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“Matei o homem do pecado”. Ator James Handy morto à facada pelo filho da namorada

O ator, de 81 anos, participou em filmes como “Top Gun: Maverick” e “Aracnofobia”. O filho da sua namorada, que confessou o crime, foi detido e acusado de homicídio. O veterano actor secundário James Handy,  conhecido pelos seus papéis em Top Gun: Maverick, Jumanji, Logan e Arachnophobia, morreu esta sexta-feira, depois deter sido esfaqueado numa casa em Los Angeles, informou a polícia. Tinha 81 anos. Agentes da polícia local foram chamados na manhã de quarta-feira a uma residência em Tarzana, no Vale de San Fernando, depois de um homem ter contactado os serviços de emergência e alegadamente dito: “Sou o

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https://www.youtube.com/watch?v=SFdgSKDF8fk O ator, de 81 anos, participou em filmes como “Top Gun: Maverick” e “Aracnofobia”. O filho da sua namorada, que confessou o crime, foi detido e acusado de homicídio. O veterano actor secundário James Handy,  conhecido pelos seus papéis em Top Gun: Maverick
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Rebuilding, la frontiera fragile della sconfitta americana: il western senza pistole di Max Walker-Silverman

Rebuilding l’avrebbero potuto girare negli anni Settanta. Là dove il mito della frontiera americana diventava fragile, incerto, da ricostruire. Nel film di Max Walker-Silverman non ci sono però pistoleri e assalti alle diligenze, ma l’epica claudicante e semplice di un cowboy e di un manipolo di losers (due donne, una coppia di anziani, una giovane vedova con figlia, un idraulico di mezza età con cani) che ai nostri giorni hanno perso casa, oggetti quotidiani, speranza dopo che un mostruoso incendio ha divorato un ampio bosco del Colorado.

Dusty (Josh O’Connor, ventre concavo, mano in tasca, camicioni, jeans e stivali) è un taciturno mandriano, separato da tempo dalla moglie, a cui rimangono un’ottantina di capi di bestiame e un cavallo parcheggiato nella stalla di un amico. Relegato in una roulotte precaria con altri sfollati come lui su un terreno affittato a termine dalla contea, Josh le prova sommessamente tutte: rivende a un prezzo basso le bestie, chiede un prestito impossibile alla banca, prova un lavoro offerto dallo Stato come operaio di lavori stradali. Intanto è nel rapporto che ricuce con la figlioletta, che si rifugia spesso nella sua roulotte, a ritrovare un filo conduttore per un futuro possibile.

Alimentato da una vena di nostalgica dimensione della sconfitta sociale, di una inesorabile resa dell’uomo verso la natura, Rebuilding è un cinema di spazi svuotati da edifici, strutture urbane, persone, a favore di un’essenzialità di messa in scena quasi ascetica (la trovata della biblioteca con la rete Wi-Fi), tra macerie, polvere, sabbia e in lunghissima profondità di campo la cartolina graffiata di imponenti montagne dalle cime innevate.

Walker-Silverman (anche allo script) costruisce una sorta di filosofia profonda del valore della memoria, tra chincaglierie da conservare, fotografie ed etichette su cui si stampano radici e ricordi. Così il gruppuscolo che si perde nella desolazione del vento e della terra arida prova a essere nuovamente comunità: itinerante, dimessa, comunque libertaria. Ad impreziosire questo racconto di pochi dialoghi, molti tramonti e cieli notturni, c’è una colonna sonora folk-western di Jake Xerxes Fussell e James Elkington che sembra uscita dai più struggenti spartiti di Clint (e Kyle) Eastwood.

Infine Walker-Silverman non sarà, appunto, Eastwood, ma fa un’inquadratura, anzi un paio, almeno così le abbiamo lette noi, in cui viene giù il teatro: il sottofinale con quel gesto di riverenza che compie Josh verso i propri compagni di sventura, togliendosi il cappello e tenendoselo davanti al petto, che deve aver visto in mille western del passato, e quell’inquadratura di spalle dei due protagonisti davanti a una porta aperta verso l’ignoto e incontaminato spazio della frontiera che deve aver visto in Sentieri selvaggi di John Ford.

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Maccio Capatonda vs He-Man: escono al cinema ‘Smart Working’ e ‘Masters of the Universe’

Opera seconda di Svevo Moltrasio, questo Smart Working affila tante battute facili che raccontano il nuovo fenomeno lavorativo globale dal punto di vista di una piccola comunità di colleghi esuli dall’ufficio. Siamo a Torino e il personaggio, serio questa volta, di Maccio Capatonda è un impiegato ligio e preciso, amorevole con la moglie incinta Sara Lazzaro e paziente col figlioletto che in estate lo guarda spesso lavorare al pc in casa.

La bolla inizia a ingrandirsi quando proprio il collega Moltrasio più un altro, il delizioso commediante senatore Maurizio Nichetti, s’installeranno a casa del nostro per lavorare insieme alla faccia dello smart working. La commedia si gonfia con il classico meccanismo dello slowburn, dove tutto per i personaggi andrà sempre peggio fino alla fine. Scoppierà?

Capatonda non comico ma spalla funziona bene dal punto di vista cinematografico, ma al suo pubblico basterà? Moltrasio, autore della commedia e collega coattone nel cast, una ne pensa e cento ne fa. Un po’ greve in vari momenti il suo smart worker bullo e incapace con le donne, infarcisce tutto con battute da cinepanettone d’annata sì, ma narrativamente si rende funzionale a questo tutto così grottesco. Non è un grande film ma se la cava. Osservando i personaggi e la piega surreale che si prenderà ad un certo punto, è pure difficile non pensare a certe commedie francesi di follia e non-sense, dove l’umorismo passa per vie ben diverse da quelle nostre.

Però il film non è un remake, ma un’opera originalissima in sala dal 4 giugno. Chissà invece se i francesi se ne accorgeranno un giorno, rifacendolo magari un per il loro mercato. Anche i remake successivi al film, in fondo, sono una vittoria artistica e di botteghino.

Forse ci avrà giocato pure Maccio con i Masters negli anni Ottanta. Diventò comunque famoso in questo millennio con un cappuccio di saio in testa, nel video YouTube su Padre Maronno. Indossa un cappuccio simile, ma viola, Skeletor, iconico villain in Masters of the Universe. Ed è interpretato da un Jared Leto totalmente irriconoscibile, foderato da un fisicaccio blu posticcio e da una faccia a teschio tutta digitale. Il Premio Oscar interpreta a perfezione il potere distruttivo quanto certe improvvise frivolezze dello storico cattivissimo.

Quarant’anni fa il cartone animato era stato creato per vendere gli omonimi giocattoli Mattel, oggi però quanto potrebbero contare quei pupazzetti, seppur nuovi nei giochi dei bambini, infinitamente più digitalizzati di quelli che ne decretarono il successo? Ci sono anche orde di videogame e social a ostacolarne oggi il cammino verso un posto d’onore negli immaginari dei nati nel 2020 o poco prima.

Eh sì, io ad esempio conobbi e frequentai i Masters dalla prima alla quinta elementare, e come me milioni di ragazzini nel mondo. Nel marketing il binomio tv-giocattoli non aveva ostacoli mediatici né concorrenti particolari, a parte i fratelli coltelli Guerre Stellari. In quegli anni non li si chiamava ancora Star Wars. Ed erano entrambe collezioni infinite di giocattoli affiancate a cartoni e film iconici.

Alcuni gridano già al flop da prima dell’uscita di questo film pacioccone e costosissimo, 200 milioni di dollari, cifra che non sarà facile moltiplicare. Ma Travis Knight, che di miracoli già fece il suo Bumblebee (seppur spin-off il migliore della saga Transformers), e soprattutto Kubo e la Spada Magica (capolavoro d’animazione), stavolta si cimenta in un campo nuovo dove demascolinizza i muscolosi eroi originali calcando il trend dell’epoca.

La serie d’animazione Masters era popolata di soggetti rudi e palestratissimi con alcuni innesti queer, dal caschetto in rosa del Principe Adam alla codardia della tigre Cringer, nome che oggi risuona in modo del tutto diverso rispetto a prima. A parte He-Man e Skeletor, tutti gli altri hanno fisici non da culturisti, ma da rudi scaricatori.

Riproponendo la linea comica, Knight osa molto di più di Gunn nei Guardiani della Galassia. Ma a parte il confronto, questa vena di commedia nell’adventure cappa e spada magica, anzi del potere, non sempre convince. C’è pure un simpatico e inossidabile Dolph Lungren, primo fallimentare He-Man al cinema del 1987, in un cameo con il nuovo Adam Nicholas Galitzine.

Quindi sarà un successo? Per ora un grande boh, è uscito il 4 giugno e in Italia è al quarto posto, subito dopo Backrooms, ma val la pena di divertirsi con molta leggerezza ricordando i vecchi tempi con questa nuova giostra coloratissima e un po’ kitsch che farà sorridere tanti quarantenni e cinquantenni pensando alla fantasia che quei giocattoli sprigionavano nel tardo Novecento. #PEACE

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“Hollywood è una fabbrica di salsicce insapore. Gli attori inadatti al ruolo e le stupide schifezze affossano ogni nuovo film”: Quentin Tarantino furibondo

Quentin Tarantino furibondo ha espresso una netta critica nei confronti della produzione cinematografica hollywoodiana contemporanea. Sulle pagine della prestigiosa rivista specializzata Sight & Sound, il pluripremiato cineasta ha confessato di trovare “quasi impossibile” la visione di nuove pellicole senza cedere a giudizi severi e impietosi. Una presa di posizione che alimenta il dibattito sulla qualità artistica del cinema mainstream attuale.

E ancora: “Difetti, inverosimiglianze, accondiscendenza verso il pubblico, attori non adatti al ruolo o semplicemente stupidaggini affossano di solito ogni nuovo film che esce da quella fabbrica di salsicce insapore, che un tempo si faceva chiamare Hollywood”.

E ancora: “Oggigiorno, l’intero concetto di film mi suscita più disprezzo che apprezzamento. Il che è comprensibile, perché a confronto i film degli ultimi sei anni fanno sembrare gli Anni 80 gli Anni 30. Da allora ho visto film che mi sono piaciuti: ‘West Side Story’ (2021); ‘Horizon: An American Saga’ Capitolo 1 e 2 (entrambi del 2024), e qualche altro, ma niente che mi abbia davvero catturato e trasportato in quel magico mondo di piacere che visitavo regolarmente e che era il motivo per cui amavo il cinema più di ogni altra forma d’arte. Oggi preferisco leggere un libro”.

Un altro film che salva Tarantino è il dramma poliziesco di Netflix, “The Rip – Soldi sporchi”, diretto da Joe Carnahan e interpretato da Ben Affleck e Matt Damon, uscito sulla piattaforma il 16 gennaio scorso: “È un emozionante thriller poliziesco con una premessa originale – ha detto Tarantino – che riesce a essere realizzata in modo davvero intelligente. Tutto ha funzionato alla perfezione: la regia di Carnahan, lo splendido cast, l’estetica del film (grazie al direttore della fotografia Juan Miguel Azpiroz), ma il vero punto di forza di questa splendida pellicola è la sensazionale sceneggiatura di Carnahan e Michael McGrale”.

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“Sono il figlio dell’uomo, ho appena ucciso l’uomo del peccato”: ucciso a coltellate l’attore di Top Gun e Jumanji James Handy, arrestato il figlio della compagna

“Sono il figlio dell’uomo, ho appena ucciso l’uomo del peccato”. È iniziata con questa frase, pronunciata al telefono con il numero di emergenza 911 intorno alle 9:30 del mattino di mercoledì 3 giugno, la vicenda che ha portato all’omicidio dell’attore statunitense James Handy. L’interprete, 81 anni, volto noto in blockbuster globali come “Top Gun: Maverick” e “Jumanji”, è stato ucciso all’esterno della sua abitazione nel quartiere di Tarzana, a Los Angeles.

La scena del crimine e i soccorsi

Giunti sul posto dopo la segnalazione, gli agenti del Dipartimento di Polizia di Los Angeles (LAPD) hanno individuato Handy nel giardino antistante la casa. L’uomo era privo di sensi e presentava una grave ferita da arma da taglio al torace. I paramedici dei vigili del fuoco di Los Angeles lo hanno soccorso e trasportato d’urgenza in ospedale, dove i medici lo hanno dichiarato morto poco dopo l’arrivo a causa della gravità della lesione.

L’arresto del 44enne

Sul luogo del delitto la polizia ha arrestato Michael Gledhill, 44 anni. L’uomo è il figlio della compagna di Handy e risiedeva nella stessa villa insieme alla madre e alla vittima. Secondo quanto verbalizzato dalle autorità, al momento dell’arrivo delle pattuglie, Gledhill è andato fisicamente incontro agli agenti, dichiarando apertamente di essere la persona che stavano cercando. Gledhill è stato preso in custodia e trasferito nel carcere di Van Nuys con l’accusa formale di omicidio. Secondo i registri carcerari pubblici, la cauzione è stata fissata a 2 milioni di dollari. Al momento non risulta l’assegnazione di un avvocato difensore per il 44enne e i messaggi lasciati all’ufficio del difensore d’ufficio della contea non hanno ricevuto risposta. In un comunicato, gli investigatori hanno chiarito che si tratta di un episodio domestico isolato e che non sussistono ulteriori pericoli per la comunità.

Una vita tra grande e piccolo schermo

Nato a New York, James Handy ha costruito una solida carriera decennale come caratterista. Nel 1995 il pubblico lo ha conosciuto per l’interpretazione del disinfestatore in “Jumanji”, mentre nel 2022 era tornato al cinema recitando la parte del barista Jimmy nel successo “Top Gun: Maverick”. La sua filmografia include anche pellicole come “Arachnophobia” (1990) e “The Rocketeer” (1991). Particolarmente attivo sul piccolo schermo, Handy ha lavorato in numerosi drammi polizieschi e serie televisive che hanno fatto la storia del palinsesto. Tra i suoi crediti figurano “NYPD – New York Police Department”, “Beverly Hills 90210”, “Law & Order”, “Profiler – Intuizioni mortali”, la soap opera “Febbre d’amore”, “NCIS: Los Angeles”, “The Closer”, “Cold Case” e, in tempi più recenti, “9-1-1” (2021). L’agenzia che lo rappresentava ha confermato la notizia esprimendo il proprio cordoglio. Pam Ellis-Evenas, della Ellis Talent Group, ha inviato una dichiarazione all’Associated Press: “Non avrei potuto chiedere un cliente e un amico più talentuoso, umile o gentile di James Handy”.

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Há “Cinema em Tom Algarvio” para ver em Lagos

A mostra “Cinema em Tom Algarvio”, com curadoria de Ânia Bento, vai exibir, nos dias 9 e 10 de Junho, diferentes obras ligadas ao Algarve – e a Lagos – na Biblioteca Municipal desta cidade.

O programa arranca a 9 de Junho, às 21h30, com a exibição da longa-metragem “A Fada do Lar”, de João Maia. O filme acompanha a história de Vera, uma mãe solteira que enfrenta dificuldades financeiras e pessoais para sustentar os filhos após o desaparecimento do companheiro.

A sessão contará com a presença do argumentista lacobrigense André Guerra dos Santos, também responsável pelo argumento da recente série Adónis (RTP1).

No dia 10, às 17h30, serão exibidas três curtas-metragens realizadas por Pedro Noel da Luz: “A Arte Xávega”, dedicada a esta tradição piscatória ainda presente na Meia Praia; “ABC da Nossa Vida”, documentário sobre um projeto teatral apresentado no Centro Cultural de Lagos; e “M-PEX Fusões”, uma homenagem à guitarra portuguesa e à herança cultural associada ao fado. O realizador estará presente para uma conversa com o público.

A programação encerra às 21h30 desse dia, com a exibição de “Listen”, de Ana Rocha de Sousa, filme premiado internacionalmente que retrata a luta de uma família portuguesa emigrada em Londres após perder a guarda dos filhos.

A sessão contará com a participação do ator lacobrigense Ruben Garcia, um dos protagonistas do filme.

Esta mostra conta a curadoria de Ânia Bento, realizadora algarvia.

A entrada gratuita, com inscrição prévia através do telefone 282 767 816, Facebook da Biblioteca ou email biblioteca@cm-lagos.pt.

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Wim Wenders ritira “Falso Movimento” dal commercio e si scusa con Nastassja Kinski per la scena di nudo a 13 anni. Lei replica: “Ti decidi solo ora”

Wim Wenders ritira “Falso Movimento” dal commercio. In una dichiarazione pubblica rilasciata dalla sua fondazione, il regista tedesco ha affermato che ritirerà dalla circolazione il suo film del 1975 a causa di una scena in topless con protagonista Nastassja Kinski che all’epoca delle riprese aveva 13 anni. L’autore di Paris, Texas, Il cielo sopra Berlino e del recente successo Perfect days ha scritto: “Essendo l’unica persona all’epoca responsabile di Falso Movimento ancora in vita, riconosco che Nastassja Kinski sarebbe dovuta essere protetta meglio sul set. Per questo, Nastassja, ti chiedo scusa senza riserve, senza se e senza ma”. In Falso Movimento, Kinski interpretava un’adolescente muta e recitava al fianco di Rüdiger Vogler e Hans Christian Blech.

In un commento sotto il post dal suo account Instagram, Kinski ha risposto in tedesco: “Wim, dopo tutti questi anni, solo ora (ti decidi ndr) dopo che il pubblico ha commentato su così tanti giornali, anche se gliel’avevo chiesto tanto tempo fa”. L’attrice si era espressa da tempo su quel film, chiedendo a Wenders di realizzarne una nuova versione. Il mese scorso, approfittando di una grande popolarità di ritorno di Wenders, dovuta al successo mondiale di Perfect days nonchè al dibattito su cosa significhi fare un cinema politico, Kinski aveva dichiarato in un’intervista al Suddeutsche Zeitung: “Quello era il mio primo film, lui era il mio primo regista e non mi ha protetta”. Inutile ricordare che quel ruolo lanciò la Kinski nel cinema mondiale tanto che da minorenne girò diversi film tra cui Niente vergini in collegio – di cui fu protagonista- e Così come sei di Alberto Lattuada assieme ad un felice e bravo Marcello Mastroianni.

Ovviamente le scene di nudo in questi film furono ben più lunghe e articolate rispetto al topless in Falso movimento. Kinski divenne poi musa sui 18 anni di Roman Polanski nello splendido e sottovalutato Tess. Seguirono cult come Il bacio della pantera, Un sogno lungo un giorno e il clamoroso Paris,Texas sempre sotto la regia di Wenders. Il regista tedesco ha comunque precisato che Falso movimento “rimarrà indisponibile fino a quando non si raggiungerà una soluzione concordata“, sottolineando la necessità di un “ampio dialogo” con l’Accademia del Cinema Tedesca e Kinski. “È fondamentale che la nostra società trovi il modo di affrontare in modo appropriato le opere cinematografiche controverse del XX secolo e che si apra a nuovi processi di apprendimento e a prospettive inclusive sul cinema”.

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“Papà Clint si è ritirato dal cinema. Ora è in pensione, ha 95 anni”: cosa ha detto il figlio Kyle

“Papà Clint si è ritirato dal cinema”. Kyle Eastwood l’ha buttata lì durante un’intervista su France3, en passant, senza nemmeno pensarci troppo, mentre presentava un suo concerto. Ebbene, visto che a 48 ore di distanza dalla voce del sen fuggita, l’entourage del 96enne regista e attore di capolavori come Million dollar baby e I ponti di Madison County non ha ancora smentito, è altamente probabile che Giurato numero 2 sia l’ultimo film diretto da Clint Eastwood. “Ho tanti bei ricordi del periodo in cui ho lavorato con lui. Ora è in pensione, ha 95 anni”, ha spiegato Kyle nell’intervista, realizzata prima che suo padre compisse 96 anni domenica 31 maggio. “Sono stato molto fortunato ad aver potuto lavorare con lui in molti film. È stata un’esperienza fantastica per me”.

Kyle, infatti, è musicista jazz e compositore, e ha contribuito con le sue colonne sonore a diversi film del padre, tra cui Lettere da Iwo Jima, Gran Torino e Invictus. Della carriera ultra settantennale di Clint non esistono parole per descriverla. Eastwood è il monumento vivente del cinema, è l’abc del recitare e del dirigere film. La prima interpretazione risale al 1959 per la tv in Gli uomini della prateria e dopo piccole particine al cinema nel 1964 come protagonista di Per un pugno di dollari. L’ultima invece è del 2021 dove è protagonista del suo Cry Macho. Alla regia Eastwood esordisce con Brivido nella notte (1971) per poi dirigere altri 43 film fino appunto al 2024 con Giurato numero 2. Due gli Oscar alla regia (Gli spietati e Million dollar baby) e due Oscar ai film (sempre Spietati nel 1993 e Million dollar baby nel 2005).

Impossibile classificarlo senza ridurne la magnificenza classica e mai banale. Nel 2025 si erano pure inventati una sua falsa intervista su un giornale austriaco, poi da Eastwood smentita: “Recentemente sono apparse alcune notizie che mi riguardano. Ho pensato di fare chiarezza. Posso confermare di aver compiuto 95 anni. Posso anche confermare di non aver mai rilasciato un’intervista a una pubblicazione austriaca chiamata Kurier, né a nessun altro giornalista nelle ultime settimane, e che l’intervista è completamente falsa”.

Nel 2021 Eastwood aveva però ammesso di essersi chiesto se dovesse continuare o meno, dichiarando al Los Angeles Times: “Perché diavolo continuo a lavorare a novant’anni? La gente inizierà a lanciarmi pomodori?”. Ma figuriamoci! “Se questo è il suo canto del cigno”, scrisse un critico statunitense all’uscita di Giurato numero 2, “se ne va con la grazia, l’intelligenza e la complessità che hanno contraddistinto la sua impareggiabile opera, fino a una nota finale che non offre una risposta ma, giustamente, pone una domanda”.

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“Obsessão” e “Backrooms”: terror indie de jovens YouTubers revoluciona as bilheteiras

Hollywood não fala de outra coisa: como os filmes independentes de terror “Obsession: A Felicidade É Relativa” e “Backrooms: O Labirinto”, realizados por YouTubers na casa dos 20 anos, levaram a Geração Z em massa às salas de cinema e protagonizaram estreias multimilionárias. Os intermináveis corredores amarelos de “Backrooms: O Labirinto”, realizado por Kane Parsons, de 20 anos, aterrorizaram dezenas de milhares de pessoas na estreia deste fim de semana, com uma receita de 118 milhões de dólares nas bilheteiras. O sucesso do estúdio A24 surgiu depois de “Obsession: A Felicidade É Relativa”, de Curry Barker, de 26 anos, que

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https://www.youtube.com/watch?v=0HjdiohVOik Hollywood não fala de outra coisa: como os filmes independentes de terror “Obsession: A Felicidade É Relativa” e “Backrooms: O Labirinto”, realizados por YouTubers na casa dos 20 anos, levaram a Geração Z em massa às salas de cinema e protagonizaram estrei
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È morta di “crepacuore” a 56 anni Marjane Satrapi, autrice di “Persepolis”: “Stroncata dal dolore per la morte del marito Mattias, l’amore della sua vita”

È morta di “crepacuore” a 56 anni per la tristezza di aver perso il marito, un anno fa. Marjane Satrapi, la fumettista e regista iraniana, voce libera e nobile anti islamica, diventata celebre per la riduzione cinematografica del suo fumetto autobiografico Persepolis, non ha retto al dolore della perdita di Mattias Ripa. L’economista svedese, conosciuto dalla Satrapi a Parigi oltre 30 anni fa, diventato suo collaboratore artistico e marito, era morto l’8 aprile dell’anno scorso a 52 anni. “Marjane Satrapi è morta di dolore poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l’amore della sua vita”, è il tenero addio inviato alle agenzie di stampa dai familiari della regista iraniana. Satrapi era stata una schietta e acerrima critica del governo teocratico iraniano in più occasioni a cavallo del nuovo secolo. La fumettista iraniana era arrivata in Francia nel 1994, ottenendo poi la cittadinanza francese nel 2006. La graphic novel in bianco e nero Persepolis venne pubblicata in due volumi tra il 2000 e il 2001 ottenendo un successo mondiale. L’opera racconta con graffiante umorismo la giovinezza di Marjane a Teheran, segnata dalla caduta del governo dello scià e le successive difficoltà causate dalle restrizioni imposte dalla leadership islamica iraniana dopo la “rivoluzione” del 1979. Come ha scritto Carlotta Eco su l’Enciclopedia delle donne, “Persepolis è il primo fumetto autobiografico sulla storia iraniana. Scritta con l’intento di “ribattere ai pregiudizi sul mio Paese senza essere interrotta”, Persepolis (dal nome greco dell’antica “città dei persi” fondata nel 520 a.C.) è la saga di una famiglia iraniana che vive a Teheran tra il 1960 e il 1990”. Una famiglia benestante di origine nobiliare, orientata su principi morali che definiremmo “all’occidentale”, i Satrapi di fronte all’oscurantismo propugnato dal regime di Khomeini fecero emigrare la figlia 15enne a Vienna.

Nel 1988 il primo ritorno in patria dove apprende l’arte del disegno (“che significa copiare modelli interamente coperti dall chador”) e poi rifugge dalla censura e dall’oppressione culturale dei dittatoriali barbuti sciiti nel 1991 questa volta prima a Strasburgo poi a Parigi. È qui che incontra subito quello che diventerà il suo amato marito, Mattias Ripa. Attorno al 2006 inizia la produzione francese del film animato tratto da Persepolis, di cui Satrapi è regista assieme a Vincent Parranoud. Il film finisce in Concorso a Cannes nel 2007 e vince il Premio della Giuria, per poi essere candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 2008. Poco prima del successo internazionale del film, Satrapi aveva pubblicato le graphic novel Ricami (2003) e Pollo con Prugne (2004), nonché diversi libri per bambini. Nel 2011 torna alla regia ma senza l’attenzione ricevuta quattro anni prima per adattare Pollo alle prugne. Dirigerà poi con alterne fortune anche i film: Voices (2014), Radioactive (2019) su Marie Curie e Paradis Paris (2024). Satrapi è stata anche pittrice e i suoi dipinti acrilici di grande formato sono stati esposti per la prima volta nel 2013 alla Galleria Jérôme De Noirmont di Parigi.

Nel 2023 aveva pubblicato un’altra graphic novel, Woman, Life, Freedom, un libro collettivo realizzato da 17 fumettisti iraniani e internazionali, in collaborazione con accademici e ricercatori iraniani. Si sono uniti per raccontare la storia di come la morte in custodia di Masha Amini, una donna curdo-iraniana di 22 anni arrestata nel 2022 per non aver indossato correttamente il velo islamico. Una decina di anni fa, intervistata dall’attrice Emma Watson, Satrapi riassunse con la sua consueta fulminante ironia il suo punto di vista sulla questione femminile iraniana e globale: “Il nemico della democrazia non è una sola persona. Il nemico della democrazia è la cultura patriarcale. Come in famiglia, dove il padre decide e ha l’ultima parola, così un dittatore è il padre della nazione. Se abbiamo più donne istruite, avremo anche società più istruite. Questo, senza alcun “pregiudizio femminista”, è un dato di fatto”. L’anno scorso, ha rifiutato la Legion d’onore francese a causa dell’ “ipocrisia” del Paese nei suoi rapporti con l’Iran, citando le politiche francesi in materia di visti che impedivano ai dissidenti di lasciare l’Iran per recarsi nel Paese europeo.

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Programação do Cineteatro Louletano parte 1

Em junho, o Cineteatro Louletano apresenta uma programação que cruza dança, música, teatro e cinema, mantendo a aposta na coprodução artística, na diversidade de linguagens e na acessibilidade, com Língua Gestual Portuguesa e Audiodescrição. 

O mês arranca com dança a 5 de junho, às 21h00, no Cineteatro Louletano, com C.C. (Crematística e Contraforça), peça da coreógrafa Vera Mantero. Esta coprodução do Cineteatro Louletano propõe uma reflexão coreográfica e performativa em torno das relações entre economia, poder e corpo, numa criação assinada por uma das mais relevantes figuras da dança contemporânea portuguesa.

Nos dias 6 e 7 de junho, o Auditório do Solar da Música Nova acolhe a 19.ª edição da Festa do Cinema Italiano, promovida pela Associação Il Sorpasso. No sábado, 6 de junho, existem três sessões, às 16h00, às 19h00 e às 21h00. E no domingo, duas sessões, intercaladas com cine-jantar pelo chef Sergio Zanotti, inspirado no filme “Louca-Mente”, de Paolo Genovese, que é exibido após a refeição.

No dia 9 de junho, às 21h00, o Cineteatro Louletano recebe As Damas da Noite, Uma Farsa de Elmano Sancho. O espetáculo, com interpretação em Língua Gestual Portuguesa, recorre à sátira social imergindo no mundo fascinante e provocador do transformismo. Os artistas transformistas/dragqueens “vestem a pele de um outro, tentam ser um outro”. Elmano mostra-nos o outro que pode existir em nós.No mesmo dia, 9 de junho, às 21h00, o Auditório do Solar da Música Nova acolhe mais uma sessão do ciclo Filme Francês do Mês, promovido pela Alliance Française do Algarve. Desta vez é Fifi, de Paul Saintillan e Jeanne Aslan (2022), uma obra centrada nas relações humanas, juventude e desigualdade social.

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Dieci cortometraggi di registi iraniani raccontano l’audacia di una nuova generazione

Il regista, sceneggiatore e produttore iraniano Mohammad Rasoulof ha scelto la forma più tipica, poetica e metaforica del cortometraggio per girare il suo primo film in esilio, essendo stato costretto a lasciare l’Iran clandestinamente. Condannato al carcere e alla fustigazione per il suo lavoro di regista, due anni fa si è rifugiato in Germania, dove ha scritto, diretto e prodotto il cortometraggio Sense of Water (2026), con il sostegno del Displacement Film Fund lanciato da Cate Blanchett insieme all’Hubert Bals Fund (HBF) dell’International Film Festival Rotterdam. Il cortometraggio semi-biografico di circa quaranta minuti, girato in lingua farsi e tedesco, racconta la storia di uno scrittore in esilio, Ali, che a Berlino si confronta con la perdita della lingua madre e la frattura fra linguaggio e sentimenti. Nonostante riesca a riscoprire l’amore, non riesce a superare il trauma dell’esilio. In lui si risveglia così il desiderio di tornare in Iran, in segno di solidarietà con la lotta degli iraniani e per capire chi è veramente, prima di iniziare a scrivere un nuovo libro.

Frame dal cortometraggio “Sense of water”. Courtesy of the author

Un cortometraggio ibrido tra finzione e documentario è Shadowless: In Transit (2023) di Azin Feizabadi. Un girato che affronta i temi della migrazione e dell’appartenenza. Un viaggiatore iraniano in arrivo in Germania – interpretato dallo stesso Feizabadi, regista e artista– si interroga sul suo futuro, mentre si trova in uno spazio intermedio, quello di un “transito” aeroportuale, che non riesce a lasciare. Video personali e di famiglia si intrecciano ritmicamente a flashback cinematografici, immagini del presente e riprese da una videocamera. Il corto fa parte di un’opera collettiva, Iran – A Sense of Place, una collaborazione con la Wim Wenders Foundation grazie alla quale nel 2023 sei cineasti iraniani sotto la supervisione della producer Afsun Moshiry hanno raccontato storie di luoghi situati in Iran o esperienze di esilio in Francia e Germania. 

Un paesaggio dominato da scene estreme, surreali e di una bellezza incantata, diventa invece teatro delle psicosi di un giovane nel cortometraggio Yo Yo (2025), diretto dal regista, sceneggiatore e produttore Mohammadreza Mayghani e presentato al Festival del cinema di Locarno. Il giovane Siavash raggiunge in automobile la splendida regione desertica dell’Iran meridionale, in compagnia dell’amica Shadi. Sente voci oscure e vede immagini che non esistono. Solo la sua amica può salvarlo da questa situazione che lo opprime quasi come fosse una disabilità. Il film è dominato dalla luce, dai colori pastello e dalla quiete del luogo. Le scene sono perfettamente adattate alla musica: il silenzio che avvolge i due protagonisti è intervallato da toni sinistri, colpi di frisbee che preannunciano la svolta finale, assurda e nichilista. 

Anche in There Was One, There Was None (2026) di Yasmin Shahbahrami, presentato all’International Film Festival di Rotterdam (IFFR), la cinematografia è stata curata nei dettagli. Il film è strutturato in maniera sperimentale. Racconta l’amicizia fra due ragazze iraniane – messa a dura prova dal trasferimento all’estero di una delle due – attraverso le confidenze che si scambiano durante le videochiamate. Testimonia la difficoltà di mantenere legami solidi quando questi sono mediati dalla tecnologia moderna, ma anche il duplice conflitto vissuto dalle donne iraniane nella diaspora e da quelle che restano in patria.

Frame dal cortometraggio “There was one there was none”. Courtesy of the author

Premiato dall’importante Associazione iraniana Short Film, The Accused Showed No Remorse (2025) di Ramin Soltani è sempre ambientato sullo sfondo delle proteste del movimento Woman, Life, Freedom. Racconta la storia di una donna, Simin, interpretata dall’attrice Elaheh Farazmand, e del sistema e della società che la opprimono. Quando la protagonista riesce a ottenere la scarcerazione temporanea del figlio adolescente arrestato durante una protesta, lui torna a casa silenzioso e introverso: qualcosa lo turba profondamente. Il finale tipico del cinema iraniano è potente e tragico. Di fuga e sopravvivenza, e di come la guerra si imponga sulla vista e sulla memoria collettiva e personale si occupa il cortometraggio Fruits of Despair di Nima Nassaj, anch’esso girato in lingua farsi, e presentato nella sezione Forum della Berlinale 2026. 

L’uso delle immagini a scopo politico, le nuove tecnologie e un autoritarismo digitale soffocante sono i temi che interessano un altro gruppo di registi, fra cui Hesam Eslami che con Citizen, Inmate (2025) ha ottenuto la menzione d’onore all’Exground FilmFest. In The Man in White (2026), Haman Fouladvand (noto anche come Aman) riflette sulla figura di un boia della rivoluzione del 1979, vestito di bianco e immortalato in un’iconica fotografia, che scompare dalla storia (o si fa cancellare). In questo cortometraggio di undici minuti, l’autore si serve delle nuove tecnologie e di immagini d’archivio per evocare la sua presenza spettrale in una storia in cui le vittime non sono dimenticate. Per il girato ha ricevuto una menzione speciale al Festival del cortometraggio di Clermont-Ferrand. 

Il cortometraggio documentario Memories of a Window (2026) diretto da una giovane coppia cineasti della School of the Art Institute of Chicago, Mehraneh Salimian e Amin Pakparvar, affronta il tema della repressione in Iran dalla prospettiva intima e circoscritta di chi ha osservato da dietro a una finestra le proteste del 2022 del movimento Woman, Life, Freedom. Una produzione a basso costo che utilizza filmati personali e video dal vivo per rispondere alla domanda: «Può una rivoluzione nascere da dietro una finestra?». La risposta risiede nel paesaggio sonoro: la moltiplicazione di voci e musiche di protesta che, nel film, si possono udire in una strada deserta e buia di Teheran, ripresa dall’appartamento dei registi. Il film ha vinto l’Orso di Cristallo per il Miglior Cortometraggio nella sezione Generation 14plus alla Berlinale 2026. 

Il festival di Berlino da tempo promuove i cineasti dissidenti iraniani. Premiato al Festival del cinema di Locarno, Blind, Into The Eye (2025) del duo di filmmaker berlinesi Realillusion – Atefeh Kheirabadi e Mehrad Sepahnia – è un cortometraggio di venti minuti che racconta la violenza mirata durante le proteste del 2022-2023 in Iran. Un collage audiovisivo realizzato con filmati di protesta e video provenienti dai social media che esamina il potere delle immagini come costrutti politici.

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Novo He-Man aposta em nostalgia e mostra herói mais humano nos cinemas

Figurinha carimbada nos programas infantis dos anos 1980, He-Man marcou uma geração ao diariamente empunhar a sua espada e bradar que tinha a força. A cena icônica ressurge no novo filme, mas o herói pronuncia as palavras com insegurança, longe da invulnerabilidade de antes.

Batizado apenas de “Mestres do Universo”, o longa apresenta uma versão do personagem que cresceu na Terra, exilado do reino fantástico de Etérnia. Alter-ego do guerreiro, o príncipe Adam foge para a nossa realidade ainda na infância, em meio a um ataque devastador do vilão Esqueleto ao lar, e cresce solitário com as memórias de soldados incríveis e de seres extraordinários.

Quinze anos depois da fuga, Adam sofre como poucos. Afundado em uma rotina corporativa insuportável e taxado de louco por amigos, o protagonista luta para encontrar o caminho de volta para a terra natal. Quando retorna, porém, a Etérnia que ele reencontra está devastada, dominada por um Esqueleto sedento por todo o poder do universo.

Conflitos familiares definem o novo herói

A pressão para salvar o reino e a vida no exílio definem a fragilidade de Adam no filme. Mesmo quando empunha a espada e se torna o He-Man, ele ainda sofre pela falta de aprovação do pai, que na infância o julgava frágil demais para a coroa.

Este drama paterno foi fundamental para Nicholas Galitzine na hora de dar vida ao herói loiro e cheio de músculos. Segundo o ator inglês, a trama familiar, uma aposta do longa, o ajudou a dar profundidade a um protagonista todo poderoso.

“Nós conversamos nos bastidores sobre como trazer humanidade a estas pessoas maiores que a vida, e isso foi a primeira coisa com a qual me conectei ao Adam”, diz o britânico à reportagem, durante a sua visita a São Paulo para promover o longa. Em sua avaliação, personagens invencíveis afastam o público: “Eles se tornam unidimensionais e chatos.”

“A relação com o pai informa completamente quem Adam é, e por causa dela que ele acaba preso na Terra, sofrendo para seguir em frente. De certa forma, ele se sente confinado à criança que era em Etérnia.”

Por acaso, a criança interior de Adam também é fã escancarada do universo do He-Man. Mesmo depois de adulto, o príncipe passa horas desenhando espadas e inventando apelidos para os guerreiros da infância, em uma obsessão parecida com a da meninada que caiu de amores pelos brinquedos e pelo desenho animado nos anos 1980.

A força da nostalgia

Tudo isso cai como uma luva em um filme que busca reacender nas telonas a febre de “Mestres do Universo”. Criada pela Mattel como resposta ao sucesso dos brinquedos de “Star Wars”, a franquia lançada em 1982 virou um fenômeno, com seus heróis musculosos dominando as prateleiras. Desde então, porém, a fabricante tem encontrado dificuldades para repetir o feito, entre relançamentos malsucedidos e um primeiro filme que se tornou sinônimo de fracasso após sua estreia, em 1987.

Já a nova adaptação apela para o passado. O longa recria o visual original dos heróis e vilões da série animada, produzida pela Filmation, e inclui diversas referências a cenas do desenho. Diretor do filme, Travis Knight compara o trabalho a um desafio de equilíbrio.

“Eu tentei sempre apelar à criança de oito anos que se apaixonou por ‘Mestres do Universo’, em dar vida ao filme que ela gostaria de ver”, explica o cineasta. “Um componente importante disso é a nostalgia, de amar o que veio antes, mas você também precisa estar aberto ao que vem a seguir. Esta adaptação é uma mistura dessas duas partes.”

A partir disso, Knight e os roteiristas encontraram um caminho para uma versão do protagonista que iguala os fãs no fascínio pelo mundo de Etérnia. Segundo o diretor, Adam vê a terra natal da mesma forma que um adulto lembra da infância — um olhar gentil, diferente da realidade dura dos fatos.

Personagens excêntricos e novas gerações

Nisso, o choque de impressões energiza a trama, em especial quando o herói retorna do exílio na Terra. A produção viu aí a chave para introduzir ao público os guerreiros mais estranhos, incluindo um com pescoço elástico e outro que se arremessa nos adversários.

“Para a gente, foi ótimo ter um protagonista assim para explicar esses personagens insanos de nomes ridículos, como Fisto, Aríete e o próprio He-Man”, diz Knight. “Em que mundo essas pessoas teriam tais batismos? Assim, a gente passa a ver as coisas também como criança.”

O mais surpreendente é que essa proposta nostálgica ajudou o elenco a se desarmar do temor pelo lado mais bélico do saudosismo do público. Um desafio interessante em especial para Galitzine e Camila Mendes, que lideram o grupo como Adam e a heroína Teela. Eles nasceram nos anos 1990, uma geração depois do fenômeno de “Mestres do Universo”, mas anterior às novas audiências miradas pela produção.

Segundo a dupla, estar dentro deste sanduíche geracional rendeu uma experiência libertadora.

“A gente conheceu esses personagens quando crianças, mas não tivemos muito contato com eles. O trabalho me deu a chance de entender este mundo”, explica Mendes.

A atriz diz que se apaixonou pela série no processo. “Passei a assistir o desenho toda noite, antes de dormir. De repente, fiquei animada com a ideia de apresentar esses heróis aos mais novos.”

Galitzine afirma que a missão do filme foi tanto de agradar os fãs quanto de atrair uma nova geração: “O desafio era criar personagens que os mais velhos curtissem, mas com liberdade para produzir algo novo”.

Com esse olhar amadurecido sobre a nostalgia dos fãs, o ator então pode dizer sem medo que tinha a força. (Pedro Strazza/FOLHAPRESS)

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Há cinema na Biblioteca de Lagos dedicada ao tema ‘Cinema em Tom Algarvio’

Mostra destaca o Algarve e o seu talento

A Biblioteca Municipal de Lagos recebe, nos dias 9 e 10 de junho, a segunda edição da iniciativa, desta vez dedicada ao tema ‘Cinema em Tom Algarvio’, uma mostra de cinema português com curadoria de Ânia Bento, que pretende dar a conhecer diferentes obras ligadas ao Algarve e, em particular, à cidade de Lagos.

O programa arranca a 9 de junho, pelas 21h30, com a exibição da longa-metragem “A Fada do Lar”, de João Maia. O filme acompanha a história de Vera, uma mãe solteira que enfrenta dificuldades financeiras e pessoais para sustentar os filhos após o desaparecimento do companheiro. A sessão contará com a presença do argumentista lacobrigense André Guerra dos Santos, também responsável pelo argumento da recente série Adónis (RTP1).

No dia 10 de junho, pelas 17h30, serão exibidas três curtas-metragens realizadas por Pedro Noel da Luz: “A Arte Xávega”, dedicada a esta tradição piscatória ainda presente na Meia Praia; “ABC da Nossa Vida”, documentário sobre um projeto teatral apresentado no Centro Cultural de Lagos; e “M-PEX Fusões”, uma homenagem à guitarra portuguesa e à herança cultural associada ao fado. O realizador estará presente para uma conversa com o público.

Pedro Noel da Luz

A programação encerra às 21h30 desse dia, com a exibição de “Listen”, de Ana Rocha de Sousa, filme premiado internacionalmente que retrata a luta de uma família portuguesa emigrada em Londres após perder a guarda dos filhos. A sessão contará com a participação do ator lacobrigense Ruben Garcia, um dos protagonistas do filme.

A entrada gratuita, com inscrição prévia através do telefone 282 767 816, Facebook da Biblioteca ou email biblioteca@cm-lagos.pt. Esta é uma oportunidade para descobrir histórias, paisagens e protagonistas ligados ao Algarve através do olhar do cinema português.

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E’ morto l’attore e doppiatore Giacomo Piperno: recitò per Benigni, Tornatore e Scola, è stato la voce italiana di Gene Hackman

L’attore e doppiatore Giacomo Piperno è morto all’età di 90 anni presso il Policlinico Umberto I di Roma. A darne l’annuncio, come riportato dall’agenzia Adnkronos, sono stati i figli. Interprete eclettico, nel corso di una lunga carriera ha attraversato la storia dello spettacolo italiano alternandosi con versatilità tra ruoli drammatici, comici e storici, sia sul grande che sul piccolo schermo.

Dalla fuga in Svizzera al debutto in tv

Nato a Roma il 20 gennaio 1936 in una famiglia ebraica, Piperno riuscì a scampare alle deportazioni nazi-fasciste fuggendo in Svizzera con i propri famigliari nell’ottobre del 1943, proprio nei giorni del rastrellamento del ghetto della Capitale. L’avvicinamento al mondo dello spettacolo è avvenuto alla fine degli anni Cinquanta, culminando nel debutto televisivo del 1960 con un ruolo nello sceneggiato “Tenente Sheridan: una gardenia per Helena Carrel”. Il vero slancio professionale, tuttavia, è arrivato otto anni più tardi grazie al cinema, con la partecipazione al film “Commandos” (1968).

I grandi registi del cinema italiano

Da quel momento, la sua carriera cinematografica lo ha visto collaborare con alcuni dei più importanti registi italiani. Ha recitato in pellicole d’impegno civile e storico come “Sacco e Vanzetti” (1971) di Giuliano Montaldo, “Porte aperte” (1990) di Gianni Amelio, “Il portaborse” (1991) di Daniele Luchetti e “Pasolini, un delitto italiano” (1995) di Marco Tullio Giordana. Significative anche le sue incursioni nella commedia e nel cinema d’autore: ha preso parte a “Rugantino” (1973) di Pasquale Festa Campanile, “Il camorrista” (1986) di Giuseppe Tornatore e “Splendor” (1988) di Ettore Scola. Un solido sodalizio professionale lo ha legato a Roberto Benigni, che lo ha diretto prima nell’episodio “In banca” del film “Tu mi turbi” (1982) e successivamente nel successo “Il piccolo diavolo” (1988).

La televisione e il doppiaggio

Parallelamente al cinema, Piperno ha mantenuto una presenza costante in televisione, partecipando a numerose serie e miniserie. Tra i suoi lavori per il piccolo schermo figurano “Napoleone a Sant’Elena” (1973) e, in anni più recenti, la fiction “Caterina e le sue figlie” (2005-2007), dove ha interpretato il marito del personaggio portato in scena da Iva Zanicchi. Il suo talento si è esteso con successo anche alla sala di doppiaggio. Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, Piperno ha prestato la propria voce a interpreti internazionali del calibro di Gene Hackman e Philippe Leroy, contribuendo a caratterizzare e rendere memorabili i loro personaggi per il pubblico italiano.

Foto: Wikipedia.

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È morto Owain Rhys Davies, l’attore gallese era noto per il ruolo dell’Agente Wilson in “Twin Peaks”. Il fratello chiede privacy “sulle circostanze della sua morte”

Mondo del cinema in lutto. È morto a 44 anni l’attore gallese Owain Rhys Davies, noto per il ruolo dell’Agente Wilson nel revival della serie “Twin Peaks”, la serie cult creata da David Lynch e Mark Frost e tornata sugli schermi nel 2017. A dare la notizia, come riporta la BBC, è stato il fratello Rhodri, che sui social ha scritto che l’attore è scomparso “improvvisamente, in modo naturale e sereno”.

Nel suo messaggio, Rhodri ha espresso anche il profondo dolore della famiglia: “Sono incredibilmente orgoglioso di mio fratello. Sappiamo che questa perdita sarà sentita da molte persone e ci conforta sapere quanto fosse amato”. Il fratello ha inoltre chiesto rispetto per la privacy, aggiungendo che restano ”domande senza risposta sulle circostanze della sua morte”.

Anche il profilo ufficiale di “Twin Peaks” ha voluto ricordarlo con un messaggio di cordoglio: “I nostri pensieri sono con la sua famiglia, i suoi amici e tutti coloro che lo hanno conosciuto e amato. Grazie per aver fatto parte del mondo di Twin Peaks, Agente Wilson”.

Cordoglio anche dal Welsh National Theatre, che ha definito l’attore “un talento straordinario il cui lavoro ha arricchito il teatro e lo schermo gallese”. Nella nota si legge: “La sua passione, creatività e dedizione hanno lasciato un segno duraturo nella vita culturale del Galles. La comunità artistica è più povera per la sua perdita e possiamo solo immaginare le molte storie che avrebbe ancora raccontato”. Il messaggio si conclude con un saluto in gallese: ”Cysgàn dawel, Owain” (riposa in pace, Owain).

Owain Rhys Davies nel corso della sua carriera aveva preso parte a numerose produzioni di rilievo internazionale. Tra queste si annoverano la serie fantascientifica di Netflix “The OA”, accanto agli attori Brit Marling e Jason Isaacs, il lungometraggio “Alice attraverso lo specchio” e la commedia horror “A Serial Killer’s Guide to Life”.

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Ho visto più volte ‘Le città di pianura’ e ogni volta mi ha lasciato qualcosa di diverso

Le città di pianura di Francesco Sossai mi è sembrato da subito una specie di allegro cimitero dei perdenti. Un luogo dove le vite non riescono a stare dritte, ma trovano comunque un modo per andare avanti. Un po’ come il Cimitero Brion di San Vito, che nel film ritorna come un simbolo. Un posto che celebra l’amore e allo stesso tempo la fine. Un posto dove ci sta dentro tutto.

Ho visto il film più volte. Ogni volta mi ha lasciato qualcosa di diverso. È un film che sembra semplice, ma non lo è. Tre uomini che girano per il Veneto, una Jaguar sgangherata, tanti bar, tantissimi bicchieri. In realtà è un viaggio dentro un modo di stare al mondo. Un modo fragile, a volte comico, a volte triste, ma sempre molto umano.

Carlobianchi e Doriano sono due cinquantenni che vivono sospesi in un mondo alcolico, fatto di bar e benzinai, di debiti e ricordi dei gloriosi anni Novanta. Una vita che non è andata come pensavano ma che non cercano di aggiustare. Cercano solo “l’ultima”. L’ultima bevuta. L’ultima scusa. L’ultima possibilità di non tornare a casa. È un modo per non crescere, perché crescere a cinquant’anni fa paura. Sembra tardi e sembra inutile.

Poi l’incontro casuale con Giulio, il bravissimo Filippo Scotti, un personaggio quasi celatiano. Studente di architettura. Uno che invece vuole crescere ma non sa come. I due lo trascinano con loro. Gli promettono un’ultima che non arriva mai. E da lì parte il viaggio. Un viaggio che cambia tutti e tre, anche se nessuno lo dice.

C’è un principio mutuato dall’economia che attraversa il film. Quello di utilità marginale. Il ragionier Carlobianchi lo spiega a tavola utilizzando una fetta di salame. Dice che quando hai raggiunto la sazietà, il resto non serve più. Vale per tutto. Ma non vale per l’ultima, precisa Doriano riempiendosi il bicchiere. L’ultima sfugge sempre, perché non è sete, non è bisogno. È un tentativo, un modo per dare un senso alle cose quando il senso non c’è.

Il Veneto del film è un Veneto che riconosco da emiliano di pianura che ha fatto il militare a Vicenza al Dal Molin. Paesini, capannoni, bar aperti dal mattino, “ombrette”, grappe, gente che beve presto e gente che lavora troppo. Uno “spleen veneto” che ricorda Volponi. E quando penso a Volponi mi viene in mente anche Pasolini. Non per citazione diretta, ma per atmosfera. Per quella idea che la periferia non è un luogo minore, ma un posto dove il mondo si vede meglio.

In questo paesaggio i due cinquantenni diventano una specie di poeti del bere. Non poeti romantici, piuttosto lunatici. Poeti della resa consapevole e della luna nel pozzo. Gente che parla poco, sbaglia spesso, vive di slanci e cadute. E però ha una cosa che li salva: l’amicizia.

Giulio entra in questo duo come un figlio. O un fratello. O un ospite. Porta i due al Cimitero Brion, un monumento all’amore coniugale. I cerchi che si intersecano diventano un’immagine chiara. Due vite che si toccano. Due bicchieri sulla tovaglia che lasciano il segno della condensa. È la stessa figura. Il caos della vita che a volte si organizza da solo.

C’è poi il tema del “segreto del mondo”. I due dicono di averlo scoperto qualche sera prima, ma erano ubriachi “tronchi” e non lo ricordano più. Passano il film a cercare di ricostruirlo. Tutti abbiamo avuto un momento in cui ci sembrava di aver capito tutto. Poi lo abbiamo perso. E passiamo il resto del tempo a inseguirlo.

Il finale è semplice. Giulio parte in treno per raggiungere il suo travagliato amore a Verona. Un cono gelato cade dalle mani di Doriano sull’asfalto. Una macchina lo schiaccia. Lui improvvisamente dice di aver ricordato il segreto del mondo. Forse è questo. Le cose belle cadono, si rompono o si sporcano. Semplicemente finiscono. Ma se accanto hai un amico come Carlobianchi, un indimenticabile Sergio Romano. Se hai qualcuno con cui condividere un’ultima. Se hai un ragazzo che hai aiutato un po’ a crescere. Allora la vita vale comunque. Anche se non ti resta molto.

Vorrei dire una cosa su Pierpaolo Capovilla. Per me è la rivelazione gigantesca del film. Ha una voce e una intonazione che non si dimentica. Un volto che racconta tutto senza parlare. Sa che non troverà un senso alle cose e nonostante tutto appare sereno. È un interprete raro. Un marziano nel cinema italiano, nel senso migliore.

Le musiche sono di Krano e sono nate per il film. Si incastrano con le immagini, con i silenzi, con i movimenti dei tre. Sembrano scritte per ogni scena, per quel viaggio e per quella Jaguar un po’ sfocata. È raro trovare un film in cui le musiche sembrano precedere le scene, come se le avessero chiamate.

C’è un altro momento che resta. Un cameo di Spigariol che in un bar canta una canzone sull’America accompagnato dalla chitarra. Il trio lo ascolta rapito. Lui si commuove. È un attimo che non spiega nulla e dice tutto.

Le città di pianura è un film che Francesco Sossai ha scritto con lo sceneggiatore Adriano Candiago. Un film che parla di amicizia, di amore, di fallimento. Racconta di incontri che cambiano la vita, anche quando non sembrano niente. E anche di cattivi maestri che sono sempre i migliori.

Come i film più importanti è un film che resta anche quando finisce. Anche quando spegni lo schermo e torni alla tua vita e ti accorgi che i cerchi che si intersecano ci sono anche lì. In un bar, su una tovaglia. In un gesto o in un ricordo. Un film che ti accompagna quasi in silenzio e senza spiegare troppo. Con la stessa delicatezza con cui si beve l’ultima. Anche quando non è l’ultima per davvero.

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Lagos | Há cinema na Biblioteca! Mostra destaca o Algarve e o seu talento

A Biblioteca Municipal de Lagos recebe, nos dias 9 e 10 de junho, a segunda edição da iniciativa, desta vez dedicada ao tema “Cinema em Tom Algarvio”, uma mostra de cinema português com curadoria de Ânia Bento, que pretende dar a conhecer diferentes obras ligadas ao Algarve e, em particular, à cidade de Lagos. O […]

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“A 13 anni capii subito che non era normale girare in slip con un uomo grande. La scena va tagliata”: Nastassja Kinski contro Wim Wenders. Lui risponde: “Non mi rimprovero nulla”

“Chiediamo formalmente che la sequenza sia tagliata, perché non c’era assenso legale”. Continua la battaglia legale tra l’attrice Nastassja Kinski e il celebre regista Wim Wenders. Il film in questione è “Falso movimento”, girato nel 1975. Kinski aveva il ruolo dell’adolescente muta Mignon. Una delle scene la ragazzina si stende sul letto con solo le mutandine, mentre un uomo più grande si mette al suo fianco, solo in mutande, per schiaffeggiarla e poi accarezzarla.

L’attrice, oggi ha 65 anni, da dieci anni chiede che quella scena sia tagliata. Lo ha dichiarato in una intervista nel 2024 (“era il mio primo film, il mio primo regista e non mi ha protetto”) e lo ha ribadito ancora oggi (“anche se a 13 anni non sapevo ancora molto, capii subito che non era normale“). Gli avvocati che assistono l’attrice sono certi: “Visto che Nastassja all’epoca era minorenne e che sua madre, assente, non era stata informata della scena che tra l’altro non figura nel romanzo originale di Handke. Quindi non c’era assenso”.

La risposta? Nel 2024 Wenders si era detto dispiaciuto per i sentimenti che provava la sua ex attrice, ma non è cambiato nulla, Mentre proprio recentemente al ritiro di un premio Deutsche Film Preis ha apertamente dichiarato: “Oggi le sensibilità sono cambiate, viviamo in un mondo diverso da mezzo secolo fa. Come gestire il patrimonio cinematografico? Possiamo e dobbiamo tagliare una scena che ha fatto male a un’attrice che ho ammirato e ammiro? Non voglio portare il fardello da solo. Questo aprirebbe la strada al taglio di altre scene di molti altri film”. Insomma il regista non si rimprovera nulla.

Kinski non demorde: “Se fossi stata al suo posto avrei detto: conosco Nastassja da una vita, abbiamo fatto belle cose insieme, ma all’epoca non mi sono reso conto di farle del male. Mi scuso e farò di tutto perché questa scena non sia più diffusa sulle piattaforme. Non lo ha fatto, eppure poteva, è il suo film”. Gli avvocati continuano a lavorare alacremente affinché il regista ponga fine alla diatriba.

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Exclusivo: Todas as perguntas do diretor de Dark Horse sobre Bolsonaro

O Jair Bolsonaro adolescente levou o Exército do vilarejo dele para encontrar o acampamento [da guerrilha]? 
Quando Jair Bolsonaro estava no Exército, nas anotações enviadas, está mencionado que ele lutou contra traficantes de drogas? 

Essas são algumas das perguntas enviadas por Cyrus Nowrasteh, diretor do filme Dark Horse, a cinebiografia de Jair Bolsonaro, produzida pela Go Up Entertainment e pelo deputado federal Mário Frias Filho, que teve o filho do ex-presidente, Eduardo Bolsonaro, como financiador

Além de dirigir a obra, Cyrus Nowrasteh escreveu o roteiro ao lado do seu irmão, Mark Nowrasteh, a partir de argumento escrito por Mário Frias. 

Documentos obtidos com exclusividade pela Agência Pública, datados de março de 2024, registram pedidos de esclarecimentos feitos pelos irmãos Nowrasteh a respeito da biografia de Bolsonaro, e os esforços da equipe da Go UP para muni-lo de informações. Muitas dessas fontes, entretanto, são notórios disseminadores de desinformação, como a produtora conservadora Brasil Paralelo. Muitas dessas narrativas enviadas aos norte-americanos já foram desmentidas.  

As mensagens indicam ainda a falta de compreensão sobre o Brasil e a tentativa da equipe da Go UP de retratar o ex-presidente – preso e condenado pela tentativa de dar um Golpe de Estado – como um defensor de causas justas. 

Como a Agência Lupa demonstrou, o roteiro final do filme Dark Horse altera acontecimentos da campanha de 2018 para beneficiar a imagem do ex-presidente ao disseminar desinformação usualmente propagada pelo clã Bolsonaro.      

Defesa da Amazônia? 

Um dos pontos de interesse dos roteiristas tem a ver com a alegação, contida no argumento criado por Mário Frias, de que Jair Bolsonaro seria um defensor dos indígenas e da Amazônia. 

Cyros e Mark perguntam se Jair chegou a “trabalhar com tribos indígenas” quando era do Exército. “Ele teve contato com elas? Ele as utilizou em suas operações? Recebeu ajuda delas? Elas serviram como guias?”. 

Na verdade, Jair Bolsonaro serviu no Exército primordialmente no Rio de Janeiro e no Mato Grosso, antes de ser investigado por um plano para explodir bombas na Vila Militar e na Academia Militar das Agulhas Negras, no Rio de Janeiro.

Sobre esse aspecto, fica novamente evidente que os roteiristas receberam informações distorcidas. Eles afirmam que querem mais informações sobre o julgamento de Bolsonaro pelo Exército. 

O julgamento e a detenção dele por escrever um artigo criticando o exército ocorreram durante a ditadura militar? Gostaria de mais informações sobre isso… teve muita repercussão? Ele era considerado uma ameaça ao governo?

Obviamente, Bolsonaro não só não era uma ameaça ao regime militar, mas criou toda sua carreira política defendendo o Golpe cívico-militar de 1964. Nem ele chegou a ser considerado uma “ameaça” quando passou a protestar pelos baixos salários dos cadetes. 

Ainda sobre a sua relação com a Amazônia, os irmãos roteiristas demonstram uma visão romanceada do herói do seu filme – e bem fora da realidade. No documento enviado, eles perguntam: 

Qual era a sua posição como candidato na Amazônia? Como ele defendeu a população indígena? O que havia de diferente em sua política?

Bolsonaro é um ferrenho opositor de legislações de proteção ambiental, assim como de políticas de proteção aos indígenas. Durante seu governo, ele proibiu o Ibama de queimar equipamentos usados para o desmatamento ilegal, fomentou o garimpo ilegal e perseguiu fiscais do Ibama. O desmatamento da Amazônia dobrou, segundo levantamento do Instituto Socioambiental (ISA). 

Jair Bolsonaro durante evento do setor agronegócio, em Ribeirão Preto, São Paulo
 Bolsonaro deixou presidência com recorde histórico de desmatamento em Áreas Protegidas

Mentiras sobre a passagem de Jair no Exército 

Outra desinformação enviada para os roteiristas garante que, aos 15 anos, Bolsonaro ajudou o Exército brasileiro a localizar o guerrilheiro Carlos Lamarca – uma versão propagada pelo próprio Bolsonaro e desmentida diversas vezes.       

Precisamos de mais informações sobre o guerrilheiro anti-governo Carlos LaMarca. Um Jair Bolsonaro adolescente que levou o Exército de sua comunidade para encontrar o acampamento deles? Quem era LaMarca? Sei que ele era um rebelde famoso por sequestrar um embaixador? O que aconteceu com esse embaixador? Na incursão em que o exército foi ao acampamento marxista, LaMarca estava lá? Ele foi morto? O que aconteceu…?

Bolsonaro chegou a propagar a mentira que estava em sala de aula quando os militares chegaram à cidadezinha de Eldorado, no Vale do Ribeira, onde buscavam Lamarca e outros guerrilheiros. O cerco que se criou foi fenomenal, conforme revelou a Agência Pública, o que incluiu o uso de bombas de Napalm contra uma área habitada para queimar as matas e ajudar na localização do grupo. O ex-presidente diz que estava na escola e viu os professores reagindo ao tiroteio entre militares e o grupo de Lamarca. Na verdade, houve sim um confronto em Eldorado, mas ele ocorreu às 21h, segundo registros do próprio Exército, quando não havia aulas. 

Além disso, não existe nenhum registro de que um adolescente de Eldorado teria fornecido informações que ajudariam a encontrar Lamarca – conhecido como “capitão do povo”, o guerrilheiro conseguiu fugir ao cerco e só foi encontrado mais de um ano depois. 

A facada de Adélio Bispo

A maior desinformação enviada aos roteiristas, no entanto, diz respeito à facada sofrida por Bolsonaro durante as eleições de 2018. O filme Dark Horse traz a narrativa que uma conspiração entre a esquerda e narcotraficantes estaria por trás do episódio. Três investigações da PF determinaram que Adélio tem problemas psiquiátricos e agiu sozinho. 

Cyrus e Mark pediram mais informações sobre isso, e a equipe listou diversos vídeos que propagam teorias da conspiração. Por exemplo, alguns vídeos são do canal “Dr Marcelo Soares-Advogado”, notório por usar títulos com desinformação. Um deles é: “Vazou – depósito de 50 mil para Adélio Bispo”, uma fake news que já foi desmentida algumas vezes por agências de checagem, e outro vídeo que falseia que Adélio identificou mandantes do crime, o que também já foi desmentido

Outro material enviado aos roteiristas é o ebook “Investigação paralela”, feito pela produtora Brasil Paralelo a partir da série de mesmo nome. Na produção e no ebook, diversas versões sobre a facada são aventadas, e o principal entrevistado é o advogado de Bolsonaro Frederick Wassef, que tem estreita ligação com o ex-policial militar Fabrício Queiroz, que fez parte do esquema de rachadinhas do mandato de Flávio Bolsonaro na ALERJ.    

No ebook, Wassef garante que um terceiro inquérito aberto pela PF estava próximo de encontrar os mandantes do crime. “As pessoas se revoltariam”, diz.

A última pergunta dos irmãos Nowrasteh demonstra uma busca por retratar Bolsonaro como um herói digno de filme de Hollywood.   

Ele participou de uma longa caminhada com apoiadores pelas ruas?

“Após essa longa caminhada, ele chegou a um pódio onde subiu — sozinho, sem ajuda — e fez um discurso de retorno triunfal para mostrar ao mundo e aos seus oponentes que ele ainda não desistiu!”, escreveram.

Essas respostas são cruciais para a história e para nossa capacidade de torná-la o mais precisa e cheia de suspense possível, e o mais dramaticamente gratificante. 

A resposta não consta dos documentos analisados pela Pública, mas se a equipe da Go Up buscasse ser fidedigna ao que ocorreu na eleição de 2018, poderia detalhar a aparição de Jair Bolsonaro, por vídeo, para um grupo de milhares de apoiadores da Avenida Paulista, quando ele prometeu “varrer do mapa os bandidos vermelhos do Brasil” no seu último discurso de campanha.     

“Essa turma, se quiser ficar aqui, vai ter que se colocar sob a lei de todos nós. Ou vão para fora ou vão para a cadeia”, ameaçou Bolsonaro, seis anos antes de ser ele mesmo condenado e preso por tentar um golpe de Estado. 

A reportagem tentou contato com Cyrus Nowrasteh e com a Go Up Entertainment mas não recebeu retorno até a publicação.   

Colagem com as fotos de Adélio Bispo e Jair Bolsonaro, durante evento em que foi ferido com uma faca
Apesar de três investigações da PF concluírem que Adélio Bispo agiu sozinho, teorias conspiratórias sobre a facada de 2018 abasteceram o roteiro de Dark Horse

Novas revelações

Nesta quarta-feira, 27 de maio, e, quinta-feira, 28 de maio, a Pública trouxe novas revelações ao caso Dark Horse ao mostrar, com exclusividade, que Eduardo Bolsonaro e a Go Up procuraram uma empresa da Hungria para pagamentos ao filme. Os documentos apontam tentativa de contratação de “escrow account”, ou “conta de custódia”, e possível pagamento de US$ 57,5 mil ao diretor Cyrus Nowrasteh. Também revelou como Mário Frias e Karina da Gama teriam oferecido até R$ 500 mil pela história de Bolsonaro e as condições impostas na minuta para o ex-presidente ceder sua história de vida para sempre.

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