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Omicidio di Milano Certosa, primo fermo per la morte di Gianluca Ibarra Silvera: è un 19enne

A dieci giorni dall’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera, il ventiduenne accoltellato a morte nella notte tra il 26 e il 27 maggio vicino alla stazione di Milano Certosa, arriva la prima svolta investigativa. La Procura di Milano ha disposto il fermo di uno dei giovani finiti nel mirino della Squadra Mobile nell’ambito dell’indagine sul delitto che ha sconvolto la periferia nord del capoluogo lombardo. Si tratta di un 19enne, di origine peruviana. Altri sette ragazzi, residenti tra Milano e l’hinterland, sono stati perquisiti e ascoltati dagli investigatori.

Il provvedimento è maturato dopo giorni di accertamenti coordinati dal pubblico ministero Elio Ramondini e dall’aggiunta Bruna Albertini. Gli agenti della Squadra Mobile hanno raccolto testimonianze, effettuato sopralluoghi, analizzato immagini di videosorveglianza e sviluppato una serie di riscontri tecnici che avrebbero consentito di identificare alcuni dei presunti partecipanti all’aggressione.

Secondo quanto emerso finora, il giovane fermato farebbe parte del gruppo che la notte del delitto avrebbe accerchiato e inseguito Gianluca e suo fratello nell’area della stazione ferroviaria. Gli altri sette ragazzi ascoltati dagli investigatori non risultano, al momento, destinatari di misure restrittive, ma la loro posizione resta al vaglio degli inquirenti.

La pista delle pandillas

L’indagine continua a concentrarsi sull’ipotesi di un’aggressione maturata nell’ambiente delle cosiddette “pandillas” latinoamericane. La stazione di Milano Certosa, secondo fonti investigative, sarebbe tornata negli ultimi tempi a essere un luogo di ritrovo di gruppi giovanili riconducibili a diverse bande, tra cui i Latin Kings e la Mara Salvatrucha, nota come MS-13. Nell’area sarebbero state notate più volte scritte con la sigla “LK”, acronimo di Latin Kings. Proprio questo elemento era stato richiamato nei giorni scorsi dal fratello della vittima, testimone diretto dell’aggressione.

Intervistato dalla trasmissione televisiva Fuori dal coro, il giovane aveva raccontato che il gruppo di aggressori si sarebbe presentato gridando “Somos los reyes”, ovvero “Siamo i re”, frase che secondo lui richiamava chiaramente la gang. “Hanno fatto un marchio sulla parete con la scritta LK. È una gang”, aveva dichiarato.

L’inseguimento sui binari

Il racconto del fratello di Gianluca restituisce il quadro di una violenza improvvisa e brutale. I due giovani sarebbero stati circondati da un gruppo numeroso di ragazzi armati di coltelli, bottiglie e pietre. “Hanno iniziato ad accerchiarci, siamo scesi sui binari correndo. Avevamo trenta persone dietro che ci rincorrevano”, aveva raccontato. Nel tentativo di fuggire, i due fratelli si sarebbero separati. Gianluca sarebbe stato raggiunto dal branco e colpito ripetutamente.

“L’hanno preso, sono saltati in massa su di lui. Saranno stati una ventina a picchiarlo e accoltellarlo”, aveva detto il fratello, che ha poi assistito agli ultimi istanti di vita del ventiduenne. “Mi è morto tra le braccia. Gli dicevo di resistere, ma era pieno di ferite”.

Un delitto senza un movente chiaro

Resta ancora da chiarire il movente dell’omicidio. Gli investigatori non escludono che la vittima possa essere stata scambiata per qualcun altro oppure che l’aggressione sia nata da una dinamica di affermazione territoriale tipica delle bande giovanili. “Un vero motivo non c’era”, ha sostenuto il fratello di Gianluca. “L’hanno ucciso solo per il gusto di farlo oppure ci hanno scambiato per qualcuno che non eravamo”.

L’identificazione del primo sospettato rappresenta ora un passaggio cruciale per ricostruire la sequenza dei fatti e individuare le responsabilità degli altri componenti del gruppo che avrebbe preso parte al pestaggio mortale. Gli investigatori attendono gli ultimi riscontri per definire il quadro accusatorio e accertare il ruolo di ciascuno dei giovani coinvolti.

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Denuncia la scomparsa dell’anziana madre, ma la sua versione non convince gli investigatori: poi la sconvolgente scoperta

Per settimane avrebbe convissuto con il corpo della madre, per poi trasportarlo e abbandonarlo in un fiume nel tentativo di occultarne le tracce. È l’accusa rivolta a Joshua Cullen, 47 anni, arrestato in Florida nell’ambito di un’indagine avviata dopo la scomparsa della donna. Nei suoi confronti sono stati contestati i reati di negligenza verso una persona anziana e vilipendio di cadavere. A dare il via all’inchiesta è stata proprio la denuncia di scomparsa presentata dall’uomo. Agli agenti avrebbe raccontato di non avere più notizie della madre da mesi, sostenendo che, dopo un ricovero in ospedale a seguito di un ictus, la donna si fosse allontanata insieme a “un uomo ricco non identificato”. Una versione che avrebbe iniziato quasi subito a mostrare diverse incongruenze.

Approfondendo gli accertamenti, gli investigatori hanno scoperto che Cullen aveva avuto accesso ai conti correnti della madre e che nel frattempo avrebbe utilizzato parte del denaro per acquistare un camper. Non solo. All’interno della casa mancavano numerosi effetti personali della donna, compresi alcuni mobili e perfino il letto, circostanze che hanno contribuito ad aumentare i sospetti degli inquirenti.

La scoperta nel fiume

La svolta è arrivata mentre le ricerche della donna risultavano ancora ufficialmente aperte. Alcuni diportisti hanno segnalato alle autorità la presenza di un oggetto sospetto nelle acque del Peace River. Quando gli agenti sono intervenuti sul posto, hanno recuperato un tappeto legato con catene e appesantito da blocchi di cemento. All’interno c’erano resti umani. Gli esami effettuati dal medico legale hanno poi confermato che appartenevano proprio alla madre di Cullen.

Da quel momento l’attenzione degli investigatori si è concentrata interamente sul figlio. Attraverso le immagini delle telecamere e i sistemi di rilevamento targhe, gli agenti sono riusciti a ricostruire alcuni movimenti del quarantasettenne. In particolare, la sua auto sarebbe stata ripresa il 28 marzo mentre si dirigeva verso l‘area di Hunters Creek con una carriola fissata sul tetto del veicolo. Successivamente, gli investigatori hanno scoperto che una carriola era stata ritrovata proprio nei pressi del luogo in cui è stato recuperato il corpo. Un dettaglio considerato particolarmente importante nell’inchiesta e che avrebbe contribuito a collegare Cullen alla scena.

Le parole dello sceriffo

Commentando il caso, lo sceriffo Carmine Marceno ha parlato di una vicenda che ha assunto contorni sempre più inquietanti con il passare dei giorni. “Quella che era iniziata come un’indagine su una persona scomparsa ha presto rivelato una rete di bugie, inganni e uno scioccante disprezzo per la dignità umana”, ha dichiarato annunciando l’arresto del sospettato.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, la donna sarebbe morta all’interno dell’abitazione e il figlio avrebbe continuato a vivere lì per settimane prima di disfarsi del corpo: “Riteniamo che la donna sia morta in casa e che Cullen abbia continuato a vivere accanto al suo cadavere”, ha spiegato Marceno. Lo sceriffo non ha nascosto la propria indignazione, aggiungendo: “Questo spregevole individuo ha abbandonato la donna, lasciandola sola e abbandonata, mentre lui, egoisticamente, continuava la sua vita”. Le indagini proseguono e gli investigatori stanno continuando a raccogliere prove per chiarire ogni aspetto della vicenda. “Al termine, valuteremo se siano necessarie ulteriori accuse”, hanno fatto sapere le autorità.

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Madre e figlia avvelenate – Dal ritrovamento della pianta di ricino in un campo ai 160 verbali raccolti: gli investigatori tornano nella casa di Pietracatella

A oltre cinque mesi dall’apertura del fascicolo per omicidio aggravato dalla premeditazione e dall’uso del mezzo venefico, la Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso proseguono con un lavoro investigativo estremamente articolato, che punta a chiarire come la tossina sia entrata nell’organismo di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, morte tra il 27 e il 28 dicembre 2025 dopo per avvelenamento da ricina. Negli ultimi giorni l’attenzione si è concentrata anche sulla scoperta documentata dalla trasmissione televisiva “Dentro la Notizia”, che ha individuato una pianta di ricino in un terreno agricolo situato a circa quindici chilometri da Pietracatella. La presenza della pianta rappresenta un elemento di particolare interesse perché il ricino costituisce la materia prima dalla quale può essere estratta la ricina, una delle tossine vegetali più potenti conosciute. Tra le ipotesi c’è anche quella che il veleno sia stato “prodotto” artigianalmente.

Il racconto del contadino

L’agricoltore proprietario del terreno ha spiegato che la pianta era stata coltivata anni fa seguendo una tradizione contadina ancora diffusa in alcune aree rurali. Secondo il suo racconto, il ricino sarebbe utilizzato come deterrente naturale contro le talpe che danneggiano orti e coltivazioni. Una pratica che sarebbe stata confermata anche da altri residenti della zona, secondo i quali la pianta veniva spesso collocata ai margini dei campi proprio per tenere lontani gli animali scavatori. Dal punto di vista investigativo, il ritrovamento non dimostra alcun collegamento diretto con il duplice decesso, ma conferma un elemento di una delle ipotesi prese in considerazione: ovvero che la materia prima è reperibile anche localmente.

Naturalmente questo non significa che la ricina possa essere ottenuta facilmente. Gli esperti ricordano infatti che l’estrazione della tossina dai semi della pianta richiede conoscenze specifiche, attrezzature adeguate e procedure complesse. Tuttavia il ritrovamento amplia il quadro delle possibili fonti di approvvigionamento e costituisce un elemento che gli investigatori stanno valutando attentamente.

Circa 160 verbali

Parallelamente continua l’imponente attività di raccolta delle testimonianze. Secondo quanto emerge dagli ambienti investigativi, dall’inizio dell’inchiesta sono state raccolte circa 160 sommarie informazioni testimoniali. Il numero dei verbali è superiore a quello delle persone effettivamente ascoltate poiché diversi testimoni sono stati convocati più volte per approfondimenti e chiarimenti su aspetti ritenuti rilevanti. L’obiettivo degli investigatori è ricostruire nel dettaglio il contesto relazionale, familiare e personale all’interno del quale vivevano le due vittime. Un lavoro lungo e minuzioso che coinvolge parenti, amici, conoscenti, colleghi e persone che hanno avuto rapporti diretti o indiretti con la famiglia.

Tra i soggetti che potrebbero essere nuovamente sentiti figura anche Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita. La donna aveva ospitato per circa tre mesi Gianni Di Vita e la figlia Alice dopo il sequestro dell’abitazione di Pietracatella disposto nell’ambito delle indagini. Secondo quanto si apprende, per lei potrebbe trattarsi del quarto colloquio con gli investigatori, segno della volontà degli inquirenti di approfondire ogni elemento utile alla ricostruzione dei fatti. Nel frattempo la Squadra Mobile ha ascoltato nei giorni scorsi anche il sindaco di Pietracatella, Antonio Tomassone, recentemente rieletto alla guida del Comune. La sua convocazione è legata ai rapporti personali e istituzionali intrattenuti nel corso degli anni con Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime.

Di Vita è stato infatti sindaco del paese e successivamente consigliere comunale di maggioranza durante il primo mandato amministrativo dello stesso Tomassone. Gli investigatori hanno ritenuto utile acquisire informazioni sul contesto politico e amministrativo nel quale i due hanno collaborato, nonché sugli aspetti relazionali che potrebbero contribuire alla comprensione complessiva della vicenda. All’uscita dalla Questura, il primo cittadino ha confermato di essere stato ascoltato come testimone. Ha spiegato di aver risposto alle domande degli investigatori e di nutrire piena fiducia nel loro lavoro, sottolineando come l’inchiesta richieda tempo a causa della sua complessità. Tomassone ha inoltre evidenziato il desiderio della comunità di Pietracatella di tornare gradualmente alla normalità pur continuando a rimanere vicina ai familiari delle vittime. Le dichiarazioni del sindaco restituiscono anche il clima che si respira nel piccolo centro molisano, ancora profondamente segnato da una vicenda che ha attirato l’attenzione dei media nazionali e che continua a suscitare interrogativi e preoccupazioni.

Nuovo sopralluogo

Un altro passaggio cruciale dell’inchiesta è rappresentato dal nuovo sopralluogo programmato nell’abitazione di via Risorgimento, a Pietracatella. Gli investigatori, affiancati dagli specialisti della Polizia Scientifica, torneranno all’interno della casa già sottoposta a sequestro nei mesi scorsi. L’obiettivo è effettuare ulteriori verifiche e cercare eventuali tracce della tossina o altri elementi che possano contribuire alla ricostruzione delle modalità con cui la ricina sarebbe stata introdotta nell’ambiente domestico.

L’abitazione era già stata oggetto di approfonditi accertamenti. Al suo interno erano stati sequestrati telefoni cellulari, computer, modem e altri dispositivi elettronici successivamente sottoposti ad acquisizione forense. Le analisi informatiche proseguono tuttora e rappresentano uno dei filoni investigativi più delicati dell’intera inchiesta.

Gli esami tossicologici

Parallelamente continuano gli accertamenti affidati al tossicologo Carlo Alessandro Locatelli e al chimico forense Daniele Merli, chiamati a fornire supporto scientifico per comprendere la dinamica dell’avvelenamento e le caratteristiche della sostanza rinvenuta. Rimane inoltre aperto il fascicolo per omicidio colposo nei confronti di cinque sanitari dell’ospedale Cardarelli di Campobasso che ebbero in cura Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita nei giorni precedenti alla loro morte. Su questo versante la Procura sta valutando se l’avvelenamento da ricina fosse riconoscibile sulla base del quadro clinico presentato dalle pazienti e se le procedure mediche adottate siano state corrette.

A oggi, tuttavia, il cuore dell’inchiesta resta il fascicolo contro ignoti per omicidio aggravato. La scoperta della pianta di ricino, l’enorme mole di testimonianze raccolte, il nuovo accesso nell’abitazione e il continuo approfondimento dei rapporti personali e familiari dimostrano che gli investigatori stanno percorrendo contemporaneamente tutte le piste disponibili. L’obiettivo è arrivare a una risposta definitiva alla domanda che da mesi accompagna questa vicenda: capire come la ricina sia entrata nell’organismo di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita e stabilire chi è l’autore o l’autrice di un duplice omicidio pianificato.

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“Sono il figlio dell’uomo, ho appena ucciso l’uomo del peccato”: ucciso a coltellate l’attore di Top Gun e Jumanji James Handy, arrestato il figlio della compagna

“Sono il figlio dell’uomo, ho appena ucciso l’uomo del peccato”. È iniziata con questa frase, pronunciata al telefono con il numero di emergenza 911 intorno alle 9:30 del mattino di mercoledì 3 giugno, la vicenda che ha portato all’omicidio dell’attore statunitense James Handy. L’interprete, 81 anni, volto noto in blockbuster globali come “Top Gun: Maverick” e “Jumanji”, è stato ucciso all’esterno della sua abitazione nel quartiere di Tarzana, a Los Angeles.

La scena del crimine e i soccorsi

Giunti sul posto dopo la segnalazione, gli agenti del Dipartimento di Polizia di Los Angeles (LAPD) hanno individuato Handy nel giardino antistante la casa. L’uomo era privo di sensi e presentava una grave ferita da arma da taglio al torace. I paramedici dei vigili del fuoco di Los Angeles lo hanno soccorso e trasportato d’urgenza in ospedale, dove i medici lo hanno dichiarato morto poco dopo l’arrivo a causa della gravità della lesione.

L’arresto del 44enne

Sul luogo del delitto la polizia ha arrestato Michael Gledhill, 44 anni. L’uomo è il figlio della compagna di Handy e risiedeva nella stessa villa insieme alla madre e alla vittima. Secondo quanto verbalizzato dalle autorità, al momento dell’arrivo delle pattuglie, Gledhill è andato fisicamente incontro agli agenti, dichiarando apertamente di essere la persona che stavano cercando. Gledhill è stato preso in custodia e trasferito nel carcere di Van Nuys con l’accusa formale di omicidio. Secondo i registri carcerari pubblici, la cauzione è stata fissata a 2 milioni di dollari. Al momento non risulta l’assegnazione di un avvocato difensore per il 44enne e i messaggi lasciati all’ufficio del difensore d’ufficio della contea non hanno ricevuto risposta. In un comunicato, gli investigatori hanno chiarito che si tratta di un episodio domestico isolato e che non sussistono ulteriori pericoli per la comunità.

Una vita tra grande e piccolo schermo

Nato a New York, James Handy ha costruito una solida carriera decennale come caratterista. Nel 1995 il pubblico lo ha conosciuto per l’interpretazione del disinfestatore in “Jumanji”, mentre nel 2022 era tornato al cinema recitando la parte del barista Jimmy nel successo “Top Gun: Maverick”. La sua filmografia include anche pellicole come “Arachnophobia” (1990) e “The Rocketeer” (1991). Particolarmente attivo sul piccolo schermo, Handy ha lavorato in numerosi drammi polizieschi e serie televisive che hanno fatto la storia del palinsesto. Tra i suoi crediti figurano “NYPD – New York Police Department”, “Beverly Hills 90210”, “Law & Order”, “Profiler – Intuizioni mortali”, la soap opera “Febbre d’amore”, “NCIS: Los Angeles”, “The Closer”, “Cold Case” e, in tempi più recenti, “9-1-1” (2021). L’agenzia che lo rappresentava ha confermato la notizia esprimendo il proprio cordoglio. Pam Ellis-Evenas, della Ellis Talent Group, ha inviato una dichiarazione all’Associated Press: “Non avrei potuto chiedere un cliente e un amico più talentuoso, umile o gentile di James Handy”.

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“Brutalità inaudita e piano premeditato”, i pm sulla strage dei braccianti. I due fermati in silenzio davanti al gip

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere Safeer Ahmed e Ali Raza, i due cittadini pakistani di 31 anni fermati con l’accusa di omicidio plurimo aggravato per la morte di quattro braccianti agricoli avvenuta ad Amendolara, nel Cosentino. I due sono comparsi nel carcere di Castrovillari davanti al gip Orvieto Matonti per l’interrogatorio di convalida del fermo. Il giudice si è riservato la decisione. I due indagati sono assistiti dagli avvocati Giovanni Brandi Cordasco Salmena e Giulia Montilli e, al momento, non hanno rilasciato dichiarazioni agli inquirenti. La Procura di Castrovillari, coordinata dal procuratore capo Alessandro D’Alessio, prosegue intanto gli accertamenti per ricostruire il movente e il contesto in cui si è consumata la morte dei quattro braccianti – tre cittadini afghani e uno pakistano – arsi vivi all’interno di un minivan. Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, e il più grande Waseem Khan, 29, sono morti insieme. Con loro anche Amin Fazal Khogjani, 28 anni, e Safi Iayjad, 27. (Nella foto da sinistra Qiemi, Khogjani e Iayjad)

Per gli inquirenti è stato un quadruplice omicidio “di una brutalità inaudita”, che sarebbe stato “premeditato” e “organizzato secondo un piano ben predefinito”. Gli inquirenti stanno lavorando per definire il ruolo dei due fermati e per chiarire se l’episodio si inserisca in un contesto più ampio legato allo sfruttamento del lavoro agricolo. Una delle piste principali riguarda infatti il caporalato e le dinamiche di controllo dei lavoratori nei campi del Sud Italia. “La Calabria, e anche una parte della Lucania, ha un contesto, e non lo scopriamo oggi, meritevole di attenzione sul fenomeno del caporalato. È evidente che una delle piste è anche questa”, ha spiegato il procuratore D’Alessio.

Il magistrato ha inoltre sottolineato come il sistema di sfruttamento non sia sempre riconducibile a forme “pure” di illegalità, ma spesso si inserisca in dinamiche più complesse: “Oggi, però, chi lavora nel caporalato non è un lavoratore ‘in nero’ puro. Sono persone che formalmente stanno a posto e molto spesso si trovano a dover operare su due contesti: da un lato, il contesto minaccioso e di sfruttamento delle condizioni di vita, spesso da parte di connazionali; dall’altro, l’ipocrisia di nostri concittadini che utilizzano nelle loro attività queste persone pagandole quattro soldi”. Le indagini hanno già ricostruito alcune fasi dell’azione grazie alle immagini di videosorveglianza di un distributore di carburante e alle testimonianze raccolte sul posto. Un elemento ritenuto decisivo dagli investigatori è la testimonianza di un carabiniere della Forestale che aveva fermato poco prima il minivan per un controllo.

Dal video si vedrebbero i due indagati intervenire per impedire la fuga dei passeggeri: uno di loro scendere dal veicolo e aprire il cofano, l’altro rompere la maniglia di uno sportello e bloccare fisicamente i braccianti all’interno, mentre il mezzo veniva avvolto dalle fiamme. Solo una delle cinque persone a bordo è riuscita a salvarsi, rompendo un finestrino e fuggendo con un braccio fratturato. Il superstite, identificato come Taji Mohammad Alamyar, ha denunciato l’esistenza di una presunta “mafia pakistana” e ha raccontato che i colleghi sarebbero stati uccisi dopo essersi ribellati ai caporali. L’uomo è ora sotto protezione.

Gli investigatori non ritengono al momento che il superstite abbia avuto un ruolo nella dinamica dell’omicidio e continuano a cercare eventuali complici o figure di raccordo che possano aver favorito o coordinato l’azione. Parallelamente, la Procura sta verificando i rapporti di lavoro dei braccianti e degli indagati nelle aziende agricole tra Scanzano (Potenza) e altre aree del Sud Italia, per chiarire se il gruppo fosse inserito in circuiti di intermediazione illecita o sfruttamento lavorativo. L’ipotesi degli inquirenti è che i due fermati possano essere stati caporali o intermediari, oppure braccianti a loro volta inseriti in un sistema più ampio di gestione della manodopera migrante nei campi. Un quadro ancora in fase di definizione, mentre si attendono le decisioni del gip sulla convalida del fermo.

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Svolta nelle indagini sulla morte del fondatore di Mango Isak Andic: spunta l’ipotesi di un terzo complice, nel mirino una terapeuta familiare

C’è un colpo di scena nell’inchiesta sulla morte di Isak Andic, fondatore del gruppo di fast fashion Mango, deceduto il 14 dicembre 2025 all’età di 71 anni dopo aver perso la vita precipitando durante un’escursione sul massiccio di Montserrat, in Catalogna.

L’ipotesi di una terza persona

L’indagine, fino ad oggi focalizzata quasi esclusivamente sul primogenito Jonathan Andic — formalmente indagato per presunto omicidio, arrestato e successivamente rilasciato dietro il pagamento di una cauzione da un milione di euro —, si sta allargando verso nuovi scenari. La giudice istruttrice di Martorell, titolare del fascicolo, ha stabilito la necessità di espandere le indagini. Secondo quanto emerge da un provvedimento citato dal quotidiano La Vanguardia, la magistratura intende verificare “l’esistenza di una terza persona che direttamente o indirettamente abbia partecipato ai fatti”.

Le incongruenze e la versione smentita

A complicare il quadro difensivo del figlio di Andic vi sono i rilievi emersi dalle indagini sul campo, che collidono con le sue dichiarazioni. La giudice ha infatti contestato la ricostruzione fornita da Jonathan in merito alle abitudini familiari e, in particolare, alla frequenza delle escursioni condivise con il padre. Gli accertamenti condotti dalla polizia catalana hanno smentito categoricamente tale narrazione: i dati investigativi indicano che padre e figlio non facevano passeggiate insieme in montagna da almeno dieci anni, rendendo di fatto l’uscita a Montserrat un’anomalia.

Il movente economico e il ruolo della terapeuta

Per comprendere appieno il contesto in cui si è consumata la tragedia, gli inquirenti stanno scavando nelle dinamiche private della famiglia. Il magistrato inquirente ha mostrato particolare interesse per la figura di una terapeuta familiare, professionista che aveva in cura alcuni membri della famiglia Andic. Sotto la lente d’ingrandimento vi è un presunto movente economico. La principale ipotesi investigativa al vaglio è che Jonathan Andic abbia messo in atto una precisa strategia per “fare pressione e manipolare” il padre Isak. Lo scopo, secondo chi indaga, sarebbe stato quello di costringere l’imprenditore a liquidargli una parte dell’eredità mentre era ancora in vita, utilizzando il mantenimento stesso della relazione familiare come merce di scambio.

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Braccianti uccisi ad Amendolara, i sindacati: “È tratta di schiavi, dietro c’è la ‘ndrangheta”

“È un sistema che fa capo alla ‘ndrangheta, alle organizzazioni malavitose locali”. Con questo commento, Gianfranco Trotta, segretario generale della Cgil Calabria, ha parlato dei quattro braccianti bruciati vivi in un minivan ad Amendolara: avevano solo chiesto di essere pagati. “L’agricoltura in Calabria è piena di questi caporali – prosegue Trotta -. Peraltro qui abbiamo il fenomeno del ‘caporale di emigrazione’, perché prendono i braccianti qui in Calabria e li portano a lavorare d’estate nei campi del Metapontino, addirittura in Puglia, per poi utilizzarli di nuovo in Calabria nel momento in cui è la stagione degli agrumi”.

Le vittime sono Ullah Ismat Qiemi, di 19 anni, Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Safi Iayjad, 27 anni, e Waseem Khan, il più grande, di 29 anni. Raccoglievano le fragole nella campagna della Basilicata, sfruttati e maltrattati. I loro aguzzini, e poi anche assassini, sono Safeer Ahmed e Ali Raza, due pachistani, ora in carcere, che per punirli li hanno cosparsi di benzina per poi appiccare il fuoco con un accendino nella stazione di servizio lungo la statale 106. Solo uno si è salvato, Mohammad Taj Alamyar, 35 anni: “Ieri il superstite – ha spiegato Trotta- ha avuto modo di dichiarare che questi migranti lavoravano in un’azienda a Scanzano Ionico, in Basilicata, assunti dal 20 aprile, e non erano stati mai pagati. E la lite nasce dalle richieste di soldi, fino ad arrivare all’abominio umano. La perdita totale dell’umanità si è vista in quel filmato. Ed è chiaro che appartengono a un sistema, perché il superstite ha parlato di droga, ha parlato di pistole”, ha concluso.

Un sistema radicato

Dietro alla strage non ci sono solo i due caporali pachistani, ma un sistema radicato e ramificato, sostiene Trotta: “Sulla Strada Statale 106 basta mettersi la mattina alle quattro per capire che ci sono tanti furgoni che transitano, carichi di lavoratori, in alcuni casi regolarmente registrati che vanno a lavorare, ma in tanti altri no. Perché lo ripeto: a fronte di un caporale c’è un’azienda che si rivolge a lui. E noi dobbiamo spingere sulle aziende, sul cambio culturale di queste aziende”. Una posizione sostenuta anche dalla Flai Cgil Calabria: “La barbara esecuzione dei lavoratori è calata all’interno di un sistema più ampio, di silenzi, omertà e responsabilità”.

“Pensate veramente che due persone che vengono da fuori Italia possano gestire il caporalato in un paese senza la copertura della mafia?”, si è chiesto il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri. Non bisogna fermarsi ad identificare “i due pachistani perché bisogna dire con forza che in Calabria le operazioni avvengono se c’è la copertura della mafia. Non basta identificare chi ha dato fuoco alla macchina ma le coperture che quei due delinquenti avevano e le coperture le dà la mafia”, ha ribadito il segretario. “Mi aspetto e spero che si parli non di incidente sul lavoro, non di caporalato ma si parli di tratta degli schiavi e che si riesca ad identificare quale clan mafioso copre quei due delinquenti”.

Anche l’associazione Libera ha parlato di mafia e di come questa si nasconda dietro il sistema del caporalato. “In tutto questo hanno facile gioco le mafie: quelle internazionali che gestiscono la tratta e quelle locali che controllano il caporalato o assoldano manodopera criminale a basso costo fra i disperati. Ma a prosperare è anche un sistema di illegalità che non è mafioso in senso stretto, eppure con le mafie condivide il disprezzo per la vita umana”. “I quattro giovani lavoratori morti ad Amendolara non sono vittime di una fatalità – conclude Libera Basilicata -. Sono vittime di un sistema che continua a considerare il lavoro come una merce da comprimere, i diritti come un costo da ridurre e le persone come strumenti sacrificabili lungo la catena della produzione”.

Problema di legislazione

Anche il segretario generale della Cgil Basilicata, Fernando Mega, ha fatto appello alle istituzioni, chiedendo la convocazione urgente nella Prefettura di Matera del tavolo della Sicurezza e del caporalato: “È l’ennesima dimostrazione di come il caporalato nel Metapontino sia strutturato e radicato. Nel Mezzogiorno – ha aggiunto – siamo tornati al 1800, alla pre-industrializzazione. Il lavoro nel nostro Paese è sempre più precario e sfruttato, fino a vere e proprie forme di nuova schiavitù”. Mega ha poi criticato il decreto flussi, ritenendolo una della cause principali di questo sfruttamento: “I tragici fatti di Amendolara mettono in evidenza come il cosiddetto decreto flussi per l’ingresso di lavoratrici e lavoratori stranieri, oltre ad essere palesemente inefficace, continua a produrre irregolarità e ingiustizie. Non è mai stato uno strumento per garantire ingressi legali e sicuri perché si basa sull’incrocio tra domanda e offerta di lavoro a distanza”. La “mancanza di trasparenza – ha concluso – e l’opacità dei meccanismi di intermediazione continuano a lasciare migliaia di persone nelle mani di sfruttatori e soggetti senza scrupoli, come dimostrato dai terribili fatti degli ultimi mesi”. Un attacco arrivato anche da Usb: “Dall’introduzione della scellerata legge Bossi-Fini in poi, passando per tutti i provvedimenti successivi che ne hanno ricalcato la logica, lo Stato italiano ha scientemente scelto di criminalizzare i migranti. Legando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, queste leggi non hanno contrastato l’illegalità, ma l’hanno programmaticamente prodotta. La Bossi-Fini e i decreti successivi sono il braccio armato del caporalato – ha commentato la sigla sindacale -. Riducendo i lavoratori a ‘clandestini’ hanno tolto loro ogni potere contrattuale e la possibilità stessa di denunciare i propri aguzzini per paura dell’espulsione”.

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Roma, uccide a coltellate il vicino 57enne per motivi condominiali: arrestato un 18enne

Una lite per motivi condominiali è degenerata in omicidio. Nella tarda serata del 2 giugno, intorno alle 21, un 18enne colombiano ha accoltellato a morte il suo vicino 57enne, Luca Di Vito, a seguito di una discussione. È successo nella periferia ovest di Roma, in via Villastellone, in zona Boccea, dove è intervenuta la polizia che ha arrestato il giovane. Secondo le prime ricostruzioni, anche grazie alle testimonianze dei condomini, già in passato tra i due ci sono stati litigi.

Stando a quanto riportato da Repubblica, a provocare la lite è stata una disputa protratta nel tempo. A creare rancore tra i due erano stati i bidoni della raccolta differenziata davanti all’abitazione di Luca Di Vito, sistematicamente usati dai condomini di un palazzo poco distante, dove viveva anche il 18enne. Sopra uno dei cassonetti, un cartello scritto a penna, gli agenti ipotizzano dalla stessa vittima, recitava: “Non buttate la vostra spazzatura nei nostri secchi. Avete rotto il ca…”. Una versione confermata anche dal fratello della vittima: “Da quel palazzo escono con i sacchi pieni e li lasciano davanti casa di mio fratello. Luca si era affacciato dal balcone per rimproverarlo, dicendogli di riportarsi la spazzatura a casa. E quel ragazzino lo ha sfidato: “Scendi giù, se hai coraggio“. Luca non si sarebbe mai messo a combattere con un ragazzino per una cosa del genere”.

Per questo motivo, sempre stando al racconto del fratello, Di Vito era andato lì solo per chiarirsi con i genitori del giovane, ma lui ha aperto la porta e lo ha accoltellato. Diversi fendenti, di cui uno fatale al collo: i sanitari del 118 ne hanno solo potuto constatare la morte. L’uomo è stato trovato senza vita sulla terrazza del primo piano dell’edificio che è stato posto sotto sequestro. La teoria è comunque al vaglio degli agenti del Commissariato Aurelio che chiariranno la dinamica di quanto accaduto, anche per verificare se il giovane 18enne abbia reagito a un’aggressione per difendersi.

Video Agenzia Local Team

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La strage di Amendolara | Bruciati vivi perché si sono ribellati ai caporali: vite a perdere, storia dei fantasmi che raccolgono le fragole

Mafia, capito? Mafia”. Nella tragedia immane che si è consumata ieri ad Amendolara, in provincia di Cosenza, dove quattro braccianti agricoli pakistani sono stati bruciati vivi, la lezione morale la dà a tutti un altro bracciante, questa volta afgano. Taj Mohammad Alamyar era a bordo del minivan assieme alle vittime ed è l’unico scampato alla furia dei due “caporali” che, stando al suo racconto ai microfoni della Rai, gli hanno lanciato benzina addosso per poi tentare con un accendino di trasformarlo in una torcia umana. In parte ci sono riusciti, ma nonostante le ustioni al braccio e in altre zone del corpo, Taj ha rotto il finestrino e si è messo in salvo mentre gli assassini si allontanavano dalla scena del delitto. Oggi è l’unico superstite, il testimone chiave dell’omicidio plurimo consumato nella Sibaritide dove la storia è quella di cinque braccianti che si sono ribellati al sistema dei caporali e quattro di loro hanno pagato con la vita.

Lo sfruttamento e la punizione

Il filmato, registrato dalle telecamere di videosorveglianza della stazione di servizio, ha inchiodato i responsabili consentendo alla Procura di Castrovillari di emettere nei loro confronti un provvedimento di fermo. Ai magistrati, invece, il movente lo ha spiegato Taj che ai giornalisti ha mostrato pure la casa di Villapiana dove abita assieme ad altri dieci migranti, tra cui fino a ieri c’erano anche i quattro pakistani carbonizzati alla stazione di servizio. Poche stanze prese in affitto a 500 euro al mese. Soldi pagati con i quattro spicci racimolati raccogliendo le fragole. Delle 50 euro che prendevano al giorno lavorando nei campi, erano costretti a darne 5 a testa ai caporali per il trasporto da una campagna all’altra dell’alto jonio cosentino. Non ci stavano più a percepire buste paga fittizie da 350 euro al mese. Volevano un contratto regolare e per questo si sono lamentati con i connazionali che gestivano la manodopera nei campi di proprietà degli italiani. Caporali che prima li hanno minacciati con coltelli e pistole per farli continuare a lavorare alle loro condizioni. E poi li hanno puniti, bruciandoli vivi e senza mostrare un minimo di pietà.

Il buco nero tra Sibaritide e Metapontino

“Mafia, capito? Mafia”. Anche se probabilmente Taj non si riferiva alla criminalità organizzata calabrese (la ‘ndrangheta), le sue parole pronunciate in un italiano stentato hanno reso bene l’idea dell’inferno vissuto dai braccianti agricoli tra la Sibaritide e la Piana del Metapontino, nel materano. Un inferno che tutti conoscono e che tutti ignorano. Fantasmi nelle mani di altri fantasmi. Vite a perdere, arrivate dall’altra parte del mondo con la speranza di migliorare le proprie condizioni, che finiscono a stare con la schiena piegata tutto il giorno per pochi euro l’ora. Non è la prima volta e non sarà l’ultima: da decenni il fenomeno del caporalato è lì a scandire le stagioni della Sibaritide e del Metapontino e riaffiora solo quando le tragedie riempiono le colonne dei giornali. Come quella di Amendolara dove i pakistani la fanno da padroni. Quattro di loro sono stati arrestati a dicembre al termine di un’indagine iniziata il 4 ottobre 2025 quando un tragico incidente stradale, avvenuto a Scanzano Jonico, ha portato alla luce un sistema di sfruttamento nei campi agricoli della Basilicata.

I precedenti: stesso canovaccio

Dieci braccianti stranieri viaggiavano stipati in un’auto sulla statale 598 dove il mezzo si è scontrato con un autocarro. Il bilancio è stato di quattro indiani morti. L’inchiesta della Procura di Matera ha svelato che i braccianti venivano reclutati per la raccolta di fragole nei vari comuni lucani. La storia è simile a quella dei pakistani carbonizzati ad Amendolara i cui nomi ancora nessuno conosce perché a nessuno interessano. Così come quelli degli indiani morti a Scanzano Jonico, braccianti che dormivano in alloggi sovraffollati, senza condizioni igieniche adeguate e costretti dai caporali a turni massacranti (anche nei giorni festivi) con paghe da fame che non rispettavano i minimi contrattuali. Nel 2023 una vicenda simile si verificata nel Metapontino dove i carabinieri, oltre a sette caporali, hanno arrestato due italiani titolari di un’azienda agricola dove i migranti venivano pagati cinque euro l’ora per lavorare fino a oltre 10 ore al giorno compresa la domenica. Un “privilegio”, quello di essere sfruttati, che i braccianti africani ottenevano solo dopo aver pagato circa 6mila euro ad altri connazionali i quali ricevevano anche 3 euro al giorno dai migranti per avere diritto ad un posto dove dormire, di solito in una struttura fatiscente.

“Intrappolati in un sistema”

Ritornando al plurimo omicidio di Amendolara e ai pakistani carbonizzati lunedì nella piazzola della stazione di servizio, in una nota il segretario generale della Cgil Calabria Gianfranco Trotta chiede “alle forze dell’ordine chiarezza e soprattutto un supporto maggiore alla politica, con azioni più concrete, legate anche ai progetti finanziati che siano sempre più di aiuto, affinché si contrasti l’abominio della quotidianità che vivono i lavoratori, spesso migranti, nelle nostre campagne: precarietà, trasporto, insicurezza e vulnerabilità estrema, ricatto e violenza”. “Non si può più tollerare – scrive il sindacato – che la piana di Sibari sia continuamente segnata da sfruttamento lavorativo e caporalato”. Per la segretaria generale della Uila Enrica Mammucari, “nella giornata in cui celebriamo gli 80 anni della nostra Repubblica democratica, fondata sul lavoro, i drammatici eventi accaduti nel cosentino emergono con un contrasto tanto stridente quanto doloroso, restituendo l’immagine di una rottura del patto sociale che dovrebbe tenere insieme sviluppo economico e tutela dei diritti dei lavoratori”. Per questo, secondo la Uil, c’è “la necessità dell’introduzione di un permesso di soggiorno per attesa occupazione per quei lavoratori che, entrati regolarmente in Italia con i precedenti decreti flussi, sono rimasti intrappolati in un sistema che li ha resi irregolari alla scadenza del contratto, esponendoli al rischio dello sfruttamento”.

“Oltre le fiaccolate: serve una mobilitazione civile”

Più duro il commento del vescovo di Cassano allo Jonio Francesco Savino secondo cui l’omicidio dei quattro braccianti pakistani è una “ferita morale, sociale e spirituale che squarcia il velo d’ipocrisia su una terra intera. Una striscia di Calabria dove il mare, il lavoro povero, la migrazione e la violenza criminale finiscono troppo spesso per sovrapporsi, diventando un’unica ferita aperta”. Secondo il vescovo, “non bastano il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza. Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, necessaria: basta. Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione. Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto. Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici”. Proprio per questo, monsignor Savino auspica una mobilitazione civile che vada oltre le fiaccolate. Il vescovo parla di “una “rivolta delle coscienze perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto”.

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