Queriam aumentos? Temos pena, mas o dinheiro vai ser investido em IA
I 14 miliardi frutto della flessibilità concessa dall’Europa ai Paesi membri, lo 0,3% del Pil per due anni, devono ancora essere smobilitati e messi al servizio di nuove misure contro il caro energia. Nelle more, però, l’Italia fa un altro passo verso il ritorno dell’energia nucleare, a quasi 40 anni dal referendum che pose fine all’esperienza atomica dello Stivale. Non è certo un mistero che l’Italia non possa più permettersi di comprare gas e petrolio da fornitori terzi, specialmente con i mercati costantemente infiammati dalla chiusura dello stretto di Hormuz. E le rinnovabili, da sole, non bastano a coprire il fabbisogno, come, invece, avviene in Spagna. Per questo il governo italiano continua a battere la strada del nucleare. E in queste ore è stato aggiunto un altro tassello.
La Camera dei deputati ha infatti approvato il disegno di legge delega Pichetto sul nucleare. Con 155 favorevoli, 8 astenuti e 86 contrari, il provvedimento passa ora al Senato, con la speranza, da parte del governo, dell’approvazione definitiva prima della pausa estiva, per emanare i decreti attuativi entro la fine dell’anno, come è nei piani del ministro per l’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin. La legge delega ha lo scopo di ridare all’Italia una normativa sul nucleare. Una volta approvata dai due rami del Parlamento, tramite essa, le Camere conferiranno al governo una delega, da esercitare entro un anno, per disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile, la ricerca sulla fusione e la gestione dei rifiuti radioattivi.
Nel testo si definiscono i campi d’intervento dei futuri decreti governativi, tra cui la disciplina per la costruzione e l’esercizio di impianti nucleari (micro-reattori), la produzione di idrogeno tramite energia nucleare, la gestione del combustibile esaurito e la sicurezza nucleare, la riorganizzazione della governance, con il riordino delle funzioni degli enti competenti. Inoltre, vengono stabili i criteri direttivi che l’esecutivo deve seguire nel redigere i decreti tra cui garantire i massimi standard di sicurezza e protezione della salute; semplificare i procedimenti autorizzativi; prevedere misure di compensazione e beneficio per i territori ospitanti gli impianti; assicurare la partecipazione dell’industria italiana alla filiera tecnologica.
“Con l’approvazione alla Camera della legge delega sul nucleare sostenibile compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia. Oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio”, ha rivendicato lo stesso Pichetto Fratin. “Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza. In un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell’intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia sarà più libero, più forte e più sicuro. Vogliamo un’Italia meno dipendente dall’estero, con energia più accessibile per famiglie e imprese”, ha aggiunto il ministro. Quanto al numero degli impianti, il ministro ha spiegato che “è una valutazione ancora abbastanza difficile, abbiamo definito un quantitativo a grandi linee, 11-22% ma è proprio una forbice molto larga”, viste le valutazioni da fare sulle tecnologie.
A questo punto, “presenteremo i decreti attuativi alle commissioni parlamentari entro l’anno, entro Natale, questa è una scelta energetica di sicurezza per il futuro e questo vuol dire responsabilità verso il Paese”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il vicepremier Antonio Tajani. “La Camera approva, grazie a Forza Italia e al centrodestra, la legge sul nucleare compiendo un primo passo storico verso l’indipendenza energetica dell’Italia. Il nucleare di nuova generazione non è una scelta ideologica, ma uno strumento necessario per garantire alle prossime generazioni energia pulita, prezzi competitivi per famiglie e imprese e maggiore sicurezza per il Sistema Paese. Anche coloro che dicono NO a tutto si dovranno arrendere, ne vale il futuro dell’Italia”.
Si può portare lo spazio in Borsa? Sì. E anche in grande stile. Conoscendo Elon Musk il mondo era forse un po’ preparato alla più grande Ipo della storia. Però, a guardare i numeri, fa comunque un certo effetto. SpaceX ha fissato un prezzo di 135 dollari per azione in vista del lancio della quotazione, secondo quanto depositato alla Sec, la Consob Usa.
La società dello spazio vuole collocare 555,6 milioni di azioni, utile a raccogliere fondi per 75 miliardi di dollari totali, con un’opzione ai sottoscrittori di ulteriori 83,33 milioni di titoli del valore di 11,2 miliardi. Coi suoi 86,2 miliardi sarebbe nei fatti l’Ipo maggiore della storia, bruciando i 29 miliardi raccolti da Aramco nel 2019. Mentre la capitalizzazione di SpaceX schizzerebbe a 1.770 miliardi con Musk a cui farà capo una quota di controllo con diritto di voto superiore all’82%.
Adesso c’è da portare a termine il roadshow presso gli investitori, con la pubblicazione del prezzo prevista per l’11 giugno e l’avvio delle negoziazioni sul Nasdaq di New York il 12 giugno. La decisione di Musk di offrire azioni a un prezzo fisso prima dell’inizio della raccolta ordini è quasi senza precedenti per le Ipo di grandi dimensioni negli Stati Uniti. La maggior parte delle aziende solitamente annuncia, infatti, una fascia di prezzo prima di commercializzare le azioni durante le presentazioni agli investitori.
Attenzione per, ci potrebbero essere dei passaggi delicati. A far riflettere gli esperti, per esempio, sono una serie di questioni in tema di corporate governance, in particolare l’ipotesi di conflitti di interesse riguardanti Musk e le sue aziende, cui si aggiunge una limitazione quasi totale della capacità degli azionisti di influenzare la società in cui stanno investendo. Un primo tema sotto i riflettori riguarda le due classi di azioni della società. In base al documento di registrazione, SpaceX disporrà di diritti di voto privilegiati attraverso strutture di Classe A e Classe B, simili a quelle impiegate da Meta Platforms e Alphabet. Alla luce di ciò, SpaceX sarà una società controllata esente da determinati requisiti di corporate governance, tra i quali la costituzione di comitati incaricati di nominare gli amministratori o di stabilire i compensi, composti interamente da amministratori indipendenti”.
Incerto, poi, è anche se il consiglio di amministrazione di SpaceX stabilirà effettivamente delle linee guida per la dirigenza. Nel board, attualmente, figurano Musk, la presidente e Coo Gwynne Shotwell e il cfo Bret Johnsen. Tra gli amministratori non esecutivi vi sono, invece, il venture capitalist Ira Ehrenpreis, alleato di lunga data di Musk e amministratore di Tesla, Randy Glein, Antonio Gracias, il dirigente di Google Donald Harrison, e un altro venture capitalist Steve Jurvetson. Ora non resta che aspettare il lancio.

La svolta, allora, fu epocale. Sei anni fa la Cina apriva al mondo il suo mercato del risparmio, spalancando le porte ai grandi gestori patrimoniali d’Occidente. L’operazione fu strombazzata a dovere dallo stesso governo, segno di una progressiva liberalizzazione del sistema economico cinese. Da quel momento di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Giganti del risparmio come BlackRock, Fidelity, Neuberger, Allianz, AllianceBernstein e Schroders, tanto per citarne alcuni, hanno costituito società di fondi comuni, affrettandosi nell’accaparrarsi cospicue fette di patrimonio privato. Tutto bello, tutto giusto, la vittoria del libero mercato su decenni di statalismo e di controllo asfissiante del partito sull’economia.
Nemmeno per sogno, le cose sono andate diversamente. E molto. A sei anni dall’apertura del mercato cinese dei fondi comuni, il bilancio per i grandi asset manager internazionali resta infatti molto distante dalle aspettative. Tanto che le società globali che hanno scelto di operare autonomamente in Cina hanno conquistato appena lo 0,1% del mercato locale. Praticamente nulla.
Secondo i dati di Z-Ben Advisors, citati dal Financial Times, gli operatori occidentali hanno investito complessivamente circa 800 milioni di dollari, ma ad oggi sono riusciti ad attrarre solo 34 miliardi di yuan, pari a circa 5 miliardi di dollari. E questo a fronte di asset complessivi per 36.500 miliardi di yuan. Una quota minima, che mostra quanto sia complesso per le istituzioni finanziarie straniere trasformare l’apertura regolamentare decisa da Pechino in una presenza significativa sul mercato.
Il caso di Schroders è uno degli esempi più evidenti delle difficoltà incontrate. Tanto che il gestore sarebbe addirittura in uscita dall’attività nei fondi comuni nella Cina continentale. E si parla di un asset management che a livello globale gestisce circa mille miliardi di dollari. Non è finita. Un altro caso è quello di JPMorgan, ma anche di Manulife e Morgan Stanley, che hanno accumulato complessivamente circa 373 miliardi di yuan di masse in gestione, pari a circa l’1% del mercato totale. Insomma, la Cina ha aperto il mercato. Ma solo a parole. D’altronde, cosa ci si può aspettare da un Paese dove, dati dell’Ocse, tra il 2005 e il 2024 le imprese cinesi dei grandi settori manifatturieri hanno ricevuto, in media, sostegni pubblici da tre a otto volte superiori rispetto alle aziende basate negli stessi Paesi Ocse?

Spinta di Alphabet sull’Intelligenza Artificiale. La società che controlla Google e guidata da Sundar Pichai, ha annunciato l’intenzione di raccogliere fino a 80 miliardi di dollari in capitale azionario per finanziare i suoi ingenti investimenti nelle infrastrutture di IA, dando vita a una svolta significativa per un’azienda che è stata tra i maggiori acquirenti di proprie azioni a Wall Street. La raccolta fondi di Alphabet include la vendita di azioni per 10 miliardi di dollari a Berkshire Hathaway, la holding finanziaria di Warren Buffett, che ha iniziato ad acquisire una partecipazione nella società madre di Google a partire dal terzo trimestre del 2025.
Ora, il collocamento privato con Berkshire porterà le partecipazioni della società di investimento in Alphabet a circa 32 miliardi di dollari, pari a circa un decimo del suo portafoglio azionario. Si tratta di una delle scommesse più significative fatte dall’amministratore delegato Greg Abel da quando ha sostituito Buffett alla guida dell’azienda all’inizio dell’anno. Inoltre l’emissione azionaria di Alphabet è una delle più grandi a cui Berkshire abbia mai partecipato, la sua prima offerta pubblica iniziale in oltre due decenni e una delle più grandi raccolte di capitali di sempre e segna un punto di svolta per i grandi gruppi tech, che hanno intrapreso una campagna di investimenti senza precedenti per costruire l’infrastruttura alla base dell’intelligenza artificiale.
C’è da dire che finora i grandi gruppi tecnologici statunitensi hanno finanziato la loro ingente spesa in Intelligenza Artificiale principalmente con gli ingenti flussi di cassa generati dalle loro attività principali e con l’indebitamento. Ma con le grandi aziende tecnologiche che prevedono di spendere 725 miliardi di dollari in IA quest’anno, queste spese hanno iniziato a mettere a dura prova le finanze delle più grandi aziende americane. Questa mossa riflette dunque la volontà del settore tecnologico di accelerare gli investimenti nell’IA.
Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta sono sulla buona strada per investire complessivamente circa 700 miliardi di dollari in data center, chip e infrastrutture di calcolo per l’IA quest’anno. Di qui la scelta di Mountain View. “L’Intelligenza Artificiale sta guidando un momento di espansione per Alphabet”, ha affermato l’azienda in un comunicato, aggiungendo che la raccolta fondi contribuirà a “sostenere le significative opportunità di crescita future”.
Fosse per lui, Alberto Forchielli, il muro contro la Cina lo farebbe più alto di quello di Berlino. E invece l’Europa si riempie la bocca di buoni propositi, ma alla prova dei fatti, fallisce. L’economista, saggista e imprenditore, grande esperto di Cina, non ha l’ombra di un dubbio: il recente irrigidimento dell’Ue contro il Dragone, reo di giocare secondo regole tutte sue, è provvidenziale e opportuno. Ma poco efficace. “Sono un po’ scettico sulla possibilità dell’Europa di fermare la Cina. Manca una posizione univoca, omogenea, ognuno va per i fatti suoi. La Germania, per esempio, ha legami molto forti con Pechino, a suo modo anche la Francia. Già questo basterebbe a indebolire una strategia anti cinese”, premette Forchielli.
Una cosa è certa però, qualcuno in Europa “non ha capito come sono i cinesi. Sono nostri alleati solo finché serviamo, poi ti cancellano. Adesso hanno bisogno di noi per introdurre i loro investimenti, vogliono comprare una fabbrichetta e allora ti trattano a champagne e inchini. Ma il giorno in cui hanno ottenuto quello che vogliono, ti mandano a quel Paese. Il cinese non ha la logica dell’equo profitto, non conosce il 50-50: vuole che sia -20 per te e 120 per lui, deve essere tutto suo. E lo dimostra il fatto che in pochi anni sono arrivati a detenere quasi due terzi della capacità produttiva industriale del mondo, ma la utilizzano solo per metà e hanno bisogno di far girare di più gli impianti, hanno bisogno di appropriarsi della domanda mondiale”.
Insomma, secondo Forchielli il muro contro il Dragone “dovrebbe essere alto almeno sette metri. Ma, come ho detto, l’Europa è divisa, ambigua, frammentata. E se non si va avanti compatti, non si mette alle corde la Cina. Che peraltro, lo voglio dire, è una potenza industriale anche senza sussidi. Quella degli aiuti all’economia è vero fino a un certo punto, poi diventa una leggenda metropolitana. I cinesi investono tanto, anche in ricerca, sono un’industria completa, anche senza sussidi. Ce lo raccontiamo noi che la potenza cinese sia solo figlia degli aiuti di Stato. Detto questo fosse per me io i cinesi li farei entrare con il contagocce, ma le misure europee non mi sembrano all’altezza del compito. Ci vorrebbero regole alla Trump, tassative, non negoziabili, altrimenti il potere economico che loro acquisiscono diventa anche potere politico”.
Forchielli poi insiste sul paragone tra Stati Uniti ed Europa. “In Ue siamo lenti, farraginosi, un disastro. Spendiamo un sacco di tempo in trattative e consulenze, e li temiamo. Se decidiamo di mettere un vincolo impieghiamo tre anni, facciamo regole tenui piene di scappatoie e, se chiudiamo un varco, loro vanno in Ungheria, dove trovano le porte aperte. Negli Usa invece sono meno timorosi: in 90 giorni mettono i dazi e in gran parte riescono a tenerli fuori dai settori strategici. La verità è che bisogna chiudere la porta. Se li facciamo investire in casa nostra, distruggeranno le nostre in dustrie e la nostra economia”.
Ma non solo. C’è un disegno più ampio. “La Cina fuori dalla Cina, ecco cosa vuole Pechino. Sanno benissimo che di fronte alla loro avanzata i Paesi occidentali metteranno altri dazi per difendersi. Quindi si stanno preparando a comprare tutto il comprabile e a investire tutto l’investibile, in modo da camuffarsi da industria nazionale. Fanno una fabbrica di assemblaggio in Europa per bypassare le regole, ma spediscono i componenti sottocosto dalla Cina. Così la nostra componentistica locale va a farsi benedire e ci smantellano i posti di lavoro”.