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Stop ai pagamenti con Visa e Mastercard a Cuba, sospesi da sabato 6 giugno. La banca centrale de L’Avana: “Strategia di asfissia di Trump”

A Cuba non si potrà più pagare con carte Visa e Mastercard. A partire da sabato 6 giugno, per via delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, i due circuiti di pagamento non saranno più in uso. Lo comunica la Banca Centrale cubana, sottolineando che le sanzioni di Trump hanno spinto una banca estera a interrompere i rapporti con l’istituto finanziario statale Fincimex.

“Il 2 giugno abbiamo ricevuto una comunicazione dalla banca estera che gestisce le transazioni effettuate a Cuba con Visa e Mastercard, in cui ci veniva comunicata la sua decisione di interrompere i rapporti con Fincimex S.A.”, si legge in un comunicato in cui si definisce la decisione Usa come una “strategia di asfissia del presidente Donald Trump“. Fincimex è il braccio finanziario del conglomerato militare cubano Gaesa, recentemente sottoposto a sanzioni da parte di Washington. Nell’ultimo periodo le pressioni politiche di Washington su L’Avana sono aumentate sempre di più, insieme alle tensioni militari.

Una scia di sanzioni che ha portato negli ultimi giorni anche all’addio di alcune famose catene alberghiere che hanno deciso di lasciare l’isola. Melià ha infatti annunciato la fine delle attività in 15 hotel cubani e lo stesso aveva fatto Iberostar il 1° giugno in 12 strutture, cedendo quindi alle sanzioni Usa contro Gaesa, un conglomerato militare che controlla il turismo sull’isola.

Nella nota la Banca Centrale sottolinea che rimangono operativi altri mezzi di pagamento in valuta estera come i contanti, le carte prepagate nazionali e le carte internazionali Mir (di origine russa) e UnionPay (di origine cinese).

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Il fumo, le fiamme e le macerie: le immagini subito dopo l’attacco iraniano all’aeroporto del Kuwait

Le immagini delle conseguenze dell’attacco iraniano di questa mattina all’aeroporto internazionale del Kuwait che ha causato un morto e 63 feriti, oltre che danni a infrastrutture vitali, secondo quanto riferito dalle autorità kuwaitiane. Il ministero della Salute del Paese ha aggiunto che sono stati eseguiti sette interventi chirurgici d’emergenza.

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Trump nomina Bill Pulte, esperto di mutui, a capo dell’intelligence Usa. Non ha nessuna qualifica per il ruolo

Finora ha diretto l’agenzia federale che supervisiona i mutui immobiliari. Non ha alcuna esperienza nel settore dei servizi, né tanto meno in quello dello spionaggio o della sicurezza nazionale. Eppure Bill Pulte è stato nominato da Donald Trump capo dell’intera intelligence Usa, dopo l’addio di Tulsi Gabbard, costretta a fare un passo indietro dopo che nei mesi scorsi aveva smentito Trump sul programma nucleare dell’Iran. Anche se la motivazione ufficiale che la porterà a lasciare la guida della National Intelligence è una grave malattia del marito. La scelta di Pulte è l’ennesima decisione anti-sistema di Trump, da anni orientato su scelte provocatorie per suscitare choc e oltraggio da parte delle elite di Washington odiate dalla sua base elettorale. E l’ultima nomina appare come una nuova, classica mossa politica anti-sistema del tycoon.

La scelta di Pulte, un fedelissimo di Trump che per mesi ha invocato il licenziamento dell’allora presidente della Fed Jerome Powell e ha presentato i dossier su irregolarità nelle richieste di mutui da parte di nemici del presidente, è destinata a creare controversie ancora maggiore di quelle provocate Gabbard. Esponenti politici, di entrambi gli schieramenti, hanno espresso perplessità per il fatto che ad una persona senza nessuna qualifica nel settore sia stato affidato il cruciale incarico, creato dopo l’11 settembre, per il coordinamento di tutte le agenzie di intelligence e i briefing del presidente.

“Gli americani hanno ogni ragione di preoccuparsi di quello che sta succedendo quando la persona scelta per supervisionare tutto, dall’anti-terrorismo alle minacce straniere sulle elezioni, sia scelto per la sua disponibilità a far avanzare l’agenda politica del presidente piuttosto che per la sua esperienza”, ha dichiarato il senatore dem Mark Warner, vice presidente della commissione Intelligence. Susan Collins, senatrice repubblicana che in più occasioni ha assunto posizioni invise a Trump, ha ammesso di non sapere se il nuovo ‘spymaster’ abbia mai ottenuto una security clearance, l’autorizzazione che viene data, dopo approfonditi controlli, per accedere a materiale top secret.

In effetti, lo stesso statuto che ha creato l’Office of the Director of National Intelligence prescrive che il direttore abbia “una vasta esperienza nel settore della sicurezza nazionale”, cosa che manca completamente a Pulte, che ha alle spalle una carriera di successo nella finanza come ha ricordato Trump nel post con cui ha annunciato la nomina lodando la sua “profonda esperienza nel gestire le questioni più delicate in America, la sicurezza e la solidità dei mercati”. A parte le critiche e le perplessità dei senatori – che va ricordato, almeno al momento non potranno passare al vaglio la nomina di Pulte che è stato incaricato ad interim, una prassi a cui Trump ricorre spesso – con la nomina dell’esperto di finanze e mutui alla guida di un incarico di intelligence, di cui alcuni influencer Maga hanno chiesto l’abolizione, Trump intende mandare un chiaro messaggio alla sua base di estrema destra, ribadendo il suo ruolo di sovvertitore contro sistema e ‘deep state’.

“Pulte è un tipo che fa le cose e poi si rimette al lavoro”, è stato per esempio il commento dell’attivista di estrema destra Jack Posobiec ai microfoni del podcast di Steve Bannon, l’ex stratega della prima vittoria elettorale di Trump trasformatosi in un punto di riferimento del Maga, movimento che pone al centro della sua ideologia la convinzione che quelli che loro definiscono burocrati e elite, vale a dire i funzionari qualificati, vanno contro gli interessi degli americani e hanno fatto fallire le precedenti presidenze repubblicane. Un messaggio che JD Vance, il vice presidente che considera Maga e estrema destra come base fondamentale per la sua corsa per la Casa Bianca nel 2028, ha ribadito in un post su X con cui ha lodato Pulte per aver ricordato che “i burocrati della comunità di intelligence devono rispondere alla leadership eletta (e non il contrario)”.

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Il Pentagono assume un condannato per l’assalto al Campidoglio nel 2021. “Professionista qualificato e patriottico”

Nel 2021 aveva 19 anni. Aveva assaltato il Campidoglio ed era stato condannato. Cinque anni dopo è stato assunto dal Pentagono nell’ufficio che si occupa di operazioni militari classificate e controterrorismo. L’ingresso al ministero della Difesa Usa di Elias Irizarry, scrive il Washington Post, ha suscitato preoccupazione tra alcuni funzionari del Dipartimento della Difesa, che ritengono inopportuno affidare un ruolo sensibile a una persona con precedenti legati all’assalto alle istituzioni statunitensi. Irizarry, che all’epoca dei fatti si era dichiarato colpevole di ingresso non autorizzato in un’area riservata, lavora nella sezione dedicata alla guerra irregolare e al controterrorismo, un’unità che si occupa anche di sicurezza delle ambasciate, recupero del personale e operazioni di salvataggio di ostaggi. Secondo fonti del Pentagono, tutte le posizioni richiedono autorizzazioni di sicurezza di livello top secret, mentre il portavoce Joel Valdez ha definito il giovane “un professionista qualificato e patriottico”.

Al momento dell’assalto al Campidoglio, Irizarry era una matricola al The Citadel, un’accademia militare pubblica della Carolina del Sud, e prestava servizio come cadetto nella Civil Air Patrol. Dopo essersi recato a Washington con altri due uomini, si era unito alla folla di sostenitori di Donald Trump che aveva forzato le linee di polizia e fatto irruzione nell’edificio mentre il Congresso certificava la vittoria di Joe Biden alle elezioni del 2020. Secondo i pubblici ministeri, era entrato attraverso una finestra rotta brandendo un’asta di metallo, senza però colpire nessuno. Irizarry si è successivamente pentito pubblicamente del proprio coinvolgimento, per cui era stato condannato a 14 giorni di carcere. Nel 2023 è stato riammesso al The Citadel, dove si è laureato nel 2024. Durante l’udienza di condanna aveva dichiarato: “Mi vergogno, perché farò sempre parte di questo scempio. Il 6 gennaio ha rappresentato qualcosa di veramente orribile: è stato il più grave attacco alla nostra democrazia dai tempi della Guerra civile”.

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Ue punta su Intelligenza artificiale e chip e pensa a fondo sovrano per progetti tech e sostenibili

BRUXELLES – La Commissione europea ha presentato oggi, mercoledì 3 giugno, due testi legislativi, l’uno dedicato alla produzione di microprocessori, e l’altro con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale....

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Trump: “Netanyahu è pazzo, ma lavoriamo bene insieme. L’Iran ha accettato di rinunciare all’arma nucleare”

Parla di guerra, di Iran, di Netanyahu che conferma di avere dichiarato essere “pazzo” – come rivelato da Axios – ma allo stesso tempo aggiunge di lavorare molto bene con lui. Spera di incontrare Khamenei e addirittura annuncia che l’Iran ha rinunciato all’arma nucleare. Quarantotto minuti di intervista con Miranda Devine, in esclusiva per il podcast Pod Force One della giornalista del New York Post. Il tema della guerra in Medioriente è centrale. Il capo della Casa Bianca, spiegando che sono in corso i negoziati per trovare un’intesa (“e se non la troveremo bene lo stesso, agiremo in un’altro modo”) dichiara che l’Iran ha accettato di non avere un’arma nucleare. “Poi possono cambiare idea, ma quella è stata la cosa principale”, ha proseguito col consueto linguaggio colloquiale, lontanissimo – come sempre – dalle formule della diplomazia. Ha poi detto di volere incontrare la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. “È coinvolto nei negoziati, nutrono molto rispetto verso di lui. Non ho avuto il privilegio di incontrarlo. Sento che non sta molto bene: gli mancano diverse parti. Sembriamo andare molto d’accordo con l’ayatollah. Vorrei incontrarlo e penso che lo incontrerò a un certo punto”. Quanto ai negoziati, che “stanno “evolvendo rapidamente”, oltre alla rinuncia all’arma nucleare “accadranno molte altre cose positive”, ha aggiunto, senza specificare a cosa facciano riferimento le sue dichiarazioni. Oltre a non avere alcun fondamento, visto che le parti non hanno esplicitato alcuna intesa, a smentire il presidente Usa è intervenuta l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, considerata vicina alle Guardie Rivoluzionarie, che ha riferito, citando alcune fonti, che “a causa dei crimini di Israele in Libano, l’Iran ha sospeso lo scambio di messaggi tramite intermediari fino a quando non saranno soddisfatte le condizioni poste dall’Iran riguardo al Libano. Le affermazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla risposta iraniana contraddicono completamente la realtà”.

Ma il capo della Casa Bianca, come osservato sin dall’inizio del conflitto, ha spesso avanzato dichiarazioni e ultimatum che non hanno avuto seguito e che sono stati smentiti a stretto giro. Nel corso dell’intervista trova spazio anche il commento alle indiscrezioni di Axios rispetto a quanto pensi del primo ministro israeliano. Indiscrezioni che Trump ribadisce in pieno: ha confermato di aver dato del “fottutamente pazzo” a Benjamin Netanyahu, nel corso della loro recente telefonata per discutere del cessate il fuoco in Libano, ma ha ammesso comunque di “lavorare bene insieme” al primo ministro israeliano. “Ero un po’ turbato dai suoi continui combattimenti in Libano – ha detto Trump – Ma mi piace molto Bibi. E lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra, e lui è un primo ministro in tempo di guerra”. Ha poi deriso le affermazioni secondo cui sarebbe stato ingannato da Netanyahu per entrare in guerra contro l’Iran. “Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare – ha detto -. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare”. Questo, ha aggiunto, “riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Israele non esisterebbe. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso”.

Parla anche dell’ipotesi del tutto remota dell’invio di truppe Usa in Iran, tema caro all’opinione pubblica americana. “Abbiamo eliminato gran parte del loro esercito solo con le bombe”, ha detto, dunque non c’è alcun bisogno dell’invio di soldati sul campo. Ed esaltando se stesso per il lavoro svolto alla presidenza, ha descritto gli Stati Uniti come il Paese “più ‘hot’ e più di successo nel mondo”, tanto che anche il presidente cinese Xi Jinping – che ha incontrato a metà maggio a Pechino – “ammira” quanto ottenuto dal presidente americano nel suo secondo mandato alla guida del Paese. Infine, in contrapposizione al suo lavoro, dedica anche una parte dell’intervista a denigrare Joe Biden, definendo “stupide” le persone che facevano parte della sua squadra. E per marcare la differenza col predecessore, ha ricordato che le sue capacità cognitive sono “al 100%”.

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L’ambasciatore israeliano contro Tajani: “Parla dei libanesi, ma ignora il nostro popolo. Crea scontro tra noi e il governo”

“Ho avuto alcune divergenze con il ministro degli Esteri italiano, perché le sue dichiarazioni includono sempre la sofferenza del popolo libanese, e non c’è dubbio che il popolo libanese stia soffrendo, ma non c’è l’equivalenza nel riportare anche la sofferenza delle comunità israeliane, che noi invece cerchiamo sempre di sottolineare. E questo è un motivo di scontro con il ministro degli Esteri, e motivo di attrito che abbiamo con il governo italiano”. Conversando con i giornalisti sulla situazione in Libano, l’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled lancia un’accusa durissima nei confronti di Antonio Tajani, che nei giorni scorsi ha condannato Tel Aviv per la nuova offensiva contro il Paese confinante. “Il governo italiano non può risolvere da solo la pace nel mondo. Sono soprattutto gli Stati Uniti che devono fermare Israele, noi continuiamo a fare la nostra”, ha detto da ultimo il vicepremier e leader di Forza Italia, a margine delle celebrazioni del 2 giugno.

Già dalla settimana scorsa, però, Tajani aveva stigmatizzato i raid dello Stato ebraico, pur stando sempre attento a condannare allo stesso tempo anche le offensive dei miliziani sciiti libanesi di Hezbollah: “Bisogna disarmare Hezbollah e costruire uno stato libanese libero dai diktat fondamentalisti. Ma nello stesso tempo Israele deve comprendere che non si può andare a bombardare dove ci sono popolazioni civili“, aveva detto. E ancora: “Io credo che in Libano si debba evitare un’escalation. Hezbollah non può continuare a bombardare il nord di Israele e Israele deve affidarsi di più alle Nazioni Unite all’Unifil per cercare di disarmare Hezbollah. Noi chiediamo che si fermi questa escalation, lo chiediamo a Israele e naturalmente condanniamo tutte le azioni di Hezbollah contro Israele”. Un cerchiobottismo che evidentemente non ha soddisfatto la diplomazia di Tel Aviv.

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La Ue all’Italia: focus su spesa pubblica, lavoro e innovazione. Sì a flessibilità sull’energia

BRUXELLES – La Commissione europea ha presentato oggi, mercoledì 3 giugno, nuove raccomandazioni relative all’Italia che spaziano dalla lotta al lavoro nero alla promozione dell’istruzione universitaria. Ha anche esortato il...

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Huaweigate, la commissione Juri vota per togliere l’immunità all’europarlamentare di Forza Italia Martusciello e salva il collega De Meo

La commissione Affari giuridici (JURI) del Parlamento europeo ha revocato l’immunità al deputato di Forza Italia Fulvio Martusciello su richiesta della procura belga che indaga sul cosiddetto Huaweigate. Nessuna revoca, invece, per il collega di partito Salvatore De Meo. Da quanto si apprende da fonti parlamentari Forza Italia ha chiesto il sostegno di Conservatori e Riformisti europei (Ecr) che avrebbe votato per salvare Martusciello, ma il voto anonimo ha fatto si che a scaricarlo siano stati i suoi compagni di partito nel Partito Popolare Europeo. Il voto non è definitivo, ma rappresenta un passaggio decisivo in vista del pronunciamento definitivo dell’Aula di Strasburgo: la plenaria raramente ribalta l’orientamento espresso dalla commissione competente.

L’inchiesta, esplosa nel marzo 2025 con una serie di perquisizioni in Belgio, Portogallo e altri Paesi europei, riguarda presunte attività di lobbying illecito riconducibili al gruppo cinese Huawei. Secondo la procura federale belga, l’azienda avrebbe cercato di influenzare il processo decisionale delle istituzioni europee attraverso una rete di consulenti, lobbisti e intermediari incaricati di coltivare rapporti con eurodeputati e loro collaboratori. Gli investigatori ipotizzano che siano stati offerti vantaggi di diversa natura – tra cui inviti a eventi sportivi, viaggi, ospitalità e altre utilità – per favorire gli interessi del colosso delle telecomunicazioni all’interno del Parlamento europeo.

Nell’ambito di questo filone, la magistratura belga ha chiesto la revoca dell’immunità di Martusciello e De Meo per poter svolgere ulteriori accertamenti sul loro ruolo nella vicenda. I due eurodeputati non risultano formalmente imputati e hanno sempre respinto qualsiasi addebito. Per quanto riguarda Martusciello, gli inquirenti ritengono che alcuni collaboratori a lui vicini possano aver avuto un ruolo nei rapporti tra Huawei e il Parlamento europeo. Nel caso di De Meo, la procura intende approfondire il contesto di alcuni contatti e iniziative parlamentari che, secondo l’ipotesi accusatoria, potrebbero essere stati collegati alle attività di influenza contestate a Huawei. La richiesta di revoca dell’immunità non costituisce un giudizio di colpevolezza, ma consentirebbe alla procura di proseguire le indagini senza le limitazioni previste dallo status di europarlamentare.

A guidare il lavoro della commissione sono state le relazioni predisposte dall’eurodeputato conservatore polacco Dominik Tarczynski. Fino a poche ore fa l’esito appariva tutt’altro che scontato. Nel Partito popolare europeo, la famiglia politica di Forza Italia, nei mesi scorsi non erano mancate le critiche alla procura belga, accusata da diversi esponenti popolari di non aver fornito elementi sufficientemente dettagliati a sostegno delle richieste di revoca. Nella notte, tuttavia, gli equilibri sembrano essersi complicati. Fonti parlamentari riferiscono che il Ppe avrebbe deciso di non imporre una linea comune, lasciando libertà di voto ai propri membri solo sul caso di Martusciello.

I Socialisti, invece, sarebbero stati orientati a sostenere la revoca dell’immunità. Tra le fila del gruppo S&D si insiste da settimane sulla necessità di evitare “doppi standard” nella gestione delle richieste della magistratura, dopo le tensioni provocate dai casi delle eurodeputate del Pd Alessandra Moretti, a cui l’immunità fu revocata, ed Elisabetta Gualmini, a cui venne confermata, nell’ambito degli sviluppi del Qatargate. Proprio quel precedente ha incrinato l’asse garantista che tradizionalmente aveva visto Popolari e Socialisti convergere sulle questioni relative alle immunità parlamentari.

Nelle ultime ore sono però entrati in gioco anche altri fattori. Secondo fonti vicine ai negoziati, esponenti della maggioranza italiana avrebbero lavorato per evitare una doppia bocciatura degli eurodeputati azzurri. Alcuni osservatori ritengono che De Meo avrebbe beneficiato di una maggiore disponibilità al dialogo da parte di Socialisti e Renew Europe, mentre la posizione di Martusciello era apparsa subito più esposta. A rendere ancora più imprevedibile il voto ha contribuito il ruolo di Ecr, che avrebbero mobilitato alcuni componenti italiani della commissione.

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“Soffrivo il mal di mare e pensavo che le crociere fossero stupide, poi ho deciso di provare. A bordo ho trovato l’amore, così ho venduto casa e ora viviamo insieme sulle navi da crociera”: la storia di Jeff Knapp

Fino all’età di 47 anni l’idea di rimanere confinato su una nave per una settimana gli appariva come un’idea terribile, complice una forte tendenza al mal di mare che si manifestava anche durante brevi tragitti in traghetto. Oggi, a 54 anni, non ha più una residenza sulla terraferma, si è sposato in navigazione e trascorre la sua intera esistenza a bordo dei grandi colossi dei mari. È la drastica e affascinante inversione di rotta di Jeff Knapp, imprenditore cresciuto in ristrettezze economiche e diventato oggi un nomade degli oceani, che ha deciso di raccontare la sua insolita quotidianità sulle pagine del quotidiano britannico Guardian.

L’esperimento del 2019 e la scoperta di una nuova stabilità

Tutto ha avuto inizio nel 2019, quando un amico gli ha ceduto un biglietto per i Caraibi a poche centinaia di dollari. Un’occasione economica che ha convinto Knapp a fare un tentativo, munendosi di cerotti e pillole contro la cinetosi. “Fino a 47 anni pensavo che le crociere fossero stupide“, ammette al Guardian. L’impatto con la vita di bordo è stato tuttavia una rivelazione istantanea: “Non stavo affatto male: ho sorriso per il sollievo. Quello è stato il momento in cui mi sono innamorato della vita in crociera”, ricorda. Alla base di questo innamoramento, però, non c’era solo l’assenza di nausea o la vista del mare aperto, ma un inaspettato beneficio psicologico legato alla sua condizione clinica. “Ho un grave disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) e fare le stesse cose ogni giorno mi aiuta. Una crociera è perfetta per questo; potevo mangiare gli stessi pasti allo stesso tavolo con lo stesso personale di sala, e ogni attività era programmata e prevedibile”.

L’incontro decisivo e il trasloco definitivo

La stabilità economica raggiunta con la sua carriera imprenditoriale gli ha permesso di intensificare i viaggi, arrivando a collezionare 20 imbarchi nel giro di cinque anni. Durante una di queste tratte verso i Caraibi, è avvenuto l’incontro che ha reso definitiva la sua transizione verso una vita galleggiante. “Ci siamo seduti a parlare e a ridere per tre ore e mezza. Entrambi avevamo 52 anni ed eravamo divorziati, con sei figli e cinque nipoti in due. Avevo capito di aver incontrato qualcuno che amava le crociere ancor più di me”. La donna, Debb, aveva già all’attivo oltre 150 viaggi e, a 51 anni, aveva scelto di vendere ogni suo avere (tranne l’equivalente di tre valigie) per ritirarsi a vivere stabilmente sulle navi. Da quel momento, i progetti di Knapp hanno subito un’accelerazione fulminea: è tornato in New Jersey, ha messo in vendita la sua abitazione, ha liquidato la maggior parte dei propri beni e ha prenotato le stesse 50 crociere consecutive che Debb aveva già pianificato.

La convivenza itinerante si è rivelata fin da subito sostenibile, anche dal punto di vista finanziario: “Con i nostri risparmi siamo stati in grado di finanziare la nostra vita a bordo che, grazie agli sconti fedeltà e al crescente costo della vita, è più economica della nostra vita sulla terraferma“, precisa Knapp. Ad aprile dell’anno scorso, sulla pista da ballo di una nave, è arrivata la proposta di matrimonio, formalizzata poi a giugno sulla spiaggia di Miami e celebrata ufficialmente cinque mesi dopo dal capitano in navigazione.

La vita in 23 metri quadrati, tra forma fisica e isolamento

Dalla scorsa estate, spinti da Debb, i due documentano la loro vita su TikTok, rispondendo alle numerose curiosità degli utenti. A chi si interroga sull’impatto di un buffet perenne sulla linea, l’uomo risponde con estrema praticità: “Ci chiedono sempre se siamo ingrassati. No, mangiamo cibo molto meno processato rispetto a prima e facciamo un sacco di passi camminando in queste enormi navi“. La gestione degli spazi ristretti, inevitabile in una cabina di 23 metri quadrati, segue invece una regola d’oro ferrea per arginare le fisiologiche incomprensioni di coppia: “Abbiamo deciso che nessuno dei due può andarsene finché non abbiamo risolto le cose”.

Persino le allerte sanitarie globali, amplificate negli spazi chiusi delle navi, non scalfiscono la loro tranquillità. “Le malattie contagiose, come l’hantavirus, non ci preoccupano affatto”, spiega l’uomo, sottolineando come tali notizie vengano spesso sensazionalizzate e che, a loro avviso, il rischio di diffusione sarebbe equivalente in qualsiasi altro ambiente affollato a terra. Oggi, con un calendario che prevede tappe in Europa, Messico e Bermuda, Jeff Knapp non ha alcun rimpianto per la terra che ha lasciato alle sue spalle. “A 54 anni sto vivendo il mio sogno”, conclude al Guardian. “Spero che la nostra vita sull’acqua duri per sempre”.

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Il testimone di nozze sviene durante il matrimonio del migliore amico, ma il prete non si ferma: “Avevo le ginocchia bloccate ed ero nervoso” – IL VIDEO

Un fuori-programma durante un matrimonio è diventato virale. È successo al testimone di nozze Drayton Williams che è svenuto durante la cerimonia di matrimonio del suo migliore amico il 24 maggio ad Austin, in Texas, dopo che le ginocchia hanno ceduto all’improvviso. Il celebrante ha continuato la cerimonia nonostante l’incidente, che è diventato virale su TikTok con oltre 6 milioni di visualizzazioni. Williams si è ripreso rapidamente, ha tenuto un discorso al ricevimento e ha detto che la coppia ha riso per aiutarlo a superare l’imbarazzo.

Circa 10 minuti dopo l’inizio della cerimonia all’aperto, Williams è caduto bruscamente a terra. La scena improvvisa e il tonfo sordo del suo corpo hanno colto tutti di sorpresa. Mentre gli invitati sussultavano, lo sposo e un altro testimone si sono precipitati in aiuto di Williams e lo hanno aiutato a rialzarsi.

“Avevo le ginocchia bloccate – ha raccontato Williams a Newsflare – Questo, unito al nervosismo, mi ha fatto sentire un po’ stordito, ma pensavo fosse solo l’agitazione in generale, non che stessi per svenire. Detto questo, un attimo dopo mi sono ritrovato sollevato dai miei amici e ho cercato di rimettermi in piedi dopo aver perso conoscenza per una frazione di secondo”.

(Video da TikTok @draytonw)

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Russia-Ucraina, raid con i droni: Kiev colpisce terminal petrolifero a San Pietroburgo e un bus, Mosca punta Kherson e Kharkiv

Attacchi reciproci con i droni tra Russia e Ucraina, nella note e in mattinata, con morti e feriti. La Russia ha colpito la regione di Kherson e Kharkiv, con un bilancio di 1 morto e 17 feriti, ha denunciato Kiev. Le truppe di Zelensky invece hanno mirato in profondità nei territori di Mosca, ma anche nell’area limitrofa del Donetsk. Velivoli radiocomandati hanno provocato fiamme nell’area di San Pietroburgo, incluso l’impianto petrolifero situato sul porto cittadino, con Zelensky a celebrare il successo del raid. Il governatore Drozdenko ha riferito di 50 droni nella regione, ma al momento non si conoscono i danni neppure sull’infrastruttura energetica. L’attacco è coinciso con l’inizio del Forum economico internazionale che si svolge ogni anno a San Pietroburgo – la cosiddetta Davos russa – una conferenza annuale di leader aziendali e funzionari governativi promossa dal presidente Vladimir Putin.

Zelensky: “Per la pace serve il piano ucraino di sanzioni a lungo raggio”. Rutte a Kiev

Zelensky su Telegram ha esultato per il successo dell’operazione nei confini della Federazione, su obiettivi di guerra: “Questa notte sono stati colpiti obiettivi importanti sul territorio della Russia, tra questi, il terminale petrolifero di San Pietroburgo – ha scritto il presidente ucraino – Dalla nostra frontiera statale ucraina a questo obiettivo dell’industria petrolifera russa, che lavora per la guerra, ci sono circa 1.100 chilometri. Sono stati raggiunti anche obiettivi puramente militari nella base di Kronstadt”. “Un altro obiettivo – ha aggiunto Zelensky – è un’impresa nella regione di Tambov, coinvolta nella produzione di armi russe. La distanza dalla linea del fronte è di quasi 600 chilometri. Grazie ai nostri soldati per la loro precisione. Il piano ucraino di sanzioni a lungo raggio viene eseguito esattamente come necessario per avvicinare la pace. Gloria all’Ucraina!”.

Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, è arrivato a Kiev per una visita a sorpresa in seguito ai numerosi e massicci raid aerei russi che hanno colpito la capitale. Lo ha annunciato la compagnia ferroviaria ucraina Ukrzaliznytsia sui social media (in un post poi rimosso) sottolineando il “gesto di solidarietà e sostegno da parte dell’Alleanza verso il nostro Paese”. Previsto un incontro con il presidente Volodymyr Zelensky, che negli ultimi mesi ha moltiplicato gli appelli agli alleati affinché rafforzino il sostegno alla difesa aerea dell’Ucraina .

L’Ucraina colpisce un bus nel Donetsk: 7 morti e 11 feriti

Un drone ucraino ha colpito un bus in una parte del Donetsk occupata dai russi, provocando 7 morti e 11 feriti. È quanto ha riferito su Telegram il governatore della regione scelto dal Cremlino, Denis Pushilin. Il bus, secondo quanto riferito, viaggiava versi la Crimea in mano ai russi. “I fascisti ucraini hanno commesso un altro atto di aggressione disumana e senza precedenti nelle prime ore di questa mattina. Un drone da combattimento ha attaccato un autobus sulla tratta Mosca-Sinferopoli a Yenakiyevo”, ha riferito Pushilin, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa russa Tass, aggiungendo che altre 11 persone hanno riportato ferite di varia gravità.

Droni su San Pietroburgo, a 1.100 chilometri dal confine

Nel frattempo, canali Telegram russi e i principali media ucraini riportano un “attacco di decine di droni” a San Pietroburgo, condotto stamattina in Russia. Colpito anche il terminal petrolifero del Grande Porto cittadino sul Golfo di Finlandia. Si tratta di uno dei più grandi impianti di stoccaggio ed esportazione di carburante della Russia. Riceve e spedisce prodotti petroliferi via fiume, ferrovia e su strada, e vanta un volume di movimentazione stimato di 12,5 milioni di tonnellate all’anno. Fumo nero è stato osservato sopra l’infrastruttura, mentre i residenti segnalavano con foto e video esplosioni in città e incendi in altri luoghi. San Pietroburgo si trova a circa 1.100 chilometri dal confine ucraino.

Il governatore dell’oblast di Leningrado, Aleksandr Drozdenko, ha riferito che stamattina sono stati abbattuti 50 droni nella regione, ma non ha commentato gli incendi al porto, la cui entità non è ancora stata definita. A causa dell’attacco, i voli all’aeroporto Pulkovo di San Pietroburgo hanno subito interruzioni: quasi 30 hanno subito ritardi superiori alle due ore e altri nove sono stati dirottati verso altri aeroporti, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa statale russa Tass.

Velivoli russi su Kherson e Kharkiv

Una donna di 86 anni è stata uccisa e altre sei persone sono rimaste ferite in un attacco notturno con un drone russo contro un palazzo residenziale a Kherson. Lo ha riferito la Procura dell’Oblast. “Secondo le indagini, ieri sera l’esercito russo ha attaccato un edificio a più piani” nella località. Tre residenti locali sono rimasti feriti in modo più o meno grave e ad altre tre persone è stata diagnosticata un’intossazione da monossido di carbonio”, ha riferito il servizio stampa della Regione. Nelle ultime 24 ore, le forze armate russe hanno colpito anche Kharkiv e 19 insediamenti nella regione, ferendo 11 persone, ha dichiarato su Telegram il capo dell’amministrazione militare regionale, Oleg Synegubov.

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La Bolivia sull’orlo della guerra civile: un mese di proteste per chiedere le dimissioni del presidente Paz. Che minaccia di schierare l’esercito

Un mese di proteste. La Bolivia è sull’orlo della guerra civile. Oltre novanta strade bloccate in sei dipartimenti, soprattutto a La Paz e Cochabamba, roccaforte dell’ex presidente Evo Morales Ayma. “È giunta l’ora di definire chi comanda. O il popolo o l’impero”, dice in diretta il leader indigeno, la cui candidatura alle Presidenziali 2025 era stata inabilitata dal Tribunale costituzionale plurinazionale della Bolivia. L’appello: “Ribelliamoci contro il modello neoliberista e lo Stato coloniale”.

Le manifestazioni hanno preso il via il 1 maggio con richieste come l’abrogazione della Legge 1720 che apriva all’ipoteca delle terre dei contadini in cambio di crediti, l’aumento dei salari (soprattutto per maestri e operai) e della qualità del carburante che ha destato l’ira dei trasportatori. Pochi giorni dopo la piazza – che riunisce contadini, minatori e trasportatori, molti di loro di provenienza indigena – ha chiesto la testa del presidente conservatore Rodrigo Paz, in carica da sei mesi. “Que renuncie, carajo!“, grida la folla nelle vicinanze di Palazzo Quemado, sede dell’esecutivo, il cui perimetro è bloccato dalle Forze dell’ordine. “L’esigenza unica delle venti province (coinvolte nello sciopero, ndr) è la rinuncia di Rodrigo Paz”, ha affermato Vicente Salazar, presidente della Federazione di lavoratori contadini di La Paz “Túpac Katari“, uno dei principali movimenti aderenti alla rivolta. Della stessa posizione la Central obrera boliviana (Cob) che declina l’invito di Paz ai negoziati. “Abbiamo deciso di mantenere le misure di pressione. Non c’è alternativa. Scartiamo il dialogo“, ha fatto sapere la Central attraverso il portavoce José Luis Álvarez.

Tra i manifestanti si insinua anche la via di mezzo di un referendum revocatorio sulla presidenza di Paz e, anche se la strada è percorribile solo a metà mandato, cioè fra due anni, qualcuno propone di accelerare i tempi. Oppure di convocare elezioni anticipate.

I sindacati denunciano anche l’aumento della repressione, che registra oltre 127 arresti e una vittima, Víctor Cruz Quispe, 24 anni, ucciso il 25 maggio dalla polizia a colpi d’arma da fuoco. “Esprimiamo le nostre condoglianze alla famiglia e alla comunità. Comprendiamo il vostro dolore”, è stata la dichiarazione del governo nazionale, dopo aver provato a rinnegare l’accaduto, attraverso il portavoce José Luis Gálvez.

Secondo il Ministero della Sanità, i blocchi hanno provocato la morte indiretta di almeno cinque pazienti a causa di mancate forniture di ossigeno, carestia di farmaci e sospensione dei servizi medici. In risposta al problema Paz ha annunciato l’apertura di corridoi umanitari al fine di rifornire le strutture sanitarie. “Il Paese ha bisogno di ordine e la situazione sta arrivando al limite”, dice il presidente che ha dimezzato della metà il suo stipendio di 3.448 dollari al mese. Per lui l’attuale crisi risulta “peggio della pandemia” là dove l’inflazione è al 14%, i danni economici delle rivolte sfiorano i 600 milioni di dollari e il Paese ha esaurito le sue riserve dal 2023.

Ma non c’è solo l’invito alla concordia. La scorsa settimana Paz ha approvato la Legge 1731, che autorizza l’esecutivo a inviare le Forze armate nelle strade e dichiarare lo stato di emergenza, abrogando i divieti posti nel 2020 dall’ex presidente Jeanine Añez. E nemmeno le casse vuote hanno impedito il recente acquisto di agenti chimici (gas lacrimogeno) per l’equivalente a 8,5 milioni di euro, con l’obiettivo di sciogliere le proteste. Un cenno d’intesa agli industriali boliviani che hanno lamentato “l’insufficiente capacità di azione” dell’esecutivo nel contenere le proteste. Gli industriali sostengono che il “tessuto produttivo” è al “limite delle sue possibilità” e occorrono “scelte immediate”.

Sulla crisi è intervenuto anche il segretario di Stato Usa Marco Rubio: “Che nessuno si confonda, gli Stati Uniti sostengono il governo costituzionale legittimo della Bolivia”. E non si fa mancare l’insulto ai manifestanti: “Non permetteremo che criminali e trafficanti di droga facciano cadere leader eletti democraticamente nel nostro continente”. Parole copiate dalla coalizione militare Shield of the Americas – guidata dagli Usa e di cui fa parte anche la Bolivia – che esprime “profonda preoccupazione” per le manifestazioni in corso. La Bolivia ha ricevuto almeno un invio di aiuti umanitari dagli Stati Uniti. Washington è schierata con Paz che dopo vent’anni gli ha restituito il primato sul Paese sudamericano. Soprattutto sul litio e altre risorse a partire dal memorandum d’intesa sulla “cooperazione in materia di minerali critici” sottoscritto lo scorso 27 aprile.

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