empresa tem um centro de tecnologia na capital paulista, com cerca de 500 engenheiros. Em entrevista à Folha, o CEO da empresa Dara Khosrowshahi anunciou uma expansão para o Rio, investindo mais de R$ 2 bilhões em tecnologia.
Apenas no Brasil, são mais de 2 milhões de motoristas que trabalham com a Uber. “Estimamos que mais de 85% da população brasileira já usou a Uber de alguma forma”, disse Khosrowshahi. (Pedro S. Teixeira/FOLHAPRESS)
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L’uomo, prima ancora dei robot. Sta tutta qui la rivoluzione annunciata da Papa Leone XIV nella sua Enciclica Magnifica Humanitas. Un documento che è già diventato una pietra miliare per la dottrina della Chiesa, tanto quanto quello pubblicato da Papa Leone XIII in piena rivoluzione industriale. Il concetto sottolineato da Prevost pone la politica di fronte a un fatto lampante: la tecnologia non è solamente un problema del futuro, ma una questione già esplosa oggi. A cui i cittadini chiedono risposte per sopravvivere. Al contrario, le istituzioni sembrano concentrate più sulla fine del mondo che non sulla soluzioni delle crisi del presente. Un aspetto che vale ancor di più per gli Stati Uniti, leader del settore. Gli investimenti ricercati sono finalizzati alla vittoria finale, molto meno a trovare soluzioni a breve termine. Il pontefice, insomma, propone un prospettiva contrapposta a quella dell’amministrazione di Donald Trump.
La questione viene approfondita in un report del Center for Strategic and International Studies (Csis). Gli analisti sottolineano un punto che le istituzioni statunitensi dovrebbero prendere in considerazione: parlare con la gente e accogliere le loro preoccupazioni. Piuttosto che spostare troppo in là l’asticella temporale, è necessario instaurare un discorso pratico per far comprendere ai cittadini in che modo l’intelligenza artificiale impatterà sulle loro abitudini. E quindi sulla loro vita. La fantascienza si sta scoprendo più realistica di quanto potessimo pensare. Ma questo non vuol dire che bisogna dimenticarsi delle questioni più impellenti. A una persona interessa sapere in che modo cambierà il mondo nei prossimi decenni, ma ancor di più le questioni concrete che possono maturare in un arco di tempo più ristretto.
Ecco perché il Papa parla di “cultura del potere” che degrada la dignità umana svilendo l’uomo di fronte alle macchine. Ed ecco il motivo per cui pone l’attenzione sulla concentrazione di ricchezza nelle mani di poche persone, in grado di determinare la vita di molte altre. “È essenziale che l’uso dell’IA, soprattutto quando riguarda beni pubblici e diritti fondamentali, sia guidato da criteri chiari e da un controllo efficace, fondato sulla partecipazione e sul principio di sussidiarietà”, scrive il Pontefice nella sua Enciclica. “Le comunità e le organizzazioni intermedie non devono essere ridotte a destinatari passivi di decisioni prese altrove; devono poter contribuire al discernimento e al controllo”.
Il primo passo suggerito da Prevost, dunque, è quello di creare dei parametri di riferimento per i settori più ad alto rischio, in grado di influenzare le persone. Le istituzioni dovrebbero riuscirci finanziando agenzie e organizzazioni no profit, che devono stilare degli standard. Il secondo passo è quello di combattere le “nuove forme di schiavitù”, a cui la tecnologia puà dare un grande contributo. L’ultimo passo invece è quello di salvaguardare la verità. Le discussioni tra visioni differenti sono ben accette, anzi auspicate per rafforzare il livello del dibattito. Ma devono basarsi su informazioni veritiere, in modo tale da non uscire fuori dai binari. Un po’ quello che viene chiesto alle istituzioni: parlare in modo chiaro, senza fare il passo più lungo della gamba.
La sopravvivenza industriale dell’automotive europeo? È anche una questione di geopolitica. La Commissione Europea ha infatti allo studio una tattica che ricorda da vicino i metodi storicamente utilizzati dalla Cina per regolamentare l’ingresso dei costruttori europei nel sistema produttivo a basso costo della Repubblica Popolare. L’obiettivo dell’UE è imporre alle aziende cinesi rigidi vincoli di investimento, partnership incentivate o forzate e, soprattutto, trasferimenti tecnologici all’interno del Vecchio Continente. Esattamente come facevano i cinesi coi car makers europei desiderosi di accedere al sistema industriale e al mercato del gigante asiatico. Un ingresso vincolato alla creazione di joint venture con le aziende locali pensato per assorbire il know how industriale e tecnologico occidentale.
Si tratterebbe di una vera e propria “strategia a specchio”, concepita per riequilibrare i rapporti di forza in vari comparti industriali strategici, a partire dalla cruciale catena del valore dell’auto elettrica, attualmente in tutto e per tutto in mani cinesi. Sostanzialmente, con questa mossa l’Unione Europea tenta di recuperare (per quanto possibile) il terreno perduto in questi anni, sia in termini di tecnologia sia in termini di competitività industriale. Come accennato, per anni le aziende occidentali sono state costrette ad accettare le severe condizioni imposte dal Dragone pur di accedere alla piazza cinese. L’obbligo di siglare alleanze con partner locali ha rappresentato per lungo tempo il fulcro della strategia di crescita della superpotenza asiatica. Attraverso questo meccanismo, Pechino ha potuto assimilare competenze, segreti industriali e modelli produttivi d’avanguardia, per poi capitalizzarli a proprio vantaggio. Oggi Bruxelles punta a ricalcare quella stessa logica per difendere i propri confini produttivi.
La svolta dimostra che la Commissione non intende limitarsi alla sola arma, per certi versi spuntata, dei dazi doganali sulle auto elettriche. Le barriere tariffarie, infatti, rischiano di essere facilmente aggirate dai colossi asiatici localizzando l’assemblaggio finale dei veicoli in Europa. Il target dei legislatori europei diventa quindi molto più profondo: spingere i giganti cinesi a investire in veri e propri stabilimenti produttivi europei, obbligandoli a condividere parte del proprio prezioso know-how sulle batterie e a creare partnership più equilibrate con la filiera locale. In ballo ci sono la sovranità industriale continentale, la tutela dell’occupazione e la salvaguardia della competitività del settore automobilistico continentale.
L’Europa è divenuta infatti sempre più dipendente dal Paese asiatico in ambiti cruciali che vanno dalle batterie per auto alle terre rare, fino a componenti e beni industriali di ogni tipo. Allo stesso tempo, l’avanzata globale di Pechino in diversi settori, a partire dall’automotive, appare ormai difficilmente contenibile. Quindi, se non puoi batterli, alleati con loro.
Fra le economie europee più esposte a questa transizione c’è senza dubbio quella tedesca, fortemente e storicamente dipendente dall’automotive. Berlino ha finora mantenuto un approccio economico e politico prudente con la Cina, col governo tedesco attento a non compromettere i cruciali rapporti commerciali con il Dragone e a evitare possibili ritorsioni, soprattutto sul delicato fronte delle materie prime critiche.
Tuttavia, nel dibattito politico ed economico interno alla Germania stanno emergendo i primi segnali di ripensamento. Infatti, l’industria tedesca attraversa una fase complessa, segnata da un preoccupante calo dell’occupazione e da pressioni competitive crescenti a livello globale, le stesso che impongono un ripensamento delle relazioni commerciali con Pechino.
Le diplomazie del vecchio continente sono già al lavoro e spingono con forza per ridurre la dipendenza da Pechino. Il governo francese ha parlato apertamente di un “rullo compressore cinese” capace di comprimere l’economia europea e azzerare la concorrenza. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e i principali commissari discuteranno i possibili interventi normativi a fine maggio, con l’obiettivo di definire i dettagli tecnici per poi sottoporli ufficialmente ai leader dell’Unione Europea in occasione del cruciale vertice di Bruxelles in programma a giugno.
L’intento dei vertici comunitari è anche quello di favorire una posizione più coesa all’interno dell’Unione, poiché un eventuale e definitivo cambio di passo della Germania potrebbe avere un effetto trainante decisivo sugli altri Stati membri, anche in virtù dei legami esistenti fra le catene di fornitura dei vari Paesi membri.
Resta da capire quale sarà la reazione della controparte: Pechino osserva con crescente irritazione la possibile svolta protezionistica europea. Secondo quanto riferito da agenzie di stampa internazionali, le ipotesi di vincoli strutturali agli investimenti e di trasferimenti tecnologici forzati vengono lette dalla leadership asiatica come una deriva pericolosa, in aperto contrasto con i principi di apertura commerciale e libero scambio che Bruxelles ha sostenuto e promosso nel mondo.
Il governo cinese continua a rivendicare che la propria straordinaria competitività sui mercati globali sia esclusivamente il risultato di investimenti nell’innovazione, efficienza produttiva e grande scala industriale, respingendo categoricamente le accuse occidentali di pratiche scorrette o sussidi illeciti (pur comprovati). Se l’Unione Europea dovesse davvero imboccare questa strada senza fare passi indietro, si aprirebbe inevitabilmente una nuova e complessa fase nei rapporti euro-cinesi, dai risvolti tutti da definire.
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Una pioniera e poi un punto di riferimento fortissimo per la tecnologia digitale e cybersicurezza in Italia. Carola Frediani è morta a 51 anni dopo una breve malattia: lascia un figlio, il marito Luca e un grande vuoto nel mondo del giornalismo. Era nota soprattutto per la newsletter Guerre di Rete, nata nel 2018, poi diventata un sito web con diversi collaboratori e più di 15mila iscritti. Proprio la pagina web ne ha annunciato la scomparsa: “Lascia un vuoto incolmabile in tutti coloro che l’hanno conosciuta in questi anni”. L’ultimo saluto si terrà il 5 giugno alle 12.00 al tempio laico di Staglieno, nella sua Genova.
Nata nel capoluogo ligure, si è laureata in lettere per poi conseguire un master in Italian Literature all’University of Pittsburgh. Ha iniziato la sua carriera nella sua città natale nel 2000. Era stato Franco Carlini a darle una possibilità nell’agenzia Totem, tra i primi giornalisti italiani a occuparsi di Internet. Da lì in poi solo successi, a partire dal 2010 quando ha fondato l’agenzia EffeCinque, collaborando in parallelo con le maggiori testate del Paese, tra cui La Stampa, Corriere della Sera, Wired, Vice, L’Espresso. Tra le voci più autorevoli del settore, si occupava di social media, sicurezza informatica, hacking, sicurezza e diritto della rete in modo approfondito e autorevole: sempre con grande passione e professionalità. Un talento riconosciuto nel 2019 con il Premio Galilei per la divulgazione scientifica e nel 2021 con il Premio giornalistico Arrigo Benedetti.
Tutti i suoi progetti, soprattutto Guerre di Rete, non parlavano mai solo di tecnologia, ma anche di diritti. Una forte dimensione civile che ha caratterizzato tutta la sua carriera: ha fatto parte del team dedicato alla sicurezza globale del segretariato di Amnesty International e si è unita al dipartimento di sicurezza informatica di Human Rights Watch, tra le più note Ong i diritti umani. Entrambe le esperienze hanno rafforzato la sua visione del digitale come questione politica e sociale, non solo tecnica. Sicurezza informatica, sorveglianza e libertà online erano per Frediani aspetti strettamente legati alla difesa dei diritti delle persone. Su questa scia, dall’inizio del 2024 curava anche la newsletter Digital Conflicts, bisettimanale e in inglese.
Frediani è stata anche autrice di libri che hanno aiutato il pubblico a capire meglio i grandi temi del mondo digitale e della sicurezza informatica. Tra i titoli più noti DeepWeb, #Cybercrime (Hoepli), ls Rete oltre Google e L’inganno dell’automa, uscito lo scorso settembre. Tra le sue opere anche il thriller a sfondo digitale Fuori Controllo (Venipedia). In molti tra amici e colleghi hanno affidato un ultimo saluto ai social. Anche l’Ordine e l’associazione dei giornalisti liguri hanno espresso le condoglianze “al marito Luca, al figlio adolescente e alla mamma Luciana”. Frediani però è stata anche un orgoglio per la propria città, che l’ha ricordata con un messaggio della sindaca di Genova, Silvia Salis: “L’ufficio portavoce della sindaca e l’ufficio stampa del Comune di Genova si uniscono al dolore dei colleghi e della comunità giornalistica, ricordandone non solo il valore professionale, ma anche la generosità e l’energia contagiosa”.
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Era atteso, soprattutto dopo gli ultimi modelli rilasciati dalle aziende. E alla fine è arrivato. Donald Trump mette la sua firma sull’ordine esecutivo che regola l’intelligenza artificiale. Anzi la restringe. “Promuovere l’innovazione e la sicurezza dell’IA”: questo il titolo e l’obiettivo del documento. La pubblicazione è stata ancor più complessa del previsto. Ma il rilascio è uno snodo importante per il progresso tecnologico made in Usa.
Con l’ordine esecutivo la Casa Bianca intende anticipare eventuali rischi derivanti dagli strumenti di IA. Alle aziende viene dunque richiesto di collaborare con le agenzie federali per mettere al sicuro le infrastrutture critiche. Il governo potrà visionare quei modelli chiamati “di frontiera” 30 giorni prima che vengano rilasciati sul mercato. Gli strumenti dovranno rispondere a degli standard, pena la loro non conformità. Per mitigare e risolvere eventuali minacce, viene creato un “centro di coordinamento per la sicurezza informatica”. Come si legge nel testo del decreto presidenziale, “le capacità avanzate dell’intelligenza artificiale rendono la nostra nazione più forte, ma introducono anche nuove considerazioni in materia di sicurezza nazionale che richiedono un’azione coordinata tra i vari dipartimenti e agenzie”.
Tutto è però basato sulla disponibilità e sulla volontà delle aziende, per cui non ci sono obblighi ma raccomandazioni. Questo è un aspetto cruciale dell’intera vicenda. Che un ordine esecutivo di questa portata fosse nell’aria era chiaro. Ancor di più dopo il (non) rilascio di Mythos, il modello più potente di Anthropic, tale da poter creare inconsapevolmente dei problemi enormi per la sicurezza nazionale. Si pensava dunque che l’amministrazione repubblicana potesse stringere le maglie, andando contro il proprio approccio laissez-faire adottato fino a oggi. Invece è stato un cambiamento più graduale. Quando Trump ha ricevuto una prima versione sul suo tavolo, l’ha rifiutata perché troppo stringente. La paura era di soffocare il progresso tecnologico americano. Ritardando così di qualche settimana la firma.
L’ordine esecutivo riflette dunque “l’approccio di Trump, che consiste nel collaborare con l’industria per bilanciare innovazione e sicurezza, consolidando il continuo predominio globale degli Stati Uniti nell’intelligenza artificiale e nella sicurezza informatica”, afferma la portavoce della Casa Bianca, Liz Huston. A pressare il presidente è anche l’ala Maga, che gli chiedeva un passo del genere.
A remare contro sono stati soprattutto David Sacks, ex czar dell’intelligenza artificiale, oggi uomo-ponte tra Washington e la Silicon Valley, e Ryan Baasch, vicedirettore del Consiglio economico nazionale. Entrambi hanno spinto per rendere volontarie le nuove misure, togliendo così il vincolo dell’adesione obbligatoria. Anche Scott Bessent, segretario al Tesoro, e Susie Wiles, capo dello staff della Casa Bianca, spingevano per la volontarietà delle aziende. Sacks era preoccupato che troppe regole avrebbero alla fine favorito la Cina e, secondo Axios, è riuscito a ottenere la riduzione a 30 giorni per la pre-implementazione. Anche il capo del Pentagono Pete Hegseth vede Pechino come un pericolo. Ma al contrario di Sacks avrebbe preferito maggiori limiti per i modelli più problematici, perché altrimenti i cinesi potrebbero metterci le mani e avvantaggiarsene.
Per Chris Lehane, Chief Global Affairs di OpenAI, l’ordine esecutivo “rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza nazionale, le infrastrutture critiche e le comunità in tutto il paese. Man mano che i sistemi di IA diventano più capaci, garantire che vengano sviluppati e distribuiti in sicurezza richiederà una stretta collaborazione tra governo e industria. La cybersecurity – aggiunge – può sembrare astratta, ma i bersagli sono spesso profondamente locali e centrali nella vita quotidiana delle persone: ospedali, scuole, servizi pubblici, istituzioni finanziarie, governi locali e i sistemi su cui le comunità fanno affidamento. Ecco perché è così importante che gli strumenti di IA difensiva più capaci finiscano prima nelle mani di difensori di fiducia”.
